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Sull’Europa e le suggestioni contro

Sull’Europa e le suggestioni contro
Di Gabriele Adinolfi
Siamo nell’era del linguaggio binario, delle semplificazioni becere, dell’esibizionismo online e della democrazia dei pruriti.
Ragion per cui ogni qual volta uno sostiene che A è sbagliato, automaticamente viene inquadrato come un tifoso di B e parte subito una polemica stolida e fuorviante.
Questa premessa è indispensabile prima di argomentare il seguito che spiega il mio rifiuto deciso nei confronti di qualsiasi tentazione anti-europeista.

Via da Bruxelles?
Bruxelles con le sue commissioni non solo non mi garba affatto ma sono andato ben oltre l’abituale critica, già in Nuovo Ordine Mondiale tra imperialismo e Impero (2002) denunciando il suo asservimento alle Multinazionali, enunciando perfino le leggi che le Commissioni hanno stilato e che ancora non sono applicate contro il gusto gastronomico (divieto di pasta al grano duro, parmigiano stagionato, mozzarelle di bufala, camembert e dell’uso del burro nei ristoranti).
Non mi riconosco nel Trattati di Maastricht e considero gli Accordi di Basilea la pietra al collo per tutta l’Europa.
Non sono neppure “federalista” (semmai sono confederato).
Non sopporto i tecnocrati e i burocrati.
Perfetto, direte allora: siamo d’accordo, via da Bruxelles!
No, non siamo d’accordo affatto.
E da Roma?
Non sopporto Roma, la mia città, piena di gradassi ruffiani che conoscono tutti e si accomodano con tutti; non sopporto i pretuncoli che fanno affari, i massonucoli che fanno affari, i politicanti presuntuosi e nulli che a tutti i potenti o a quelli che credono lo siano pur non essendolo (Pacifici ne è un ottimo esempio) leccano le scarpe; al culo non ci arrivano perché dovrebbero alzarsi un pochino da terra e non ce la fanno neppure ad arrivare fin là.
Non sopporto il Parlamento, le figure istituzionali e il dittatore comunista del Quirinale.
Allora siamo d’accordo: via da Roma, disfiamo l’Italia che non ci piace?
Ovvio che nessuno, o quasi nessuno, pronuncia questa stupida bestemmia.
E allora perché dovremmo pronunciare quell’altra di bestemmia?
Andiamo con ordine
Io non ho complessi d’inferiorità verso l’intellighenzia marxista, non ne ho mai avuti a differenza di tanti miei coetanei, finiti poi come abbiamo potuto constatare.
Ne studio la mentalità, i metodi, le analisi e ne circoscrivo quanto merita di essere messo in luce.
In particolare la scuola marxista inchioda i reazionari sui difetti che impediscono loro di concepire qualsiasi progetto che duri più di un istante.
Posto che per reazionario non s’intende chi abbia una cultura, una mentalità o una sensibilità reazionaria (ovvero tutte le persone intelligenti) ma chi re-agisce epidermicamente e visceralmente agli avvenimenti e pensa di porvi riparo improvvisando, è difficile trovare qualcosa che non sia reazionario in tutto quello che oggi si oppone alla Banda del Quirinale e di Montecitorio (da Grillo, ai Forconi alle estreme destre). 
Psicologicamente reazionari sono tutti costoro, movimenti senza prospettive più lunghe di un passo, e questo nel migliore dei casi.
Ebbene che dire allora delle critiche impietose con cui il marxismo ci caricatura (metto il noi perché oggettivamente e mio malgrado mi trovo anche io inchiodato in questa reazione epidermica di retroguardia).
Di cosa i marxisti accusano i reazionari? 
Di essere populisti? Non importa, è un valore positivo.
Di essere demagogici? Non vuol dir niente, anche i moderati, i riformisti e i rivoluzionari lo sono; dipende cosa si fa con la demagogia.
Di essere soggettivisti? Ciò è effettivamente grave in regime assembleare, quando c’è “spontaneismo” e democrazia dei pruriti. Diventa però un valore aggiunto se si salda con una mentalità oggettiva ed impersonale; infatti è quel più che ha permesso al fascismo di fare molto più e molto meglio dei suoi avversari.
Purtroppo però siamo in uno stadio in cui c’è solo il soggettivismo.
E, questo è il punto dolente, soggettivisti e accalorati, in mancanza di meglio facciamo una miscela di qualunquismo e di superficialità indicando vie d’uscita sloganistiche, sovente non solo stupide e astratte ma perfino contrarie agli interessi dell’Italia e dell’Europa. 
La sovranità
Che la sovranità nazionale sia minacciata ed esautorata lo andiamo dicendo da anni, da molto prima che se ne accorgessero, non solo i Forconi, o Paragone ma anche i camerati che ad ogni elezione proponevano riforme politiche astratte e inattuali che non tenevano conto dell’evaporazione statale.
Che ora se ne accorgano tutti è un bene solo a metà. 
Perché le soluzioni qualunquistiche e superficiali che si ripetono, oltre che fortunatamente impossibili, sono inquietanti.
Ridateci la Prima Repubblica! Ridateci la Lira (come se non appartenesse già ai banchieri e non al popolo)! Usciamo dall’Europa! Torniamo indietro! E che bei tempi in cui eravamo sciuscià!
Manca a queste proposte non solo il decoro. Perché sentire parlare i fascisti della difesa della democrazia parlamentare, della Costtuzione e della nostalgia dell’epoca democristiana è francamente indecoroso. A queste proposte manca non solo il decoro, dicevamo, ma anche il senso geometrico e della profondità, nonché la comprensione di quello che accade.
Oltre al fatto che, scaricando tutto su Bruxelles o sul servilismo verso Bruxelles come va di moda ora, si compie una classica operazione di catarsi indiretta che rincuora la psiche ma non risolve assolutamente nulla.
C’è di fondo un equivoco pietrificante
Questo è frutto di una lettura complottistica che sarebbe salutare in sé (e per certi versi andrebbe ancor più accentuata) ma che diventa castrante e castratrice se chi la effettua ha dei problemi relazionali nella vita o possiede cellule grigie psicorigide.
Come ci sforziamo di ripetere da tempo – e come il fascismo e tutte le rivoluzioni nazionali han fatto distinguendosi anche in questo dalle reazioni – la realtà è la somma di necessità oggettive e di gestioni di potere.
Non si possono ignorare né le une né le altre.
Sicché quando si sostiene che Bruxelles sia figlia di un progetto mondialista, che sia incaricata di annullare le sovranità nazionali, che sia la centrale del male, si deforma il reale e quindi lo si nega fattualmente.
Perché le oligarchie dominanti (che sono veterotestamentarie, usuraie, comuniste e antieuropee al tempo stesso) non solo precedono Bruxelles ma l’attraversano.
La composizione della Ue è solo parzialmente un piano, è più propriamente un aggiustamento che risponde a delle necessità oggettive che vengono dalla globalizzazione delle comunicazioni, della tecnica e dei commerci ma anche dal declino relativo e muscoloso degli Usa, dalla crescita della Cina, dalla continentalizzazione dei soggetti geopolitici.
Certo, Bruxelles nasce male perché è preda di tecnocrati intrisi di pregiudizi scientisti e marxisti, perché – come tutto l’Occidente – è sottomessa alla Finanza.
Ma Bruxelles e tutta la Ue sono anche e soprattutto luoghi di composizione e di scontro tra l’area della Sterlina, quella dell’Euro e quella del Dollaro; tra l’ascesa tedesca e la sua apertura ad est e le mire disgreganti angloamericane.
Non vediamo niente
Semplificando con il qualunquismo e con il ricorso agli slogan trinariciuti, noi tutta questa complessità la ignoriamo o la sottovalutiamo.
Così per esempio ai più è passata inosservata la parabola di Strauss-Kahn, presidente del Fmi e candidato all’Eliseo, arrestato in mondovisione in Usa come un delinquente, con la carriera distrutta violentemente, ridotto a un reietto in patria e in seguito recuperato da Putin come uomo simbolo per il South Stream in Serbia.
Cos’aveva fatto di tanto grave quest’uomo, che è del sistema, della Ue, dell’Fmi?
Voleva introdurre l’Euro come moneta di scambio nel paniere internazionale insieme al Dollaro.
Con il suo abbattimento e con la minaccia sventata, Londra si è consolidata come centro offshore per il sistema finanziario asiatico verso Parigi e Francoforte.
Senza ritornare più di tanto sull’attacco all’Euro che ha mosso gli Usa fin dal 2001 contro Iraq, Libia e prima ancora contro l’Argentina, appare evidente a chiunque non voglia limitarsi a pregiudizi ottusi che l’Euro non è precisamente o esclusivamente sinonimo di asservimento.
D’altronde bisognerebbe smetterla di adeguare le teorie a proprio piacimento.
Si sente vagheggiare di alleanza con la Russia da parte degli stessi che si prodigano nella crociata anti-Euro ma si finge d’ignorare che proprio la Russia sta spingendo dichiaratamente per rafforzare quest’area valutaria.
Londra e New York
L’Euro ha tutti i difetti strutturali che vogliamo, a iniziare dal signoraggio, né più né meno di qualsiasi altra valuta. Per quanto ci riguarda abbiamo “sbagliato” la valutazione di cambio con la Lira e non abbiamo compiuto riforme strutturali necessarie. Ma chi è dietro a queste azioni rovinose se non quelli che ci hanno liquidato sul Britannia e che, a iniziare da Prodi, sono allievi della London School of Economics?
Chi se non quelli che – di origine azionista – dipendono dalla finanza Wasp, dalla stessa che speculando sulle borse e sui buoni del Tesoro ha affossato noi PIIGS obbligando la Germania a farsene carico? 
Abbiamo l’abitudine di prendercela con la Merkel e la Bundesbank (che non è la Bce e che all’interno della Bce mena la sua battaglia di contenimento) e non con chi ha costretto loro e noi a questa situazione stagnante d’inclinazione deflazionista appositamente per dividere l’Europa e per rafforzare la City proteggendo il Dollaro.
Accusiamo Letta, Draghi e Monti di essere uomini di Bruxelles; ma questo non vuol dire alcunché perché a Bruxelles ci sono tutti: essi però sono uomini di Londra e di New York.
E Bruxelles, pur mostruosa che sia, non è esattamente l’ombra di Londra e di New York.
Noi furbi
Ce la prendiamo giustamente con le commissioni europee e con la politica di rigore.
Inveiamo nei confronti di chi gestisce perché ci schiaccia.
Eppure siamo noi e noi soli che abbiamo costantemente restituito i fondi comunitari perché incapaci di spenderli.
Noi che non abbiamo una politica agricola o industriale.
Noi che abbiamo la burocrazia passiva più scandalosa del pianeta e il tasso fiscale più elevato al mondo, che non è stato stabilito a Bruxelles, e che le imposte le lasciamo evaporare in spese inutili e improduttive.
Ed è difficile contestare la riflessione del think tank CEPS di Bruxelles espressa per bocca del tedesco Daniel Gros “La Commissione Europea è stata persino morbida nei confronti dell’Italia la quale non ha mai sfruttato gli sforamenti per stimolare l’economia”.
Mai sfruttato, mai! Mica siamo coglioni come i tedeschi che i soldi l’investono anziché scialacquarli
Siamo perfettamente d’accordo che il sistema è malato ma c’è chi in questa malattia è particolarmente insano e quelli siamo noi.
Perché anche nei peggiori sistemi ci si differenzia.
Un esempio per tutti: i tedeschi nella Commissione Trilaterale sono riusciti a unificare la Germania, noi abbiamo prodotto solo liquidatori e lustrascarpe.
Ci sarà un motivo?
Manovrati inconsapevolmente
Che quest’Europa non ci piaccia è palese, e lo è anche che vogliamo un’altra Europa.
A differenza di molti, noi come la vogliamo, anche nelle tappe immediate, lo abbiamo espresso abbondantemente tra noreporter, Polaris e nei miei documenti.
A differenza di altri sappiamo però pure che le dinamiche non si fermano per riflettere, si modificano in corsa.
Essere quindi anti-europei, in qualsiasi salsa o dimensione, a mio giudizio significa essere manovrati dagli inglesi, nonché inversori del processo ideale che dagli eserciti napoleonici alle Waffen SS al dinamico neofascismo degli anni sessanta ha contrassegnato un’identità che è qualcosa di più e di diverso, quando non di opposto, rispetto ad un provincialismo di coccarda.
Ovvio che nessun soldato di Napoleone, nessuna Waffen SS e nessun neofascista serio si rispecchia in quest’Europa. Così come nessun garibaldino, nessun mazziniano e nessun fascista si rispecchia in quest’Italia.
Ma se agli albori dell’unità italiana i nazionalisti e i patrioti avessero opposto al tradimento piemontese dei vagheggiamenti microstatali non avremmo avuto né la Grande Guerra, né la Marcia né la Primavera.
Ecco perché io considero qualsiasi sentimento anti-europeo come nemico della mia identità, della mia tradizione e della mia fedeltà.
Ognuno per sé?
E chi se ne frega, direte voi: io ne ho un’altra.
Ebbene, quand’anche fosse così, voglio dire ai neoprefascisti (perché di questo purtroppo si tratta quando si mette in discussione l’ideale europeo): come e con chi pensate di fare una secessione positiva?
Perché se l’Italia resta nell’Euro, se ne esce, se resta in Europa o se ne esce, sempre con questa classe dirigente lo fa. La quale non ha usurpato un bel niente perché è lo specchio di questo popolo furbetto, malato e assistito da mammà.
Un popolo distrutto da fuori e da dentro dai nemici di Roma (quella Antica), dell’Ellade e della stessa matrice (o forse dovremmo coniare il termine “patrice”) indoeuropea; dai nemici del Vir.
Ovvero da tutti i veterotestamentari, parroci e vescovi compresi.
Quest’Italia priva di palle non può nulla da sola e nulla con nessuno. Essa sa produrre soltanto sciuscià, cuochi, camerieri e “creativi”.
Senza una rivoluzione culturale ed esistenziale non può alcunché: né in Europa né fuori di essa; né con l’Euro, né con la Lira, né con i bitcoin né con la moneta di complemento.
Allora dico ai neoprefascisti. Provate ad abbandonare i due prefissi, soprattutto il secondo, a smetterla di rappresentarvi in facebook e nella commedia umana e ad essere più impietosi con voi stessi, sì da essere realmente e definitivamente esemplari e non solo ad intermittenza.
Le risposte poi ci sono; sono già lì. Mancano solo le mentalità operative.
Quando si diserta la mentalità operativa si cercano immancabilmente scorciatoie nelle parole e generalmente lo si fa assumendo slogan e sbandierando formule che sembrano dure, antagonistiche, rivoluzionarie ma che sovente sono ottuse, involute e fuorvianti. E spesso vanno nella direzione voluta dall’occupante come da tradizione nello spontaneismo soggettivistico e nell’assemblearismo tanto cari a molti, non di certo a me.
Cari camerati, ripartiamo dal nord e da dove siamo nati: “Fascismo, Europa, Rivoluzione”.
Oppure ognuno per sé e il biberon per tutti.
Ma accorgiamoci che persino Enrico Letta, in queste condizioni e di fronte a certe soluzioni alternative, riesce ad apparire un gigante…
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Categorie: Adinolfi, Attualità, Europa

Pubblicato da admin il 23 Dicembre 2013

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