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	<title>Guardia di Ferro Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Guardia di Ferro Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Mircea Eliade e la Guardia di Ferro di Claudio Mutti &#8211; recensione a cura di Riccardo Rosati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 May 2016 13:50:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guardia di Ferro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il volume di Claudio Mutti è uno strumento prezioso per la comprensione del passato guardista di Eliade. Un libro piccolo e importante, che presenta una meticolosa ricerca delle fonti, operazione non certo semplice, poiché nel periodo della dittatura in Romania, molta documentazione è andata distrutta. Una opera che fa chiarezza sul periodo 1936 – 1938, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/mircea-eliade-e-la-guardia-di-ferro-di-claudio-mutti-recensione-a-cura-di-riccardo-rosati/">Mircea Eliade e la Guardia di Ferro di Claudio Mutti &#8211; recensione a cura di Riccardo Rosati</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Il volume di Claudio Mutti è uno strumento prezioso per la comprensione del passato guardista di Eliade. Un libro piccolo e importante, che presenta una meticolosa ricerca delle fonti, operazione non certo semplice, poiché nel periodo della dittatura in Romania, molta documentazione è andata distrutta. Una opera che fa chiarezza sul periodo 1936 – 1938, in cui Eliade militò nel movimento della Legione dell’Arcangelo Michele o Guardia di Ferro, come viene spesso designata nell&#8217;Europa Occidentale. Questa </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">rilettura</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> aggiornata dello scritto che Mutti dedicò nel 1989 al celebre storico delle religioni è la ennesima dimostrazione di quanto lo studioso italiano sia un punto di riferimento per addentrarsi nell&#8217;Eliade “legionario”.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Il testo si apre con una citazione di Franco Cardini, il quale sostiene come la Guardia Ferro sia stato un fenomeno che andrebbe studiato: “[&#8230;] dal punto di vista sociologico ed antropologico-etnologico piuttosto che non da quello ideologico-politico [&#8230;]” (5). Quindi, e Mutti dimostra di saperlo bene, vi è l&#8217;esigenza di analizzare il coinvolgimento diretto di Eliade nelle vicende del suo Paese non nella limitante prospettiva ideologica, ma in quella spirituale, attiva e partecipe. Le mente e l&#8217;animo, come fece lo studioso rumeno per una parte della sua vita, vanno messi al servizio del Popolo e non di se stessi, già questa è una lezione importante che possiamo apprendere in questo libro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Un altro elemento su cui Mutti pone l&#8217;accento riguarda la rilevanza  autobiografica nella narrativa di Eliade: “Esiste però una parte della produzione eliadiana in cui il dato autobiografico non è dichiarato, ma è spesso abilmente dissimulato nel contesto di una trama romanzesca, pur conservando una lucida trasparenza” (7). Egli lo fa con una scrittura assai particolare: apparentemente dal tono “freddo” e incline alla sintesi, ma che si rivela avvincente, spingendo a leggere la pagina seguente e così via, ponendo delle domande alle quali si tenta, e spesso si riesce, di dare delle risposte. È il caso de </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">La foresta proibita</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> (1955)… si tratta forse di un <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/05/Ro2.jpg" target="_blank" rel="attachment wp-att-15936 noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-15936 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/05/Ro2-184x300.jpg" alt="Ro2" width="184" height="300" /></a>romanzo autobiografico? Mutti conclude di no, malgrado sia ambientato nel campo di prigionia di Miercurea Ciuc, dove venne rinchiuso lo stesso filosofo. È davvero suggestivo tutto il percorso che Mutti compie nell&#8217;attraversare questa militanza di una certa gioventù rumena, per mezzo della narrativa eliadiana, con episodi anche eroici, quanto veri. Ricordiamo, ad esempio, come nel campo di internamento, Nae Ionescu (il maestro di Eliade) creò una “università legionaria” o quando i membri della Guardia si alternavano con militare precisione nella preghiera e nel digiuno.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Ci sono degli studiosi che hanno vissuto il carcere o, come in questo caso, un campo di internamento. Agli occhi dei </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">benpensanti del progresso</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> di oggi ciò incute timore e sospetto, come se questo fatto possa sminuire la valenza del ricercatore che incappa nelle maglie di una politica oppressiva, corrotta e ingiusta. Ma è proprio tutto quello che rientra nell&#8217;ambito della militanza e dell&#8217;impegno a dar fastidio a costoro, come pure gli atti di coraggio. Così accade a Fosco Maraini in Giappone, ma della sua prigionia non si parla mai volentieri, ci si limita a dire che si amputò un dito per ottenere i favori dei militari nipponici. Un intellettuale che vive in prigionia genera un mondo dentro di sé, lo deve fare per sopravvivere. Nel caso di Gramsci la galera è stata paradossalmente la sua grande fortuna, però quando questo riguarda un pensatore di Destra, allora tutto diventa teppismo, sovversione, “ille nihil dubitat qui nullam scientiam habet”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Un capitolo del libro è intitolato: “L&#8217;ultima possibilità della Romania”, riprendendo le parole di Emil Cioran. Possiamo oggi mutuare tale frase, per sostenere che il Pensiero Tradizionale è da ritenersi l&#8217;ultima possibilità dell&#8217;Occidente? Aveva perciò ragione Cioran nel credere che la salvezza della moderna società fosse nella: “distruzione della democrazia”? Il testo di Mutti non evita riflessioni di questo tipo, essendo intriso di quel coraggio che è oggi necessario per denunciare l&#8217;</span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">oscuro</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> che domina il mondo, come quando egli parla, senza mezzi termini, del “veto sionista” (28) che impedì la candidatura di Eliade al Premio Nobel. Del resto, Mutti non è estraneo nel prendere di petto i problemi socio-culturali della società contemporanea, utilizzando proficuamente una prospettiva tradizionale. Così fece durante un convegno su René Guénon tenutosi a Roma qualche anno addietro, nel quale riuscì a proporre una lettura del filosofo francese finalmente non cervellotica e “alchemica” – come avviene puntualmente in quasi tutti i cosiddetti  guénoniani – stigmatizzando il ruolo occulto di Basil Zaharoff (1849 – 1936): una figura sciaguratamente poco conosciuta e indagata, ma che ha indirizzato le sorti del mondo come adesso lo conosciamo. Ecco, questo ci sembra ormai l&#8217;unico modo possibile di essere Tradizionalisti, l&#8217;audacia di entrare nell&#8217;agone, anche politico quando serve! Eliade stesso ce lo chiarisce con le sue parole: “Per me, che non credevo al destino politico della nostra generazione (né alla stella di Codreanu), una dichiarazione con cui mi fossi dissociato dal Movimento mi sembrava non solo inaccettabile, ma addirittura assurda” (18). Vi è perciò il tempo per la ricerca e quello per l&#8217;Impegno; l&#8217;una non deve mai prevalere sull&#8217;altro, ma nemmeno devono essi confliggere. Il mondo occidentale in cui viviamo non può abbeverarsi al puro esoterismo, questo è uno stadio complesso e che necessità, prima di arrivarci, di un </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">risveglio</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">, il quale passa inesorabilmente nel rendere comprensibile la Tradizione, nello spiegare come essa non sia una “fuga dal mondo”, bensì un rientrarci in modo possente, non tanto per distruggerlo, nel tentativo di azzerare anacronisticamente le lancette della storia, ma per “rettificarlo” evolianamente. </span></p>
<p align="right"><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Riccardo Rosati</span></i></p>

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		<title>C.Z.Codreanu e dintorni&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2013 13:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Codreanu]]></category>
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		<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario M. Merlino Il 26 di gennaio sarò nei pressi di Frosinone partecipe ad un convegno su Corneliu Zelea Codreanu e la Guardia di Ferro, organizzato da una realtà giovanile del territorio e con la significativa presenza della comunità romena. Alla parete, tra un Don Chisciotte disarcionato da cavallo, opera di un caro amico, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="background-color: #f4f4f4; color: #504945; font-family: Georgia, 'century gothic', Arial, verdana, sans-serif; font-size: 14px; text-align: right;">
<div style="text-align: center;">
<div style="clear: both; text-align: center;"></div>
<div style="text-align: right;">
<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/01/Diariodalcarcere.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img decoding="async" border="0" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/01/Diariodalcarcere.jpg" /></a></div>
<p><span style="text-align: left;"><span style="font-family: Georgia, serif; font-size: 13pt; font-style: italic; font-weight: bold;">di Mario M. Merlino</span></span></div>
</div>
</div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;"><br /></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;"><br /></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;">Il 26 di gennaio sarò nei pressi di Frosinone partecipe ad un convegno su Corneliu Zelea Codreanu e <st1:personname product w:st="on">la Guardia</st1:personname> di Ferro, organizzato da una realtà giovanile del territorio e con la significativa presenza della comunità romena. Alla parete, tra un Don Chisciotte disarcionato da cavallo, opera di un caro amico, e gli scudetti commemorativi del raduno dei reduci dell’Africakorps (Bundestreffen Mainz 1972 e 1978), ho appeso in gesso il volto di Vlad Tepes III, reso famoso dal romanzo di Brian Stokes e da innumerevoli film. Quel Draculea, cioè figlio di Dracul (il diavolo, soprannome del padre), noto come l’Impalatore (Tepes, appunto), nato in Valacchia nel 1431. Eroe contro il tentativo di dominio ottomano, così presente nell’immaginario collettivo del popolo romeno tanto che il grande poeta Mihai Eminescu, nel XIX secolo, poteva scrivere: ‘Dove sei Tepes, ora che abbiamo bisogno di te?’. E varrà la pena ricordare come, sotto la dittatura di Ceaucescu, il libro di Stokes fosse vietato, considerato offensivo verso uno dei miti fondanti l’identità nazionale.</span></i></div>
<p><a name='more'></a><i><o:p></o:p></i></p>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;">Alcuni anni fa un avvocato di Avellino ha voluto regalarmi un quadretto con l’icona dell’Arcangelo Michele, proveniente direttamente dalla terra del Capitano. Jérome e Jean Tharand, due fratelli francesi, raccontano del loro incontro con Codreanu nel libro L’inviato dell’Arcangelo, anno 1939 e mai edito in Italia. Con malanimo e sarcasmo. Lo descrivono circondato alle pareti da riproduzioni di San Michele, una particolarmente grande alle sue spalle, le ali ripiegate sembrano aderire al Capitano, dandogli volutamente qualcosa di sacrale, di magico. Ed ancora: il tratto aquilino, gli occhi azzurri dallo sguardo gelido, la voce lenta e studiato il tono, quasi a ricercare le parole. Eppure, sono costretti ad ammetterlo, possiede un oscuro e sicuro carisma capace di rendere attorno a sé una comunità di ‘credenti e combattenti’, donando loro una visione mistica e guerriera. Per gli erede dell’Illuminismo e della Rivoluzione dell’89 tutto questo rimane incomprensibile e, dunque, meglio ripiegare sull’ironia, indagini sociologiche, risposte economiche.<o:p></o:p></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;">Inoltre possiedo un flauto di canne che risale – quarant’anni e passa! – all’estate del 1969. Con Riccardo eravamo arrivati a Vienna, rigorosamente con l’autostop, io con un bagaglio minimo, Riccardo con uno zaino militare da spezzare le ossa. L’anno precedente eravamo andati insieme a Praga, <st1:personname product w:st="on">la  Praga</st1:personname> della primavera, e avevamo visto i carri armati del Patto di Varsavia offendere gli antichi splendori di piazza San Venceslao, le ragazze dalle minigonne e giovani con i capelli lunghi piangere ed inveire. Nel primo anniversario, ci siamo detti, si torna e, se c’è da far le barricate, non possiamo certo mancare… Al consolato, però, niente visto a giornalisti e studenti. E, siccome tornare in Italia sconfitti e delusi non se ne parla, un treno fino ad Arad e il resto della Romania con il pollice levato. Ultimo mio viaggio a cielo aperto, poi infiniti percorsi sulle ali del sogno ad occhi aperti e a confine sbarre e chiavistelli. <o:p></o:p></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;">Alla guerra civile di Spagna, sul fronte nazionalista, parteciparono una dozzina di giovani romeni della Guardia di Ferro. Due di loro, Ian Motza e Marin, caddero in battaglia. In Spagna una stele ne ricorda il sacrificio, un tempo luogo di annuali commemorazioni, oggi probabilmente deserta e dismessa. I loro corpi furono riportati in patria. L’11 febbraio del 1937 fu l’occasione della più imponente manifestazione realizzata dal movimento legionario. Dietro il feretro Corneliu Zelea Codreanu, il Capitano, con indosso un impermeabile fino alle caviglie, alla moda hitleriana, seguito dai suoi indossanti la camicia verde. A passo lento e cadenzato per le vie di Bucarest, ai lati e alle finestre oltre duecentomila persone, salutando con il braccio levato. Al corteo quattrocento tra vescovi e sacerdoti, alti funzionari dello Stato e ufficiali in uniforme, i rappresentanti delle ambasciate d’Italia e di Germania, studenti con l’abito tradizionale e icone e bandiere. Quella ritualità, religione di massa e immanente nelle forme, di cui i movimenti ‘fascisti’ intesero la suggestione il richiamo il far corpo unico, ma che voleva essere anche il cammino dello spirito della rivoluzione delle idee della trascendenza dell’uomo nuovo e rigenerato.<o:p></o:p></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;">Riccardo ed io siamo fortunati. Dopo una notte in sala d’attesa della stazione, impossibile dormire, poltrone rigide sdrucite sporche puzzo di sudore e cipolla, sul marciapiede contadini e zingari sono stesi a terra o fumano bevendo un liquore giallo e dolce che non possiamo rifiutare sebbene siamo a stomaco vuoto. Dei ragazzi su un furgone targato Bologna ci danno un passaggio, la mattina dopo, fino a Bucarest. Alloggiamo all’università. In giro molti portano la spilla con il faccione sornione di Mao, a cui il regime romeno guarda per tentare di spezzare i vincoli troppo stretti con l’Unione Sovietica. Non è difficile. I romeni si sentono un’isola di latinità circondata dal mare slavo. Il regime, con il popolo ridotto alla fame alla borsa nera a ogni possibile traffico, gioca la carta del nazionalismo. Quale patina di fango s’è raggrumata sull’ideale di Codreanu e&nbsp; sul suo sogno di rigenerazione, attraverso la romanità,&nbsp; della razza dalle contaminazioni slave e giudaiche?<o:p></o:p></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;">Alle elezioni del ’37 <st1:personname product w:st="on">la Guardia</st1:personname> di Ferro supera il 16% ottenendo così una brillante affermazione. Una minaccia. Incarcerato per un articolo contro il governo, Codreanu viene condannato dalla corte marziale a dieci anni di lavori forzati nelle miniere di sale. Equivale a una condanna a morte, essendo egli affetto da tubercolosi. L’esecuzione va, però, affrettata. Nella notte tra il 29 e 30 novembre ’38, insieme a diciasset<br />
te legionari, viene prelevato dalla prigione con il pretesto del trasferimento in altro carcere. Lungo una foresta saranno tutti ammazzati, corrosi i corpi con l’acido. La moglie lo riconoscerà dalla fede che portava al dito.<o:p></o:p></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 13.0pt; font-style: normal; mso-bidi-font-style: italic;">Ricorda Julius Evola di quando aveva incontrato Codreanu durante un suo viaggio in Romania. Una visita inaspettata il giorno stesso che egli aveva interrotto il digiuno di cui era solito sottoporsi quale atto di purificazione. Nonostante che la moglie gli avesse fatto presente come in casa vi erano solo dei fagiolini, egli aveva voluto invitarlo lo stesso a pranzo quale atto d’ospitalità. Beh, di questo tipo umano, di combattente dello spirito, parlerò il 26 prossimo. Di questi uomini che non ci hanno dato l’Europa che sognavano e di cui preserviamo inguaribile nostalgia. Ci hanno, però, donato l’essere testimoni che d’altro e di più alto può essere l’uomo, magari in piedi fra le rovine.<o:p></o:p></span></i></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"></div>

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