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	<title>Wirth Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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		<title>Herman Wirth e la traduzione di “Aufgang…”: note al primo capitolo “La Preistoria delle Razze” &#8211; Michele Ruzzai</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jan 2018 06:45:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un articolo pubblicato il 30/12/2017, sempre su EreticaMente, avevo segnalato l’iniziativa recentemente partita nell’ambito del gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” per la traduzione, ad uso privato, del ponderoso volume “Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: un progetto per il quale rinnovo ancora l’invito a partecipare a tutti coloro che sono interessati a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/herman-wirth-e-la-traduzione-di-aufgang-note-al-primo-capitolo-la-preistoria-delle-razze-michele-ruzzai/">Herman Wirth e la traduzione di “Aufgang…”: note al primo capitolo “La Preistoria delle Razze” &#8211; Michele Ruzzai</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In un articolo pubblicato il 30/12/2017, sempre su EreticaMente, avevo segnalato l’iniziativa recentemente partita nell’ambito del gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” per la traduzione, ad uso privato, del ponderoso volume “Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: un progetto per il quale rinnovo ancora l’invito a partecipare a tutti coloro che sono interessati a questi temi, contattando il gruppo (che è pubblico) o anche, in assenza di un’utenza Facebook, scrivendo alla casella mail: michele.ruzzai@libero.it.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo è stata completata la traduzione del primo capitolo “Zur Urgeschichte der rassen” (La Preistoria delle Razze) ed è quasi terminata quella del secondo “Die Urheimat der nordischen rasse” (La patria primordiale della razza nordica), mentre ricordo che l’introduzione è già stata tradotta e pubblicata nel 2013 da Effepi, con il libretto “Introduzione a l’Aurora dell’umanità”: adesso, con questo nuovo articolo, propongo una sintesi dei punti che nella parte “La Preistoria delle Razze” mi sono sembrati di particolare interesse, sottolineando comunque come la densità dello scritto e la vastità dell’approccio di Herman Wirth siano tali che nulla – assolutamente nulla! – possa sostituire la lettura diretta del suo testo (ed anche della tabella a fine capitolo, qui difficilmente riassumibile). Le analisi del ricercatore tedesco-olandese, che in termini più ampi ho provato a sintetizzare a fine dicembre, in questo primo capitolo partono fondamentalmente dall’interrogativo di quali possano essere le modalità di origine e la profondità temporale dell’attuale razza nordica europea ma anche – mi sia concesso aggiungere – in un’ottica più generale quella della stessa umanità “bianca” in tutte le sue varie, splendide, sfaccettature.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-2-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-25823 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-2-3-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico della razza nordica, Wirth inizia rilevando come, tra i reperti europei, le relative tracce archeologiche non sembrerebbero risalire a tempi anteriori al Mesolitico, in connessione con la cultura di Ertebølle (attestata tra circa 7.000 a 5.500 anni fa in area baltica – nota 1), con quella maglemosiana (nota 2) o, al massimo, con l’Aziliano. Si tratta di evidenze che appaiono coerenti con l’osservazione, di carattere più prettamente antropologico, che interpreta il tipo biondo e con occhi chiari come altamente specializzato e ben poco “primitivo” (note 3 e 4), dove quest’ultimo termine non è sinonimo di arretratezza evolutiva ma piuttosto di “omnipotenzialità morfologica”. In effetti, l’assenza di ritrovamenti ossei di età particolarmente antica ed attribuibili chiaramente alla razza nordica sembrerebbe rafforzare l’ipotesi di un suo sviluppo maturato non prima dei tempi postglaciali (praticamente olocenici), a partire dalle due stirpi principali del Paleolitico europeo, ovvero il Cro-Magnon (più robusto) e l’Aurignac/Combe Capelle (più leggero); o anche dalle varie modalità di incrocio verificatesi tra queste, più o meno come ad esempio aveva ipotizzato Gustaf Kossinna (note 5 e 6).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia Wirth sottolinea anche il fatto, significativo, che la razza nordica presenta pur sempre delle caratteristiche morfologiche costanti e consolidate ormai da 10.000 anni, quindi non ritiene biologicamente possibile che essa sia potuta sorgere solo in tempi postglaciali a causa di un rapido fenomeno di depigmentazione, ad esempio indotto da significativi cambiamenti climatici, intervenuto su di una popolazione precedente. Ricordiamo che quest’ultima potrebbe essere una prospettiva più simile a quella seguita da Carleton Coon, secondo il quale (nota 7) gli attuali nordici europei non deriverebbero direttamente dalle più antiche razze paleolitiche, ma sarebbero fondamentalmente dei mediterranei di età neolitica adattatisi a situazioni ambientali più fredde e di minor irraggiamento solare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea di Herman Wirth sull’origine della razza nordica è invece molto diversa. Pur, come detto sopra, ammettendone un’attestazione fossile di età solamente postglaciale, egli ipotizza che essa, nella sua forma attuale, rappresenti la mutazione (“idiovariazione”) di un gruppo più antico, maturata però in un arco temporale decisamente più lungo, dell’ordine delle decine di migliaia di anni, ritenendo che solo pochissimi millenni non sarebbero stati sufficienti per arrivare alla conformazione odierna (e va da sé che tale gruppo originario, pur non corrispondendo certo ai mediterranei neolitici di Coon, dovrebbe comunque aver presentato delle caratteristiche fenotipiche non del tutto coincidenti con i nordici attuali). Viene infatti ricordato il caso di quei popoli che vivono in condizioni glaciali da alcune migliaia di anni ma che continuano tuttora a conservare tratti morfologici alquanto distanti da quelli della razza nordica: un esempio in tal senso è costituito dagli Esquimesi, che fino a tempi recentissimi presentavano elementi culturali molto vicini alla cultura magdaleniana europea (circa 10-17.000 anni fa), e che in gran parte hanno tuttora gli stessi capelli scuri probabilmente derivanti dai loro antenati paleolitici.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ evidente che cercare i processi formativi dell’attuale razza nordica nelle decine di migliaia di anni a monte dei tempi olocenici, significa ovviamente addentrarsi in profondità nel periodo glaciale wurmiano, di conseguenza riconoscendo in quelle estreme condizioni climatiche un fattore determinante per la sua formazione (nota 8). A Wirth appare quindi chiara la necessità di guardare ai tempi paleolitici e alle due principali forme umane del nostro continente – le anzidette Aurignac/Combe Capelle e Cro-Magnon – almeno per partire con alcune prime considerazioni di carattere generale. Per quanto riguarda la prima, al di là della datazione del vero e proprio reperto di Combe Capelle (che in sé stesso potrebbe essere più recente di quanto a suo tempo stimato), lo si può comunque prendere a riferimento di una linea umana – più snella e minuta – che, come ricordato da vari autori (note 9,10,11), probabilmente è più antica di quella robusta del Cro-Magnon. Nella storia razziale europea, Wirth considera l’ingresso in campo dell’uomo di Aurignac come un evento di importanza davvero cruciale: stirpe probabilmente giunta da est (nota 12), con tracce che sembrano spingersi fino in Siberia, non trovò tuttavia il nostro continente disabitato, bensì occupato dai Neanderthal. Questi vennero progressivamente sospinti in sacche geografiche sempre più ristrette, ma è probabile che con essi ebbero luogo anche non trascurabili fenomeni meticciatori (nota 13). La razza Aurignac, inoltre, viene avvicinata anche al tipo Brünn (o Brno, in lingua ceca), secondo una linea di pensiero che pare largamente condivisa in ambito paleoantropologico (note 14, 15 e 16).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-3-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-25824 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-3-2-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Wirth quindi si chiede se sia possibile collegare la genesi della razza nordica – il cui arrivo nel nostro continente appare tanto improvviso e poco chiaro – al tipo Aurignac che pure, come Evola ci segnala (nota 17), da qualche antropologo (ad esempio Reche) viene ipotizzato essere il nucleo dal quale, piuttosto, potrebbe essersi sviluppata la razza mediterranea-occidentale; altri ricercatori (ad esempio Kloatsch) invece propendono proprio per una sua filiazione nei confronti della razza nordica, idea che pare condivisa anche da Gunther (nota 18). Ma questa è però un’ipotesi che a Herman Wirth appare poco fondata, pur ritenendo il disegno del volto aurignacoide alquanto vicino al tipo nordico, ma tuttavia non scorgendo somiglianze evidenti nella conformazione della mandibola e dell’occipite. Lo studioso tedesco-olandese quindi propende per un’idea praticamente opposta: la razza Aurignac non come ancestrale, ma come il prodotto per meticciamento di una stirpe originaria nordico-artica – o “prenordica” – evidentemente ancora più antica (sulla quale torneremo nel corso dell’articolo ed in conclusione) con altri ceppi ad essa coevi e di diversa provenienza (e qui si ripropone il tema dell’impostazione tendenzialmente “poligenista” di Wirth, sulla quale mi permetto di rimandare al mio articolo del 30/12/2017).</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso non molto diverso viene fatto anche per l’altra razza fondamentale del Paleolitico Superiore europeo, il Cro-Magnon, che pare accompagnarsi ancor più strettamente alle prime culture aurignaziane (culture, dunque, da non leggere unicamente in collegamento organico con l’omonima razza di Aurignac/Combe Capelle); per il Cro-Magnon sarebbe ravvisabile, in misura forse ancora maggiore, una genesi meticciatoria alquanto marcata – idea che oggi appare piuttosto condivisa (note 19, 20, 21, 22) – tra stirpi paleolitiche europee (ad esempio gli stessi Combe Capelle e addirittura, in una certa parte, pure i Neanderthal) ma anche altri ceppi di origine asiatica ed africana, con i tipi più prettamente boreali e “prenordici” postulati da Wirth. Una complessa dinamica ibridatoria che con il tempo si sarebbe stabilizzata, divenendo ereditaria ed assumendo un vero e proprio carattere razziale. Il Nostro, dunque, non ritiene possibile che l’attuale razza nordica sia nata in tempi postglaciali nemmeno a partire dal tipo Cro-Magnon, ipotesi che ad esempio Evola ci riporta formulata da Wilser (nota 23). Questo, tuttavia, non impedì al Cro-Magnon di divenire, in termini antropologici, il perno centrale delle aree artiche, atlantiche ed euro-occidentali, anche se Wirth non esclude la presenza in Europa di ulteriori forme umane alquanto diverse, attestate ad esempio dal reperto di Grimaldi (rinvenuto in Liguria, presso la località dei Balzi Rossi): interpretato come l’esponente di una razza di colore precedentemente stanziata nel nostro continente – forse l’antenata della razza nera – bisogna però dire che con il tempo tale ipotesi è stata destituita di ogni fondamento, riclassificando l’Uomo dei Balzi Rossi come semplice variante di un Cro-Magnon vissuto tra 25.000 e 18.000 anni fa (nota 24).</p>
<p style="text-align: justify;">La dislocazione della stirpe cromagnoide appare molto estesa soprattutto in longitudine, dal momento che forme ad essa riconducibili sembrano essersi stanziate anche in aree tropicali, come ad esempio nell’arcipelago delle Canarie (il noto caso dei Guanci, che pare fossero contraddistinti da una statura particolarmente alta, scarsa pigmentazione, capelli biondi o rossi ed occhi azzurri – nota 25) ma con propaggini spintesi anche molto più a sud: in quella mescolanza, razziale e culturale assieme, che Wirth ricorda particolarmente attiva soprattutto in area “sud atlantica”. Qui Evola segnala le indubbie influenze esercitate dal mondo oceanico sull’Africa occidentale e che furono ben esplorate dall’etnologo Leo Frobenius (note 26 e 27), il quale rilevò addirittura la presenza e la notevole importanza rivestita, in certi contesti africani, di un simbolo dai chiari rimandi solari e polari come lo Swastika (nota 28). Ma, per aree ancor più meridionali, qualche antropologo giunse ad ipotizzare un popolamento cromagnoide fino nell’Africa australe, prima ancora dell’arrivo in sito di Boscimani ed Ottentotti (nota 29), o il collegamento morfologico a reperti locali come quelli di Boskop (nota 30), però negando decisamente nel Cro-Magnon alcun negroidismo: quindi suggerendo, piuttosto, un’influenza esercitata da quest’ultimo “verso” le popolazioni australi discendenti da Boskop. Il tutto, infine, per arrivare a sviluppare alcune correnti migratorie che Wirth ipotizza superarono l’Africa meridionale per giungere fino in Oceania.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ritorniamo al ramo più settentrionale dei Cro-Magnon. Il nostro autore ritiene che esso presenti forti legami addirittura con alcune popolazioni esquimesi: una connessione particolarmente evidente attraverso una forma – il Chancelade – che diversi ricercatori considerano una variante cromagnoide più gracile (note 31, 32, 33). Per Wirth tali somiglianze sono ravvisabili soprattutto tra gli Esquimesi della Groenlandia e del Labrador, e non solo in termini razziali ma anche culturali, in particolare nei confronti della cultura magdaleniana. Una somiglianza quindi derivante fin dal Paleolitico Superiore, se in questa chiave interpretiamo ad esempio la tipica imbarcazione esquimese, il “kayak”, che pare raffigurata addirittura nelle più antiche pitture rupestri: Breuil, infatti, individuò segni che giudicò rappresentazioni di questo natante addirittura nelle pitture della grotta di Altamira. Wirth accenna anche ad antichi rapporti esistenti tra gli Esquimesi e la popolazione originaria di Irlanda e Scozia, i Pitti e i mitici Fir Bolg, ma ne parla più estesamente nel secondo capitolo di “Aufgang…”. Queste relazioni con i Cro-Magnon europei non sono necessariamente spiegabili tramite contatti avvenuti attraverso il lunghissimo percorso nordeurasiatico ma, all’opposto, attraverso un tragitto molto più breve, quello nordatlantico: un settore che in tempi paleolitici potrebbe essere stato ripetutamente attraversato grazie alla presenza di vaste aree emerse tra Groenlandia, Islanda ed Europa nordoccidentale (note 34, 35, 36, 37) se non addirittura (Forrest) di un vero e proprio ponte continentale (nota 38). O anche, senza necessariamente postulare una geografia nordatlantica così diversa da quella odierna, tali contatti potrebbero essersi stabiliti (Greenman) con l’attraversamento della banchisa (nota 39) o la semplice navigazione di piccolo cabotaggio favorita dall’utilizzo, come temporanei punti di sosta, dei numerosi iceberg presenti in zona (nota 40).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-4-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-25825 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-4-1-300x92.jpg" alt="" width="300" height="92" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, gruppi esquimesi dolicocefali (cranio allungato) in mezzo alla popolazione di estrazione più mongoloide, di derivazione asiatica, non sono sporadicamente presenti solo nei settori prossimi all’Oceano Atlantico, ma anche più ad occidente, ad esempio nell’isola di Victoria (arcipelago artico canadese) e sicuramente senza che questi elementi possano essere ricondotti al recente popolamento islandese della Groenlandia, bensì alla ben più antica razza nordico-artica. Per Wirth, quindi, ciò rimanda a tempi antichi di centomila anni e, nella tabella a fine capitolo, sembra infatti che arrivi a riferirsi all’interglaciale Riss-Wurm. Tali caratteristiche superano anche il contesto eschimese per evidenziarsi pure in altri popoli boreali eurasiatici, come i Ciukci dell’estremo nord-est siberiano (che Marcozzi ci ricorda essere, più che mongolici in senso stretto, dei “pre-mongolici” a caratteri più attenuati – nota 41) fino ad arrivare alla famiglia linguistica uralica con i Voguli (o Mansi) e gli Ostiachi, molto più ad ovest. In definitiva si può dire (nota 42) che le popolazioni del nord asiatico presentano caratteristiche fenotipiche (tra le quali il colore degli occhi e della cute, questa addirittura spesso con riflessi rossicci) riscontrabili quasi solo presso i più occidentali europidi settentrionali. E, secondo Wirth, questi elementi di continuità andrebbero appunto ricondotti alla remota presenza di un tipo nordico “primario” nell’attuale Artide, dal quale sarebbero giunte alcune caratteristiche fisiche, tra le quali la dolicocefalia, introdottesi in popolazioni che invece oggi presentano di base un cranio brachicefalo: il tutto attraverso una dinamica meticciatoria più o meno simile a quella che nel Paleolitico aveva interessato i gruppi europoidi più antichi, Aurignac/Combe Capelle e Cro-Magnon, quindi presupponendo l’esistenza di altre razze coeve, come già avevo accennato nel precedente articolo del 30/12/2017.</p>
<p style="text-align: justify;">L’antica razza nordico-artica starebbe anche all’origine di un’altra caratteristica biologica importante, questa volta a livello di gruppi sanguigni: Wirth ritiene che ad essa sarebbe interamente attribuibile l’origine del gruppo “0”. E’ interessante rilevare come, su scala mondiale, questo gruppo si trovi massimamente rappresentato (fino all’80-90% – nota 43) tra quelli che il ricercatore tedesco-olandese considera i più diretti discendenti degli antichi Prenordici, ovvero i Nativi nordamericani e, come ricorda Evola (nota 44), in percentuali anche maggiori rispetto a quelle rilevate in Islanda e Svezia. Con il tempo, dall’antico gruppo “0” sarebbe sorto per “idiovariazione” (variazione senza mescolanza) il gruppo “A”, che Wirth accosta ad una razza non più coincidente con la prenordica originaria ma che definisce “nordico-atlantica”: un gruppo che appare particolarmente diffuso in Europa. Comunque una certa vicinanza tra le due stirpi sarebbe stata mantenuta nel corso del tempo, dal momento che, oltre al livello ematologico, Wirth con una serie di immagini sottolinea la notevole somiglianza ravvisabile tra alcuni Nativi nordamericani e diversi tipi europei (elemento segnalato anche da altri ricercatori – note 45 e 46). E’ anche interessante rilevare che nel nostro continente, il gruppo “A” progressivamente diminuisce, ed in proporzione aumenta il “B”, man mano che si procede da nord-ovest verso sud-est (nota 47): questa dinamica appare in accordo con l’idea che il gruppo “B” sia di provenienza soprattutto asiatica ed originato dallo “0” primordiale non per semplice mutazione interna, come il gruppo “A”, ma per mistovariazione. Ed in effetti una particolare forma di mistovariazione sta per Wirth anche all’origine della razza mongolide, prodotta dall’unione tra la razza prenordica con alcuni ceppi asiatici di colore: tale è anche l’idea di Evola (nota 48) secondo il quale tali popolazioni residuali potrebbero essere collegate ad una remotissima razza antartico-lemurica che era già decaduta al periodo delle prime migrazioni iperboree (nota 49). Ma l’ingresso di gruppi nordico-artici anche nelle aree asiatiche più orientali, secondo Wirth potrebbe essere testimoniato dalla locale presenza, relativamente elevata, del gruppo sanguigno “0”: aggiungo che sarebbe interessante verificare questo dato tra gli Ainu, autoctoni giapponesi pre-mongolici, ed anche che tali migrazioni in aree estremo-orientali potrebbero forse riferirsi ai movimenti della “Gente di Tanara”, sulla quale mi permetto ancora di rimandare al mio precedente articolo del 30/12/2017.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-5.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25827 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-5-300x214.png" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Partendo da questi elementi, è chiaro come il Nostro consideri il popolamento americano da parte di gruppi asiatico-mongolidi un fatto dalle conseguenze quantitative piuttosto esigue nella compagine dei Nativi (altri autori hanno infatti rilevato la quasi totale assenza del gruppo sanguigno “B” nel continente americano – nota 50); una componente, tra l’altro, penetrata attraverso il ponte delle Aleutine e lo stretto di Bering in tempi non molto remoti. Ne consegue che i processi di ingresso del Nuovo Mondo appaiono quindi ben più complessi ed articolati del semplice modello di origine unicamente asiatica (nota 51); e l’intuizione di Herman Wirth sembra confermata anche dalle più recenti analisi genetiche, nelle quali Cavalli Sforza (nota 52) individua all’interno della “prima componente principale” americana – sviluppata secondo un chiaro gradiente nord-sud – una situazione di “fondo scala” presente in Groenlandia (come a rappresentare un’area di origine demica) che si mostra significativamente analoga a quella rilevata in Alaska e nel Canada settentrionale. Un’impressione rafforzata anche dalla terza e dalla quarta componente principale che suggerirebbero un notevole contributo genetico di provenienza caucasoide giunto nel Nordamerica da nord-est.</p>
<p style="text-align: justify;">A mio parere, comunque, un punto fondamentale sul quale bisognerebbe cercare di fare il massimo di chiarezza possibile è la datazione di questi contributi genetici nordorientali. Perché una cosa è dire – come peraltro anche la ricerca accademica sembra considerare, almeno a livello di ipotesi di lavoro – che tali ingressi sarebbero riconducibili a saltuari influssi trans-atlantici del Solutreano europeo di 18-20.000 anni fa nei confronti della più tarda cultura Clovis americana (note 53 e 54): influssi forse portati da genti dal fenotipo specificatamente cromagnoide (nota 55). Ma una cosa piuttosto diversa è invece collocarci, come in effetti fa Wirth, in un quadro antropologicamente più profondo, dove tali evidenze starebbero a rappresentare il vero e proprio substrato primario del popolamento americano, temporalmente più antico e riferite ai movimenti della citata razza prenordica: che dovette spostarsi da latitudini ben superiori a quelle europee e per cause probabilmente più stringenti di altre, successive. Da zone collocate a nord del Circolo Polare Artico e probabilmente a causa degli esordi della glaciazione wurmiana, secondo Wirth sarebbero dunque partite le primissime migrazioni boreali che, similmente allo schema che Julius Evola propone in “Rivolta contro il mondo moderno” (nota 56), avrebbero inizialmente spinto le razze artiche verso i settori nordamericani, nordatlantici e nordeurasiatici. In questo quadro, come causa scatenante del peggioramento delle condizioni climatiche, viene postulato uno slittamento polare: tema controverso – Tilak, ad esempio, non ritiene sufficientemente solidi gli elementi in questa direzione (nota 57) – ma che da alcuni viene invece accettato (nota 58) anche nel contesto, relativamente recente, della glaciazione wurmiana (nota 59). Più discutibile può essere l’accostamento di tali eventi alla teoria Köppen-Wegener della “deriva dei continenti” (nota 60), proprio per la scala temporale enormemente diversa – almeno decine di milioni di anni – implicata da quest’ultima.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso è un tema, questo dello spostamento polare, non certo secondario nel quadro interpretativo wirthiano perché causa dell’improvviso congelamento delle aree artiche che nel “Terziario” (altro termine che andrebbe meglio definito) avrebbero goduto di un clima temperato poi improvvisamente distrutto, con la conseguente migrazione delle stirpi prenordiche. Ma è proprio questo dato climatico che dovrebbe suggerire un fenotipo delle genti che abitarono le antiche sedi iperboree non del tutto coincidente con quello dell’attuale razza nordica – forgiata dai rigori del clima glaciale – razza dalla quale Wirth parte per seguire a ritroso la linea della sua filogenesi. E tra il punto iniziale e quello finale di tale linea, non dimentichiamoci che anche Wirth ipotizza almeno un livello di discontinuità, nel momento in cui parla di “idiovariazioni” intervenute sulla stirpe originaria. Discontinuità che personalmente non escluderei possano anche essere state più di una: ad esempio ricordiamo i “protonordici” ipotizzati da Montandon (nota 61) che avrebbero rappresentato un gruppo<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-6.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25828 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-6-300x214.png" alt="" width="300" height="214" /></a> più vasto dal quale si sarebbero differenziati sia gli odierni nordici europei che gli Ainu giapponesi. O anche un altro insieme antropologico, forse coincidente con i “protonordici” di Montandon o forse – più probabilmente – di ampiezza ancora maggiore, al quale Wiklund diede il nome di “razza paleoartica” (nota 62), ipotizzandola come contesto nel quale si enuclearono sia i caratteri paleoeuropei ma anche quelli paleoasiatici, e del quale i Lapponi oggi potrebbero essere considerati tra gli eredi più diretti. Credo in definitiva che non sia semplice stabilire, nella pluralità di definizioni spesso soggettivamente adottate dai singoli ricercatori, quali rapporti possono essere intercorsi tra i “protonordici” di Montandon, i “paleoartici” di Wiklund ed infine i “prenordici” di Wirth. Se non rilevare come questi devono aver identificato gruppi nei quali vennero lentamente a sedimentarsi determinate caratteristiche nel corso di decine di migliaia di anni (e non la secca depigmentazione di un gruppo neolitico mediterraneo verificatasi in tempi molto più ridotti, come ipotizzato da Carleton Coon) con il risultato di un certo grado di affinità ma, al tempo stesso, anche di differenza tra le attuali caratteristiche “classiche” di tipo nordico-europeo e, ad esempio, quelle dei Nativi nordamericani, considerati oggi gli eredi più diretti dei gruppi boreali primordiali ed illustrati sia da Wirth che da Evola (nota 63).</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto, comunque, per condividere in ultima analisi una sorta di “koinè boreale” – una comunanza di Origine, di Spazi, di Miti – che certamente annovera Herman Wirth tra i suoi esploratori più fecondi (motivo per il quale invito ancora tutti a partecipare a questo progetto di traduzione), ma le cui suggestioni sono animate da una forza tale da riuscire talvolta, ed inaspettatamente, a coinvolgere anche autori dal retroterra culturale molto diverso: “<em>Mentre l’Occidente viveva ripiegato su se stesso, sembra che tutte le popolazioni settentrionali, dalla Scandinavia fino al Labrador, passando per la Siberia e il Canada, mantenessero fra loro i più stretti contatti. Se i Celti hanno attinto alcuni dei loro miti da questa civiltà subartica, di cui non conosciamo quasi nulla, si capisce come mai il ciclo del Graal dimostri, con i miti degli Indiani delle foreste dell’America del Nord, una parentela più stretta che con qualunque altro sistema mitologico. E non è probabilmente neppure un caso che i Lapponi costruiscano ancora tende coniche identiche a quelle di questi ultimi.</em>” (Claude Levi-Strauss – nota 64).</p>
<p style="text-align: justify;">Note</p>
<p style="text-align: justify;">• Nota 1) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 47<br />
• Nota 2) Romano Olivieri – Le razze europee – Alkaest – 1980 – pag. 23<br />
• Nota 3) Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1959 – pag. 386<br />
• Nota 4) Franz Boas – L’uomo primitivo – Laterza – 1995 – pag. 89<br />
• Nota 5) Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indoeuropee. Le radici di un comune sentire (parte 1) – in: I Quaderni del Veliero, n. 2/3 – 1998 – pag. 257<br />
• Nota 6) Adolfo Morganti – Il razzismo. Storia di una malattia della cultura europea – Il Cerchio – 2003 – pag. 48<br />
• Nota 7) Romano Olivieri – Le razze europee – Alkaest – 1980 – pag. 113<br />
• Nota 8) L.F. Clauss / W. Stapel / O. Spann / J. Evola – Orizzonti del razzismo europeo – Editrice il Corallo – 1981 – pag. 43<br />
• Nota 9) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pagg. 22, 73 e 124<br />
• Nota 10) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 152-153<br />
• Nota 11) Bjorn Kurten – Non dalle scimmie – Einaudi – 1972 – Pag. 122<br />
• Nota 12) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 181<br />
• Nota 13) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 151<br />
• Nota 14) Michel Barbaza – Dal Paleolitico medio all’Epipaleolitico nel Vecchio Mondo – pag. 64, in “AA.VV. (a cura Jean Guilaine) – La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995”<br />
• Nota 15) Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 62<br />
• Nota 16) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 165<br />
• Nota 17) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 152<br />
• Nota 18) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 145<br />
• Nota 19) Eurialo De Michelis – L’origine degli indo-europei – Fratelli Bocca Editori – 1903 – pagg. 295-307<br />
• Nota 20) Frank C. Hibben – L’Uomo preistorico in Europa – Feltrinelli – 1972 – pag. 37<br />
• Nota 21) Claudio Pogliano – L’ossessione della razza. Antropologia e genetica nel XX secolo – Edizioni della Normale – 2005 – pag. 233<br />
• Nota 22) Francisco Villar – Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia – Il Mulino – 1997 – pag. 195<br />
• Nota 23) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pagg. 152-153<br />
• Nota 24) Renato Del Ponte – Miti e simboli della Liguria “esoterica” in Evola – in: Arthos, n. 16 – 2008 – pag. 24<br />
• Nota 25) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pag. 101<br />
• Nota 26) Julius Evola – Ricerche moderne sulla tradizione nordico-atlantica – in “I testi di Ordine Nuovo” – Edizioni di Ar – 2001 – pag. 64<br />
• Nota 27) Leo Frobenius – I miti di Atlantide – Xenia Edizioni – 1993 – pag. 25<br />
• Nota 28) Leo Frobenius – Storia delle civiltà africane – Bollati Boringhieri – 1991 – pag. 144<br />
• Nota 29) Mario F. Canella – Razze umane estinte e viventi – Sansoni – 1940 – pag. 59<br />
• Nota 30) Vincenzo Giuffrida-Ruggeri – Su l’origine dell’uomo: nuove teorie e documenti – Zanichelli – 1921 – pag. 190<br />
• Nota 31) Michel Barbaza – Dal Paleolitico medio all’Epipaleolitico nel Vecchio Mondo – pag. 64, in “AA.VV. (a cura Jean Guilaine) – La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995”<br />
• Nota 32) Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 78<br />
• Nota 33) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 166<br />
• Nota 34) Edith Ebers – La grande era glaciale – Sansoni – 1957 – pag. 168<br />
• Nota 35) Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indo-europee. Le radici di un comune sentire (parte 2) – in: Quaderni di Kultur, n. 4 – 1998 – pag. 88<br />
• Nota 36) Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965 – pagg. 210 e 283<br />
• Nota 37) Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985 – pag. 78<br />
• Nota 38) Bruno Martinis – Continenti scomparsi – Edizioni Mediterranee – 1994 – pag. 31<br />
• Nota 39) Jean-Francois Le Mouel – Preistoria del Nordamerica – pag. 117, in “AA.VV. (a cura Jean Guilaine) – La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995”<br />
• Nota 40) Aldo Conti – L’enigma dei primi americani – in: Le Scienze – Ottobre 2003 – pag. 27<br />
• Nota 41) Vittorio Marcozzi – L’Uomo nello spazio e nel tempo – Casa Editrice Ambrosiana – 1953 – pagg. 130 e 150<br />
• Nota 42) Hugo A. Bernatzik – Popoli e Razze – vol. 2 – Editrice Le Maschere – 1965 – pag. 70<br />
• Nota 43) Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957 – pag. 96<br />
• Nota 44) Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984 – pag. 7<br />
• Nota 45) Vinigi L. Grottanelli – Ethnologica. L’Uomo e la civiltà – Edizioni Labor – 1966 – pag. 114<br />
• Nota 46) Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957 – pag. 100<br />
• Nota 47) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pag. 67<br />
• Nota 48) Julius Evola – Ricerche moderne sulla tradizione nordico-atlantica – in “I testi di Ordine Nuovo” – Edizioni di Ar – 2001 – pag. 65<br />
• Nota 49) Julius Evola – Sintesi di dottrina della razza – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 67<br />
• Nota 50) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pag. 74<br />
• Nota 51) Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003 – pag. 220<br />
• Nota 52) Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pagg. 635, 640 e 641<br />
• Nota 53) Aldo Conti – L’enigma dei primi americani – in: Le Scienze – Ottobre 2003 – pag. 27<br />
• Nota 54) Luca Sciortino – Un giapponese in America – in: Le Scienze – Giugno 2006<br />
• Nota 55) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 177<br />
• Nota 56) Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 242<br />
• Nota 57) Bal Gangadhar Tilak – Le regioni artiche e la “notte degli dei” – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984 – pag. 15<br />
• Nota 58) Charles H. Hapgood – Le mappe delle civiltà perdute. Le prove dell’esistenza di una civiltà avanzata nell’Era Glaciale – Mondo Ignoto – 2004 – pag. 226<br />
• Nota 59) Rand e Rose Flem-Ath – La fine di Atlantide – Piemme – 1997 – pagg. 66 e 109<br />
• Nota 60) Renato Biasutti – Alcune considerazioni sul primo popolamento del continente americano – in: Scritti Minori – Società di Studi Geografici – 1980 – pag. 143<br />
• Nota 61) Mario F. Canella – Razze umane estinte e viventi – Sansoni – 1940 – pag. 164<br />
• Nota 62) Roberto Bosi – I Lapponi – Il Saggiatore – 1969 – pagg. 32 e 174<br />
• Nota 63) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pagg. 152 e 153<br />
• Nota 64) Claude Levi-Strauss – Tristi tropici – Il Saggiatore – 2011 – pag. 213</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Michele Ruzzai<br />
Gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione”<br />
Email: michele.ruzzai@libero.it</p>

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		<title>“Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: traduzione in corso… &#8211; Michele Ruzzai</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Dec 2017 07:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizione Primordiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per comporre il grande affresco delle vicende preistoriche descritte soprattutto nella seconda parte di “Rivolta contro il mondo moderno”, Julius Evola scriveva che aveva dovuto “unire, in una sintesi articolata, gli apporti del Guénon, del Wirth e del Bachofen” (nota 1). Sappiamo che di René Guénon e di Johann Jakob Bachofen sono già state tradotte [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/der-aufgang-der-menschheit-di-herman-wirth-traduzione-in-corso-michele-ruzzai/">“Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: traduzione in corso… &#8211; Michele Ruzzai</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per comporre il grande affresco delle vicende preistoriche descritte soprattutto nella seconda parte di “Rivolta contro il mondo moderno”, Julius Evola scriveva che aveva dovuto “unire, in una sintesi articolata, gli apporti del Guénon, del Wirth e del Bachofen” (nota 1). Sappiamo che di René Guénon e di Johann Jakob Bachofen sono già state tradotte in italiano le opere principali, non così invece è avvenuto per Herman Wirth, la cui presenza nella nostra lingua è limitata ad opere di minor peso (nota 2), o, per quello che è senz’altro il suo lavoro principale – “Der Aufgang del Menschheit” (L’aurora dell’umanità) – solo a piccoli stralci parziali (nota 3).  E’ per questo motivo che ritengo utile segnalare l’iniziativa recentemente partita nell’ambito del gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” per la traduzione, ad uso privato, del ponderoso volume di Herman Wirth: un progetto che invito tutti coloro che sono interessati a sostenete, contattando il gruppo (che è pubblico) o anche, in assenza di un’utenza Facebook, scrivendo alla casella mail: michele.ruzzai@libero.it.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25346 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-2-1-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi era Herman Wirth e, soprattutto, come va considerata la sua opera?<br />
Herman Felix Wirth Roeper Bosch nacque in Olanda, a Utrecht, il 6 maggio 1885 e compì studi di filologia germanica, storia e musicologia presso le università di Utrecht e di Leipzig (nota 4). Ben presto naturalizzato tedesco, nel 1935 fu cofondatore della Ahnenerbe – “Società di ricerca dell’eredità ancestrale” – (nota 5), uscendone però già nel 1938 per dissidi con i vertici nazionalsocialisti e quindi passando in secondo piano nel dibattito culturale del tempo. Tuttavia visse anche nel dopoguerra una condizione abbastanza marginale (nel 1945 gli americani sequestrarono la sua biblioteca e la sua immensa documentazione); pubblicò alcune opere negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e comunque riuscì ad organizzare una vastissima esposizione di reperti, nel biennio 1974-1976 a Fromhausen dei Detmold nell’ambito del “Museo preistorico europeo”, prima di morire il 16 febbraio 1981 a Kusel/Pfalz in Germania (nota 6). Ma la sua opera principale fu, appunto, “Der Aufgang der Menschheit” del 1928, nella quale Wirth disegna un vastissimo panorama della preistoria mondiale andando a cercare soprattutto nel profondo Nord (o, meglio, tra Artico e Nord Atlantico: è un dettaglio importante sul quale faremo qualche riflessione) la chiave di molta parte degli eventi che modellarono il quadro etnico del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ comunque di tutta evidenza come lo sguardo boreale di Wirth riecheggi i miti classici delle leggendarie terre di Thule ed Iperborea. Ed è anche chiara una certa vicinanza con la visuale di Renè Guénon il quale, come noto, basò l’intera sua opera sul concetto di “Tradizione Primordiale”: quella traccia, al tempo stesso, conoscitiva ed ontologica di superiori stati dell’Essere, che sul nostro piano cosmico fu indissolubilmente legata alla stessa genesi umana, verificatasi in una posizione letteralmente polare in termini non solo spirituali ma anche geografici (nota 7). Per il francese, tale evento corrispose all’inizio del ciclo di questa umanità – il Manvantara, secondo la Tradizione indù – che pone circa 64.000 anni fa e dal quale parte con una serie di considerazioni seguendo uno schema non evolutivo-ascendente (fondamentalmente darwiniano) ma involutivo-discendente (i 4 Yuga indù, o le 5 Età di Esiodo): linee che poi altri due francesi, Gaston Georgel (nota 8) e Jean Phaure (nota 9) si incaricheranno di elaborare ulteriormente, provando a ricostruire con maggior dettaglio le vicende storico-tradizionali umane dai primordi ai tempi odierni. In “Ricognizioni” (nota 10), Evola arriva addirittura ad attribuire a Herman Wirth la stessa impostazione di Guenon, evidenziando il tema comune di una Tradizione iperborea posta all’inizio del presente ciclo, ma, ciò facendo, minimizzando le perplessità del metafisico francese che invece aveva rimarcato (nota 11) come il mondo atlantico, pur nella sua sezione più settentrionale (oggetto, appunto, delle specifiche analisi wirthiane) andasse nettamente distinto da una ancor precedente fase: questa sì schiettamente iperborea, artica e polare. Un distinguo opportunamente ricordato anche da Nuccio D’Anna che, sottolineando la denominazione di “nordico-atlantici” privilegiata da Wirth per le popolazioni boreali (assieme, come vedremo, a quella di “Prenordici”),“impediva visibilmente di distinguere le due fasi successive e non omologabili di questa antichissima e primordiale civiltà” (nota 12). Ecco dunque un primo punto che è importante tenere presente.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-6.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25350 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-6.jpg" alt="" width="183" height="275" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Se allarghiamo le nostre analisi agli aspetti di carattere geologico ed astronomico, pare emergere un’altra possibile area di frizione tra Guénon e Wirth. Negli scarni brani di “Aufgang…” tradotti in italiano, ed in particolare nella parte iniziale del secondo capitolo “Die urheimat der nordischen rasse” (nota 13) sembra di capire che l&#8217;autore tedesco-olandese ipotizzi la sede originaria della razza nordica in settori che solo ora si trovano ad elevata latitudine ma che al tempo non lo erano affatto: da cui, appunto, la possibilità che in periodi antichi queste zone potessero aver rappresentato un habitat ideale per lo stanziamento umano. L&#8217;attuale posizione geografica di queste terre sarebbe poi stata modificata da uno spostamento polare, fenomeno che almeno negli effetti finali appare simile, anche se di genesi non identica, a quello della scorrimento della crosta terrestre ipotizzato da Charles Hapgood (nota 14): cioè in pratica una &#8220;dislocazione&#8221; di aree geografiche a latitudini diverse rispetto a quelle occupate precedentemente. Questa, però, costituirebbe una prospettiva alquanto diversa rispetto a quella riportata da Julius Evola (nota 15), René Guenon (nota 16) ed altri autori (note 17, 18, 19, 20), i quali, per i tempi primordiali, menzionano la simultanea presenza di due elementi antropo-cosmici ben precisi: la perpendicolarità dell&#8217;asse terrestre rispetto all&#8217;eclittica (da cui l’assenza di ritmicità stagionale (nota 21) ed il mito ovidiano dell’ “eterna primavera” (nota 22)) e l&#8217;assialità, spirituale ma anche geografica (questa, come immagine cosmologica di quella) dell&#8217;Uomo primordiale. Se però altri autori (nota 23) ricordano invece come anche Wirth ammettesse anticamente l’esistenza di un terra artica abitata nella quale il tempo era sempre uguale a se stesso, prima ancora dell’avvento stagioni, ci troviamo davanti a un’ulteriore conferma di quanto sia opportuno poter esaminare nella sua completezza, ed ora finalmente in lingua italiana, il testo di Wirth per comprendere bene la sua posizione su questo punto essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ulteriore dubbio aperto sull’opera wirthiana può presentarsi nell’interrogativo, che presenta un aspetto doppio ma strettamente interconnesso, sul soggetto primo delle sue analisi e sulla tempistica di stanziamento umano alle alte latitudini. In merito al primo interrogativo, già in qualche modo anticipato nelle righe sopra, Aleksandr Dughin in un suo importante scritto (nota 24) – che ci offrirà da qui in avanti molti ottimi spunti per una serie di analisi – sottolinea l’interessante tema della scala veramente mondiale delle influenze esercitate dalla civiltà nordica tratteggiata da Wirth sulle varie correnti spirituali e sui simbolismi più profondi del pianeta: influenze che quindi sembrano travalicare i più ristretti confini della famiglia etno-linguistica indoeuropea. Ed in questa stessa direzione paiono infatti muoversi le note dell’intellettuale russo quando segnala che i discendenti di questi antichi “Iperborei” (fatti salvi i summenzionati distinguo tra le varie denominazioni, e controverse sovrapposizioni, delle stirpi nordiche) si riscontrerebbero ancora oggi fra tutti i popoli della Terra a prescindere dalla pigmentazione cutanea; in tale contesto non pare dunque del tutto fuori luogo l’accenno di Dughin al fatto che Wirth avrebbe, in qualche modo, anticipato la “teoria del Nostratico” di Illich-Svitych e Dolgopolskij (ma potremmo ricordare anche gli studi precedenti del danese Holger Pedersen), in base alla quale le genti europee, asiatiche ed anche africane, agli albori umani avrebbero parlato uno stesso idioma, poi spezzatosi in diverse famiglie linguistiche. A questo proposito – piccolo inciso – ricorderei che l’idea del macro-gruppo nostratico fu successivamente sottoposta ad una serie di revisioni soprattutto ad opera di Joseph Greenberg (nota 25), in quanto si rilevò una maggiore vicinanza morfologica dell’Indoeuropeo alle famiglie ciukcio-camciadali ed eschimo-aleutina rispetto a quelle camito-semitica ed elamo-dravidica, con la conseguente ridefinizione dell’aggregato linguistico di partenza e la sostituzione delle ultime due famiglie con le prime due: il nuovo raggruppamento venne così definito “Eurasiatico”, dalla connotazione nettamente più nordica e linguisticamente più convincente, anche a parere del nostraticista russo Sergei Anatolievič Starostin (nota 26). A mio avviso, è pure interessante rilevare come lo stesso Dolgopolskij invece del termine “Nostratico”, con il tempo preferì utilizzare quello di “Boreale” (nota 27). In un altro scritto (nota 28), Dughin inoltre ricorda il mito presente tra alcune popolazioni Inuit di antichissimi “Esquimesi Bianchi”, o “Uomini del Sole”, chiamati anche “Gente di Tanara”, che secondo Herman Wirth avrebbero costituito un ramo delle popolazioni iperboree diverso da quello stanziato nel quadrante nordatlantico (e probabilmente connesso alla più tarda famiglia indoaria) ma penetrato in Eurasia da Nord-est, ceppo al quale sarebbero riconducibili popolazioni come ad esempio quelle<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-5.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25349 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-5-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a> sumeriche, legate al mondo siberiano-orientale e turanico (nota 29): dunque, significativamente, collegate al mondo nordico non attraverso il medium del ceppo protoindoeuropeo. In merito ai Sumeri, è altresì interessante rilevare come una connessione al mondo asiatico orientale o nordorientale sia stata ipotizzata anche da studiosi dalla formazione alquanto diversa da quella di Herman Wirth, ovvero il tradizionalista A.K. Coomaraswamy (nota 30) o il genetista Cavalli Sforza, che li inquadra come uno dei testimoni di quella espansione avvenuta tra 30.000 ed 50.000 anni fa dall’oriente eurasiatico verso l’interno continentale (nota 31): dinamica che sembrerebbe coerente con le summenzionate note wirthiane sulle direttrici migratorie della “Gente di Tanara” (ed, aggiungerei, anche compatibile con il quadro “Out of Beringia” – nota 32). In ogni caso è sempre Cavalli Sforza a ricordare (nota 33) come, anche in termini prettamente glottologici, Ivanov considerò il Sumero derivante da un’unica macrofamiglia linguistica (forse nemmeno quella Nostratica, ma piuttosto l’ancor più remota “Sinodenecaucasica”) che 40.000 anni fa si trovava al massimo della sua espansione geografica, occupando forse tutto il nord eurasiatico.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, quindi, in tutti questi punti Herman Wirth sembra attribuire alla “Urheimat” boreale una valenza etnica molto ampia ed adottare un approccio tendenzialmente monofiletico delle origini umane: avvicinandosi così, in effetti, non solo alla prospettiva guenoniana, ma anche a quella di un altro autore spesso citato ma anch’egli mai tradotto in italiano, ovvero William Fairfield Warren autore di “Paradise Found. The Cradle of the Human Race at the North Pole” del 1885 (e recentemente ristampato in inglese (nota 34), sul quale non escludiamo che in futuro il nostro gruppo Facebook possa intraprendere un analogo progetto di traduzione).</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono, tuttavia, altri punti dello scritto di Dughin dai quali pare trasparire in Wirth anche una prospettiva di diverso tipo. Quando ad esempio viene fatto riferimento alle migrazioni ed ai meticciamenti intervenuti tra le popolazioni nordiche con altre più australi, rimane evidentemente irrisolto il problema della provenienza delle seconde, come se in ultima analisi non fosse possibile ricondurre queste alla stesse aree di origine delle prime, magari abbandonate in tempi ancora precedenti: una tesi ad esempio non rifiutata da Silvano Lorenzoni (nota 35). Se Julius Evola (nota 36) sembra riprendere da Wirth l’idea di una razza “negroide” e di una “finnico-asiatica” già esistenti contemporaneamente alla razza prenordica – con il tipo Aurignac (Combe Capelle) ed il Cro-Magnon (nota 37) a rappresentare già dei prodotti di “mistovariazione”, come anche, a maggior ragione, le più tarde comunità indoeuropee (nota 38) – è evidente che qui la prospettiva generale delle origini umane appare molto meno unitarista e monofiletica. La visuale nettamente differenziante tra Nord e Sud del mondo sembra d’altro canto trasparire anche nella descrizione di tali “Iperborei” primari, che nell’articolo di Dughin vengono associati a caratteristiche classicamente nordiche con il ripetuto riferimento all’alta statura, agli occhi azzurri ed al biondismo: elementi fenotipici che, però, appaiono già piuttosto specializzati e ben poco “primitivi” secondo Boas (nota 39), comunque non della più alta antichità sia per Gunther (nota 40) che per Kossinna (note 41 e 42). Ed, oltretutto, si tratta di caratteri non molto rappresentati, ad esempio, in coloro che Wirth, Evola ed anche Kadner (nota 43) considerano oggi più vicini ai “Prenordici” iniziali, ovvero alcuni tipi Inuit e Nativi nordamericani (nota 44), anche in misura maggiore rispetto alle stirpi arioeuropee: ciò, pure sulla base di valutazioni legate alla distribuzione del gruppo sanguigno “0” (nota 45) o dei tratti culturali e sacrali evidenziati (nota 46). Tra l’altro, di questi “Prenordici” primordiali, a ben vedere si potrebbe anche sottolineare l’aspetto prettamente letterale del termine, che, a rigore, dovrebbe esprimere il significativo concetto di coloro che furono “precedenti ai nordici”, cioè presenti ben prima della formazione del classico tipo alto, biondo e con gli occhi azzurri. Ma, proprio in rapporto a questi tratti culturali, si potrebbe pure osservare come, nello scritto di Dughin, la particolare importanza attribuita da tale stirpe arcaica ai fenomeni solstiziali, o al fatto che un giorno degli Dei equivarrebbe a un anno degli uomini (nell’intuitiva analogia dei sei mesi di notte artica con le ore notturne, e dei sei mesi di giorno artico con le ore diurne, come nelle notazioni avestiche – nota 47) sembrerebbe collocare tale civiltà in un momento nel quale l’asse terrestre doveva necessariamente trovarsi già nella sua posizione inclinata di 23° rispetto al piano dell’eclittica e dunque non più in quella situazione di perpendicolarità sopra accennata – davvero primordiale del nostro ciclo umano – che probabilmente perdurò per l’intero Satya Yuga secondo i termini indù.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25348 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-4-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista appare quindi estremamente significativa un’altra sottolineatura di Dughin in merito alle ricostruzioni di Herman Wirth, cioè quella su di una predominanza sacrale dell’elemento femminile nella civiltà boreale (i segreti runici originariamente conservati da sacerdotesse, o l’esistenza di una forma di matriarcato primordiale); ciò a chiara testimonianza di un certo debito culturale del ricercatore tedesco-olandese nei confronti dalle elaborazioni di Johann Jakob Bachofen, autore dell’imponente “Das Mutterrecht”. Una concezione che quindi appare in netto contrasto con quelle più legate all’orientamento in senso patriarcale delle più tarde comunità indoeuropee (nota 48). Ma forse si potrebbe anche pensare che, più che di un errore prospettico nel considerare i primordi umani (è questa, fondamentalmente, l’obiezione principale che Evola muove a Bachofen pur riprendendone anch’egli, in gran parte, le linee interpretative), tale accostamento rivesta effettivamente un valore cronologico: i “Prenordici” di Herman Wirth non andrebbero cioè collocati nel momento primordiale del nostro ciclo umano ma in quella fase successiva che, appunto, vide l’elemento femminile acquisire man mano un’importanza crescente. Da cui anche l’aggancio con l’ipotesi di Gaston Georgel (nota 49) di una suddivisione del presente Manvantara, oltre che quaternaria (i 4 Yuga) e/o quinaria (i 5 Grandi Anni platonici – forse correlabili alle 5 stirpi esiodee?), in linea teorica anche in chiave ternaria, con un “polo” etnico e sacrale sorto in zona Nordatlantico-Groenlandia meridionale (in pratica, il cuore del “cuneo della razza prenordica” che Evola – nota 50 – riporta da Wirth) il quale già a partire da 43.000 anni fa potrebbe aver anticipato il sorgere del successivo Treta Yuga: sotto-ciclo che iniziò appena qualche millennio dopo, verso 39.000 anni fa, e che a buon diritto può essere definito anche come “l’Età della Madre”. E non sarebbe da escludere che tali movimenti sub-artici / circum-artici potrebbero essere stati facilitati da temporanee migliorate condizioni climatiche, guarda caso verificatesi proprio nel lasso tra 42.000 e 44.000 anni fa, in termini paleoclimatologici noto come il periodo di Peyrards: lasso che sembra corrispondere all’interstadiale Laufen/Gottweig il quale, oltretutto, si accompagnò anche ad una serie di eventi piuttosto significativi in termini culturali, con la transizione tra Paleolitico Medio e Paleolitico Superiore (nota 51). La conseguenza odierna di tali eventi è forse di aver indotto una certa sovrapposizione concettuale tra il momento puramente polare-artico-iperboreo e quello semplicemente nordatlantico, sovrapposizione spesso sottolineata anche da Julius Evola, che portò qualche studioso a situare il periodo della civiltà artica originaria in tempi meno remoti rispetto a quelli proposti da René Guenon: è ad esempio il caso del già citato Jean Phaure che – pur nell’ambito di una generale cornice cronologica guenoniana – nel suo schema colloca infatti la terra di Iperborea solo all’inizio del Treta Yuga, quindi in pratica ricalcando, a mio avviso, le linee di Herman Wirth.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed in effetti qualche ulteriore dettaglio sugli stanziamenti nordici segnalati da Herman Wirth, riportati da alcuni autori, appaiono alquanto indicativi: Marco Zagni (nota 52) menziona il quadrante collocato tra Groenlandia, Islanda e Spitzbergen che sarebbe stato popolato circa 42.000 anni fa (periodo praticamente sovrapponibile al summenzionato interstadio Laufen/Gottweig), mentre Gabriele Zaffiri (nota 53) abbassa ancora di più il momento della civiltà nordica di Wirth a circa 30.000 anni fa. Date, cioè, che ci portano 20-30.000 anni più tardi rispetto all’inizio del Manvantara secondo la cronologia guenoniana ed, appunto, in gran parte ricadenti nel periodo di pertinenza del Treta Yuga, l’anzidetta “Età della Madre”. E dunque, alla luce di queste considerazioni, avrebbero una certa coerenza gli accenni di Wirth sul centro nordico-atlantico ricordato proprio come “Terra della Madre” (nota 54). Senonchè qui Wirth opera un accostamento a mio avviso piuttosto azzardato – ed è proprio questo il motivo per cui sarebbe necessario poter verificare direttamente, e non solo tramite altri, pur validi, autori, gli scritti del ricercatore tedesco-olandese – tra il centro nordico-atlantico di 30-40.000 anni fa con quella Mo-uru (nota 55) ricordata nel mito avestico come sede secondaria, e non primaria di origine indoiranica: solo che anche qui si ricade ancora, come sopra accennato, nell’equivoco del soggetto che sarebbe stato protagonista di tali migrazioni. Perché ricorrere, come fa Wirth, alle localizzazioni avestiche rimanda ovviamente al più ristretto ambito indoeuropeo, quindi difficilmente situabili nelle epoche riportate da Zagni e Zaffiri (anche se personalmente ritengo che la nostra famiglia etnolinguistica risalga comunque a tempi ben più remoti di quelli protostorici ipotizzati da Marija Gimbutas; per maggiori chiarimenti, che ora uscirebbero dall’ambito di quest’articolo, mi permetto di rimandare al mio precedente scritto “Le radici antiche degli Indoeuropei”, presente in questo stesso sito). Il centro nordatlantico di 30-40.000 anni fa sarebbe cioè stato successivo alla Thule veramente primordiale, monofiletica e polare, di inizio Manvantara, che sussistette nell’accennata situazione cosmologica di asse perpendicolare rispetto all’eclittica con la connessa “Eterna primavera” di Ovidio. La Mo-uru citata nell’Avesta, invece, sarebbe stata la sede secondaria occupata da un raggruppamento nettamente più ristretto – i soli Indoarii – dopo l’uscita dall’iniziale Airyana Vaejo, ovvero la Patria etnogenetica ariana che, con tutta probabilità, rispetto alla Mo-uru era geograficamente posta ad una latitudine più elevata, cioè al di sopra del Circolo Polare Artico, per i summenzionati accenni alla periodicità dì/notte di sei mesi ma anche, per la stessa ragione, temporalmente situabile in un momento in cui l’asse terrestre doveva per forza presentare ormai l’attuale inclinazione rispetto all’eclittica (inoltre, in termini di longitudine, è probabile che l’Airyana Vaejo fosse nettamente più orientale delle aree atlantiche a fronte dei significativi rapporti evidenziati dalle lingue indoeuropee con quelle uraliche – note 56, 57, 58, 59, 60, 61 – ciò anche in assonanza, almeno geografica, con le visuali di Bal Gangadhar Tilak – nota 62).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-3-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25347 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-3-1-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo quindi probabile che le enormi difficoltà a ricostruire eventi verificatisi in tempi remotissimi abbiano portato ad operare non una sola, ma molte possibili sovrapposizioni concettuali: ad esempio, una tra il centro primario e quello secondario più antichi (cioè tra la Thule polare e la Nordatlantide del Treta Yuga); un’altra fra il centro primordiale ed etnicamente più ecumenico e quello primario ma di scala più ridotta (cioè tra la Thule polare e l’Airyana Vaejo solo indoeuropea); un’altra ancora tra il centro secondario più antico e quello più recente (cioè, come sembra fare Wirth, tra la Nordatlantide di 30.000 anni fa e la Mo-uru meno remota); o ancora un’altra, “incrociata”, tra il centro primordiale più remoto e quello secondario recente (questa forse ravvisabile in Eratostene, che colloca Ultima Thule non a Nord ma a Nord-Ovest, alla latitudine di 66° – nota 63 – più o meno corrispondente a quella dell’Islanda)…</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso – e ci avviamo verso la conclusione – bisogna anche dire che l’orientamento femminile proposto da Herman Wirth per la civiltà nordatlantica lascia piuttosto perplesso Julius Evola: ma il pensatore romano, tuttavia, non arriva a chiudere del tutto la porta a questa possibilità, quando ad esempio ricorda l’appellativo di “gente della Dea” (nota 64) attribuito alla razza mitica dei Tuatha de Danann, tradizionalmente giunti in Europa dalla direzione di Nord-Ovest. Quel Nord-Ovest indefinito, grossomodo collocato a cavallo della curva Groenlandia-Islanda-Faroer-Scozia-Irlanda che in tempi wurmiani anche la ricerca ufficiale ammette aver visto ampie aree emerse (note 65, 66, 67), con propaggini forse estese anche più a meridione (l’Atlantide “classica”). E, secondo Wirth (nota 68), furono proprio queste propaggini più meridionali, collocate a latitudini più o meno corrispondenti a quelle delle isole Azzorre, che vennero sommerse per prime dal cataclisma diluviale principale, mentre le zone più settentrionali come l’anzidetta Mo-uru, si inabissarono solo alcuni millenni più tardi: uno degli eventi di maggior impatto – la “frana di Storegga” di 8.000 anni fa – viene, anche questo, ammesso senza difficoltà alcuna dalla ricerca ufficiale (nota 69). Cataclismi nordatlantici dai quali derivò l’ultima delle grandi migrazioni boreali di una certa entità demografica, quel movimento “trasversale” del quale parla anche Julius Evola (nota 70) che prese come tappa intermedia il “Doggerland”, bassopiano anticamente esteso tra Gran Bretagna e Danimarca; la sommersione definitiva anche di questa rigogliosa area si concluse forse 6.500 anni fa con un ultimo evento marino che miticamente forse corrispose al “Diluvio di Deucalione” (nota 71).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma qui ci troviamo davanti ad eventi ormai post paleolitici: l’acquisizione di ulteriori dettagli lungo almeno 35-40.000 anni di preistoria umana secondo le categorie storico-tradizionali, passa necessariamente attraverso la traduzione di questo mastodontico lavoro di Herman Wirth – già iniziato e del quale ci sono appena pervenute le prime pagine in italiano – per il quale rinnovo a tutti coloro che sono interessati la richiesta di sostegno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note</p>
<p>Nota 1) Il cammino del cinabro – Scheiwiller – 1972<br />
Nota 2) Ura Linda, una saga indoeuropea: il popolo frisone (testo e note a cura di Herman Wirth), Edizioni Barbarossa, 1989<br />
Nota 3) Ad esempio l’introduzione iniziale, pubblicata nel 2013 da EFFEPI come libretto dal titolo “Introduzione a L’aurora dell’umanità”, ed il secondo capitolo “Die urheimat der nordischen rasse” tradotto e pubblicato parzialmente come “La patria originaria della razza nordica” nel numero speciale doppio 27-28 di Arthos, “La Tradizione artica”, 1985<br />
Nota 4) Marc Eemans, “Herman Wirth e la preistoria prima degli Indoeuropei”, Orion, n. 61, ottobre 1989<br />
Nota 5) Per una panoramica generale vedasi “Ahnenerbe. Appunti su scienza e magia del Nazionalsocialismo” di Gianfranco Drioli, RITTER, 2011<br />
Nota 6) “Cenni bio-bibliografici su Herman Wirth”, Marc Eemans – Renato del Ponte, nel numero speciale doppio 27-28 di Arthos, “La Tradizione artica”, 1985<br />
Nota 7) René Guénon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – pag. 29<br />
Nota 8) Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982<br />
Nota 9) Jean Phaure – Le cycle de l&#8217;humanité adamique: introduction à l&#8217;étude de la cyclologie traditionnelle et de la fin des temps – Dervy-Livres – 1973<br />
Nota 10) Julius Evola – Ricognizioni. Uomini e problemi – Edizioni Mediterranee – 1985 – pag. 208<br />
Nota 11) René Guénon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – sempre pag. 29<br />
Nota 12) Nuccio D’Anna – A proposito del rapporto Julius Evola–Hermann Wirth – in: Vie della Tradizione n. 140 – ottobre/dicembre 2005 – pag. 161<br />
Nota 13) Come detto nella nota 3, capitolo tradotto e pubblicato parzialmente come “La patria originaria della razza nordica” nel numero speciale doppio 27-28 di Arthos, “La Tradizione artica”, 1985<br />
Nota 14) Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965<br />
Nota 15) Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pagg. 235 e 241<br />
Nota 16) René Guénon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – pag. 28<br />
Nota 17) Nuccio D’Anna – Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell’antica Grecia – Rusconi – 1999 – pag. 137<br />
Nota 18) Joscelyn Godwin – Il mito polare – Edizioni Mediterranee – 1993 – pag. 14<br />
Nota 19) Paolo Magnone – I dadi e la scacchiera. Visioni indiane del tempo – in: I Quaderni di Avallon, n. 34, “Il senso del tempo” – 1995 &#8211; pag. 79<br />
Nota 20) L.M.A. Viola – Tempus sacrum – Victrix – 2003 – pag. 30<br />
Nota 21) Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984<br />
Nota 22) Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 44<br />
Nota 23) Arthur Branwen – Ultima Thule. Julius Evola e Herman Wirth – Edizioni all’insegna del Veltro – 2007– pag. 29<br />
Nota 24) Aleksandr Dughin – Herman Wirth: Runes, Great Yule, and the Arctic Homeland – indirizzo internet: http://4pt.su/en/content/herman-wirth-runes-great-yule-and-arctic-homeland<br />
Nota 25) Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001 – pag. 177<br />
Nota 26) Gianfranco Drioli – Iperborea. Ricerca senza fine della Patria perduta – RITTER – 2014 – pag. 78<br />
Nota 27) Riccardo Ambrosini – Le lingue Indo-Europee. Origini, sviluppo e caratteristiche delle lingue indo-europee nel quadro delle lingue del mondo – ETS Editrice – 1991 – pag. 134<br />
Nota 28) Aleksandr Dughin – Siberia – in: “La Nazione Eurasia”, n. 5 – Giugno 2004 – pag. 6<br />
Nota 29) Aleksandr Dughin – Continente Russia – Edizioni all’insegna del Veltro – 1991 – pag. 35<br />
Nota 30) Nuccio D’Anna – A proposito del rapporto Julius Evola–Hermann Wirth – in: Vie della Tradizione n. 140 – ottobre/dicembre 2005 – pag. 164<br />
Nota 31) Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pag. 224<br />
Nota 32) Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006 – pag. 220<br />
Nota 33) Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pagg. 211 e 235<br />
Nota 34) William F. Warren – Paradise Found. The Cradle of the Human Race at the North Pole – Fredonia Books – 2002 (ristampa anastatica dell’edizione 1885)<br />
Nota 35) Silvano Lorenzoni – Il Selvaggio. Saggio sulla degenerazione umana – Edizioni Ghénos – 2005 – pagg. 45 e 104<br />
Nota 36) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 154<br />
Nota 37) Arthur Branwen – Ultima Thule. Julius Evola e Herman Wirth – Edizioni all’insegna del Veltro – 2007 – pag. 42<br />
Nota 38) Julius Evola – Thule (in “Corriere Padano” – 13/1/1934) – Articolo ora presente ne “I testi del Corriere Padano” (Edizioni di Ar, 2002) e nel Quaderno “Il Mistero Iperboreo. Scritti sugli Indoeuropei 1934-1970” (a cura di Alberto Lombardo, Quaderni di testi evoliani n. 37, Fondazione Julius Evola, 2002)<br />
Nota 39) Franz Boas – L’uomo primitivo – Laterza – 1995 – pag. 89<br />
Nota 40) Hans F.K. Gunther – Tipologia razziale dell’Europa – Edizioni Ghénos – 2003 – pag. 97<br />
Nota 41) Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indoeuropee. Le radici di un comune sentire (parte 1) – in: I Quaderni del Veliero, n. 2/3 – 1998 – pag. 257<br />
Nota 42) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 145<br />
Nota 43) Julius Evola – Sintesi di dottrina della razza – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 75<br />
Nota 44) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pagg. 152/153<br />
Nota 45) Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984 – pag. 7<br />
Nota 46) Herman Wirth – Introduzione a “L’aurora dell’umanità” – EFFEPI – 2013 – pag. 35<br />
Nota 47) AA.VV. (a cura di Onorato Bucci) – Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione – Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica – 1993 – pag. 46<br />
Nota 48) Marc Eemans, “Herman Wirth e la preistoria prima degli Indoeuropei”, Orion, n. 61, ottobre 1989<br />
Nota 49) Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – vari accenni sparsi tra le righe in diverse pagine<br />
Nota 50) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 154<br />
Nota 51) Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 54<br />
Nota 52) Marco Zagni – Archeologi di Himmler – Ritter – 2004 – pag. 49<br />
Nota 53) Gabriele Zaffiri – Alla ricerca della mitica Thule – Editrice La Gaia Scienza – 2006 – pag. 78<br />
Nota 54) Julius Evola – I saggi della Nuova Antologia – Ar – 1982 – pag. 26<br />
Nota 55) AA.VV. (a cura di Onorato Bucci) – Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione – Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica – 1993 – pag. 52<br />
Nota 56) Pia Laviosa Zambotti – Le più antiche civiltà nordiche ed il problema degli Indo-Europei e degli Ugro-Finni – Casa Editrice Giuseppe Principato – 1941 – pag. 271<br />
Nota 57) Paolo Ettore Santangelo – L’origine del linguaggio – Bompiani – 1949 – pag. 23<br />
Nota 58) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 31<br />
Nota 59) Gabriele Costa – Le origini della lingua poetica indeuropea. Voce, coscienza, transizione neolitica – Olschki Editore – 1998 – pag. 257<br />
Nota 60) Giorgio Locchi – Prospettive indoeuropee – Settimo Sigillo – 2010 – pag. 23<br />
Nota 61) Iaroslav Lebedynsky – Gli Indoeuropei: fatti, dibattiti, soluzioni – Jaca Book – Milano – 2011 – pag. 120<br />
Nota 62) Bal Gangadhar Tilak – La dimora artica nei Veda – ECIG – 1986. A pag. 25 l’autorevole esponente indù sottolinea come la scala nella quale si pone non sia quella delle origini umane in senso ampio (quindi nella prospettiva di un Guénon o di un Warren), mentre a pag. 323 riafferma il limite di soli 10-12.000 anni come orizzonte temporale massimo nel quale considerare le origini prime dei soli popoli indoarii, anzi della cultura vedica più in particolare.<br />
Nota 63) Giulia Bogliolo Bruna – Paese degli Iperborei, Ultima Thule, Paradiso Terrestre – in: Columbeis VI – Università di Genova, Facoltà di Lettere, Dipartimento di Archeologia Filologia Classica e loro tradizioni – 1997 – pag. 168<br />
Nota 64) Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988<br />
Nota 65) Edith Ebers – La grande era glaciale – Sansoni – 1957 – pag. 168<br />
Nota 66) Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965 – pag. 210<br />
Nota 67) Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985 – pag. 78<br />
Nota 68) Aleksandr Dughin – Continente Russia – Edizioni all’insegna del Veltro – 1991 – pag. 52<br />
Nota 69) Giampiero Petrucci – Storegga, lo “Tsunami Artico”: 8.000 anni fa un’immensa frana sottomarina causò un devastante maremoto nel Mare del Nord – Indirizzo internet: http://www.meteoweb.eu/2012/12/storegga-lo-tsunami-artico-8-000-anni-fa-unimmensa-frana-sottomarina-causo-un-devastante-maremoto-nel-mare-del-nord/172527/<br />
Nota 70) Julius Evola – Indirizzi per un’educazione razziale – Edizioni di Ar – 1979 – pag. 82<br />
Nota 71) Giuseppe Acerbi – La questione dei “Tre Diluvi” nella tradizione ellenica – in: Algiza, n. 9 – Gennaio 1998 – pag. 13</p>
<p>Michele Ruzzai</p>
<p>Gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione”</p>
<p>Email: michele.ruzzai@libero.it</p>

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		<title>Le dodici fatiche d&#8217;Ercole &#8211; Denys Roman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2017 18:30:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizione Classica]]></category>
		<category><![CDATA[Denys Roman]]></category>
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		<category><![CDATA[ermetismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Pernerty]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mitologia greca è ricca di leggende d’ogni tipo, di cui è a volte difficile scoprire il vero senso, che in origine doveva spesso esprimere una verità d’ordine dottrinale e anche iniziatica. In uno dei “classici” della filosofia ermetica, Les Fables égyptiennes et grecques dévoilées, Dom Pernéty ha lungamente commentato le principali di queste leggende. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/le-dodici-fatiche-dercole-denys-roman/">Le dodici fatiche d&#8217;Ercole &#8211; Denys Roman</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La mitologia greca è ricca di leggende d’ogni tipo, di cui è a volte difficile scoprire il vero senso, che in origine doveva spesso esprimere una verità d’ordine dottrinale e anche iniziatica. In uno dei “classici” della filosofia ermetica, <em>Les Fables égyptiennes et grecques dévoilées</em>, Dom Pernéty ha lungamente commentato le principali di queste leggende. Ma tale opera, utile come documentazione, ci sembra peccare per certi difetti, che sono d’altronde meno difetti di Pernéty che quelli della sua epoca. Quando lo vediamo, ad esempio, applicarsi lungamente a dimostrare che tutti gli eroi della guerra di Troia hanno, secondo Omero, un’ascendenza divina e che per­tanto, pensa, le loro imprese non possono essere che l’espressione simbolica delle operazioni dell’opera alchemica, non possiamo seguirlo su questo punto. Ma chi penserebbe di biasimare Pernéty? Alla sua epoca, non erano ancora state ritrovate le rovine di Troia; e d’altra parte, è solo oggi che in seguito a René Guénon certuni ammettono che gli eventi storici, come pure i fatti geografici o altri, hanno per se stessi un significato simbolico<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Segnaliamo per inciso una curiosa conseguenza della posizione di Pernéty. Egli postula che gli antichi miti non sono dei fatti storici e non possono quindi essere che dei simboli. Siccome è ben costretto ad ammettere che i fatti riportati dai libri sacri del Cristianesimo sono dei fatti sto­rici, non prende nemmeno in considerazione la possibilità che possano essere anche dei simboli ermetici. Questo impoverisce singolarmente le sue dissertazioni e soprattutto il suo <em>Dictionnaire</em>. Pernéty sembra aver dato una particolare importanza alle leggende in cui è questione d’oro. L’età d’oro, il vello d’oro, la pioggia d’oro, le corna d’oro, le mele d’oro sono nella sua opera oggetto di uno speciale esame. Si rilevano alcune omissioni in quest’elenco. Perché aver omes­so il capello d’oro di Pterelao che rendeva il suo possessore immortale e aveva quindi un evi­dente rapporto con l’elisir di lunga vita<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>? E, dato il ruolo iniziatico della vigna, perché non aver almeno menzionato i rami o viti d’oro<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>? Pernéty non segnala neppure la fine talvolta sfortunata dei principali conquistatori dell’oro. Così Ippomene che aveva ricevuto da Venere tre mele d’oro che gli permisero di sposare Ata­lanta, fu, come quest’ultima, trasformato in bestia feroce e aggiogato al carro di Cibele<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Quanto agli Argonauti, riuscirono sì a impadronirsi del vello d’oro, ma il loro viaggio di ritorno fu irto di tribolazioni e la vita successiva del loro capo Giasone non fu che una lunga serie di tragedie. Sembra che tali eventi avrebbero potuto dar luogo ad alcuni sviluppi sulla necessità del “rifiuto dei poteri”<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Ercole s’era imbarcato con gli Argonauti, ma dalle prime fasi del viaggio s’era separato da loro<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Doveva compiere un considerevole numero d’imprese, ma le più celebri sono conosciute come le dodici fatiche d’Ercole. Il carattere sacro del numero 12 può far supporre che le fatiche d’Ercole hanno un significato iniziatico; e, in realtà, l’oracolo di Delfi aveva dichiarato che alla conclusione di queste 12 fatiche e dei 12 anni di servaggio dovuti dall’eroe a suo cugino Euri­steo, Ercole sarebbe divenuto immortale. Pernéty ha utilizzato una parte considerevole della sua opera per esaminare le fatiche d’Er­cole dal punto di vista della loro applicazione all’ermetismo. Ha ben visto in particolare che dal­la stessa nascita dell’eroe v’è un episodio molto caratteristico. Mentr’era nella culla con il fratel­lastro Ificle, la dea Giunone mandò due mostruosi serpenti per mangiarli. Ificle fuggì in preda al terrore, ma Ercole, afferrando un <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/05/R-2.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-22370 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/05/R-2-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a>serpente in ogni mano, li strangolò. Quest’impresa l’identificò in certo qual modo al caduceo d’Ermes, essenzialmente costituito da un’asta d’oro attorno alla quale sono avvolti due serpenti. E si deve anche notare che, in certe rappresentazioni del <em>Rebis</em>, questo simbolo della perfezione dello stato umano tiene un serpente in ogni mano<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: center;">———</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe scoprire un senso simbolico in tutte le avventure d’Ercole, anche quelle che non sono state annoverate nel ciclo delle 12 fatiche<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Uno dei più curiosi a tale riguardo è il racconto della sua schiavitù presso Onfale, regina di Lidia<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Questa servitù finisce con un matrimonio, e si riferisce al riguardo una curiosa storia di “scambio ierogamico”: Ercole, indossato l’abito del­la regina, filava la lana ai suoi piedi, mentre Onfale, coperta della pelle del leone di Nemea, brandiva la clava dell’eroe. Si può osservare a tale proposito che la conocchia (tenuta con la ma­no sinistra) e la clava (tenuta con la mano destra) sono entrambi simboli “assiali” che giocano, rispetto alla coppia Ercole-Onfale (identificabile al <em>Rebis</em>), un ruolo analogo a quello dei due serpenti di cui si è parlato sopra<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>. Tra le dodici fatiche, sono soprattutto le ultime tre che presentano un interesse dal punto di vista ermetico. E innanzitutto s’impone un’osservazione. Mentre le prime nove fatiche hanno per teatro il mondo greco e i suoi immediati dintorni (Asia Minore e Tracia), le ultime tre ce ne allontanano notevolmente, al punto da farci uscire del bacino del Mediterraneo (buoi di Gerione e giardino delle Esperidi) e anche dal mondo terrestre (discesa agli inferi). Sono d’altronde queste ultime tre fatiche che recano più nettamente l’impronta iniziatica ed è su di esse che sem­bra interessante soffermarsi. L’ordine d’enumerazione delle dodici fatiche è in genere lo stesso presso gli autori antichi, con una sola eccezione, tuttavia, per quanto concerne gli ultimi due. Il più delle volte, l’11<sup>a</sup> fatica è la colta delle mele d’oro e la 12<sup>a</sup> la discesa agli Inferi; è d’altronde l’ordine che ha segui­to Pernéty. Ma s’è anche data l’11<sup>a</sup> fatica come la discesa agli Inferi e la 12<sup>a</sup> come la conquista delle mele d’oro, e sembra proprio che quest’ultimo ordine sia il più coerente con i principi tra­dizionali<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Infatti, se le 12 fatiche hanno un significato iniziatico, la discesa agli Inferi non può segnarne la fine. Dovrebbe addirittura segnarne l’inizio; ma si possono considerare le prime fati­che come prove preliminari; e il fatto che Ercole, prima di scendere agli Inferi, si fece iniziare ai misteri d’Eleusi, rafforza ulteriormente quest’interpretazione<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Quel che avrebbe potuto confermare o infirmare la “regolarità” dell’ordine di solito dato alla successione delle 12 fatiche, è la corrispondenza di ciascuna d’esse con uno dei 12 segni dello Zodiaco. Purtroppo, un autore che ha fatto uno studio approfondito della geografia sacra del­l’antica Grecia, il sig. Jean Richer, stabilisce irrefutabilmente che a dispetto dei ripetuti tentativi «da Igino ed Eratostene», una tale pretesa è «manifestamente assurda» e che qualsiasi concor­danza tra i segni e le fatiche è «impossibile da stabilirsi». Pertanto «è invano che si cercherebbe di trarre dall’inventario delle fatiche uno Zodiaco completo». La ragione addotta dal sig. Jean Richer di una tale situazione è molto interessante. È infatti «legata al fenomeno della precessio­ne degli equinozi», così importante per quanto riguardi la cronologia tradizionale. Mentre in tempi molto antichi, l’equinozio di primavera coincideva con l’ingresso del sole nel segno del Toro, «dal 2000 a.C. circa, il punto vernale fu nel segno dell’Ariete, a seguito dello spostamento del coluro degli equinozi». Secondo il sig. Jean Richer, un tale cambiamento nei fatti astrono­mici provocò nelle diverse città greche, «prima dell’accettazione di un nuovo sistema, una certa fluttuazione che portò a delle sovrapposizioni o a doppie attribuzioni che si riflettono nelle leg­gende e nei monumenti». Abbiamo riassunto, forse troppo brevemente, l’argomentazione del sig. Jean Richer, che ci pare aver chiarito definitivamente un problema reso particolarmente dif­ficile dallo «stato di degrado in cui le leggende mitologiche ci sono pervenute»<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>.</p>
<p style="text-align: center;">———</p>
<p style="text-align: justify;">Così perciò, è impossibile far coincidere l’ordine di successione delle fatiche d’Ercole con l’ordine di successione dei segni dello Zodiaco. Qualsiasi tentativo di stabilire una “corrispon­denza” tra queste fatiche e i principi di quest’importante aspetto dell’ermetismo rappresentato dall’astrologia viene con ciò compromesso, e v’è da temere che sia lo stesso per l’altro aspetto: l’alchimia. Che pensa a tale riguardo Pernéty? Com’è sua abitudine, egli non si preoccupa molto di far coincidere gli episodi successivi del­la leggenda con la successione abitualmente riconosciuta delle “operazioni” dell’Arte alchemi­ca. Semplicemente ricorda, a proposito dei principali attori del mito erculeo (leone, idra, uccelli, ecc.), i simboli analoghi che s’incontrano in abbondanza negli scritti ermetici, e ne trae delle conclusioni che d’altronde sono lungi dall’essere senza interesse, ma che non chiariscono molto il significato profondo della scienza dei filosofi. Riteniamo infatti, seguendo in ciò René Gué­non, che l’Arte Reale non ebbe mai per fine di cambiare il piombo in oro, ma che lavorasse su una “materia prima” ben altrimenti preziosa, l’uomo, che si trattava di trasmutare in Uomo Vero, “reintegrato” nello stato adamico originale, mentre da questo stesso fatto l’intera natura ritroverebbe per lui le condizioni edeniche dell’“età d’oro”. In quest’ordine d’idee, si può notare che certi elementi della leggenda d’Ercole sono suscetti­bili, se si applicano loro i principi dell’interpretazione tradizionale del simbolismo universale, d’acquisire un significato e una portata per così dire “tecnica”, ricca d’insegnamenti per l’atti­tudine dell’iniziato e anche d’ogni essere che aspiri alla conoscenza. Ciò è segnatamente il caso per la 10<sup>a</sup> fatica, il ratto dei buoi di Gerione, che implica per Er­cole l’uscita dal Mediterraneo per accedere all’isola d’Erythia situata nell’oceano. L’eroe dove­va quindi attraversare lo stretto che da allora prese il nome di “colonne d’Ercole”. Il passaggio tra le colonne si ritrova in tutti i riti iniziatici, e colonne stesse hanno molteplici significati. Le colonne d’Ercole erano state elevate dall’eroe al suo ritorno nel bacino mediterraneo per tornare in patria, ed egli incise su di esse l’iscrizione: «<em>Nec plus ultra</em>»<a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn14" name="_ftnref14">*</a>. Dante ci ricorda questo fatto in questo strano canto XXVI dell’<em>Inferno</em>, in cui ha riunito numerosissime allusioni relative ai pericoli incontrati da coloro che, in materia d’iniziazione, seguono una via “irregolare”. Ecco l’essenza di tale testo, in cui Ulisse, sepolto con Diomede in una tomba infiammata, fa a Virgilio e Dante il racconto della sua ultima e fatale avventura <a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn15" name="_ftnref15">*</a>:</p>
<p style="text-align: justify;">«Quando lasciai Circe, che mi aveva tenuto prigioniero a Gaeta (…), né le carezze di mio figlio, né la pietà verso il mio vecchio padre, né l’amore che avevo giurato a Penelope poterono vincere il mio ardore per la conoscenza del mondo e degli uomini. Ma spiccando il volo in alto mare, e seguito da questi compagni che mai m’abbandonarono, feci vela verso la Spagna e il Marocco (…). Eravamo vecchi e appesantiti dall’età quando arrivammo a quella stretta gola dove Ercole piantò i suoi due limiti affinché nessuno osasse avventurarsi oltre. Dissi allora: Fratelli che, attraverso mille e mille pericoli, siete arrivati ai limiti dell’Occidente, seguite il sole, e non rifiutare ai vostri occhi estenuati dalle veglie la conoscenza del mondo inabitato. (…). Avevo così tanto eccitato l’ardore dei miei amici che non avrei poi potuto trattenerli. Dei remi facemmo delle ali per un folle volo (cinque mesi), dopo aver superato il supremo passo, arrivammo a un monte isolato, il più alto che si fosse mai visto. Vedendolo la nostra gioia fu grande, ma questa gioia si cambiò presto in lacrime. Dalla nuova terra venne un vortice che arrivò a colpire la nostra nave. Per tre volte la fece ruotare: alla quarta volta, la poppa della nave s’inalberò e la prua affondò nel mare, come piacque a Un Altro, e infine il mare si richiuse su di noi». Questo racconto è talmente differente dalle diverse versioni della morte d’Ulisse trasmesse dalla tradizione che siamo per così dire costretti a pensare che l’Alighieri, inventandola, abbia voluto provocare la sorpresa e la perplessità dei suoi lettori. In realtà, non v’è forse neanche una sola delle sue espressioni che non possa dar luogo a lunghi sviluppi. Ci proponiamo di richiamare l’attenzione su alcuni punti, senza la pretesa di spiegare tutti i punti oscuri di un testo che il miglior commentatore tradizionale di Dante, Luigi Valli, considerava come particolar­mente enigmatico. <a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftn16" name="_ftnref16">*</a></p>
<p style="text-align: justify;">Denys Roman</p>
<p style="text-align: justify;">Note:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Per Pernéty, gli eroi della mitologia non sono esistiti; non possono quindi essere che delle “figure”, e Pernéty pensava che queste figure non possono rappresentare altro che le dottrine e le operazioni dell’al­chimia. È molto più legittimo pensare con Guénon che gli eroi mitologici sono esistiti e sono nondimeno dei simboli, e persino simboli tanto più eccellenti che la loro esistenza storica ha veramente “incarnato” delle realtà di un ordine superiore che non si limita d’altronde al solo dominio ermetico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Questo capello d’oro era stato dato a Pterelao, re di Tafio, da suo padre il dio Nettuno. Fu tagliato dalla figlia di Pterelao, il che causò immediatamente la morte del re. Ovidio, nelle sue <em>Metamorfosi</em>, parla di un capello di color porpora, quello di Niso, al quale era collegato il possesso del regno di Megara. In certe versioni di questa leggenda, il capello magico di Niso non è un capello porpora, ma un capello d’oro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Un ramo d’oro donato da Dioniso, gioca un ruolo importante nella leggenda di Ipsipile, eroina che è in relazione a due imprese altamente simboliche: la spedizione degli Argonauti e la guerra dei Sette Capi contro Tebe. D’altra parte, una vite d’oro, donata da Giove, è all’origine dell’ultimo tentativo per salvare Troia dalla rovina: l’intervento d’Euripilo, figlio di Telefo. Infine, è quasi inutile ricordare il ramo d’oro che, sulle indicazioni della Sibilla Cumana, Enea andò a cogliere in un bosco sacro al fine d’offrirlo alla regina degli Inferi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> La leggenda d’Ippomene e Atalanta, celebre nei testi ermetici, è oggetto di un trattato dei più note­voli di Michel Maier: <em>Atalante fugitive</em>, che ritroveremo sotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Un’avventura mitologica in cui l’oro gioca un certo ruolo e termina beneficamente è la celebre storia di Psiche, che il poeta latino Apuleio ha lungamente raccontato nel suo romanzo <em>L’asino d’oro</em>, il cui ul­timo capitolo riporta i riti dell’iniziazione ai misteri d’Iside. Nella storia di Psiche, si parla di un palazzo d’oro e anche di montoni dal vello d’oro, il che ricorda l’ariete dal vello d’oro. I viaggi e le varie “prove” di Psiche precedenti la sua discesa agli Inferi, seguita dalla sua ascensione nel cielo in cui consumerà l’ambrosia e il nettare. Tutto questo presenta evidentemente i caratteri di un processo iniziatico felice­mente portato al suo termine normale, che non è altro che la deificazione dell’eroe (o eroina). Si precisa d’altronde che si tratta di Mercurio-Ermes che accompagna Psiche suo viaggio celeste. Si parla anche, nella mitologia, di un cane d’oro il cui ruolo fu alternativamente benefico e malefico. È il cane d’oro magico che vegliava su Giove bambino e sulla capra Amaltea nelle montagne di Creta. Questo cane d’oro, poi rubato da Pandareo, provocò la “pietrificazione” del rapitore che fu trasformato in roccia.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/05/R-3.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-22369 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/05/R-3-294x300.jpg" alt="" width="294" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Secondo le <em>Argonautiche</em> d’Apollonio di Rodi, Ercole, sulla costa dell’Asia, perse molto tempo alla ricerca del suo compagno Ila rapito da una ninfa, e gli Argonauti, stanchi d’attenderlo, continuarono la loro navigazione senza di lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Il <em>Rebis</em> del <em>Rosarium philosophorum</em> tiene nella mano sinistra un serpente verticale e nella mano destra una coppa da cui emergono tre teste di serpente. Questa figura equivale a quella d’Ercole che stran­gola i serpenti, la dualità del <em>Rebis</em> potendo essere rappresentata dalla coppia Hercules-Ificle. Siccome i simboli ermetici, come tutti i simboli, sono suscettibili di una pluralità d’interpretazioni, si noterà che il serpente verticale, tenuto a sinistra, è l’equivalente della spada, ed è quindi complementare alla coppa tenuta a destra. Si sa che la coppa e la spada simboleggiano rispettivamente la dottrina e il metodo, che costituiscono i due aspetti di qualsiasi insegnamento iniziatico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Così la ben nota storia d’Ercole esitante, all’inizio della sua carriera, tra il Vizio e la Virtù, era cele­bre presso i Pitagorici che la rappresentavano con la lettera Y, che Rabelais chiama “la lettera pitagorica”. Vi si può vedere, secondo Guénon, il simbolo dell’iniziato ermetico che deve scegliere tra le due Vie, la “Via secca” e la “Via umida”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Questo nome Onfale richiama evidentemente l’<em>omphalos</em> del Tempio di Delfi, considerato dai Greci come l’“ombelico della terra” e il centro del mondo. In questo luogo s’effettuava la “risoluzione delle opposizioni”, ed è per questo che v’era stata deposta come ex-voto la collana d’Armonia, figlia di Marte e di Venere, vale a dire della guerra e dell’amore. Presso gli ebrei, l’ombelico della terra si trovava sul monte Moria (equivalente ebraico del Meru degli Indù). È su questo monte, famoso per il sacrificio d’Abramo, che sarà costruito il Tempio di Salomone. Il luogo è oggi incluso nella Moschea d’Omar.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Va ricordato anche, come simbolo equivalente, le croci dei due ladroni ai lati della croce centrale di Cristo. Cristo, in quanto nuovo Adamo, è evidentemente l’Uomo Vero, di cui il <em>Rebis</em> è il simbolo. Si potrebbe obiettare che Cristo è essenzialmente maschile, mentre il <em>Rebis</em> è androgino. Ma tale difficoltà sembra proprio essere più apparente che reale. Nelle rappresentazioni tradizionali della crocifissione, il sole e la luna (emblemi rispettivamente maschile e femminile) sono raffigurati sopra le mani di Cristo. D’altra parte, ai piedi della croce v’è il gruppo delle “sante donne” riunite attorno alla Vergine Maria che, nella visione propria al cristianesimo, ha per così dire “concentrato” sulla sua persona un “riflesso” degli aspetti femminili della Divinità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Quest’ordine è dato segnatamente dal <em>Dictionnaire de la Mythologie grecque et romaine</em> di Pierre Grimal. Quest’opera, di notevole erudizione, tiene conto dei ragguagli forniti da tutti gli autori antichi, dai più famosi ai più sconosciuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> In realtà, come vedremo più avanti, sono le prime nove fatiche che hanno questo carattere prelimi­nare. La 10<sup>a</sup> fatica (ratto dei buoi di Gerione) comporta infatti il passaggio attraverso le “Colonne d’Erco­le”, rito di cui si ritrova l’equivalente in tutti i tipi d’iniziazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Jean Richer, <em>Géographie sacrée du monde grec</em> (cap. X, pp. 107-117).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref14" name="_ftn14">*</a> [N.d.R] Ecco cosa scriveva a proposito R. Guénon (<em>Symboles fondamentaux de la Science sacrée</em>, Gallimard, Paris, 1962, cap. XXXVIII: <em>À</em><em> propos des deux Saint Jean</em>): «Quest’aspetto di due colonne si vede nettamente soprattutto nel caso del simbolo delle “colonne d’Ercole”; il carattere di “eroe solare” d’Ercole e la corrispondenza zodiacale delle sue dodici fatiche sono troppo noti perché occorra insistervi; ed è beninteso che proprio questo carattere solare giustifica il significato solstiziale delle due colonne alle quali è legato il suo nome. Stando così le cose, il motto <em>non plus ultra</em> riferito a queste colonne pare avere un duplice significato: indica non solo, secondo l’interpretazione abituale che si riferisce al punto di vista terrestre e che è d’altronde valida nel suo ordine, che esse segnano i limiti del mondo “conosciuto”, cioè in realtà che esse sono i limiti che, per ragioni che potrebbe essere interessante indagare, non era permes­so ai viaggiatori oltrepassare; ma indica nello stesso tempo, e forse bisognerebbe dire prima di tutto, che, dal punto di vista celeste, esse sono i limiti che il sole non può varcare ed entro i quali, come tra le due tangenti di prima, si compie internamente il suo cammino annuale».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://acpardes.com/letteraespirito/le-dodici-fatiche-dercole/#_ftnref15" name="_ftn15">*</a> [N.d.R] Cf. Dante, <em>Commedia</em>, <em>Inferno</em>, canto XXVI, 90-142:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>“Quando | </em><em>mi diparti’ da Circe, che sottrasse </em><em>| </em><em>me più d’un anno là presso a Gaeta, </em><em>| </em><em>prima che sì Enea la nomasse,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>né dolcezza di figlio, né la pieta </em><em>| </em><em>del vecchio padre, né ’l debito amore </em><em>|</em><em> lo qual dovea Penelope far lieta,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>vincer potero dentro a me l’ardore </em><em>|</em><em> ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, </em><em>| </em><em>e de li vizi umani e del valore;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>ma misi me per l’alto mare aperto </em><em>|</em><em> sol con un legno e con quella compagna </em><em>| </em><em>picciola da la qual non fui diserto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, </em><em>|</em><em> fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, </em><em>|</em><em> e l’altre che quel mare intorno bagna.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Io e’ compagni eravam vecchi e tardi </em><em>|</em><em> quando venimmo a quella foce stretta </em><em>|</em><em> dov’Ercule segnò li suoi riguardi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>acciò che l’uom più oltre non si metta; </em><em>|</em><em> da la man destra mi lasciai Sibilia, </em><em>|</em><em> da l’altra già m’avea lasciata Setta.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“O frati”, dissi “che per cento milia </em><em>|</em><em> perigli siete giunti a l’occidente, </em><em>| </em><em>a questa tanto picciola vigilia</em></p>

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