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	<title>traduzione Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>traduzione Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Forme del linguaggio – Marco Calzoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Calzoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2022 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Linguistica]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Calzoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> La nozione marxista di Forza/Lavoro riguarda le facoltà semantiche/comportamentali di un corpo umano che non ha realtà ma che è in potenza (Dynamis). Riguarda quindi anche il pensiero verbale.  La nozione di cooperazione è la principale forza produttiva e rappresenta l’organizzazione di un lavoro al cui interno risiede la F/L. Il lavoro è diventato essenzialmente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> La nozione marxista di Forza/Lavoro riguarda le facoltà semantiche/comportamentali di un corpo umano che non ha realtà ma che è in potenza (Dynamis). Riguarda quindi anche il pensiero verbale.</p>
<p style="text-align: justify;"> La nozione di cooperazione è la principale forza produttiva e rappresenta l’organizzazione di un lavoro al cui interno risiede la F/L. Il lavoro è diventato essenzialmente linguistico.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il lavoro immateriale è il prodotto non distaccato dall’atto che produce. Il lavoro produttivo è un’opera indipendente dall’atto o dal produttore. Il parlare è l’attività senza opera per eccellenza. I singoli che agiscono insieme hanno il compito di migliorare il proprio operare. La cooperazione soggettiva è linguistica ed è composta da attività senza opere.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il capitalismo linguistico è lavoro linguistico che produce per esempio cura. Essere bravi con le parole. Ma ogni attività è in realtà linguistica e soprattutto performativa. Utilizzo della “chiacchiera” per vendere o acquistare. Fare le cose con le parole. Dal basso, lavoro vivo. Il potere si serve dell’immaginazione. Non si può quantificare il lavoro linguistico. Le parole non possono essere quantificate perché non hanno prezzo. Si smetterà di lavorare? Significherebbe smettere di parlare! Non smetto di lavorare nemmeno quando taccio e viceversa.<img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-55130 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/2-150x150.png" alt="" width="288" height="288" /></p>
<p style="text-align: justify;"> Nel lavoro tradizionale il linguaggio c’è o prima o dopo. Tutto il lavoro produttivo richiede l’attività verbale. Il linguaggio potenza anche l’uso degli strumenti poiché incide su chi è dedito alle imprese tecniche. Linguisticizzazione del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il linguaggio prevale nella sfera politica e viene meno anche la suddivisione tra linguaggio linguistico e non linguistico. Lo sfruttamento del lavoro è a partire dalla linguisticità.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il linguaggio è produzione. Nel nostro parlare c’è sia un valore d’uso (significante) che un valore di scambio (significato). Quindi parlare è produrre.</p>
<p style="text-align: justify;"> La modernità fa diventare un fatto storico quello che è nella nostra specie cioè la potenzialità, l’insieme delle possibilità di un corpo, inattuali e non presenti di un corpo-mente.</p>
<p> Per Marx l’uomo vive nella relazione (in TRA): è centrale nella natura umana. Quindi l’uomo vive nel linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"> Principio di individuazione: il punto di partenza è un insieme di possibilità e proprio la molteplicità può scatenare una singolarità.</p>
<p style="text-align: justify;"> Dobbiamo considerare anche il linguaggio come un lavoro ovvero come una risposta ad un bisogno. Il linguaggio è un Modo D’Essere ed è un’attività sociale e collettiva. Tuttavia non esiste la possibilità che la facoltà del linguaggio permetta l’articolazione della storia. Il linguaggio infatti è un prodotto integralmente storico. Inoltre il lavoro linguistico non può essere spiegato tramite categorie. Non possiamo nemmeno parlare di alienazione linguistica poiché l’alienazione è una produzione di non-sensi.</p>
<p style="text-align: justify;"> Compito del marxismo è una critica intransigente dell’introspezione (del suo primato), occorre dare posto alla psicologia ma alla psicologia oggettiva: al di fuori del materiale segnico non c’è nulla. La psiche, per sua natura, si localizza tra l’organismo e il mondo esterno. Non è interna all’organismo ma è sul confine. L’organismo e il mondo si incontrano nel segno. L’esperienza interiore non solo può essere espressa solo tramite il segno ma non esiste al di fuori del segno stesso! La filosofia del segno serve sia per la psicologia che per l’ideologia. La psiche “individuale” è per sua natura sociale al pari dell’ideologia.</p>
<p style="text-align: justify;"> Le leggi della lingua sono specifiche di connessioni e sono oggettive in relazione a qualsiasi coscienza soggettiva. Le connessioni linguistiche specifiche non hanno nulla in comune con i valori ideologici. Nessun motivo ideologico fonda gli eventi della lingua. Tra parola e significato non c’è né legame naturale né artistico. Gli atti del parlare sono infrazioni e variazioni causali, deformazioni di forme normativamente identiche. Tra il sistema della lingua e la sua storia non c’è legame.</p>
<p style="text-align: justify;"> Volosinov critica Saussure. Critica l’oggettivismo astratto. Il sistema si presenta come una indiscutibile preliminare realtà solo per un ipotetico parlante isolato (è quasi dispotico). La coscienza soggettiva del parlante non lavora con la lingua come sistema di forme normativamente uguali. Per il parlante conta L’USO. Uso come centrale per l’esperienza del parlante. Applicazione di una forma identica ad un contesto concreto (è questo l’uso). Il centro di gravità è nel significato concreto nuovo che la forma riceve nel contesto dato. Per il parlante è importante l’aspetto linguistico che diventa segno adatto alla situazione. Forma linguistica importante non come immutabile segnale ma come mutevole segno.</p>
<p style="text-align: justify;"> Viene introdotta la nozione di Ideologia quotidiana, che può essere equiparata in parte al Senso Comune (di cui parla Wittgenstein), cioè tutte le cose che diamo per scontate. Volosinov dice che gli enunciati dell’ideologia quotidiana godono, almeno in parte, di innegabilità. I sistemi tuttavia complessi retro-agiscono su ciò che ha costituito sul Senso Comune attraverso l’influenza di ritorno. Il senso comune (ideologia quotidiana) è costituito da diversi strati, per esempio strati superficiali (casuali e momentanei, fluidi e mutevoli) sono esperienze del nostro mondo interiore, pensieri casuali, futili (non solidi, non inutili). Essi sono nati prematuri, incapaci di sopravvivere, “romanzi senza eroi, rappresentazioni senza pubblico”.</p>
<p style="text-align: justify;"> La realtà effettiva della lingua-linguaggio è l’evento sociale dell’interazione verbale, realizzato dall’enunciazione. L’interazione verbale come realtà basilare. Il dialogo è solo una delle tante forme dell’interazione (certamente la più importante). Anche un libro è scambio verbale.</p>
<p style="text-align: justify;"> La comprensione cerca nella parola del parlante una contro-parola (attrito, lotta, non armonica). Nella comprensione effettiva (non di lingue morte o straniere) si cerca un equivalente. Il significato si trova TRA la parola, non nella parola. Il significato è l’Effetto dell’interazione tra due parlanti.</p>
<p style="text-align: justify;"> Sebbene la parola riguardi l’uso che almeno due parlanti fanno, esistono anche degli usi stereotipati, e sono le collocazioni. <em>Partire lancia in resta</em> è una collocazione, cioè un modo di dire, un uso cristallizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"> Nonostante il termine “collocazione” si sia affermato in area romanza più tardi, la nozione era in parte già presente nella teoria semantica di Eugenio Coseriu, più precisamente nelle cosiddette solidarietà lessicali.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Una solidarietà lessicale può essere definita come una determinazione semantica di una parola attraverso una classe, un arcilessema o un lessema che funzionano come caratteristica distintiva della parola considerata”.</p>
<p style="text-align: justify;"> Per classe si intende l’insieme dei lessemi che sono accomunati da un tratto distintivo in comune. I lessemi che appartengono alla stessa classe si comportano in maniera analoga da un punto di vista grammaticale o lessicale</p>
<p style="text-align: justify;"> È un lessema ogni unità che compare in una lingua sotto forma di parola. Un arcilessema è un’unità semantica che equivale al contenuto unitario di tutto un campo lessicale, ossia di un paradigma lessicale che raccoglie varie unità(parole) che si oppongono l’una all’altra per tratti distintivi minimi.</p>
<p style="text-align: justify;"> Le solidarietà lessicali sono formate da un lessema determinante (il lessema il cui contenuto è implicato come tratto distintivo in un altro lessema) e un lessema determinato (il lessema che riceve questi tratti distintivi). Il lessema determinato implica il lessema determinante ma non viceversa. Coseriu, in base a questa spiegazione da lui fornitaci, distingue due tipi di solidarietà lessicali:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Le solidarietà unilaterali: sono caratterizzate da determinazione interna, perché la caratteristica del lessema determinante incluso nel lessema determinato non ha valore oppositivo nell’asse paradigmatico.</li>
<li style="text-align: justify;">Le solidarietà multilaterali: sono caratterizzate da determinazione esterna, perché il tratto distintivo del lessema determinante si aggiunge al contenuto del lessema determinato, rendendo possibile l’opposizione con altri lessemi sull’asse paradigmatico.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> Le solidarietà del primo tipo funzionano solo sintagmaticamente, mentre quelle del secondo tipo costituiscono dei paradigmi. Inoltre, nelle solidarietà unilaterali il lessema determinante è – di solito – assente. Nel caso delle solidarietà multilaterali il lessema determinante è di solito espresso, anche se la sua presenza non è necessaria per capire di cosa si sta parlando.</p>
<p> Coseriu distingue, inoltre, in base ai lessemi determinanti, tra affinità, selezione e implicazione:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Affinità: La classe del lessema determinante funziona come tratto distintivo.</li>
<li>Selezione: L’arcilessema dei lessemi determinanti funziona come tratto distintivo.</li>
<li style="text-align: justify;">Implicazione: Un lessema determinante funziona come determinazione del contenuto di un lessema determinato.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> Interessanti sono le osservazioni di Coseriu sull’USO METAFORICO delle solidarietà. Nelle solidarietà si produce – automaticamente – una metafora. Le collocazioni e le solidarietà differiscono, inoltre, sul piano della frequenza, infatti la frequenza è un tratto fondamentale dello studio sulle collocazioni di Corpas. Per Coseriu, invece, la frequenza non ha niente a che fare con le solidarietà lessicali e non è la prova della loro esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;"> Josef Hausmann propone una definizione di collocazione molto più elegante rispetto a quella elaborata dai contestualisti e, successivamente, dalla linguistica computazionale. L’autore fa emergere alcune caratteristiche essenziali delle collocazioni sia dal punto di vista formale che semantico.</p>
<p style="text-align: justify;"> Hausmann dà innanzitutto una definizione: la collocazione è composta da due parole piene. Si tratta di una precisazione assolutamente non scontata dato che solo pochi autori si sono preoccupati di limitare a DUE il numero dei componenti delle collocazioni; tuttora infatti molti parlano di “combinazioni di due o più parole” (come Corpas). Per cui ogni collocazione lessicale si compone, per Hausmann, esclusivamente di due elementi lessicali – non grammaticali – eventualmente intercalati da elementi funzionali quali preposizioni o articoli. In questo modo Hausmann restringe il dominio delle collocazioni, distinguendole da molti enunciati: le collocazioni hanno dunque la dimensione di un sintagma→ ciò significa escludere tutte le espressioni, fisse o libere, che superino la dimensione del sintagma, come proverbi, clichés, e moltissime locuzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"> Secondo Hausmann il criterio di frequenza introdotto da Bally, poi ripreso da Firth e dai suoi successori, non porta a identificare esclusivamente collocazioni. Dunque per Hausmann la frequenza non rappresenta certo una prova dell’esistenza delle collocazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"> Dal punto di vista strutturale Hausmann indica sei possibili combinazioni collocazionali, e ne propone degli esempi in tre lingue:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Sostantivo+aggettivo (epiteto): confirmed bachelor (trad. scapolo incallito)</li>
<li>Sostantivo+verbo: his anger falls (trad. la sua rabbia si è placata)</li>
<li>Verbo+sostantivo(oggetto): to withdrow money (trad. ritirare il denaro)</li>
<li>Verbo+avverbio: it is raining heavily (trad. piovere pesantemente)</li>
<li>Aggettivo+avverbio: seriously injured (trad. gravemente ferito)</li>
<li>Sostativo+(preposizione)+sostantivo: a gust of anger (trad. una ventata di rabbia)</li>
<li>Verbo+preposizione+sostantivo : faire de la temperature (trad. fare la temperatura).</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> Uno dei problemi cruciali nell&#8217;analisi del lessico è quello di stabilire cosa significano le parole. Lo studio di questo aspetto va sotto il nome di semantica lessicale, il compito sembra semplice ma in realtà è molto complesso per due motivi :</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">perché la maggior parte delle parole acquistano un significato diverso in dipendenza del contesto in cui si trovano, si usa riferirsi a questo problema come al problema della variabilità contestuale del significato o della polisemia delle parole</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">perché il significato delle parole è l&#8217;elemento a partire del quale costruiamo il significato delle frasi ma ciò nonostante il significato delle frasi raramente è dato dalla somma del significato delle singole parole.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> Quest’ultimo non è proprio l&#8217;oggetto di studio la semantica lessicale ma quello della semantica frasale che si occupa di chiarire come si forma il significato delle frasi a partire dalle parole che lo compongono.</p>
<p style="text-align: justify;"> I due ambiti sfumano uno nell&#8217;altro perché se da un lato le parole contribuiscono con il loro significato a costruire quello della frase, il contesto in cui una parola si trova influenza il suo significato.<img decoding="async" class="alignright  wp-image-55133" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/5-150x150.png" alt="" width="257" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify;"> Una definizione di contesto è l&#8217;insieme di elementi linguistici adiacenti ad una parola quindi l&#8217;insieme degli elementi che la precedono o la seguono. Una definizione invece più scrupolosa distingue fra contesto sintattico e contesto semantico, e contesto situazionale e contesto pragmatico. Il contesto sintattico l&#8217;insieme degli elementi adiacenti a una parola visti dal punto di vista delle loro proprietà sintattiche. In base all&#8217;analisi di queste proprietà è possibile stabilire se il contesto sintattico di una parola sia di tipo nominale verbale o aggettivale. Poi abbiamo il contesto semantico che è l&#8217;insieme degli elementi adiacenti a una parola vista dal punto di vista delle proprietà semantiche, vale a dire ciò che le parole significano. Quando le parole si combinano il significato di una influenza significato dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il significato di una parola non è disambiguato dagli elementi linguistici con i quali si combina ma dalla situazione comunicativa in cui l&#8217;enunciato che contiene la parola è utilizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"> L&#8217;ambiguità è la proprietà di una forma lessicale di avere più di un significato questa proprietà può essere di due tipi principali:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">il primo tipo è l&#8217;ambiguità contrastiva cioè omonimia, è il caso di una forma lessicale che in una lingua ha due o più significati distinti e non correlati fra loro, si chiama contrastiva perché fra i due significati sono contraddittori nella loro natura quindi uno esclude l&#8217;altro.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">il secondo tipo è l’ambiguità complementare o polisemia, è il caso di una forma lessicale che ha più significati corrispondenti a manifestazioni diverse dello stesso significato di base in contesti diversi.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> I significati di una parola polisemica hanno quindi una relazione più o meno evidente fra loro. La maggior parte delle parole di una lingua sono polisemiche: hanno più di un significato. Questo fatto è conforme alle proprietà della lingua di essere economiche cioè di utilizzare lo stesso materiale per più scopi. Le parole più polisemiche sono i verbi. L&#8217;alta polisemia dei verbi è legata al fatto che loro significato è incompleto e viene riempito dagli elementi coi quali formano la frase.<img decoding="async" class=" wp-image-55134 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/6-150x150.png" alt="" width="296" height="296" /></p>
<p style="text-align: justify;"> Nonostante la polisemia sia un fenomeno che può apparire casuale specialmente se valutato in relazione a singole parole e a lingue diverse, spostando l&#8217;attenzione dalle singole parole all&#8217;intero lessico è possibile individuare degli schemi di polisemia</p>
<p style="text-align: justify;"> Uno di essi è la metonimia: il significato di una parola si estende per contiguità concettuale a partire dall&#8217;oggetto indicato a ciò che entra in contatto con oggetti di quel tipo. La metonimia o la sineddoche sono procedimenti che portano alla formazione dei significati che vengono chiamati estesi.</p>
<p style="text-align: justify;"> Un altro procedimento che costituisce una delle risorse principali per le espansioni del significato è la metafora. La metafora è alla base della formazione dei significati che vengono chiamati figurati. Quando si applica una metafora il significato di una parola è reinterpretato per una similitudine che viene istituita fra due situazioni. A seguito di questa similitudine la parola viene usata in un contesto diverso dall’usuale nel quale acquista un nuovo significato non più letterale ma figurato.</p>
<p style="text-align: justify;"> L’ambiguità nelle parole e la polisemia sussistono sia all’interno di una stessa lingua sia tra lingue diverse. Da qui nasce la difficoltà nella traduzione. La traduzione è sempre come il dietro di un bell’arazzo, come diceva Cervantes.</p>
<p style="text-align: justify;"> La competenza traduttiva è un qualcosa su cui i teorici della traduzione si interrogano da sempre. Non si è giunti ad una vera e propria definizione ma ad una serie di teorie che ci danno l’idea di cosa essa è. Il motivo per cui i teorici non riescono ad arrivare ad una definizione condivisa è che tale competenza traduttiva viene in genere considerata come una sorta di underlying knowledge, una conoscenza di base che sottostà alla transfer (Nord)/ translational (Toury) /translator competence (Kiraly) (nemmeno la terminologia è condivisa) e che costituisce il complemento necessario delle abilità linguistiche nelle due lingue oggetto della traduzione.</p>
<p style="text-align: justify;"> Già Newmark (1989) aveva intuito l’importanza della componente (o delle componenti) non linguistica della competenza traduttiva, definendo “intelligenza” quell’underlying knowledge come qualcosa di innato, che l’esperienza può certo migliorare ma non mutare nella sostanza. Harris affermò successivamente la natura innata di tale qualità. Toury introdusse la nozione di “native translator”. Stessa linea di pensiero era quella di Vannerem e Snell-Hornby che affermano che: memoria, intelligenza, sensibilità linguistica, senso di responsabilità, capacità di pensare in maniera dinamica e creativa sono qualità che si possono alimentare nella sostanza ma non certo ricreare ex novo in un individuo.</p>
<p style="text-align: justify;"> Tuttavia, non tutti concordano con l’idea che la competenza traduttiva sia innata; in particolare: Hönig argomenta la sua posizione riprendendo la “mapping theory” di Holmes. Per Holmes vi è l’esistenza di una macrostruttura, di un multi-level process, che diventa in Hönig una “central processing unit”: grazie ad essa il testo in una traduzione viene “spostato” dal suo ambiente naturale e proiettato nella realtà mentale del traduttore, che opera a due livelli o meglio, per utilizzare la terminologia di Kiraly, in due diversi “workspaces” (controlled e uncontrolled).<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-55135" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/7-150x150.png" alt="" width="291" height="291" /></p>
<p style="text-align: justify;"> La prima comprensione del testo da parte del traduttore ma così come buona parte dell’attività traduttiva ha luogo nell’ “uncontrolled workspace”ed è, quindi, difficile dar conto di essa (Think-Aloud-Protocols). Hönig poi suggerisce che i prodotti dell’attività mentale condotta dal traduttore nell’uncontrolled workspace della memoria a lungo termine sono soggetti ad un monitoring che ha luogo nel controlled workspace della memoria a breve termine. Quindi essendo la macro-strategia per lui fondamentale, Hönig attacca quindi l’idea del native translator. Infatti le strategie di problem-solving sono parte integrante di ogni traduzione. Hönig suggerisce di ribattezzare la “innate translation competence” con il nome di “transfer competence” e di utilizzare il nome “translation/translatory competence” per la competenza strategica che invece può essere acquisita.</p>
<p style="text-align: justify;"> Dal canto suo Pym afferma che è normale che servano anche conoscenze grammaticali, retorica, terminologia, computer skills, world knowledge, strategie e così via, ma la parte traduttiva non è strettamente legata solo alla lingua, è un processo di generazione e selezione, un processo di PROBLEM-SOLVING. Tradurre richiede una serie di competenze non facilmente definibili e che è possibile acquisire solo nel tempo e che vanno sempre coltivate anche quando si crede di aver raggiunto un certo grado di esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;"> La transfer competence può essere anche acquisita e non è per forza innata, ciò perché ogni evento comunicativo è traduzione. Hönig suggerisce che il traduttore può lavorare in maniera efficace solo se ha la consapevolezza del suo ruolo sociale, culturale e comunicativo. La competenza traduttiva non è una cosa che si acquisisce una volta per tutte, ma a cui bisogna costantemente lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;"> Non c’è niente di definitivo e ogni traduzione è diversa, non c’è una conoscenza fissa in questo campo. Non esistono traduzioni migliori o peggiori ma solo più o meno efficaci, cioè adatte allo scopo per il quale sono state richieste, al pubblico al quale sono destinate e così via. Ed è per questo che è importantissimo indirizzare le scuole verso la traduzione intralinguistica, ossia verso la capacità di riformulare testi. Tale capacità presuppone l’attivazione di procedure metacognitive di pianificazione dell’intervento richiesto che sono estremamente preziose per il lavoro del traduttore.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il lavoro del traduttore diventa sempre più difficile se il testo è antico. Pensiamo alla Bibbia. Per il canone cattolico la Bibbia è composta di 73 libri: 46 l’Antico Testamento e 27 il Nuovo. L’Antico Testamento è scritto in ebraico, aramaico e greco, il Nuovo interamente in greco. L’Antico Testamento è stato scritto durante tutto il I millennio a. C., mentre il Nuovo nel I secolo d. C.</p>
<p style="text-align: justify;"> Si tratta di testi che presentano molti problemi linguistici e filologici, che la traduzione non può rendere. In Genesi 17, 1 è scritto: “Abramo aveva 99 anni, quando Dio apparve ad Abramo e gli disse: Io sono l’Onnipotente, cammina davanti a me e sii pio“. Il termine che al seguito della Bibbia di Lutero si suole tradurre con “pio” (tāmim) significa propriamente “completo”, “perfetto”, ma non nel senso di una perfezione morale; si riferisce piuttosto al rapporto verso Dio, al suo carattere incondizionato e indiviso. L’esigenza che qui è espressa è quella di Deuteronomio 18, 13: “Sii tutto completamente del tuo Dio”.<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-55136 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/8-150x150.png" alt="" width="284" height="284" /></p>
<p style="text-align: justify;"> In Esodo 3, 1-12 c’è il racconto del roveto ardente. Mosè vede un rovento che non si consuma, quindi riceve il dono del nome di Dio. Dallo studio minuzioso della lingua di questo racconto si sono capite cose che non si notano in traduzione. Secondo l’ipotesi documentaria, i primi cinque libri della Bibbia, cioè il Pentateuco, tra cui il libro dell’Esodo, sarebbero stati scritti riunendo 4 fonti, denominate con queste sigle: E, D, J, P. Queste quattro tradizioni si riconoscono in quanto hanno dei particolari che le caratterizzano: per esempio, le prime due si riferiscono al monte di Dio con Horeb, le altre due con Sinai. Probabilmente le prime due non usano il nome Sinai in quanto richiama una divinità straniera, il dio mesopotamico Sin. Ma Gunkel arrivò a sostenere che il nucleo originario del Pentateuco non sono le 4 fonti, che pure esistono, bensì delle leggende orali. Su questa linea, il racconto del roveto ardente dimostra che il Pentateuco non è stato scritto fondendo diverse tradizioni, ma che vi era un nucleo originario il quale poi è stato riscritto da una particolare tradizione, una delle quattro che abbiamo menzionato, la quale lo ha “trasformato” secondo il proprio orientamento.</p>
<p style="text-align: justify;"> Come hanno fatto gli studiosi a capirlo? Il testo in questione sembra giocare sulla assonanza tra il nome “roveto” (in ebraico sene) e il nome Sinai. Infatti alla fine della storia, al verso 12, c’è una chiara allusione: “Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte”. Il segno è questo: Mosè vede il roveto (sene) ardente e, quando avrà fatto uscire il popolo dall’Egitto, essi serviranno Dio sul monte Sinai. Il testo dà per scontato il nome Sinai, ma nel racconto non compare, infatti, al verso 1, c’è l’altro nome del monte, quello di Horeb. Come mai nel racconto c’è una chiara allusione al Sinai ma per designare il monte si usa un altro nome? I filologi ipotizzano che questo racconto non nasca da una o più delle quattro tradizioni perché è inverosimile che una tradizione che non contempla il nome Sinai per non accostarlo al dio Sin, abbia poi del materiale a cui vi allude (sene/Sinai). Allora il materiale originario del Pentateuco non è costituito dalle 4 fonti citate, ma da dei racconti orali che queste fonti hanno riscritto in qualche modo. Pertanto, ci deve essere stata una leggenda orale che alludeva al Sinai mediante il sostantivo sene, e in seguito una delle tradizioni a cui abbiamo fatto riferimento, ha messo per iscritto tale racconto secondo alcuni schemi linguistici, letterari e teologici che le erano propri. È stata una tradizione che non accetta il nome Sinai, quindi è stata E oppure D. Ci sono altri indizi che fanno propendere verso la fonte E.</p>
<p style="text-align: justify;"> In Esodo 3, 14 Mosè domanda a Dio il nome e Dio risponde con queste parole ebraiche: Ehyeh asher ehyeh, “io sono (ehyeh) colui che (asher) sono (ehyeh)”. In realtà si tratta di una espressione intraducibile per via della sua ricchezza polisemica. In essa è possibile notare queste ambiguità:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>il verbo all’yiqtol può esprimere un passato oppure un presente durativo (sono solito essere) oppure un futuro;</li>
<li style="text-align: justify;">il verbo all’yiqtol esprime anche diverse forme di modalità: posso essere, potrei essere, devo essere, voglio essere, vorrei essere, …;</li>
<li style="text-align: justify;">la costruzione “io sono chi sono” può esprimere sia la indeterminatezza (sarò chiunque sarò) sia l’intensificazione (è ciò che sarò che sarò);</li>
<li>la frase può essere sia una asserzione sia una promessa.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> In Deuteronomio 5, 23 è scritto: “All’udire la voce che proveniva da dentro le tenebre, mentre il monte avvampava nel fuoco, vi avvicinaste a me con tutti i vostri capitribù e i vostri anziani”. Il verbo ebraico “vi avvicinaste”, wattiqerbun ‘ela, è talmente polisemico che esprime tre concetti, impossibili da rendere in italiano: un avvicinamento spaziale, cioè un movimento fisico degli israeliti; una richiesta giuridica; nel versetto 27 questo verbo comunica l’elezione carismatica di Mosè per farsi intermediario tra Dio e il popolo, quindi il verbo in questione veicola anche una sfumatura iniziatica.</p>
<p style="text-align: justify;"> In Giosuè 10, 24 c’è una immagine tipicamente orientale, si tratta di una collocazione: “Mettete i vostri piedi sul collo di quelli”. La traduzione non può rendere la pregnanza della espressione. Porre i piedi sul collo è un gesto che nell’iconografia orientale simboleggia la sottomissione e la disfatta; a differenza delle rappresentazioni antiche, qui non è il re a compiere il gesto ma i capi militari.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-55137" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/9-150x150.png" alt="" width="326" height="326" /></p>
<p style="text-align: justify;"> I filologi biblici compiono un lavoro al microscopio nello studio di questi testi antichi. La Bibbia non finisce mai di dire quello che ha da dire, quindi non si finisce mai di studiarla. Certamente questo è vero soprattutto dal punto di vista linguistico, il verbo infatti ha spesso valori ambigui e polisemici, ma anche in relazione ai realia, cioè ai dati extratestuali che forniscono sempre nuova luce ai passi biblici. In Giosuè 8, 30 si racconta che Giosuè costruì un altare a Dio sul monte ‘Ebal. Questo episodio è introdotto dalla particella “allora” (‘az) seguita da un yiqtol in una sequenza al passato: questa costruzione non dice niente in traduzione (“Allora Giosuè costruì un altare”), ma per i filologi vuol dire che l’episodio dell’altare non è originale, ma è stato una inserzione tardiva. Inoltre si è proposto di associare questo passo alla recente scoperta sul monte ‘Ebal di una rilevante struttura del Ferro I (XII a. C.), che i responsabili dello scavo hanno identificato come luogo di culto, forse un santuario regionale.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il libro di Rut è scritto in un ebraico biblico molto limpido, per questo viene spesso letto in originale da chi si accinge a impararlo. In Rut 2, 13 Rut dice: “Ti ringrazio, signore, perché mi hai consolata”. Ma questa traduzione non rende la ricchezza dell’originale ebraico, dove vi è un yiqtol, quindi bisognerebbe tradurre “Possa trovare (ancora) grazia ai tuoi occhi”. Infatti l’uso di questo modo del verbo ebraico fa pensare a un trovar grazia rivolto al futuro. Il verbo è in prima posizione, quindi è volitivo, iussivo.</p>
<p style="text-align: justify;"> In Esdra 1, 1 si dice che Dio “spinse” il re Ciro a promulgare un decreto nel quale faceva ritornare gli ebrei nella loro patria, la Palestina, dopo l’esilio a Babilonia. Ma l’originale ebraico è letteralmente “fece alzare lo spirito di Ciro”. L’originale ha una pregnanza particolare, perché lo spirito è quello infuso da Dio in ogni uomo al momento della creazione, quindi l’espressione ebraica vuole sottolineare la signoria di Dio su quanto esiste, sulla storia e su ogni uomo in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;"> In Isaia 19, 6 è scritto: “si svuoteranno e seccheranno i Nili di Masor”. Il Nilo era uno solo ma qui è al plurale per indicare i canali laterali e il Delta. Isaia si riferisce al mancato straripamento estivo del Nilo, un mistero anche per Erodoto: di solito il Nilo debordava durante l’estate garantendo la fertilità del terreno e la prosperità dei raccolti. Sorprende il nome māṣor per l’Egitto. La forma corrente è miṣrajim, che è un duale, per indicare Basso e Alto Egitto. Usando questa forma unica Isaia probabilmente intende dire l’unico Egitto, cioè il Basso Egitto, dove sfociava il Nilo. L’Alto Egitto era quello da dove sgorgava il Nilo, il Basso invece era il Delta, zona particolarmente fertile e che, in caso di non straripamento del fiume, ne avrebbe risentito di più.</p>
<p style="text-align: justify;"> L’ebraico biblico è una lingua semitica, mentre l’italiano è una lingua neolatina appartenente a quelle indoeuropee. Gli antichi semiti ragionavano in maniera molto diversa dalla nostra e anche la lingua ne risente. L’ebraico biblico è una lingua povera (conta solo 5750 vocaboli) e arcaica (non ha un vero sistema ipotetico, ama la paratassi). L’Antico Testamento non è un’opera immensa (conta solo 305.441 parole ebraiche e aramaiche, escludendo i 7 libri in greco).</p>
<p style="text-align: justify;"> L’ebraico biblico presenta molti giochi di parole, assonanze e allitterazioni, soprattutto in poesia, che nella traduzione non è possibile rendere. Nel cantico di Debora si suole imitare lo zoccolo dei cavalli che calpestano il terreno (Giudici 5, 22), mentre il Qoelet ironizza sul “riso dello stupido simile a un crepitio di pruni sotto una caldaia“ (7, 6), creando attraverso un gioco fonetico di sibilanti l’effetto del crepitio e del sibilo.<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-55131 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/3-150x150.png" alt="" width="324" height="324" /></p>
<p style="text-align: justify;"> Per quanto riguarda i libri in greco dell’Antico Testamento, per alcuni di essi si pensa che il greco non sia la lingua originale, ma quella di traduzione da un originale ebraico o aramaico. Guardiamo solo al libro di Giuditta, dove nel primo capitolo è scritto che Nabucodonosor mandò messaggi a vari abitanti e anche a “quelli tra le popolazioni” (versetto 8: in greco tous en tois ethnesi) del Carmelo e di Galaad. Gli studiosi osservano che la parola “popolazioni” suona strana. In quei luoghi non vi erano altre etnie. Quindi, ipotizzando un originale ebraico, i filologi pensano che il presunto traduttore abbia sbagliato a leggere: l’originale doveva essere be-‘are (“tra le città”) e lui capì be-amme (“tra le popolazioni”). Invece chi reputa il libro di Giuditta scritto originariamente in greco, intende queste “popolazioni” come un semitismo, cioè una espressione influenzata dalle lingue semitiche parlate allora, come l’ebraico o l’aramaico: “popolazioni” sono i gentili o i pagani, come nei libri dei Maccabei e nel Nuovo Testamento.</p>
<p style="text-align: justify;"> A differenza dell&#8217;ebraico biblico, quello rabbinico o mishnico fu a lungo poco considerato. Si dovette attendere il 1812 perché Solomon Löwisohn si ponesse in un suo studio la domanda: cos&#8217;è l&#8217;ebraico mishnico? Più tardi, nel 1845, Abraham Geiger, rabbino e illuminato, compilò la prima grammatica, in due volumi, di questa forma di ebraico tardo. Lui però giunse alla conclusione che l&#8217;ebraico mishnico altro non fosse che aramaico ebraicizzato, una lingua artificiale. Studi successivi, come quelli di Segal, autore di una fondamentale grammatica dell&#8217;ebraico mishnico, hanno rovesciato questa impostazione e visto nell&#8217;ebraico mishnico una forma di lingua, se non propriamente viva (nel II sec. d. C. sarebbe stato difficile) per lo meno attivamente usata.</p>
<p style="text-align: justify;"> L’ebraico mishnico ha molte particolarità rispetto all’ebraico biblico. Presenta un incremento significativo nell’uso delle matres lectionis. Per il possesso si formano forme proclitiche o indipendenti della particella sel, &#8220;di&#8221;. Uso del suffisso –an per esprimere l’agente di una azione (gozlan, “ladro”). Il plurale maschile è spesso –in, come in aramaico. Alcuni nomi maschili prendono al plurale –ot del femminile. La forma pu’al dell’ebraico biblico è quasi del tutto scomparsa. Nella coniugazione a suffissi il hitpa’el è sostituito dal nitpa’el, che esprime un senso riflessivo-passivo. Alcuni studiosi hanno sostenuto l’esistenza di un nuf’al a fianco del nif’al. Vi sono alcuni cambiamenti minori nel significato delle forme verbali (coniugazioni derivate).</p>
<p style="text-align: justify;"> L’ebraico mishnico trae il nome dalla Mishnà, il complesso di norme, dottrine elaborate tra il II secolo a. C. e il II d. C. per applicare la Legge di Mosè contenuta nella Bibbia. Il commento alla Mishnà è detto Talmud, di cui si hanno due versioni: una palestinese e una babilonese, entrambe scritte in aramaico.</p>
<p style="text-align: justify;"> I testi cambiano a seconda dell’area concettuale di riferimento, una delle classificazioni canoniche è quella in base al dominio di appartenenza, per cui si parla di testi letterari, medici, giuridici e così via. I testi si diversificano poi assumendo caratteristiche diverse a seconda dello scopo, del contenuto e dei partecipanti all’evento comunicativo: la lingua vi assumerà di conseguenza caratteristiche stilistiche dipendenti da tutti questi fattori.</p>
<p style="text-align: justify;"> Le caratteristiche che un testo assume dipendono prevalentemente dalla motivazione che ha spinto l’autore a crearlo: il perché influenza il come. Lo scopo da assolvere determina un tipo testuale, che a sua volta si concretizza in una categoria di genere.</p>
<p style="text-align: justify;"> Quindi le tipologie testuali vengono individuate non solo in base al contenuto ma anche in base alla funzione comunicativa che assolve e sono state proposte diverse classificazione di testi. Vari autori hanno messo in correlazione le tipologie testuali con la traduzione.</p>
<p style="text-align: justify;"> Prestiamo attenzione in particolare al contributo di Reiss. La sua teoria considera il testo come unità di traduzione e non la parola o la frase. È il testo nella sua complessità e completezza che diventa unità di traduzione. Altri proponevano parole o gruppi di parole oppure unità di traduzione come unità di senso/significato e unità lessicale. Secondo Reiss a ogni tipologia testuale corrispondeva una modalità del tradurre diversa e questa modalità traduttiva in realtà è in relazione alla funzione dominante del testo di partenza. “La trasmissione della funzione dominante del Testo di partenza (TP) è il fattore determinante secondo il quale il Testo di arrivo (TA) viene giudicato”, ciò significa che la traduzione deve rendere giustizia al testo di partenza, in particolar modo alla funzione, all’ intenzionalità comunicativa dell’autore/mittente.</p>
<p style="text-align: justify;"> Reiss prende in prestito la tripartizione delle funzioni linguistiche di Bühler, quindi considera che i testi possano avere una funzione:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>informativa: che rappresenta oggetti e fatti (es. testi argomentativi o tecnico-scientifici, manuali);</li>
<li>espressiva: esprime l’atteggiamento del mittente (es. testi letterari);</li>
<li>conativa: tenta di attrarre il ricevente di un testo (es. testi pubblicitari, discorsi politici).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> Per quanto riguarda la funzione informativa, il fulcro è trasmettere il contenuto del testo e farlo nella maniera più esplicita possibile e se non è interamente intellegibile, è necessario esplicitare i passaggi più ambigui.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-55132" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/12/4-150x150.png" alt="" width="259" height="259" /></p>
<p style="text-align: justify;"> La funzione espressiva ha una dimensione principalmente estetica ed è incentrata soprattutto sulla forma del testo, in questo caso la traduzione deve trasmettere la forma estetica del testo e il metodo traduttivo associato da Reiss è un metodo di tipo identificativo. Quando si traducono dei testi letterari, il metodo che deve adottare il traduttore è quello di identificarsi nell’autore, immedesimarsi nell’autore e adattarsi alla sua prospettiva, lo sforzo del traduttore è quello di individuare l’intenzionalità comunicativa del mittente, cercando di riprodurre l’intenzionalità comunicativa in modo assimilabile a quello dell’autore.</p>
<p style="text-align: justify;"> I testi operativi hanno funzione appellativa, generalmente hanno una dimensione linguistica dialogica perché si rivolgono direttamente al destinatario e la traduzione deve ottenere la reazione desiderata seguendo il metodo adattivo.</p>
<p style="text-align: justify;"> Nell’Antico Testamento gli autori dei vari libricini non usano una funzione in maniera fissa, è infatti possibile trovare testi storici (funzione informativa) ma che vengono usati per esortare (funzione conativa) e con pretese letterarie (funzione espressiva). Stesso discorso per il genere letterario in una singola funzione. Molti testi letterari della Bibbia ebraica appartengono a più generi, come i salmi, in ognuno dei quali vi è spesso sia la lode sia la supplica oppure sia la lamentazione sia la supplica.</p>
<p style="text-align: justify;"> In ogni modo la scrittura biblica ha delle peculiarità che la rendono unica. Beauchamp notava come la Legge tende a cercare un archetipo nella storia che origina la norma; il profeta attualizza il precetto divino nell’esperienza di adesso; il sapiente lo intende come un sempre dell’esperienza quotidiana. Tre generi e tre tempi diversi: prima, adesso, sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"> Lo stesso geniale autore riconosceva in tre sezioni dell’Antico Testamento (Deuteronomio, primi 9 capitoli dei Proverbi, Isaia 40-55) un fenomeno concettuale e stilistico da lui denominato “deuterosi”, cioè un discorso che ritorna su sé stesso in maniera ridondante. Nel Deuteronomio si dice di osservare la Legge di Dio perché è la Legge; nella sezione dei Proverbi di acquistare la Sapienza perché è la Sapienza; in Isaia di osservare la Parola di Dio perché Dio parla.</p>
<p style="text-align: justify;"> Newmark mette in correlazione tipologie testuali e traduzione. È un teorico famoso perché si è occupato di formazione dei traduttori. Secondo lui i testi possono avere:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>funzione informativa</li>
<li>funzione vocativa o argomentativa –</li>
<li>funzione espressiva.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> Ma i testi possono avere sempre un’unica funzione? Secondo Newmark no: infatti, possono avere una funzione dominante ma possono avere anche altre che nel tempo possono cambiare. Di solito le opere di narrativa hanno funzione espressiva ma possono essere anche usati per trasmettere idee e convinzioni, persuadere, argomentare. Pensiamo, oltre alla Bibbia, anche ai promessi Sposi di Manzoni, dove la storia di Renzo e Lucia non vuole solo dilettare ma anche convincere sui valori evangelici.</p>
<p> Un altro argomento interessante è la differenza tra generi testuali e tipologie testuali. I generi testuali sono:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>una particolare configurazione dell’atto linguistico</li>
<li>una modalità espressiva, la forma che I parlanti danno ai loro testi scritti e orali</li>
<li style="text-align: justify;">eventi comunicativi della vita di tutti i giorni (es. esame orale, forma comunicativa che si svolge in forma dialogica e in questo senso può essere considerato un genere testuale).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> Una determinata situazione comunicativa determina una tipologia testuale e questa si concretizza in un genere testuale che è più o meno standardizzato, riconoscibile all’interno di una data comunità. Talvolta tipologia testuale e genere testuale vengono usati come sinonimi e quindi confusi. Ma bisogna precisare:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">le tipologie testuali si concretizzano in forme diverse a seconda del contesto d’uso (si identificano in base alle caratteristiche formali dei testi – criteri interni – categorie universali), ovvero in base a variabili di ordine linguistico, culturale, sociale e pragmatico</li>
<li style="text-align: justify;">il genere invece dipende da variabili esterne, ossia a criteri riconducibili a distinzioni e classificazioni insite nella cultura della quale il testo è espressione (criteri esterni – categorie variabili in base alla cultura).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"> L’esame orale è un genere testuale in riferimento alla nostra cultura, invece quando i filosofi antichi insegnavano e interrogavano all’aria aperta il discorso dell’allievo non era inteso come un “esame” ma come una conversazione. L’esame orale è quindi una tipologia testuale in quanto presenta criteri interni riconducibili a un testo discorsivo e non meglio formale come il proclama di un capo di stato o le direttive di un capogabinetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografia</p>
<ul>
<li>P. Beauchamp, L’uno e l’altro Testamento. Saggio di lettura, Brescia 1985;</li>
</ul>
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<li>F. Dalla Vecchia (a cura di), Giosuè. Introduzione, traduzione e commento, Milano 2010;</li>
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<li>F. Dalla Vecchia (a cura di), Giuditta. Introduzione, traduzione e commento, Milano 2019;</li>
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<li>F. Longobardi, Le affinità del lessico, Napoli 2018;</li>
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<li>A. Niccacci, M, Pazzini, Il rotolo di Rut. Analisi del testo ebraico, Jerusalem 2008;</li>
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<li>A. Rofé, Introduzione alla letteratura della Bibbia ebraica, vol. 1 (Pentateuco e libri storici), Brescia 2011;</li>
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<li>A. Sàenz-Badillos, Storia della lingua ebraica, Brescia 2007;</li>
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<li>G. Von Rad (a cura di), Genesi. Traduzione e commento, Brescia 1978;</li>
</ul>
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<ul>
<li>V. N. Volosinov, Marxismo e filosofia del linguaggio, Bari 1976.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Herman Wirth e la traduzione di “Aufgang…”: note al primo capitolo “La Preistoria delle Razze” &#8211; Michele Ruzzai</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jan 2018 06:45:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un articolo pubblicato il 30/12/2017, sempre su EreticaMente, avevo segnalato l’iniziativa recentemente partita nell’ambito del gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” per la traduzione, ad uso privato, del ponderoso volume “Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: un progetto per il quale rinnovo ancora l’invito a partecipare a tutti coloro che sono interessati a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/herman-wirth-e-la-traduzione-di-aufgang-note-al-primo-capitolo-la-preistoria-delle-razze-michele-ruzzai/">Herman Wirth e la traduzione di “Aufgang…”: note al primo capitolo “La Preistoria delle Razze” &#8211; Michele Ruzzai</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In un articolo pubblicato il 30/12/2017, sempre su EreticaMente, avevo segnalato l’iniziativa recentemente partita nell’ambito del gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” per la traduzione, ad uso privato, del ponderoso volume “Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: un progetto per il quale rinnovo ancora l’invito a partecipare a tutti coloro che sono interessati a questi temi, contattando il gruppo (che è pubblico) o anche, in assenza di un’utenza Facebook, scrivendo alla casella mail: michele.ruzzai@libero.it.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo è stata completata la traduzione del primo capitolo “Zur Urgeschichte der rassen” (La Preistoria delle Razze) ed è quasi terminata quella del secondo “Die Urheimat der nordischen rasse” (La patria primordiale della razza nordica), mentre ricordo che l’introduzione è già stata tradotta e pubblicata nel 2013 da Effepi, con il libretto “Introduzione a l’Aurora dell’umanità”: adesso, con questo nuovo articolo, propongo una sintesi dei punti che nella parte “La Preistoria delle Razze” mi sono sembrati di particolare interesse, sottolineando comunque come la densità dello scritto e la vastità dell’approccio di Herman Wirth siano tali che nulla – assolutamente nulla! – possa sostituire la lettura diretta del suo testo (ed anche della tabella a fine capitolo, qui difficilmente riassumibile). Le analisi del ricercatore tedesco-olandese, che in termini più ampi ho provato a sintetizzare a fine dicembre, in questo primo capitolo partono fondamentalmente dall’interrogativo di quali possano essere le modalità di origine e la profondità temporale dell’attuale razza nordica europea ma anche – mi sia concesso aggiungere – in un’ottica più generale quella della stessa umanità “bianca” in tutte le sue varie, splendide, sfaccettature.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-2-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25823 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-2-3-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico della razza nordica, Wirth inizia rilevando come, tra i reperti europei, le relative tracce archeologiche non sembrerebbero risalire a tempi anteriori al Mesolitico, in connessione con la cultura di Ertebølle (attestata tra circa 7.000 a 5.500 anni fa in area baltica – nota 1), con quella maglemosiana (nota 2) o, al massimo, con l’Aziliano. Si tratta di evidenze che appaiono coerenti con l’osservazione, di carattere più prettamente antropologico, che interpreta il tipo biondo e con occhi chiari come altamente specializzato e ben poco “primitivo” (note 3 e 4), dove quest’ultimo termine non è sinonimo di arretratezza evolutiva ma piuttosto di “omnipotenzialità morfologica”. In effetti, l’assenza di ritrovamenti ossei di età particolarmente antica ed attribuibili chiaramente alla razza nordica sembrerebbe rafforzare l’ipotesi di un suo sviluppo maturato non prima dei tempi postglaciali (praticamente olocenici), a partire dalle due stirpi principali del Paleolitico europeo, ovvero il Cro-Magnon (più robusto) e l’Aurignac/Combe Capelle (più leggero); o anche dalle varie modalità di incrocio verificatesi tra queste, più o meno come ad esempio aveva ipotizzato Gustaf Kossinna (note 5 e 6).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia Wirth sottolinea anche il fatto, significativo, che la razza nordica presenta pur sempre delle caratteristiche morfologiche costanti e consolidate ormai da 10.000 anni, quindi non ritiene biologicamente possibile che essa sia potuta sorgere solo in tempi postglaciali a causa di un rapido fenomeno di depigmentazione, ad esempio indotto da significativi cambiamenti climatici, intervenuto su di una popolazione precedente. Ricordiamo che quest’ultima potrebbe essere una prospettiva più simile a quella seguita da Carleton Coon, secondo il quale (nota 7) gli attuali nordici europei non deriverebbero direttamente dalle più antiche razze paleolitiche, ma sarebbero fondamentalmente dei mediterranei di età neolitica adattatisi a situazioni ambientali più fredde e di minor irraggiamento solare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea di Herman Wirth sull’origine della razza nordica è invece molto diversa. Pur, come detto sopra, ammettendone un’attestazione fossile di età solamente postglaciale, egli ipotizza che essa, nella sua forma attuale, rappresenti la mutazione (“idiovariazione”) di un gruppo più antico, maturata però in un arco temporale decisamente più lungo, dell’ordine delle decine di migliaia di anni, ritenendo che solo pochissimi millenni non sarebbero stati sufficienti per arrivare alla conformazione odierna (e va da sé che tale gruppo originario, pur non corrispondendo certo ai mediterranei neolitici di Coon, dovrebbe comunque aver presentato delle caratteristiche fenotipiche non del tutto coincidenti con i nordici attuali). Viene infatti ricordato il caso di quei popoli che vivono in condizioni glaciali da alcune migliaia di anni ma che continuano tuttora a conservare tratti morfologici alquanto distanti da quelli della razza nordica: un esempio in tal senso è costituito dagli Esquimesi, che fino a tempi recentissimi presentavano elementi culturali molto vicini alla cultura magdaleniana europea (circa 10-17.000 anni fa), e che in gran parte hanno tuttora gli stessi capelli scuri probabilmente derivanti dai loro antenati paleolitici.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ evidente che cercare i processi formativi dell’attuale razza nordica nelle decine di migliaia di anni a monte dei tempi olocenici, significa ovviamente addentrarsi in profondità nel periodo glaciale wurmiano, di conseguenza riconoscendo in quelle estreme condizioni climatiche un fattore determinante per la sua formazione (nota 8). A Wirth appare quindi chiara la necessità di guardare ai tempi paleolitici e alle due principali forme umane del nostro continente – le anzidette Aurignac/Combe Capelle e Cro-Magnon – almeno per partire con alcune prime considerazioni di carattere generale. Per quanto riguarda la prima, al di là della datazione del vero e proprio reperto di Combe Capelle (che in sé stesso potrebbe essere più recente di quanto a suo tempo stimato), lo si può comunque prendere a riferimento di una linea umana – più snella e minuta – che, come ricordato da vari autori (note 9,10,11), probabilmente è più antica di quella robusta del Cro-Magnon. Nella storia razziale europea, Wirth considera l’ingresso in campo dell’uomo di Aurignac come un evento di importanza davvero cruciale: stirpe probabilmente giunta da est (nota 12), con tracce che sembrano spingersi fino in Siberia, non trovò tuttavia il nostro continente disabitato, bensì occupato dai Neanderthal. Questi vennero progressivamente sospinti in sacche geografiche sempre più ristrette, ma è probabile che con essi ebbero luogo anche non trascurabili fenomeni meticciatori (nota 13). La razza Aurignac, inoltre, viene avvicinata anche al tipo Brünn (o Brno, in lingua ceca), secondo una linea di pensiero che pare largamente condivisa in ambito paleoantropologico (note 14, 15 e 16).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-3-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25824 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-3-2-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Wirth quindi si chiede se sia possibile collegare la genesi della razza nordica – il cui arrivo nel nostro continente appare tanto improvviso e poco chiaro – al tipo Aurignac che pure, come Evola ci segnala (nota 17), da qualche antropologo (ad esempio Reche) viene ipotizzato essere il nucleo dal quale, piuttosto, potrebbe essersi sviluppata la razza mediterranea-occidentale; altri ricercatori (ad esempio Kloatsch) invece propendono proprio per una sua filiazione nei confronti della razza nordica, idea che pare condivisa anche da Gunther (nota 18). Ma questa è però un’ipotesi che a Herman Wirth appare poco fondata, pur ritenendo il disegno del volto aurignacoide alquanto vicino al tipo nordico, ma tuttavia non scorgendo somiglianze evidenti nella conformazione della mandibola e dell’occipite. Lo studioso tedesco-olandese quindi propende per un’idea praticamente opposta: la razza Aurignac non come ancestrale, ma come il prodotto per meticciamento di una stirpe originaria nordico-artica – o “prenordica” – evidentemente ancora più antica (sulla quale torneremo nel corso dell’articolo ed in conclusione) con altri ceppi ad essa coevi e di diversa provenienza (e qui si ripropone il tema dell’impostazione tendenzialmente “poligenista” di Wirth, sulla quale mi permetto di rimandare al mio articolo del 30/12/2017).</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso non molto diverso viene fatto anche per l’altra razza fondamentale del Paleolitico Superiore europeo, il Cro-Magnon, che pare accompagnarsi ancor più strettamente alle prime culture aurignaziane (culture, dunque, da non leggere unicamente in collegamento organico con l’omonima razza di Aurignac/Combe Capelle); per il Cro-Magnon sarebbe ravvisabile, in misura forse ancora maggiore, una genesi meticciatoria alquanto marcata – idea che oggi appare piuttosto condivisa (note 19, 20, 21, 22) – tra stirpi paleolitiche europee (ad esempio gli stessi Combe Capelle e addirittura, in una certa parte, pure i Neanderthal) ma anche altri ceppi di origine asiatica ed africana, con i tipi più prettamente boreali e “prenordici” postulati da Wirth. Una complessa dinamica ibridatoria che con il tempo si sarebbe stabilizzata, divenendo ereditaria ed assumendo un vero e proprio carattere razziale. Il Nostro, dunque, non ritiene possibile che l’attuale razza nordica sia nata in tempi postglaciali nemmeno a partire dal tipo Cro-Magnon, ipotesi che ad esempio Evola ci riporta formulata da Wilser (nota 23). Questo, tuttavia, non impedì al Cro-Magnon di divenire, in termini antropologici, il perno centrale delle aree artiche, atlantiche ed euro-occidentali, anche se Wirth non esclude la presenza in Europa di ulteriori forme umane alquanto diverse, attestate ad esempio dal reperto di Grimaldi (rinvenuto in Liguria, presso la località dei Balzi Rossi): interpretato come l’esponente di una razza di colore precedentemente stanziata nel nostro continente – forse l’antenata della razza nera – bisogna però dire che con il tempo tale ipotesi è stata destituita di ogni fondamento, riclassificando l’Uomo dei Balzi Rossi come semplice variante di un Cro-Magnon vissuto tra 25.000 e 18.000 anni fa (nota 24).</p>
<p style="text-align: justify;">La dislocazione della stirpe cromagnoide appare molto estesa soprattutto in longitudine, dal momento che forme ad essa riconducibili sembrano essersi stanziate anche in aree tropicali, come ad esempio nell’arcipelago delle Canarie (il noto caso dei Guanci, che pare fossero contraddistinti da una statura particolarmente alta, scarsa pigmentazione, capelli biondi o rossi ed occhi azzurri – nota 25) ma con propaggini spintesi anche molto più a sud: in quella mescolanza, razziale e culturale assieme, che Wirth ricorda particolarmente attiva soprattutto in area “sud atlantica”. Qui Evola segnala le indubbie influenze esercitate dal mondo oceanico sull’Africa occidentale e che furono ben esplorate dall’etnologo Leo Frobenius (note 26 e 27), il quale rilevò addirittura la presenza e la notevole importanza rivestita, in certi contesti africani, di un simbolo dai chiari rimandi solari e polari come lo Swastika (nota 28). Ma, per aree ancor più meridionali, qualche antropologo giunse ad ipotizzare un popolamento cromagnoide fino nell’Africa australe, prima ancora dell’arrivo in sito di Boscimani ed Ottentotti (nota 29), o il collegamento morfologico a reperti locali come quelli di Boskop (nota 30), però negando decisamente nel Cro-Magnon alcun negroidismo: quindi suggerendo, piuttosto, un’influenza esercitata da quest’ultimo “verso” le popolazioni australi discendenti da Boskop. Il tutto, infine, per arrivare a sviluppare alcune correnti migratorie che Wirth ipotizza superarono l’Africa meridionale per giungere fino in Oceania.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ritorniamo al ramo più settentrionale dei Cro-Magnon. Il nostro autore ritiene che esso presenti forti legami addirittura con alcune popolazioni esquimesi: una connessione particolarmente evidente attraverso una forma – il Chancelade – che diversi ricercatori considerano una variante cromagnoide più gracile (note 31, 32, 33). Per Wirth tali somiglianze sono ravvisabili soprattutto tra gli Esquimesi della Groenlandia e del Labrador, e non solo in termini razziali ma anche culturali, in particolare nei confronti della cultura magdaleniana. Una somiglianza quindi derivante fin dal Paleolitico Superiore, se in questa chiave interpretiamo ad esempio la tipica imbarcazione esquimese, il “kayak”, che pare raffigurata addirittura nelle più antiche pitture rupestri: Breuil, infatti, individuò segni che giudicò rappresentazioni di questo natante addirittura nelle pitture della grotta di Altamira. Wirth accenna anche ad antichi rapporti esistenti tra gli Esquimesi e la popolazione originaria di Irlanda e Scozia, i Pitti e i mitici Fir Bolg, ma ne parla più estesamente nel secondo capitolo di “Aufgang…”. Queste relazioni con i Cro-Magnon europei non sono necessariamente spiegabili tramite contatti avvenuti attraverso il lunghissimo percorso nordeurasiatico ma, all’opposto, attraverso un tragitto molto più breve, quello nordatlantico: un settore che in tempi paleolitici potrebbe essere stato ripetutamente attraversato grazie alla presenza di vaste aree emerse tra Groenlandia, Islanda ed Europa nordoccidentale (note 34, 35, 36, 37) se non addirittura (Forrest) di un vero e proprio ponte continentale (nota 38). O anche, senza necessariamente postulare una geografia nordatlantica così diversa da quella odierna, tali contatti potrebbero essersi stabiliti (Greenman) con l’attraversamento della banchisa (nota 39) o la semplice navigazione di piccolo cabotaggio favorita dall’utilizzo, come temporanei punti di sosta, dei numerosi iceberg presenti in zona (nota 40).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-4-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25825 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-4-1-300x92.jpg" alt="" width="300" height="92" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, gruppi esquimesi dolicocefali (cranio allungato) in mezzo alla popolazione di estrazione più mongoloide, di derivazione asiatica, non sono sporadicamente presenti solo nei settori prossimi all’Oceano Atlantico, ma anche più ad occidente, ad esempio nell’isola di Victoria (arcipelago artico canadese) e sicuramente senza che questi elementi possano essere ricondotti al recente popolamento islandese della Groenlandia, bensì alla ben più antica razza nordico-artica. Per Wirth, quindi, ciò rimanda a tempi antichi di centomila anni e, nella tabella a fine capitolo, sembra infatti che arrivi a riferirsi all’interglaciale Riss-Wurm. Tali caratteristiche superano anche il contesto eschimese per evidenziarsi pure in altri popoli boreali eurasiatici, come i Ciukci dell’estremo nord-est siberiano (che Marcozzi ci ricorda essere, più che mongolici in senso stretto, dei “pre-mongolici” a caratteri più attenuati – nota 41) fino ad arrivare alla famiglia linguistica uralica con i Voguli (o Mansi) e gli Ostiachi, molto più ad ovest. In definitiva si può dire (nota 42) che le popolazioni del nord asiatico presentano caratteristiche fenotipiche (tra le quali il colore degli occhi e della cute, questa addirittura spesso con riflessi rossicci) riscontrabili quasi solo presso i più occidentali europidi settentrionali. E, secondo Wirth, questi elementi di continuità andrebbero appunto ricondotti alla remota presenza di un tipo nordico “primario” nell’attuale Artide, dal quale sarebbero giunte alcune caratteristiche fisiche, tra le quali la dolicocefalia, introdottesi in popolazioni che invece oggi presentano di base un cranio brachicefalo: il tutto attraverso una dinamica meticciatoria più o meno simile a quella che nel Paleolitico aveva interessato i gruppi europoidi più antichi, Aurignac/Combe Capelle e Cro-Magnon, quindi presupponendo l’esistenza di altre razze coeve, come già avevo accennato nel precedente articolo del 30/12/2017.</p>
<p style="text-align: justify;">L’antica razza nordico-artica starebbe anche all’origine di un’altra caratteristica biologica importante, questa volta a livello di gruppi sanguigni: Wirth ritiene che ad essa sarebbe interamente attribuibile l’origine del gruppo “0”. E’ interessante rilevare come, su scala mondiale, questo gruppo si trovi massimamente rappresentato (fino all’80-90% – nota 43) tra quelli che il ricercatore tedesco-olandese considera i più diretti discendenti degli antichi Prenordici, ovvero i Nativi nordamericani e, come ricorda Evola (nota 44), in percentuali anche maggiori rispetto a quelle rilevate in Islanda e Svezia. Con il tempo, dall’antico gruppo “0” sarebbe sorto per “idiovariazione” (variazione senza mescolanza) il gruppo “A”, che Wirth accosta ad una razza non più coincidente con la prenordica originaria ma che definisce “nordico-atlantica”: un gruppo che appare particolarmente diffuso in Europa. Comunque una certa vicinanza tra le due stirpi sarebbe stata mantenuta nel corso del tempo, dal momento che, oltre al livello ematologico, Wirth con una serie di immagini sottolinea la notevole somiglianza ravvisabile tra alcuni Nativi nordamericani e diversi tipi europei (elemento segnalato anche da altri ricercatori – note 45 e 46). E’ anche interessante rilevare che nel nostro continente, il gruppo “A” progressivamente diminuisce, ed in proporzione aumenta il “B”, man mano che si procede da nord-ovest verso sud-est (nota 47): questa dinamica appare in accordo con l’idea che il gruppo “B” sia di provenienza soprattutto asiatica ed originato dallo “0” primordiale non per semplice mutazione interna, come il gruppo “A”, ma per mistovariazione. Ed in effetti una particolare forma di mistovariazione sta per Wirth anche all’origine della razza mongolide, prodotta dall’unione tra la razza prenordica con alcuni ceppi asiatici di colore: tale è anche l’idea di Evola (nota 48) secondo il quale tali popolazioni residuali potrebbero essere collegate ad una remotissima razza antartico-lemurica che era già decaduta al periodo delle prime migrazioni iperboree (nota 49). Ma l’ingresso di gruppi nordico-artici anche nelle aree asiatiche più orientali, secondo Wirth potrebbe essere testimoniato dalla locale presenza, relativamente elevata, del gruppo sanguigno “0”: aggiungo che sarebbe interessante verificare questo dato tra gli Ainu, autoctoni giapponesi pre-mongolici, ed anche che tali migrazioni in aree estremo-orientali potrebbero forse riferirsi ai movimenti della “Gente di Tanara”, sulla quale mi permetto ancora di rimandare al mio precedente articolo del 30/12/2017.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-5.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25827 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-5-300x214.png" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Partendo da questi elementi, è chiaro come il Nostro consideri il popolamento americano da parte di gruppi asiatico-mongolidi un fatto dalle conseguenze quantitative piuttosto esigue nella compagine dei Nativi (altri autori hanno infatti rilevato la quasi totale assenza del gruppo sanguigno “B” nel continente americano – nota 50); una componente, tra l’altro, penetrata attraverso il ponte delle Aleutine e lo stretto di Bering in tempi non molto remoti. Ne consegue che i processi di ingresso del Nuovo Mondo appaiono quindi ben più complessi ed articolati del semplice modello di origine unicamente asiatica (nota 51); e l’intuizione di Herman Wirth sembra confermata anche dalle più recenti analisi genetiche, nelle quali Cavalli Sforza (nota 52) individua all’interno della “prima componente principale” americana – sviluppata secondo un chiaro gradiente nord-sud – una situazione di “fondo scala” presente in Groenlandia (come a rappresentare un’area di origine demica) che si mostra significativamente analoga a quella rilevata in Alaska e nel Canada settentrionale. Un’impressione rafforzata anche dalla terza e dalla quarta componente principale che suggerirebbero un notevole contributo genetico di provenienza caucasoide giunto nel Nordamerica da nord-est.</p>
<p style="text-align: justify;">A mio parere, comunque, un punto fondamentale sul quale bisognerebbe cercare di fare il massimo di chiarezza possibile è la datazione di questi contributi genetici nordorientali. Perché una cosa è dire – come peraltro anche la ricerca accademica sembra considerare, almeno a livello di ipotesi di lavoro – che tali ingressi sarebbero riconducibili a saltuari influssi trans-atlantici del Solutreano europeo di 18-20.000 anni fa nei confronti della più tarda cultura Clovis americana (note 53 e 54): influssi forse portati da genti dal fenotipo specificatamente cromagnoide (nota 55). Ma una cosa piuttosto diversa è invece collocarci, come in effetti fa Wirth, in un quadro antropologicamente più profondo, dove tali evidenze starebbero a rappresentare il vero e proprio substrato primario del popolamento americano, temporalmente più antico e riferite ai movimenti della citata razza prenordica: che dovette spostarsi da latitudini ben superiori a quelle europee e per cause probabilmente più stringenti di altre, successive. Da zone collocate a nord del Circolo Polare Artico e probabilmente a causa degli esordi della glaciazione wurmiana, secondo Wirth sarebbero dunque partite le primissime migrazioni boreali che, similmente allo schema che Julius Evola propone in “Rivolta contro il mondo moderno” (nota 56), avrebbero inizialmente spinto le razze artiche verso i settori nordamericani, nordatlantici e nordeurasiatici. In questo quadro, come causa scatenante del peggioramento delle condizioni climatiche, viene postulato uno slittamento polare: tema controverso – Tilak, ad esempio, non ritiene sufficientemente solidi gli elementi in questa direzione (nota 57) – ma che da alcuni viene invece accettato (nota 58) anche nel contesto, relativamente recente, della glaciazione wurmiana (nota 59). Più discutibile può essere l’accostamento di tali eventi alla teoria Köppen-Wegener della “deriva dei continenti” (nota 60), proprio per la scala temporale enormemente diversa – almeno decine di milioni di anni – implicata da quest’ultima.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso è un tema, questo dello spostamento polare, non certo secondario nel quadro interpretativo wirthiano perché causa dell’improvviso congelamento delle aree artiche che nel “Terziario” (altro termine che andrebbe meglio definito) avrebbero goduto di un clima temperato poi improvvisamente distrutto, con la conseguente migrazione delle stirpi prenordiche. Ma è proprio questo dato climatico che dovrebbe suggerire un fenotipo delle genti che abitarono le antiche sedi iperboree non del tutto coincidente con quello dell’attuale razza nordica – forgiata dai rigori del clima glaciale – razza dalla quale Wirth parte per seguire a ritroso la linea della sua filogenesi. E tra il punto iniziale e quello finale di tale linea, non dimentichiamoci che anche Wirth ipotizza almeno un livello di discontinuità, nel momento in cui parla di “idiovariazioni” intervenute sulla stirpe originaria. Discontinuità che personalmente non escluderei possano anche essere state più di una: ad esempio ricordiamo i “protonordici” ipotizzati da Montandon (nota 61) che avrebbero rappresentato un gruppo<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-6.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25828 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-6-300x214.png" alt="" width="300" height="214" /></a> più vasto dal quale si sarebbero differenziati sia gli odierni nordici europei che gli Ainu giapponesi. O anche un altro insieme antropologico, forse coincidente con i “protonordici” di Montandon o forse – più probabilmente – di ampiezza ancora maggiore, al quale Wiklund diede il nome di “razza paleoartica” (nota 62), ipotizzandola come contesto nel quale si enuclearono sia i caratteri paleoeuropei ma anche quelli paleoasiatici, e del quale i Lapponi oggi potrebbero essere considerati tra gli eredi più diretti. Credo in definitiva che non sia semplice stabilire, nella pluralità di definizioni spesso soggettivamente adottate dai singoli ricercatori, quali rapporti possono essere intercorsi tra i “protonordici” di Montandon, i “paleoartici” di Wiklund ed infine i “prenordici” di Wirth. Se non rilevare come questi devono aver identificato gruppi nei quali vennero lentamente a sedimentarsi determinate caratteristiche nel corso di decine di migliaia di anni (e non la secca depigmentazione di un gruppo neolitico mediterraneo verificatasi in tempi molto più ridotti, come ipotizzato da Carleton Coon) con il risultato di un certo grado di affinità ma, al tempo stesso, anche di differenza tra le attuali caratteristiche “classiche” di tipo nordico-europeo e, ad esempio, quelle dei Nativi nordamericani, considerati oggi gli eredi più diretti dei gruppi boreali primordiali ed illustrati sia da Wirth che da Evola (nota 63).</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto, comunque, per condividere in ultima analisi una sorta di “koinè boreale” – una comunanza di Origine, di Spazi, di Miti – che certamente annovera Herman Wirth tra i suoi esploratori più fecondi (motivo per il quale invito ancora tutti a partecipare a questo progetto di traduzione), ma le cui suggestioni sono animate da una forza tale da riuscire talvolta, ed inaspettatamente, a coinvolgere anche autori dal retroterra culturale molto diverso: “<em>Mentre l’Occidente viveva ripiegato su se stesso, sembra che tutte le popolazioni settentrionali, dalla Scandinavia fino al Labrador, passando per la Siberia e il Canada, mantenessero fra loro i più stretti contatti. Se i Celti hanno attinto alcuni dei loro miti da questa civiltà subartica, di cui non conosciamo quasi nulla, si capisce come mai il ciclo del Graal dimostri, con i miti degli Indiani delle foreste dell’America del Nord, una parentela più stretta che con qualunque altro sistema mitologico. E non è probabilmente neppure un caso che i Lapponi costruiscano ancora tende coniche identiche a quelle di questi ultimi.</em>” (Claude Levi-Strauss – nota 64).</p>
<p style="text-align: justify;">Note</p>
<p style="text-align: justify;">• Nota 1) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 47<br />
• Nota 2) Romano Olivieri – Le razze europee – Alkaest – 1980 – pag. 23<br />
• Nota 3) Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1959 – pag. 386<br />
• Nota 4) Franz Boas – L’uomo primitivo – Laterza – 1995 – pag. 89<br />
• Nota 5) Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indoeuropee. Le radici di un comune sentire (parte 1) – in: I Quaderni del Veliero, n. 2/3 – 1998 – pag. 257<br />
• Nota 6) Adolfo Morganti – Il razzismo. Storia di una malattia della cultura europea – Il Cerchio – 2003 – pag. 48<br />
• Nota 7) Romano Olivieri – Le razze europee – Alkaest – 1980 – pag. 113<br />
• Nota 8) L.F. Clauss / W. Stapel / O. Spann / J. Evola – Orizzonti del razzismo europeo – Editrice il Corallo – 1981 – pag. 43<br />
• Nota 9) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pagg. 22, 73 e 124<br />
• Nota 10) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 152-153<br />
• Nota 11) Bjorn Kurten – Non dalle scimmie – Einaudi – 1972 – Pag. 122<br />
• Nota 12) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 181<br />
• Nota 13) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 151<br />
• Nota 14) Michel Barbaza – Dal Paleolitico medio all’Epipaleolitico nel Vecchio Mondo – pag. 64, in “AA.VV. (a cura Jean Guilaine) – La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995”<br />
• Nota 15) Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 62<br />
• Nota 16) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 165<br />
• Nota 17) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 152<br />
• Nota 18) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 145<br />
• Nota 19) Eurialo De Michelis – L’origine degli indo-europei – Fratelli Bocca Editori – 1903 – pagg. 295-307<br />
• Nota 20) Frank C. Hibben – L’Uomo preistorico in Europa – Feltrinelli – 1972 – pag. 37<br />
• Nota 21) Claudio Pogliano – L’ossessione della razza. Antropologia e genetica nel XX secolo – Edizioni della Normale – 2005 – pag. 233<br />
• Nota 22) Francisco Villar – Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia – Il Mulino – 1997 – pag. 195<br />
• Nota 23) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pagg. 152-153<br />
• Nota 24) Renato Del Ponte – Miti e simboli della Liguria “esoterica” in Evola – in: Arthos, n. 16 – 2008 – pag. 24<br />
• Nota 25) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pag. 101<br />
• Nota 26) Julius Evola – Ricerche moderne sulla tradizione nordico-atlantica – in “I testi di Ordine Nuovo” – Edizioni di Ar – 2001 – pag. 64<br />
• Nota 27) Leo Frobenius – I miti di Atlantide – Xenia Edizioni – 1993 – pag. 25<br />
• Nota 28) Leo Frobenius – Storia delle civiltà africane – Bollati Boringhieri – 1991 – pag. 144<br />
• Nota 29) Mario F. Canella – Razze umane estinte e viventi – Sansoni – 1940 – pag. 59<br />
• Nota 30) Vincenzo Giuffrida-Ruggeri – Su l’origine dell’uomo: nuove teorie e documenti – Zanichelli – 1921 – pag. 190<br />
• Nota 31) Michel Barbaza – Dal Paleolitico medio all’Epipaleolitico nel Vecchio Mondo – pag. 64, in “AA.VV. (a cura Jean Guilaine) – La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995”<br />
• Nota 32) Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 78<br />
• Nota 33) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 166<br />
• Nota 34) Edith Ebers – La grande era glaciale – Sansoni – 1957 – pag. 168<br />
• Nota 35) Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indo-europee. Le radici di un comune sentire (parte 2) – in: Quaderni di Kultur, n. 4 – 1998 – pag. 88<br />
• Nota 36) Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965 – pagg. 210 e 283<br />
• Nota 37) Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985 – pag. 78<br />
• Nota 38) Bruno Martinis – Continenti scomparsi – Edizioni Mediterranee – 1994 – pag. 31<br />
• Nota 39) Jean-Francois Le Mouel – Preistoria del Nordamerica – pag. 117, in “AA.VV. (a cura Jean Guilaine) – La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995”<br />
• Nota 40) Aldo Conti – L’enigma dei primi americani – in: Le Scienze – Ottobre 2003 – pag. 27<br />
• Nota 41) Vittorio Marcozzi – L’Uomo nello spazio e nel tempo – Casa Editrice Ambrosiana – 1953 – pagg. 130 e 150<br />
• Nota 42) Hugo A. Bernatzik – Popoli e Razze – vol. 2 – Editrice Le Maschere – 1965 – pag. 70<br />
• Nota 43) Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957 – pag. 96<br />
• Nota 44) Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984 – pag. 7<br />
• Nota 45) Vinigi L. Grottanelli – Ethnologica. L’Uomo e la civiltà – Edizioni Labor – 1966 – pag. 114<br />
• Nota 46) Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957 – pag. 100<br />
• Nota 47) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pag. 67<br />
• Nota 48) Julius Evola – Ricerche moderne sulla tradizione nordico-atlantica – in “I testi di Ordine Nuovo” – Edizioni di Ar – 2001 – pag. 65<br />
• Nota 49) Julius Evola – Sintesi di dottrina della razza – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 67<br />
• Nota 50) Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007 – pag. 74<br />
• Nota 51) Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003 – pag. 220<br />
• Nota 52) Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pagg. 635, 640 e 641<br />
• Nota 53) Aldo Conti – L’enigma dei primi americani – in: Le Scienze – Ottobre 2003 – pag. 27<br />
• Nota 54) Luca Sciortino – Un giapponese in America – in: Le Scienze – Giugno 2006<br />
• Nota 55) Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994 – pag. 177<br />
• Nota 56) Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 242<br />
• Nota 57) Bal Gangadhar Tilak – Le regioni artiche e la “notte degli dei” – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984 – pag. 15<br />
• Nota 58) Charles H. Hapgood – Le mappe delle civiltà perdute. Le prove dell’esistenza di una civiltà avanzata nell’Era Glaciale – Mondo Ignoto – 2004 – pag. 226<br />
• Nota 59) Rand e Rose Flem-Ath – La fine di Atlantide – Piemme – 1997 – pagg. 66 e 109<br />
• Nota 60) Renato Biasutti – Alcune considerazioni sul primo popolamento del continente americano – in: Scritti Minori – Società di Studi Geografici – 1980 – pag. 143<br />
• Nota 61) Mario F. Canella – Razze umane estinte e viventi – Sansoni – 1940 – pag. 164<br />
• Nota 62) Roberto Bosi – I Lapponi – Il Saggiatore – 1969 – pagg. 32 e 174<br />
• Nota 63) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pagg. 152 e 153<br />
• Nota 64) Claude Levi-Strauss – Tristi tropici – Il Saggiatore – 2011 – pag. 213</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Michele Ruzzai<br />
Gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione”<br />
Email: michele.ruzzai@libero.it</p>

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		<title>“Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: traduzione in corso… &#8211; Michele Ruzzai</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Dec 2017 07:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizione Primordiale]]></category>
		<category><![CDATA[Artico]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Ruzzai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per comporre il grande affresco delle vicende preistoriche descritte soprattutto nella seconda parte di “Rivolta contro il mondo moderno”, Julius Evola scriveva che aveva dovuto “unire, in una sintesi articolata, gli apporti del Guénon, del Wirth e del Bachofen” (nota 1). Sappiamo che di René Guénon e di Johann Jakob Bachofen sono già state tradotte [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/der-aufgang-der-menschheit-di-herman-wirth-traduzione-in-corso-michele-ruzzai/">“Der Aufgang der Menschheit” di Herman Wirth: traduzione in corso… &#8211; Michele Ruzzai</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per comporre il grande affresco delle vicende preistoriche descritte soprattutto nella seconda parte di “Rivolta contro il mondo moderno”, Julius Evola scriveva che aveva dovuto “unire, in una sintesi articolata, gli apporti del Guénon, del Wirth e del Bachofen” (nota 1). Sappiamo che di René Guénon e di Johann Jakob Bachofen sono già state tradotte in italiano le opere principali, non così invece è avvenuto per Herman Wirth, la cui presenza nella nostra lingua è limitata ad opere di minor peso (nota 2), o, per quello che è senz’altro il suo lavoro principale – “Der Aufgang del Menschheit” (L’aurora dell’umanità) – solo a piccoli stralci parziali (nota 3).  E’ per questo motivo che ritengo utile segnalare l’iniziativa recentemente partita nell’ambito del gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” per la traduzione, ad uso privato, del ponderoso volume di Herman Wirth: un progetto che invito tutti coloro che sono interessati a sostenete, contattando il gruppo (che è pubblico) o anche, in assenza di un’utenza Facebook, scrivendo alla casella mail: michele.ruzzai@libero.it.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25346 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-2-1-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi era Herman Wirth e, soprattutto, come va considerata la sua opera?<br />
Herman Felix Wirth Roeper Bosch nacque in Olanda, a Utrecht, il 6 maggio 1885 e compì studi di filologia germanica, storia e musicologia presso le università di Utrecht e di Leipzig (nota 4). Ben presto naturalizzato tedesco, nel 1935 fu cofondatore della Ahnenerbe – “Società di ricerca dell’eredità ancestrale” – (nota 5), uscendone però già nel 1938 per dissidi con i vertici nazionalsocialisti e quindi passando in secondo piano nel dibattito culturale del tempo. Tuttavia visse anche nel dopoguerra una condizione abbastanza marginale (nel 1945 gli americani sequestrarono la sua biblioteca e la sua immensa documentazione); pubblicò alcune opere negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e comunque riuscì ad organizzare una vastissima esposizione di reperti, nel biennio 1974-1976 a Fromhausen dei Detmold nell’ambito del “Museo preistorico europeo”, prima di morire il 16 febbraio 1981 a Kusel/Pfalz in Germania (nota 6). Ma la sua opera principale fu, appunto, “Der Aufgang der Menschheit” del 1928, nella quale Wirth disegna un vastissimo panorama della preistoria mondiale andando a cercare soprattutto nel profondo Nord (o, meglio, tra Artico e Nord Atlantico: è un dettaglio importante sul quale faremo qualche riflessione) la chiave di molta parte degli eventi che modellarono il quadro etnico del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ comunque di tutta evidenza come lo sguardo boreale di Wirth riecheggi i miti classici delle leggendarie terre di Thule ed Iperborea. Ed è anche chiara una certa vicinanza con la visuale di Renè Guénon il quale, come noto, basò l’intera sua opera sul concetto di “Tradizione Primordiale”: quella traccia, al tempo stesso, conoscitiva ed ontologica di superiori stati dell’Essere, che sul nostro piano cosmico fu indissolubilmente legata alla stessa genesi umana, verificatasi in una posizione letteralmente polare in termini non solo spirituali ma anche geografici (nota 7). Per il francese, tale evento corrispose all’inizio del ciclo di questa umanità – il Manvantara, secondo la Tradizione indù – che pone circa 64.000 anni fa e dal quale parte con una serie di considerazioni seguendo uno schema non evolutivo-ascendente (fondamentalmente darwiniano) ma involutivo-discendente (i 4 Yuga indù, o le 5 Età di Esiodo): linee che poi altri due francesi, Gaston Georgel (nota 8) e Jean Phaure (nota 9) si incaricheranno di elaborare ulteriormente, provando a ricostruire con maggior dettaglio le vicende storico-tradizionali umane dai primordi ai tempi odierni. In “Ricognizioni” (nota 10), Evola arriva addirittura ad attribuire a Herman Wirth la stessa impostazione di Guenon, evidenziando il tema comune di una Tradizione iperborea posta all’inizio del presente ciclo, ma, ciò facendo, minimizzando le perplessità del metafisico francese che invece aveva rimarcato (nota 11) come il mondo atlantico, pur nella sua sezione più settentrionale (oggetto, appunto, delle specifiche analisi wirthiane) andasse nettamente distinto da una ancor precedente fase: questa sì schiettamente iperborea, artica e polare. Un distinguo opportunamente ricordato anche da Nuccio D’Anna che, sottolineando la denominazione di “nordico-atlantici” privilegiata da Wirth per le popolazioni boreali (assieme, come vedremo, a quella di “Prenordici”),“impediva visibilmente di distinguere le due fasi successive e non omologabili di questa antichissima e primordiale civiltà” (nota 12). Ecco dunque un primo punto che è importante tenere presente.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-6.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25350 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-6.jpg" alt="" width="183" height="275" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Se allarghiamo le nostre analisi agli aspetti di carattere geologico ed astronomico, pare emergere un’altra possibile area di frizione tra Guénon e Wirth. Negli scarni brani di “Aufgang…” tradotti in italiano, ed in particolare nella parte iniziale del secondo capitolo “Die urheimat der nordischen rasse” (nota 13) sembra di capire che l&#8217;autore tedesco-olandese ipotizzi la sede originaria della razza nordica in settori che solo ora si trovano ad elevata latitudine ma che al tempo non lo erano affatto: da cui, appunto, la possibilità che in periodi antichi queste zone potessero aver rappresentato un habitat ideale per lo stanziamento umano. L&#8217;attuale posizione geografica di queste terre sarebbe poi stata modificata da uno spostamento polare, fenomeno che almeno negli effetti finali appare simile, anche se di genesi non identica, a quello della scorrimento della crosta terrestre ipotizzato da Charles Hapgood (nota 14): cioè in pratica una &#8220;dislocazione&#8221; di aree geografiche a latitudini diverse rispetto a quelle occupate precedentemente. Questa, però, costituirebbe una prospettiva alquanto diversa rispetto a quella riportata da Julius Evola (nota 15), René Guenon (nota 16) ed altri autori (note 17, 18, 19, 20), i quali, per i tempi primordiali, menzionano la simultanea presenza di due elementi antropo-cosmici ben precisi: la perpendicolarità dell&#8217;asse terrestre rispetto all&#8217;eclittica (da cui l’assenza di ritmicità stagionale (nota 21) ed il mito ovidiano dell’ “eterna primavera” (nota 22)) e l&#8217;assialità, spirituale ma anche geografica (questa, come immagine cosmologica di quella) dell&#8217;Uomo primordiale. Se però altri autori (nota 23) ricordano invece come anche Wirth ammettesse anticamente l’esistenza di un terra artica abitata nella quale il tempo era sempre uguale a se stesso, prima ancora dell’avvento stagioni, ci troviamo davanti a un’ulteriore conferma di quanto sia opportuno poter esaminare nella sua completezza, ed ora finalmente in lingua italiana, il testo di Wirth per comprendere bene la sua posizione su questo punto essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ulteriore dubbio aperto sull’opera wirthiana può presentarsi nell’interrogativo, che presenta un aspetto doppio ma strettamente interconnesso, sul soggetto primo delle sue analisi e sulla tempistica di stanziamento umano alle alte latitudini. In merito al primo interrogativo, già in qualche modo anticipato nelle righe sopra, Aleksandr Dughin in un suo importante scritto (nota 24) – che ci offrirà da qui in avanti molti ottimi spunti per una serie di analisi – sottolinea l’interessante tema della scala veramente mondiale delle influenze esercitate dalla civiltà nordica tratteggiata da Wirth sulle varie correnti spirituali e sui simbolismi più profondi del pianeta: influenze che quindi sembrano travalicare i più ristretti confini della famiglia etno-linguistica indoeuropea. Ed in questa stessa direzione paiono infatti muoversi le note dell’intellettuale russo quando segnala che i discendenti di questi antichi “Iperborei” (fatti salvi i summenzionati distinguo tra le varie denominazioni, e controverse sovrapposizioni, delle stirpi nordiche) si riscontrerebbero ancora oggi fra tutti i popoli della Terra a prescindere dalla pigmentazione cutanea; in tale contesto non pare dunque del tutto fuori luogo l’accenno di Dughin al fatto che Wirth avrebbe, in qualche modo, anticipato la “teoria del Nostratico” di Illich-Svitych e Dolgopolskij (ma potremmo ricordare anche gli studi precedenti del danese Holger Pedersen), in base alla quale le genti europee, asiatiche ed anche africane, agli albori umani avrebbero parlato uno stesso idioma, poi spezzatosi in diverse famiglie linguistiche. A questo proposito – piccolo inciso – ricorderei che l’idea del macro-gruppo nostratico fu successivamente sottoposta ad una serie di revisioni soprattutto ad opera di Joseph Greenberg (nota 25), in quanto si rilevò una maggiore vicinanza morfologica dell’Indoeuropeo alle famiglie ciukcio-camciadali ed eschimo-aleutina rispetto a quelle camito-semitica ed elamo-dravidica, con la conseguente ridefinizione dell’aggregato linguistico di partenza e la sostituzione delle ultime due famiglie con le prime due: il nuovo raggruppamento venne così definito “Eurasiatico”, dalla connotazione nettamente più nordica e linguisticamente più convincente, anche a parere del nostraticista russo Sergei Anatolievič Starostin (nota 26). A mio avviso, è pure interessante rilevare come lo stesso Dolgopolskij invece del termine “Nostratico”, con il tempo preferì utilizzare quello di “Boreale” (nota 27). In un altro scritto (nota 28), Dughin inoltre ricorda il mito presente tra alcune popolazioni Inuit di antichissimi “Esquimesi Bianchi”, o “Uomini del Sole”, chiamati anche “Gente di Tanara”, che secondo Herman Wirth avrebbero costituito un ramo delle popolazioni iperboree diverso da quello stanziato nel quadrante nordatlantico (e probabilmente connesso alla più tarda famiglia indoaria) ma penetrato in Eurasia da Nord-est, ceppo al quale sarebbero riconducibili popolazioni come ad esempio quelle<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-5.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25349 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-5-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a> sumeriche, legate al mondo siberiano-orientale e turanico (nota 29): dunque, significativamente, collegate al mondo nordico non attraverso il medium del ceppo protoindoeuropeo. In merito ai Sumeri, è altresì interessante rilevare come una connessione al mondo asiatico orientale o nordorientale sia stata ipotizzata anche da studiosi dalla formazione alquanto diversa da quella di Herman Wirth, ovvero il tradizionalista A.K. Coomaraswamy (nota 30) o il genetista Cavalli Sforza, che li inquadra come uno dei testimoni di quella espansione avvenuta tra 30.000 ed 50.000 anni fa dall’oriente eurasiatico verso l’interno continentale (nota 31): dinamica che sembrerebbe coerente con le summenzionate note wirthiane sulle direttrici migratorie della “Gente di Tanara” (ed, aggiungerei, anche compatibile con il quadro “Out of Beringia” – nota 32). In ogni caso è sempre Cavalli Sforza a ricordare (nota 33) come, anche in termini prettamente glottologici, Ivanov considerò il Sumero derivante da un’unica macrofamiglia linguistica (forse nemmeno quella Nostratica, ma piuttosto l’ancor più remota “Sinodenecaucasica”) che 40.000 anni fa si trovava al massimo della sua espansione geografica, occupando forse tutto il nord eurasiatico.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, quindi, in tutti questi punti Herman Wirth sembra attribuire alla “Urheimat” boreale una valenza etnica molto ampia ed adottare un approccio tendenzialmente monofiletico delle origini umane: avvicinandosi così, in effetti, non solo alla prospettiva guenoniana, ma anche a quella di un altro autore spesso citato ma anch’egli mai tradotto in italiano, ovvero William Fairfield Warren autore di “Paradise Found. The Cradle of the Human Race at the North Pole” del 1885 (e recentemente ristampato in inglese (nota 34), sul quale non escludiamo che in futuro il nostro gruppo Facebook possa intraprendere un analogo progetto di traduzione).</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono, tuttavia, altri punti dello scritto di Dughin dai quali pare trasparire in Wirth anche una prospettiva di diverso tipo. Quando ad esempio viene fatto riferimento alle migrazioni ed ai meticciamenti intervenuti tra le popolazioni nordiche con altre più australi, rimane evidentemente irrisolto il problema della provenienza delle seconde, come se in ultima analisi non fosse possibile ricondurre queste alla stesse aree di origine delle prime, magari abbandonate in tempi ancora precedenti: una tesi ad esempio non rifiutata da Silvano Lorenzoni (nota 35). Se Julius Evola (nota 36) sembra riprendere da Wirth l’idea di una razza “negroide” e di una “finnico-asiatica” già esistenti contemporaneamente alla razza prenordica – con il tipo Aurignac (Combe Capelle) ed il Cro-Magnon (nota 37) a rappresentare già dei prodotti di “mistovariazione”, come anche, a maggior ragione, le più tarde comunità indoeuropee (nota 38) – è evidente che qui la prospettiva generale delle origini umane appare molto meno unitarista e monofiletica. La visuale nettamente differenziante tra Nord e Sud del mondo sembra d’altro canto trasparire anche nella descrizione di tali “Iperborei” primari, che nell’articolo di Dughin vengono associati a caratteristiche classicamente nordiche con il ripetuto riferimento all’alta statura, agli occhi azzurri ed al biondismo: elementi fenotipici che, però, appaiono già piuttosto specializzati e ben poco “primitivi” secondo Boas (nota 39), comunque non della più alta antichità sia per Gunther (nota 40) che per Kossinna (note 41 e 42). Ed, oltretutto, si tratta di caratteri non molto rappresentati, ad esempio, in coloro che Wirth, Evola ed anche Kadner (nota 43) considerano oggi più vicini ai “Prenordici” iniziali, ovvero alcuni tipi Inuit e Nativi nordamericani (nota 44), anche in misura maggiore rispetto alle stirpi arioeuropee: ciò, pure sulla base di valutazioni legate alla distribuzione del gruppo sanguigno “0” (nota 45) o dei tratti culturali e sacrali evidenziati (nota 46). Tra l’altro, di questi “Prenordici” primordiali, a ben vedere si potrebbe anche sottolineare l’aspetto prettamente letterale del termine, che, a rigore, dovrebbe esprimere il significativo concetto di coloro che furono “precedenti ai nordici”, cioè presenti ben prima della formazione del classico tipo alto, biondo e con gli occhi azzurri. Ma, proprio in rapporto a questi tratti culturali, si potrebbe pure osservare come, nello scritto di Dughin, la particolare importanza attribuita da tale stirpe arcaica ai fenomeni solstiziali, o al fatto che un giorno degli Dei equivarrebbe a un anno degli uomini (nell’intuitiva analogia dei sei mesi di notte artica con le ore notturne, e dei sei mesi di giorno artico con le ore diurne, come nelle notazioni avestiche – nota 47) sembrerebbe collocare tale civiltà in un momento nel quale l’asse terrestre doveva necessariamente trovarsi già nella sua posizione inclinata di 23° rispetto al piano dell’eclittica e dunque non più in quella situazione di perpendicolarità sopra accennata – davvero primordiale del nostro ciclo umano – che probabilmente perdurò per l’intero Satya Yuga secondo i termini indù.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-25348 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-4-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista appare quindi estremamente significativa un’altra sottolineatura di Dughin in merito alle ricostruzioni di Herman Wirth, cioè quella su di una predominanza sacrale dell’elemento femminile nella civiltà boreale (i segreti runici originariamente conservati da sacerdotesse, o l’esistenza di una forma di matriarcato primordiale); ciò a chiara testimonianza di un certo debito culturale del ricercatore tedesco-olandese nei confronti dalle elaborazioni di Johann Jakob Bachofen, autore dell’imponente “Das Mutterrecht”. Una concezione che quindi appare in netto contrasto con quelle più legate all’orientamento in senso patriarcale delle più tarde comunità indoeuropee (nota 48). Ma forse si potrebbe anche pensare che, più che di un errore prospettico nel considerare i primordi umani (è questa, fondamentalmente, l’obiezione principale che Evola muove a Bachofen pur riprendendone anch’egli, in gran parte, le linee interpretative), tale accostamento rivesta effettivamente un valore cronologico: i “Prenordici” di Herman Wirth non andrebbero cioè collocati nel momento primordiale del nostro ciclo umano ma in quella fase successiva che, appunto, vide l’elemento femminile acquisire man mano un’importanza crescente. Da cui anche l’aggancio con l’ipotesi di Gaston Georgel (nota 49) di una suddivisione del presente Manvantara, oltre che quaternaria (i 4 Yuga) e/o quinaria (i 5 Grandi Anni platonici – forse correlabili alle 5 stirpi esiodee?), in linea teorica anche in chiave ternaria, con un “polo” etnico e sacrale sorto in zona Nordatlantico-Groenlandia meridionale (in pratica, il cuore del “cuneo della razza prenordica” che Evola – nota 50 – riporta da Wirth) il quale già a partire da 43.000 anni fa potrebbe aver anticipato il sorgere del successivo Treta Yuga: sotto-ciclo che iniziò appena qualche millennio dopo, verso 39.000 anni fa, e che a buon diritto può essere definito anche come “l’Età della Madre”. E non sarebbe da escludere che tali movimenti sub-artici / circum-artici potrebbero essere stati facilitati da temporanee migliorate condizioni climatiche, guarda caso verificatesi proprio nel lasso tra 42.000 e 44.000 anni fa, in termini paleoclimatologici noto come il periodo di Peyrards: lasso che sembra corrispondere all’interstadiale Laufen/Gottweig il quale, oltretutto, si accompagnò anche ad una serie di eventi piuttosto significativi in termini culturali, con la transizione tra Paleolitico Medio e Paleolitico Superiore (nota 51). La conseguenza odierna di tali eventi è forse di aver indotto una certa sovrapposizione concettuale tra il momento puramente polare-artico-iperboreo e quello semplicemente nordatlantico, sovrapposizione spesso sottolineata anche da Julius Evola, che portò qualche studioso a situare il periodo della civiltà artica originaria in tempi meno remoti rispetto a quelli proposti da René Guenon: è ad esempio il caso del già citato Jean Phaure che – pur nell’ambito di una generale cornice cronologica guenoniana – nel suo schema colloca infatti la terra di Iperborea solo all’inizio del Treta Yuga, quindi in pratica ricalcando, a mio avviso, le linee di Herman Wirth.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed in effetti qualche ulteriore dettaglio sugli stanziamenti nordici segnalati da Herman Wirth, riportati da alcuni autori, appaiono alquanto indicativi: Marco Zagni (nota 52) menziona il quadrante collocato tra Groenlandia, Islanda e Spitzbergen che sarebbe stato popolato circa 42.000 anni fa (periodo praticamente sovrapponibile al summenzionato interstadio Laufen/Gottweig), mentre Gabriele Zaffiri (nota 53) abbassa ancora di più il momento della civiltà nordica di Wirth a circa 30.000 anni fa. Date, cioè, che ci portano 20-30.000 anni più tardi rispetto all’inizio del Manvantara secondo la cronologia guenoniana ed, appunto, in gran parte ricadenti nel periodo di pertinenza del Treta Yuga, l’anzidetta “Età della Madre”. E dunque, alla luce di queste considerazioni, avrebbero una certa coerenza gli accenni di Wirth sul centro nordico-atlantico ricordato proprio come “Terra della Madre” (nota 54). Senonchè qui Wirth opera un accostamento a mio avviso piuttosto azzardato – ed è proprio questo il motivo per cui sarebbe necessario poter verificare direttamente, e non solo tramite altri, pur validi, autori, gli scritti del ricercatore tedesco-olandese – tra il centro nordico-atlantico di 30-40.000 anni fa con quella Mo-uru (nota 55) ricordata nel mito avestico come sede secondaria, e non primaria di origine indoiranica: solo che anche qui si ricade ancora, come sopra accennato, nell’equivoco del soggetto che sarebbe stato protagonista di tali migrazioni. Perché ricorrere, come fa Wirth, alle localizzazioni avestiche rimanda ovviamente al più ristretto ambito indoeuropeo, quindi difficilmente situabili nelle epoche riportate da Zagni e Zaffiri (anche se personalmente ritengo che la nostra famiglia etnolinguistica risalga comunque a tempi ben più remoti di quelli protostorici ipotizzati da Marija Gimbutas; per maggiori chiarimenti, che ora uscirebbero dall’ambito di quest’articolo, mi permetto di rimandare al mio precedente scritto “Le radici antiche degli Indoeuropei”, presente in questo stesso sito). Il centro nordatlantico di 30-40.000 anni fa sarebbe cioè stato successivo alla Thule veramente primordiale, monofiletica e polare, di inizio Manvantara, che sussistette nell’accennata situazione cosmologica di asse perpendicolare rispetto all’eclittica con la connessa “Eterna primavera” di Ovidio. La Mo-uru citata nell’Avesta, invece, sarebbe stata la sede secondaria occupata da un raggruppamento nettamente più ristretto – i soli Indoarii – dopo l’uscita dall’iniziale Airyana Vaejo, ovvero la Patria etnogenetica ariana che, con tutta probabilità, rispetto alla Mo-uru era geograficamente posta ad una latitudine più elevata, cioè al di sopra del Circolo Polare Artico, per i summenzionati accenni alla periodicità dì/notte di sei mesi ma anche, per la stessa ragione, temporalmente situabile in un momento in cui l’asse terrestre doveva per forza presentare ormai l’attuale inclinazione rispetto all’eclittica (inoltre, in termini di longitudine, è probabile che l’Airyana Vaejo fosse nettamente più orientale delle aree atlantiche a fronte dei significativi rapporti evidenziati dalle lingue indoeuropee con quelle uraliche – note 56, 57, 58, 59, 60, 61 – ciò anche in assonanza, almeno geografica, con le visuali di Bal Gangadhar Tilak – nota 62).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-3-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-25347 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/R-3-1-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo quindi probabile che le enormi difficoltà a ricostruire eventi verificatisi in tempi remotissimi abbiano portato ad operare non una sola, ma molte possibili sovrapposizioni concettuali: ad esempio, una tra il centro primario e quello secondario più antichi (cioè tra la Thule polare e la Nordatlantide del Treta Yuga); un’altra fra il centro primordiale ed etnicamente più ecumenico e quello primario ma di scala più ridotta (cioè tra la Thule polare e l’Airyana Vaejo solo indoeuropea); un’altra ancora tra il centro secondario più antico e quello più recente (cioè, come sembra fare Wirth, tra la Nordatlantide di 30.000 anni fa e la Mo-uru meno remota); o ancora un’altra, “incrociata”, tra il centro primordiale più remoto e quello secondario recente (questa forse ravvisabile in Eratostene, che colloca Ultima Thule non a Nord ma a Nord-Ovest, alla latitudine di 66° – nota 63 – più o meno corrispondente a quella dell’Islanda)…</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso – e ci avviamo verso la conclusione – bisogna anche dire che l’orientamento femminile proposto da Herman Wirth per la civiltà nordatlantica lascia piuttosto perplesso Julius Evola: ma il pensatore romano, tuttavia, non arriva a chiudere del tutto la porta a questa possibilità, quando ad esempio ricorda l’appellativo di “gente della Dea” (nota 64) attribuito alla razza mitica dei Tuatha de Danann, tradizionalmente giunti in Europa dalla direzione di Nord-Ovest. Quel Nord-Ovest indefinito, grossomodo collocato a cavallo della curva Groenlandia-Islanda-Faroer-Scozia-Irlanda che in tempi wurmiani anche la ricerca ufficiale ammette aver visto ampie aree emerse (note 65, 66, 67), con propaggini forse estese anche più a meridione (l’Atlantide “classica”). E, secondo Wirth (nota 68), furono proprio queste propaggini più meridionali, collocate a latitudini più o meno corrispondenti a quelle delle isole Azzorre, che vennero sommerse per prime dal cataclisma diluviale principale, mentre le zone più settentrionali come l’anzidetta Mo-uru, si inabissarono solo alcuni millenni più tardi: uno degli eventi di maggior impatto – la “frana di Storegga” di 8.000 anni fa – viene, anche questo, ammesso senza difficoltà alcuna dalla ricerca ufficiale (nota 69). Cataclismi nordatlantici dai quali derivò l’ultima delle grandi migrazioni boreali di una certa entità demografica, quel movimento “trasversale” del quale parla anche Julius Evola (nota 70) che prese come tappa intermedia il “Doggerland”, bassopiano anticamente esteso tra Gran Bretagna e Danimarca; la sommersione definitiva anche di questa rigogliosa area si concluse forse 6.500 anni fa con un ultimo evento marino che miticamente forse corrispose al “Diluvio di Deucalione” (nota 71).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma qui ci troviamo davanti ad eventi ormai post paleolitici: l’acquisizione di ulteriori dettagli lungo almeno 35-40.000 anni di preistoria umana secondo le categorie storico-tradizionali, passa necessariamente attraverso la traduzione di questo mastodontico lavoro di Herman Wirth – già iniziato e del quale ci sono appena pervenute le prime pagine in italiano – per il quale rinnovo a tutti coloro che sono interessati la richiesta di sostegno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note</p>
<p>Nota 1) Il cammino del cinabro – Scheiwiller – 1972<br />
Nota 2) Ura Linda, una saga indoeuropea: il popolo frisone (testo e note a cura di Herman Wirth), Edizioni Barbarossa, 1989<br />
Nota 3) Ad esempio l’introduzione iniziale, pubblicata nel 2013 da EFFEPI come libretto dal titolo “Introduzione a L’aurora dell’umanità”, ed il secondo capitolo “Die urheimat der nordischen rasse” tradotto e pubblicato parzialmente come “La patria originaria della razza nordica” nel numero speciale doppio 27-28 di Arthos, “La Tradizione artica”, 1985<br />
Nota 4) Marc Eemans, “Herman Wirth e la preistoria prima degli Indoeuropei”, Orion, n. 61, ottobre 1989<br />
Nota 5) Per una panoramica generale vedasi “Ahnenerbe. Appunti su scienza e magia del Nazionalsocialismo” di Gianfranco Drioli, RITTER, 2011<br />
Nota 6) “Cenni bio-bibliografici su Herman Wirth”, Marc Eemans – Renato del Ponte, nel numero speciale doppio 27-28 di Arthos, “La Tradizione artica”, 1985<br />
Nota 7) René Guénon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – pag. 29<br />
Nota 8) Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982<br />
Nota 9) Jean Phaure – Le cycle de l&#8217;humanité adamique: introduction à l&#8217;étude de la cyclologie traditionnelle et de la fin des temps – Dervy-Livres – 1973<br />
Nota 10) Julius Evola – Ricognizioni. Uomini e problemi – Edizioni Mediterranee – 1985 – pag. 208<br />
Nota 11) René Guénon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – sempre pag. 29<br />
Nota 12) Nuccio D’Anna – A proposito del rapporto Julius Evola–Hermann Wirth – in: Vie della Tradizione n. 140 – ottobre/dicembre 2005 – pag. 161<br />
Nota 13) Come detto nella nota 3, capitolo tradotto e pubblicato parzialmente come “La patria originaria della razza nordica” nel numero speciale doppio 27-28 di Arthos, “La Tradizione artica”, 1985<br />
Nota 14) Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965<br />
Nota 15) Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pagg. 235 e 241<br />
Nota 16) René Guénon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – pag. 28<br />
Nota 17) Nuccio D’Anna – Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell’antica Grecia – Rusconi – 1999 – pag. 137<br />
Nota 18) Joscelyn Godwin – Il mito polare – Edizioni Mediterranee – 1993 – pag. 14<br />
Nota 19) Paolo Magnone – I dadi e la scacchiera. Visioni indiane del tempo – in: I Quaderni di Avallon, n. 34, “Il senso del tempo” – 1995 &#8211; pag. 79<br />
Nota 20) L.M.A. Viola – Tempus sacrum – Victrix – 2003 – pag. 30<br />
Nota 21) Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984<br />
Nota 22) Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 44<br />
Nota 23) Arthur Branwen – Ultima Thule. Julius Evola e Herman Wirth – Edizioni all’insegna del Veltro – 2007– pag. 29<br />
Nota 24) Aleksandr Dughin – Herman Wirth: Runes, Great Yule, and the Arctic Homeland – indirizzo internet: http://4pt.su/en/content/herman-wirth-runes-great-yule-and-arctic-homeland<br />
Nota 25) Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001 – pag. 177<br />
Nota 26) Gianfranco Drioli – Iperborea. Ricerca senza fine della Patria perduta – RITTER – 2014 – pag. 78<br />
Nota 27) Riccardo Ambrosini – Le lingue Indo-Europee. Origini, sviluppo e caratteristiche delle lingue indo-europee nel quadro delle lingue del mondo – ETS Editrice – 1991 – pag. 134<br />
Nota 28) Aleksandr Dughin – Siberia – in: “La Nazione Eurasia”, n. 5 – Giugno 2004 – pag. 6<br />
Nota 29) Aleksandr Dughin – Continente Russia – Edizioni all’insegna del Veltro – 1991 – pag. 35<br />
Nota 30) Nuccio D’Anna – A proposito del rapporto Julius Evola–Hermann Wirth – in: Vie della Tradizione n. 140 – ottobre/dicembre 2005 – pag. 164<br />
Nota 31) Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pag. 224<br />
Nota 32) Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006 – pag. 220<br />
Nota 33) Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pagg. 211 e 235<br />
Nota 34) William F. Warren – Paradise Found. The Cradle of the Human Race at the North Pole – Fredonia Books – 2002 (ristampa anastatica dell’edizione 1885)<br />
Nota 35) Silvano Lorenzoni – Il Selvaggio. Saggio sulla degenerazione umana – Edizioni Ghénos – 2005 – pagg. 45 e 104<br />
Nota 36) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 154<br />
Nota 37) Arthur Branwen – Ultima Thule. Julius Evola e Herman Wirth – Edizioni all’insegna del Veltro – 2007 – pag. 42<br />
Nota 38) Julius Evola – Thule (in “Corriere Padano” – 13/1/1934) – Articolo ora presente ne “I testi del Corriere Padano” (Edizioni di Ar, 2002) e nel Quaderno “Il Mistero Iperboreo. Scritti sugli Indoeuropei 1934-1970” (a cura di Alberto Lombardo, Quaderni di testi evoliani n. 37, Fondazione Julius Evola, 2002)<br />
Nota 39) Franz Boas – L’uomo primitivo – Laterza – 1995 – pag. 89<br />
Nota 40) Hans F.K. Gunther – Tipologia razziale dell’Europa – Edizioni Ghénos – 2003 – pag. 97<br />
Nota 41) Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indoeuropee. Le radici di un comune sentire (parte 1) – in: I Quaderni del Veliero, n. 2/3 – 1998 – pag. 257<br />
Nota 42) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 145<br />
Nota 43) Julius Evola – Sintesi di dottrina della razza – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 75<br />
Nota 44) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pagg. 152/153<br />
Nota 45) Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984 – pag. 7<br />
Nota 46) Herman Wirth – Introduzione a “L’aurora dell’umanità” – EFFEPI – 2013 – pag. 35<br />
Nota 47) AA.VV. (a cura di Onorato Bucci) – Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione – Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica – 1993 – pag. 46<br />
Nota 48) Marc Eemans, “Herman Wirth e la preistoria prima degli Indoeuropei”, Orion, n. 61, ottobre 1989<br />
Nota 49) Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – vari accenni sparsi tra le righe in diverse pagine<br />
Nota 50) Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 154<br />
Nota 51) Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 54<br />
Nota 52) Marco Zagni – Archeologi di Himmler – Ritter – 2004 – pag. 49<br />
Nota 53) Gabriele Zaffiri – Alla ricerca della mitica Thule – Editrice La Gaia Scienza – 2006 – pag. 78<br />
Nota 54) Julius Evola – I saggi della Nuova Antologia – Ar – 1982 – pag. 26<br />
Nota 55) AA.VV. (a cura di Onorato Bucci) – Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione – Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica – 1993 – pag. 52<br />
Nota 56) Pia Laviosa Zambotti – Le più antiche civiltà nordiche ed il problema degli Indo-Europei e degli Ugro-Finni – Casa Editrice Giuseppe Principato – 1941 – pag. 271<br />
Nota 57) Paolo Ettore Santangelo – L’origine del linguaggio – Bompiani – 1949 – pag. 23<br />
Nota 58) Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 31<br />
Nota 59) Gabriele Costa – Le origini della lingua poetica indeuropea. Voce, coscienza, transizione neolitica – Olschki Editore – 1998 – pag. 257<br />
Nota 60) Giorgio Locchi – Prospettive indoeuropee – Settimo Sigillo – 2010 – pag. 23<br />
Nota 61) Iaroslav Lebedynsky – Gli Indoeuropei: fatti, dibattiti, soluzioni – Jaca Book – Milano – 2011 – pag. 120<br />
Nota 62) Bal Gangadhar Tilak – La dimora artica nei Veda – ECIG – 1986. A pag. 25 l’autorevole esponente indù sottolinea come la scala nella quale si pone non sia quella delle origini umane in senso ampio (quindi nella prospettiva di un Guénon o di un Warren), mentre a pag. 323 riafferma il limite di soli 10-12.000 anni come orizzonte temporale massimo nel quale considerare le origini prime dei soli popoli indoarii, anzi della cultura vedica più in particolare.<br />
Nota 63) Giulia Bogliolo Bruna – Paese degli Iperborei, Ultima Thule, Paradiso Terrestre – in: Columbeis VI – Università di Genova, Facoltà di Lettere, Dipartimento di Archeologia Filologia Classica e loro tradizioni – 1997 – pag. 168<br />
Nota 64) Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988<br />
Nota 65) Edith Ebers – La grande era glaciale – Sansoni – 1957 – pag. 168<br />
Nota 66) Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965 – pag. 210<br />
Nota 67) Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985 – pag. 78<br />
Nota 68) Aleksandr Dughin – Continente Russia – Edizioni all’insegna del Veltro – 1991 – pag. 52<br />
Nota 69) Giampiero Petrucci – Storegga, lo “Tsunami Artico”: 8.000 anni fa un’immensa frana sottomarina causò un devastante maremoto nel Mare del Nord – Indirizzo internet: http://www.meteoweb.eu/2012/12/storegga-lo-tsunami-artico-8-000-anni-fa-unimmensa-frana-sottomarina-causo-un-devastante-maremoto-nel-mare-del-nord/172527/<br />
Nota 70) Julius Evola – Indirizzi per un’educazione razziale – Edizioni di Ar – 1979 – pag. 82<br />
Nota 71) Giuseppe Acerbi – La questione dei “Tre Diluvi” nella tradizione ellenica – in: Algiza, n. 9 – Gennaio 1998 – pag. 13</p>
<p>Michele Ruzzai</p>
<p>Gruppo Facebook “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione”</p>
<p>Email: michele.ruzzai@libero.it</p>

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