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	<title>tecnica Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>tecnica Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Immagini del mondo (VIII) &#8211; L&#8217;errore fatale &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Oct 2025 06:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VIII L’errore fatale «Re: qual è la più gran pazzia dell’uomo? Bertoldo: il reputarsi savio». (G. C. Croce) Ogni civiltà è destinata presto o tardi a morire o, se ha ragione Toynbee, a suicidarsi. La fine può arrivare rapida e inaspettata ma è in realtà effetto di un accumularsi di cause. Ogni civiltà, incalzata dalle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>VIII</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>L’errore fatale</strong></p>
<p style="text-align: right;">«<em>Re: qual è la più gran pazzia dell’uomo?</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Bertoldo: il reputarsi savio</em>».</p>
<p style="text-align: right;">(G. C. Croce)</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni civiltà è destinata presto o tardi a morire o, se ha ragione Toynbee, a suicidarsi. La fine può arrivare rapida e inaspettata ma è in realtà effetto di un accumularsi di cause. Ogni civiltà, incalzata dalle sue passioni,  lotta con il suo Demone, ingaggia con lui una sorta di laboriosa e tormentata partita a scacchi, il cui esito è scontato. Ma il suo Nero avversario la costringe a cercare mosse efficaci per rimandare il più a lungo possibile lo scacco matto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, ogni civiltà può commettere piccoli errori, ancora rimediabili, o errori gravi, che la espongono a gravi perdite di pezzi. Infine, vi sono errori che la portano a una rapida sconfitta. E forse, proprio nel momento in cui credeva di poter vincere, la nostra civiltà ha commesso un errore fatale. Ha fatto quella mossa che la Morte attendeva per poter esercitare il suo naturale diritto su tutto ciò che vive.</p>
<p style="text-align: justify;">Quell’errore, io temo, ci ha chiusi in uno schema di gioco in cui non v’è più tempo per escogitare brillanti, originali manovre per salvarci da una situazione ormai compromessa. Tutto, nel finale di partita, si riduce infatti a ineluttabili geometrie, a schemi rigorosi. La nostra unica speranza è distrarre il Demone, indurlo a fare come noi un errore grossolano, eventualità assai improbabile.</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile per noi riconoscere questo <em>errore fatale</em>, perché ancora crediamo d’aver giocato una mossa vincente, e non ne vediamo l’intrinseca follia, ovvero questa forma di irragionevolezza che è, paradossalmente, la nostra cieca fiducia nella razionalità. Questa “insonnia della ragione”, veglia generatrice di mostri, suicida imprudenza che ci ha convinti fosse giusto mettere il pensiero tecno-scientifico a governo del mondo &#8211; come porre la Regina in una casa indifendibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio dire che sviluppare conoscenze scientifiche o fabbricare macchine sia in sé sbagliato. Da sempre l’uomo si avvale della sua intelligenza per scoprire nessi causali e creare strumenti che lo sostengano nel suo dialogo-conflitto con la natura. Scienza e tecnica sono quindi membri di una generale e necessaria filosofia della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non possiamo accettare i loro contributi pratici e teorici senza preoccuparci di integrarli in una complessiva immagine del mondo, in armonia con istanze etiche, sentimentali, spirituali, subordinandoli a quell’unico fine essenziale che è una compiuta e avverata idea del Bene. Perché una filosofia che faccia astrazione da questo compito si riduce a sciocca oziosità e diviene una minaccia alla felicità dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">I diversi elementi che formano la nostra visione del mondo dovrebbero quindi fondersi in una solida lega, costituire un sicuro appoggio al nostro proposito d’esser felici, e il livello di una civiltà andrebbe stimato in base alla sua capacità di liberare gli uomini da condizioni di sofferenza, sciogliendoli dall’asservimento a difficoltà materiali e ancor più dalle catene di insensate passioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremo perciò dire <em>evoluta</em> solo la società in cui prevalgono le condizioni della pace, dell’amore, dell’armonia con la natura, del benessere interiore, della bellezza. E per converso, definire <em>barbara</em> quella in cui regnano l’odio, la violenza, il conflitto, la paura, la volgarità. Nella prima riconoscere una vera ricchezza e un autentico progresso umano, nell’altra un bestiale abbruttimento.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra follia non sta quindi nel <em>progresso</em> in sé, ma nell’aver creduto che le conquiste del pensiero tecnico-scientifico fossero criterio valido e sufficiente per misurare il grado di evoluzione di una civiltà, indipendentemente dal contesto generale in cui tali acquisizioni si collocano e dagli effetti che producono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ispirato da tutt’altre certezze, qualcuno, non so se miope o troppo lungimirante, pensò un giorno fosse invece possibile un’evoluzione fondata sulla cristianizzazione, mediante una pedagogia dell’uomo fedele al messaggio del Vangelo. E altri, in modo analogo, hanno certo immaginato di poter costruire una società che riflettesse gli insegnamenti di Zoroastro, del Buddha o di Confucio.</p>
<p style="text-align: justify;">Utopie fragili, destinate a infrangersi contro un muro di dure realtà. Forse utopie premature, che devono attendere tempi nuovi per realizzarsi. Di fatto, le visioni del mondo che auspicavano un’evoluzione dell’uomo in senso etico e spirituale sono rimaste lettera morta, e vengono oggi confutate da un pensiero che usa come <em>parametro evolutivo</em> coordinate scientifiche e tecnologiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Incanalare l’ingegno umano su questa strada apparentemente a senso unico è diventato per noi <em>conditio sine qua non</em> del Progresso. Troviamo una tipica espressione di questo pregiudizio nell’idea, oggi apparentemente indiscutibile, che civiltà più antiche di quella terrestre, se esistono, debbano essere <em>necessariamente</em> più evolute di noi, e che questo <em>necessariamente</em> significhi aver raggiunto livelli di conoscenza fisica e di efficienza meccanica superiori ai nostri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma queste presunte <em>necessità</em> logico-evolutive non sono che un parto della nostra fantasia. E v’è in esse un grave pericolo, perché il nostro concetto di<em> progresso</em> finisce col prescindere da ogni valore spirituale. Così, una civiltà il cui livello etico sia pari a quello di uno squalo, ma in compenso ultra-razionale e ultra-tecnologica, ci apparirebbe assai più <em>evoluta</em> di una società saggia e pacifica le cui interazioni col mondo si svolgessero attraverso linguaggi poetici o l’uso di semplici utensili.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra arbitraria ‘gerarchia di civiltà’, ordinata secondo una crescente capacità di rubare alla materia i suoi poteri, di dominare la natura, di dotarsi di trascendentali mezzi tecnici, tradisce solo un delirio di onniscienza e onnipotenza. E noi, si dice, saremmo solo ai primi gradini. Perciò cerchiamo indizi di civiltà <em>superiori</em>, come bambini che desiderano carpire i segreti degli <em>adulti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo immaginario processo di crescita pare debba venir escluso tutto ciò che attiene alla nostra sfera spirituale, alle dimensioni profonde del cuore umano. L’<em>evoluzione</em> diventa così un processo totalmente esteriore, guidato da leggi meccaniche e deterministiche. In questo progresso materiale alcuni vedono l’inverarsi di attese messianiche, altri una mossa dell’Anticristo o il destino, forse dimenticando che in ogni destino risuona un libero arbitrio, una volontà che può scegliere.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, il nostro fatale errore è il risultato di un’opzione di cui, tuttavia, è difficile precisare le ragioni. Forse l’esaurirsi di un ciclo vitale. Forse gli effetti collaterali di un’idea del mondo che per secoli ha sotteso e plasmato la nostra cultura, ossia quel complesso intreccio di elementi giudaici, greci e romani, che formano la trama e i presupposti intellettuali del pensiero occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le concezioni fondanti del pensiero indiano o cinese, dove ogni fenomeno è manifestazione del Sacro, orma dell’Invisibile, impedivano <em>a priori</em> che atti tecnico-scientifici oltraggiassero il mistero e la dignità metafisica della Natura. L’Oriente, che veglia sulla santità del mondo, non avrebbe mai autorizzato una scienza la cui <em>hybris </em>profanava santuari divini.</p>
<p style="text-align: justify;">E neppure l’antico spirito pagano dei greci e dei romani, o dei druidi celtici, pervaso di senso panico, conscio degli stretti legami tra il cosmico e il divino, avrebbe mai osato volgersi a prassi dissacranti e perturbatrici dell’armonia naturale. Né si può credere che uno gnosticismo per il quale la materia è caduta, Principio di corruzione, oscura prigione dello spirito, si sarebbe mai abbassato a penetrarne con tanto zelo gli oscuri recessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Più plausibile mi sembra vedere le radici della nostra <em>civilizzazione</em> nella pulsione di potenza che muove la storia umana a noi nota. Questa <em>libido dominandi</em>, volontà di vincere e asservire <em>l’altro</em>, è comune a greci e romani, ebrei ed egiziani, indiani e cinesi. Per questo l’uomo ha sempre usato il suo genio per progettare e costruire strumenti di conquista, per escogitare letali invenzioni di ingegneria militare – e il carteggio tra Leonardo e Lodovico il Moro è in tal senso emblematico.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni spiriti illuminati hanno cercato in ogni tempo di scoraggiare questa demoniaca voluttà di occupare territori, dominare il prossimo, ammazzarlo, depredarlo, ridurlo in schiavitù. Ma i loro appelli sono sempre caduti nel vuoto. Di fatto, pare che niente &#8211; né prediche, né lusinghe o minacce &#8211; possa guarire l’uomo dalla sua sete di conquista.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra civiltà nasce così dalle pretese della forza, dal sangue, dall’assassinio del fratello. E certo la scienza è stata in questo senso un fattore determinante e decisivo, perché grazie ad essa l’uomo si è dotato di mezzi tecnici di <em>persuasione</em> e di distruzione un tempo inimmaginabili. Ed è assai improbabile per ora che l’uomo desista dai suoi progetti di dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali generiche considerazioni non spiegano però perché la <em>scienza</em> moderna sia fenomeno europeo. Caldei, cinesi, indiani, greci, egiziani, erano fisici, astronomi, geometri, logici, matematici, e certo non difettavano dell’ingegno per mettere a frutto le loro conoscenze. Ma il loro desiderio di sapere fu probabilmente delimitato da una forma di rispettosa soggezione per il carattere sacro del cosmo.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra scienza sembra invece nascere da una immagine del mondo che spoglia la natura di ogni dignità sacrale, la priva di ogni carattere divino, ne espelle gli spiriti, gli Dei, le arcane risonanze. Non vi riconosce un Soggetto, ma un oggetto che Dio crea e concede all’uomo perché lui, l’<em>eletto</em>, destinato a regnare sulla Terra, se ne serva.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa concezione di un mero rapporto strumentale tra l’uomo e la <em>natura</em>, giunta a noi attraverso un pensiero biblico intriso di aggressivo e antropocentrico materialismo, si è fusa nella nostra cultura con le ardite sottigliezze del pensiero greco, ed è questa a mio avviso la doppia semenza da cui ha preso corpo una scienza piegata a finalità non scientifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo dovuto superare la caduta di un impero, digerire le invasioni barbariche, attendere che dalle ceneri del mondo antico rinascesse l’amore per lo studio, si formassero delle università, che l’uomo ritrovasse in sé la passione per la conoscenza. Ma dopo tanti secoli quei vecchi semi, <em>geneticamente</em> combinati, erano ancora lì, pronti a germogliare.</p>
<p style="text-align: justify;">La fisica come studio dei fenomeni naturali, delle loro cause e delle loro relazioni, è così presto diventata l’ancella di una tecnologia sempre più sofisticata ma di fatto legata a rozze forme di potere. Privando la natura di ogni fondamento spirituale l’abbiamo posta al servizio di una farneticante e illimitabile volontà di potenza, in contraddizione con i reali bisogni dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il culto morboso per le iperboli della razionalità e della tecnica, dall’Occidente è dilagato nell’intero pianeta come una incontrollabile epidemia. Una mentalità <em>illuministica</em> popolata di fantasmi liberatori e progressisti ha contagiato ogni angolo della Terra, è divenuta ideologia globalizzante, producendo un omogeneo confluire delle varie culture sotto un’unica bandiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe quindi pensare che la civiltà <em>cristiana</em>, dopo aver accarezzato per secoli il progetto d’esser Chiesa universale, abbia infine coronato il suo sogno ecumenico in modo paradossale, convertendo il mondo intero non al Vangelo ma alla sua scientifica immagine della realtà, ovvero a un’idea priva di qualsiasi nesso col messaggio di Cristo, di cui è anzi una radicale negazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, l’ombra di Dio, che ancora incombeva sulla pur carnale religiosità ebraica, si è dissolta sotto la luce del positivismo scientifico. È così rimasta davanti a noi solo una natura nuda, senza dignità, come una meretrice che possiamo comprare, stuprare, violare secondo i nostri desideri. Carne inerte che si offre a noi perché ne abusiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo oggi molto più sapienti e potenti che in passato. Ma il nostro sapere è follia e il nostro potere è sopruso. Quella che diciamo <em>evoluzione</em> della nostra civiltà rappresenta solo l’imporsi di un’idea del mondo scientificamente sviluppata, in modo che un’antica cupidigia potesse trarne le più infami applicazioni, adattarla al suo fondamentale satanismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, come scrive Erasmo, “la pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, religioni, assemblee consultive e legislative: l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia.” E non potendo curare tale follia con la ragione, di cui si nutre, dovremmo forse usare come medicina un’altra follia. Se nella nostra partita con il Demone non facessimo mosse <em>scientifiche</em> ma quelle che lo spirito ci suggerisce, forse potremmo ancora salvarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma siamo ubriachi di un sapere che crea incubi, labirinti in cui l’uomo si perde; di un progresso che insegna come auto-distruggersi; di una tecnica che promette di evolverci in esseri <em>transumani</em> prima ancora d’essere umani; di una logica che si ritiene inoppugnabile, ma commette errori fatali. E come dice il Vangelo di Tomaso: «ora sono ubriachi. Allorché avranno vomitato il loro vino, allora faranno penitenza». Un ubriaco non dovrebbe giocare a scacchi con il suo Demone.</p>

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		<title>Il nomos della tecnica, il tramonto della politica.                                                             di Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 May 2017 19:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema dell’avanzata inarrestabile della tecnica appassiona molti. Tra loro, filosofi di grande cultura, come Umberto Galimberti, con il suo denso Psiche e Techne. Da ultimo è sceso in campo il grande vecchio della filosofia italiana, Emanuele Severino. All’alba dei suoi 88 anni, il pensatore bresciano ha pubblicato “Il tramonto della politica”, dal pretenzioso sottotitolo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Il tema dell’avanzata inarrestabile della tecnica appassiona molti. Tra loro, filosofi di grande cultura, come Umberto Galimberti, con il suo denso Psiche e Techne. Da ultimo è sceso in campo il grande vecchio della filosofia italiana, Emanuele Severino. All’alba dei suoi 88 anni, il pensatore bresciano ha pubblicato “Il tramonto della politica”, dal pretenzioso sottotitolo (ma al grande esperto di Parmenide si può concedere) Considerazioni sul futuro del mondo.</p>
<p style="text-align: left;">Nessun dubbio sull’importanza decisiva di tematizzare il rapporto tra tecnica e politica; ciò che colpisce è la tesi centrale di Severino, ovvero che “la politica tramonta perché, quando non si rassegna alla propria dipendenza dal capitalismo, si illude di poter guidare il capitalismo, ossia ciò che è destinato al tramonto.&#8221;</p>
<p style="text-align: left;">Nel libro, l’autore riprende e sviluppa temi a lui cari come il rapporto tra politica, tecnica e filosofia e propone una chiave di lettura della volontà di abbandono della verità tipica del tempo presente. In questo processo di relativizzazione generale il capitalismo, per trionfare sui propri nemici, dopo aver emarginato la politica, deve sfruttare a fondo le potenzialità della tecnica, divenuta sempre più forte, una serva che si sta trasformando in padrona, svuotando il capitalismo stesso del suo scopo e conducendolo quindi alla morte. Quello che oggi ci pare uno scontro epocale, sostiene Severino, è soltanto l’espressione di una battaglia di retroguardia, tra le diverse “verità” che intendono piegare il mondo alla loro visione, tutte destinate a essere sconfitte dall’avvento della tecnica, che potrà compiersi pienamente solo quando quest’ultima potrà “godere del sostegno della filosofia e raggiungere il proprio scopo: realizzare tutto quanto è possibile.”</p>
<p style="text-align: left;">Premesso che la politica non si illude affatto di guidare il capitalismo, ma ne è l’interessata servitrice anche contro la volontà popolare, due tesi sembrano davvero sconcertanti: la prima è che sia in corso uno scontro tra pretese veritative contrapposte. Spiace contraddire un pensatore di prim’ordine, ma non è così. Il capitalismo, nella sua forma globalitaria e tecnoscientifica ha spazzato via, al grido “non c’è alternativa”, ogni visione del mondo ad esso non riducibile. E’ oggi l’unico giocatore in campo in una partita evidentemente truccata. Lo stesso Severino ebbe modo, nel corso di oltre mezzo secolo di speculazione filosofica, di criticare aspramente capitalismo e comunismo (anche il fascismo, peraltro) considerati entrambi fonti dell’heideggeriana “vita inautentica”, espressioni del dominio della tecnica. Gli fa velo, nella circostanza, un retro pensiero nichilista riassunto in una sua frase assai citata, dalla Follia dell’angelo: “si tratta di capire che la costruzione e la distruzione hanno la stessa anima”.</p>
<p style="text-align: left;">Questo è un punto di divergenza insanabile, e bene fece il solido tomista Cornelio Fabro a decretare l’inconciliabilità con il cristianesimo delle idee dell’allora giovane docente dell’Università Cattolica. La seconda tesi cui occorre ribellarsi è che la tecnica sia il vettore attraverso il quale il capitalismo verrà svuotato e sconfitto. Idea intellettualistica e, come dire, teoretica, danzante sulle nuvole, figlia di un approccio che non tiene conto dei rapporti di forza, ovvero di quella che Machiavelli definì la realtà effettuale. Il capitalismo è il meccanismo dell’ideologia liberale destinato a determinare e dominare i rapporti di produzione e, attraverso quelli, l’intera vita del mondo. E’ dunque struttura, in senso marxiano, mentre la tecnica è, ancora, sovrastruttura, strumento della dominazione degli uomini da parte del Signore.</p>
<p style="text-align: left;">Altra cosa, ma Severino tace sul punto, è il transumanesimo, ossia l’ideologia prima nascosta ed oggi emergente, distillata nei pensatoi delle oligarchie economiche e finanziarie, la corrente metaculturale che sostiene un accelerato sviluppo scientifico e tecnologico volto alla trasformazione della specie umana attraverso le nuove scienze, informatica, genetica, cibernetica, neuroscienze. Tutte insieme, sono oggi chiamate tecnoscienze, poiché riuniscono in sé la scienza, che è sapienza, la tecnica e la tecnologia, ossia l’uso e la pratica applicazione delle conoscenze e delle abilità acquisite.</p>
<p style="text-align: left;">Le tecnoscienze paiono a noi la concretizzazione del Golem, figura mitica e concetto ricorrente della tradizione ebraica, l’essere di argilla a cui viene data la vita attraverso riti esoterici da parte dei più sapienti rabbini. Il significato letterale è embrione, massa grezza. Secondo tradizione il golem è un potente essere antropomorfo di materia inerte. Come un robot, il golem esegue gli ordini del suo creatore, ma è privo di pensiero e di emozione, in quanto non possiede anima. Per dargli vita, sulla fronte gli viene scritta la parola <em>emet</em>, verità; per distruggerlo, viene cancellata la prima lettera, ma <em>met</em> significa morte.</p>
<p style="text-align: left;">Il Signore oggi intronizzato è il tecnocapitalismo, ovvero il capitalismo che controlla e domina, possiede la tecnologia e ne decide gli esiti, una forza inesorabile che avanza e distrugge ciò che trova sul proprio cammino, in nome di un epocale cambio di paradigma esistenziale ed antropologico. Golem, non a caso, in ebraico moderno significa anche robot. La tecnica è l’alleata più potente del capitalismo, non certo la sua nemica, ed un cambiamento potrà avvenire – lo scenario è il più sconvolgente – solo allorché la tecnica, soprattutto attraverso la cibernetica, potrà replicare se stessa, decidere da sé obiettivi, addirittura darsi dei fini senza o contro il controllo umano. La strada, da un punto di vista pratico, è aperta, ma modi e tempi sono ancora del tutto sconosciuti.</p>
<p style="text-align: left;">Qui si inserisce la terza obiezione al pensiero di Severino, allorché egli sembra sperare in un’alleanza tra tecnica e filosofia. Se, come egli afferma, tutte le verità sono sconfitte dalla tecnica, unico scopo possibile è realizzare “tecnicamente” tutto quanto è fattibile, con il sostegno della filosofia. E’ possibile che chi scrive abbia frainteso o preso un grossolano abbaglio (interpretare il pensiero dei pensatori è sempre arduo&#8230;), ma ci sembra che Severino, gran conoscitore della filosofia greca, proponga nientemeno che la definitiva fuoruscita dalla tradizione del pensiero occidentale.</p>
<p style="text-align: left;">I greci fondarono la civiltà di cui siamo figli degeneri sul concetto di limite, sulla prudenza (<em>phrònesis</em>) e sul principio di non contraddizione. A Platone ed Aristotele siamo debitori quasi di tutto, in particolare dell’idea di bene e di male. Una filosofia che si alleasse con la tecnica commetterebbe due tragici errori: da un lato, la tecnica è “pensiero che non pensa”, non ha altro scopo che funzionare, come ha ben capito Galimberti. La sua dimensione è del tutto estranea al giudizio, ai fini, alla direzione, che è il senso del pensiero speculativo. Non ha bisogno della “mosca cocchiera”, avanza da sola.  Filosofo, “amico della sapienza” è colui che ragiona su ciò che vede e fornisce un giudizio. Tecnico è colui che prende atto dei progressi della scienza, e utilizza le leggi fisiche da essa scoperte per usi pratici (tecnologia).</p>
<p style="text-align: left;">In questo senso, la filosofia altro non diverrebbe che la copertura “colta” per realizzare la legge di Gabor. Dennis Gabor, eminente fisico ungherese, teorizzò che tutto ciò che si può realizzare “tecnicamente”, si farà, e tutte le possibili combinazioni saranno tentate. La scienza, purtroppo, ha titolo per ragionare in tal senso, figlia e nipote di Prometeo e di Adamo che si ribella a Dio, cioè al limite da lui posto, ma la filosofia è la coscienza critica, l’occhio vigile e morale dell’uomo che, uscito dalla caverna di Platone, vede la luce ma teme l’accecamento.</p>
<p style="text-align: left;">L’altro errore, ben gradito al dominio capitalista, corollario dell’altro, è quello di accettare un ruolo subalterno. Il Signore paga la ricerca, oggi soprattutto nell’ambito dell’elettronica, della genetica, delle biotecnologie e delle nanotecnologie, prescrive l’invenzione continua di nuove applicazioni. La filosofia, rassegnata a non partecipare al grande gioco, si limiterebbe ad applaudire e fornire la copertura teorica all’avanzata amorale della Tecnica. <em>Doctores tiene la Iglesia</em>, dottori ha la Chiesa, afferma un detto castigliano, a significare che un impianto di giustificazioni a posteriori è sempre pronto, anche e soprattutto per le nefandezze.</p>
<p style="text-align: left;">Ad una retta filosofia, liberata anche dal sogno husserliano di diventare scienza, va al contrario il compito di essere, a suo modo, <em>“katechon</em>”, ciò che frena, impedisce, sottopone a giudizio che può essere negativo, e lascia quindi la Tecnica – cioè i suoi padroni- soli con le loro immense responsabilità. Un eventuale sopravvento della tecnica sul capitalismo, peraltro, sarebbe un evento ancora peggiore del male.  Ha invece ragione Severino a constatare l’inevitabilità del passaggio, in larga parte compiuto, dalla gestione politica a quella tecnoscientifica dei processi politici.</p>
<p style="text-align: left;">Egli ne sembra tuttavia soddisfatto, segnalando l’incontro della volontà tecnica e di quella filosofica. Sembra, in verità, la giustapposizione antiumana di due volontà di potenza che si fondono, ed a scomparire è la ragione filosofica, che si libera dello sguardo morale. Anzi, sottolinea che questa sarebbe “la coerenza estrema dell’Occidente”, che realizza una sorta di <em>pax technica</em> in un superstato tecnico, che, peraltro, avrebbe comunque un governo (o <em>governance</em>) e dei dominatori. Vecchia regola è che chi paga i suonatori decide la musica, per cui nessun potere è tecnico, ma è sempre politico, nel senso che determina rapporti di forza nella vita concreta della <em>polis</em> e degli uomini che la compongono.  Insomma, da Severino ci arriva una sorta di assenso ad un destino, quello del dominio tecnoscientifico, che non è affatto pax, se non nel senso della fine del pensiero e del giudizio critico, un deserto dell’Unico che Diego Fusaro chiama “eterofobia dei globalitari”, cioè dei Signori del denaro. Sono i loro i padroni, banditori, ispiratori, mandanti e finanziatori delle tecnoscienze, cui sono interessati per un unico motivo, la capacità di dominio sull’uomo e sul mondo, oltre ogni limite, che è lo scopo, o meglio, <em>la hybris</em>, la tracotanza orgogliosa, la selvaggia volontà di potenza di cui il capitalismo assoluto unico e finale è portatore.</p>
<p style="text-align: left;">La riflessione deve quindi esplorare un campo spesso trascurato dai filosofi, ovvero il grande inganno del potere globalitario che riduce tutto a tecnica, a procedura, a pilota automatico, avendo proclamato la propria eternità sistemica e negato la possibilità di alternative. Un totalitarismo singolare, le cui sbarre non sono meno ferree per il fatto di risultare poco visibili. La ragione tecnica, o la riduzione di tutto a tecnica, è, a nostro avviso, il grande espediente di potere responsabile del tramonto della politica, e la dubbia <em>pax technica</em> di cui parla Severino deve essere smascherata come strumento essenziale della dittatura del tecnocapitalismo. Capitalismo basato sul possesso e l’orientamento della tecnica: i nomi, infine, significano qualcosa.</p>
<p style="text-align: left;">E’ utile partire dalle definizioni universalmente accettate: la tecnica è l’insieme delle regole pratiche da applicare nell’esercizio di un’attività intellettuale o manuale; il procedimento specifico seguito nell’esecuzione di un lavoro o di un’opera; l’utilizzazione della scienza a fini di immediata utilità; ogni applicazione pratica di una scienza, poiché l’attività umana tende a creare congegni, inventare macchine per sottomettere le forze naturali all’uomo e soddisfare le sue esigenze pratiche.  Da tutto quanto esposto, si inferisce che la tecnica è un mezzo. Poiché i mezzi servono a scopi, il rapporto invertito tra i meccanismi e gli obiettivi è una finzione, una menzogna ad uso di chi, appunto, domina e determina i fini. L’abbiamo definito il Signore, ed è la cupola finanziaria ed industriale che ha privatizzato scienza e ricerca in vista delle pratiche applicazioni di loro interesse.</p>
<p style="text-align: left;">L’astuzia del Signore che, rammentiamolo, possiede tutto, è quella di aver costruito un vero e proprio “<em>nomos</em> della tecnica”, ossia un senso comune accettato, una falsa, ma creduta legge di natura che situa i mezzi, le modalità, le tecniche, al di sopra di ogni altro principio, destituendo, o meglio celando i fini.  La parola greca nomos designa la prima misurazione, da cui derivano tutti gli altri criteri di misura; ha poi assunto il significato di norma a fondamento, che “intesa nel suo significato originario è quella che meglio si presta a rendere l&#8217;idea del processo fondamentale di unificazione di ordinamento, localizzazione”. (Carl Schmitt).</p>
<p style="text-align: left;">La tecnica è impersonale, ma niente affatto neutrale. Non è un principio da mettere ai voti, né può essere oggetto di dissenso: non si può dissentire dalla sfericità della terra o dall’equazione d’onda di Maxwell. Il trucco magico è far coincidere il sapere tecnico con il pensare tecnico, che è una contraddizione in termini. Pensiamo all’informatica: ci è stato insegnato che per conseguire un certo risultato, poniamo entrare in un programma di calcolo si fa così, si segue un determinato percorso scandito da quei gesti e solo da quelli, poiché, in caso contrario, non funziona, ci respinge. E’ la concretizzazione del “si” di Heidegger: si fa, si dice, si deve. Ma, spiega il pensatore di Messkirch, questa è la notte del mondo, e ciò che massimamente si deve pensare è che non si pensa. Al Signore va bene così: la tecnica è un cruscotto fabbricato per suo conto, pieno di comandi e di un quadro di strumenti. Strumenti, appunto, da azionare in determinate circostanze per scopi precisi, predeterminati dal libretto di istruzioni.</p>
<p style="text-align: left;">Ai vari livelli corrispondono differenti profili di accesso: la grande maggioranza può solo pigiare i pulsanti della tastiera, che si offrirà generosamente di suggerire in anticipo le parole da digitare. Qualcuno potrà azionare comandi più sofisticati, solo pochissimi dovranno conoscere quello che c’è dentro, il funzionamento del manufatto, soprattutto sapere perché esiste.  Alla tecnica manca qualsiasi eticità (la <em>sittlichkeit</em> di Hegel) ed è del tutto estranea a qualsiasi orizzonte di trascendenza, o semplicemente di alterità. Essa “è”, sta, incombe, e ogni domanda o obiezione non è solo sconsigliata, ma risulta superflua e indegna di risposta. Ne poniamo una: chi ha scritto il libretto delle istruzioni?</p>
<p style="text-align: left;">Soprattutto, chi lo ha commissionato, perché, qual è la <em>ratio</em> sottostante? Il beniamino della tecnica non è solo l’uomo senza qualità alla Musil, ma il Peter Pan che rifiuta di diventare adulto, un giocherellone a vita, connesso, sempre sorpreso dalle novità della moda, affascinato come a cinque anni di età dalla nuova macchinina. La tecnica prevede miliardi di operatori intercambiabili, capaci di digitare pulsanti e padroneggiare una tastiera, migranti del virtuale in cerca di accesso ai database, una plebe afflitta dal desiderio compulsivo, che si accontenta delle FAQ (<em>Frequently Asked Questions</em>, le domande più frequenti a cui sono predisposte in rete risposte <em>omnibus</em>). Un’umanità che confonde la mappa con il territorio e che non squarcia mai il velo di Maya. Ciò che conta è che la tecnica esista, ci sia, e poiché c’è, è buona e giusta, reale e razionale, scimmia di Hegel.</p>
<p style="text-align: left;">L’impersonalità della tecnica è passiva, il contrario esatto di quella impersonalità attiva prescritta da Evola che è la fortezza morale del ribelle e dell’uomo differenziato, colui che non agisce in vista di scopi pratici e non persegue il successo pubblico. Tocqueville intuì il “potere immenso e tutelare” di un mondo ridotto a procedure, meccanismi e false libertà, impegnato a mantenere i sudditi nello stadio dell’immaturità permanente, affinché restino nella dimensione del gioco infantile (<em>puer ludens</em>, non <em>homo ludens</em>!) e “non pensino che a divertirsi”. Attraverso la tecnica, il Signore tecnocapitalista ha portato a compimento il suo capolavoro, realizzando l’uomo senza dissenso, senza interiorità, senza profondità, senza Dio, senza padri e senza valori che non siano descrivibili in algoritmi, compressi in <em>software</em> tutti uguali, con etichetta del prezzo in denaro, gradita la carta di credito.</p>
<p style="text-align: left;">Antonio Gramsci, un pensatore che i padroni del mondo hanno studiato assai bene, parlò della riduzione degli uomini a gorilla ammaestrati (Quaderni dal carcere VII), che hanno accettato ed introiettato le regole tecniche come uniche e vincolanti, anzi come sola libertà possibile. L’esito ovvio è “libertà è schiavitù”, nella neolingua di Orwell. Per questo, rimaniamo stupefatti dallo sguardo benevolo di Severino nei confronti della tecnica, sino all’offerta implicita di un’alleanza in cui la filosofia dovrebbe fornire l’impianto teorico di sostegno. La tecnica, cioè il Signore, non ne ha affatto bisogno, e comunque è solo un’illusione da logomachia accademica pensare di battere il capitalismo per sussunzione da parte di Techne. E’ vero il contrario, tanto che possiamo affermare che la Tecnica è il sistema operativo del Capitalismo globalitario. Oggi e sicuramente domani. Dopodomani, chissà, la macchina potrebbe essere provvista, dall’uomo che l’ha creata, degli strumenti per fare da sola.</p>
<p style="text-align: left;">Ma sarebbe un giorno ancora peggiore di quelli che stiamo vivendo, con buona pace dei filosofi che prendono abbagli nel corso dei loro estenuanti giochi linguistici. Il nomos della tecnica, annunciato dal tramonto della politica, non ha bisogno di improbabili previsori: la nottola di Minerva, lo ha insegnato Hegel, inizia il suo volo sul far della sera. La filosofia, come ogni conoscenza umana, comprende una condizione storico esistenziale solo dopo che si è prodotta. Non ha facoltà predittive o precognitive. Può solo immaginare: umano, troppo umano, transumano: la fine, probabilmente meritata, della nostra specie.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Roberto PECCHIOLI    </strong></p>

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		<title>L’uomo è antiquato? Transumanesimo, l’ultima frontiera – Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2016 14:25:21 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/luomo-e-antiquato-transumanesimo-lultima-frontiera-roberto-pecchioli/">L’uomo è antiquato? Transumanesimo, l’ultima frontiera – Roberto Pecchioli</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’uomo è antiquato? Questa è la domanda che si pose il filosofo tedesco di origine ebraica Guenther Anders (1902-1992) nel suo libro più importante, che ha quel titolo. La sensibilità dell’intellettuale rifletteva, alla luce della potenza devastatrice della bomba atomica e dei progressi sempre più veloci della scienza e della tecnica, se l’uomo, novello Prometeo, non avesse ormai raggiunto una condizione di subalternità rispetto al mondo delle macchine da lui stesso inventate. Anders parlò di”vergogna prometeica”dell’uomo dinanzi ai suoi prodotti meccanici, sempre più nuovi ed efficienti, che lo oltrepassano e lo fanno precipitare nell’inadeguatezza, imbarazzato nel paragone tra se stesso e la tecnica dispiegata.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfetta, la macchina è ripetibile, standardizzata, riproducibile in esemplari sempre identici. Possiede, ed è forse qui la chiave di tutto, una specie di eternità negata all’uomo. Di qui una rivalità, una gara impari, e l’inversione tra i mezzi – sempre più estesi – ed i fini, misteriosi o negati. L’uomo contemporaneo, in particolare  occidentale, si sente allora inadeguato, prigioniero di un corpo debole ed imperfetto, di un’intelligenza limitata e settoriale.  Per di più, è assediato da immagini che lo colpiscono serialmente, lo rendono passivo, invidioso, manipolato, sempre più incapace di pensare autonomamente e comportarsi liberamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Anders conclude con un accorato appello alla salvaguardia della dignità umana contro tutte le forme di prevaricazione tecnica, dalla persuasione radiotelevisiva, alla proliferazione delle armi sino alla strapotenza della ragione scientifica. Non troppo diverso, almeno negli esiti, fu il giudizio di Martin Heidegger sulla scienza, e soprattutto la tecnica, come”pensiero che non pensa”e come”<em>gestell”</em>, impianto, intelaiatura, insieme struttura e sovrastruttura dell’ultimo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnologia ha compito un tale salto di qualità da rendere antiquato l’uomo, e antiquate le sue facoltà, scisse tra immaginazione e produzione, sentire e agire, coscienza e conoscenza. Tutto ciò che realizziamo non lo capiamo più perché non possediamo categorie concettuali che ci permettono di affrontare le sconvolgenti trasformazioni indotte dalla scienza, attraverso tecnica e tecnologia.  Sussiste allora un radicale ribaltamento tra bisogni, mezzi e fini, che provoca una catastrofe della coscienza ed uno squilibrio interiore. La storia diventa storia della tecnica, e l’uomo non è che un semplice personaggio”costorico”, nella definizione di Anders.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel terribile dislivello prometeico tra l’uomo nella sua realtà, le sue aspirazioni e la poderosa macchina tecnica che è stato in grado di formare, l’uomo si considera, o viene fatto sentire, antiquato, ed allora avanza, nel deserto dei fini e nel discredito delle morali, una nuovo pensiero, che è insieme ideologia e tecnica, progetto di vita e rivoluzione esistenziale, ontologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo pensiero è il transumanesimo. Termine ostico e flessibile, plastico come il futuro che immagina,  descrive la volontà di spingere la specie umana verso un cambiamento profondo di se stessa, addirittura verso una trasformazione della sua essenza e presenza nel mondo. Il termine è stato introdotto nel 1957 da Julian Huxley, e fa riferimento alla trasformazione dell’uomo indotta dalla tecnologia a fini di miglioramento della salute, allungamento della vita, potenziamento delle prestazioni fisiche ed intellettuali e miglior controllo ed organizzazione sociale. Il significato sottintende un’intensa interazione con le macchine (cibernetica) ed un superamento delle attuali facoltà umane, sino a conseguire una condizione talmente nuova da non poter essere più classificabile come umana.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/02/gene_therapy13308135509421.jpg" rel="attachment wp-att-11143"><img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-11143" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/02/gene_therapy13308135509421-300x130.jpg" alt="gene_therapy1330813550942[1]" width="300" height="130" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tale prospettiva viene considerata desiderabile e realizzabile attraverso applicazioni delle nuove scienze, come la biorobotica, la bioinformatica, la neurofarmacologia, e la nanotecnologia, introdotta a seguito delle scoperte della fisica quantistica, che ipotizza la possibilità di controllo sulla struttura della materia, agendo sulla natura della connessione fra gli atomi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il transumanesimo ha definito se stesso, attraverso il suo fondatore, il professore americano Nick Bostrom, presidente della WTA (World Transhumanist Association) come”un movimento culturale, intellettuale e scientifico che afferma il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati e non necessari della condizione umana come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e persino l’essere mortali.”</p>
<p style="text-align: justify;">Vasto programma, la cui condizione è, appunto, andare oltre la condizione umana. Più Faust che Prometeo, l’uomo transumano nega ogni limite, nell’arrogante convinzione di poter dominare le forze della natura, assoggettandole alla propria ansia febbrile di onnipotenza, sino alla feroce volontà di abbattere la frontiera somma, quella della morte, o meglio, dell’alfa e dell’omega, ossia del principio naturale che assegna a tutto un inizio ed una fine.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">“Transumanar significar per verba/ non si poria; però l’essemplo basti/ a cui esperienzia grazia serba”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E’ questa una celebre terzina del Paradiso dantesco nella Commedia (I vv. 70-72), in cui il sommo poeta ci spiega che non è possibile spiegare il senso dell’oltrepassare la condizione umana; capiranno soltanto coloro che avranno conseguito la salvezza dell’anima. L’esempio cui fa riferimento è quello del mitico pescatore greco Glauco, che si trasformò in divinità marina dopo avere assaggiato un’erba miracolosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il novello Glauco è l’uomo trasformato dalla tecnica, mentre l’orizzonte dei sostenitori del transumanesimo è del tutto sgombro da qualsiasi afflato verso la trascendenza, o la spiritualità. L’uomo è solo materia bruta da modellare secondo volontà ed in base alle possibilità tecno-scientifiche del momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Scarso o nullo è l’interesse per la cultura non scientifica, ignorata per chiusura mentale, mentre l’entusiasmo per la scienza sembra legato ad un morboso desiderio di servirsene, e non a sete di conoscenza. Un autentico tornado che si abbatte su una civiltà, la nostra, che ha smesso di essere cultura e che si è ripiegata da tempo sull’uomo massa, questo informe puntino, che, insieme a milioni di altri”uomini medi”, costituisce il quadro desolante delle ultime tre generazioni. Non il”puntinismo”della bellezza dei quadri di Seurat, ma l’informe caos dell’espressionismo astratto di Pollock o Rothko, che almeno conservava una sua geometria.</p>
<p style="text-align: justify;">Sentiamo José Ortega y Gasset. ”Viviamo in un tempo che si sente meravigliosamente capace di realizzare, sebbene non sappia cosa realizzare. Domina tutte le cose, però non è padrone di se stresso. Si sente smarrito nella sua stessa abbondanza”. Abbiamo tantissimi mezzi per nessun fine diverso dal denaro, ed il transumanesimo colma questa lacuna, dotandosi di uno scopo, trasformare radicalmente l’uomo. Il problema, terribile, è che lo trascina lungo un piano inclinato il cui esito è di farne qualcosa d’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo inquietante paragone è con il cyborg o organismo cibernetico che indica l&#8217;unione di elementi artificiali e di un organismo biologico. Il termine cyborg fu reso popolare da alcuni scienziati degli anni Sessanta del XX secolo in riferimento all’idea di un essere umano potenziato per sopravvivere in ambienti extraterrestri inospitali. Essi ritenevano che un&#8217;intima relazione tra uomo e macchina fosse la chiave per varcare la nuova frontiera dell&#8217; esplorazione spaziale. Il confine tra essere umano e cyborg è oggi sempre più sfumato, basti pensare ai progressi delle tecnologie applicate alle protesi ed agli organi artificiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, naturalmente, non è negare l’avanzamento delle conoscenze per aiutare l’uomo nell’aspro   cammino della vita, ma impedire con ogni mezzo che l’umanità-massa sia lasciata nelle sole mani del sapere tecno-scientifico. In particolare, spaventano lo specialismo, nel senso heideggeriano di ”pensiero che non pensa”, concentrato sul suo pezzetto di sapere, del tutto ignorante in tutto il resto: “in politica, in arte, nei costumi sociali e nelle altre scienze prenderà posizione da primitivo, da ignorantissimo; però le assumerà con energia e sufficienza, senza  ammettere, e questa è la cosa paradossale, specialisti di queste questioni”. Il genio di Ortega antivedeva il nostro tempo pieno di ”esperti”, saccenti e dal cervello (e dal cuore) chiuso alla cultura, fieri del loro misero sapere settoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto agli altri uomini-massa, diventano tutti paghi di rimanere ciò che sono, uguali a tutti gli altri, in un inferno distopico realizzato. L’ideologia transumanista intende realizzare, in fondo, il sogno di onnipotenza ed immortalità che è nell’animo della nostra specie, noncurante di ogni conseguenza materiale e morale sul creato e sulle creature, sorda ad ogni obiezione che non provenga dall’interno stesso del pensiero tecnico. Penso ad un genio della logica come Kurt Goedel ed al suo teorema di incompletezza, che dimostra come ogni sistema formale di conoscenza, persino la matematica, non sia dimostrabile se non all’interno della propria sintassi, ed è dunque incompleta proprio per la sua indimostrabilità attraverso un sapere ”esterno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla, non conta nulla, e i transumanisti corrono come treni impazziti lungo una strada senza fine e senza sbocchi. Una giovane americana destinata a morire a breve per un tumore,  qualche tempo fa, ha pagato una forte cifra per farsi congelare la testa – si legge che per l’intero corpo occorrano 200.000 dollari – confidando nelle ricerche sull’intelligenza artificiale. La poverina è morta sperando che venga scongelata un giorno per inserire il suo cervello, meglio la sua memoria personale, in un computer.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è l’esempio pregnante di che cosa sia il transumanesimo, ed apre anche un primo spiraglio per verificarne il carattere di  sfrontata giustificazione per nuove modalità di lucro economico. Si apprende dagli esperti (sempre loro….) che una ipotetica copia digitale del cervello umano che si immagina di poter creare, detta <em>connectome</em>, dovrebbe avere una capacità di memoria di circa 1, 3 miliardi di <em>terabytes.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per adesso, è un grave intoppo, poiché sembra che la memoria di tutti gli <em>hard drive</em> del mondo sia di circa 2, 6 miliardi.  Il transumanesimo non si scoraggia, pensa di avere dalla sua il futuro, e si fa strada senza troppa fatica in una società come la nostra, liquida e relativista, ormai incline e prossima al più assoluto nichilismo, che è poi il culto del nulla, che autorizza tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all’interesse del potere economico e finanziario per la nuova ideologia, basti riflettere che la Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, affiliata all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha pubblicato studi sulla pianificazione familiare in armonia con quella lavorativa, dunque sull’utilizzo della genetica per fabbricare bambini ”su misura”. Su quale misura? E’ davvero necessario suonare l’allarme per una deriva che, unendo biologia, fisica, genetica, ingegneria meccanica, informatica ed altri nuovi saperi, intende ri-costruire un uomo nuovo, a fini di potere e di ulteriore dominio della natura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo vuol diventare capace di autodeterminarsi, ma di decidere come e fino a quando vivere. Creatori di se stessi, i transumanisti affermano che si deve completare l’evoluzione (la loro adesione ad un darwinismo letterale e rimasticato alla luce del determinismo e dell’utilitarismo è totale e dogmatica) affinché, nella fusione tra corpo, macchina e biotecnologia in un crescendo si fabbrichi una nuova forma di vita che supererà le abilità percettive di ogni altra creatura. Non sono mostri, o sognatori, ma studiosi serissimi dotati di mezzi illimitati da parte delle élite economiche e finanziarie e dagli stati che perseguono politiche di potenza – ho detto gli Usa? – che riusciranno indubbiamente a portare dalla loro parte settori importanti della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Assistiamo tra l’altro ad un perfetto rovesciamento, in peggio, di una delle più ambigue teorie moderne, quella di Gaia, formulata dal fisico e pensatore James Lovelock, il quale pensava che la biosfera, e la Terra, Gaia, dalla divinità tellurica greca Gea, sia un’entità vivente che sa attivamente cambiare e controllare le condizioni fisiche e chimiche della biosfera. L&#8217;ipotesi Gaia sostiene che la biosfera è in grado di autoregolarsi ed è capace di mantenere il nostro pianeta sano; il mondo è un unico macrosistema che l’uomo non deve permettersi di modificare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella di Gaia è un’ idea in cui il ruolo dell’uomo è di semplice appartenente al macrosistema, o di grande perturbatore della natura, e, se presa alla lettera, è una visione antiumana e comunque del tutto materialista ed immanentistica della vita. Tuttavia, possiede il senso del limite, è ben più attenta alla conservazione della natura, ed ha un approccio più critico nei confronti della tecnica, come l’ecologia profonda teorizzata dal norvegese Arne Naess.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, si rivela più sana ed accettabile del fervore faustiano di uno scientismo indifferente a tutto. Nell’ottica transumana, assume un carattere preciso ed ancora più sinistro di quanto già sappiamo la cosiddetta teoria del genere (il gender), che, attraverso la testa di lancia dei diritti omosessuali, e per la via della biogenetica, edifica il transumano, uomo nuovo concepito, realizzato in laboratorio o in uteri affittati (!!!), solo, nomade, privo di meta, a corto di identità, figlio della scienza e di nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro intellettuale simbolo del transumanesimo è Max More, professore americano poco più che cinquantenne, autore di una Lettera a madre natura, che si può leggere come un vero e proprio manifesto transumanista, nella forma specifica di un esaltato ottimismo tecnicista che egli chiama estropianesimo. Con tale termine, contrario ad entropia, ovvero alla legge di dissipazione dell’energia in un sistema chiuso, scoperta con il secondo principio della termodinamica, egli intende esprimere una fiducia illimitata nella tecnologia, sino al superamento delle leggi fisiche, prevedendo grandiosi progressi della capacità computazionale, dell&#8217; aspettativa di vita, in particolare attraverso la nanotecnologia. La vita sarà teoricamente illimitata, sino ad una sorta di resurrezione, per chi fosse stato preservato per mezzo della crionica, la tecnica del congelamento, vedi la conservazione del cervello della sventurata ragazza americana, o con  altri futuribili mezzi tecnologici.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lettera a madre natura ha tratti davvero impressionanti, ed è costruita in forma di emendamenti alla creazione, sul modello della Costituzione americana. Vi si afferma che la natura avrebbe potuto fare di meglio con l’essere umano, poiché ci ha fornito una memoria limitata, ed una dotazione poco generosa rispetto agli istinti, (“scarso controllo sui nostri istinti tribali e xenofobi”). More sostiene che la nostra evoluzione è ferma a centomila  anni fa. Ma l’infanzia dell’umanità sta per finire, e qui sembra di ascoltare certi illuministi o il venerato Kant.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo emendamento alla natura prevede la lotta alla vecchiaia ed alla morte: ”per mezzo di alterazioni genetiche, manipolazioni cellulari, organi sintetici ed ogni altro mezzo necessario, ci doteremo di vitalità duratura e rimuoveremo la nostra data di scadenza (come gli yogurt del supermercato <em>n.d.r.</em>). Ognuno di noi deciderà quanto a lungo potrà vivere. Negli emendamenti successivi è prevista l’invenzione di nuovi sensi, di incrementare la memoria, fornendo la neocorteccia (cerebrale) di una metamente, e porre rimedio  ai difetti individuali e di specie ereditati. Non saremo più schiavi dei nostri geni (con buona pace di Dawkins e del suo gene egoista ), e potremo scegliere la forma del nostro corpo.  Nella ricerca del controllo sul nostro organismo, ci integreremo con le nuove tecnologie. More riconosce di puntare ad una condizione ultra-umana, e si propone di rimuovere ”insalubri certezze dogmatiche” e, con l’arroganza di tutti gli ispirati, a nome di tutti noi, si firma ”la tua ambiziosa prole”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la durata della vita umana, per adesso ci si ferma ad un obiettivo tutto sommato modesto: cinquecento anni. Lascio a ciascuno un giudizio sulle idee, che, ripeto, non sono farneticazioni, ma precisi obiettivi sostenuti da ricerche scientifiche e dispiegamento di notevoli mezzi intellettuali ed economici. Mi limito a due osservazioni: la prima riguarda l’assoluto, totale, impressionante materialismo della lettera: non solo l’idea di un Dio non sussiste (già il Laplace, matematico e fisico francese, rispose ad una domanda di Napoleone ”Dio è un’ipotesi che non ho preso in considerazione”), ma viene superata ogni barriera di spiritualità, di rispetto almeno per la coscienza morale. La seconda attiene al mostruoso carattere assiomatico, oserei dire al fideismo fanatico delle idee, che rimuovono antiche ”insalubri certezze dogmatiche” per istituirne una nuova, più potente ed indiscutibile di tutte: il mito scientista, assurto a religione secolare, senza neppure la carica liberatoria di altre ideologie, come il marxismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero, pensiero che non pensa, e specialisti senza intelligenza, come nella folgorante definizione di Max Weber. Dell’altezzosa ignoranza di troppi scienziati, fuori dal recinto del loro stretto ambito di conoscenza riparleremo, ma è utile anche riconoscere quali sono i padri dei moderni transumanisti.  Uno è certo Julien De La Mettrie, medico ed illuminista francese, autore de ”L’uomo macchina”, che è solo materia, regolata da leggi meccaniche. La superiorità dell’uomo sugli altri viventi è dovuta alla migliore organizzazione della macchina, perfetta come un orologio immenso, costruito con artificio e abilità, ma senza l’orologiaio. La Mettrie fu anche un utilitarista, sostenendo che il bene è la ricerca del piacere; un altro suo scritto è ”L’arte di godere” e pare evidente il debito nei suoi confronti di Bentham e dell’utilitarismo pratico inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">Maestri più recenti sono il francese Jacques Monod (1910-1976) e l’inglese Francis Crick (1916-2004). Monod, biochimico, Premio Nobel per la medicina, in un testo di grande influenza, ”Il caso e la necessità”, elaborò una visione dell’uomo e del mondo derivante dai principi della biologia molecolare. Il caso è il principio della mutazione e della legge della necessità, che cristallizza la mutazione attraverso l’invarianza, cioè la capacità di trasmettere ai posteri i caratteri mutati.</p>
<p style="text-align: justify;">Crick, premio Nobel anch’egli, spiegava il concetto di coscienza come scambio  elettrochimico che ha luogo nei neuroni, ed affermò con sarcastico disprezzo ”voi, con le vostre gioie e i vostri dolori, le vostre memorie e le vostre ambizioni, il vostro senso di identità personale e il vostro libero arbitrio, voi non siete altro che un mazzo di neuroni”.  Davvero, impressiona il tronfio riduzionismo di questi pessimi maestri, convinti di aver capito tutto attraverso i loro microscopi e le loro dissezioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sacerdoti della materia, utilizzano la propria ragione non più per riconoscere ed accogliere ciò che la natura mostra loro, ma come potere di fabbricare la persona e ri-fare la realtà. Una realtà nuova, partorita dalla mente umana attraverso la fiducia illimitata nella ragione (davvero, Dea) che diventa a pieno titolo naturale, ovvero frutto di una supposta evoluzione.</p>
<p style="text-align: center;">2</p>
<p style="text-align: justify;">Un intellettuale americano, Michael J. Sandel, considerato con Charles Taylor e Alasdair Mc Intyre, caposcuola del comunitarismo moderno, ha reagito a quelle idee in un libro significativamente intitolato ”Contro la perfezione”, un cui brano è illuminante ai fini delle risposte da fornire ai Cagliostro del XXI secolo: ”Invece di impiegare le nostre nuove possibilità genetiche per raddrizzare il legno storto dell’umanità, dovremmo fare il possibile per creare assetti sociali e politici più accoglienti nei confronti dei doni, e dei limiti, di noi imperfetti esseri umani”. Probabilmente, gli orgogliosi uomini in camice bianco, ed i loro padrini economici, risponderebbero con uno sdegnoso inarcare di sopracciglia che non è compito loro. Ed è proprio così, per cui è compito di tutti, e specialmente di chi possiede un pensiero strutturato, abbattere le fortezze erette dagli scienziati e ricostruire una cultura del limite e del morale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Sandel ha di recente pubblicato un libro il cui titolo è ”Quel che soldi non possono comprare”, che mi pare una seria chiave di lettura per valutare l’opposizione etica agli esiti pratici del transumanesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">I transumanisti italiani, peraltro, non hanno voluto essere da meno rispetto ai colleghi di altre nazioni, ed hanno diffuso un loro manifesto, approvato regolarmente dal consiglio nazionale della loro associazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<em>incipit </em>è molto interessante. ”Noi transumanisti ci siamo dati un obiettivo chiaro ed ambizioso: creare nel nostro paese le condizioni per una rivoluzione morale ed intellettuale di orientamento prometeico. Vorremmo vedere (….) una nuova fase di sviluppo tecnologico, scientifico, industriale, culturale, ma anche biologico, allungamento della vita, rallentamento del processo di invecchiamento, salute dei cittadini, potenziamento fisico e psichico di disabili e normodotati, anche oltre i limiti della nostra<em> attuale</em> (il corsivo è di chi scrive ) struttura biologica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, il paradiso in terra, o almeno la ricetta della felicità, scritta meglio che nella confezione dei Baci Perugina. Solo pochi scriteriati potrebbero non essere d’accordo con un programma tanto positivo quanto insinuante, tanto più che il passaggio da una evoluzione ”cieca” (la natura fa un sacco di pasticci, è forse è di destra, distribuendo bene e male a caso ed in modo ineguale) ad una ”autodiretta e consapevole” non deve essere confusa, a detta loro, con l’eugenetica negativa ed autoritaria del passato. Avremo un’eugenetica positiva (ma noi credevamo dal liceo che il prefisso”eu”,bene, designasse già  qualcosa di positivo) e democratica, magari nel senso che deciderà il denaro.</p>
<p style="text-align: justify;">I transumanisti di casa nostra, poi, si dilungano sui benefici del laicismo, dichiarando che la massima parte di loro è atea – non avevamo dubbi – e che i più sono politicamente ”di sinistra”. Appoggiano però l’iniziativa privata nella ricerca (è questa la voce dal sen fuggita, ecco chi paga il conto !), e, soprattutto, insistono sulla libertà assoluta di ricerca, affinché sia ”il cittadino” a decidere di potenziarsi, ed allontanare la morte. Rivendicano la libertà di evolvere, mutare, trasformare il proprio fenotipo (cioè se stessi ) ed il genotipo (la specie). La concezione del mondo deve essere scientifica, bando quindi ad ogni sapere altro, e lotta per la fecondazione in vitro, la clonazione, gli arti cibernetici, i farmaci genici, i cibi transgenici. Big Pharma e Monsanto sorridono felici, e senza dubbio anche i centri di ricerca della Cia.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, su un grande quotidiano, è apparsa la notizia di sperimentazione su un cyborg che può fare a meno dell’acqua. L’obiettivo, in un mondo afflitto dalla scarsità, è quello di veicolare come positiva e desiderabile la possibilità di un essere umano integrato con componenti artificiali (non le comuni protesi, ovviamente ).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel congresso transumanista di Mosca, nel 2011, si è parlato seriamente di immortalità, fissando nel 2045 la possibile data in cui, con l’uomo nuovo, nascerà una Nuova Era  Commistioni, ibridazioni, anche subculturali, innanzitutto con il fenomeno della New Age, di cui sembra prototipo e banditore italiano un Gianroberto Casaleggio, il guru del Movimento 5 Stelle.  Ad un livello più alto, non sfugge la continuità con l’eugenetica materialista dei fratelli Huxley (il nuovo mondo), che rifiuta in modo radicale l’antropologia greco cristiana e si incammina verso il subdolo sentiero della divinizzazione dell’uomo, in particolare di certe élite anglosassoni e massoniche che, guarda caso, diffondono la musica, pagano i suonatori, ma certamente hanno obiettivi e tornaconti diversi dal resto dell’umanità, anzi, della specie, per utilizzare il linguaggio zoologico degli scienziati.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo a Nick Bostrom ed alla sua definizione di transumanesimo. Egli parla di miglioramento <em>(enhancement)</em>. Ma qual è il limite tra terapia  e miglioramento, preso atto che l’uomo si serve da sempre di mezzi materiali per potenziare le proprie capacità – pensiamo agli occhiali per i miopi o i cannocchiali? E qual è la normalità da migliorare, quali i limiti, se ce ne possono essere?</p>
<p style="text-align: justify;">In più, Bostrom precisa che esiste una distinzione tra transumano, che per lui è l’uomo con capacità ”migliorate”, e postumano, un essere ancora imprecisato, naturale od artificiale non è dato al momento sapere, che dovrebbe avere una vita media di 500 anni, capacità cognitive almeno doppie rispetto a quelle massime dell’attuale miglior esemplare della specie, controllo degli <em>input</em> sensoriali, nessuna sofferenza psicologica. Lo stesso transumanesimo, alla fine, altro non sarebbe che un passaggio intermedio per pervenire al superamento finale dell’entità uomo. Ci sarebbe, a suo dire, un ampliamento della vita senza deterioramento per vecchiaia, il corpo sarebbe in corrispondenza con i desideri soggettivi, e si potrebbero fare copie di se stessi; infine, il postumano disporrebbe di un totale controllo emozionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Una dichiarazione ufficiale del movimento parla di ri-progettazione della condizione umana, per evitare, tra l’altro, la nostra” prigionia sul pianeta Terra e la sofferenza in generale”. Per questi scopi, l’imperativo primario è rimuovere ogni obiezione causata da ”tecnofobia”(ecco un altro cancro da estirpare ! <em>n.d.r.</em>) e proibizioni immotivate. Destinatari del verbo transumanista sono ”tutti gli esseri senzienti, siano questi ultimi umani, intelligenze artificiali, animali o potenziali extraterrestri”.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima reazione è di sorpresa e sgomento: sorpresa, perché l’uomo medio non conosce neppure per sommi capi lo stato di avanzamento di ricerche, tecnologie e scienze, il che collide con la trasparenza e la democrazia che ci vengono presentate come massime acquisizioni del presente. Sgomento, in quanto le proposte transumane, se da un lato raggiungono gli istinti più profondi di ciascuno di noi, significano gettare nel nulla migliaia di anni di civiltà, il bene ed il male, l’arte, la cultura, il fardello intero dell’umanità, ciò per cui sono vissute e morte centinaia di generazioni. Sgomento poi per la messa sullo stesso piano nostro degli animali – ma altre narrazioni moderne lo fanno – e delle intelligenze artificiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui viene in mente Roy Batty, il commovente ”replicante” di Blade Runner, il grande film di Ridley Scott. Il film è ambientato in una distopica Los Angeles dell&#8217;anno 2019. La tecnologia ha permesso la creazione di esseri simili agli umani, i replicanti, utilizzati come schiavi, dotati di capacità intellettuali e forza fisica estremamente superiori agli uomini, ma con una longevità limitata a 4 anni. Sei replicanti del modello più evoluto (tre femmine e tre maschi), capitanati da Roy Batty, riescono a fuggire dalle colonie extramondo, e cercano di introdursi nella Tyrell Corporation, l&#8217;azienda dove erano stati creati.  Al termine dell’avventura, Roy Batt morente pronuncia una frase che è nella storia del cinema: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. ”Più umano di noi, più profondo degli zombie in camice bianco, consapevole di tutto, anche della morte, pure se ha un cuore artificiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Roy Batty è, cartesianamente, <em>res cogitans</em>, mentre il transumano sarà ridotto all’uso intensivo delle sue capacità funzionali, che neurobiologicamente vengono identificate con la realtà materiale. L’uomo macchina di La Mettrie, più gli ingranaggi tecnici del cyborg (ente metà organico e metà cibernetico).</p>
<p style="text-align: justify;">In termini di storia del pensiero occidentale, Hume più l’utilitarismo benthamiano, più il pragmatismo di Peirce e William James.  Il valore aggiunto squisitamente scientifico sono gli studi sull’intelligenza artificiale, resi oggi popolari al grande pubblico dal film sulla figura di Alan Turing.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il timore più intenso coglie quando si analizzano i tre punti che ci sembrano centrali nelle tesi transumaniste: l’eccesso di fiducia sulle possibilità della scienza, molte delle quali ancora ignote, e di cui non è possibile valutare le conseguenze, non solo sull’uomo; la riduzione della natura umana a pura materia; la mente umana ridotta a connessioni neuronali. Su tutto, una scienza (e forse soprattutto una tecnica) assolutizzata e incontrollabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un primo commento rimanda ad una celebre battuta di Georges Clemenceau, il grande primo ministro francese, secondo cui la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari. L’essere umano, ed il creato tutto, è qualcosa di troppo grande per abbandonarlo ai deliri di onnipotenza degli scienziati ed ai loro finanziatori, oligarchi dell’industria e del denaro.</p>
<p style="text-align: justify;">La genetica è materia esplosiva, ma i transumanisti non hanno dubbi: per loro, è un passaggio inevitabile la selezione degli esseri umani senza difetti e patologie già nella fase embrionale e fetale (e siamo già a buon punto ). Se si assume come lecita la selezione embrionale e l’eliminazione dei feti con patologie, si è dunque signori e giudici della vita altrui, e, proprio in una prospettiva scientista, chi ci dice che non possano essere scoperte terapie a favore degli esseri scartati  e, presumo, gettati in appositi termovalorizzatori?</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro passaggio è quello dell’impianto di <em>microchips</em>, o altri apparati bionici, in diverse parti del corpo umano, al fine di attivare, o potenziare, determinate capacità, a partire da quelle cerebrali. Non solo si dipende dalla tecnostruttura, ma se ne diventa parte, con tutto ciò che ne consegue in termini di libertà, controllo, libero arbitrio, dipendenza dai proprietari delle tecniche e dei brevetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà attiva una immensa Matrix, l’ipercentrale informatica, più reale del mondo reale immaginata nel film dei fratelli Wachowski, di cui un personaggio dice ”<em>Matrix</em> è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L&#8217;avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.”</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero, mi scuso se la fantasia e la conoscenza non mi suggeriscono altre immagini che quelle della fantascienza cinematografica, ma sono, inguaribilmente, un umano qualunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ulteriore, terribile prospettiva è quella dell’uso massivo di farmaci tesi a controllare il cosiddetto benessere emozionale, ridurre l’impatto negativo delle esperienze di vita, attraverso il blocco dei centri di controllo e i neurotrasmettitori. Tutto terribilmente ”normale”, se riduciamo noi stessi ad un fascio di neuroni e di reazioni fisico chimiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’applicazione della specie sembra un doping di massa, e del resto qualche autore transumanista giustifica il doping sportivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a fermare l’invecchiamento, a parte i sogni alla Dorian Gray, l’ idea appare in contraddizione scientifica con lo scorrere del tempo nelle sostanze organiche. La temporalità ed il deterioramento sono caratteristiche della materia viva, e l’uomo non è altro che quello, lo affermano loro. Utopismo e credenza cieca nelle possibilità della scienza sono gli stessi assoluti che rimproverano ai loro avversari; intanto, con la costosissima terapia criogenica, c’è chi si congela in attesa di una improbabile resurrezione dei corpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’antireligione sorprendente e con aspetti messianici, come quelli di chi, muovendo sempre dal più rigoroso materialismo, ipotizza un’esistenza post biologica. Il contenuto del mio cervello, con una specie di scannerizzazione, potrebbe essere oggetto di riproduzione  sinaptica  (le connessioni) della mia individualità, da riversare in un computer.  Come in un trasferimento dati, si potrebbe spostare il vissuto soggettivo dal mio corpo deceduto in un altro – trapianto di cervello – o in un sostrato digitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Su queste basi, diventerà fattibile e comune realizzare l’organismo cibernetico (cyborg)  creatura, se mi si passa il termine, in parte organica, in parte meccanica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche intellettuali ed osservatori insospettabili di inclinazioni religiose o spirituali, come Francis Fukuyama e Jurgen Habermas, ultimo maestro francofortese, hanno preso decisamente le distanze dal paradigma transumana. Il banditore nippo americano della ”fine della storia” ha definito il transumanesimo una delle idee più pericolose al mondo, perché altera la natura umana ed il concetto di uguaglianza tra gli esseri umani. Habermas ha correttamente posto l’accento sulla perdita di autonomia morale dell’individuo, sottoposta ad interessi sociali, politici ed economici incontrollabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Obiezioni condivisibili, ma, a nostro avviso parziali, giacché deve essere posto sotto accusa l’intero impianto antropologico  transumanista, nell’assolutezza e nella povertà dei suoi contenuti culturali, che si riducono, in fin dei conti, al postulato dell’uomo e della sua natura come pura materia.</p>
<p style="text-align: justify;">Convinzione rispettabile, evidentemente, ma assolutamente non dimostrata e non creduta da una parte rilevantissima dell’umanità. Basterebbe rammentare la spiritualità indiana, o il senso ”olistico” della civiltà orientale, quella del Tao, dello <em>ying</em> e dello <em>yang</em>, che hanno prodotto, ad esempio la medicina tradizionale cinese, all’intero mondo islamico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per restare in Occidente, stupisce la non conoscenza, da parte dei transumanisti, o la palese infastidita indifferenza, nei confronti di gran parte del pensiero classico, da Aristotele a San Tommaso o lo stesso Kant. Tutto vano, tutti poveracci non investiti dalla luce della ”loro” scienza. I pregiudizi transumanisti sono immensi come la loro presunzione, e le teorie avverse vengono squalificate come vuote, astratte e prive di senso, ma senza confutarle argomentando.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo all’empirismo, od al sensismo si dà qualche credito, poiché condivide la riduzione di tutto a materia. Si rovescia la formula di Berkeley, ”<em>Esse est percipi”, </em>essere significa essere percepito, nel suo contrario, perché la percezione è solo materiale e non ha finalità alcuna.  Pertanto, non ci può essere nessuna etica proveniente dalla natura umana, e gli scopi vengono scelti in base alla loro utilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna possibilità che esistano fini nella presenza umana sul pianeta, l’esame al microscopio non li rileva, e neppure un piccolo dubbio che, per dirla con Saint Exupéry, l’essenziale sia invisibile agli occhi. L’essenziale non si può misurare, quindi non esiste. Chiuse per cessata attività la filosofia e l’antropologia culturale, ridotta a descrizione ogni sociologia, inutile la storia, perché solo il futuro ha senso, derisa come fiaba infantile la religione, ma del resto già l’illuminismo pretese di rappresentare l’uscita dell’umanità dall’infanzia, solo la scienza applicata ha lo statuto di vera conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle vecchie circolari ministeriali, c’era una formula per tagliare corto alle obiezioni ed impartire ordini inderogabili: ogni eccezione rimossa. Ecco, questo sembra all’uomo normale il transumanesimo, una terribile mannaia che recide, obbliga, destituisce e ri-crea su basi del tutto nuove, non meno autoritarie di quelle contro le quali insorge. E, purtroppo, un sapere chiuso, autocentrato, orgogliosamente ignaro di qualunque diverso orizzonte. Un totalitarismo, infine, promosso per fini di dominio da gruppi oligarchici che si servono di scienziati brillanti quanto pericolosi, specialisti di un pezzetto di conoscenza quanto ingenui ed ignoranti di tutto il resto.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde, se l’uomo è esclusivamente materia, pensano, perché non immaginare che, una volta scoperto come funziona la macchina, non ci saranno difficoltà a produrre un uomo perfetto ed identico all’originale, artificiale, il replicante di Blade Runner, in cui già ci si poneva la domanda di fondo: qual è la differenza?</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna, se si accetta un ulteriore riduzionismo, quello neuronale. Siamo materia, connessa da neuroni. Da oggi, possiamo andare oltre con la scoperta dei neuroni specchio, che si possono attivare quando un individuo compie un&#8217;azione e quando l&#8217;individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Decodificando i meccanismi operativi del cervello, sapremo ciò che l’uomo ”è”. La debolezza argomentativa è evidente: un computer è capace solo di ragionamento algoritmico, fondato su sequenze logiche in senso matematico, il cervello umano è aperto all’inatteso, al caotico, all’improvvisazione, in una parola ha il dono ineffabile della creatività. Sostenere poi che noi siamo esclusivamente il frutto, sia pure ben organizzato, di connessioni neuronali, non è altro che una tesi, il che contraddice lo stesso pensiero fondato sull’esperienza empirica. Infine, la complessità del cervello è tale che non si può restringere all’attività neuronale. Mente e cervello, poi, non sono sinonimi, ed il loro rapporto è stato indagato da tutte le scienze, pervenendo a conclusioni le più diverse.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi scegliamo decisamente l’ipotesi che l’uomo è un’unità duale di mente e corpo. Un ulteriore debolezza dei transumanisti risiede nella riduzione dell’uomo a razionalità. Questo fa il paio con la credenza politico sociale dei liberali, per i quali il comportamento umano si basa sull’interesse razionalmente inteso, e declinato unicamente nel senso dell’attività economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la capacità di ragionare esclude feti, embrioni, disabili, ed eventualmente può essere attribuita ai primati superiori, visti come fratelli minori nella scala evolutiva. Ma c’è anche chi, come il biologo genetista Vittorio Sermonti, afferma il contrario, ovvero che è la scimmia a discendere dall’uomo (qui il verbo discendere ha la sua importanza semantica ).  Del resto, i transumanisti non hanno difficoltà ad assegnare lo statuto di”persona”a macchine intelligenti. Da un punto di vista della scienza morale, poi, dobbiamo rimanere ancorati al principio di pari dignità degli esseri umani, che verrebbe intaccato, se non distrutto da un egualitarismo puramente materiale, condiviso con animali e meccanismi.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è da farsi travolgere da una vera angoscia, affrontando certi argomenti, e lanciando le grandi domande: che cosa diventa la dignità umana, chi la decide, la qualità di vita, la capacità di autonomia, il quoziente di intelligenza, o che altro? Non sono pochi coloro che tagliano corto, in materia di bioetica, considerando la categoria di dignità come vuota ed inservibile. Noi restiamo convinti che la dignità personale sia un attributo che si forma con la generazione e scompare con la sua morte, e forse neppure allora, giacché è dovuto rispetto anche al cadavere, come sanno tutte le civiltà che procedono alla sepoltura, e come ci ha insegnato un grande poeta italiano, Ugo Foscolo, nei Sepolcri:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">”Dal dí che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’ altrui, toglieano i vivi all’ etere maligno ed alle fere i miserandi avanzi che Natura con veci eterne a sensi altri destina.”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In quest’epoca igienizzata e sporca, al contrario, non sopravvive nemmeno il rispetto dei defunti, forse perché la sepoltura toglie spazio ad attività più proficue, o più probabilmente per la rimozione della morte operata dalla presente civilizzazione, che, votata al nulla, ne ha però orrore, non riuscendo a concepire dimensioni diverse da quella materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se non c’è dignità interna, ontologica, cioè che sta in se stessa, nella dignità umana, non ha senso neppure parlare di miglioramento della condizione umana. Miglioramento rispetto a che, ed in vista di che cosa, ed in base a quale idea condivisa del bene?</p>
<p style="text-align: justify;">I transumanisti sogliono identificare la perfezione fisica con la felicità, secondo un ‘equazione che non è affatto corretta. Ci sono milioni di esseri umani felici, o almeno sereni, pur tra malattie ed imperfezioni, e profonde infelicità tra giovani sani ed agiati. Anche qui un parallelo con l’economia, che è poi la patrona dei transumanisti: il paradosso di Easterlin ha dimostrato che la felicità non è proporzionale al reddito. Popoli poveri sanno vivere felici, e quanto a noi, basta sfogliare i lunghissimi elenchi di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti per attestare la sostanziale infelicità delle nostre società sazie e disperate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che rende felice l’uomo non è scientificamente commensurabile o tecnicamente realizzabile, pensiamo all’amore, all’amicizia, alla convivialità, e l’uomo tende molto spesso a realizzare fini non materiali.</p>
<p style="text-align: justify;">L’evoluzione, stella fissa ed assoluta del cielo transumanista, non sempre è un avanzamento, o progresso, e comunque se la metafisica può essere accusata di fideismo, uguale addebito può facilmente colpire il dogmatismo scientista. Ma poi, che cosa faremo di tutti gli uomini non perfetti, quelli come me e voi? Chi stabilirà diritti, doveri e limiti, e poi, domanda massima, quella da un miliardo di dollari, siamo certi che sia desiderabile vivere indefinitamente? E qual è il significato di migliorare l’essere umano?</p>
<p style="text-align: justify;">Clive Stapleton Lewis, il grande autore delle Cronache di Narnia e delle Lettere di Berlicche, additò come  pericolo mor­tale l&#8217;abolizione dell&#8217;uomo, che risiede nella distruzione dei fondamenti della nostra morale, sottolineandone l&#8217;evidenza per l&#8217;uma­nità tutta, poiché su di essa poggia la sopravvi­venza dell&#8217;uomo in quanto uomo. Egli dimostra inoltre, con una rapida lettura attraverso tutte le grandi culture, come tale evidenza sussista ovun­que. Non rimanda solo all&#8217;eredità etica dei greci, che seppero indurre l&#8217;uo­mo a cogliere la razionalità dell&#8217;essere, ma si rifà anche al primo induismo e alla sua nozione di <em>Rta</em>, che signifi­ca armonia fra ordine cosmico, virtù morali e ceri­moniale del tempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lewis sottolinea in modo particolare la dottrina relativa al Tao dei cinesi:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">”Esso è la natura, esso è la via, la strada. Esso è il modo in cui tutto si muove&#8230; Esso è anche la via che ogni uomo deve battere”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">C’entra tutto questo con la selezione degli esseri umani, con l’aborto eugenetico, con la creazione di embrioni perfetti, con l’uso della nanotecnologia senza interesse per le conseguenze, come la privazione, o il controllo della coscienza e della stessa libertà? Possiamo accettare senza problemi la criogenizzazione, il congelamento del corpo umano defunto? E, diciamolo francamente, possiamo accettare, se non individualmente e volontariamente, una concezione del corpo, per cui siamo destinati a diventare un magazzino di ricambio di organi da espiantare? E poi, ci sezioneranno davvero da morti, o  faranno tutto in fretta e furia, spesso per denaro e scegliendo  i destinatari in base al censo, alla raccomandazione, all’iscrizione al partito di governo?</p>
<p style="text-align: justify;">Il transumanesimo, dunque, non è una nuova forma di umanesimo laicista e scientista, ma un vero e proprio antiumanesimo intriso di violenza, teso all’eliminazione come cosa inutile l’uomo vulnerabile, fragile, imperfetto, in nome di fini astrattamente desiderabili, ma che in concreto aboliscono, non superano, non oltrepassano, l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Figlio del nichilismo della libertà è il nichilismo della tecnica: le tecnoscienze sono divenute un diffuso  apparato mentale in cui il valore della verità è assorbito dal criterio di utilizzabilità e strumentalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dissolve il senso dell’essere, estinto nella manipolazione del mondo e dell’uomo. Martin Heidegger, nel suo linguaggio oscuro, ma evocativo, riconosceva già negli anni Trenta del Novecento che il nichilismo è occuparsi dell’essente dimenticando l’essere. A beneficio dei non filosofi, che sono per fortuna l’immensa maggioranza dell’umanità, il gigante di Messkirch intendeva dire che ci occupiamo delle cose, dipendiamo dalle cose, e trascuriamo  l’essenziale, il senso, la direzione della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliono così, giacché il nichilismo, di cui il transumanesimo è un aspetto, significa disperazione, balia degli eventi, paura, facilità, addirittura desiderio malato di essere trasformati in strumenti o cose. I grandi oligarchi del mondo hanno deciso per noi: dobbiamo diventare docili strumento del consumo compulsivo, senza identità, senza famiglia, senza amore, gregge da guidare al mattatoio ad un cenno del pastore.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbattere lo spirito umano, spegnere la scintilla divina che ognuno, almeno una volta nella vita, sente farsi fiamma nel suo cuore, è un’operazione profonda, una manovra complessa che richiede tempo e denaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci stanno riuscendo: con la teoria del ”gender” e l’omosessualismo decostruiscono la famiglia e l’identità fisica degli uomini, con le tecniche transgeniche cambiano la nostra alimentazione ed il nostro corpo, con impianti di microchip e tecniche di persuasione di massa ci convincono di qualsiasi bestialità, con le tecnologie di telecomunicazione sanno dove siamo e che cosa facciamo, attraverso le reti sociali forniamo spontaneamente ogni informazione su di noi. Ci hanno persino convinti che la democrazia è bombardare chi non vede il mondo con i nostri occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, non vinceranno, alla fine, se almeno un pugno di uomini liberi e moralmente forti, si comporteranno come John il Selvaggio, del Mondo Nuovo di Aldous Huxley, un ribelle, uno dei pochi che non si sottomette alla tecnodittatura degli uomini Alfa. Egli non cede e lancia un suo grido di sfida: Io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio la libertà,  voglio la bontà, voglio il peccato. Insomma, disse Mustafa Mond: Voi rivendicate il diritto di essere infelice. Ebbene sì, disse il Selvaggio in tono di sfida, ”io reclamo il diritto di essere infelice”.</p>
<p style="text-align: justify;">E se l’uomo è antiquato, viva l’antiquariato.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Tecnica e nichilismo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2015 09:19:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Heidegger, nel suo ormai celeberrimo saggio “<em>La questione della tecnica</em>”, ritiene che l’essenza della tecnica non sia tecnica: infatti egli scrive che: “<em>La tecnica non si identifica con l’essenza della tecnica</em>” (1). Che cosa significa essenza in questo caso? La parola tecnica, di origine greca (<em>tèchne</em>), indica la capacità di saper fare e di saper operare sia in senso artigianale che artistico. Per Heidegger l’essenza della tecnica ha come proprio fondamento ontologico l’Essere stesso, nel senso aristotelico-scolastico del “<em>quod quid erat esse”</em>. Per cui tale fondamento non è da trovarsi nel semplice saper fare, ma nel <strong><em>perché</em></strong> si sa fare. Il fondamento, perciò, si trova nell’Essere stesso. L’Essere si manifesta, in quanto principio che entifica gli enti, nell’ente umano, il quale, essendo l’unico ente che si interroga sull’essere, viene appositamente definito da Heidegger come Esserci. In questa manifestazione l’Essere fa un “dono” all’Esserci: questo dono è una forma di disvelamento della verità, nel senso del greco antico di <strong><em>alètheia</em></strong>. Una modalità di questo dono, da parte dell’Essere, è appunto la tecnica, che è : “<em>… un modo del disvelare. La tecnica dispiega il suo essere (west) nell’ambito in cui accadono disvelare e disvelatezza (Unverbogenheit), dove accade l’alètheia, la verità.” </em>(2).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/ACMA_Athéna_contemplative.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-5519 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/ACMA_Athéna_contemplative-170x300.jpg" alt="ACMA_Athéna_contemplative" width="170" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché l’Essere si disvela nell’Esserci, permettendo a questi di poter dispiegare, nel suo agire, la tecnica? Ora, la tecnica in sé, nella sua essenza intrinseca, è un insieme, sempre citando Heidegger, di manipolabilità (<em>zuhandenheit)</em> e di usabilità (<em>zeughaftigkeit</em>). In altre parole con la tecnica si costruiscono cose che vengono create dalla capacità umana di dare una forma ad una materia generica, come ad esempio un marmo, un legno, un pezzo di ferro, ecc. che vengono trasformati in una statua, in un tavolo o in una macchina. La cose sono dunque il prodotto di una materia formata, che solo in senso linguistico è di tipo aristotelico, ma non nel concetto di fondo, in quanto la forma non è per Heidegger la componente perpetua delle cose (la forma come sostanza), bensì ciò che rende usabile una cosa. Resta comunque da spiegare perché l’Esserci sia in grado di formare la materia e perché questa capacità sia un disvelamento dell’Essere. La risposta viene data dal nostro filosofo già nella sua opera “<em>Essere e tempo</em>” e in particolare nel capitolo secondo in cui si tracciano le linee fondamentali dell’essere nel mondo a partire dall’essere in quanto tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto però bisogna chiarire come Heidegger intende l’uomo nel suo rapporto con l’Essere: “<em>L’Essere dell’Esserci</em> <em>si rivela come Cura (Sorge). L’elaborazione ontologica di questo fenomeno esistenziale fondamentale richiede la sua determinazione rispetto a fenomeni che di primo acchito potrebbero essere confusi con la Cura. Tali fenomeni sono la volontà, il desiderio, la tendenza e l’impulso. La Cura non può essere dedotta da fenomeni di questo genere perché è nella Cura che essi trovano il loro fondamento”</em> (3). La Cura è una sollecitudine, un preoccuparsi, un darsi da fare verso qualcosa o qualcuno. L’Esserci, pervaso dalla Cura, si prende cura soprattutto del mondo e degli altri Esserci. Queste due modalità dell’essere nell’Esserci costituiscono i due principali esistenziali (<em>existenzialien</em>) che caratterizzano l’esistenza umana. In particolare il primo esistenziale è strettamente connesso con la questione della tecnica. L’Esserci si trova gettato nel mondo e in questo essere-nel-mondo (<em>in der welt sein</em>), si prende cura di esso. Egli si prende cura del materiale che gli sta intorno, e quindi lo muta, lo manipola, lo modella, insomma lo forma per costruire cose che saranno poi utilizzate. Le cose diventano appunto degli utilizzabili. Nessun essere vivente è in grado di costruire tante cose come l’uomo: basti pensare ad una stanza in cui si vive e si vede che nessuna cosa è estranea ad un certo grado di utilizzabilità. Il prendersi cura implica perciò la capacità di progettare. Manipolare per poi usare è un agire che prelude ad una prospettiva futura. Il progetto è un pre-vedere il futuro, e ciò implica una dimensione temporale verso la trascendenza (<em>Transzendenz</em>). Il futuro si configura quindi come la dimensione fondamentale del tempo, e questo significa che la tecnica, come arte del saper fare è pervasa, proprio perché costruisce sempre un qualcosa di usabile in-vista-di, da tale dimensione temporale. Il futuro rimanda necessariamente al passato, in quanto se si progetta si deve ricordare ciò che si è fatto, altrimenti il progetto stesso non sarebbe più possibile. L’Esserci quindi vive <strong><em>in</em></strong> e <strong><em>tra</em> </strong>un futuro-passato, per cui il suo presente è sempre un <strong><em>mentre. </em></strong>Si può dire allora che Esserci è l’unico ente che è caduto nel tempo. Ciò significa che tutti gli altri esistenziali (l’essere con gli altri, la comprensione, la situazione emotiva, ecc.) sono intrisi delle rispettive dimensioni temporali. Pertanto la struttura della Cura, a cui si rimandano tutti gli esistenziali, è possibile poiché il tempo si temporalizza nell’Esserci. In conclusione l’Essere è il tempo stesso è l’Esserci è l’ente che vive la temporalità resa possibile da questa temporalizzazione, che per Heidegger costituisce l’Evento (<strong><em>Ereignis</em></strong>) originario. L’Evento poi, eventualizzandosi storicamente, si palesa come linguaggio e come co-appartenenza fra Essere ed Esserci.</p>
<p style="text-align: justify;">Su come sia avvenuta questa caduta nel tempo, Heidegger non scrive. E’ da considerare implicito che se l’Esserci è caduto nella dimensione della temporalità, ciò è dovuto al fatto che doveva procurarsi da vivere e quindi procurarsi del cibo. Questo bisogno viene enunciato originariamente nella storia del pensiero europeo da Platone, il quale nel II libro della <em>Repubblica </em>(369 b-d) scrive in tal senso. Con ciò egli non intendeva semplicemente dire che l’apertura verso il mondo delle cose dipendesse da bisogni economici, bensì anche da una naturale propensione politica, in quanto l’uomo può sopravvivere solo nell’ambito di una comunità. Heidegger sottolinea che l’Esserci è costitutivamente con gli altri (egli è un <strong><em>mit-sein</em></strong>), perché non esiste nessun uomo che possa vivere solipsisticamente. Su questa scia di pensiero sia Hegel che Marx hanno ritenuto che la nascita dello stato sia dipeso dal lavoro (che è per l’appunto l’arte per procurarsi il vivere e per convivere con gli altri), e quindi dal progetto. Hegel addirittura affermò che con lo Stato vi è “<em>l’ingresso di dio nel mondo”</em>, cioè l’ingresso della Ragione nella sua fase dell’Autocoscienza. E in effetti possiamo dire che la figura servo-signore descritta nella “<em>Fenomenologia</em>” sintetizzi perfettamente la concezione storica della nascita dello stato. Marx, dall’altro canto, pur aderendo al concetto che è il lavoro che dà origine allo stato, considera negativamente, in quanto comunista, la divisione gerarchica della società in servi-signori, considerando lo stato come un organo contro il popolo e non per il popolo. Ma al di là di queste radicali differenze di prospettiva, il concetto di base è lo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo comunque che la più convincente ipotesi sulla nascita dello stato nella sua fatticità storica l’abbia fornita Arnold Toynbee, nel suo capolavoro “<em>Storia comparata delle civiltà”,</em> (ed Newton) in cui ritiene che le prime civiltà statuali sono sorte dal rapporto sfida-risposta nell’ambito ambientale. Infatti solo quella parte di umanità che è stata “costretta” al lavoro organizzato è stata di fatto la pioniera della civiltà e quindi dell’apparire dell’Autocoscienza nella storia. Importantissimi sono stati gli studi di Karl August Wittfogel e recentemente di Umberto Melotti sul collettivismo burocratico e sulle società idrauliche (anche Marx, in verità, si occupò di tali argomenti nei suoi “<em>Grundrisse</em>”). Tutti questi studiosi hanno convenuto che solo con i lavori organizzati, ordinariamente di tipo per lo più idraulico, sono nate le società gerarchizzate e quindi gli stati. Arginare, canalizzare, deviare le acque erano lavori che richiedevano una lunga progettualità, per cui la protensione verso il futuro apriva l’ingresso ai principi logici della causalità e della non-contraddizione che sono due principi potenti del nostro intelletto. Del resto ciò lo si comprende bene esaminando la struttura stessa del principio di causa, che è basato proprio sulla successione temporale del prima (causa) e del poi (effetto). L’associazione fra ciò che facciamo oggi e quello che faremo domani è possibile solo all’interno di una relazione temporale fra passato e futuro. Heidegger ha scritto a tal proposito un libro fondamentale dal titolo “<em>Il principio di ragione</em>” (Ed. Adelphi). La caduta nel tempo significa che l’Essere è tempo, in quanto governatore degli enti (come aveva genialmente capito Anassimandro 2.500 anni fa). E questa caduta rivela una dimensione estatica (da ec-stasi, star fuori, ovvero apertura alla trascendenza). La costituzione della Cura stessa è possibile solo perché il tempo (l’Essere) si temporalizza nell’Esserci (che è quindi temporalità). Il carattere estatico di tale Evento viene esplicitato chiarissimamente da Heidegger quando scrive che <em>“…l’apertura storiografica si temporalizza a partire dall’avvenire…</em>” (4) e che <em>“… solo in quanto l’Esserci è storico, cioè aperto al suo essere-stato in virtù della temporalità estastico-orizzontale , la tematizzazione del “passato” ha via libera in seno all’esistenza…</em>” (5). Il senso della Cura è quindi la temporalità: il <strong><em>progetto</em></strong> proietta l’Esserci verso il futuro, che è la dimensione fondamentale della temporalità, e <strong><em>l’essere-gettato</em></strong> inchioda invece l’Esserci verso il passato.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/martin-heidegger-1889-1976-hier-im-jahr-1970.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-5520 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/martin-heidegger-1889-1976-hier-im-jahr-1970-166x300.jpg" alt="martin-heidegger-1889-1976-hier-im-jahr-1970" width="166" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo discorso, che ci rendiamo conto essere sintetico e parziale, lo si è sviluppato comunque per spiegare il perchè Heidegger ritenga che il fondamento della tecnica, non è la tecnica stessa, bensì l’Essere che si disvela nell’Esserci anche in questa modalità. Nel mondo antico il disvelamento dell’Essere nell’Esserci come modalità tecnica fu definito da Platone nel Simposio (205b) come <strong><em>poìesis, </em></strong>cioè una produzione intesa con pro-duzione, un condurre a favore della natura: a tal riguardo Heidegger fa l’esempio di un mulino a vento oppure di un ponte su di un fiume che avvicina due mondi separati. L’artigiano forma le cose, il contadino custodisce la natura. Nel mondo moderno, invece la tecnica si manifesta come una pro-vocazione (<em>Herausforden</em>), la quale pretende che l’energia che v’è in natura venga estratta ed accumulata per creare un fondo (<em>Bestand</em>). Tale accumulazione viene conseguita sfruttando e consumando le risorse in modo irreversibile, attraverso una razionalizzazione del processo lavorativo che viene ottenuto grazie alla meccanizzazione e alla matematica quantitativa applicata in tale processo. Si ha quindi il trionfo di quello che Guènon chiamava il “Regno della quantita”. Questa configurazione tecnica dell’Essere nell’ente nell’età moderna viene chiamata da Heidegger “<strong><em>Das Gestell</em></strong><em>”</em>, che letteralmente significa scaffale o suppellettile, ma che in senso più comprensivo assume il significato di impianto, imposizione o meglio ancora di dispositivo.Tali significati rivelano il fatto che è la tecnica a <em>guidare </em>la scienza, in quanto essa impone la sua esigenza di esattezza, propria delle scienze applicate, per potersi dispiegare come <strong><em>dominio</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto la rivoluzione scientifica del Sei-Settecento nasce per le esigenze tecniche nell’ambito architettonico, fisico, chimico e balistico precedenti. Quello che è interessante però è osservare che anche il <em>Gestell</em> fa parte del disvelamento, Per cui l’imposizione tecnica è pur sempre un modo destinale con cui l’Essere si rapporta all’Esserci. Infatti Heidegger, quando cerca di dare delle “definizioni” dell’Essere, definizioni che egli stesso ritiene comunque sempre inadeguate e parziali, pensa a concetti-metafora, quali “<em>Lichtung”</em> (radura luminosa), “<em>Ereignis</em>“ (evento), <em>Spache</em> (linguaggio), oppure come “<em>ZusammengehoerigKeit” </em>(coappartenenza). Quest’ultimo concetto-metafora ci sembra il più interessante per via delle domande che esso ci pone sul piano storico-filosofico. Vi è infatti, una <em>differenza ontologica </em>fra Essere ed Esserci, differenza ribadita da Heidegger in quasi tutte del sue opere sin dagli anni ’30, differenza che implica la naturale subordinazione dell’ente nei confronti del principio: l’Esserci, come ente, non è nient’altro che una semplice ed accidentale manifestazione dell’Essere che appunto lo entifica. Ora se l’Esserci, pur avendo il privilegio di domandarsi cos’è l’Essere e quindi di sentirsi legato a lui, è ente accidentale, viene spontaneo pensare che i disastri causati dal <em>Gestell</em> siano colpa dell’Essere stesso, in quanto il disvelamento di tale configurazione tecnica dipende principalmente dall’Essere stesso. Sarebbe come dire che la colpa del peccato originale è da addossarsi interamente a Dio, poiché egli essendo onniscientemente eterno sapeva che Adamo avrebbe peccato. Riguardo l’Antico Testamento tale obbiezione venne poi “superata” con la teoria del libero arbitrio, in base alla quale Dio, sommamente buono, lasciava all’uomo la completa libertà ontologica all’azione umana. Per cui anche il peccato è pur sempre una manifestazione della bontà divina. Ebbene in Heidegger la questione sembrerebbe venga affrontata con concetti similari, perché la libertà viene concepita come un dono preliminare dell’Essere all’Esserci. Un dono che viene configurarsi come <em>“l’accadere dell’Essere stesso</em>”. Tuttavia l’Essere non si dà mai interamente all’uomo, per cui la differenza ontologica può condurre l’Esserci a dimenticarsi dell’Essere. L’oblio dell’Essere (<em>Seinvergegessenheit)</em> è forse il tema centrale della meditazione heideggeriana a partire dalla svolta (<em>kehre)</em> avvenuta sempre negli anni ‘30. Perciò l’uomo coappartiene, sì, all’Essere, ma è anche libero di scegliere di allontanarsi dal suo principio. Si intravede qui l’influenza del pensiero di S.Agostino e di Lutero i quali ritenevano che l’uomo non potesse non peccare, perché, pur essendo egli completamente subordinato a Dio, si distoglieva da lui per la grande distanza ontologica che poteva smarrire il sentimento della fede. Con il<em> Gestell</em> l’Esserci non solo dimentica l’Essere, ma crede addirittura di diventarne il padrone. Per cui l’oblio dell’Essere è imputabile soprattutto alla tecnica e alla metafisica tradizionale che ha illuso l’Esserci di poter conoscere l’Essere stesso. Atto di superbia che comporta l’estendersi spirituale del nichilismo in tutte le azioni umane. La <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/laTecncica1.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-5521" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/laTecncica1-300x276.png" alt="laTecnica" width="250" height="230" /></a>tecnica moderna livella, omologa, uccide la natura, vuole distruggere le differenze fra Essere ed Esserci, e fra gli Esserci stessi. E’ la nebbia fittissima in cui non si distingue più nulla. E’ il perfetto nichilismo realizzato. Esso corrisponde quindi all’oblio dell’Essere. Il <em>Gestell</em> ne è la massima attuazione in quanto la sua esigenza fondamentale, nella sua logica intrinseca, è l’uniformità: una uniformità che tende implacabilmente a rendere gli individui ed anche le cose (il funzionalismo) ad un livellamento generale. Qualsiasi aspetto qualitativo che distingua gli uni dagli altri viene ridotto a semplice “unità” numerica. E’ chiaro allora che nel mondo del riduzionismo, in cui tutto viene ricondotto a macchina, anche le concezioni democratiche e egualitarie secondo le quali tutti gli individui si equivalgono sono conformi, fanno parte integrante del sistema. La quantità è inversamente proporzionale alla qualità.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo sistema alligna il nichilista. E su questa realtà filosofico-sociale Heidegger si misurerà potentemente con quello di Nietzsche. Sappiamo che Heidegger scrisse su di lui per circa un decennio (dal 1936 al 1946) e che rischiò per davvero la depressione psichica sul finire degli anni ’30. L’ultima parte (la seconda) del suo lavoro <em>“Nietzsche”</em> è dedicata proprio al nichilismo. Spesse volte si crede che fra Heidegger e Nietzsche ci sia un continuum come fra Hegel e Marx. Nulla di più sbagliato: Heidegger in realtà svolge una critica radicale a Nietzsche, poiché egli considera il nichilismo dichiarato una malattia mortale, parafrasando Kierkegaard. Una malattia mortale perché l’Esserci difetta di libertà, poiché le sue possibilità sono limitate, e difetta pure di necessità, poiché chi nasce dal nulla non può che perire nel nulla e quindi non ha fondamento. Lo stesso Essere che per il filosofo si era aperto all’Esserci per una sua necessità, in quanto l’Essere poteva essere pensato solo da un ente pensato (la coappartenenza di cui si diceva). Col Gestell l’Essere stesso si ritira e ritira quindi la sua necessità di coappartenere con l’Esserci. L’Essere ritirandosi si dirada e non si svela più. L’Esserci, rimasto solo, sta diventando quel povero attore del Macbeth che si dibatte in scena e di cui non resterà più nulla. Per questi motivi il pensiero heideggeriano è incompatibile con quello nicciano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nietzsche infatti, si dichiara un nichilista perfetto nella sua forma attiva, come nichilismo della forza che deve essere esercitata in forme estrema, o estatica o classica in cui si dà un senso a ciò che senso non ha.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo già scritto sul nichilismo in questa rivista tempo fa. Come in tutti i saggi brevi vengono tralasciati passaggi o nodi teorici importanti. Del resto questa forma di scritto tende a sviluppare un unico, o al massimo due, temi. Ora Heidegger ritiene che il nichilismo, in tutte le sue connotazioni incompleto-completo, passivo-attivo costituisca il massimo pericolo che l’umanità abbia mai corso. E questo perché l’Esserci, soprattutto nella configurazione del Tecnico, e io aggiungerei anche del Banchiere, si è in toto sostituito all’ Essere. Una volta si sarebbe detto che si sarebbe sostituito a Dio. Ma perché questa autoesaltazione super-oltre umana è così pericolosa? Evola e Guènon lo avevano compreso per primi. Tutti i nichilisti da Gorgia a Nietzsche escludono un qualsivoglia principio trascendente, per cui tutto è immanente. La Trascendenza viene spesse volte considerata come una invenzione atta a screditare la realtà terrena. L’iperuranio, il Dio dei cristiani e comunque ogni dio che sta al di là sono viste come alienazioni che impoveriscono la gioia di vivere e che sminuiscono la volontà di potenza. Ora però se esiste solo il finito, con l’esclusione di un principio trascendente, si esclude l’unità infinita e l’eternità. Il fondamento di ciò che è, apparendo, si trova pervaso interamente dalla dimensione spazio temporale, che è una dimensione<strong><em> finita</em>. </strong>Ciò che è finito non può mai diventare infinito o eterno: il suo fondamento è un nullo fondamento, in quanto la finitudine in sé non ha fondamento. Guènon nei suoi straordinari libri di metafisica chiarisce in modo illuminante ciò che si è detto. Credere che nell’opera di Nietzsche si possa celare il bisogno di una religiosità, forse a causa del suo stile profetico nello “<em>Zarathustra</em>”, non ha capito nulla, su questo tema, del pensiero del filosofo. Nietzsche è perfettamente ateo: semmai gli unici dei che ammette sono i Fauni del bosco. Infatti se si ritiene che il fondamento dell’uomo sia l’uomo stesso, anche se sotto la veste superomistica, si cade per forza dentro il nichilismo, poiché il fondamento di tutto ciò che è finito, è appunto, come si diceva, il nulla. Il Dionisio che si identifica nell’eterno ritorno dell’uguale (tesi fra l’altro che Guènon dimostrò insostenibile nel suo “<em>Errore dello spiritismo</em><strong>” </strong>(6)appartiene al finito. Il super-uomo regge alla morte di dio, e sprigiona la sua volontà di potenza nell’apoteosi dell’eterno ritorno dell’uguale. Una apoteosi senza stabilità e senza ancoraggi proprio perché è esclusa la Trascendenza. L’eterno ritorno è un divenire per un divenire che si ripete e in cui il super-uomo afferma se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, però, sorge una domanda cruciale che è: il super (per la destra) o oltre (per la sinistra) uomo è davvero esistito storicamente? La risposta non può essere che affermativa. I super-uomini tuttavia non sono stati gli uomini d’eccezione, come Cesare o Napoleone, che sono stati uomini certamente straordinari e grandi creatori di stati che comunque agivano nell’ambito di una “<em>civitas</em>” o di una “<em>republique</em>”, ovvero nell’ambito di una comunità fortemente sentita. Il super-uomo in realtà è stata un idea, anzi una ideologia nicciana fortemente fraintesa, ma fortemente creduta da forze possenti presenti nell’Europa del primo cinquantennio del ‘900. Una ideologia manifestata e resa popolare da grandi intellettuali come D’Annunzio, George, Strindeberg, Mann, ed altri (si veda il libro di E. Nolte, <em>Nietzsche e il Nietzscheanismo</em>, Sansoni editore). Queste forze sociali erano i ceti medi che volevano combattere contro la minaccia della proletarizzazione, dell’abolizione della proprietà privata, del livellamento. Erano quei ceti che la seconda ondata di industrializzazione andava creando sempre più numerosi e che si sentivano, per i propri meriti, promossi socialmente e che quindi temevano l’abbassamento di livello sociale. I nazionalismi prima, i fascisti e i nazisti dopo hanno incarnato tale tensione trasformandola in azione politica. Ormai, dopo la lezione di De Felice, questa verità è accettata comunemente. La sconfitta nella seconda guerra mondiale ha portato alla ribalta gli yankee e i mugiki (ora sono rimasti solo i primi). Il super-uomo, il nichilista attivo non c’è più, perché non esistono più le forze sociali che avevano condiviso l’idea. L’insegnante, l’impiegato, il tecnico, il professionista, la piccola borghesia proprietaria rurale e cittadina nel suo insieme, sono figure in via d’estinzione e non sono più ceto medio. La borghesia in quasi tutte le sue stratificazioni è diventata plebe anonima, così come la classe operaia è diventata plebe di basso rango.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capitalismo assoluto tecnico-finanziario è riuscito là dove il comunismo aveva fallito. Attraverso il <em>Gestell</em>, tutto tende all’uniformità. Questi sono i nostri tempi. Tempi in cui prospera, si fa per dire, l’ultimo uomo, l’uomo descritto nelle pagine memorabili di “<em>Essere e tempo</em>” riguardanti le dimensioni esistenziali dell’uomo moderno deietto a livello degli oggetti (<em>Verfallenheit), </em>eimmerso nella passività ovina e nell’indifferenza feroce. Nietzsche ancor prima è stato colui che ne ha visto la nascita: egli è perciò in realtà il profeta della morte di dio e dell’avvento dell’ultimo uomo, del plebeo che vive nella stupefazione bestiale del presente.</p>
<p style="text-align: justify;"> E. Cioran, nella sua opera “<em>La caduta nel tempo</em>” ed. Adelphi, proponeva la caduta fuori<strong> <em>dal</em></strong> tempo: tal caso ci aspetta il ritorno alla scimmia. E se si considera in modo distaccato l’uomo d’oggi, privato di ogni futuro e ridotto a mero <em>homo consumens, </em>c’è da dire che il nuovo evento non è così lontano<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Note:</p>
<p style="text-align: justify;">1) M.HEIDEGGER, “<em>La questione della tecnica</em>”, sta in “<em>Saggi e discorsi</em>”, ed. Mursia.</p>
<p style="text-align: justify;">2) IDEM, <em>op.cit</em>., p.10.</p>
<p style="text-align: justify;">3) IDEM, <em>Essere e tempo</em>, ed. Longanesi. P.229.</p>
<p style="text-align: justify;">4) IDEM, <em>op. cit</em>., p.472.</p>
<p style="text-align: justify;">5) IDEM, <em>op. cit</em>., p.470.</p>
<p style="text-align: justify;">6) R.GUENON, <em>Errore dello spiritismo</em>, ed. Adelphi, cap.VI, parte II.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Flores Tovo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">f.tovo@libero.it</p>

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