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	<title>mutti Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>mutti Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Evola ed Eliade: le ragioni di un’amicizia mancata &#8211; Giovanni Sessa</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2018 07:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una recente pubblicazione della Fondazione Evola, Lettere a Mircea Eliade, edita da Pagine Editore (per ordini: 06/45468600, euro 13,00, pp. 114), consente di fare il punto sui rapporti intercorsi tra Julius Evola e lo storico delle religioni Eliade. Il volume raccoglie ventiquattro lettere del filosofo italiano allo studioso romeno, scritte tra il 1930 e il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una recente pubblicazione della Fondazione Evola, Lettere a Mircea Eliade, edita da Pagine Editore (per ordini: 06/45468600, euro 13,00, pp. 114), consente di fare il punto sui rapporti intercorsi tra Julius Evola e lo storico delle religioni Eliade. Il volume raccoglie ventiquattro lettere del filosofo italiano allo studioso romeno, scritte tra il 1930 e il 1962, e comprende due lettere di Paolo Boringhieri ad Eliade. Rispetto alla precedente edizione del 2011, sono state aggiunte otto missive rintracciate da Liviu Bordaş presso l’archivio Mircea Eliade Papers della Regenstein Library di Chicago. Claudio Mutti, curatore del volume, ricorda che il materiale raccolto permette un’effettiva contestualizzazione della relazioni tra i due pensatori, soprattutto per quanto attiene agli anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per entrare nel vivo degli stimolanti problemi che il libro presenta, sarà bene partire dalla risposta a questo quesito: perché Eliade decise di non vedersi più con Evola, a partire dai primi anni Sessanta? La risposta la si ricava da una significativa pagine del Diario del romeno, che si riferisce alla pubblicazione dell’autobiografia evoliana, Il cammino del cinabro, del 1963. In essa, Evola ricordava di aver incontrato lo studioso nel 1938 in Romania, tra gli intellettuali che facevano parte della cerchia di Codreanu. L’affermazione irritò non poco lo storico delle religioni, impegnato nella ricerca universitaria oltreoceano, perché avrebbe potuto innescare nei suoi confronti un ‘processo’ politico, riaprire un caso spinoso. Eliade non scrisse più ad Evola e non lo incontrò più.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/12/S-2-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-31649 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/12/S-2-2-182x300.jpg" alt="" width="256" height="422" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il loro primo incontro, lo si evince dalla lettera del 28 Maggio del 1930, avvenne nel 1927 o nel 1928, durante un soggiorno a Roma del giovane transilvano. Fin da subito, i due instaurarono un’intesa cordiale, non solamente di tipo intellettuale, ma anche caratteriale. Ciò è attestato, dalla reciproca stima che si manifestarono. Basti qui ricordare la recensione di Eliade a, Rivolta contro il mondo moderno, o il commento elogiativo all’articolo che Evola pubblicò sulla rivista Bilychnis intitolato, Il valore dell’occultismo nella cultura contemporanea. Evola, a sua volta, recensirà sull’organo dell’Ismeo nel 1955, il volume eliadiano Lo Yoga, immortalità e libertà e, più volte, in Metafisica del sesso, richiamerà, in termini positivi, le opere dello storico delle religioni. Più in particolare, diversi studiosi (si pensi a De Turris, Mutti e De Martino) hanno messo in luce che un’evidente influenza evoliana è rinvenibile nella produzione letteraria dell’accademico, meno vincolata allo ‘scientificamente corretto’, rispetto alle opere di saggistica. Esemplificativi in questo senso, sono i casi dei romanzi La luce che si spegne, Il segreto del dottor Honigberger, Diciannove rose, nei quali o emergono riferimenti a tesi evoliane, come nel primo libro citato, dove è addirittura esplicita la ripresa dell’idealismo magico, o addirittura i personaggi sono ‘costruiti’ sulla figura di Julius Evola. Nel secondo romanzo, ad esempio, il protagonista è indicato con la sigla J. E., mentre nel terzo si parla di un filosofo ed esoterista, «paralizzato in poltrona».</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto si riferisce alle opere accademiche di Eliade, è possibile rilevare che gli studi alchemico-ermetici incontrano e intersecano le problematiche de, La tradizione ermetica e che, l’apporto del primo Evola, sembra evidente anche nei trattati sulla mistica indiana, così come i risultati delle indagini eliadiane furono utilizzati dal pensatore romano nel secondo libro, risalente al 1949, sul tantrismo, Lo yoga della potenza. Sappiamo, grazie alle ricerche prodotte da de Turris e Scagno, che i due si videro anche nel dopoguerra, dopo il ritorno a Roma di Evola, probabilmente nel Maggio del 1952. Inoltre, il tradizionalista collaborò fino al 1969 alla rivista «Antaios», diretta dallo stesso Eliade e da Jünger, e inserì altri libri dello studioso romeno, nella collana “Orizzonti dello spirito”, da lui diretta presso le Mediterranee, non ultimo il trattato sullo Sciamanesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dirimenti, per comprendere gli effettivi rapporti tra i due, risultano sia la lettera del 15 Dicembre 1951, sia la successiva del 31 Dicembre dello stesso anno: nella prima, Evola manifestava un certo disappunto ad Eliade, poiché questi evitava di citare autori non accademici nelle proprie opere, e non faceva riferimenti espliciti alle posizioni dei tradizionalisti. Nella seconda, il filosofo pare invece accettare la ragioni addotte dal suo interlocutore alle obiezioni sollevate, consistenti essenzialmente nell’attribuire gli omessi a una scelta tattica. Alla qual cosa, Evola non ebbe nulla da obiettare, in quanto: «contro il tentativo di introdurre qualche cavallo di Troia nella cittadella universitaria nulla ci sarebbe da dire. L’importante sarebbe il non lasciarsi prendere […] in un inganno, perché agli ambienti accademici corrisponde una qualche “corrente psichica” […] deformante e contaminante» (p. 51). Forse, il filosofo avrebbe fatto meglio a ricorrere a una buona dose di scetticismo in merito alla giustificazione avanzata da Eliade. La cosa, a suo tempo, fu fatta rilevare da Paola Pisi, che pensò non esservi: «alcun indizio per ritenere che davvero (Eliade) intendesse far penetrare le idee tradizionaliste nella ‘cittadella’ universitaria» (p. 31).</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema esegetico di questa «amicizia mancata» o, meglio, interrotta, sta, come rileva nella chiarificatrice prefazione Giovanni Casadio, nel fatto che certamente Eliade fu, in particolare nel periodo giovanile, influenzato dalla cultura dei pensatori della Tradizione, ma non fu mai, in senso proprio, un tradizionalista. Ci pare di poter concludere con una citazione di Eliade che spiega, da un lato, le ragioni che lo avvicinarono alla Tradizione, e dall’altro il suo non riuscire ad aderirvi in toto: «di fatto la tragedia della mia vita si può ridurre a questa formula: sono un pagano, un perfetto pagano classico che cerca di cristianizzarsi. Per me i ritmi cosmici, i simboli […] esistono di più e più immediatamente del problema della redenzione» (in Journal portuguez, p.135). Lo studioso romeno visse in sé, quindi, un evidente contrasto tra una tendenza innata ed una acquisita, di carattere culturale, che non risolse mai del tutto. Evola, al contrario, fu uomo della affermazione assoluta, che poco si curò dell’accademicamente corretto. Ben lo sapeva Eliade che nella recensione a Rivolta contro il mondo moderno, scrisse: «Evola viene ignorato dagli specialisti, perché oltrepassa i loro quadri di ricerca».</p>
<p>Giovanni Sessa</p>

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		<title>Mircea Eliade e la Guardia di Ferro di Claudio Mutti &#8211; recensione a cura di Riccardo Rosati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 May 2016 13:50:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Il volume di Claudio Mutti è uno strumento prezioso per la comprensione del passato guardista di Eliade. Un libro piccolo e importante, che presenta una meticolosa ricerca delle fonti, operazione non certo semplice, poiché nel periodo della dittatura in Romania, molta documentazione è andata distrutta. Una opera che fa chiarezza sul periodo 1936 – 1938, in cui Eliade militò nel movimento della Legione dell’Arcangelo Michele o Guardia di Ferro, come viene spesso designata nell&#8217;Europa Occidentale. Questa </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">rilettura</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> aggiornata dello scritto che Mutti dedicò nel 1989 al celebre storico delle religioni è la ennesima dimostrazione di quanto lo studioso italiano sia un punto di riferimento per addentrarsi nell&#8217;Eliade “legionario”.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Il testo si apre con una citazione di Franco Cardini, il quale sostiene come la Guardia Ferro sia stato un fenomeno che andrebbe studiato: “[&#8230;] dal punto di vista sociologico ed antropologico-etnologico piuttosto che non da quello ideologico-politico [&#8230;]” (5). Quindi, e Mutti dimostra di saperlo bene, vi è l&#8217;esigenza di analizzare il coinvolgimento diretto di Eliade nelle vicende del suo Paese non nella limitante prospettiva ideologica, ma in quella spirituale, attiva e partecipe. Le mente e l&#8217;animo, come fece lo studioso rumeno per una parte della sua vita, vanno messi al servizio del Popolo e non di se stessi, già questa è una lezione importante che possiamo apprendere in questo libro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Un altro elemento su cui Mutti pone l&#8217;accento riguarda la rilevanza  autobiografica nella narrativa di Eliade: “Esiste però una parte della produzione eliadiana in cui il dato autobiografico non è dichiarato, ma è spesso abilmente dissimulato nel contesto di una trama romanzesca, pur conservando una lucida trasparenza” (7). Egli lo fa con una scrittura assai particolare: apparentemente dal tono “freddo” e incline alla sintesi, ma che si rivela avvincente, spingendo a leggere la pagina seguente e così via, ponendo delle domande alle quali si tenta, e spesso si riesce, di dare delle risposte. È il caso de </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">La foresta proibita</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> (1955)… si tratta forse di un <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/05/Ro2.jpg" target="_blank" rel="attachment wp-att-15936 noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-15936 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/05/Ro2-184x300.jpg" alt="Ro2" width="184" height="300" /></a>romanzo autobiografico? Mutti conclude di no, malgrado sia ambientato nel campo di prigionia di Miercurea Ciuc, dove venne rinchiuso lo stesso filosofo. È davvero suggestivo tutto il percorso che Mutti compie nell&#8217;attraversare questa militanza di una certa gioventù rumena, per mezzo della narrativa eliadiana, con episodi anche eroici, quanto veri. Ricordiamo, ad esempio, come nel campo di internamento, Nae Ionescu (il maestro di Eliade) creò una “università legionaria” o quando i membri della Guardia si alternavano con militare precisione nella preghiera e nel digiuno.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Ci sono degli studiosi che hanno vissuto il carcere o, come in questo caso, un campo di internamento. Agli occhi dei </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">benpensanti del progresso</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> di oggi ciò incute timore e sospetto, come se questo fatto possa sminuire la valenza del ricercatore che incappa nelle maglie di una politica oppressiva, corrotta e ingiusta. Ma è proprio tutto quello che rientra nell&#8217;ambito della militanza e dell&#8217;impegno a dar fastidio a costoro, come pure gli atti di coraggio. Così accade a Fosco Maraini in Giappone, ma della sua prigionia non si parla mai volentieri, ci si limita a dire che si amputò un dito per ottenere i favori dei militari nipponici. Un intellettuale che vive in prigionia genera un mondo dentro di sé, lo deve fare per sopravvivere. Nel caso di Gramsci la galera è stata paradossalmente la sua grande fortuna, però quando questo riguarda un pensatore di Destra, allora tutto diventa teppismo, sovversione, “ille nihil dubitat qui nullam scientiam habet”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Un capitolo del libro è intitolato: “L&#8217;ultima possibilità della Romania”, riprendendo le parole di Emil Cioran. Possiamo oggi mutuare tale frase, per sostenere che il Pensiero Tradizionale è da ritenersi l&#8217;ultima possibilità dell&#8217;Occidente? Aveva perciò ragione Cioran nel credere che la salvezza della moderna società fosse nella: “distruzione della democrazia”? Il testo di Mutti non evita riflessioni di questo tipo, essendo intriso di quel coraggio che è oggi necessario per denunciare l&#8217;</span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">oscuro</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> che domina il mondo, come quando egli parla, senza mezzi termini, del “veto sionista” (28) che impedì la candidatura di Eliade al Premio Nobel. Del resto, Mutti non è estraneo nel prendere di petto i problemi socio-culturali della società contemporanea, utilizzando proficuamente una prospettiva tradizionale. Così fece durante un convegno su René Guénon tenutosi a Roma qualche anno addietro, nel quale riuscì a proporre una lettura del filosofo francese finalmente non cervellotica e “alchemica” – come avviene puntualmente in quasi tutti i cosiddetti  guénoniani – stigmatizzando il ruolo occulto di Basil Zaharoff (1849 – 1936): una figura sciaguratamente poco conosciuta e indagata, ma che ha indirizzato le sorti del mondo come adesso lo conosciamo. Ecco, questo ci sembra ormai l&#8217;unico modo possibile di essere Tradizionalisti, l&#8217;audacia di entrare nell&#8217;agone, anche politico quando serve! Eliade stesso ce lo chiarisce con le sue parole: “Per me, che non credevo al destino politico della nostra generazione (né alla stella di Codreanu), una dichiarazione con cui mi fossi dissociato dal Movimento mi sembrava non solo inaccettabile, ma addirittura assurda” (18). Vi è perciò il tempo per la ricerca e quello per l&#8217;Impegno; l&#8217;una non deve mai prevalere sull&#8217;altro, ma nemmeno devono essi confliggere. Il mondo occidentale in cui viviamo non può abbeverarsi al puro esoterismo, questo è uno stadio complesso e che necessità, prima di arrivarci, di un </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">risveglio</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">, il quale passa inesorabilmente nel rendere comprensibile la Tradizione, nello spiegare come essa non sia una “fuga dal mondo”, bensì un rientrarci in modo possente, non tanto per distruggerlo, nel tentativo di azzerare anacronisticamente le lancette della storia, ma per “rettificarlo” evolianamente. </span></p>
<p align="right"><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Riccardo Rosati</span></i></p>

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		<title>Verità segrete esposte in evidenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2015 07:20:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antelami]]></category>
		<category><![CDATA[Battistero]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni Del Veltro]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Sessa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il linguaggio simbolico dell’Antelami di Giovanni Sessa Benedetto Antelami fu un artista di straordinario rilievo del Medioevo. Probabilmente affiliato a una corporazione di costruttori che custodiva l’eredità dei collegia  fabrorum di Roma, ha lasciato istoriata nel Battistero di Parma in modo mirabile la sua conoscenza della Scienza sacra. Sull’opera è tornato ad attirare l’attenzione dei [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Il linguaggio simbolico dell’Antelami </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Giovanni Sessa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Benedetto Antelami fu un artista di straordinario rilievo del Medioevo. Probabilmente affiliato a una corporazione di costruttori che custodiva l’eredità dei <i>collegia  fabrorum </i>di Roma, ha lasciato istoriata nel Battistero di Parma in modo mirabile la sua conoscenza della Scienza sacra. Sull’opera è tornato ad attirare l’attenzione dei lettori Claudio Mutti, noto studioso di cose tradizionali che, trascorsi oramai trentacinque anni dalla pubblicazione del suo <i>Simbolismo e arte sacra</i> ha dato alle stampe una nuova versione, ampliata e rivista dello stesso testo, dal titolo <i>Il linguaggio segreto dell’Antelami</i>, apparsa nel catalogo delle Edizioni all’insegna del Veltro (per ordini: 0521/290880; <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: blue;"><a href="mailto:insegnadelveltro1@tin.it">insegnadelveltro1@tin.it</a></span></span> euro 12,00).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/04/copertina.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-6047" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/04/copertina-226x300.jpg" alt="copertina" width="200" height="265" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sappia preliminarmente il lettore che si tratta di un testo prezioso sia per i contenuti che per l’elegante veste editoriale, cose oggi davvero rare nello sconsolante panorama della pubblicistica nostrana. L’intento che Mutti persegue, con capacità affabulatoria e persuasività esegetica, è accompagnare il lettore nella decifrazione del codice simbolico sotteso alle rappresentazioni che compaiono nello zooforo del Battistero di Parma. Egli consegue in modo esemplare l’obiettivo realizzando, come avrebbe glossato Elemire Zolla, un’esposizione <i>in evidenza</i> di verità segrete. Sin dall’<i>incipit </i>l’autore, memore delle lezione guénoniana, ricorda che la forma ottagonale del Battistero rinvia alla dimensione di passaggio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“…<i>l’ottagono è un poligono di transizione, così il battistero era luogo di passaggio… rappresentava il mondo intermedio fra terra e cielo, fra spazio profano e spazio consacrato</i>” (p. 10).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/04/4950.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-6045" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/04/4950-225x300.jpg" alt="4950" width="190" height="253" /></a>L’irregolarità ottagonale del monumento, inoltre, fa comprendere come l’idea tradizionale di misura e regolarità abbia poco a che fare con similari, ma qualitativamente differenti, concezioni moderne. L’opera fu realizzata nella certezza che ogni tempio è in relazione con l’Uomo Primordiale, immolato <i>in illo tempore </i>e incarnatosi nel cosmo. La sua presenza è individuabile a Parma nella testa d’Uomo dello zooforo, posta accanto al Grifone. Il carattere sacro della costruzione è testimoniato dalla presenza sul suo lato sud-orientale del <i>Vestigium pedis</i> che la leggenda dice esser “traccia”, come ricordato da Guglielmo Capacchi, dell’ira del diavolo per la denuncia delle sue malefatte “messa in scena” dall’Antelami. Ma che relazione può mai sussistere tra il diavolo e gli stati superiori dell’essere? Perché la presenza diabolica su un monumento sacro? Risponde correttamente Mutti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<i>Gli stati inferiori costituiscono un riflesso rovesciato di quelli superiori, sicché il vestigium pedis diaboli non è altro che un’immagine parodistica del vestigium sancti pedis</i>” (p. 21).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sulla parete sud-orientale è raffigurato l’<i>Arbor vitae</i>, sui cui rami è inerpicato un ragazzo che, con la mano sinistra, estrae del miele da un favo, con la destra lo porta alla bocca. Due bestie corrodono le radici dell’albero, mentre un drago attende il precipitare a terra del giovane. La scena è accompagnata da simbologia solare e lunare. Si tratta di una esemplare rappresentazione della consunzione della vita operata dal tempo edipico, incalzante nell’attesa spasmodica che le fauci dell’inferno ingoino chi ha confuso il Sommo Bene con gli effimeri piaceri. Una messa in scena del <i>samsâra</i> ma anche della possibile liberazione. L’autore rileva come tale storia, di origine indiana, sia giunta all’Europa per la mediazione islamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in cosa consiste, in fondo, la lettura dello zooforo? Si tenga presente che esso si compone di 78 formelle, precedute da un bassorilievo di uccello notturno. Il 78 è nel pitagorismo numero “triangolare”, corrispondente al 12 della serie numerica normale:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<i>La presenza occulta di questo numero nello zooforo conferma, data la sua relazione con lo Zodiaco, il valore cosmologico del simbolismo dello zooforo stesso</i>” (p. 32).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, si può asserire che seguire rettamente il percorso indicato dall’Antelami, comporti la realizzazione di un <i>iter </i>labirintico verso il Centro.</p>
<p style="text-align: justify;">Le rappresentazioni del Battistero devono essere seguite muovendo dall’Uccello e dal Leone fino al Veltro che chiude il percorso iniziatico. Il punto di partenza è da individuarsi nella porta meridionale da cui è necessario effettuare intorno al monumento una circoambulazione solare. In corrispondenza degli stipiti della porta sono posti due leoni con criniera a raggiera e con anello sotto la mascella, per allusione al passaggio da uno stato all’altro:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<i>…chi effettui tale passaggio muore allo stato precedente e nasce a uno stato successivo, finché l’ultima morte lo libererà definitivamente</i>” (p. 37).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Proseguendo il percorso oltre il Leone si incontrano l’Aquila, il Vitello e l’Uomo, simboli dei quattro evangelisti e reggenti dei punti cardinali, dei “quarti” dello spazio, ma anche indicanti forza fisica, <i>virtus</i>, intelletto che solo nell’Uomo trovano sintesi unitaria. Mutti osserva che le due teste leonine sono diametralmente opposte a due Unicorni collocati ai fianchi della Vergine. L’Unicorno è simbolo dell’anima al cui contatto il Leone-Spirito comincia, in termini ermetici, a “ruggire”. Lo spirito ha la capacità di tacitare la <i>ratio</i>, che svanisce nelle Acque dando luogo all’unione con il divino. Altra figura di rilevanza simbolica è posta a destra della porta del Giudizio, la Speranza, affiancata da Prudenza e da Modestia. Sul lato mancino è la Fede, assieme a Giustizia e Pace. All’epoca dell’Antelami la <i>fides</i> è :</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<i>…nome di un vincolo spirituale che… costituisce il cemento dell’edificio feudale… la rottura della </i>fides<i> equivale ad un atto sacrilego</i>”<i> </i>(p. 55).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Giustizia e Pace, che l’accompagnano, sono gli attributi di Melchisedec, archetipo del Re-Sacerdote, cui guardavano i ghibellini nel ri-proporre la <i>renovatio Imperii</i>.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/04/f5f0f9603e51bdd36019306cac7413f2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-6044" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/04/f5f0f9603e51bdd36019306cac7413f2-158x300.jpg" alt="f5f0f9603e51bdd36019306cac7413f2" width="158" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Allo scontro tra forze solari e telluriche alludono le figure conclusive dell’Asino e di Gog e Magog. Nella visione di Ezechiele, fonte d’ispirazione per l’Antelami, le due nazioni vengono distrutte dal fuoco celeste per colpe sacrileghe. L’ultima formella presenta un cane levriere, il Veltro, che pone fine a questo scenario apocalittico e come significato nella prospettiva dantesca e nell’assonanza semantica della parola “cane” con <i>Khan</i>, titolo designate i sovrani centroasiatici, diviene il portatore dell’Ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello zooforo dell’Antelami è quindi istoriato in modo paradigmatico il rapporto ineliminabile che lega la “crisi” con la possibilità del Nuovo Inizio. Mutti lo sa bene, da accorto lettore di Evola. Questi, non casualmente, pose in esergo alla seconda parte di <i>Rivolta</i> un brano apocalittico tratto da <i>Völuspa</i>, accompagnandolo con un testo di Boehme estrapolato da <i>Aurora</i>. Ci auguriamo che le pagine di Mutti inducano a riflettere anche su questo tema.</p>

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		<title>EURASIA &#8211; Rivista di studi geopolitici</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/eurasia-rivista-di-studi-geopolitici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Feb 2015 08:42:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>www.eurasia-rivista.org XXXVI (4 &#8211; 2014) :::: Redazione :::: 20 gennaio, 2015 SOMMARIO Editoriale Claudio Mutti, Luoghi santi e “Stato Islamico” Dossario – I luoghi santi Pausania, Topografia eleusina Parama Karuna Devi, Varanasi, città della luce Leonid Savin, I centri spirituali della Russia Alessandra Colla, La riscoperta di un antico cammino Ali Reza Jalali, Geopolitica dei [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/eurasia-rivista-di-studi-geopolitici/">EURASIA &#8211; Rivista di studi geopolitici</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p><strong><a href="http://www.eurasia-rivista.org/">www.eurasia-rivista.org</a></strong></p>
<p>XXXVI (4 &#8211; 2014) :::: Redazione :::: 20 gennaio, 2015</p>
<p><strong>SOMMARIO</strong><br />
<strong>Editoriale</strong><br />
<a href="http://www.eurasia-rivista.org/luoghi-santi-e-stato-islamico/22066/" target="_blank" rel="noopener">Claudio Mutti, Luoghi santi e “Stato Islamico”</a></p>
<p><strong>Dossario – I luoghi santi<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/Eurasia-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-5613 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/02/Eurasia-1-225x300.jpg" alt="Eurasia 1" width="225" height="300" /></a></strong><br />
Pausania, Topografia eleusina<br />
Parama Karuna Devi, Varanasi, città della luce<br />
Leonid Savin, I centri spirituali della Russia<br />
Alessandra Colla, La riscoperta di un antico cammino<br />
Ali Reza Jalali, Geopolitica dei luoghi santi sciiti<br />
Aldo Braccio, Visita a Urfa<br />
Carmela Crescenti, Lo scempio di Mecca</p>
<p><strong>Dossario – Lo “Stato Islamico”</strong><br />
Spartaco Alfredo Puttini, Caos distruttivo nel Vicino Oriente<br />
Jean-Michel Vernochet, Le radici ideologiche dello “Stato Islamico”<br />
Gilles Munier, Lo “Stato Islamico” e i suoi misteri<br />
Enrico Galoppini, Quali scarponi per la battaglia finale?<br />
Lorenzo Salimbeni, La Grande Guerra nel Vicino Oriente</p>
<p><strong>Documenti</strong><br />
Joachim Menant, Un luogo di culto degli Yazidi<br />
Carlo Alfonso Nallino, La tomba di Eva<br />
Ibrahim al-Qattan, La devastazione di Gerusalemme<br />
Richard Ostling, La ricostruzione del Tempio di Gerusalemme</p>
<p><strong>Attacco alla Russia</strong><br />
Renato Pallavidini, La “maledizione” ucraina nella storia russa<br />
Ivelina Dimitrova, Un conflitto per il controllo dell’Eurasia<br />
Giuseppe Cappelluti, “The Russians shall not have Kiev!”<br />
Jean-Michel Vernochet, Ucraina: Guerra di blocchi</p>
<p><strong>Recensioni</strong><br />
Florian Muhlfried, Being a State and States of Being in Highland Georgia (V. Simeoni)<br />
Mahdi Darius Nazemroaya, La globalizzazione della NATO (A. Iacobellis)<br />
Renato Pallavidini, Problemi di critica hegeliana in Italia (D. Ragnolini)</p>

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		<title>Dalmazio Frau, L&#8217;arte ermetica. Bosch, Brueghel, Dürer, Van Eyck</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/dalmazio-frau-larte-ermetica-bosch-brueghel-durer-van-eyck/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2015 17:04:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>        L&#8217;iconografia alchemica ci mostra spesso uomini e donne che gustano i piaceri dell&#8217;amore all&#8217;interno di sfere trasparenti: scene di questo genere alludono all&#8217;unione dello zolfo e del mercurio, che nel vaso ermetico generano l&#8217;oro dei filosofi. Le &#8220;nozze chimiche&#8221; rappresentano infatti il momento in cui il fisso ed il volatile della materia [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">        L&#8217;iconografia alchemica ci mostra spesso uomini e donne che gustano i piaceri dell&#8217;amore all&#8217;interno di sfere trasparenti: scene di questo genere alludono all&#8217;unione dello zolfo e del mercurio, che nel vaso ermetico generano l&#8217;oro dei filosofi. Le &#8220;nozze chimiche&#8221; rappresentano infatti il momento in cui il fisso ed il volatile della materia dell&#8217;<em>opus</em> si dissolvono insieme e si riuniscono per non essere mai più separati.</p>
<p style="text-align: justify;">        Ora, se nella pittura d&#8217;ispirazione alchemica c&#8217;è un dipinto in cui questo simbolo è presente in maniera massiccia e ossessiva, questo è il trittico di Hieronymus Bosch intitolato <em>Il Giardino delle Delizie</em>. Qui il discorso pittorico si condensa nel pannello centrale, dove il tema della <em>coniunctio </em>all&#8217;interno dell&#8217;atanòr si presenta nelle forme più bizzarre (ad esempio nel particolare della donna che in un<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-5369 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/01/larte-ermetica_copertina-208x300.jpg" alt="larte-ermetica_copertina" width="208" height="300" />a barca subisce le <em>avances</em> di un negro); ma si sviluppa anche sulle due ali pieghevoli del trittico, in una fitta selva di figure di cui questo libro di Dalmazio Frau indica il significato, fornendoci per ciascuna di esse i riferimenti necessari ad inquadrarla nel lessico universale del simbolismo.</p>
<p style="text-align: justify;">        La seconda opera presa in esame dall&#8217;Autore è il <em>Polittico dell&#8217;Agnello mistico </em>di Hubert e Jan van Eyck. Anche qui il tema centrale, l&#8217;adorazione dell&#8217;<em>Agnus Dei </em>troneggiante sull&#8217;altare, costituisce il momento culminante di una sintassi visiva riccamente intessuta di figure e scene simboliche: il <em>Pontifex</em> celeste, la Vergine, i santi, gli angeli cantori e musici, i progenitori, i giudici giusti, i cavalieri di Cristo, gli eremiti, i pellegrini, il gigante ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">        Mentre nel polittico dei fratelli Van Eyck la traccia del sapere alchemico può essere rintracciato nell&#8217;uso della tecnica ad olio (&#8220;ascrivibile propriamente &#8211; osserva l&#8217;Autore &#8211; a quelle metodologie che certamente hanno una base alchemica&#8221;), nella più celeb<br />
re incisione di Albrecht Dürer, <em>Melancholia I</em>, è il soggetto stesso a richiamare il tema dell&#8217;alchimia. La figura principale, infatti, &#8220;tradisce l&#8217;angoscia dell&#8217;alchimista che attendeva con impazienza la riuscita delle sue operazioni&#8221;, ossia uno stato corrispondente al color nero della <em>putrefactio</em>. Ma, se questa è l&#8217;interpretazione di J. van Lennep (<em>Art &amp; Alchimie</em>, Bruxelles 1971, p. 201), secondo Dalmazio Frau la <em>Melancholia I</em> è &#8220;la raffigurazione di un&#8217;esaltante sebbene contrastata, ardua, elevazione spirituale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">        La rassegna si conclude con uno studio sul <em>Trionfo della Morte </em>di Pieter Brueghel detto &#8220;il Vecchio&#8221;. Si tratta di un quadro in cui confluiscono due distinte tradizioni: &#8220;quella mediterranea del Trionfo della Morte con tutti i suoi significati ermetici (&#8230;) e quella nordica della Danza Macabra&#8221; e della Caccia Selvaggia.</p>
<p style="text-align: justify;">        Il libro di Dalmazio Frau non si riduce ad una raccolta di quattro saggi indipendenti dedicati a quattro artisti diversi. Esso ricava la propria essenziale unità dall&#8217;evocazione di quel periodo della cultura europea (lo huizinghiano &#8220;autunno del Medioevo&#8221;), in cui alle arti figurative era ancora data la possibilità di ispirarsi a scienze e a dottrine che l&#8217;età moderna avrebbe gradualmente archiviate.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Claudio Mutti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dalmazio Frau, <em>L&#8217;arte ermetica. Bosch, Brueghel, Dürer, Van Eyck</em>, Edizioni Arkeios, Roma 2014</p>

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		<title>Il linguaggio segreto dell’Antelami, Claudio Mutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jan 2015 17:29:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Simbolismo]]></category>
		<category><![CDATA[mutti]]></category>
		<category><![CDATA[simbolismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Per le benemerite Edizioni all’Insegna del Veltro di Parma è recentemente stata pubblicata la ristampa di un saggio a cura del prof. Claudio Mutti, “Il linguaggio segreto dell’Antelami”, con l’assistenza iconografica e davvero meritoria di Cristina Gregolin: una nuova edizione, riveduta, corretta ed ampliata. Il testo è una decifrazione attenta e puntuale del simbolismo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/il-linguaggio-segreto-dellantelami/">Il linguaggio segreto dell’Antelami, Claudio Mutti</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Per le benemerite Edizioni all’Insegna del Veltro di Parma è recentemente stata pubblicata la ristampa di un saggio a cura del prof. Claudio Mutti, “Il linguaggio segreto dell’Antelami”, con l’assistenza iconografica e davvero meritoria di Cristina Gregolin: una nuova edizione, riveduta, corretta ed ampliata. Il testo è una decifrazione attenta e puntuale del simbolismo utilizzato da Benedetto Antelami, misterioso artista e costruttore del Battistero di Parma, in cui si esplicita tutta la valenza ieratica dell’architettura sacra, che tramite i suoi glifi esprime l’Idea, la Presenza ed il Ritorno dell’Universale, per l’Universale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua disamina, Claudio Mutti riesce mirabilmente ad evidenziare come la potenza autarchica della struttura, condizionata non solo dalle figure umane, ma da leggi immanenti che si esplicitano tramite le decorazioni, i fragili meandri, le rappresentazioni animali, vegetali e geometriche non sono ornamenti morti, ma espressioni mediatrici di tutto l’edificio, quasi a rafforzare il “kosmos del tempio”, cioè l’ordine interno e la decorazione esterna[1]. E’ possibile ritrovare nell’ermeneutica delle raffigurazione dell’Ottagono, dell’Arbor Vitae, del Leone Solare et similia la necessità di un’adeguata dignificazione, di un reale mutamento ontologico che deve attuarsi in chi ”<em>costruisce e conquista l’Opera</em>” e in chi la contempla, affinché possa risorgere il Sole spirituale ed il Tempio interiore possa essere nuovamente edificato, acquisendo quella <em>Potestas Clavium</em> che, sola, ha la capacità di aprire la Porta che conduce alla <em>Civitas Dei</em>. Emerge a tal punto la dimensione della Fides – forza interna che sostanzia e realizza la virtù -, come viatico verso la Pax e la Iustitia, un percorso architettonico e simultaneamente palingenetico, come lo stesso Mutti evidenzia magistralmente:”<em>Pace e Giustizia sono attributi fondamentali della regalità sacrale conservatisi fin nel Medio Evo ghibellino; ma l’aspetto politico rivestito da questi attributi non deve oscurare il significato superiore, metapolitico, della Pace e della Giustizia, veri e propri archetipi che i differenti linguaggi tradizionali presentano come &lt;&lt;déi&gt;&gt; o come &lt;&lt;nomi divini&gt;&gt; </em>(p. 61 del testo recensito).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/01/MuttiAntelami.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-5171 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/01/MuttiAntelami-226x300.jpg" alt="MuttiAntelami" width="226" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per tale motivo, il Battistero dell’Antelami si presenta più che come un luogo di presenza, come un luogo di visione, cioè un mezzo per la contemplazione del Divino: si ricordi infatti che l’origine del termine sanscrito <em>Veda</em> proviene da <em>vid</em>, cioè vedere, mirare il Tempio Cosmico, che è l’insieme degli esseri della manifestazione. Il vedere, quindi, come segno di sacralità, come <em>status</em> ontologico primordiale, visione come conoscenza effettiva, come realizzazione effettiva:”<em>Secondo questi insegnamenti, dunque, le impronte lasciate sulla pietra rappresentano la &lt;&lt;traccia&gt;&gt; degli stati superiori nel nostro mondo, una loro durevole epifania terrena</em>” (p. 19 del testo recensito).</p>
<p style="text-align: justify;">L’Arte, pertanto, è intesa in senso spiritualmente unitario e superiore, diversamente da  le espressioni d’esistenza che sono state travolte dall’evoluzione modernista, che abbiano subito un processo di desacralizzazione e separazione, essendo essa un processo interiore di sublimazione interiore e non una mera specializzazione di un’erudizione vuota, muta, senza archetipi a cui ispirarsi, dominata dal sentimentalismo, dal perbenismo, dall’irrazionalismo vitalista, come gli ultimi decenni dimostrano, dalla mania per l’originale e financo l’esigenza dell’economico, quindi del commerciale:<em> ”l’uomo ha perduto il suo centro…anche l’arte si allontana quindi dal centro</em>”[2]</p>
<p style="text-align: justify;"> Il carattere contemplativo che si è completamente perduto, per lasciare il campo a produzioni che nulla afferiscono alla sfera dell’alta creatività umana, che è immaginazione e rimodulazione divina e spirituale, ma che hanno assunto funzioni puramente decorative ed ornamentali, si ritrova nel Battistero di Parma e nell’analisi di Claudio Mutti. Si ritrova quel riferimento superiore smarrito, la perdita di un archetipo che più non si è in grado di riconoscere, non per una maggiore complessità di comprensione, ma per la progressiva incapacità che l’uomo moderno ha maturato nel rapportarsi con qualsiasi dimensione del Sacro, quindi anche con l’Arte, che del Sacro è la Teosofia, cioè la conoscenza interiore ed effettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Autore utilizza nella propria analisi tutti i raffinati strumenti ermeneutici della dottrina tradizionale, rivelando insospettate connessioni tra le diverse manifestazioni di diverse tradizioni sapienziali, rimanendo fedele al mandato di un grande studioso dell’Arte d’Oriente e d’Occidente, un grande tradizionalista come Coomaraswamy:”<em>L’arte è a un tempo denotazione, connotazione e allusione; affermazione, implicazione e contenuto; letterale, allegorica e anagogica</em>“[3].</p>
<p style="text-align: justify;">Un testo, codesto di Mutti, per i cultori raffinati del linguaggio ermetico del Medio Evo, che vogliono riassaporare e riconiugare il senso alto dell’estetica alla sacralità del simbolo e del suo magico ed arcano significato: una raffinatezza che si denota dal contenuto, ma anche da come è stato curato il volume, nella sua iconografia, nella sua pregevole stampa…una piccola e preziosa gemma che abbiamo l’onore di conservare nella nostra biblioteca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Recensione a cura di Luca Valentini</p>
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<p>[1] R.A. Schwaller de Lubicz, Il Tempio dell’Uomo, vol. II, Edizioni Mediterranee p. 148ss, in cui si evidenzia la fondamentale necessità di affrontare tali tematiche sempre e comunque con una precisa predisposizione sintetica, che mai diventi immemore del fine ultimo, che è quello del disvelamento dell’aspetto numenico dell’Uomo, che nel Tempio – in tale caso nel Battistero di Parma &#8211; viene simbolicamente rappresentato, affinchè la coscienza divenga autocoscienza.</p>
<p>[2] H. Sedlmayr, Perdita del Centro, Edizioni Borla, Città di Castello, 1983, p. 195.</p>
<p>[3] A. K. Coomaraswamy, La trasfigurazione della Natura nell’Arte, Edizioni Rusconi, Milano 1990, p. 77.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il linguaggio segreto dell’Antelami, Claudio Mutti,</p>
<p>Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2014, pp. 76, € 12,00</p>

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