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	<title>lotta Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>lotta Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Ernesto Guevara, l’eroe romantico che piaceva anche ai fascisti &#8211; Roberto Lobosco</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 04:05:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo lavano, lo pettinano, lo radono e gli mettono un fazzoletto sotto la mascella per non deformargli il viso. Poi lo mostrano al mondo, non ci devono essere dubbi, il “Che” è morto. Morto ma non vinto, perché l’immagine di quel cadavere è troppo potente ed evocativa. Saranno i tempi ricchi di idealismo, sarà che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo lavano, lo pettinano, lo radono e gli mettono un fazzoletto sotto la mascella per non deformargli il viso. Poi lo mostrano al mondo, non ci devono essere dubbi, il “<em>Che</em>” è morto. Morto ma non vinto, perché l’immagine di quel cadavere è troppo potente ed evocativa. Saranno i tempi ricchi di idealismo, sarà che la violenza era considerata ancora un modo per risolvere le grandi questioni e giustificata se serviva a portare equilibrio e giustizia nel mondo, saranno stati quegli occhi ancora pieni di volontà, quella volontà che aveva negli anni plasmato come un’opera d’arte, sarà stato che quel corpo ormai senza vita ispirò la pietà e il rispetto anche ai suoi nemici e un segno di speranza ai suoi compagni di lotta o a chi doveva continuare a compiangerlo o rinnovarne le gesta, ma d’improvviso Guevara assunse le sembianze di un martire e divenne il Cristo di Villagrande. Coricato su quella lastra di cemento ricordò a tutti il Cristo del Mantegna. Non sappiano con precisione perché scelse la Bolivia come terreno di lotta. In quanto straniero non era ben visto da una popolazione con una tradizionale forte identità nazionale accentuata dalla propaganda governativa, avrebbe dovuto immaginare il deciso sostegno militare statunitense, i contadini non appoggiarono la guerriglia anche perché il governo di Barrientos aveva intrapreso una politica di sviluppo economico favorevole ai contadini e concesse estensioni di terra ai <em>quechua</em> e agli <em>aymara</em> e, infine, il partito comunista boliviano, filosovietico, non lo aiutò. Per alcuni<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> in Bolivia stava preparando una scuola d&#8217;addestramento per guerriglieri, per portare in un secondo tempo queste forze a combattere in Argentina. Comunque sia Ernesto Guevara viene catturato l&#8217;8 ottobre del 1967 nella <em>quebrada</em> del Yuro, a pochi chilometri dal villaggio di La Higueira, dopo un conflitto a fuoco. Nonostante fosse ferito ad una gamba, con il fucile fuori uso e il corpo consumato dall’asma e dalla fatica, ancora incute timore. Per giustiziarlo viene estratto a sorte, fra i volontari, un giovane sergente dell’esercito, Mario Terán. Chissà cosa avrà pensato prima di sparargli, quanto alcol avrà ingurgitato prima di premere il grilletto, chissà quali incubi l’hanno attraversato negli anni a venire. Ernesto Guevara muore alla vigilia del ’68 e forse non avrebbe potuto scegliere momento migliore. In fondo <em>“la cosa peggiore che può accadere a un rivoluzionario è vincere una</em> rivoluzione”.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> I giovani di tutto il mondo avevano ora un esempio da imitare. Non molti lo sanno, ma Ernesto Guevara fu un’icona anche di molti movimenti di estrema destra ed ebbe rapporti di stima con Peròn (ammiratore di Mussolini e creatore di uno stato e di una ideologia ispirata al fascismo italiano) e Nasser (che tra l&#8217;altro aveva combattuto al fianco dell&#8217;Asse durante la Seconda guerra mondiale). Jean Cau, noto pensatore conservatore che gli dedicò un bellissimo libro in cui ne raccontava le gesta e i motivi della sua &#8220;<em>passione per il Che</em>&#8220;<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>. Negli anni Sessanta, una parte dell’estrema destra guardava al “<em>Che</em>”, a Fidel Castro e ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo in chiave antirussa e antiamericana. Non è un caso che al momento della sua morte, avvenuta il 9 ottobre 1967, i primi a onorarne la sua figura furono i comici del Bagaglino, cabaret romano di destra, e la prima biografia italiana (da cui verrà tratto anche un film) di Che Guevara<em>, El Che Guevara. Vita e morte del vagabondo della</em> rivoluzione<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>, venne scritta da Adriano Bolzoni, un ex volontario della Repubblica di Salò. È necessario esaminare due aspetti, uno umano e uno politico-ideologico, che giustificano un tale interesse apparentemente innaturale ma che in realtà ci illumina su come le questioni politiche e ideologiche sono più ricche di sfumature e non così schematiche come vorrebbero farci credere. Gli uomini si valutano non solo per le loro idee politiche ma anche per il loro atteggiamento di fronte alla vita. Guevara ha rappresentato un eroe romantico, un guerriero poeta, un moderno don Chisciotte, un uomo che non avuto pietà dei suoi nemici ma che non ne ha mai chiesta per sé stesso. Ha condotto una vita frugale e spartana, ha rinunciato alla comoda vita borghese a Cuba, dopo la rivoluzione, per andare a combattere in Congo e in Bolivia per inseguire il suo sogno, proseguire la sua lotta all&#8217;imperialismo americano e liberare i popoli dalla dittatura del denaro e dallo sfruttamento capitalista e latifondista. Ha dimostrato grande forza d&#8217;animo e una volontà di acciaio per affrontare col suo problema d&#8217;asma tante privazioni e sacrifici. Come spiega Gabriele Adinolfi: <em>&#8220;Non si può non onorare un uomo che abbandona cariche, onori, privilegi per andarsene a vivere tra i monti, nei boschi con i suoi compagni di lotta, passando giornate intere con qualche goccio d&#8217;acqua e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo servizio, non può non essere onorato. Lo detta chiaramente quel sentimento della vita, dell&#8217;onore e del sacro che è alla base dell&#8217;Idea del mondo&#8221;.</em> Dal punto di vista ideologico, la questione è più complessa e interessante. Risulta impossibile dogmatizzare il suo pensiero.<br />
Guevara nasce da una famiglia borghese da cui riceve una formazione cattolica. Il suo stare dalla parte degli ultimi e dei diseredati risentì anche di questa educazione. Il suo nemico principale era il capitalismo predatorio, il culto del denaro e la mercificazione di ogni aspetto della vita. Quando si sostiene che Guevara fosse un comunista è necessario chiarire che il suo era semmai un socialismo sudamericano nazional-popolare che univa patriottismo e giustizia sociale, ed in cui è del tutto assente il materialismo storico e dialettico. Il suo fu quindi un socialismo nazionale, umanista e idealista che contrapponeva ai fattori economici e sociali la costruzione di un “uomo nuovo” i cui valori erano l’amor di patria, il senso della comunità e lo spirito di sacrificio. Il suo percorso personale lo portò a mettere in dubbio tutti i dogmi del marxismo-leninismo in quanto il motore della storia non era più la lotta di classe ma l’uomo, che egli concepiva in modo certamente diverso dai comunisti ortodossi.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a> Guevara pensava, a differenza dei marxisti, che l&#8217;avanguardia rivoluzionaria non fosse il partito e la classe operaia, ma l&#8217;esercito ribelle, l&#8217;élite combattente e guerriera, che rappresentava così la coscienza del popolo. La sua concezione internazionalista era umanitaria, ecumenica, interclassista e quindi assolutamente estranea al marxismo leninismo e al pensiero di Mao, ed è mutuata da Martí, il quale: “<em>….era nato, aveva sofferto ed era morto per l&#8217;ideale che noi adesso stiamo realizzando, e non solo: Martí fu il mentore della nostra rivoluzione, l&#8217;uomo alla cui parola è stato sempre necessario ricorrere per interpretare giustamente i fenomeni storici che stavamo vivendo, l&#8217;uomo alla cui parola e al cui esempio bisognava rifarsi ogni volta che nella nostra pratica si voleva dire o fare qualcosa di importante&#8221;</em>.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a> Inoltre il &#8216;<em>Che</em>&#8216; riteneva che non era sufficiente una equa distribuzione delle ricchezze ma era necessaria una pianificazione centralizzata fondata su criteri sociali, politici ed etici, una morale rivoluzionaria, una educazione e un clima di alta tensione ideale capace di forgiare una nuova gioventù rivoluzionaria anti individualista e anti edonista, dimostrando così la sua presa di distanza dal «<em>socialismo reale</em>» e la ricerca di un&#8217;altra via. Pensava, insomma, che era necessaria una vera rivoluzione interiore, che esaltasse i valori più alti dell&#8217;uomo. Gli incentivi morali avevano quindi tanta importanza, se non di più, degli incentivi materiali. Una tale visione dell&#8217;uomo è in contrasto con il comunismo che mette al primo posto le dinamiche economiche e che è profondamente materialista. “<em>La nostra missione &#8211; egli afferma &#8211; è quella di sviluppare l&#8217;uomo e ciò che di nobile vi è in ciascuno&#8221;.</em><a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a> Stessa concezione, d&#8217;altra parte, l&#8217;aveva anche Josè Antonio, secondo cui «<em>la Falange spagnola non può considerare la vita come una mera serie di fattori economici. Non accetta l’interpretazione materialista della storia. Lo spirituale è stato ed è la molla decisiva nella vita degli uomini e dei popoli»</em>. Per José Antonio <em>il «movimento falangista … deve avere un carattere e un senso ascetico, poetico e militare&#8221;. </em>Il programma politico della Falange spagnola prevedeva, nel contesto di una forma corporativista dello Stato, la riforma agraria con la distribuzione della terra ai contadini, la nazionalizzazione delle banche e del credito, la nazionalizzazione delle grandi industrie e il sostegno alla piccola industria artigianale e familiare. Non rigettava il socialismo, reazione naturale alle ingiustizie del capitalismo, ma ne negava l&#8217;interpretazione materialista dell&#8217;uomo, della vita e della storia e il suo internazionalismo. Scrive Massimo Fini: “<em>Perché ci piaceva tanto, perché ci piaceva più di tutti? Perché il “Che”, con i suoi ideali, con il suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. La nostra, infatti, era la prima generazione che non aveva fatto la guerra, che non l’aveva nemmeno vissuta. Era la prima generazione per la quale la guerra, a causa della bomba atomica, era diventata il tabù supremo, il male assoluto, l’innominabile. Ma noi, come tutti i giovani, amavamo la violenza, rimpiangevamo la guerra, anche se non potevamo dirlo nemmeno a noi stessi. E il “Che” legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni e i cubetti di porfido. Se avesse incontrato nella sinistra extraparlamentare Ernesto “Che” Guevara sarebbe piaciuto molto meno a quella ortodossa. I comunisti rimproveravano a Guevara una certa vaghezza ideologica (mi ricordo in proposito degli sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, il fatto che avesse abbandonato un potere che aveva appena conquistato. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere, senza contare poi che Guevara, con il suo passare da una rivoluzione all’altra, sembrava incarnare troppo da vicino quella “rivoluzione permanente” teorizzata da Trotzskij. E Trotzskij allora era tabù per i comunisti che, nonostante il rapporto Kruscev del ’56, rimanevano profondamente, intimamente stalinisti. Insomma, ai comunisti ortodossi Guevara non piaceva proprio per quei motivi per cui noi lo</em> amavamo”.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>Non è quindi un caso se non tardò molto a rompere i suoi rapporti con l&#8217;Unione Sovietica. I motivi furono molti. In primo luogo, la delusione per il ritiro dei missili da Cuba durante la crisi dei primi anni &#8217;60. In secondo luogo, egli riteneva che il sistema sovietico fosse inefficiente, pieno di sprechi e di burocrazia. In terzo luogo, riteneva che quel sistema portasse all&#8217;alienazione dell&#8217;uomo e del lavoratore (“<em>Da molto tempo l&#8217;uomo cerca di liberarsi dall&#8217;alienazione per mezzo della cultura e l&#8217;arte. Egli muore ogni giorno durante le otto e più ore in cui agisce come merce, per poi risuscitare nella sua creazione spirituale</em>”)<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>. Infine, durante un discorso in Algeria nel 1965, sostenne che l&#8217;Unione Sovietica si comportava come i paesi capitalisti sfruttando i popoli più poveri e sottosviluppati. “<em>Se l&#8217;internazionalismo proletario guidasse gli atti dei governi di ogni paese socialista (&#8230;) sarebbe un successo. Ma l&#8217;internazionalismo è sostituito dallo sciovinismo (della grande potenza o del piccolo paese) o la sottomissione all&#8217;Urss (&#8230;). Questo distrugge i sogni onesti dei comunisti del mondo». </em>Il viaggio di Fidel in Unione Sovietica, nel 1963, e il suo accordo con Krusciov per trasformare Cuba nello zuccherificio del mondo comunista fu un colpo mortale per i piani industriali ed economici del “<em>Che”</em>, il quale voleva far uscire Cuba dalla monocoltura dello zucchero in quanto si rischiava di perpetuare la dipendenza da un paese straniero, anche se era l’Urss e non più gli Usa. In una lettera del 1965 ad Armando Hart (ministro cubano della cultura), critica duramente il «<em>conformismo ideologico</em>» che a Cuba si manifesta nella pubblicazione di manuali sovietici per l&#8217;insegnamento del marxismo: “N<em>on ti lasciano pensare: il Partito l&#8217;ha già fatto al tuo posto e tu devi solo digerire la lezione». </em>Nelle<em> “Note critiche” </em>al <em>“Manuale d&#8217;economia politica dell&#8217;Accademia delle scienze dell&#8217;Urss</em>” aveva già elaborato una critica dello stalinismo: <em>“Il terribile crimine storico di Stalin fu l&#8217;aver disprezzato l&#8217;educazione comunista e istituito il culto illimitato dell&#8217;autorità”.</em> Ormai deluso dall’Unione Sovietica e dal suo dogmatismo ideologico rilancia il primato della politica. Guevara si indigna per le ingiustizie in America Latina, combatte contro l&#8217;imperialismo capitalista e americano, procede all’esproprio delle società straniere, vuole una riforma agraria che ripartisca la terra fra i contadini (con la riforma del &#8217;59 il governo rivoluzionario cubano nazionalizza tutti i possedimenti agricoli di estensione superiore ai 400 ettari), crede nella guida delle aristocrazie guerriere, punta a una rivoluzione morale e vuole con l&#8217;indipendenza economica raggiungere la libertà politica, evocando gli stessi valori dell&#8217; autarchia fascista. Questi elementi spiegano perchè il &#8220;<em>Che</em>&#8221; abbia riscosso successo e ammirazione anche “<em>a destra</em>”, visto i tanti punti originali del suo socialismo nazionale. Superficialmente era di “sinistra”, ma in un senso più ampio era un esteta e un combattente, più che al proletario di Marx si avvicina a D&#8217;Annunzio, Lord Byron o al super uomo di Nietzsche. Fu un avventuriero, un idealista e un solitario. Scrive in una lettera ai suoi genitori: “<em>Molti mi diranno un avventuriero, e lo sono; solo che di un tipo diverso, di quelli che rischiano la pelle per dimostrare le proprie</em> verità&#8221;<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>. Nel 1955 si unì a Castro <em>“per un vincolo di romantica simpatia e la considerazione che valeva la pena morire su una spiaggia straniera per un ideale così</em> puro<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><sup>[11]</sup></a>.” Non era certo un pacifista, amava guerra e armi, unico strumento con cui combattere il Potere, non certo chiacchere, riunioni, partiti politici o sindacati e libere elezioni. È stato più un rivoluzionario sociale che ideologico, nel comunismo ha trovato uno strumento politico per la sua sete di giustizia sociale ma per molti aspetti ne è stato un eretico per il suo idealismo. Fu un sacerdote laico della rivoluzione che ha combattuto in nome di una visione del mondo in una logica tutta <em>evoliana</em> per cui &#8220;<em>la vera patria sta nell&#8217;idea</em>&#8220;. Incarnò un socialismo retorico e patriottico il cui famoso slogan fu “<em>patria o muerte”. </em>Senza necessariamente aderire al suo impianto ideologico, è difficile non sentire la giustezza della lotta di liberazione dei popoli latino americani dall&#8217;oligarchia americana e capitalista e non ammirare la sua etica eroica. “<em>Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente</em> sovrana<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>», diceva Peròn. E sembra di sentire Guevara. Comunque la si pensi, la peggiore mancanza di rispetto nei suoi confronti è il proliferare di gadget e magliette con la sua effige, l&#8217;aver commercializzato la sua immagine e averne fatto un prodotto di mercato di quel capitalismo che ha sempre combattuto fino a morire. Guevara ha diagnosticato bene le problematiche dell&#8217;America Latina, anche se forse non tutte le soluzioni proposte erano adeguate in quanto non arrivò a comprendere il valore della Tradizione. La morte prematura lo ha forse fortunatamente sottratto dalle responsabilità del potere e della sua utopia, del suo sogno applicato alla realtà. Come per Josè Antonio e Codreanu, la morte gli ha dato gloria e vita eterna, l&#8217;ha reso immortale. “<em>Il suo destino, a differenza di quello di molti suoi contemporanei, era quello di morire come avrebbe voluto e di vivere la vita che aveva</em> sognato”<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><sup>[13]</sup></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">BIBLIOGRAFIA ORIENTATIVA</p>
<p style="text-align: justify;">ANDREA VIRGA, <em>CUBA. DIO, PATRIA E SOCIALISMO</em>, NOVAEUROPA EDIZIONI, 2017</p>
<p style="text-align: justify;">ERNESTO GUEVARA<em>, I DIARI DELLA MOTOCICLETTA</em>, MONDADORI, 2021</p>
<p style="text-align: justify;">JEAN CAU<em>, UNA PASSIONE PER IL CHE</em>, VALLECCHI, 2003</p>
<p style="text-align: justify;">JUAN DOMINGO PERON, <em>L’ORA DEI POPOLI</em>, IL BORGHESE, 2013</p>
<p style="text-align: justify;">GEORGE CASTANEDA<em>, COMPANERO</em>, MONDADORI, 1999</p>
<p style="text-align: justify;">FEDERICO GOGLIO, <em>PATRIA O MUERTE. CASTRO, GUEVARA E LE ORIGINI NAZIONALISTE DELLA RIVOLUZIONE</em>, RITTER, 2014</p>
<p style="text-align: justify;">MARIO LA FERLA, <em>L’ALTRO “CHE”. ERNESTO GUEVARA MITO E SIMBOLO DELLA DESTRA MILITANTE,</em> STAMPA ALTERNATIVA, 2008</p>
<p style="text-align: justify;">NOTE</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> José Luis Alcázar. <em>Ñacahuasu, la Guerrilla del Che en Bolivia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cau Jean, <em>Una passione per il Che, </em>Vallecchi, Firenze, 2004</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> J. Cau, <em>Una passione per il Che, </em>Vallecchi, Firenze, 2004</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> <em>Bolzoni A., El Che Guevara. Vita e morte del vagabondo della rivoluzione, </em>Trevi, 1967</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> In un intervento all&#8217;Onu, nel dicembre &#8217;64, afferma: `”<em> La mia storia di rivoluzionario è breve: comincia realmente sul `Granma&#8217; (il battello su cui erano imbarcati gli 82 rivoluzionari che vanno a liberare Cuba dalla dittatura di Batista) e continua tuttora. Non ho mai appartenuto al partito comunista fino ad oggi che sto a Cuba&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Guevara, Apologia di Martí, 28 gennaio 1960 in Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Einaudi Editore, p. 747</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Guevara, Curiamo i feriti, in <em>Scritti, discorsi e diari di guerriglia,</em> Einaudi editore 29 aprile 1962, p.112</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> M. Fini, <em>Il Che, ultimo mito del ’68, </em>26 ottobre 2018</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Guevara, Il socialismo e l&#8217;uomo a Cuba, marzo &#8217;65, in Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Einaudi editore, p. 716</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Guevara, Lettera ai genitori, 1° aprile 1965, in Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Einaudi editore, p. 1455</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Guevara, La guerriglia a Cuba, 4 dicembre &#8217;59 in Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Einaudi editore, p.10</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> I 20 punti del &#8220;Manifesto del Partido justicialista&#8221; furono enunziati nel 1950 da Perón.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> J.G. Castañeda, Compañero, <em>Vita e morte di Ernesto Che Guevara,</em> Mondadori, Milano, 1997, p.426</p>

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		<title>Evola, l’«Ordo Templi Orientis» e la lotta di classe &#8211; Giuseppe Acerbi &#8230; in memoria!</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/evola-lordo-templi-orientis-e-la-lotta-di-classe-giuseppe-acerbi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Aug 2019 06:54:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia delle Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[classe]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acerbi]]></category>
		<category><![CDATA[Julius Evola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione della prematura scomparsa dello storico delle religioni Giuseppe Acerbi, il prof. Ezio Albrile (di cui il lettore troverà un ricordo al termine di questo saggio), suo amico fraterno, ci ha trasmesso questa sua pubblicazione inedita. Che l&#8217;anima dello scomparso possa riposare in pace. La Redazione. I. Evola cita Crowley con evidente ammirazione nei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione della prematura scomparsa dello storico delle religioni Giuseppe Acerbi, il prof. Ezio Albrile (di cui il lettore troverà un ricordo al termine di questo saggio), suo amico fraterno, ci ha trasmesso questa sua pubblicazione inedita. Che l&#8217;anima dello scomparso possa riposare in pace. La Redazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I</strong><strong>.</strong><br />
Evola cita Crowley con evidente ammirazione nei due capitoli finali del pur bellissimo, per altro verso, ‘Metafisica del sesso’. Ma purtroppo mostra di confondere l’iniziazione col sabba. Anche per il fatto della paralisi la versione ufficiale è quella del bombardamento, mentre si trovava in Austria [nell’originale, sbagliando, dicevo Germania]. In questo caso credo che la versione ufficiale sia quella giusta, altro non saprei. Mi risulta che Evola fosse comunque impegnato con giovani fanciulle [lo afferma persino un personaggio femminile d<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/08/A-2-2.jpg"><img decoding="async" class="alignright wp-image-38109 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/08/A-2-2-214x300.jpg" alt="" width="184" height="258" /></a>el ‘Salò ovvero le 120 giornate di Sodoma’ di P.P. Pasolini] e quanto scrive in proposito nel libro suddetto non è rassicurante. Non voglio fare il moralista, il problema è un altro. Che Evola confonde i riti iniziatici veri, di tipo shaktico, con quelli di tipo tantrico-satanico. Tant’è che allude al coltello sacrificale con parole oscure, non degne di un vero sadhaka. Le ragazze consumate da Crowley e De Sade, che Evola voleva spacciare come shakti incapaci di elevarsi e resistere alle passioni della controparte maschile, erano delle povere giovani oggetto di torture fisiche e psicologiche. Come ancor oggi accade a chi è sottoposto ai metodi del mind-control. I metodi prima erano meno tecnologizzati, ma lo sostanza è rimasta immutata. Di queste cose gli evoliani in genere non parlano, si occupano solamente delle sballate teorie politiche che caratterizzavano lo scrittore siciliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Evola è conosciuto come il tradizionalista per eccellenza in Italia, ma non era un tradizionalisa ortodosso. In effetti, nel mondo luciferiano il culto della Tradizione – intesa quale semplice trasmissione dei miti e dei riti del passato, senza l’essenziale aggiornamento spirituale – ha sempre avuto un particolare seguito, come dimostra quel che sappiamo della Skulls and Bones statunitense. La Tradizione vera tuttavia è altra cosa, è legata a catene iniziatiche che vanno molto addietro nel tempo, fino ai primi uomini. A meno d’intendere per Tradizione il Satanismo, che è effettivamente ricollegato anch’esso ad antichi cerimoniali, ma in modo distorto e malefico. Vi è poi l’Occultismo, che è ancora altra cosa. Una contraffazione bella e buona, senza neppure quella patente di seriosità che ha il Satanismo. Sbaglia profondamente chi afferma che tutte le iniziazioni hanno un carattere deviato. Quella che io ho personalmente ricevuto da un guru indiano non è assolutamente deviata, ha un carattere invece genuino. Il fatto semmai è che quasi tutto, a mio parere tutto, in Occidente oggigiorno è deviato in tal campo.</p>
<p style="text-align: justify;">II.<br />
La lotta di classe è il sottoprodotto della società moderna in disfacimento. L’idea che tutte le classi debbano trasformarsi in una sola è aberrante. Ciascuna ha le sue caratteristiche proprie. La suddivisione in Varna (‘Colori’, il termine ‘Caste essendo un termine improprio d’origine latino-portoghese) non dipende dal dominio e dalla sopraffazione cui Tu ed altri sembrate alludere, si basa sul fattore astrologico: Aria, Fuoco, Acqua, Terra. Questi sono i Varna venerati dagli Indoiranici e dai… Greci. Non altro. Rispetto ai 4 Elementi è possibile teorizzare una Supercasta originaria, quella sì realmente unica, donde tutte le altre sono originate. Secondo il mito palingenetico il ritorno imminente del ‘Nuovo Apollo’ (“iam redit et Virgo”, diceva Virgilio, in senso astrale) cui alludeva la IV Ecloga, avrebbe determinato la ricostituzione di un novello Eden. Colla conseguente formazione di un’unica supercasta dai tratti eterici e quintessenziali. Marx, da buon sionista (in senso modernistico) non era anche lui che un satanista. Infatti ha distorto tale principio a livello demonico e lo ha tramutato nella “società finale senza classi”. Ma, come ripeto, è la distorsione di un vero mito tradizionale. La Tradizione in ogni caso appartiene a tutti gli uomini, non ai ceti più abbienti. Come costoro fanno credere, ingannando. La Tradizione è la trasmissione umana della Rivelazione concessa ad Adamo nei primordi e Adamo significa ‘Uomo’. Non la lotta di classe serve, bensì la solidarietà verso tutte le classi sociali. Come insegnava Menenio Agrippa a Roma. Il vero conformismo è ripetere le cose dette da altri senza capirle sino in fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’oligarchia era considerata da Platone una tirannide e Platone faceva testo per tutti i Greci. Attribuire delle motivazioni economiche a tutti i fatti umani è errato. La società muta perché cambiano le idee. Persino il marxismo fa fede nel mutamento di idee, pur blaterando che è stata l’industrializzazione a cambiare volto al mondo. I paletnologi d’impostazione marxiana d’altronde, come… G.Childe, attribuiscono al Neolitico la formazione delle Caste. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/08/A-3-2.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-38110 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/08/A-3-2-300x300.jpg" alt="" width="268" height="268" /></a>Cosa del tutto falsa. La verità, testimoniata dai miti e dalle leggende tradizionali, è che le Caste alludono al mutamento costante cui è stata sottoposta l’umanità in tutta la sua storia. Vale a dire, se ne è formata una alla volta. Prima la supercasta, poi il clero (versato nello sciamanismo), indi la nobiltà; in seguito è nata la borghesia ed, alfine, la servitù. Secondo un processo ciclico, dovuto sia a cause storiche sia a cause superstoriche. È vero che dei diversi mezzi di produzione economica hanno accompagnato codeste fasi umane, ma se ciò è avvenuto è stato solamente come sviluppo di date potenzialità insite nell’orda originaria, non come fattore trainante.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, effettivamente, persino la nomenclatura divina e l’ordine gerarchico dei numi ha a che fare coi mezzi di produzione (dei oceanici dei pescatori, dei agrari degli orticoltori, dei delle piogge degli orticoltori avanzati ecc.), ma è sempre stata la cultura in senso spirituale – non antropologico – il veicolo determinante dello sviluppo umano. Ecco perché il sacerdozio ha sempre dominato, in quanto deteneva la cultura. E non lo faceva opportunisticamente quale instrumentum regni, come talvolta ha fatto in passato il clero cristiano. Lo faceva magistralmente, come i brahmani indiani o i sacerdoti toltechi. L’idea di veder dappertutto e in ogni tempo uno sfruttamento sociale dei miseri, delle donne, dei popoli inferiori è un‘idea peregrina di stampo modernistico. Non corrisponde alla realtà, se applicata all’Antichità. Le distanze sociali erano minime rispetto ad oggi. Faccio un esempio. Fra i Pellerossa quali erano le caste dominanti? E’ molto difficile stabilire delle differenze. E se differenze vi erano, erano più o meno quelle idealmente stabilite da Platone nella ‘Repubblica’, modello di tutte le utopie successive. Platone stabiliva 4 Classi, che altro non sono che i Quattro Stati feudali o le Quattro Caste indù. Le differenze non sono destinate a durare in eterno. Oggi non è più tempo di caste e in questo erra la Destra, senza per questo dover ammettere la teoria marxista. Tutte le classi sociali sono destinate ad essere riassorbite in una nuova umanità senza classi, per superamento verso l’alto delle stesse, non per defezione ed annichilimento delle classi superiori.</p>
<p>Giuseppe Acerbi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricordo di Giuseppe Acerbi<br />
(17 gennaio 1951- 6 giugno 2019)</p>
<p style="text-align: justify;">Un corpo dimenticato in una casa dove abbondano gatti e qualche cane, ritrovato dopo quasi un mese dal trapasso. Non siamo in una anonima metropoli da un milione di abitanti ma in un minuscolo paesino da un centinaio di anime: nessuno si è accorro di nulla, in morte come in vita. Nessuno si era accorto di chi realmente fosse Giuseppe («Pino» per gli amici) Acerbi, geniale orientalista, scrittore – e in gioventù anche esordiente regista -, ma per i compaesani solo una presenza «strana», marginale, se vogliamo servirci di questo termine pur non avendone ancora valutato appieno la portata.</p>
<p style="text-align: justify;">Al Liceo, Giuseppe Acerbi è già un ribelle; siamo negli anni ’70, quelli della contestazione, le sue provocazioni sono raccolte da un importante e allora esordiente giornalista musicale, Mario Luzzatto Fegiz. A queste prime esperienze faranno seguito tra il 1971 e il 1977 i classici viaggi in Oriente (India e Iran) e in Africa, e l’autoproduzione di un film in 16mm ispirato al mito anatolico (ittita) di Kessi. Il film, originariamente girato in b/n (negli anni ’90 rielaborato anche in una versione ricolorata) verrà presentato in diversi festival, senza purtroppo ricevere l’attenzione che merita.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni che vanno dal 1978 al 1984 vedono l’Acerbi impegnato ad approfondire le tematiche legate alle religioni e alle filosofie orientali. Si laurea all’Università di Venezia Ca’ Foscari in Indologia con il prof. Gian Giuseppe Filippi, con una monumentale tesi sulle origini indiane (principalmente il Mahābhārata) del Kālacakra. Una tematica legata all’avvicendarsi dei cicli cosmici, che segnerà in maniera profonda gli studi a venire. Dopo una breve collaborazione con il Dipartimento di Lingue e Letterature Orientali sempre dell’Università di Venezia, Acerbi inizierà una intensa attività pubblicistica che non sempre avrà riscontri positivi da parte degli editori.</p>
<p style="text-align: justify;">Acerbi studia le fonti mitologiche del Medio ed Estremo Oriente con l’intento di svelare relazioni e analogie con l’epica del Medioevo romanzo. Una dimensione «comparativa» nella quale gli avvicinamenti e i paralleli assumono un significato completamente nuovo. Si pensi ad esempio ai cicli leggendari hindu e buddhisti legati alla versione orientale del Castello del Graal, cioè il Monte Meru. Collocato al centro del mondo, il Meru viene talora raffigurato a gradini e circondato dall’acqua; intorno vi ruotano il Sole e la Luna. Su di esso è intronizzato il Buddha con i suoi Bodhisattva, mentre la Fenice vaga sotto gli alberi. In un altro mito c’imbattiamo nella figura del Pescatore associato al Monte, al modo che il «Re Pescatore» lo è al Castello del Graal. È un motivo che l’Acerbi ha studiato esaustivamente in tante pubblicazioni. Basti ancora ricordare l’iconografia del Monte Meru circondato dalle acque dell’Oceano, sulle quali il Pescatore naviga nella sua Barca: un’epifania del dio Brahmā, un «Pescatore di Luce» talora duplicato nell’Avatāra del dio Viṣṇu noto come il «Pesce d’Oro», funzione in origine rivestita da Brahmā. È il custode della Montagna Sacra, nonché il suo gnomone o dominatore. Tutti questi esempi esprimono coerentemente un simbolismo unico: il «ricordo» di una forma ideale di esistenza e il «ritorno» a una condizione di perfezione interiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il luogo della libertà è ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. La vicenda di Giuseppe Acerbi, ribelle alla filologia ingessata e alla storia delle religioni incardinata su forme avulse del sentire, è emblematica per chi da un punto di vista «illuminato» ha tentato di creare una nuova ortodossia, questa volta fondata su norme editoriali e diacritici. Acerbi non ha mai accettato tutto questo, anche se i suoi lavori esprimono una acribia e una precisione infinite.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero, come pensavano Buddha, Platone e Shakespeare, che l’universo è un gioco di illusioni, e noi ne siamo le infime ombre teatrali, allora ogni evento si dissolve nella propria vacuità. Ma gli umani fantasticano, delirano, giocano senza sapere cosa stanno realmente facendo, esibiscono il gigantesco ego, ripongono la loro fiducia nel progresso, si credono immortali. Nell’agosto del 2007, l’Ufficio statale cinese per gli affari religiosi approvò l’«ordinanza numero cinque», una legge che doveva entrare in vigore il mese successivo e che regolava «le misure di gestione della reincarnazione di Buddha viventi nel buddhismo tibetano». Questo «importante passo per istituzionalizzare la gestione della reincarnazione» stabiliva le procedure attraverso le quali si compiva la reincarnazione – in breve, proibiva ai monaci buddhisti di reincarnarsi senza permesso governativo: nessuno fuori della Cina poteva influenzare il processo di reincarnazione, e solo i monasteri in Cina potevano fare domanda per averne il permesso.</p>
<p>Ezio Albrile</p>

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		<title>La lotta per le “terre rare” e le contraddizioni della crescita pulita &#8211; Francesco F Marotta</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jul 2018 14:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco F Marotta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È finita l’era dell’industria inquinante e del paradigma dei grandi distretti industriali. Siamo alle prese con una vera e propria guerra per il predominio delle “terre rare”. Un gruppo di minerali, composto da una quindicina di elementi conosciuti anche come lantanidi, denominazione che deriva da uno di essi, il Lantanio. Dai nomi insoliti per citarne [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È finita l’era dell’industria inquinante e del paradigma dei grandi distretti industriali. Siamo alle prese con una vera e propria guerra per il predominio delle “terre rare”. Un gruppo di minerali, composto da una quindicina di elementi conosciuti anche come lantanidi, denominazione che deriva da uno di essi, il Lantanio. Dai nomi insoliti per citarne alcuni, quali l’ittrio, promezio, samario, gadolinio, lutezio, europeo, ecc… Ai più non dicono nulla se non ricordargli un’assonanza con dei nomi propri e le bizzarrie genitoriali che vanno per la maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa famiglia allargata è una vera e propria fonte di approvvigionamento, in grado di alimentare l’odierno capitalismo. La rivoluzione digitale e le linee guida della transizione energetica, incardinate sull’implementazione tecnologica, dettano i tempi del modello della crescita pulita. Ma non è tutto argento quello che luccica, dato il colore argenteo dei minerali in questione: la lotta di potere per le materie prime che servono per la produzione degli smartphone, delle nuove tecnologie hi-tech, per le turbine eoliche, le auto elettriche ed i missili “intelligenti”, è in pieno svolgimento.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina è la maggiore beneficiaria dell’estrazione e produzione delle “terre rare” e, per fare un esempio, la sola Francia gli affida più del 40% delle sue risorse senza tener conto della tipologia di estrazione e, in più, del pessimo sistema di riciclo dei RAEE (rifiuti elettronici) che non supera l’1% annuo. Ma a contendersi il mercato ci sono anche gli Stati Uniti. Finito il periodo florido di maggior produttore degli anni ’80, e scacciato il breve ricordo della chiusura della miniera di Mountain Pass nel 2002, sancendo de-facto il monopolio cinese, adesso vogliono tornare ad avere un ruolo preminente.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/M-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-29283 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/M-2-1-300x239.jpg" alt="" width="300" height="239" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma affrancarsi dalla dipendenza cinese, come dimostra la scaramuccia dell’8 luglio 2010, che per poco non scatenò un disastro internazionale a causa dell’annuncio di Pechino sul taglio delle esportazioni, non è un’impresa facile. Lo stesso discorso vale per l’Europa che sta investendo in iniziative diplomatiche per ridurre la dipendenza dalla Cina, sulle energie a basse emissioni di carbonio, nelle fonti rinnovabili e nella creazione di start-up per ridurre l’importazione di “terre rare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo se gli sforzi europei, tengano presente del rovescio della medaglia. Ovvero, il lato oscuro, all’ombra delle tecnologie verdi e digitali. Non è un mistero che la produzione di un’auto elettrica richiede l’utilizzo di quell’energia convenzionale che si vorrebbe ridurre, immettendo nell’aria tanto CO2 da far impallidire un vecchio diesel. E soprattutto in Italia, dopo aver scoperto i due giacimenti di “terre rare” più grandi d’Europa, in Toscana e Liguria, l’auspicio è di trovare nelle nostre sabbie marine, un giacimento di 16 tonnellate come è successo in Giappone. Giusto per affrancarci, definitivamente, dalla corsa “all’oro hi-tech”.</p>
<p style="text-align: justify;">Motivo per cui l’Italia, erroneamente, continua ad infischiarsene del pesante equilibrio ecologico dei nostri modi di vita, tanto da sottovalutare la logica dei pesci rossi nella boccia di vetro. Quella della produzione di un “benessere” inesistente e della realtà del dover sopravvivere; entrando a piè mani, nell’ingranaggio dell’aumento energetico, cioè materiale, mascherati da green economy e da economia circolare. Delle economie, sempre meno verdi e sempre più economiciste.</p>
<p>Francesco F Marotta</p>

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		<title>Epitaffio per un imbecille &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 May 2018 15:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Battiato]]></category>
		<category><![CDATA[Drieu la Rochelle]]></category>
		<category><![CDATA[epitaffio]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[imbecille]]></category>
		<category><![CDATA[lotta]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Michele Merlino]]></category>
		<category><![CDATA[nietzsche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ancora da studente ebbi modo di cimentarmi con un breve scritto, formato iniziale da volantino, titolo provocatorio (non troppo) Epitaffio per un imbecille. Nel corso degli anni vi sono tornato sovente, con le necessarie e mirate modifiche, in cerca di sempre nuovi bersagli. Come sparare sulla Croce Rossa. Non mancano imbecilli e falliti quali obiettivo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ancora da studente ebbi modo di cimentarmi con un breve scritto, formato iniziale da volantino, titolo provocatorio (non troppo) Epitaffio per un imbecille. Nel corso degli anni vi sono tornato sovente, con le necessarie e mirate modifiche, in cerca di sempre nuovi bersagli. Come sparare sulla Croce Rossa. Non mancano imbecilli e falliti quali obiettivo (‘il mondo n’è pieno’, osservava, aristocratico ed ironico, già negli anni Trenta, lo scrittore Drieu la Rochelle). Ultimo un ‘collega’ di Lotta Comunista, in giacca e cravatta, arrogante e presuntuoso, colto culo all’aria in macchina mentre si scopava una sua (niente male) allieva. Non per questo, ovviamente, ma per il becero e conformista antifascismo ebbe il suo momento di gloria sulla facciata esterna del liceo in un poster giallo ocra. La storia ruota ormai, gracchiante 78 giri, e la si misura<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/05/M-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-27678 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/05/M-2-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" /></a> intorno al perimetro di filo spinato e baracche ad Auschwitz. Di questo soltanto si curava il laboratorio di storia, a me – ovviamente e rigorosamente – interdetto. Chi, infine, fosse dietro il recinto&#8230; aguzzini (?) e vittime (?) si confondono nel tratto così tra chi si paluda da erogatore di verità storiche (ignaro di Nietzsche e dintorni) e la noia lo sbadiglio il rigetto dal banco.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dagli esordi questo Epitaffio volle essere contro quel borghese che si sottace in ciascuno di noi (tanto simile all’animale che è in me, a dirla con una vecchia canzone di Franco Battiato) e si maschera da onestà e perbenismo, quale garanzia di scorrere i giorni e gli anni in alveo tranquillo e protetto (‘Da ragazzo non ha mai rotto un lampione con una sasso né un pregiudizio di sua iniziativa’, ad esempio). E, anonimo in vita e senza alcun rimpianto da morto, noi – irriverenti, concludevo – l’abbiamo saputo lo stesso e bevuto molto alcool sulla sua tomba e giurato, con la solennità grave degli ubriachi, di non finire come lui, preservando gli ideali che ci rendono liberi e i sogni che ci mantengono giovani&#8230; Di recente quell’imbecille s’è trasformato, con medesimo accento e intento medesimo, in tutti coloro che ho definito ‘indecenti e servili’. Attraverso il parametro a me caro di ritenere le emozioni antecedenti la ragione – insomma quello stile che si misura nell’esistenza, messa al servizio dell’Idea, la sola per cui vale la pena vivere e in suo nome donarsi. Un’Idea che nasce e si traduce in azione per non decadere in alibi compromesso saccente intellettualismo vile e patetico. Azione che si rende tutt’uno Idea, in carne e ossa e sangue. Bastoni e barricate sono premessa (santo il manganello degli squadristi anche se poi relegati alla periferia del Fascismo) e nutrimento del nostro costruire imperi di carta – a bruciare le navi, dando voce ad una conquista senza ritorno e soltanto dopo si dona il Messico ai sovrani di Spagna. (Alcuni esempi da me trattati. Peppe il Matto e la pretesa di trovare lode a Mussolini nelle opere di Nietzsche, Zambo al Colle Oppio con il busto del Duce su una spalla e la bomba a mano a difenderlo, il camerata di Gambettola in eterna camicia nera e in sola compagnia dei suoi due doberman, Gina, ausiliaria in servizio permanente effettivo, con incrollabile senso del ‘dovere’ che le ha fatto affrontare e l’umiliazione e lo stupro per mano partigiana, il Piccolotto, che bussa alla mia porta, pronto ad andare anche da solo ad attaccare manifesti, Franco, il marò del btg. Lupo della XMAS, che difende la pistola da agguato gappista beccandosi un proiettile nel polmone&#8230;). Non le parole, il gesto ciò che permane.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre Drieu la Rochelle, nel suo romanzo più compiuto, Gilles, nelle pagine conclusive, racconta di un pugno di volontari europei che vanno a battersi – e a morire – nella guerra civile spagnola, a fianco di Franco e della Falange. E, descrivendoli, tiene a precisare che non occorre siano degli intellettuali perché altro li rende ‘comunità’, il loro stare insieme pur essendo sostanzialmente degli sconosciuti, il senso del sacrificio fino a quello estremo. Tanto più il pericolo insorge tanto più si cimenta lo stare insieme. Non conta l’uno sia francese (il protagonista) altro irlandese ed altro ancora polacco e forse qualcuno d’altra nazione (cito a memoria). La comunità nasce da questa comunione d’intenti, dove sangue e spirito si identificano, le diversità il vissuto di ciascuno la storia personale ignota, pregi ed errori compresi. Le idee un pretesto, nobile ed alto, il comune sentire di stringere presto il calcio del moschetto l’alfa e l’omega&#8230; 25 aprile, Campo della Memoria. Siedo su una panchina di pietra, all’ombra, le gambe faticano a tenermi in piedi (e pensare che un tempo, non troppo lontano, facevo ore di cammino per sentieri boscosi), distante dallo spazio centrale della cerimonia. Perché siamo troppo diversi, mi dice sollevato, a giustificare più se stesso che la mia freddezza al dialogo, al riannodare i fili di una passata amicizia. La diversità di carattere può essere un valore aggiunto, penso, è il comportamento che non si concilia. E’ ciò che prende nome quale mancanza di stile. Irrecuperabile. E, non<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/05/M-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-27679 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/05/M-3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>ostante mi picchi di vanità (sciocco contributo ai troppi libri letti) e del suono della mia stessa voce, un verso sì ma come il mio amico Cyrano, l’abile spadaccino dal grande naso, lo vorrei scrivere con la punta della spada per marcare l’arroganza dei tanti ‘indecenti e servili’. Quei provinciali, botoli ringhiosi (così Dante, uomo del suo tempo, aspro e rissoso, definiva gli aretini, ma il suo linguaggio s’è reso capace d’essere universale), sgraziati nei modi e nella fisiognomica, fra i palestrati e tatuati di ultima generazione per emergere ‘testa pensante’, in cerca di quel serto d’alloro che doni loro quale primato esclusivo della propria genetica nientità.</p>
<p style="text-align: justify;">All’atto pratico maestrini senza la penna rossa sul cappello (Cuore di De Amicis) ma giudici severi su chi merita e su chi no entrare alla loro corte. I tanti ‘indecenti e servili’, di cui ho trinciato sovente vanità e miserie, appagati da taglia e incolla vecchie distinzioni sciatti cruciverba le brume del Nord contro solarità mediterranea aria stantia di cui ci venne noia e disgusto già molti anni addietro ad opera del nume tutelare – ebreo e comunista – d’ogni rivisitazione, il prof. Renzo De Felice, che si adoperò a salvare Mussolini mentre il Fascismo da considerarsi simile a contenitore vuoto e, in fondo, un po’ cialtrone, guitto e saltimbanco, da assolvere di contro al luciferino ‘male assoluto’, in divisa feldgrau la doppia runa con il rosso e il bianco e il nero dei suoi vessilli al vento e lungo le strade d’Europa. Del resto – mi sforzo d’essere prodigo d’insulti ma pure di perle ai porci – cosa me ne importa? ‘Ah, come soffia il vento&#8230;’ (Ricordi il vecchio 45 giri in quel buco, secchi di colla rotoli di manifesti manici di scopa, alle pareti Mao e Stalin e l’inossidabile e sempre affascinante volto del Che, tu dai lunghi capelli biondi ed io in camicia nera, nei pressi di piazza delle Erbe&#8230; giorni mitici, anno ’68). Saranno i botoli ringhiosi e gli indecenti e servili spazzati via e di loro non si conserverà memoria alcuna&#8230; ed io con loro. Epitaffio per un imbecille.</p>
<p>Mario Michele Merlino</p>

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