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	<title>libri Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>libri Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Sisifo liberato &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Feb 2024 00:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> «…c’è niente di più stupido che il voler portare continuamente un fardello che si può gettare?» (Voltaire) V’è ancora chi crede di poter migliorare il mondo col fare qualcosa. Più pessimista, Voltaire pensava che, per quanto facciamo, morendo lasceremo questo mondo tanto cattivo e stupido quanto l’abbiamo trovato nascendo. E forse dovremmo dire lo stesso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm;margin-bottom: .0001pt;text-align: right" align="right"> «…c’è niente di più stupido che il voler portare continuamente un fardello che si può gettare?»</p>
<p style="margin: 0cm;margin-bottom: .0001pt;text-align: right" align="right">(Voltaire)</p>
<p style="text-align: justify">V’è ancora chi crede di poter migliorare il mondo col fare qualcosa. Più pessimista, Voltaire pensava che, per quanto facciamo, morendo lasceremo questo mondo tanto cattivo e stupido quanto l’abbiamo trovato nascendo. E forse dovremmo dire lo stesso di chi s’illude, leggendo, di poter migliorare sé stesso.</p>
<p style="text-align: justify">In genere, più che una salutare abitudine, leggere è infatti un vizio, come il mangiar troppo, l’ubriacarsi, il prender farmaci ecc. Non rinforza lo spirito, ma lo ingrassa. Come l’alcol, compromette la nostra percezione della realtà, provoca allucinazioni. Come i farmaci, sopprime i sintomi di una vita squilibrata senza curarne il male alla radice.</p>
<p style="text-align: justify">Se al corpo giovano una dieta frugale e la sobrietà, all’anima conviene legger poco, scegliendo con cura le proprie letture e masticandole a lungo, ossia meditando e soppesando le parole. Si dice infatti che leggere senza riflettere, senza capire, senza ricordare, è come mangiare senza digerire. Questo legger troppo e male, con frettolosa superficialità, ottunde ogni sano istinto, annebbia l’intuito, corrompe le nostre naturali facoltà di giudizio.</p>
<p style="text-align: justify">Il mondo moderno rappresenta la barbarie della lettura. Quanti camminano con la testa china su aggeggi elettronici, detti ironicamente <em>intelligenti</em>, come vecchi preti immersi nella lettura del breviario? Sonnambuli, persi in un mondo parallelo, fittizio, che sfogliano il loro monitor come certe popolazioni masticano foglie di coca. Leggono forse per alleviare una fame interiore, trovar sollievo alla stanchezza del vivere, alla noia, alla solitudine.</p>
<p style="text-align: justify">Ma vivere è un male che non guarisce leggendo. Leggere non insegna ad amare, né a a godere della bellezza. Non ci rende più intelligenti, più umili o coraggiosi. Si dirà che leggendo impariamo, cioè acquisiamo conoscenza. Ma io son dell’idea di Chamfort, che “si conosce bene solo ciò che non si è imparato”. Il leggere ci riempie di concetti, di nozioni. Saggezza è svuotarsene.</p>
<p style="text-align: justify">Fortunatamente, nei primi anni della vita la nostra ignoranza ci lascia liberi di usare i sensi e l’intelligenza in modo naturale. Questo deposita in noi un intimo sedimento d’umanità senza il quale saremmo da tempo automi disumani. Non dobbiamo perciò aver fretta di insegnare ai bambini a leggere e scrivere, corrompendone precocemente lo sviluppo. «Gesù vide alcuni neonati che poppavano. Disse ai suoi discepoli, “questi neonati che poppano sono come quelli che entrano nel Regno”». Ne consegue che condizione per ereditare il Regno di Dio è tornare analfabeti.</p>
<p style="text-align: justify">In realtà, ogni bambino – e ogni animale – <em>legge</em> il mondo mutevole di segni che ha intorno a sé, lo interpreta, ne trae dei giudizi e delle decisioni. Ma solo l’uomo s’è inventato questo artificioso espediente, la scrittura, che gli consente di incidere i suoi pensieri nel tempo, immortalando le proprie idee ma anche, diceva Montaigne, le proprie sciocchezze.</p>
<p style="text-align: justify">Beati i tempi dei rapsodi e degli aedi, quando la parola correva libera come il vento, sospinta da soffi vitali, dalle risonanze musicali della voce! Ci bastava allora prender le cose e dar loro un nome. Ma quel discorso aurorale conteneva già in sé il seme della fissità, la volontà di opporsi al fluire e al cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify">Scopo essenziale dello scrivere è infatti bloccare l’essere e il suo divenire in segni statici e noti. Col tempo, abbiamo tenuto i segni e buttato i significati. Abbiamo sostituito lo spirito con la lettera, la realtà con il feticcio delle nostre nomenclature. Abbiamo immobilizzato i nomi sulla roccia, sul legno, su cera, foglie, papiri e pergamene, pietrificando e incartapecorendo i raggi della coscienza divina.</p>
<p style="text-align: justify">Così, a mano a mano che scalpelli, penne d’oca, inchiostro di fuliggine o di china, salvavano il pensiero dall’oblio, costruendo ferme fondamenta alla cultura, l’uomo si è separato dalla natura. Scribi, amanuensi, monaci laboriosi, con pazienza e fatica, hanno scritto, copiato, rilegato, chiuso il genio dell’uomo in un libro come in una magica lampada. Ma quei testi erano preziosità riservate ai chierici, a un’<em>élite</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Fu Gutenberg, coi suoi incunaboli, a rendere la lettura un male laico e democratico. Quale invenzione fu più esiziale per il genere umano? Forse solo il denaro ha fatto più danni dei libri. Alla stampa dobbiamo quelle aberrazioni cui ormai abbiam fatto il callo: l’istruzione generale o addirittura <em>obbligatoria</em><em>,</em> giornalisti, critici, burocrati, cretini laureati.</p>
<p style="text-align: justify">E mi pare ingenuo denunciare il pericolo che l’intelligenza artificiale sostituisca quella <em>naturale</em>. Il nostro pensiero è infatti artificiale fin dal giorno in cui l’uomo inventò la scrittura. Un filo continuo e invisibile corre dagli antichi Teutoni e le loro rune ai manoscritti medievali, ai caratteri mobili della Bibbia di Gutenberg, ai gialli tascabili, ai quotidiani, alle riviste, fino alla scrittura digitale, alle <em>mail</em>, agli SMS, agli assistenti virtuali.</p>
<p style="text-align: justify">Di fronte alla vertiginosa proliferazione di scritti che affligge il mondo contemporaneo si resta attoniti e atterriti. Libri che son solo le foglie di fico di una civiltà dissoluta. Giornali che potevano svolgere un’utile funzione sociale quando ancora si usavano per involtolare cibi, pulire finestre, e persino come accessorio igienico là dove, come disse qualcuno, la fisiologia dell’uomo ha uno schiacciante sopravvento sulla sua psicologia. Ma cosa c’è oggi di più inservibile di un giornale?</p>
<p style="text-align: justify">E a che giova un tale <em>surplus</em> di saggi, articoli, post, forum, blog, messaggi? Siamo inondati da notizie e informazioni non necessarie, sepolti sotto una marmellata di discorsi, di deiezioni cerebrali, di detriti letterari. Ogni anno, con vergognosa incontinenza, si pubblicano milioni di titoli nuovi. Libri, come diceva Lichtenberg, spesso stampati da chi non li capisce, venduti, criticati, letti da chi non li capisce, e perfino scritti da chi non li capisce.</p>
<p style="text-align: justify">Non c’è il tempo di capire, siamo ondivaghi, distratti, impazienti. Ci fermiamo alla scorza delle cose senza curarci della polpa e del nocciolo. «Sii breve» mi esorta un amico «perché il lettore medio alla terza riga ha già smarrito la concentrazione, e dopo un minuto non ricorda più cosa ha letto».</p>
<p style="text-align: justify">Del resto, per cervelli sfibrati da orge di dibattiti, rammolliti dalla lussuria dell’informazione, dimenticare è una necessità fisiologica. Il mondo è diventato la Sodoma e Gomorra delle parole. Venissero gli angeli del Signore per por fine a tanta depravazione, direbbero al novello Lot: prendi i pochi libri buoni e mettili in salvo, perché gli altri saranno distrutti dal fuoco. E per portare tale prezioso carico basterebbe il dorso d’un mulo.</p>
<p style="text-align: justify">Vedere i propri pensieri stampati, esibirli alla pubblica <em>dis</em>-attenzione, seduce la vanità anche di coloro cui le Muse non han concesso né l’ispirazione né il dono di una penna felice. Sempre più son quelli che, pur sterili nell’ingegno, si trasformano in prolifici <em>cacalibri</em>. Se non hanno idee scrivono citando, commentando i commenti, riportando l’opinione di Tizio sull’opinione di Caio, tentando di spiegare agli altri quello che loro stessi non hanno capito.</p>
<p style="text-align: justify">La <em>libido scribendi</em> non conosce pudore, provoca una continua evacuazione editoriale. L&#8217;incontenibile polluzione feconda ogni campo dello scibile, va dall&#8217;irrinunciabile ricettario di cucina all&#8217;imprescindibile denuncia sociale, dalla divulgazione scientifica al manualetto mistico-ascetico. Copre ogni campo della storia e della profezia. Passa disinvoltamente dalla confessione autobiografica all&#8217;impegno per la salvezza dell&#8217;umanità. Tutti sembrano avere informazioni vitali,  verità sconosciute o sofferte emozioni da trasmettere al mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo la nostra mitologia culturale più l&#8217;uomo legge, più diviene <em>consapevole</em>, e quindi più libero. La libertà di stampa sarebbe quindi essenziale per gli ‘equilibri democratici’. Ma basta osservare quanti intellettuali, scienziati, uomini colti, diano esempio di incoscienza e di abietto servilismo. E come la stampa sia in realtà uno strumento usato dal Potere per manovrare le coscienze, determinare umori e comportamenti.</p>
<p style="text-align: justify">Se un tempo sembrava opportuno censurare libri e metterli all’indice, oggi s’è capito che è piuttosto l’eccesso di libertà, questa informe poltiglia di messaggi che scola quotidianamente nei cervelli della gente, a indurre il conformismo, infiacchire gli animi, togliere velleità ribelli. Leggendo l’uomo non esprime più la sua dignità di essere razionale. Leggere è diventato per lui una forma di auto-censura, una pastoia interiore, un meccanico impedimento al <em>vedere</em>.</p>
<p style="text-align: justify">È un leggere che cancella ogni interiorità. Il pensiero si <em>esteriorizza</em>, vive di notizie e di opinioni, si nutre di comuni pregiudizi morali o culturali. Cediamo la nostra autonomia intellettuale, ci abituiamo a dipendere dall’autorità più che da una reale comprensione. Ci poniamo sotto la tutela di qualche nume della cultura o di una veneranda tradizione, e il prestigio dei nostri Mentori compensa la mancanza di fiducia in noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify">Ma ancor più essenzialmente, leggere è una sorta di formula magica per esorcizzare il Mistero. La vita fa meno paura quando si impiglia nelle maglie di un testo. La parola scritta, nella sua persistenza, ci consola dell’esser contingenti, <em>provvisori</em>. Ci salva dall’effimero, ci innalza al regno immateriale ed eterno delle idee. Ci protegge dall’imprevedibile, dai rischi della libertà, mette ordine nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Perciò pretendiamo che persino la volontà di Dio sia rinchiusa in un libro, ferma, immutabile. Cerchiamo nei testi qualche salvifico segreto, le impronte rassicuranti dei Maestri. Ma Buddha e Cristo non scrissero una sola parola. L’autore dell’edificante <em>De Imitatione Christi</em> sarebbe stato dunque più coerente se, sull’esempio del Maestro, non avesse scritto nulla.</p>
<p style="text-align: justify">Ma scrivere è una colpa collettiva cui ormai non possiamo più sottrarci. Elaborare e ingerire <em>testi</em> è il pasto totemico cui ogni uomo partecipa. Uccidiamo il Padre, il Logos, lo facciamo a pezzi e lo divoriamo, credendo di assorbirne il <em>mana</em>, la forza magica, l’onniscienza. Poi ci nascondiamo l’un l’altro la nostra colpa. Scrivere – e leggere &#8211; è dunque insieme la congiura di una società contro il Mistero, cui si vuol sostituire il Sapere, e l’espressione di una violenza rituale, intoccabile tabù su cui si basa la nostra civiltà.</p>
<p style="text-align: justify">Rito sacro e osceno, che rende il cuore pesante. La nostra coscienza diviene una concrezione di cose, fatti, opinioni che, come il masso di Sisifo, faticosamente spingiamo davanti a noi. Peso che si fa ogni giorno più schiacciante, che trascina con sé quintali di memoria, di pensiero, di <em>conoscenza</em>.</p>
<p style="text-align: justify">Ma tale punizione non viene da Giove. È una pena auto-inflitta. Sisifo può abbandonare il suo supplizio, se vuole. Può danzare, respirare il profumo dei fiori, ascoltare il canto degli uccelli, contemplare oziosamente le nuvole; può sollevare gli occhi dagli immobili segni scavati nella pietra, severi custodi di leggi invariabili, di destini già scritti, di vie già tracciate, e guardare la vita che fugge; può rispecchiarsi in quel mistero di libertà, immagine di ciò che non si può né leggere né scrivere.</p>

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		<title>I vincitori e i ‘buoni’ libri dalla parte dei vinti… &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2017 06:30:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I vincitori e i ‘buoni’ libri dalla parte dei vinti… A sfregio anche formale la delegazione tedesca fu costretta ad entrare nel palazzo di Versailles da una porta di servizio. Era il 28 giugno del 1919. E attraverso i corridoi e lungo le scale, ai due lati, invalidi di guerra dal volto orrendamente mutilato perché [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I vincitori e i ‘buoni’ libri dalla parte dei vinti… A sfregio anche formale la delegazione tedesca fu costretta ad entrare nel palazzo di Versailles da una porta di servizio. Era il 28 giugno del 1919. E attraverso i corridoi e lungo le scale, ai due lati, invalidi di guerra dal volto orrendamente mutilato perché il popolo tedesco, tramite i rappresentanti della giovane repubblica di Weimar, se ne facesse carico e colpa perenni. Così venne firmato nella Galleria degli Specchi quel trattato di pace che fu premessa ineluttabile di nuovi lutti e contese e della Seconda Guerra Mondiale. Per dirla con lo storico Ernst Nolte si diede avvio a quella ‘guerra civile europea’ da cui il vecchio continente, protagonista delle vicende del mondo, venne estromesso declassato immiserito. La Finis Europae, fra le macerie di Berlino nell’aprile ’45, come amava ripetere l’amico Adriano Romualdi. Soprattutto per gli articoli 227 – la Germania fu accusata di ‘offesa suprema alla morale internazionale’ – e 231 &#8211; dove venne additata quale unica responsabile del conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni guerra porta con sé i suoi cantori; ogni dopoguerra la narrazione. Eco alta e nobile così come enfatica retorica distruttiva. Opere che si elevano oltre il tempo e le circostanze divenendo patrimonio di una biblioteca universale, per dirla con lo scrittore argentino Jorge Luis Borges. Oppure destinate a svanire come la memoria abbandona i luoghi del conflitto, liberatasi dalle passioni della carne. Penso a Nelle tempeste d’acciaio di Ernst Juenger; penso a I Proscritti di Ernst von Salomon, la cui edizione in Italia avvenne solo nella primavera del 1943 e di cui conservo geloso una copia. Il libro di Juenger fu tanto apprezzato da Hitler che di suo pugno ne cancellò il nome dalla lista dei congiurati da giustiziare dopo il fallito attentato del luglio ’44. Di entrambi ho scritto qui, su Ereticamente, per cui non vi tornerò di nuovo così come di quel Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, collocato sul fronte opposto, cioè contro la disperazione e gli orrori della trincea.</p>
<p style="text-align: justify;">I vincitori e i vinti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, nel 1936, una sconosciuta giornalista americana, Margareth Mitchell, dà alle stampe il suo primo ed unico romanzo (nel 1949, ad Atlanta in Georgia, verrà investita mortalmente da un taxista ubriaco), sono passati ottanta anni dalla fine della guerra di secessione (1861-1865). La più cruenta e feroce e la sola combattuta sullo stesso territorio USA con i suoi seicento mila morti (recenti studi avanzano la cifra ad oltre 750.000). Basterà confrontare questi numeri con quelli dei soldati caduti durante la prima guerra mondiale – cento cinquanta mila – e della seconda – duecento cinquanta mila. L’anno successivo Via col vento, questo il titolo del libro, che aveva avuto immediato successo di critica e di vendite, vince il premio Pulitzer e, nel ’39, esce il film che ne sancisce il successo in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">(In Italia arriverà negli anni cinquanta. Credo sia stato il primo film a colori che abbia visto, accompagnato da mia madre, con la merenda in tasca, fila al botteghino. Forse fu anche per le sue immagini, insieme ai fumetti di Oklahoma Jim, che mi innamorai della causa del ‘profondo’ Sud… prima di leggere di Maurice Bardéche Fascismo ’70, con sottotitolo Sparta e i Sudisti, e successivamente Il bianco sole dei vinti di quel Domenique Venner che, per disperata e lucida e profetica protesta, si sparerà il 21 maggio del 2013 all’interno di Notre-Dame. Ricordo come avrei potuto incontrarlo a Trieste nel 2001, avendo organizzato il progetto Atmosfere in nero – gli intellettuali francesi fra le due guerre, ma fu costretto a declinare l’invito in quanto necessitava di un intervento operatorio agli occhi).</p>
<p style="text-align: justify;">I protagonisti sono donne e uomini del Sud, insomma la guerra di secessione, che fa da vivido scenario con lo sconvolgimento di modelli di vita e la devastazione del suo territorio, viene vista e interpretata con gli occhi dei vinti per divenire, ai suoi lettori e all’America tutta, epopea di un popolo e della sua guerra civile. Così un libro sana una ferita che non s’era rimarginata e rimaneva eco di drammi irrisolti. (E’ evidente come l’abrogazione della schiavitù – forza lavoro necessitante il mantenimento delle piantagioni di cotone – fu una scusa perché l’Unione, gli stati industriali del Nord, si imponesse su quelli dediti all’agricoltura e al commercio).</p>
<p style="text-align: justify;">Il racconto dei vinti, una sorta di giustizia postuma e di riscatto e, al contempo, dono ad una intera Nazione. I vinti contro le ragioni della Storia. Senza scomodare teorie e riflessioni storiciste (il vecchio e pedante Hegel è sempre in agguato), il mondo della rivoluzione industriale, delle macchine, dei grandi agglomerati urbani conquistava il futuro e schiacciava sotto ‘il tallone d’acciaio’ il valore della terra con i campi arati e i colori della natura e la misura del tempo con il levarsi del sole e la mutazione eterna delle stagioni… Il motore rombante e il fumo delle ciminiere e la prua d’acciaio della nave e sulle rotaie la locomotiva. Ecco, forse, perché un libro può essere elevato ad immagine di un paese che abbandona l’eco di sangue fratricida e concedere ai vinti, solo sulla carta (!), un peso che le vicende storiche non hanno loro riservato. Forse o è domanda ardita la nostalgia proprio di quanto trascinato nella polvere? Domanda, la più autentica, la più originaria…</p>
<p style="text-align: justify;">I vincitori e i vinti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando mi andai a iscrivere alla Giovane Italia, 15 ottobre 1960, i combattenti della Repubblica Sociale, molti di loro, erano poco più che trentenni. Ne ricordo alcuni che s’accompagnavano a noi, di notte, quando s’andava ad attaccare manifesti o con la vernice, rigorosamente nera, scrivere sui muri cubitali ‘duce’… E ci raccontavano dei loro eroismi patimenti dei sogni e delle illusioni le canzoni e le parole d’ordine ‘per l’Onore d’Italia!’ la socializzazione e Mussolini e il Comandante Borghese e Graziani, per il Fascismo o anche senza, sempre in armi. Cuori in camicia nera o indossando di nuovo il grigioverde. Estranei in Patria e noi con loro. E di quelle storie trovammo in piccole latomiche case editrici le parole scritte. Furono il nostro pane quotidiano, di cui mai domi mai sazii. Non è vero che non vi è buona letteratura dopo il ’45, quella dei vinti intendo. Furono quelli autori cacciati all’angolo, dispregiati ignorati, calò su di loro il silenzio, la pesante cappa dell’ottenebramento. Immagine, il luogo comune, icona in negativo, era che fossero pochi e rinnegati e servi e torturatori del tedesco invasore; noi giovanotti, loro ottusi eredi, usi solo a tirar di botte…</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure Adriano Bolzoni, già ufficiale degli alpini e corrispondente direttamente agli ordini del Maresciallo Graziani, donava con La guerra dei neri una serie di ‘bozzetti’ di straordinaria efficacia sui vari reparti combattenti nella RSI. Creati dalla sua vena creativa o visti in azione, poco conta. Lo spirito penetra tramite gli occhi nella mente e nel cuore. E non m’è dato dimenticare la trilogia I vinti di Salò di Ugo Franzolin, che mi fu amico importante con la sua vivida memoria e l’onestà intellettuale. Poi i libri di Carlo Mazzantini – A cercar la bella morte venne pubblicato dalla Mondadori nel 1986 – e lo stesso dicasi per La memoria bruciata (1998) di Mario Castellacci, forse perché entrambi seppero destreggiarsi nel mondo accademico all’estero il primo e il secondo in quello dello spettacolo alla RAI. Nulla togliendo all’indubbia qualità della narrazione. ‘Un colore livido su tutte le cose. Il colore sporco della vergogna’, questa è poesia, ben più penetrante di tanto blaterare sull’8 settembre ’43. E lungo sarebbe l’elenco e i meriti d’ogni pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">I ‘buoni’ libri dei vinti.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sorge una domanda – retorica forse e probabilmente irrisolta. Quei romanzi, nati nell’immediatezza della fine del conflitto o che ne descrivevano tardivi ‘la voce dei vinti’, erano espressione autentica, pur se polifonica e fra loro sovente in contrasto, di un mondo che vi si riconosceva come si faceva carico della sconfitta o di quella guerra civile pur se lontana ma con i suoi simboli ancora vivi. Tutto questo in Italia, dopo il ’45, non s’è verificato. Festeggiamo una sconfitta con il pretesto che fu atto corale di liberazione… E, se con l’alleato germanico fu sudditanza, con l’invasore a stelle e strisce fu l‘inizio di un diverso e più subdolo servaggio. Allora il vinto non è la faccia altra del medesimo conio, ma deve divenire una sorta di zero assoluto, il puro nulla. ‘Il male assoluto’(visione demoniaca) o, con meno livore e maggiore ipocrisia, colui che si è schierato ‘dalla parte sbagliata’ – con i suoi gesti idee sentimenti parole ricordi. Nulla di umano può essere a lui concesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure vi sono dei vinti ‘buoni’ libri…</p>
<p>&nbsp;</p>

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