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	<title>lavoro Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>lavoro Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>REMIGRAZIONE. Parte prima: il lavoro – Gianluca Padovan</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/remigrazione-parte-prima-il-lavoro-gianluca-padovan/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 04:01:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Remigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca padovan]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premessa. I dati che riporto sono tratti dal mefistofelico web, pertanto sono da considerarsi semplicemente indicativi. Difatti il presente articoletto vuole solo tratteggiare un aspetto della situazione italiana; pertanto, migliaio più o migliaio meno il disagio non muta di tono. Italiani. Quanti sono i Cittadini Italiani residenti in Italia? 54-55 milioni circa di italiani residenti. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/remigrazione-parte-prima-il-lavoro-gianluca-padovan/">REMIGRAZIONE. Parte prima: il lavoro – Gianluca Padovan</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Premessa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I dati che riporto sono tratti dal mefistofelico web, pertanto sono da considerarsi semplicemente indicativi. Difatti il presente articoletto vuole solo tratteggiare un aspetto della situazione italiana; pertanto, migliaio più o migliaio meno il disagio non muta di tono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Italiani.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quanti sono i Cittadini Italiani residenti in Italia?</p>
<p style="text-align: justify;">54-55 milioni circa di italiani residenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti sono gli stranieri residenti in Italia?</p>
<p style="text-align: justify;">5,3-5,6 milioni circa di stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione: solo nell’anno 2025 poco più di 200.000 stranieri sono diventati cittadini italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, nei citati 54-55 milioni di supposti italiani abbiamo in realtà qualche milione di stranieri, la più parte della quale non si è affatto integrata. E mai s’integrerà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mercato del lavoro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia il mercato del lavoro può essere così suddiviso:</p>
<p style="text-align: justify;">-Occupati: 24 milioni circa.</p>
<p style="text-align: justify;">-Disoccupati: 1,3 milioni circa.</p>
<p style="text-align: justify;">In talune statistiche vengono inseriti anche i così detti “inattivi”, ovvero chi non desidera lavorare per i più disparati motivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre:</p>
<p style="text-align: justify;">-Un quarto degli italiani ha più di sessant’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">-Quasi un quarto degli italiani è minorenne.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma rimaniamo nel binomio “occupato-disoccupato” e vediamo che la disoccupazione giovanile, nella fascia che va dai 15 ai 25 anni, fluttua dal 18% al 19%.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Espatrio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Parrebbe che ad oggi all’incirca 6,5 milioni di italiani sia espatriato. Ad esempio, nel solo 2025 circa 150.000-200.000 Italiani sono espatriati e quest’anno l’emorragia di Italiani non accenna a diminuire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notiziona da web.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scartabellando nel web ho trovato scritto: «<strong>Popolazione stabile grazie alle migrazioni</strong>».</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo che nel 2025 sono morte più o meno 600.000-650.000 italiani e ne sono nati solo la metà (ma di questa “metà” quanti sono ITALIANI?).</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo, ora, che l’Italia è degli Italiani e la variegata italianità che va dai terroni del nord ai terroni del sud passando per i terroni del centro ha sempre prodotto e ancora produce eccellenze in ogni campo e che altre nazioni se le possono solo sognare.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, non abbiamo affatto bisogno di stranieri per vivere degnamente nel nostro Grande Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo solo bisogno di ristabilire l’equilibrio, dare da lavorare a ogni ITALIANO con stipendi degni e rimandare a casa chi non lo è.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ristabilire le sorti della Nazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo, non abbiamo bisogno degli stranieri per fare funzionare la Nazione. Difatti quanto accade in Italia lo dimostra perfettamente. Ma questo già lo si sapeva da un pezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">La risoluzione ad ogni questione è una sola: fare funzionare la Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Come primo passo teniamo l’uno per cento dei “politici” e rimandiamone a casa il 99%, reimpiegandolo nella produttività del Paese e senza dargli “benefit”, quindi soldi in più, ma semplicemente facendo percepire loro lo stipendio che si potranno guadagnare lavorando onestamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Rivediamo i soldi che prendono come pensione tutti i “politici pensionati”: potremo così recuperare cifre da capogiro e quindi dare una dignitosa pensione a tutti gli Italiani che hanno lavorato per una vita intera a servizio della Nazione e che oggi vivono in miseria a causa della pensione da fame che -invece- percepiscono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conseguenze.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Licenziare il 99% dei politici e recuperare i soldi da quelli già in pensione scatenerebbe in Italia una rivoluzione armata senza precedenti. Si instaurerebbe pertanto una “democrazia dittatoriale” in punta di baionetta che vedrebbe al governo i soli politici e tutti coloro i quali beneficiano del malgoverno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvero: nulla cambierebbe in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Osservazione finale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La maggioranza degli ITALIANI aventi diritto di voto si è stancata di questi teatranti che nulla contano, dal momento che in Italia comandano le sole 112 basi militari operative americane.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, tale sopra citata “maggioranza di ITALIANI” va assolutamente cancellata e rimpiazzata con gli stranieri, certamente più malleabili e gestibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto sono dettagli.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>«Nel mezzo del cammin di nostra vita». I ragazzi spazzacamini del primo 900 – Gaetano Barbella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2021 10:02:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[alchimia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nigredo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; The chimney sweepers Lo spazzacamino di mestiere pulisce la canna dei camini dalla fuliggine, e più generalmente interviene per il controllo e la manutenzione dell&#8217;impianto fumario. Il mestiere è nato alcuni secoli fa. In Italia, come nel resto dell&#8217;Europa, per fare questo mestiere si prendevano bambini e ragazzi dalle famiglie oppure mendicanti o orfani. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/nel-mezzo-del-cammin-di-nostra-vita-i-ragazzi-spazzacamini-del-primo-900-gaetano-barbella/">«Nel mezzo del cammin di nostra vita». I ragazzi spazzacamini del primo 900 – Gaetano Barbella</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>The chimney sweepers</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo <em>spazzacamino</em> di mestiere pulisce la canna dei camini dalla fuliggine, e più generalmente interviene per il controllo e la manutenzione dell&#8217;impianto fumario. Il mestiere è nato alcuni secoli fa. In Italia, come nel resto dell&#8217;Europa, per fare questo mestiere si prendevano bambini e ragazzi dalle famiglie oppure mendicanti o orfani. La caratteristica che questi ragazzi dovevano possedere era l&#8217;essere molto magri al fine di entrare agevolmente nella canna fumaria e pulirla.</p>
<figure id="attachment_51228" aria-describedby="caption-attachment-51228" style="width: 221px" class="wp-caption alignright"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-51228" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/1-spazzacamino-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/1-spazzacamino-221x300.jpg 221w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/1-spazzacamino-753x1024.jpg 753w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/1-spazzacamino-768x1044.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/1-spazzacamino.jpg 800w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" /><figcaption id="caption-attachment-51228" class="wp-caption-text">Illustrazione 1: Spazzacamino italiano con il suo &#8220;bocia&#8221;. Foto anonima della fine del XIX secolo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Il grande poeta e artista inglese William Blake ha dedicato due poesie, Songs of Innocence nel 1789 e Songs of Experience nel 1794. Sono capolavori pietosamente struggenti, a delle figurine che si aggiravano sui tetti della Londra vittoriana, piccole e magre, col capino rasato e i poveri vestiti neri di sporcizia. Erano i cosiddetti <em>chimney sweepers</em>, gli spazzacamini, bambini abbandonati dai genitori che per mantenersi facevano uno dei lavori più ingrati e insalubri, strizzandosi negli stretti condotti dei camini, pulendoli, raschiandoli, respirando fumo e fuliggine. Nella maggior parte dei casi, questi bambini sono morti cadendo attraverso i camini o per danni ai polmoni e altre malattie orribili dovute alla respirazione della fuliggine. Nella prima poesia, un giovane spazzacamino racconta un sogno di uno dei suoi compagni, in cui un angelo salva i ragazzi dalle bare e li porta in un prato soleggiato; nella poesia successiva, un oratore apparentemente adulto incontra uno spazzacamino bambino abbandonato nella neve mentre i suoi genitori sono in chiesa o forse hanno anche subito la morte dove la chiesa si riferisce allo stare con Dio.</p>
<p>La poesia di Songs of Experience è stata musicata nel 1965 da Benjamin Britten come parte del suo ciclo di canzoni Songs and Proverbs of William Blake.<a href="#_edn1" name="_ednref1">1</a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Songs of Innocence di William Blacke</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questa poesia, un ragazzo descrive quello che gli è successo: è stato venduto quando riusciva a malapena a parlare bene (&#8220;&#8221; piangere &#8220;sta per&#8221; spazzare &#8220;, che significa spazzare e allo stesso tempo ha la connotazione di&#8221; pianto &#8220;). Il suo ragazzo Tom deve piangere perché i suoi ricci vengono rasati, ma è confortato dal suo amico. Tom fa un sogno in cui migliaia di ragazzi vengono rinchiusi in bare nere (i camini), ma vengono liberati da un angelo, dopodiché possono lavarsi e giocare liberamente al sole, con la promessa che Dio è un padre migliore del loro padre. Sebbene in realtà debbano essere tornati al lavoro, i ragazzi sono stati confortati, l&#8217;uno dall&#8217;altro e dal sogno, e accettano il loro destino.</p>
<p>Quando è morta mia madre ero molto giovane,<br />
E mio padre mi ha venduto mentre ero ancora la mia lingua<br />
Riuscivo a malapena a piangere &#8216;piangere! &#8216;piangere! &#8216;piangere! &#8216;piangere!&#8217;<br />
Così spazzo i tuoi camini, e nella fuliggine dormo.</p>
<p>C&#8217;è il piccolo Tom Dacre, che ha pianto quando la sua testa,<br />
Che si arricciava come la schiena di un agnello, era rasato: così ho detto,<br />
&#8220;Zitto, Tom! Non preoccuparti, perché quando hai la testa scoperta,<br />
Sai che la fuliggine non può rovinare i tuoi capelli bianchi. &#8221;</p>
<p>E così era tranquillo; e quella stessa notte,<br />
Mentre Tom stava dormendo, aveva una tale vista,<br />
Che migliaia di spazzini, Dick, Joe, Ned e Jack,<br />
Erano tutti rinchiusi in bare di nero.</p>
<p>E venne un angelo che aveva una chiave brillante,<br />
E aprì le bare e le liberò tutte;<br />
Poi giù per una pianura verde saltando, ridendo, corrono,<br />
E lavati in un fiume e risplendi al sole.</p>
<p>Poi nudo e bianco, tutte le loro borse lasciate indietro,<br />
Si alzano sulle nuvole e si divertono al vento;<br />
E l&#8217;angelo ha detto a Tom, se fosse un bravo ragazzo,<br />
Avrebbe Dio per suo padre e non vorrebbe mai la gioia.</p>
<p>E così Tom si svegliò; e ci siamo alzati nell&#8217;oscurità,<br />
E siamo arrivati con le nostre borse e le nostre spazzole al lavoro.<br />
Sebbene la mattina fosse fredda, Tom era felice e caldo;<br />
Quindi, se tutti fanno il loro dovere, non devono temere danni.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Una fuliggine di malincolia&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La<em> fuliggine</em> ecco la causa del ricorso ai bambini per la pulizia della canna dei camini che per la loro stretta dimensione li richiedeva al posto degli adulti.</p>
<p style="text-align: justify;">La fuliggine o nerofumo è indicato col nome di particolato carbonioso, (nella letteratura tecnica anche indicato con il termine inglese di soot) è una polvere nera (essenzialmente carbonio incombusto amorfo, più tracce di altri composti) che si può ottenere come sottoprodotto della combustione incompleta di una qualsiasi sostanza organica. In base agli studi più recenti si può affermare che il particolato carbonioso può essere considerato dannoso sia per l&#8217;ambiente sia per la salute umana.</p>
<p style="text-align: justify;">«&#8221;Fuliggine&#8221; è un termine che oggi suona un po’ ricercato: è normalmente distante, appartiene ad un tempo perduto e che forse sa di festa, sa di camino acceso a Natale e di caldarroste sul fuoco (e non ci evoca i chimney sweepers). Per secoli, invece, questa sostanza volatile prodotta dalla combustione della legna nei focolari domestici e non solo, è stata compagna costante e quotidiana della vita umana e delle fatiche del lavoro, depositandosi sulle cose col suo nerume vellutato, incastrandosi nelle rughe dei volti, nelle linee delle mani, sotto le unghie, marcando con la sua spietata leggerezza il tempo che passa e le stagioni che si ammassano. Ad esempio è più che plausibile che l’atrio, grande stanza il cui nome giunge fino a noi dall’atrium romano, sia scaturito dal latino ater, cioè atro, nero di fuliggine — in quanto in origine stanza del fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">La parola ‘fuliggine’ ha un suono nebbioso, misterioso, insieme scuro e sottile. La sua origine è nella latina fuligo che nasce da una radice protoitalica, col significato di ‘fumo’. Sebbene sia una parola concreta, legata alle faccende domestiche d’un tempo e ad un vivere che esiste sempre meno, possiamo incontrarla nella casa di campagna, e allora rimproveriamo i bambini per aver fatto un gran pasticcio con la fuliggine, o chiederemo una mano agli amici per pulire il camino se non vogliamo mangiare pane e fuliggine a pranzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non solo: come può accadere poeticamente con le parole che significano le cose più semplici, anche se avviate sulla china dell’oblio, possiamo menarla verso lidi più astratti e freschi, meno battuti; e allora deploreremo l’amico il cui giudizio è obnubilato da teorie fuligginose e bislacche, cercheremo di osservare la situazione con distacco senza farci soffocare dalla fuliggine della paura, noteremo come su un ricordo si sia depositata una fuliggine di malinconia, e ci viene da svenire a quello sguardo intenso e nero come la fuliggine.»<a href="#_edn2" name="_ednref2">2</a></p>
<p style="text-align: center;">Altri camini, altri spazzacamini ma di una gemma preziosa, la tanzanite. Siamo nel 2008</p>
<p>La tanzanite è un gemma rara e preziosa.</p>
<p>Si trova in miniere profonde e pericolose.</p>
<p>Dove centinaia di bambini scavano senza sosta.</p>
<p>Nella speranza di uscire dal tunnel.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno tra gli otto e i tredici anni. A vederli sparire sotto terra vengono i brividi: le gallerie dentro cui si infilano sono cunicoli stretti e fragili che potrebbero crollare da un momento all’altro. Basta un improvviso cedimento del terreno, un attimo di disattenzione o un movimento sbagliato per restare intrappolati a centinaia di metri di profondità. E finire inghiottiti dal buio, per sempre. Eppure i baby-minatori non sembrano preoccupati per la loro sorte: sanno di aver poco da perdere e in ogni caso non hanno alternative che scendere negli abissi, per sopravvivere. È un lavoro sporco e pericoloso il loro. Un mestiere duro e imprevedibile, come lo sono i preziosi frammenti di tanzanite che si celano nel ventre della terra.</p>
<figure id="attachment_51229" aria-describedby="caption-attachment-51229" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-51229" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/2-spazzacamino-300x244.jpg" alt="" width="300" height="244" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/2-spazzacamino-300x244.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/2-spazzacamino.jpg 675w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-51229" class="wp-caption-text">Illustr. 2: Baby-minatori in una miniera di tanzanite, nelle gallerie sotterranee di Mererani nei pressi di vicino ad Arusha, nel nord-est della Tanzania.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">«Questa pietra splendente può cambiare la vita – spiega un giovane lavoratore della miniera – il problema è che per trovarla bisogna rischiare la vita tutti i giorni ». Siamo nel villaggio di Mererani, vicino ad Arusha, nel nord-est della Tanzania, l’unica regione al mondo che dispone di giacimenti di zoisite, ovvero tanzanite, una gemma rara e pregiata dai sorprendenti rilessi blu e viola. Un’autentica ricchezza naturale scoperta alla fine degli anni Sessanta; un tesoro minerario d’inestimabile valore che viene portato alla luce, giorno dopo giorno, da una miriade di piccole imprese locali, affiancate dalla multinazionale sudafricana Afgem che dal governo di Dar es Salaam ha ottenuto in esclusiva lo sfruttamento dei giacimenti più ricchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui, fino a trent’anni fa, pascolavano le mandrie dei masai. Poi la savana è stata trivellata come un gruviera e le colline sono state sfregiate da strade polverose e squallide distese di baracche. Al posto dei pastori ora ci sono i minatori. Migliaia di minatori, tra loro tantissimi ragazzini. Vengono da ogni parte del Paese in cerca della pietra luccicante e sognano di accumulare ricchezze principesche nelle miniere di Mererani.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul mercato mondiale delle pietre preziose, la quotazione della tanzanite viene appena dopo quella dei diamanti – e prima di rubini, zaffiri e smeraldi – non a caso gli esemplari più scintillanti si trovano nelle migliori gioiellerie di Parigi, New York e Londra. Il colosso dell’oreficeria Tiffany l’ha fatta diventare un segno distintivo dei vip. Solo negli Usa il suo giro d’affari sfiora i cinquecento milioni di dollari l’anno. Ma ai piccoli minatori della Tanzania arrivano solo le briciole del business: il loro guadagno medio è di due dollari al mese.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo stime delle organizzazioni umanitarie, tra i 1.500 e i 3000 baby-minatori sono impiegati nelle miniere tanzaniane, oltre 400 di loro si calano ogni mattina nelle gallerie sotterranee di Mererani. Qui i bambini sono molto richiesti, ed è facile intuire il perché: lavorano anche tredici ore al giorno, senza protestare né scioperare; riescono a infilarsi nei tunnel più stretti e fanno da rapida spola tra gli uomini in profondità e i rifornimenti in superficie. Il tutto per una manciata di soldi, perché la gran parte di questi babyminatori non ha famiglia né casa, ed è disposta a qualsiasi sacrificio pur di mangiare. «Vivono in condizioni disperate, esposti ad ogni genere di violenza e abuso – racconta Alida Vanni, la fotoreporter che ha scattato le immagini di questo servizio – sono costretti a calarsi nelle grotte senza alcuna protezione, senza stivali né guanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivano fino a trecento metri di profondità con una precaria torcia sulla fronte, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro: mi hanno raccontato di ragazzini dimenticati in fondo alle miniere e di altri uccisi dall’esplosione delle mine». Ma questi sono drammi destinati a restare sepolti nelle viscere profonde dell’Africa.»<a href="#_edn3" name="_ednref3">3</a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma quanti sono i bambini che ancora oggi lavorano nel mondo? Sono 152 milioni: la metà impiegati in mestieri duri e pericolosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dossier di Save the Children: 1 su 10 sono vittime di sfruttamento. Sarebbero il 9° Paese più popoloso del Pianeta. Una piaga anche italiana con 500 casi di irregolari tra bambini e adolescenti.<a href="#_edn4" name="_ednref4">4</a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>«Nel mezzo del cammin di nostra vita» la Nigredo dell&#8217;Alchimia</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Una fuliggine di malinconia&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il camino degli spazzacamini è una sorta di via per un difficile cammino che con un gioco di parole ci conduce ai primi tre versi dell&#8217;Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri:</p>
<p>«<em>Nel mezzo del cammin di nostra vita</em></p>
<p><em>mi ritrovai per una selva oscura,</em></p>
<p><em>ché la diritta via era smarrita.</em>»</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mezzo del cammin di nostra vita costituisce l&#8217;incipit del primo canto dell&#8217;Inferno e, per estensione, dell&#8217;intero poema.</p>
<p style="text-align: justify;">Guido da Pisa, uno dei più antichi commentatori del Poema dantesco interpreta il verso «<em>Nel mezzo del cammin di nostra vita</em>» come riferimento al sonno poiché dormiamo circa metà della vita. Con ciò egli rimarca l&#8217;aspetto onirico dell&#8217;ispirazione dantesca, quasi di positiva trance.</p>
<p style="text-align: justify;">La «<em>selva oscura</em>» del secondo verso va intesa, secondo Dante, come momento di confusione interiore («<em>la diritta via era smarrita</em>», v. 3), proprio nella fase mediana della sua vita, in cui ha inizio la descrizione della sua visione mistica della Commedia; il «<em>nostra</em>» è indice dell&#8217;esemplarità di tale esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea della vita come cammino proviene da San Paolo: camminiamo nella via della fede «.<em>.. dum sumus in corpore peregrinamur a Domino / per fidem enim ambulamus et non per speciem</em>» (2 Cor. 5, 6-7[5]). Nel Convivio, Dante riprende questa idea quando indica il pericolo per l&#8217;anima di perdere la strada del bene (IV XII, 15-18), come è infatti accaduto a lui all&#8217;interno di questa visione poetica (secondo Guido da Pisa un &#8220;sonno mistico&#8221;), immaginata nel venerdì santo del 1300.</p>
<p style="text-align: justify;">La selva è la strada «<em>erronea di questa vita</em>» di cui parla nel Convivio (IV XXIV, 12). Il poeta nel mezzo del cammin di nostra vita all&#8217;improvviso prende consapevolezza della condizione negativa in cui è entrato quasi inconsapevolmente, e che è anche la condizione di corruzione dell&#8217;intera umanità. Il motivo personale e quello universale continuano costantemente a sovrapporsi in tutto l&#8217;itinerarium dell&#8217;opera, e ne indicano la prospettiva cosmica, legata alle sorti degli uomini nel loro complesso.<a href="#_edn5" name="_ednref5">5</a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma per i filosofi non escluso lo stesso Dante, il «<em>cammin di nostra vita</em>» è quello intrapreso nella Grande Opera di Alchimia, la prima di tre (o quattro) nota come Opera al Nero o Nigredo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Nigredo, termine latino che significa colore nero o nerezza, denota in alchimia la fase al Nero della Grande Opera, cioè il passo iniziale nel percorso di creazione della pietra filosofale, quello della putrefazione e decomposizione. Ed ecco che si ripresenta l&#8217;argomentata <em>fuliggine</em> avversa ai giovani spazzacamini del primo 900 per trovarvi un&#8217;asurda analogia, un legame occulto. Ed è il primo momento, il più cruciale, simboleggiato da un corvo nero, in cui occorre &#8220;far morire&#8221; tutti gli ingredienti alchemici, macerandoli e cuocendoli a lungo in una massa uniforme nera.</p>
<figure id="attachment_51230" aria-describedby="caption-attachment-51230" style="width: 241px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-51230" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/3-spazzacamino-241x300.jpg" alt="" width="241" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/3-spazzacamino-241x300.jpg 241w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/3-spazzacamino.jpg 540w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" /><figcaption id="caption-attachment-51230" class="wp-caption-text">Illustrazione 3: Davide e Golia (1597) di Caravaggio, autore di numerose opere intrise di riferimenti alle tre iniziazioni alchemiche, di cui la prima simbolizza la morte dell&#8217;ego.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Il nero contiene inoltre un rimando all&#8217;etimologia stessa del termine Alchimia, in quanto antica scienza sacerdotale egizia, di cui uno dei significati è «terra nera» (al-kimiya) come quella inondata dal Nilo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Nigredo rappresenta la fase in cui la materia deve essere decomposta, affinché ritorni al suo stadio primitivo, cioè alla condizione del caos originario da cui ha avuto origine tutta la creazione: dapprima occorre infatti distruggere gli elementi, perché si possano ricomporre successivamente in una sintesi superiore. Solve et coagula era appunto il motto degli alchimisti, indicante le operazioni da compiere, di cui lo scioglimento e la decomposizione costituisce necessariamente il primo passaggio ineludibile. La solutio o liquefazione consentiva infatti di ridurre la materia alla sua essenza indifferenziata, che era identificata con il mercurio filosofico, ma si poteva operare anche tramite separazione, cioè suddivisione nei suoi componenti, o calcinazione, ossia riduzione in cenere sul fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello macrocosmico la Nigredo è governata da Saturno, pianeta della pesantezza e della gravità associato ai colori scuri e tenebrosi, e tra i metalli al piombo. Nell&#8217;alchimia cristiana consiste nel sacrificio di Cristo sulla croce, il cui Corpo viene distrutto e il suo Sangue disperso; in particolare il «<em>Golgota</em>», che significa propriamente «<em>luogo del teschio</em>», diventò un&#8217;immagine ricorrente per descrivere la Nigredo alchemica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella Divina Commedia, la fase della Nigredo corrisponde al passaggio di Dante e Virgilio attraverso l&#8217;Inferno. Nella teoria umorale è collegata alla <em>malinconia</em>, quindi alla bile nera, fra le quattro stagioni all&#8217;inverno, fra le età della vita alla vecchiaia.<a href="#_edn6" name="_ednref6">6</a></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che si chiude il cerchio sulla <em>malinconia</em> ricordando ciò che è stato detto sul ragazzo spazzacamino verso la conclusione del capitolo iniziale, per riflettere su questo misterioso umore che assale l&#8217;iniziato alla Grande Opera.</p>
<p style="text-align: justify;">«&#8230; e allora deploreremo l’amico il cui giudizio è obnubilato da teorie fuligginose e bislacche, cercheremo di osservare la situazione con distacco senza farci soffocare dalla fuliggine della paura, noteremo come su un ricordo si sia depositata una fuliggine di malinconia, e ci viene da svenire a quello sguardo intenso e nero come la fuliggine.»</p>
<p style="text-align: justify;">V.I.T.R.I.O.L. è un acrostico di un celebre motto dei Rosacroce, che significa «<em>Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem</em>», cioè «Visita l&#8217;interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta». La frase continuava alle volte con le parole «<em>Veram Medicinam</em>», a indicare che la pietra è anche il «vero rimedio» per ogni malattia, in tal caso l&#8217;acrostico diventava V.I.T.R.I.O.L.U.M.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;espressione stava a indicare l&#8217;esigenza di scendere nelle viscere della terra, cioè negli anfratti oscuri dell&#8217;anima, per conseguire l&#8217;iniziazione, operando quella trasmutazione della materia nello spirito che avrebbe permesso di conseguire l&#8217;immortalità e riportare alla luce la sapienza, attraversando le diverse fasi dell&#8217;Opera alchemica, cioè Nigredo, Albedo, Rubedo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta varcato la Porta d&#8217;ingresso dell&#8217;interno della terra è come entrare da galeotto in un ergastolo e il vestito cambia, nel senso che vi si esce da &#8220;morti&#8221; (la morte dell&#8217;Ego). Ma c&#8217;è di più perchè non si è più come prima, ed è il ragazzo spazzacamino a sua insaputa che prende il posto suo. Non si contano i camini da ripulire dalla fuliggine. Ecco un mistero che può spiegare com&#8217;è che gli alchimisti e occultisti in genere hanno il modo di mantenere in vita le loro corporeità e funzioni mentali per svolgere l&#8217;eventuale ruolo di maestri per trasmettere il loro insegnamento esoterico.</p>
<p style="text-align: justify;">E quando l&#8217;Albedo spunterà in uno di loro,<strong> cosa ne sarà del &#8220;<em>corpo a prestito</em>&#8221; di uno di quei ragazzi spazzacamino?</strong> Uno dei tanti «Agnelli» di cui si parla nell&#8217;Apocalisse di Giovanni.</p>
<p>«<em>Poi vidi ritto, in mezzo al trono e ai quattro esseri viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello come ucciso, il quale aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette Spiriti di Dio mandati per tutta la terra.</em>» (Ap 5,6)</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quel ragazzino spazzacamino sempre coperto di fuliggine si domanda continuamente quando sorgerà in lui l&#8217;Alba della Primavera? Ma infine arriverà per lui il momento preparato da uno di quei «<em>sette Spiriti di Dio mandati per tutta la terra</em>».</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-51231" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/4-spazzacamino.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">E per il giovane spazzacamino Fausto Cappini ci volle una forte scarica elettrica per farla spuntare in lui.</p>
<p style="text-align: justify;">«Quello che vedete ritratto in una foto sbiadita è Faustino Cappini, originario di Re, nella piemontese Valle Vigezzo. Cinque anni di età. Morì a Torino, fulminato da un filo dell’alta tensione nel momento in cui sporse la mano e gridò “spazzacaminooo” per mostrare così al padrone di casa (e forse anche al suo padrone-sfruttatore) che era giunto in cima alla canna fumaria e quindi concluso la sua opera.</p>
<p style="text-align: justify;">È una foto famosa (scattata nel secolo scorso da Aurelio Tanzi), che si conserva in quel Museo dello spazzacamino, creato a Santa Maria Maggiore (Vigezzo), e che è la testimonianza di una terribile, secolare storia di semischiavitù che ha coinvolto, più nel Ticino che al di qua delle Alpi, centinaia e centinaia di bambini di famiglie indigenti soprattutto della Svizzera italiana.»<a href="#_edn7" name="_ednref7">7</a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217;alchimia del mistero del Terzo Sale, il Caput Mortuum</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In alchimia il <em>sale</em> è uno dei Tre Principi, presenti sia nel cosmo sia nell’uomo: una triade mistica, composta dal sale, dal mercurio e dallo zolfo. Benché si presenti come una polvere bianca, inerte, il sale è uno dei grandi misteri e simboli dell’iniziazione. Nella tradizione alchemica esso era l’emblema di un patto sacro che non poteva mai essere rescisso, simile a quello che il neofita stringeva con la sua scuola o il suo maestro. « <em>Il patto di sale </em>» di cui parla l’Antico Testamento potrebbe avere un significato diverso da quello che gli viene di solito attribuito. Il Nuovo Testamento è meno evasivo al proposito: in Matteo, infatti, « <em>sale della terra</em> » sono gli eletti, ossia gli iniziati e non, come si tende oggi a pensare, quanti sono poco più che semplici contadini. Nei secoli lontani gli eletti sedevano al posto d’onore, « <em>più in alto del sale</em> », perché avevano conquistato il sale che avevano dentro di sé. Come si spiegherebbe altrimenti tutta l’importanza che nei convivi medievali veniva attribuita al salinum, ossia alla saliera? [&#8230;]</p>
<p style="text-align: justify;">Gli alchimisti ponevano talora a emblema del sale il più semplice di tutti i sigilli: un minuscolo quadrato ☐ o un piccolo rettangolo. Con quelle quattro linee che descrivono uno spazio vuoto – come lo spazio fra l’Aria e l’Acqua – intendevano delineare i misteri dei quattro elementi o disegnare una bara? Il reverendo Brewer, un colto collezionista di idee curiose, totalmente ignaro di esoterismo, ci ricorda la consuetudine, tuttora esistente, di porre una manciata di sale nella cassa del morto.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è forse un nesso fra il sale e la morte? Un altro sigillo del sale – usato con frequenza nei gruppi alchemici rosacrociani – era un cerchio tagliato a metà da una linea orizzontale Θ. Quel sigillo deriva dalla theta maiuscola di Thanatos, che in greco significa « <em>morte</em> ».</p>
<p style="text-align: justify;">In numerosi testi alchemici il sale rappresenta il processo mentale, che è un processo di morte. Il sale è il residuo dell’attività spirituale che avviene nella nostra testa: come nelle triade alchemica, è la scoria che resta quando la vita è volata via, è il cranio, <strong>il caput mortuum</strong>, la polvere bianca residua dopo l’estrazione dell’oro. <strong>È la cenere del pensiero</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la testa – o la sua attività spirituale che chiamiamo mente – raggiunge il punto in cui non è più in grado di capire, in cui l’ordine dell’universo sembra frantumarsi, allora produce <strong>lacrime salate</strong><em>.</em><a href="#_edn8" name="_ednref8"><em>8</em></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ed ecco il punto d&#8217;incontro dell&#8217;Alchimia con l&#8217;Apocalisse di Giovanni, grazie al <strong>caput mortum</strong> la polvere bianca residua dopo l’estrazione dell’oro, <strong>la cenere del pensiero</strong>, idealmente di quel giovane spazzacamino Fausto Cappini di cinque anni nell&#8217;alchimista. Morì a Torino, fulminato da un filo dell’alta tensione nel momento in cui sporse la mano e gridò “spazzacaminooo”.</em></p>
<p>Brescia, 5 ottobre 2021</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">1</a> https://en.wikipedia.org/wiki/The_Chimney_Sweeper</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">2</a> https://unaparolaalgiorno.it/significato/fuliggine?rm=_</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">3</a> Da un articolo di wordpress del 17 maggio 2008. Bambini in miniera. https://terrainagonia.wordpress.com/2008/05/17/bambini-in-miniera/</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">4</a> https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2019/06/10/news/bambini_che_lavorano_nel_mondo_152_milioni_la_meta_impiegati_in_mestieri_duri_e_pericolosi-228427026/</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">5</a> https://it.wikipedia.org/wiki/Nel_mezzo_del_cammin_di_nostra_vita</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">6</a> https://it.wikipedia.org/wiki/Nigredo</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">7</a> https://ytali.com/2016/03/25/spazzacamini-e-carusi-ieri-e-oggi/</p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8">8</a> https://markhedsel.blogspot.com/2015/08/il-mistero-del-sale.html</p>

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		<title>La maledizione &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Sep 2021 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
		<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai… Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.”    «Girando attorno a una mola un asino fece cento miglia; quando fu sciolto, si trovò ancora allo stesso posto». Capita sovente che io pensi a me come a quest&#8217;asino, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;text-align: right"><em>“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai…</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;text-align: right"><em>Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.” </em></p>
<p style="text-align: justify"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50970 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/macina-mulino-12-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/macina-mulino-12-300x193.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/macina-mulino-12-1024x659.jpg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/macina-mulino-12-768x494.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/macina-mulino-12.jpg 1113w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />«Girando attorno a una mola un asino fece cento miglia; quando fu sciolto, si trovò ancora allo stesso posto». Capita sovente che io pensi a me come a quest&#8217;asino, di cui parla il Vangelo di Filippo. Per quarant&#8217;anni presto la mia anima a un lavoro senza ben capire il senso e l&#8217;utilità di ciò che sto facendo. Porto in tondo i miei pensieri, lego la mia mente alla macina dei doveri, delle incombenze professionali. Quando sarò sciolto da questa servitù, vedrò solo il profondo cerchio che ho scavato.</p>
<p style="text-align: justify">Ma forse un nuovo Codice QR, che abroga e sostituisce tutti i precedenti codici civili e penali, mi libererà anzitempo dalle catene del lavoro. In sostanza, mi si chiede di scegliere tra una libertà senza retribuzione e una retribuzione senza libertà. È un&#8217;opzione complessa, che richiederebbe calcoli precisi, ma che in fondo affronto col cuore più che con la logica. Da tanto tempo cavalco frate asino, e mi ci sono affezionato.</p>
<p style="text-align: justify">Perciò non intendo sottoporlo a penetrazioni nasali continue e dal carattere sodomitico. Esami salivari meno sadici mi costerebbero ogni mese quanto l’affitto di un quadrilocale, e ho già un affitto da pagare. E di sicuro non lascerò che qualcuno gli inoculi un siero potenzialmente letale e distruttivo. Ma non è solo un problema fisico o economico. È anche una questione di dignità.</p>
<p style="text-align: justify">Non mi va, perché sono asintomatico, d&#8217;esser visto come un appestato che lascia dietro di sé una lunga scia di morte. Considero vessatorio esser chiamato ogni due giorni a discolparmi e a pagare un certificato che dichiari la mia innocenza. E mi rifiuto di prestarmi come cavia di esperimenti omicidi. Primo, perché sono contrario alla sperimentazione animale, secondo perché in conflitto col mio istinto di sopravvivenza, terzo per rispetto di me stesso.</p>
<p style="text-align: justify">Così, ora che, dopo un lungo e sofferto purgatorio, cominciavo a intravedere in lontananza, come un tenue bagliore, il paradiso della pensione, vengo ricacciato nel limbo della disoccupazione, tra le ombre dell’indigenza. Eppure, quasi colpevolmente, avverto un senso di liberazione. Pregusto il distacco dalla macina.</p>
<p style="text-align: justify">Ho infatti nostalgia di quella condizione beata, libera da fatiche e travagli, che langue in qualche recesso della mia natura. Felicità pacifica e senza artifici da cui per misteriose ragioni divorziai agli albori della storia. Perciò non ho mai percepito il lavoro come una benedizione. Né ho mai pensato che nobilitasse l’uomo. È solo un’umiliante necessità, eredità di un antico peccato.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50968 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/Adam_et_Eve_au_Paradis_Terrestre-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" />Il lavoro nasce infatti da quella maledizione &#8211; “mangerai il pane con il sudore del tuo volto” &#8211; effetto di una disubbidienza all&#8217;ordine divino. Sappiamo che prima Adamo si limitava a coltivare il giardino dell’Eden. Doveva essere un lavoro piacevole, che non gli costava pena e ansietà. Come dice Virgilio: «<em>ipsaque tellus omnia liberius nullo poscente ferebat»</em>, la terra stessa, senza esserne sollecitata, donava tutto generosamente.</p>
<p style="text-align: justify"><em>Labor</em> è invece fatica, sofferenza. Travaglio del lavoro per Adamo e del parto per Eva. Il fare e l&#8217;amare, fondamenti della vita umana, subiscono dunque una comune maledizione. La natura fa violenza all&#8217;uomo, che lavora nella fatica. L&#8217;uomo fa violenza alla donna, che partorisce nel dolore. Dunque, è logico supporre che potremo redimere il lavoro e la sessualità dalla loro condizione maledetta solo ripristinando la nostra ubbidienza a Dio.</p>
<p style="text-align: justify">Partendo da tali premesse, mi pare malaugurante fondare un Paese sul lavoro. Negare all&#8217;uomo la felicità fin dal primo articolo della Costituzione, riannodando il suo destino a una maledizione. Si dirà che senza questa tensione operosa la nostra civiltà cadrebbe nel nulla. Sarà, ma resto dell&#8217;idea che una società veramente umana dovrebbe fondarsi sull’amore, la libertà, la bellezza, la verità.</p>
<p style="text-align: justify">Un buon fondamento potrebbe essere l&#8217;arte, quell&#8217;opera delle mani, della mente e del cuore che avvicina l&#8217;uomo alla sua origine divina. Atto libero, non costretto da necessità esteriori ma dal libero impulso dello spirito a creare, a somiglianza di Dio. Lavoro su di sé e sugli archetipi eterni che attendono di manifestarsi attraverso la disciplina e la fantasia dell&#8217;artista. O quella del filosofo, del poeta.</p>
<p style="text-align: justify">Nella Bibbia non esiste il Comandamento di lavorare. Il lavoro non implica dunque un&#8217;elevazione morale. La santificazione del sabato, ovvero del riposo, indica semmai il carattere sacro dell&#8217;<em>otium</em> e, di converso, quello impuro e profano del lavoro. L’Antico Testamento riconosce l’utilità di contadini e artigiani. “Senza di loro non si costruisce una città” dice il Siracide. Ma il vero compito dell’uomo è “meditare la Legge dell’Altissimo”. Il Qoelet, da parte sua, esprime la profonda inutilità del lavoro: «quale profitto c&#8217;è per l&#8217;uomo in tutta la sua fatica e in tutto l&#8217;affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole?»</p>
<p style="text-align: justify">L’intimo legame che unisce il lavoro alla caduta dell’uomo lo lega inevitabilmente al peccato e al male. Questo è evidente quando, partendo dalla remota antichità fino a oggi, osserviamo le tante forme maligne assunte dal lavoro, le forme sistematiche di oppressione, sfruttamento, controllo spietato, la cui violenza sfocia in ‘lavori forzati’ e disumani ‘campi di lavoro’.</p>
<p style="text-align: justify">La natura essenziale del lavoro è infatti la servitù alla necessità o al potere. La perfezione del lavoro coincide dunque con la perfezione della servitù, e questa con la schiavitù, totale privazione della libertà. Ed essendo la libertà il fondamento di ogni bene, è logico che nel lavoro possa metter radici un male altrettanto fondamentale.</p>
<p style="text-align: justify">Il mondo classico non vede relazione tra il lavoro e la dignità umana. «Nessun biasimo al lavoro; biasimo all’inattività», dice Esiodo, riconoscendo semplicemente la necessità di lavorare, dacché l’uomo ha perso la condizione “senza fatiche e travaglio” di cui godeva un tempo. Secondo Virgilio, è Giove stesso a imporre all’uomo l’obbligo del lavoro, per stimolarlo a sviluppare le sue facoltà.</p>
<p style="text-align: justify">Ma in genere la cultura antica mostra un certo disprezzo per le prestazioni subordinate. Come dice Aristotele, ogni lavoro retribuito degrada la mente. Le occupazioni materiali, per altro, sono viste in conflitto con l’esercizio delle più nobili facoltà intellettuali. È il cristianesimo, con la sua apertura a schiavi, proletari e plebei, a fare del lavoro un dovere e un valore morale.</p>
<p style="text-align: justify">La dottrina cristiana ha sempre lodato il lavoro, riconoscendogli i valori dell’edificazione, della socialità, del sacrificio, della nobiltà. Si arriva così a fare del lavoro, più che dell’amore, la vera legge dell’uomo. Senza vedere che ogni apologia del lavoro conduce inevitabilmente allo schiavismo, rendendo l’uomo non più fine ma semplice mezzo della produzione.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50972 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/Marcel-antoine-verdier-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/Marcel-antoine-verdier-300x225.jpeg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/Marcel-antoine-verdier-1024x768.jpeg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/Marcel-antoine-verdier-768x576.jpeg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/Marcel-antoine-verdier.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />La Chiesa ha in realtà deplorato lo schiavismo, ma ha ammesso una forma di ‘giusta’ schiavitù. Immagino troverebbe quindi giustificazione teologica al ritorno di nuove ingiuste servitù. Ad avallare un Potere che vuol rendere gli uomini automi, ovvero lavoratori ideali, perfetti schiavi.</p>
<p style="text-align: justify">Diceva Gregorio Magno che il potere è buono in sé, anche se a disporne è il diavolo. «Solo la volontà del diavolo è cattiva … il potere resta in sé buono e divino». Così, il lavoro diventerà un valore in sé assolutamente positivo, che solo la cattiva volontà dell’uomo può corrompere. In realtà, è vero il contrario: il lavoro è malvagio in sé e solo la buona volontà dell&#8217;uomo può introdurvi valori che lo giustifichino.</p>
<p style="text-align: justify">Alcuni teologi si sorprendono della reticenza dei Vangeli sull’argomento. Cristo non allude mai alla necessità o alla bontà del lavoro. San Paolo invece si fa un vanto di mantenersi col proprio lavoro. “Chi non vuol lavorare, neppure mangi”, ordina ai Tessalonicesi. Hyakujo, maestro zen dell’VIII secolo, gli fa eco: «un giorno senza lavorare, un giorno senza mangiare». Tuttavia non ricordo, nei testi canonici del buddhismo, alcun riferimento all&#8217;obbligo di lavorare.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50967 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/monaci-300x144.jpg" alt="" width="300" height="144" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/monaci-300x144.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/monaci-768x370.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/monaci.jpg 777w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify">Gli uccelli e i gigli non lavorano, dice Cristo. Dio si prende cura di loro. Alcuni dei primi monaci presero alla lettera queste parole e si affidarono a Dio per le loro necessità. La preghiera “dacci oggi il nostro pane quotidiano” sembra in effetti delegare al Padre l’onere del nostro sostentamento.</p>
<p style="text-align: justify">Se andiamo alla redazione greca, non troviamo però ‘quotidiano’ ma un termine misterioso – <em>epiousion</em> – che la Vulgata traduce <em>supersubstantialem</em>. Mutare ‘sovressenziale’ in ‘quotidiano’ comporta una caduta dal piano spirituale a quello delle realtà sensibili. Ancor più  se vediamo nel ‘pane’ il frutto del lavoro umano.</p>
<p style="text-align: justify">Il lavoro, e non la Grazia, diviene allora il nostro sostegno ontologico, ciò su cui poggia la nostra esistenza. E in un mondo in cui il lavoro si confonde col denaro, il nostro essere si identifica infine con le nostre disponibilità economiche. Il capitale diventa così <em>parusia</em>, essenza spirituale che si manifesta nel denaro, e il suo accumulo evoca un accrescimento metafisico.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50966 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/manna-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/manna-300x230.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/manna-768x588.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/manna.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Questo capitalizzare implica un&#8217;evidente mancanza di fede nella Provvidenza. Per questo durante i quarant’anni dell’Esodo si proibì agli Ebrei di fare scorta della manna che cadeva dal cielo. La raccolta in eccedenza al bisogno quotidiano &#8220;fece i vermi e imputridì&#8221;. Si condanna così il lavoro che travalica le necessità del presente. Anche Cristo rifiuta ogni forma di polizza sul domani: “Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” ecc.</p>
<p style="text-align: justify">Il lavoro produce ansia e dispersione nella molteplicità degli enti («Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose»), disturba l&#8217;unità dell’Essere. Ma l’<em>ora et labora</em> di San Benedetto sembra poter armonizzare lavoro e contemplazione. Nella sua Regola leggiamo: «L&#8217;ozio è nemico dell&#8217;anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore». Alle ore canoniche della preghiera comune – “Ufficio divino” – si associa quindi un orario altrettanto canonico di lavoro o ufficio umano.</p>
<p style="text-align: justify">Benedetto si riferisce a semplici lavori agricoli o artigianali, infinitamente lontani dalle alienanti condizioni moderne. Il punto è che la pratica dell’orazione e quella del lavoro vengono poste su uno stesso piano, e l’assonanza dei termini &#8211;<em> ora et labora</em> &#8211; favorisce la loro assimilazione concettuale. <img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50965 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/138benedetto02-300x166.jpg" alt="" width="300" height="166" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/138benedetto02-300x166.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/138benedetto02.jpg 670w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify">Così, dato che Paolo ordina di pregare incessantemente, senza stancarsi mai, parrà giusto imporre anche al lavoro tale condizione. Alla fine, i benefici visibili del lavoro appariranno più reali di quelli invisibili della preghiera; l’attività fisica più utile di quella interiore. E la Chiesa stessa vedrà con più favore le iniziative concrete, sociali ed economiche, che il misticismo e l&#8217;improduttiva contemplazione.</p>
<p style="text-align: justify">Oggi un’ideologia collettiva e omologante celebra il lavoro e ne enumera le virtù in una litania di luoghi comuni: ci emancipa dal bisogno, ci fa indipendenti, ci preserva dalle lusinghe dell&#8217;ozio, ci scioglie dai tentacoli della noia, realizza i nostri desideri. Il lavoro si fa così garante dell&#8217;etica e della felicità umana. Cresciamo nel culto di una sanità o <em>santità</em> sociale che promana dal lavoro. In una tale prospettiva, il lavorare non solo ci sfama, ma certifica la nostra virtù morale.</p>
<p style="text-align: justify">Ma il lavoro è anche tediosa <em>routine</em>, frustrazione e vizio. E ci vuol poco a capire che il suo scopo oggi non è liberare dai bisogni ma crearli. Solo una bolsa retorica può dire che <em>arbeit macht frei</em>. Il lavoro che altri ci pagano è in realtà dipendenza e prostituzione, indipendentemente dal fatto che qualcuno ne possa trarre piacere o guadagno. È l&#8217;effetto di un&#8217;intenzione paradossale: si vende la propria libertà per essere più liberi. E venderci significa fare di noi stessi, del nostro tempo e della nostra vita, un valore di mercato, merce che si può comprare.</p>
<p style="text-align: justify">È quindi assurdo dire che il lavoro nobilita. Un nobile poteva<em> servire</em>, ma non avrebbe mai accettato di lavorare. Servire non è essere schiavi. Si può servire un ideale, una nobile causa. Un guerriero, un artista, un monaco, uno scienziato, possono porsi al servizio di un Principio più grande di loro, senza per questo cessare di essere uomini liberi e padroni di sé. Questo servire ha anzi natura liberatoria, perché in esso l’uomo si realizza spiritualmente.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50962 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/usura-300x282.jpg" alt="" width="300" height="282" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/usura-300x282.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/usura.jpg 512w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Ma oggi è il denaro ad arrogarsi tale funzione liberatoria. E se una volta le <em>imprese</em> erano atti eroici, nobili gesta, oggi sono solo associazioni per incrementare i profitti. L’idea, cui il calvinismo ha fornito basi religiose, di un legame tra ricchezza e virtù, in cui il guadagno è premio <em>solido</em> e visibile di meriti spirituali, ci induce a vedere nel lavoro ben retribuito una sorta di redenzione.</p>
<p style="text-align: justify">È così la mancanza di lavoro che diviene maledizione, colpa originale. Estinti gli antichi costumi cavallereschi, la borghesia pone il lavoro e il guadagno come pilastri di una nuova religione, teoricamente ispirata da idealistiche forme di altruismo e responsabilità sociali. Lavorare diventa così fondamento e vertice di un&#8217;etica ipocrita. I fumi dell’incenso borghese coprono il tanfo di lucrosi e disumani egoismi.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;umanità del lavoro può forse sopravvivere in  piccole comunità. Ma nell’ipertrofica società moderna il lavoro è retto dalla competizione, da meccanismi produttivi totalitari, dall&#8217;usura. Non è espressione di solidarietà ma ricerca ascetica del profitto, estasi del <em>capitale</em>, esibizione dello<em> status</em>. I frutti del lavoro si disincarnano in entità astratte, numeri senza nesso con bisogni reali. Il Lavoro diviene <em>libido</em> inappagabile, <em>èlan vital</em> che spinge l&#8217;uomo verso un futuro infinitamente migliorabile, &#8220;cattivo infinito&#8221; che chiede incessantemente d&#8217;esser superato.</p>
<p style="text-align: justify">Il mito del lavoro si fonde così con quelli dell&#8217;evoluzione e del progresso. È lotta, selezione spietata, crescita indefinita, secondo il virgiliano “<em>labor omnia vicit, improbus</em>” &#8211; il lavoro ha trionfato su tutto con la sua incessante fatica. Così, con la presunzione di creare un mondo migliore, lo si distrugge. Sacrifichiamo il presente a un futuro immaginario, come quell’uomo sommamente pazzo di cui parla Leonardo, « che sempre stenta per non stentare, e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica acquistati».</p>
<p style="text-align: justify">Non intendo certo incoraggiare il parassitismo sociale. So bene che tutto quello che ho dipende dal lavoro di altri, e che ognuno deve contribuire secondo le proprie capacità al benessere comune. So che il lavoro ha dalla sua ponderose ragioni. Ma dobbiamo impedire che, in una gerarchia dei valori, il lavoro prevalga sulla libertà. Che divenga una sorta di postulato intoccabile, di inconscio tabù, che appiattisce la vita su posizioni utilitaristiche.</p>
<p style="text-align: justify">Non si tratta solo di ridurre le ore di lavoro, come nelle città utopiche di Moro o Campanella, ma di sottrarre al lavoro quei vasti campi di senso e di valore che ha occupato nella nostra coscienza, a spese della libertà. Dovremmo capire che, come dice Wilde, “viviamo nell’età in cui la gente è talmente laboriosa da diventare completamente stupida”. Infatti, solo uno stupido potrebbe pensare che “il tempo è denaro” e che per tale ragione si debba passare questa vita facendo ciò che non ci piace, come vergini vestali consacrate al Dio del Lavoro.</p>
<p style="text-align: justify">So che questa critica è inutile. Perché il lavoro è uno dei nostri più radicati e inestirpabili <em>idola mentis</em>. Ha il volto di un Fato, di Legge ineluttabile cui non ha senso ribellarsi. L’uomo ha interiorizzato la sua schiavitù al punto di averne bisogno come di una droga. Dovremmo rinnegare la storia per credere in una vita senza lavoro, senza padroni, libera e <em>gratuita</em>, in solidale armonia con il cosmo e gli altri. Dovremmo rifiutare quei criteri scientifici ed economici, tra loro intimamente complici, che ci rendono sempre <em>dipendenti</em> da qualcosa, soggetti a condizionamenti d&#8217;ogni tipo. Dovremmo rovesciare il mondo con un&#8217;immane e impossibile rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50963 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/morte-di-giuda-cappella-scrovegni-padova-giotto_2824887-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/morte-di-giuda-cappella-scrovegni-padova-giotto_2824887-300x211.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/morte-di-giuda-cappella-scrovegni-padova-giotto_2824887.jpg 634w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Ma a me basterà l&#8217;anatema che punisce la disubbidienza al Dio Vaccino. Così, come Adamo fu scacciato dall’Eden e condannato a una vita di fatiche, io sarò espulso dal mondo del lavoro e condannato a una vita di ozio. La nuova maledizione abrogherà la vecchia e mi restituirà la libertà perduta.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, non ringrazierò chi mi fa questo involontario favore. Sarebbe come riabilitare Giuda per gli effetti salvifici del suo tradimento. La differenza è che in questi traditori dell&#8217;umanità non v&#8217;è spazio per il rimorso o il pentimento. Quindi non si impiccheranno.</p>
<p style="text-align: justify">Mi affiderò alla misericordia di Dio, come fanno, semplicemente e senza saperlo, bambini e animali. Esseri &#8220;meravigliosamente pigri&#8221;, come direbbe Lorenz. Creature libere, che non sentono alcun bisogno di lavorare, paghe del gioco divino della vita. Slegate l’asino dalla ruota della macina e tornerà alla sua vera natura. A brucare i prati e a ragliare d’amore, contento di ciò che la Provvidenza gli dona.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50971 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/055-Asino-115-x-80-Olio-su-tela-1951-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/055-Asino-115-x-80-Olio-su-tela-1951-300x175.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/055-Asino-115-x-80-Olio-su-tela-1951-1024x596.jpg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/055-Asino-115-x-80-Olio-su-tela-1951-768x447.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/055-Asino-115-x-80-Olio-su-tela-1951-1536x894.jpg 1536w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/09/055-Asino-115-x-80-Olio-su-tela-1951.jpg 1700w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>

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		<title>Telelavoro: ma è davvero “smart working? – Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 15:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno degli effetti più importanti indotti dal Coronavirus – ovvero i repentini cambi esistenziali imposti senza discussione– è il telelavoro. Milioni di persone sperimentano una enorme novità: lavorare da casa propria. A regime, sarà un cambiamento epocale, persino antropologico, con grandi implicazioni non solo nel rapporto con l’attività professionale, ma anche nella relazione con gli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Uno degli effetti più importanti indotti dal Coronavirus – ovvero i repentini cambi esistenziali imposti senza discussione– è il telelavoro. Milioni di persone sperimentano una enorme novità: lavorare da casa propria. A regime, sarà un cambiamento epocale, persino antropologico, con grandi implicazioni non solo nel rapporto con l’attività professionale, ma anche nella relazione con gli altri, nella percezione generale della vita di milioni di persone. I suoi sostenitori lo chiamano <em>“smart working”</em>, lavoro furbo, intelligente. Si tratta di una semplificazione ottimistica che investe quasi ogni aspetto delle innovazioni prodotte dalle nuove tecnologie informatiche e digitali. Chi le possiede e controlla ha deciso per tutti: è <em>“smart”</em>, furbo, positivo, ogni novità determinata dalla tecnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso del telelavoro, le riflessioni segnalano luci e ombre. Insieme con le varie forme di precarizzazione (lavoro interinale, somministrato, flessibile e quant’altro inventi la fertile fantasia dell’officina neoliberista) e con la robotizzazione crescente, che sostituirà il lavoro di milioni di persone, anche in professioni cognitive e specialistiche, il telelavoro è una delle grandi sfide di questi anni. Non è per caso che il sistema ha approfittato della crisi da Coronavirus per imporre senza dibattito una rivoluzione che non riguarda solo modalità e luogo di svolgimento delle prestazioni lavorative, ma cambia profondamente la quotidianità e le relazioni interpersonali, la stessa visione generale della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ opportuno fornire una prima mappa del fenomeno. Innanzitutto i numeri: almeno il 40 per cento delle aziende prevede di implementare, attivare o continuare con tale formula, che sta coinvolgendo almeno quattro milioni di persone, compresa la pubblica amministrazione. Un discorso a parte merita la scuola, indipendentemente dall’attuale emergenza e dalla palese incapacità governativa di affrontarla, per le profonde implicazioni sull’educazione, sulle relazioni interpersonali, sulla crescita civile e culturale delle giovani generazioni e per la speciale, millenaria relazione tra docente e allievo, architrave della trasmissione della conoscenza e feconda riproduzione della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni vantaggi del telelavoro sono evidenti: riduce gli spostamenti &#8211; e quindi l&#8217;impatto ambientale &#8211; e aumenta la produttività. Secondo alcuni, favorirebbe l&#8217;equilibrio tra lavoro e vita privata. Ma solleva anche interrogativi su scenari di vita e lavoro nuovi e sconosciuti, per i lavoratori e le aziende. Forse un giorno non lontano chiederemo a noi stessi: ricordi quando hai lasciato l&#8217;ufficio o l’officina, quando la casa era quel sacro tempio dove tutto, una volta chiusa la porta, rimaneva fuori? Adesso “fuori” e “dentro si mischiano e si sovrappongono. Si iniziò con le videoconferenze entrate nella nostra stanza e gli avvisi sulla prossima riunione accanto alla lista della spesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il telelavoro, dicono, favorisce la riunione familiare, riduce i costi aziendali, migliora la produttività. Eppure, secondo autorevoli sondaggi condotti in vari paesi, solo un terzo dei lavoratori interessati vorrebbe proseguire il telelavoro al termine della crisi. Che ne è, dunque, di tutte le virtù <em>“smart</em>” che gli sono attribuite? Quali inconvenienti denuncia chi preferisce tornare in ufficio? Il più ovvio è che il telelavoro nella formula attuale è una modalità eccezionale derivata dallo stato di allarme, messo su in fretta, con scarsa o nulla regolamentazione. Non c&#8217;è stato tempo per sviluppare – se non una cultura specifica- almeno un’abitudine, e questo ha portato a non riuscire a separare lo spazio del lavoro dal resto delle faccende quotidiane e domestiche.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti parlano chiaro: chi “telelavora” ha allungato l’orario di almeno due ore settimanali. Se prima alcuni dipendenti protraevano l&#8217;orario in modo che il capo potesse vedere che stavano ancora lavorando, ora passano la giornata a rispondere alle <em>e-mail </em>in modo quasi compulsivo. Un’analisi realizzata da Forbes rileva che i telelavoratori iniziano prima la giornata di lavoro, ma non la concludono con analogo anticipo. Due terzi della popolazione attiva ammette di rispondere a email o a chiamate telefoniche fuori dall’orario normale, e oltre il trenta per cento dichiara difficoltà a disconnettersi, ovvero a separare il tempo del lavoro da quello della vita. Alcuni sociologi ritengono che la disconnessione digitale debba diventare essere un tema prioritario nei progetti di legge e negli accordi sindacali destinati a regolare il telelavoro. Un problema accessorio, ma non secondario, è la ripartizione delle spese, poiché alcune aziende tendono a trasferire sul lavoratore certi costi aziendali.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’inizio dell’emergenza Covid 19, il lavoro a distanza è stato stabilito come misura provvisoria o eccezionale, ma i tempi stringono. Prestissimo, dovranno esserci risposte non emergenziali, accordi tra aziende e lavoratori in cui dovrà fare la sua parte di arbitro e garante il potere politico. Per quanto riguarda le spese, il primo punto è identificarle con chiarezza per determinare il compenso – o risarcimento – da corrispondere. La confusione è grande: gli interessi divergono, tra dispareri e le differenze di valutazione vince il più forte. Le imprese sono disponibili ad aumentare i costi con uffici aperti e impiegati al lavoro da casa? Quali professionalità – e in che numero- sono indispensabili per organizzare le attività telelavorative? Si parla troppo di accordi individuali e poco di intese collettive, così come deve essere chiarita la natura volontaria della scelta. Non c’è accordo tra difensori e detrattori circa i lati positivi e negativi. Attualmente viviamo in una situazione sospesa: presto diventerà definitiva e cambierà in profondità le nostre vite. Da un punto di vista psicologico, la cosa peggiore è non avere un orario preciso e non differenziare tempo del lavoro e tempo personale. Colpa dei lavoratori, ancora disorganizzati e incapaci di darsi limiti e nuova disciplina, o responsabilità di aziende e dirigenti impauriti dal possibile calo di rendimento, tendenti a inondare i dipendenti di nuovi adempimenti (speso inutili o insensati) e restringendo i tempi di esecuzione dei compiti assegnati? <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/09/P-1.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-46531 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/09/P-1-300x152.png" alt="" width="300" height="152" /></a>Il grande vantaggio del telelavoro è sconfiggere il pendolarismo, azzerando gli spostamenti e le spese relative. Addirittura il 91 per cento degli intervistati lo indicano come il miglioramento principale. Un problema crescente è il disagio della connessione costante. L&#8217;hanno già chiamato: <em>&#8220;zoom fatigue</em>&#8221; e si riferisce soprattutto alle videoconferenze. La Queen Mary University di Londra, in termini di percezione visiva, definisce il “formato” estenuante: nel collegamento virtuale si è costantemente osservati. Lo sguardo in primo piano è come avere qualcuno che ci osserva da vicino, a pochi centimetri dal viso, il che appare intimidatorio e imbarazzante. Inoltre, se gli incontri sono di gruppo, si hanno sempre sguardi diretti verso se stessi, diversamente dall’incontro incontro fisico, dove gli sguardi del gruppo sono più distratti. Negli incontri <em>online</em>, si verifica inoltre la &#8220;tensione della sincronia&#8221;. Ci si aspetta sempre una risposta immediata, interpretando erroneamente i gesti o la mancanza di gesti del corpo, poiché l&#8217;immagine è ridotta alla testa dei partecipanti. Quando si mostra un’immagine di se stessi, è inevitabile prestarvi attenzione e avere l’impressione di parlare davanti a uno specchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra “fatica” associata al telelavoro è relativa alla posizione. Nelle case, le sedie non sono ergonomiche, predisposte per lunghe ore di attività, raramente si dispone della luce appropriata per lavorare davanti al computer. La principale causa di assenteismo breve negli uffici è collegata a problemi muscoloscheletrici. Si prevede un sensibile aumento delle patologie. Centrale è il tema del controllo: proliferano <em>software</em> e applicazioni (app) per il controllo dei dipendenti. S<em>creenshot</em> ogni dieci minuti, il processo che consente di salvare sotto forma di immagini ciò che viene visualizzato sullo schermo di un computer; geolocalizzatori o addirittura fotografie per accertare se siamo davvero davanti al computer</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre gli accordi – individuali o collettivi – sorge la necessità di essere adeguatamente informati delle misure prese dalle aziende. Il fatto che il capo possa vedere il nostro schermo in ogni momento non è gradevole e non rispetta la sfera privata, invadendo lo spazio domestico e persino intimo, pur essendo ragionevole qualche forma di controllo delle prestazioni svolte da remoto. Secondo tutte le analisi condotte prima della pandemia, la produttività aumenta con il telelavoro. Uno studio del 2015 dell’università di Stanford mostra un aumento compreso tra il 4 e il 13 percento. L&#8217;autore dell’indagine, l’economista Nicholas Bloom, si è dichiarato sorpreso dai dati e li ha attribuiti al fatto che le persone sono più efficienti senza interruzioni da parte dei colleghi e alla constatazione che in realtà si lavora per più ore. Il tempo impiegato nel pendolarismo diventa- in parte &#8211; lavoro. Molti si connettono prima e smettono dopo, il che rende il telelavoro utile per le attività il cui obiettivo è la produttività; il danno è alla creatività e alla personalità, elementi che sono un valore del lavoro di squadra. Inoltre, il telelavoro facilita enormemente la misurabilità delle prestazioni. Il banco vince sempre, e con il telelavoro, più di prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2009 il 40 per cento dei dipendenti IBM lavorava da casa, ma nel 2017 la maggior parte è stata richiamata in sede per la diminuzione delle vendite. Analoga sorte per AT e Bank of America. Le ragioni addotte? La prima è che i dipendenti che lavorano a distanza risultano meno fedeli all&#8217;azienda. La seconda è che la mancanza di interazione con i colleghi diminuisce la creatività e il <em>problem solving</em>. Lo ha spiegato il CEO di Yahoo quando ha disposto il ritorno in ufficio dei dipendenti. “Alcune delle migliori decisioni arrivano nelle discussioni in mensa, negli incontri con persone che non conosci e nelle riunioni improvvisate del <em>team</em>”. Google e Facebook hanno sviluppato vere e proprie città dormitorio per i propri dipendenti che cercano la vicinanza all&#8217;ufficio. In questo modo, ritengono di aver eliminato il fastidio di viaggiare e rafforzato il legame aziendale.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi mesi di reclusione, la circostanza eccezionale ha fatto sì che la produttività non sia diminuita, ma ha anche attivato il monitoraggio e il controllo da parte di capi e dirigenti attraverso messaggistica, videoconferenze e dispositivi di sorveglianza su computer e smartphone. Ciò ha portato a richiedere la regola del sette: non è possibile chiamare o inviare <em>e-mail</em> prima delle sette del mattino o dopo le sette del pomeriggio. Le aziende esigono un&#8217;altra regola: quella dalle nove alle cinque, cioè che dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio si dia piena disponibilità e non ci siano intervalli per la cura dei figli né per altre attività domestiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle aziende americane che hanno lavoratori sia “faccia a faccia” che a distanza, questi ultimi ricevono meno promozioni e gratifiche. La spiegazione è semplice: se non ci sei, non ti vedono. Se non ti vedono, conti meno. Il pericolo è creare due classi di dipendenti, una delle quali ha minori possibilità di avanzamento. La mancanza di legame fisico facilita i licenziamenti. L’empatia diventa nulla, il rispetto umano è abolito: il lavoratore non è che un codice associato a un indirizzo IP. Molte aziende anglosassoni licenziano tramite videoconferenza. Non avvengono più neppure comunicazioni personali: sono convocati più dipendenti in video e comunicato verbalmente il licenziamento; la dichiarazione viene registrata. A rigore, un telelavoratore e i suoi capi potrebbero non venire mai a contatto diretto, fisico. E’ il trionfo del virtuale e di una forma odiosa di distanziamento sociale fatta di indifferenza e assenza di umanità, almeno nel senso che attribuiamo ancora al concetto.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte dei lavoratori predilige un modello flessibile: parte della settimana a casa e parte in ditta. Per le aziende non è così semplice. Il primo problema è definire quanto tempo fuori ufficio sia considerato telelavoro, soggetto a diritti e doveri diversi da quelli del lavoro tradizionale. La duplicazione richiede apparecchiature informatiche all&#8217;interno e all&#8217;esterno – un costo &#8211; e se le giornate di presenza fisica richiedono il personale al completo, ciò non consente alle aziende di ridurre le spese immobiliari, uno dei grandi vantaggi del telelavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maggiore rischio del telelavoro è l’isolamento con le conseguenze depressive che può determinare Perdiamo qualcosa di importantissimo: il luogo del lavoro, la sua atmosfera, cadiamo in una solitudine che allontana dalla cultura della conversazione, del dibattito e soprattutto della comunità. La preoccupazione è per un mondo sempre più parcellizzato, in cui atomi isolati non conoscono/riconoscono più l’altro, che fino a ieri era il collega, colui con cui si condividevano fatiche e interessi, con il quale si costruiva un percorso di vita, si stabiliva una vicinanza. Si manifestano già sintomi di ottundimento mentale, mancanza di concentrazione, casi di ansia e depressione. Poiché il lavoro occupa molte ore della nostra quotidianità, il lato oscuro è la disumanizzazione delle relazioni professionali, il deterioramento ulteriore del tessuto comunitario e sociale e la perdita di autostima. Senza relazione, in assenza di interazione, si vive il lavoro come mero rendimento e valutazione /conseguimento di obiettivi eterodeterminati, con danni per il benessere personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivere in armonia con se stessi è collegato al contratto con altri esseri umani, con la convivialità, il confronto, la condivisione di difficoltà, delle emozioni. La mancanza di tali esperienze può generare angoscia, instabilità e tristezza. Di sicuro, produce un’ulteriore avanzata del più greve individualismo, che inclinerà sempre più all’egoismo e alla competitività. Cercano di presentare il telelavoro come una panacea. Si lavora a casa, ma l&#8217;elettricità la paga il lavoratore, non l&#8217;azienda. E’ lui a metterci il locale, in molti casi gli faranno pagare inchiostro, stampante e carta. Ovviamente, è a suo carico il riscaldamento e il condizionamento dell’aria. L’azienda risparmia sugli uffici e le spese generali. Il passo successivo potrebbe essere trasformare i telelavoratori in lavoratori autonomi, poiché non lavorano in azienda e possono fatturare a ore. Ecco che cosa è, nei fatti, l’accattivante formula “essere imprenditori di se stessi “. La dimensione collettiva del lavoro, già in crisi da decenni, svanirà, rafforzando le pulsioni individualiste.</p>
<p style="text-align: justify;">Il telelavoro, nel medio termine, genererà nuova disoccupazione e nuova precarietà. Il vantaggio enorme di sconfiggere il pendolarismo, il traffico urbano e suburbano, trascinera al crollo di interi comparti economici legati alla mobilità, compresi i locali di ristorazione, i bar e le mense. Caleranno gli utenti – quindi gli addetti- di metropolitane e tranvie. Il telelavoro è una vera rivoluzione individuale, collettiva, sociale e forse antropologica dai mille risvolti. Ha bisogno di tempo, progettualità politica, capacità di previsione e meccanismi di salvaguardia, non dell’accelerazione impressa dal coronavirus, ovvero da chi ne sta sfruttando le ricadute per costruire un mondo ancora più disumano, fatto di chiusure, solitudine e di un autoritarismo fondato sulla paura, mascherato dall’ineluttabilità di fenomeni, che, al contrario, sono una precisa scelta delle oligarchie economiche, finanziarie e tecnologiche sulla pelle di popoli e lavoratori sempre più superflui.</p>
<p>Roberto Pecchioli</p>

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		<title>La caverna di Platone &#8211; Enrico Marino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2020 15:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Covid19]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per 500 posti da infermiere in Lombardia hanno risposto in 10.000; per 300 posti da medico, in 8000. Questo dimostra, oltre all’indiscutibile e ammirevole slancio di solidarietà di cui è capace il nostro popolo, che ci sono italiani pronti a impegnarsi e che ci sono lavori che gli italiani vorrebbero fare, se gliene fosse data [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
Per 500 posti da infermiere in Lombardia hanno risposto in 10.000; per 300 posti da medico, in 8000. Questo dimostra, oltre all’indiscutibile e ammirevole slancio di solidarietà di cui è capace il nostro popolo, che ci sono italiani pronti a impegnarsi e che ci sono lavori che gli italiani vorrebbero fare, se gliene fosse data la possibilità, senza essere costretti a espatriare. Dimostra, inoltre, che la realtà del mercato del lavoro è una realtà drogata dall’inefficienza di un potere che è impreparato non solo a fronteggiare le emergenze, quanto soprattutto a gestire la normalità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’allocazione delle risorse e una visione strategica a lungo termine dell’economia e della produzione sono elementi essenziali per la vita di una nazione e la capacità della classe politica nel campo della programmazione economica e produttiva è una cartina tornasole della sua qualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Da settantaquattro anni, ormai, abbiamo continui riscontri dell’inadeguatezza della classe dirigente di questo Paese, nel permanere, se non addirittura nell’incrementarsi, di problemi atavici e irrisolti e nell’emergere di nuove drammatiche povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">La “questione meridionale” è un elemento paradigmatico in questo senso.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è tutt’oggi nel Paese un’area geografica, vasta all’incirca sei regioni, dove si vive in condizioni di arretratezza rispetto a molteplici standard europei: arretratezza industriale, sociale, economica, sanitaria, abitativa, scolastica, infrastrutturale e sul piano della legalità e della sicurezza. Se il virus dilagasse in quell’area sarebbe un disastro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mancato sviluppo di una così larga parte del Paese, che costituisce peraltro una immensa risorsa e un patrimonio eccezionale di bellezza, arte e cultura, è la testimonianza inconfutabile del fallimento di questo regime che continua a fornire pessime prove di sè nelle più differenti circostanze.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi tocchiamo con mano l’abisso nel quale ci hanno precipitato le politiche degli ultimi 30 anni a base di dismissioni, privatizzazioni e vincoli di bilancio, nel momento in cui ci ritroviamo a dover elemosinare persino i presidi sanitari di base, le mascherine con le quali proteggere medici, infermieri, forze dell’ordine e noi stessi dal pericolo di un contagio di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo ridotti al punto di dover ascoltare, senza reagire, dichiarazioni farneticanti come quelle del comunista Zanda, tesoriere del PD, che ha proposto di racimolare prestiti dando in garanzia il patrimonio immobiliare di proprietà statale, “almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei…”. In tal modo, successivamente potremmo dare in pegno gli Uffizi, la Reggia di Caserta o il Colosseo, oppure vendere interi pezzi di Paese, per ridurci alla fine in condizioni peggiori della Grecia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo non turba i kapò europeisti, i quali continuano ancora a traccheggiarsi con soluzioni come il MES tanto care ai loro padroni di Bruxelles. Quelli che hanno ridotto il Paese, da potenza mondiale per manifatture prodotte ed esportate, all’attuale livello di miseria e indebitamento, sono ancora tra noi e rivestono ruoli guida. Persone come Gentiloni, Monti, Letta e Prodi, insistono a ripetere che se riusciremo a salvarci dovremo ringraziare l’Europa. Così come dovremmo ringraziare la BCE se si degnerà di acquistare i nostri titoli di Stato. Con questa logica, dopo esserci lasciati chiudere in una gabbia, dovremmo essere lieti che tra le sbarre filtri un po’ di luce e d’aria. In questi anni di permanenza nell’UE il reddito di ogni italiano ha subito decurtazioni di migliaia di euro, ma c’è chi insiste nel perseguire strade disastrose.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si vuole che le istituzioni chiamate a rimediare al tracollo delle economie, a seguito del coronavirus, siano le stesse che hanno sempre creato i maggiori ostacoli alla vita dei popoli europei; se si pensa che la Commissione, la Banca Centrale, l’Eurogruppo/Ecofin e il Consiglio Europeo sono istituzioni che non rispondono ad alcun principio di democrazia, ma solo a istanze tecnocratiche non-elettive, allora si mette immediatamente a fuoco il pesantissimo deficit di questa chimera che chiamiamo Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché l’Italia deve cogliere questa occasione unica per muoversi in una diversa direzione, abbandonando l’illusione che basti modificare qualche marginale stortura o sostituire la Von Der Leyen o Christine Lagarde con figure meno indecenti, poiché la patologia è interna al processo stesso di costruzione dell’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta, piuttosto, di uscire dal sistema economico predatorio neoliberista impostoci, per ricostituire in Italia un sistema economico produttivo di stampo keynesiano, che preveda nazionalizzazioni, intervento dello Stato nell’economia, distribuzione della ricchezza alla base della piramide sociale, investimenti pubblici nella sanità, nell’istruzione, nella ricerca e via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultima analisi, si tratta di riconquistare la sovranità monetaria che è essenziale per eliminare il debito pubblico con tutte le sue conseguenze, seguendo le indicazioni che ci vengono dalla lettura della stessa carta costituzionale e, particolarmente dagli articoli 1 (sovranità popolare), 2 (diritti inviolabili dell’uomo), 3 (eguaglianza economica e sociale), 42 (obbligo del proprietario di assicurare la funzione pubblica della proprietà), 43 (necessità di porre in mano pubblica i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia), 47 (tutela del risparmio).</p>
<p style="text-align: justify;">Il debito pubblico non rappresenta un ostacolo in un paese sovrano, che disponga della propria moneta, di enormi riserve di lavoro e di capacità produttiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non abbiamo, al momento, risorse politiche in grado di condurre la Nazione fuori dalla crisi con mano ferma e che abbiano visione strategica e sufficiente determinazione da operare scelte talmente rivoluzionarie, seppure uniche in grado di invertire totalmente l’attuale rotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci basterebbe, almeno, una reazione di dignità, basterebbe solo ammettere di aver preso un abbaglio a credere in questa Unione Europea e dopo aver riconosciuto questo errore comportarsi di conseguenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia dovrebbe dunque agire per suo conto, prendendo subito quelle misure che possono mettere in sicurezza la nostra economia, adottando un piano strutturato sull&#8217;emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza, con rendimenti moderati, ma sicuri e fissi, garantiti dallo Stato e indirizzati al mercato interno, mettendo a frutto e in sicurezza il nostro risparmio, favorendo anche un eventuale rimpatrio dei capitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Va superato anche il malsano &#8216;divorzio Tesoro-Banca d&#8217;Italia&#8217; introdotto nel 1981, vanno sbloccati i fondi stanziati per i lavori pubblici e vanno favoriti i prestiti a tasso zero per dare un immediato supporto in liquidità alle PMI; vanno sostenute l’apertura e la produzione delle aziende e non la chiusura e la cassa integrazione; si potrebbe anche rimodulare coraggiosamente l’IVA canalizzando i consumi sull&#8217;interno, tagliando 5 o 10 punti sulle produzioni nazionali, per aumentarne altrettanti sui beni importati; tutte iniziative autonome anticrisi che sarebbero pienamente rispettose delle norme europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ostacoli sono altrove e tutti nell’indole dei nostri governanti, nella loro seduzione all’asservimento, nell’ideologia malsana del vincolo esterno, nella suggestione incapacitante che non sapremmo mai risollevarci con le nostre sole forze, nell’impotenza morale di generazioni di politici smidollati e succubi, abituati a eseguire e mai protagonisti, indegne controfigure di quelli che nel secolo scorso innalzarono il Paese al rango di potenza europea.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, il benessere dell’Italia e di cui l’Italia ancora gode, nonostante le tragedie odierne, è dovuto solo ed esclusivamente al lavoro e all’ingegno degli italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per impedire la distruzione economica e materiale e la definitiva colonizzazione del Paese, occorre fornire una guida ai nostri fratelli ancora incatenati nel buio della menzogna, con una visione distorta della realtà, per condurli alla luce della verità. Ecco la responsabilità storica alla quale oggi siamo chiamati, fare uscire il Paese dalla caverna dell’usura liberista, fuori dalle tenebre di questa UE.</p>
<p style="text-align: justify;">Enrico Marino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/emergenza_covid19_arruolamento_straordinario_personale_sanitario.aspx" target="_blank" rel="noopener">immagine copertina</a></p>

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		<title>Il lavoro del futuro: le ragioni del pessimismo &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Mar 2018 15:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lavoro a tempo determinato, contratto di somministrazione, a chiamata, a tempo parziale, parasubordinato eccetera eccetera. La fantasia dei burocrati e dei giuslavoristi del Terzo Millennio si è scatenata per trovare formule contrattuali e giuridiche sempre nuove per disciplinare una chimera, il lavoro che spesso non c’è e quando c’è è tutto fuorché il vecchio, tramontato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lavoro a tempo determinato, contratto di somministrazione, a chiamata, a tempo parziale, parasubordinato eccetera eccetera. La fantasia dei burocrati e dei giuslavoristi del Terzo Millennio si è scatenata per trovare formule contrattuali e giuridiche sempre nuove per disciplinare una chimera, il lavoro che spesso non c’è e quando c’è è tutto fuorché il vecchio, tramontato impiego a tempo indeterminato. Anche l’esortazione a farsi imprenditori di se stessi altro non è che la maschera per far digerire alla nuove generazioni – e non solo a loro – una vita precaria, nomade, socialmente insicura. La reazione a tutto questo è arrivata con il clamoroso successo elettorale del Movimento Cinque Stelle, la cui proposta di reddito di cittadinanza ha sedotto milioni di elettori. I motivi di pessimismo abbondano, specie considerando la lentezza di reazione delle istituzioni italiane ai fulminei cambiamenti della società.  La lettura di un rapporto sul futuro del lavoro realizzata dall’Ufficio Studi di una grande banca internazionale rafforza il pessimismo. Parlando delle conseguenze dell’automazione, i ricercatori esortano a non ragionare in termini negativi, a patto che Stati e istituzioni “adottino politiche adeguate”. Non ci sarà, a loro avviso, una “robocalisse”. L’esempio portato è quello di alcuni paesi molto robotizzati, come il Giappone, la Germania o gli Stati Uniti, nei quali permangono elevati tassi di occupazione e, affermano i professori stipendiati dalla banca, “buoni redditi da lavoro”. A loro avviso, è sufficiente che ci prepariamo.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/P-3-4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-26913 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/P-3-4-300x182.jpg" alt="" width="300" height="182" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Muoviamo tre obiezioni. La prima riguarda la qualità di milioni di impieghi nei paesi esaminati. Un numero crescente di persone svolge attività precarie, in situazioni complicate e con protezione sociale in costante declino. La seconda riguarda il livello delle retribuzioni, definite buone in base a non chiari parametri, ma che al contrario soddisfano solamente i datori di lavoro e spesso costringono a doppie attività ovvero sono una mera integrazione del reddito familiare. La terza obiezione è fondamentale, almeno per l’Italia, e attiene la capacità previsionale e reattiva del sistema.  Il nostro paese ha accumulato ritardi insostenibili in quasi tutti i settori; il suggerimento dei ricercatori di ridisegnare il sistema educativo si abbatte su una nazione le cui riforme dell’istruzione sono state troppe, sino all’ultima, vero modello di bis-pensiero orwelliano, la cosiddetta “buona scuola”, parto cesareo della sinistra per metà post sessantottina e per metà asservita ai poteri forti. Il risultato, in termini di cultura generale, preparazione alla vita, pensiero critico e capacità di inserimento nel mondo del lavoro è quello, desolante, che sperimentiamo ogni giorno.  Siamo ormai alla seconda fase dell’automazione ed assistiamo a nuovi profondi cambiamenti nella domanda di abilità professionali, ma non abbiamo ancora assorbito i problemi della prima ondata. Nessuno ha idee precise, a meno di prendere sul serio lo stucchevole slogan delle tre I della destra liberale: inglese, internet, impresa. In questi anni le conoscenze più richieste riguardano le materie dell’acronimo STEM, scienza, tecnologia, ingegneria (engineering), matematica, ma risulta prevalente il peso delle cosiddette conoscenze socio-emozionali (psicologia, pubblicità, pedagogia, operatori sociali in senso lato).</p>
<p style="text-align: justify;">Il ruolo dello Stato dovrebbe essere proattivo, di indirizzo e tutela, a partire dall’informazione alle famiglie sino alle strutture educative di ogni livello. Nessuno vede un impegno serio su questi temi. E’ assente qualunque progetto di medio termine. Declina la cultura classico-umanistica, l’unica che insegni a ragionare, ma non avanza neppure il sapere tecnoscientifico, se non in alcune eccellenze e nelle conoscenze di base. Occorre, come sempre, affrontare la radice dei problemi, riconoscendo che i cambiamenti determinati dalle nuove tecnologie, dalla globalizzazione e dall’automazione modificano nel profondo l’organizzazione del lavoro, ma soprattutto i ritmi dell’esistenza quotidiana. Non c’è solo il problema di nuovi robot, o l’apparizione dell’intelligenza artificiale, o la rivoluzione informatica digitale. Non dobbiamo lasciare che l’albero della tecnologia ci impedisca di vedere ciò che si muove dietro, ovvero il progetto di fondo dell’oligarchia dominante. Il bosco è frondoso e ha innumerevoli tonalità di colore. Sull’onda dell’informatica e della cibernetica si sta ristrutturando in maniera autonoma, senza che i poteri pubblici riescano o sappiano intervenire, l’intero sistema del lavoro, non solo il suo mercato, producendo tendenze antropologiche più rilevanti della stessa innovazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel solito tecno inglese, si è diffusa un’espressione eufemistica politicamente corretta, alternative work arrangements, nuove modalità di contrattazione, più dirompenti dell’automazione incipiente, se non ci si prepara a contrastarle. Gli economisti di Harvard Lawrence Katz e Alan Kruger vi hanno dedicato un libro, rilevando che il numero di lavoratori con contratti diversi da quelli tradizionali è aumentato esponenzialmente negli ultimi dieci anni. Hanno individuato quattro categorie principali: in primo luogo gli autonomi, ossia persone che lavorano a rischio e conto proprio per fornire un prodotto o un servizio come un’impresa indipendente. La seconda forma è quella dei lavoratori “a chiamata”, persone che si rendono disponibili in qualsiasi momento. Questi soggetti, una sorta di lavoratori-squillo, hanno giorni o ore in cui non lavorano, ma devono rimanere a disposizione in attesa di una telefonata o di un messaggio. Poi ci sono i dipendenti di imprese di lavoro temporaneo, in Italia li chiamiamo somministrati, ceduti per periodi definiti ad imprese clienti per la realizzazione di lavori, progetti o attività specifiche. Infine, i lavoratori forniti da imprese contrattate, che potremmo paragonare alle aziende multiservizi. Il numero di persone appartenenti a queste categorie è cresciuto di almeno nove milioni di unità nel decennio 2005-2015, passando dal 10 al 15 per cento di tutti i lavoratori statunitensi. Il numero coincide esattamente con l’incremento di occupazione osservato in quei dieci anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Da noi, la tendenza è simile, alimentata da legislazioni sempre più permissive, che superano ormai l’antico caporalato contro cui insorse Di Vittorio. Le cifre esatte sono difficili da raccogliere, ma segnano il passo i contratti stipulati attraverso agenzie temporali e interinali, mentre aumenta il peso delle imprese multiservizi, dedicate soprattutto all’esternalizzazione di servizi o interi rami d’azienda. Le stime del 2017 ipotizzano un volume d’affari largamente superiore a 30 miliardi di euro, con un aumento superiore a ogni altro comparto. Dal 2011, il settore è cresciuto in tutta l’Unione Europea, con punte del 30 per cento in più nel numero di microimprese (le partite IVA, diciamo così, involontarie) senza dipendenti. Nel medesimo periodo, sono state chiuse in Italia centinaia di migliaia di partite IVA, specie nel commercio e nell’artigianato, solo parzialmente sostituite dalle nuove modalità alternative a basso reddito, prive della possibilità di divenire attività a lungo termine, progetti di vita. Diventa imprescindibile un grande patto nazionale fondato sull’istruzione, un avviamento al lavoro in cui riprenda il ruolo centrale delle istituzioni pubbliche, insieme con il ripensamento dell’intero sistema di prestazioni sociali e previdenziali. Le pensioni rischiano di diventare, oltreché un miraggio lontano, difficilmente sostenibili nel medio periodo per la diminuzione della contribuzione prodotta dai modelli descritti. Senza interventi rapidi, energici e profondi che affrontino organicamente tutti i temi citati, ogni riforma parziale sarà un rimedio peggiore del male, un nuovo successo dell’ideologia neoliberista.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mancano <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/P-2-6.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-26912 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/P-2-6-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>gli esempi. Uno riguarda i corrieri delle imprese specializzate di distribuzione, i quali devono lavorare quasi 80 ore settimanali per raggiungere un reddito netto di 1.300 euro. E’ il destino dei lavoratori autonomi economicamente dipendenti, una definizione in più per designare gli sfruttati del XXI secolo, che sta raggiungendo il XIX per le vergognose condizioni di lavoro. Il meccanismo ha precarizzato ulteriormente moltissimi giovani e meno giovani. Prima, i corrieri-distributori, detti anche riders (corridori…) erano pagati a ore, ciò che assicurava uno stipendio modesto ma fisso e un calendario di lavoro prestabilito.  Si trattava di un modello precario, la media era attorno a cinque euro netti orari, ma forniva una certa stabilità. Pagato a ore, il fattorino (diamogli il vecchio rispettabile nome nella nostra lingua) guadagnava poco, ma almeno si garantiva uno stipendio, poiché anche i tempi morti erano pagati. Con il contratto “alternativo”, è diventato lavoratore autonomo dipendente da un solo cliente. Deve pagarsi i contributi e disporre in proprio dell’infrastruttura di lavoro (telefono cellulare, computer, bicicletta o ciclomotore). E’ retribuito solo per i servizi effettivamente svolti, spesso deve attendere ore le chiamate senza poter svolgere altre attività. Il modello, esteso ormai a moltissime attività, si morde la coda, obbliga a restare a disposizione in ogni momento, giacché la chiamata è a discrezione dell’impresa e rifiutarla può significare il licenziamento, pardon, la perdita del cliente unico, spesso organizzato come piattaforma informatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il modello evita problemi e rompicapi alle aziende, sempre più libere e irresponsabili dal punto di vista assicurativo, previdenziale e della fornitura dei beni strumentali. E’ il modello Uber applicato su larga scala, massima insicurezza per il lavoratore e nessuna tutela del consumatore finale. I malcapitati imprenditori di se stessi non vengono minimamente seguiti nel processo di inserimento nella nuova realtà: sei autonomo, fatti tuoi se devi compilare moduli, ottenere permessi, pagare imposte. Rivolgiti a un commercialista, a cui darai una parte dei tuoi già magri ricavi.  Sono solo esempi, moltissimi altri ne esistono, ma tutti convergono nel modello imposto: il lavoratore nomade, precario, scavalca montagne postmoderno come le compagnie teatrali girovaghe del passato, il trolley in una mano e lo smartphone nell’altra per aspettare un ingaggio via posta elettronica, whatsapp o attraverso le app dedicate, magari per distribuire cibo spazzatura o elaborare la contabilità mensile di un’azienda lontana. E’ la distruzione scientifica non solo delle generazioni presenti, ma della civiltà di cui siamo figli. Un&#8217;altra conseguenza della dittatura del profitto, un gigantesco furto di vite delle quali un giorno qualcuno dovrà rendere conto. Viene voglia di rovesciare una frase di Juan Carlos Onetti: l’esistenza del passato dipende dalla quantità di presente che gli affidiamo. Sostituiamo la parola passato con futuro e tutto sarà chiaro dell’epoca che ci sta trascinando a fondo.</p>
<p>ROBERTO PECCHIOLI</p>

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		<title>Lavoro: statistiche &#8220;ad usum delphini&#8221; &#8211; Michele Rallo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2017 16:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[CGIA]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[michele rallo]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Francia del Seicento, al tempo dei Tre Moschettieri, l’istruzione dei figli del Re era affidata a precettori d’alto lignaggio, che per la bisogna si servivano di libri stampati ad hoc, con testi da cui era stata accuratamente tolta ogni parte che contenesse riferimenti a fatti scabrosi che avrebbero potuto turbare l’augusto allievo. Una cura [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella Francia del Seicento, al tempo dei Tre Moschettieri, l’istruzione dei figli del Re era affidata a precettori d’alto lignaggio, che per la bisogna si servivano di libri stampati ad hoc, con testi da cui era stata accuratamente tolta ogni parte che contenesse riferimenti a fatti scabrosi che avrebbero potuto turbare l’augusto allievo. Una cura particolare era dedicata al primogenito, destinato alla successione al trono, il Delfino. Lui studiava su libri pensati solo per lui, stampati in copia unica, che recavano l’indicazione “ad usum Delphini”, cioè per l’uso personale del Delfino. Nel tempo, la locuzione è entrata nel linguaggio comune, a indicare un testo utile ad una sola persona – e poi ad una categoria o ad una parte politica – ma comunque censurato, privato accuratamente di ogni riferimento giudicato inopportuno; fino al punto (ma al tempo di D’Artagnan non era così) di stravolgerne il significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo – per esempio – il recente rapporto dell’ISTAT sulla occupazione nel mese di luglio. Nella sua versione originale è una cosa seria, attendibile, ben fatta, come è nella tradizione del nostro istituto di statistica. Poi, però, c’è la versione “ad usum Delphini”: non falsificata, ma censurata, emendata, purgata da ogni elemento che possa turbare la sensibilità del pargolo. Pargolo che – nella fattispecie – è il popolo italiano, cui devono essere taciuti particolari giudicati poco edificanti. Non so chi si sia incaricato dell’intervento censorio. So solamente che la versione ammannita attraverso i media è stata la seguente: balzo in avanti dell’occupazione, tornata ai livelli pre-2008, quando scoppiò l’ultima crisi (non “la crisi”) che diede un altro colpo all’occupazione. Nel dettaglio, questi erano i numeri: a luglio gli occupati sono stati 59.000 in più rispetto a giugno, pari a un incremento percentuale dello 0,3%; nel frattempo, però, è aumentato anche il tasso di disoccupazione, salito all’11,3%, con un incremento dello 0,2%.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/09/R-2.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-24061 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/09/R-2.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, i commentatori del minculpop si sono arrampicati sugli specchi per spiegare come, se l’occupazione cresce, cresce anche la disoccupazione. Ma questa è poca cosa, a fronte dei proclami roboanti del governo – Gentiloni e Padoan in testa – grondanti orgoglio e autocompiacimento per gli “straordinari risultati” ottenuti. Su tutti, comunque, ha svettato il solito furbastro toscano, il quale ha rivendicato a merito del Job’s Act il grande balzo in avanti (Mao Tse-tung si starà rivoltando nella tomba), annunziando all’incredula platea dei disoccupati italiani che «abbiamo creato un milione di posti di lavoro». Quasi a voler dare uno scappellotto al povero Gentiloni; un avvertirlo che ogni fatto positivo – ammesso che ci sia – deve essere accreditato all’eredità del grande timoniere (chiedo ancora perdono alla memoria di Mao Tse-tung) e non ascritto all’attivo del suo successore.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, a voler prendere per buone le valutazioni entusiaste degli allegri compari, ci sarebbero da osservare tante cose. Per esempio che, in un momento di crescita di tutta l’eurozona, il nostro zero-virgola rappresenta comunque il fanalino di coda. O, per fare un altro esempio, che anche i pochi nuovi posti di lavoro considerati stabili non lo sono affatto; perché le “tutele crescenti” del Job’s Act hanno di fatto cancellato l’occupazione a tempo indeterminato. O, ancora, che per “posti di lavoro” si intendono anche le assunzioni a tre mesi in un call-center a 400 euro al mese. O, infine, che per “occupati in Italia” si intendono anche gli stranieri che sono venuti a prendere posti di lavoro qui da noi (e a sottrarli agli italiani). Ma tutto ciò rientra nella polemica politica. Sul piano tecnico, invece, a sbugiardare i testi “ad usum Delphini” ci pensa ancora una volta l’ufficio studi della Confartigianato (quello che la stampa chiama “la CGIA di Mestre”). Ebbene, la CGIA ha reso noti i dettagli che gli addetti all’informazione del popolo italiano avevano ritenuto di censurare. Apprendiamo, così, che – a fronte di un ritorno al numero dei posti di lavoro del 2008 – è diminuito di molto il numero delle ore lavorate: meno un miliardo e cento milioni di ore, pari al 5%. La qualcosa comporta che – rispetto all’anno di riferimento – gli occupati hanno lavorato meno, che hanno guadagnato meno, e che le aziende hanno prodotto meno. Inoltre, anche a voler prendere come riferimento il 2008 (anno in cui la nostra socialità era stata massacrata già da lungo tempo) c’è da tener presente – osserva la CGIA – che tutti gli indicatori economici sono in forte diminuzione: il PIL del 6%, i consumi del 3%, il reddito delle famiglie del 7%, e gli investimenti di ben il 24,5%.<br />
Altro che le barzellette del Vispo Tereso!</p>
<p><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/09/Rallo_Social.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3497" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/09/Rallo_Social-300x96.jpg" alt="" width="300" height="96" /></a></p>
<p>Michele Rallo</p>

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		<title>Chi non lavora non fa l&#8217;amore &#8211; Nicole Ledda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jul 2017 15:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[nicole ledda]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi non lavora non fa l&#8217;amore o chi lavora troppo non ne fa più? É di questi giorni la notizia dell&#8217;aumento dell&#8217;etá pensionabile ad 85 anni in Giappone. Giappone, terra del Sol Levante; terra del karoshi, la morte per il troppo lavoro; terra d&#8217;abnegazione; terra di progresso. La longevità é il tratto distintivo della popolazione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Chi non lavora non fa l&#8217;amore o chi lavora troppo non ne fa più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">É di questi giorni la notizia dell&#8217;aumento dell&#8217;etá pensionabile ad 85 anni in Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;">Giappone, terra del Sol Levante; terra del karoshi, la morte per il troppo lavoro; terra d&#8217;abnegazione; terra di progresso.</p>
<p style="text-align: justify;">La longevità é il tratto distintivo della popolazione giapponese e tale longevità viene sfruttata per assecondare le folli pretese e i diktat imposti dalla produzione selvaggia, tanto che obiettivo prossimo e concreto è la completa eliminazione dell&#8217;età pensionabile. Vivere per lavorare, vuol dire vivere? É il lavoro che si impone sulle vite private e surclassa la dignità dell&#8217;uomo. Siamo uomini o macchine?</p>
<p style="text-align: justify;">Il Giappone ha uno dei più bassi tassi di natalità al mondo, si stimano 1,4 figli a famiglia, il tempo da dedicare agli affetti è ai minimi termini, ma anche in un&#8217;ottica prettamente consumista, questa tendenza non risulta vincente, ritorcendosi contro chi l&#8217;ha imposta e spacciata per modello vincente, portando difatti, lo stato stesso a dover rinunciare ad almeno 27 milioni di lavoratori che non nasceranno, nel futuro prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lavoratori, non me la sento di chiamarli uomini, totalmente spersonalizzati, che affrontano mediamente cento ore di straordinari ogni mese, 2159 suicidi annui per problemi sul lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nasci, lavori, muori.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia lo scenario non è dei migliori, il lavoro in nero, l&#8217;immigrazione incontrollata che porta ad un macabro gioco al ribasso per i compensi, basti pensare al lavoro nei nostri campi pagato a 2/3 euro l&#8217;ora. In Italia si muore ancora sotto il sole nei campi per 3 euro l&#8217;ora .</p>
<p style="text-align: justify;">E la disoccupazione giovanile, la precarietà dei lavoratori tra i venticinque e trentaquattro anni, con picchi del 35% dei laureati e le parole del Presidente Istat, Giorgio Alleva che ha confermato l&#8217;aumento dell&#8217;età pensionabile a 67 anni nel 2019. É bene ricordare che la legge prevede un meccanismo automatico di adeguamento alla speranza di vita, che aumenta ogni due anni, dunque se nel 2019 si andrà in pensione a 67 anni, nel 2021 si raggiungerà il traguardo della pensione a 67 anni e tre mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">In quest&#8217;ottica ha senso continuare a pagare i contributi? Quando ne potremmo beneficiare?</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia cominciammo a parlare di previdenza sociale nel 1861, immediatamente dopo l&#8217;Unità d&#8217;Italia, grazie sopratutto alla spinta fornita dalla rivoluzione industriale, così nel 1895 vi è grande attenzione per il settore degli infortuni sul lavoro (unicamente del personale statale), ma occorre attendere il 1927 per vedere il riconoscimento in capo a tutti i lavoratori dei contratti collettivi di lavoro e di una più rigida ed estesa applicazione della mutualità e della previdenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La rivoluzione innescata non si arresta e tra il &#8217;33 ed il &#8217;35 viene istituito INFPS, che sostituisce la Cassa Nazionale per la previdenza sociale e ad oggi porta il nome INPS. La vera innovazione di questo periodo é l&#8217;introduzione dell&#8217;assicurazione obbligatoria per la tubercolosi, dell&#8217;assicurazione per la disoccupazione involontaria, ma soprattutto vengono introdotti gli assegni familiari per i figli a carico e la riduzione dell&#8217;orario lavorativo con ben due giorni di riposo settimanale e alla famiglia, rispondendo difatti alla necessità precisa e dichiarata di incentivare la crescita demografica. Tale ratio é coadiuvata dall&#8217;istituzione dell&#8217;Opera Nazionale Dopolavoro (OND), un servizio prettamente sociale che si occupava dell&#8217;istruzione dato l&#8217;elevato tasso di analfabetismo, delle attività ricreative sia sportive che turistiche, e per le donne vi erano corsi di pronto soccorso, igiene ed economia domestica. Uno stato sia padre che madre che si occupava d&#8217;arte, di musica, di cinema, di radio e di folklore, si condivideva, si sapeva stare insieme o almeno lo immagino.</p>
<p style="text-align: justify;">É nel &#8217;39 che viene fissata e ridotta l&#8217;etá pensionabile a sessant&#8217;anni per gli uomini e cinquantacinque per le donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto anche che in molti si divertono a falsare questi dati facilmente consultabili su siti istituzionali, questi nello specifico sono stati presi dal sito CISL, senza apologia ne mitomania, preferendo sminuire ed insabbiare la realtà dei fatti anche quando si tratta di sano progresso e sacrosante battaglie sociali e non social.</p>
<p style="text-align: justify;">Settantotto anni sono passati e ci sentiamo tanto liberi ma viviamo nella paura, siamo diventati &#8220;ultra-bacchettoni&#8221;, misurando ogni parola, offendendoci e indignandoci per la qualunque, vuota apparenza senza ne forma ne sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Pretenziosi e volgari, sbandieratori professionisti d&#8217;ignoranza, tuttologi seriali senza competenza alcuna. Così emancipati eppure così sottomessi, assuefatti dalla vana ebrezza del sentirsi invincibili, dietro il nostro pc ultra piatto pagato a rate, armati dei nostri scintillanti smartphone ultima generazione, vestiti d&#8217;abiti tutti uguali, splendidi manichini, che nemmeno fossimo in un&#8217;esercito saremmo così precisi, roba che se ci fosse stato imposto per legge ci saremmo ribellati&#8230; si ma con un post su facebook.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosí disarmati, così soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nicole Ledda</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Il fordismo: la religione della serialità – Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2017 17:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Fordismo]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Ford]]></category>
		<category><![CDATA[industrializzazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giusto un secolo fa, all’inizio del 1917, Ansaldo, la grande industria italiana con sede a Genova, fece tradurre e stampare dalla tipografia del quotidiano di sua proprietà, Il Secolo XIX, un opuscolo divulgativo proveniente dalla Ford, la già celebre impresa americana che stava rivoluzionando il modo di fabbricare, attraverso le catene di montaggio, e che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Giusto un secolo fa, all’inizio del 1917, Ansaldo, la grande industria italiana con sede a Genova, fece tradurre e stampare dalla tipografia del quotidiano di sua proprietà, Il Secolo XIX, un opuscolo divulgativo proveniente dalla Ford, la già celebre impresa americana che stava rivoluzionando il modo di fabbricare, attraverso le catene di montaggio, e che avrebbe improntando un’epoca con la standardizzazione produttiva e la serialità degli oggetti. La famiglia Perrone, proprietaria dell’Ansaldo, capisce per prima in Italia la portata della rivoluzione in atto, e diffonde tra dirigenti e tecnici il libretto, con l’invito, assai pratico, “a prepararsi a fare automobili per il dopoguerra”, ma soprattutto con un imperativo pressante, che i Perrone esprimono ai loro dipendenti con il tono oracolare e lo stile simili al Manifesto del Futurismo di Marinetti, così vicino nel tempo e nelle intenzioni rivoluzionarie e palingenetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre suscitare una nuova fede nella standardizzazione, da realizzare attraverso la riproduzione razionalizzata di tecniche, processi e movimenti coordinati dei singoli lavoratori. “Essa, nel nostro ambiente, deve diventare un culto. Gli imbecilli, gli incapaci di coltivare questo culto, noi li preghiamo di cambiare mestiere.” Fascinazione, febbre del progresso, impeto totalitario a svalutare e gettare nella pattumiera tutte le idee passate. Con franchezza di neofiti, i Perrone parlano di “culto”, e tacciano di imbecillità chi non si adeguerà alla nuova religione secolare proveniente da Detroit, Michigan. Così l’Italia impegnata nella mobilitazione totale della grande carneficina bellica accolse, per bocca dei suoi capitani d’industria più lungimiranti, quello che di lì a pochi anni sarebbe stato chiamato fordismo dal nome del suo ispiratore.</p>
<p style="text-align: justify;">Henry Ford fu il primo a comprendere l’immensa portata dell’invenzione dell’automobile, probabilmente a coglierne anche, con l’istinto misterioso degli imprenditori di talento, la natura rivoluzionaria, quasi spirituale di prolungamento di sé ,di protesi ed insieme di componente della personalità dei suoi proprietari utilizzatori. L’ingegnere Frederick Taylor aveva appena proposto un innovativo metodo di organizzazione e direzione scientifica dell’industria, basato sull’eliminazione degli spazi di autonomia degli operai, sulla disciplina, sulla misurabilità e sull’articolazione dei processi produttivi in unità elementari e movimenti ripetitivi, affidati ciascuno ad una persona. Ford, deciso a produrre automobili in serie, introdusse la catena di montaggio mobile in cui ciascun operaio svolgeva esclusivamente e serialmente i medesimi gesti e compiti meticolosamente previsti, calcolati nei tempi e nelle modalità all’interno della linea mobile di assemblaggio, la catena di montaggio appunto. Il tipo umano dell’operaio addetto alla catena ispirò a Charlie Chaplin, negli anni Trenta, uno dei suoi capolavori, “Tempi moderni”. Charlot ha la mansione di stringere i bulloni: i gesti sono ripetitivi, i ritmi intensi e spersonalizzati, l’ambiente cupo e straniante, e neppure la pausa pranzo dà sollievo, poiché è prescelto per sperimentare una macchina automatica per alimentazione, destinata a permettere di mangiare senza interrompere il lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arte, come sempre, va al fondo delle cose meglio e prima delle scienze sociali. Il fordismo ha forgiato un uomo nuovo e diverso, anzi una serie completa, una catena di tipi umani interconnessi al servizio dell’economia come destino. In più, ha imposto la standardizzazione come ideale ed obiettivo, la frammentazione delle attitudini, delle conoscenze e delle abilità, conseguentemente quella dei valori e degli stili di vita, e la serialità (la produzione di massa di oggetti tutti uguali) come principio guida. La mitica automobile Ford T, che uscì dagli stabilimenti di River Rouge, Detroit, per vent’anni, a partire dal 1908, era inizialmente disponibile solo nel colore nero, ma Ford coniò un celebre slogan pubblicitario: “qualsiasi cliente può avere una macchina dipinta nel colore che vuole, basta che sia nera”. A ben riflettere, si tratta dell’idea base di tutta la nostra società. I bisogni sono indotti ‒ l’automobile in quel caso ‒ le loro forme e gli eventuali limiti dipendono dalla riproducibilità, dalla serialità, dalla possibilità cioè di fabbricare, produrre qualcosa in un numero di esemplari tale da essere profittevole (economia di scala). Se la possibilità manca, il pubblico, anzi l’uomo nuovo consumatore, dovrà essere addestrato, condizionato, a preferire “spontaneamente” ciò che passa il convento, salvo cambiare rapidamente gusti e propensioni appena la tecnica e la tecnologia rendano possibile, cioè economicamente interessante, la produzione di modelli diversi, ma soprattutto “nuovi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non crediamo sia casuale che il paradigma fordista sia nato con l’automobile e sia tramontato non solo per la robotizzazione delle fabbriche (il “toyotismo” iniziato nel 1973), ma allorché un nuovo apparecchio ha sostituito l’autovettura nel cuore e nell’inconscio collettivo dei consumatori, il computer nelle sue varie versioni, l’ultima in ordine di tempo quella legata alla telefonia mobile ed allo <em>smartphone</em>. Il fordismo ha poi un’altra caratteristica, quella di farci comprendere l’intima vicinanza, l’interconnessione e l’intreccio tra le grandi ideologie della modernità. Enorme fu infatti la popolarità del modello fordista presso il comunismo di Lenin e Stalin, i quali non solo ne mutuarono il modello produttivo, ma inventarono l’operaio ideale. Il povero Aleksej Stachanov, eroe dell’Unione Sovietica, venne presentato come l’essere umano più produttivo del mondo, il modello da imitare che riusciva a migliorare le già straordinarie prestazioni suggerite dagli ingegneri tayloristi con movimenti più perfetti, meglio coordinati e più veloci, unendoli con la volontà d’acciaio di chi costruisce un mondo nuovo e migliore. L’orchestra sinfonica del Novecento al clangore della Macchina, come capì Ernst Junger nel descrivere la nuova figura emblematica dell’epoca, il Titano al servizio della Tecnica, l’Operaio, il Lavoratore, <em>Der Arbeiter</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ford fu un protagonista diretto dell’industrializzazione sovietica in quanto macchinari, interi impianti e la quasi totalità dei trattori utilizzati nell’URSS erano di fabbricazione americana, a comprova di quanto poco veritiera sia stata la narrazione sull’inimicizia dei due grandi sistemi capitalistici, quello privato occidentale e quello statalista dell’Est. Gli stessi piani quinquennali di sovietica memoria si svilupparono dall’applicazione dei precetti tayloristi. Baffone Stalin ammirava profondamente l’efficienza americana, tanto da affermare che la combinazione tra quell’efficienza e la rivoluzione russa era l’essenza del leninismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un recente libro di Bruno Settis suggerisce già dal titolo, Fordismi, al plurale, che l’era della produzione di massa ha determinato una lunga serie di conseguenze e di cambiamenti sociali e culturali. E’ così. La rivoluzione del modo di produrre inventò, insieme con il lavoratore della catena di montaggio, il consumatore seriale dai gusti omologati. Aumentò anche considerevolmente i salari, Henry Ford, portandoli a cinque dollari al giorno nel 1913, quando la paga media era di 11 dollari a settimana, ricavandone tuttavia un doppio vantaggio. Da un lato, il lavoratore diventava un potenziale consumatore, ma dall’altro l’intensificazione dei ritmi di lavoro generava un forte, e soprattutto stabile, incremento della produttività.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fordismo fu alla base dell’industria pubblicitaria e del sorgere di nuove forme artistiche, prima di tutte il <em>design</em>, la modalità espressiva che consente la riproduzione dei manufatti. Ugualmente, ha influenzato significativamente l’architettura. Ai grandi architetti, per la prima volta, venivano commissionati progetti per fabbriche di grandi dimensioni, con l’utilizzo di materiali sempre nuovi, ma soprattutto la capacità delle linee di montaggio di adattarsi alle produzioni più varie contribuì a modificare l’idea stessa di spazio urbano, di edificio e, naturalmente, i canoni estetici, che virarono decisamente al funzionalismo, alla semplificazione, all’uso prevalente di linee rette dalla produzione più semplice e, come detto, realizzabile in serie. Ricordiamo il celebre articolo di Adolf Loos secondo cui l’ornamento diventava un delitto (salvo resistere negli interni, per il piacere dei committenti privati), l’idea di Mies Van der Rohe secondo cui “il più (la decorazione) è il meno”, in architettura ed in urbanistica, e, soprattutto l’idea di Le Corbusier ,grande utilizzatore della meccanizzazione e del fordismo edilizio, secondo cui la casa non è che una macchina per abitare.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli operai, che sino alla rivoluzione taylorista erano titolari di una cultura materiale molto ampia, non restò che il gesto, quell’unico, ripetitivo, da eseguire per un intero, lunghissimo turno con disciplina militare e senza variazione alcuna, in cui consisteva il piccolo anello della grande catena. Esiste dunque un legame intenso tra produzione e società, industria e idee, desideri, propensioni di massa. Quel che già allora contava era la capacità di controllo – materiale e politico ‒ su grandi masse. Il leader della Cina di inizio secolo, fondatore del Kuomintang e principale protagonista della caduta dell’impero, Sun Yat Sen, fu un ammiratore entusiasta di Henry Ford, intravvedendo nella sua gente, usa da millenni alla disciplina confuciana e provvista di un forte senso del lavoro, la più efficace utilizzatrice del fordismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che resta come eredità del fordismo – e del suo antecessore teorico il taylorismo ‒ è il principio, divenuto universale, di scomposizione dei processi tecnici, umani e produttivi, la schematizzazione e la divisione in fasi distinte e successive che perviene alla standardizzazione finale. Questo sul piano industriale ed aziendale; sul piano sociologico, si è trattato del fenomeno impetuoso e travolgente che ha cambiato per sempre, con le vite di milioni di persone, il mondo e la sua percezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni del trionfo fordista, a nulla valse in America la letteratura di John Steinbeck con il romanzo Furore, in cui l’ariete del grande capitalismo scaccia gli agricoltori proprietari dalle loro terre, ed in Russia il tentativo del grande cineasta Eizenstein, l’autore della Corazzata Potiomkin, di contrapporre “l’armonia della persona che lavora” al concetto di economia condiviso da capitani d’industria e vertici bolscevichi. Avversario della produzione di massa fu anche Gandhi, mentre Louis Ferdinand Cèline, che soggiornò a lungo a Detroit descrisse nel Viaggio al termine della notte i ritmi infernali di quella che chiamò “quest’officina mostruosa e sempre più prolifica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si mossero anche i pittori; Diego Rivera, di idee trotzkiste, realizzò un grande <em>murales</em> rappresentando la massa compatta degli operai al lavoro, il cui senso è la celebrazione della produzione come grandiosa opera collettiva. Antonio Gramsci mise in guardia dalla falsa razionalità fordista, pur sperando che i progressi nella capacità produttiva portassero a diminuzioni importanti degli orari di lavoro e liberazione di energie da dedicare alla conoscenza. Ben più sbrigativo fu Umberto Terracini, storico dirigente comunista, il quale dichiarò, in un memorabile discorso alla Camera del Lavoro di Torino, Detroit italiana città della Fiat, che “essere rivoluzionari non significa essere contro la produzione”; consueta fratellanza dei materialismi votati all’ <em>homo oeconomicus.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi decenni, il fordismo come metodo industriale è tramontato: robotizzazione, delocalizzazione, la rivoluzione informatica che permette moduli e modelli produttivi più flessibili, l’esternalizzazione sempre più spinta delle lavorazioni non strategiche, la femminilizzazione della mano d’opera, la società orientata ad un’economia di servizi hanno cambiato il mondo e la fabbrica. Sempre nell’interesse e per iniziativa degli stessi personaggi ed ambienti, tuttavia. Anche la standardizzazione ed il mondo della pubblicità sono cambiati: oggi possono essere diffusi ed incoraggiati comportamenti di consumo più soggettivi. E’ di gran moda, tra i consumatori abbienti, il prodotto di nicchia, favorito dalla flessibilizzazione e delocalizzazione produttiva. Sono stati pressoché aboliti i depositi, i magazzini di scorte, ed in alcuni settori, si è diffuso il fenomeno del <em>“just in time”</em>, ovvero la realizzazione finale dei prodotti solo dopo l’ordinazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che non è cambiato è il ruolo della persona comune, ieri operaio alla catena di montaggio, oggi consumatore seriale, plebe desiderante. La nuova catena di montaggio è il sistema dei desideri indotti, con la sua asticella posta ogni giorno più su, il destino di non raggiungere mai il bersaglio della soddisfazione e della felicità, rinviato sempre al prossimo acquisto, al modello successivo, al nuovo più nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero Henry Ford aveva capito quasi tutto dell’uomo contemporaneo, offrendogli il prodotto che aveva deciso lui al prezzo più conveniente per i suoi interessi. Oggi come ieri, il lavoratore /debitore/consumatore/uomo massa/ cliente/ visitatore del centro commerciale progettato dalle cosiddette <em>archistar</em> può avere, più di ieri, meno di domani ed in comode rate, “una macchina dipinta nel colore che vuole, basta che sia nera”. Fordismo, l’idea geniale che ha creato il libero schiavo.</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Robot al posto dell’uomo. Tra dramma e speranza, fine del lavoro? – Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 08:03:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La notizia non è nuova, e purtroppo non conquista le prime pagine dei giornali: i robot, tra meno di cinque anni, costeranno meno di un lavoratore “umano”. Secondo uno studio molto attendibile, un robot costa oggi mediamente ad un’impresa tra i 18 e i 20 euro orari, contro i 15 di un operatore in carne ed ossa, ma già entro il 2020 il costo per unità dei robot applicati alla logistica sarà di 100.000 euro, il che, rapportato ad ore di lavoro, corrisponde ad un costo di soli 10 euro, contro i 19 dell’uomo. Il mercato dell’automazione, dunque, subirà un ulteriore balzo, oltre al già ragguardevole + 27% realizzato dal 2014. La previsione, per l’Europa, è di un mercato da 40 miliardi di euro l’anno prossimo, con l’ovvia irruzione del capitale di rischio nell’avventura robotica e cibernetica. Crescono anche i presidi chirurgici robotici, mentre in Cina la Foxconn, il gigante che produce gli <em>i-phone</em>, ha già acquistato un milione di robot, che affiancano un analogo numero di operai, e stanno iniziando a sostituirli.</p>
<p style="text-align: justify;">La previsione iniziale è la perdita di un milione e mezzo di impieghi in Europa nella sola logistica, ma il problema strutturale è che il lavoro umano verrà reso obsoleto come tale, senza alternative. La velocità e l’ampiezza del fenomeno è, e più ancora sarà senza precedenti storici. Alcuni ipotizzano che oltre il 40 per cento dei lavori attualmente esistenti negli Usa corra un alto rischio di sostituzione robotica, mentre per un altro 20 % il rischio sarebbe medio. Al di là della precisione predittiva dei cosiddetti esperti, tuttavia, il fatto è immenso, e necessita di essere analizzato nelle sue ricadute sociali, economiche, territoriali, antropologiche, addirittura esistenziali, al fine di predisporre dei paracadute, organizzare contromisure, riorientare la vita degli uomini. Questo, infine, è politica. Il resto è aritmetica, o, al più, amministrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la teoria classica, il lavoro è (era) uno dei tre fattori fondamentali della produzione, con il capitale e la terra, dunque una fonte di ricchezza. Successivamente, si è trasformato in costo, componente del conto economico e non dello stato patrimoniale. Dunque, qualcosa che va ridotto, limitato, risparmiato. Da oggi, siamo oltre: se ne può fare a meno. Il primo pensatore a prendere atto della nuova realtà è stato probabilmente Jeremy Rifkin, con il suo “La fine del lavoro”, che è del 1995, pur se già Joseph Schumpeter aveva osservato come il fenomeno della mancanza di lavoro fosse un prodotto dell’industrializzazione, e quindi, della progressiva tecnologizzazione degli apparati produttivi. La disoccupazione è un fenomeno moderno, eccetto che per situazioni determinate da catastrofi naturali o epidemie nelle epoche preindustriali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un economista come Larry Summers ha tentato di disegnare lo sfondo di un’estesa e persistente disoccupazione da tecnologia in uno scenario di stagnazione secolare, ma l’analisi economica, per quanto seria e bene intenzionata, non è sufficiente. Rifkin, che nella Fine del lavoro fu il primo ad esaminare i risvolti del problema da un punto di vista interdisciplinare, nel suo recente “La società a costo marginale zero” fornisce un interessante arsenale di concetti, oltreché una messe di dati interessanti. Innanzitutto, dimostra che l’innovazione tecnologica ha bruciato molti più posti di lavoro della delocalizzazione degli impianti. Poi certifica un altro dato: nel periodo preso in esame, otto anni all’inizio del millennio, l’industria mondiale ha 22 milioni di addetti in meno, ma ha aumentato la produttività del 30 per cento. Il dato comprende anche la Cina, il cui boom manifatturiero è stato largamente potenziato dall’informatica e dalla robotica. Negli USA, in cui la produzione industriale è in ripresa, non lo è affatto l’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il lavoro è stato sempre considerato dall’economia politica (pensiamo a Friedrich List) come un capitale sociale, dunque una società senza lavoro è un mondo in perdita. La distruzione accelerata di professionalità, conoscenze, cultura materiale e tecnica è un esito drammatico, che va evitato ad ogni costo. E’proprio Rifkin ha fornire una prima chiave di lettura, insistendo sulla necessità di accumulare nuovo capitale sociale sotto forma di formazione e di autoproduzione. In questo sembra di riconoscere il lato più convincente di talune tesi “decresciste”, come quelle del professor Pallante (distinzione tra beni e merci, recupero e riuso, capacità di autoprodurre). Tuttavia, è senz’altro da respingere il suo ottimismo circa il carattere liberatorio della fine, o della rarefazione del lavoro. L’economia di mercato, infatti, fattasi società di mercato e creatrice di diritto positivo e coercitivo, non ha alcuna intenzione di dividere i suoi profitti con alcuno, tantomeno di organizzare una vita sociale che tenga conto delle nuove condizioni della merce-lavoro, anzi della merce-uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, se le innovazioni tecnologiche saranno in grado, come sembra certo, di sostituire l’obsoleto, poco produttivo e recalcitrante fattore umano non solo nella manifattura, ma anche nei servizi avanzati e persino in quelli alla persona, nonché nell’industria culturale e dell’intrattenimento, il vero problema dei detentori delle macchine e dei proprietari dei nuovi <em>know-how</em> sarà quello di trovare sbocchi di mercato in parti del pianeta dove esista ancora il lavoro pagato, i cui redditi possano alimentare il consumo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono davvero lontani i tempi di Henry Ford e della politica degli alti salari, volti alla generalizzazione dei consumi, tanto più in un momento storico in cui la stessa industria automobilistica, storico simbolo di innovazione quanto di occupazione, sta lavorando alla realizzazione dell’auto senza conduttore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto relativo è condiviso da Fiat Chrysler, dal colosso multinazionale del <em>“car sharing”</em> Uber (in orbita saudita), criptica espressione che significa taxi “alternativi”, e, cosa assai significativa, dal gigante del commercio elettronico Amazon e da Google. Siamo dunque entrati in uno di quelle fasi della vita economica che si definiscono tornanti della storia, e, se aveva ragione Einstein ad affermare che occorre un nuovo modo di pensare per risolvere problemi nuovi, deve mutare il paradigma corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornare ai principi, tornare alla persona, restituire al mercato il suo ruolo di strumento al servizio dell’uomo. Sarà durissima, ma non esistono scorciatoie. In un mondo dove milioni di esseri umani saranno sostituiti nelle loro funzioni da apparati informatici, la strada obbligata è il recupero dello spazio pubblico e comunitario, anche nella sua aspetto di potere. C’è bisogno dello Stato, con le sue articolazioni, e va ridisegnato anche il principio di sussidiarietà, in senso verticale, poiché è lo Stato stesso che deve riassumere iniziative in campo economico, a tutela della coesione sociale e della sua stessa permanenza come istituzione. La quarta rivoluzione industriale, che è in pieno svolgimento, si avvia a liquidare il lavoro salariato nelle industrie e nei servizi, oltre al lavoro professionale in molti altri ambiti, anche di elevata qualificazione: si è rotto il legame tra produttività ed occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Debole, ancorché suggestiva, appare la proposta di incrementare i cosiddetti <em>prosumers</em>, ovvero i produttori consumatori che potranno fare da sé, proprio attraverso la generalizzazione delle tecnologie cibernetiche e robotiche, le merci che consumeranno. Tuttavia, applicando le vecchie acquisizioni del marginalismo di Jevons e Marshall, se il costo marginale dei prodotti si avvicinerà allo zero, anche l’impresa tradizionale dovrà cambiare profondamente. Forse reggeranno solo le imprese cooperative, nella più vasta accezione del termine, ed il mercato restringerà il proprio raggio d’azione. Forse, giacché l’economia di mercato ci ha abituato alla sua enorme capacità rigenerativa, mimetica ed adattiva.</p>
<p style="text-align: justify;">La speranza (e probabilmente la necessità) è che nasca un’economia policentrica, condivisa, nel senso della ripresa di iniziativa delle pubbliche istituzioni e di tutti noi, proprietari, difensori e utilizzatori dei beni comuni. Un piccolo esempio è la fiorente economia generata dalla custodia ed utilizzo delle risorse forestali in Val di Fiemme, affidata alle comunità locali che ne traggono benessere economico, gestione attiva del territorio, conservazione e rilancio di attività e conoscenza antiche, rielaborate con tecniche e strumenti contemporanei. Il lavoro, dunque, torna ad essere ricchezza per l’intera comunità, a patto di considerarlo, finalmente, per quello che è, una risorsa preziosa. Il giornalista economico Giorgio Arfaras ha indicato recentemente, in un articolo su La Stampa, una ulteriore, grande questione, ovvero quella della distruzione non più di impieghi operai, come nelle fasi precedenti dell’economia industriale, ma di innumerevoli professioni impiegatizie e dei servizi: turismo, credito, assicurazioni, presto anche il settore pubblico. Per parafrasare Karl Polanyi, un nuovo, decisivo capitolo della “Grande Trasformazione”. Arfaras, uomo del liberismo globale, teme “ la soluzione più semplice, quella di erigere muri o tornare al protezionismo”. Non si chiede affatto quale ruolo – o sacrificio – debba essere attribuito ai grandi gruppi economici, prigioniero della bibbia liberale internazionalista di cui è stipendiato corista.</p>
<p style="text-align: justify;">Indubbiamente, se duramente colpiti, ceti importanti, oggi schierati con l’universo liberale, potrebbero ritirare il loro appoggio – od acquiescenza – al sistema vigente, ma la domanda è quella accennata all’inizio: chi mai comprerà i prodotti realizzati nell’industria robotizzata? Il mercatismo terminale, aggrappato al dogma della scarsità monetaria, felice del <em>“dumping”</em> salariale, in brodo di giuggiole per la possibilità di scacciare da fabbriche ed uffici gli umani non più ricollocabili, continuerà a soffocare la domanda aggregata, cioè i consumi, di beni e servizi. Continuerà a segare l’albero su cui prospera alle spalle di miliardi di persone. Vorrà cambiare? In attesa della risposta, che arriverà comunque in ritardo sui tempi della vita, occorrerà immaginare, e realizzare, forme di redistribuzione della proprietà e del reddito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornano nell’agenda del possibile i principi della partecipazione alla proprietà industriale, nella forma della <em>“public company</em>”, dell’autogestione, dell’impresa cooperativa, della comproprietà, della stessa cogestione, negati i quali si rifaranno avanti forme nuove di collettivismo, rimedio peggiore del male, che già echeggiano nelle tesi di Toni Negri e Michael Hardt (Moltitudine) o in alcuni passi dell’economista <em>à la </em>page Thomas Piketty. Viene in mente il distributismo di uno scrittore come Gilbert Chesterton, la stessa dottrina sociale abbandonata dal mondo cattolico in favore del salto nel buio in salsa sudamericana del gesuita Bergoglio, e naturalmente l’idea socializzatrice dell’ultimo fascismo. Per allargare gli orizzonti, potremmo citare Piotr Stolypin. Il grande ministro ed economista russo ucciso da un estremista ebreo prima della Rivoluzione, ispiratore di Putin, e persino Muhammad Yunus, per l’idea e la struttura organizzativa del microcredito a favore degli aspiranti nuovi proprietari investitori. Comunitarismo, patriottismo sociale, l’automazione come opportunità per trasformare i complessi produttivi in grandi ambiti di comproprietà per persone fisiche, comunità locali, libere associazioni. Condividere, diffondendo al massimo la proprietà, che significa responsabilità, decisione, partecipazione alla “polis”.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, non potranno che essere sperimentate forme di reddito sociale o di cittadinanza, e di credito sociale. La premessa, tuttavia, e dovrà essere la grande battaglia da attivare fin da oggi, è quella del ripristino della sovranità economica e monetaria dello Stato. Moneta legale e moneta bancaria devono essere espressione delle comunità nazionali, con il pieno controllo politico del popolo, attraverso il governo e specifici organi di sorveglianza. La moneta è il sangue dell’economia: nessuno può immaginare che il proprio sangue sia controllato da un estraneo, e che questi ne rivendichi, codici alla mano, la proprietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Le idee in materia sono molte, gli studiosi fuori dal coro stanno diventando numerosi. Il dibattito va aperto e non deve essere svilito da reciproche ostilità, scomuniche o settarismi.</p>
<p style="text-align: justify;">I cardini non possono che essere l’emissione monetaria pubblica, la diffusione della proprietà privata (fondiaria, immobiliare, dei “mezzi di produzione”), la definizione prima, la difesa poi dei beni comuni e di quelle attività (energia, credito, sanità, reti informatiche e di comunicazione) il cui controllo deve rimanere pubblico, il ripristino di un mercato aperto nemico dei monopoli, l’istituzione di un ragionevole spazio di assistenza per chi ha più bisogno. Se non ora, quando?</p>

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