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	<title>John Carpenter Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>John Carpenter Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Mostri all&#8217;angolo della strada e Apocalissi prossime venture. Il cinema fantastico di John Carpenter (parte III)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Oct 2023 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema Fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Jari Padoan]]></category>
		<category><![CDATA[John Carpenter]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Ernesto Maddalon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Niccolò Ernesto Maddalon &#38; Jari Padoan La mia ossessione per la paura, per il maligno, per ciò che può nascondersi dietro la realtà, ha una ragione concreta in certe difficoltà che ho vissuto. Difficoltà profonde che fortunatamente, invece di tradurre in qualcosa di distruttivo, sono riuscito a trasformare in una carriera sullo schermo. John [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/mostri-allangolo-della-strada-e-apocalissi-prossime-venture-il-cinema-fantastico-di-john-carpenter-parte-iii/">Mostri all&#8217;angolo della strada e Apocalissi prossime venture. Il cinema fantastico di John Carpenter (parte III)</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Niccolò Ernesto Maddalon &amp; Jari Padoan</p>
<hr />
<p style="padding-left: 40px;"><em>La mia ossessione per la paura, per il maligno, per ciò che può nascondersi dietro la realtà,</em></p>
<p style="padding-left: 40px;"><em>ha una ragione concreta in certe difficoltà che ho vissuto.</em></p>
<p style="padding-left: 40px;"><em>Difficoltà profonde che fortunatamente, invece di tradurre in qualcosa di distruttivo,</em></p>
<p style="padding-left: 40px;"><em>sono riuscito a trasformare in una carriera sullo schermo.</em></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 40px;">John Howard Carpenter, regista e compositore</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Dio (non) scrive romanzi dell’orrore! &#8211; </em>Il Seme della Follia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1994 esce nelle sale uno dei più grandi film horror moderni, una delle migliori opere esplicitamente ispirate alle pagine di H. P. Lovecraft<a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a> e l&#8217;innegabile “canto del cigno” cinematografico di John Carpenter (nonché, a parere di chi scrive, il suo capolavoro assoluto <em>ex aequo</em> con gli ormai classici <em>1997: Fuga da New York</em>,<em> Fog</em>, <em>La Cosa</em> o <em>Il Signore del Male</em>). Questo e altro ancora rappresenta <em>Il Seme della Follia</em> (<em>In the Mouth of Madness</em>), capitolo conclusivo della ideale Trilogia dell&#8217;Apocalisse carpenteriana<a href="#_edn2" name="_ednref2">[ii]</a>, in cui ancora una volta le barriere tra “realtà” e “incubo” si infrangono (definitivamente?).<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58363" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/John_Carpenter_locandina-americana-de-Il-Seme-della-Follia-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il film, che in parte riprende e estremizza ulteriormente certe soluzioni narrative de <em>Il Signore del Male</em> (come le differenti dimensioni spazio-temporali, un&#8217;idea qui resa ancora più sottilmente con vari piani di narrazione interconnessi in modo apparentemente assurdo e discontinuo) le peripezie di John Trent (un Sam Neill qui agli antipodi rispetto al ruolo del suo paleontologo idealista Alan Grant nel film <em>Jurassic Park</em>, uscito l’anno precedente), un cinico, arrogante, borioso, ma, a suo modo, simpatico investigatore assicurativo indipendente. Il prologo del film è l&#8217;internamento di John Trent in una clinica psichiatrica, mentre dichiara furiosamente di non essere pazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">I guai di Trent, racconta l&#8217;uomo allo psichiatra al quale viene affidato, iniziarono «<em>con la Sua scomparsa&#8230; la scomparsa di Sutter Cane</em>». Contemporaneamente, si lascia intendere dalla conversazione tra l&#8217;ex investigatore e il medico, una inspiegabile epidemia di follia omicida si sta diffondendo negli Stati Uniti, di pari passo con le vendite stratosferiche dei libri del suddetto Sutter Cane.</p>
<p style="text-align: justify;">A Trent era stato affidato l’incarico di rintracciare lo scrittore, scomparso nel nulla assieme alla seconda parte del suo romanzo incompiuto, appunto <em>In The Mouth of Madness &#8211; Nelle Fauci della Follia.</em> Cane è un famoso quanto ambiguo romanziere horror che agisce nell’ombra e che “<em>Ha battuto persino Stephen King… perché Cane vende di più</em>», come fa notare a Trent il personaggio di Linda Styles (Julie Carmen), l’ambigua segretaria di Jackson Harglow (un “sedentario” e serafico Charlton Heston in uno dei suoi ultimi ruoli), grande capo della casa editrice Arcane (qualcuno nota una vaga assonanza con la Arkham House, casa editrice fondata da Donald Wandrei e August Derleth dopo la scomparsa del loro maestro Lovecraft?).</p>
<p style="text-align: justify;">La ragazza diviene così la spalla di John Trent nella ricerca dell’autore scomparso (i cui romanzi citati nel film sono, naturalmente, una serie di palesi riferimenti ai vari titoli del <em>corpus</em> lovecraftiano<a href="#_edn3" name="_ednref3">[iii]</a>), una ricerca che li condurrà nei più sperduti recessi rurali finiranno presso un obsoleto villaggio del New England (ovviamente!) chiamato Hobb’s End, presente nel penultimo romanzo di Cane: <em>The Hobb’s End Horror – Orrore a Hobb’s End</em> , un evidente rimando ad un classico del Solitario di Providence: <em>The Dunwich Horror </em>(<em>L’Orrore di Dunwich</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ come nel caso di Dunwich, anche su Hobb’s End grava una maledizione assopita in una sorta di satanico letargo, ma pronta a ridestarsi: presto, infatti, gli abitanti del borgo in questione cominciano a mutare fisicamente e a rendersi autori di bestiali e insensati atti di violenza. Dopo aver abbandonato al suo destino la signorina Styles (anch’essa posseduta da forze disumane e <em>mutata</em>), Trent tenta una futile sortita in auto… solo per trovarsi coinvolto in una sovversione dello spazio-tempo che lo riporta con la sua macchina al punto di partenza, dinanzi ad una marmaglia di villici deformi e tutt’altro che amichevoli. Tentando di investirli, John ha un sinistro e sviene. Riprenderà conoscenza dentro un confessionale della locale chiesa sconsacrata, ora adibita a luogo di culto del diabolico Cane, in qualità di Anti-Dio (e si noti, nella diabolica “divinizzazione” di Cane, come Carpenter e De Luca abbiano voluto parodiare, oltre alla super-celebrità di Stephen King, anche alla controversa figura di Ron L. Hubbard, autore di fantascienza ma soprattutto “<em>guru</em>” di una delle più potenti e pericolose sette para-religiose attive nell&#8217;ultimo secolo, ovvero Scientology<a href="#_edn4" name="_ednref4">[iv]</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo avere <em>compreso</em> <em>di essere egli stesso un personaggio letterario di Cane</em>, Trent viene rimandato a New York con la parte mancante di <em>In The Mouth of Madness &#8211; Nelle Fauci della Follia </em>(ennesimo omaggio nel titolo a Lovecraft e al suo romanzo <em>At the Mountains of Madness – Le Montagne della Follia</em>). Nonostante il nostro antieroico protagonista tenti più volte di distruggere il plico affidatogli, il diabolico romanziere lo fa magicamente pervenire a nome di Trent nelle mani del editore Harglow, il quale farà mettere alle stampe l’ultimo romanzo di Sutter Cane, scatenando epidemie di follia omicida su tutto il mondo (insomma, una versione moderna del mitico, e lovecraftiano, <em>Necronomicon</em>). Ormai folle, John Trent decide appunto di trovare rifugio nella follia, arrivando ad assassinare in pieno giorno un <em>fan</em> di Sutter Cane con una accetta, in modo da farsi internare per restare al sicuro. Ma&#8230; fino a quando?</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, dopo che una folla ormai subumana e inferocita assedia nottetempo la clinica dove era stato internato a inizio film, Trent, miracolosamente risparmiato dal raccapricciante massacro, si ritrova a vagare nottetempo lungo le strade deserte di Manhattan. Mentre un messaggio radio su di una frequenza di emergenza allerta di guardarsi da tutto e tutti, Trent decide di andare a vedersi il film tratto dall’ultimo romanzo di Cane (naturalmente … per la regia di John Carpenter!).</p>
<p style="text-align: justify;">Rivedendo le proprie rocambolesche disavventure sul grande schermo, Trent si rende conto che la normale successione temporale (già inizialmente complessa, dato che tutto il film è un lungo <em>flashback </em>cominciato nella cornice narrativa che vede Trent internato che narra il suo racconto allo psichiatra), e la sua percezione di essa, è ormai in cortocircuito. L&#8217;affermazione che l&#8217;investigatore ripeteva tra le vie decadenti di Hobb&#8217;s End, per convincere Linda e sé stesso che non stesse succedendo qualcosa di orribile, ovvero «<em>Non è la realtà</em>!» si trasforma in un <em>mantra</em> folle e privo di senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cerchio si chiude (o si riapre?): l&#8217;orrore cosmico ha vinto, o forse c&#8217;è sempre stato, ed è proprio questa consapevolezza che fa esplodere John Trent in una risata folle, infinita e liberatoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Un </em>remake<em> (dannatamente) poco coinvolgente &#8211; </em>Il Villaggio dei Dannati</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1995 Carpenter dirige <em>Il Villaggio dei Dannati</em>, <em>remake</em> di un classico della fantascienza: tratto dal romanzo di John Wyndham <em>I Figli dell’Invasione</em> (che a sua volta ispirò una prima trasposizione cinematografica dal titolo <em>Il Villaggio dei Dannati</em>), il rifacimento contemporaneo diretto dal regista di Carthage sposta gli eventi narrati dall’Inghilterra agli Stati Uniti e si caratterizza per certe scene particolarmente crude e violente (quali, a titolo d’esempio: una pediatra che si versa dell’acido su di un occhio, un rozzo e burbero bidello che si butta dal tetto della propria scuola facendo <em>harakiri</em> col bastone di una ramazza contro un’automobile sita nel sottostante parcheggio e un prete che si suicida puntandosi un fucile sotto il mento, tanto per rendere l’idea).<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58367" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/locandina-Villaggio-dei-dannati-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un collasso collettivo dell’intera popolazione della cittadina californiana di Midwich, dieci donne (vergini e non) si ritrovano inspiegabilmente gravide. I fanciulli crescono, rivelandosi incapaci di provare emozioni positive (&#8230;tanti piccoli Michael Myers?), oltre ad essere dotati di facoltà psichiche che permettono di influenzare i gesti di chi è percepito come una minaccia e a condividere una sorta di simbiosi telepatica che li spinge ad agire come un’unica persona (il tema del gruppo o del popolo di alieni “cattivi” che agiscono come un&#8217;unica mente e un insieme di unità conformi è del resto un <em>leitmotiv</em> del B movie fantascientifico, dalla <em>Guerra dei Mondi</em> all&#8217;<em>Invasione degli Ultracorpi</em>). Su tutti, due dei sinistri ragazzini dagli occhi violacei e i capelli biondo platino spiccano per le proprie notevoli facoltà psichiche: Mara, la cinica <em>leader</em> della loro compagnia, che arriverà a spingere al suicidio la propria madre biologica terrestre, e David, l’anello debole della poco allegra compagnia di marmocchi albini, e, a suo modo, l&#8217;unico a dimostrarsi quasi “umano”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver scatenato una carneficina contro chiunque abbia scoperto la loro inumana natura, i diabolici ragazzini saranno sconfitti da Alan Chaffee, il medico locale (Christopher Reeve, nel suo penultimo ruolo prima della paralisi permanente, a seguito di un incidente dovuto ad una caduta da cavallo), il quale, dopo aver scoperto di essere in grado di “schermare i propri pensieri”, si immolerà con una bomba che farà perire anche gli insidiosi fanciulli di origine extraterrestre. Tutti meno David, portato al sicuro fuori città dalla sua “madre biologica” Jill McGowan (Linda Kozlowski), la preside della scuola elementare di Midwich. Mentre Jill e David si allontanano in auto, quest’ultimo fissa intensamente l’orizzonte e ignora le domande postegli dalla sua genitrice umana. Forse ponderando qualcosa, dato che i suoi occhi si accendono improvvisamente di un luminescente quanto inquietante bagliore…</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente “carpenteriano” sotto tutti i punti di vista, compreso il finale-<em>shock</em> e aperto all&#8217;interpretazione dello spettatore, questo nuovo <em>remake</em>-omaggio alla buona vecchia fantascienza anni Cinquanta non è paragonabile alla precedente opera che il regista aveva realizzato in questo ambito, ovvero il capolavoro <em>La Cosa</em>, ma rimane una interessante e personale riproposizione delle atmosfere fantascientifiche e orrorifiche <em>d&#8217;antan</em> tanto care a Carpenter. Ovviamente, rivedute e corrette: gli effetti gore sono abbondanti e potenziati, mentre l&#8217;ambientazione è spostata dalla sonnolenta Inghilterra rurale del Villaggio originale all&#8217;assolata provincia californiana. Ed è proprio nella apparentemente serena provincia americana, insegna Carpenter (e assieme a lui, tra gli altri, Richard Matheson, Stephen King o il miglior David Lynch), a volte, si possono aprire varchi per l&#8217;orrore e per l&#8217;ignoto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Hollywood Capta Est</em>: Fuga da Los Angeles</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 1996 vede l&#8217;uscita di uno dei film più attesi e più controversi (per non dire deludenti, a detta di molti&#8230;) girati da John Carpenter. Simbolo e protagonista della nuova feroce critica (auto)distruttiva verso lo stile di vita americano e i nuovi falsi miti della Hollywood degli Anni Novanta sarà nientemeno che il redivivo Snake Plissken, impegnato questa volta in una <em>Fuga da Los Angeles</em>. Seguito, che all&#8217;epoca fu in effetti attesissimo<a href="#_edn5" name="_ednref5">[v]</a>, del “mitico” <em>1997:</em> <em>Fuga da New York</em>, in realtà questo Atto Secondo delle avventure di Plissken ne è praticamente un auto-<em>remake</em> che ripropone la storia che ha reso celebre il personaggio con qualche variante, ma per il resto rimane quasi una  copia carbone.<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58366" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/Locandina-italiana-Fuga-da-Los-Angeles-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1998 Los Angeles è devastata dal crimine e dall’immoralità. Un nuovo Presidente bigotto s’insedia come primo cittadino d’America a vita, profetizzando che Los Angeles “Verrà separata dalla parte sana del Paese!”. Nel 2000 un terremoto di ottavo grado di magnitudo della scala Richter rade al suolo L.A., facendo inabissare nel Golfo della California parte del terreno attorno a cui la metropoli in questione si trova ed isolandola così dal resto degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ come avvenne per la città-prigione di New York nel 1997, la Los Angeles del 2013 diverrà una terra di nessuno in mano a tribù-<em>gang</em> armate fino ai denti. Nessuno è mai riuscito ad attraversare a scopo evasione la baia che separa l’isola su cui sorge la Città degli Angeli Caduti dalla terraferma.</p>
<p style="text-align: justify;">Snake Plissken, arrestato in una località estera sotto protettorato statunitense, viene costretto previa il <em>solito</em> ricatto (stavolta tramite un virus geneticamente modificato, inoculatogli con un semplice lieve graffio su di una delle sue mani) ad accettare l’ennesima missione all’inferno e ritorno: questa volta Snake dovrà recuperare un dispositivo in grado di provocare <em>blackout</em> permanenti previ impulsi elettromagnetici mirati. Non solo: il dispositivo in questione è addirittura dotato di un’opzione in grado di spegnere tutte le risorse energetiche dell’intero pianeta Terra, riportandolo così al Medioevo. Il secondo obiettivo della missione affidata a Plissken è quello di rintracciare ed eliminare Utopia, la figlia ribelle del dispotico Presidente, la quale ha trafugato il suddetto kit “stacca-corrente” per poi eiettarsi con la capsula monoposto d’emergenza dell’Air Force One su Los Angeles e unirsi ai detenuti-ribelli guidati dal terrorista terzomondista Cuervo Jones, la controfigura macchiettistica del Duca di New York impersonato da Isaac Hayes nel 1981 (nonché,  naturalmente, di Ernesto “Che” Guevara in versione post-apocalittica).</p>
<p style="text-align: justify;">Con <em>Fuga da Los Angeles</em>, Carpenter gira tra l&#8217;altro un nuovo film meta-cinematografico deliberatamente <em>cartoonesco</em> e consapevolmente <em>brutto</em>, al fine di poter criticare a modo suo una Los Angeles e una Hollywood “novelle Sodoma e Gomorra”. Ad esempio, il Presidente (interpretato da Cliff Robertson) ricorda una sorta di versione reazionaria di Bill Clinton combinato con George Bush Sr., mentre il grottesco episodio della clinica per curare le “vittime del silicone” (in cui Plissken ha a che fare con bizzarri personaggi interpretati da Valeria Golino e Bruce Campbell, protagonista della serie di  <em>Evil Dead</em>) è un iconico riferimento all’altra faccia della medaglia della moda tipicamente hollywoodiana della chirurgia estetica. Superfluo aggiungere che il film venne subito “snobbato” da buona parte del pubblico e dei fan di Carpenter, mentre ha spaccato in due la critica tra chi lo ha definito «un nostalgico <em>sequel</em>-fotocopia… lo spirito blandamente anarcoide è di maniera, il cast è fiacco e tutto sa di <em>dejà vu&#8230;</em><a href="#_edn6" name="_ednref6">[vi]</a>» .</p>
<p style="text-align: justify;">Ciononostante, se il confronto con il magnifico capostipite è improponibile, gli unici elementi di interesse di <em>Fuga da Los Angeles</em> rimangono l&#8217;interpretazione di Kurt Russell, sempre intenso e versatile in questo ritorno nei panni del suo personaggio più iconico, e il finale-resa dei conti tra Plissken e lo “Stato Maggiore” al quale, manco a dirlo, l&#8217;Anarca carpenteriano non si piegherà nemmeno per idea.</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Se spegno il Terzo Mondo, loro perdono e voi vincete; se spengo l’America, voi perdete e loro vincono. Più le cose cambiano, più restano le stesse</em>» riflette a voce alta Plissken, quasi “salomonico”, prima di spegnere letteralmente il pianeta, l&#8217;unico momento del film davvero notevole, se non grandioso nella sua trovata distopica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Cattivo Sangue non Mente</em>: Vampires</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Reduce dal mezzo insuccesso di <em>Fuga da Los Angeles</em>, Carpenter torna ancora una volta alla classica strategia da opera a basso <em>budget</em>. E il nuovo film, <em>Vampires</em>, dovrà unire una … sanguigna ambientazione <em>western</em> contemporanea (l&#8217;inguaribile passione giovanile di Carpenter prende vita esplicitamente in questo film più che in tutte le altre sue opere) e un classico archetipo dell&#8217;horror, quello del vampiro, in questo caso nella sua accezione più brutale e ferina. Il tema vampiresco, nel cinema horror degli Anni ’90, è indelebilmente segnato da una pietra miliarie quale il <em>Bram Stoker’s Dracula</em> girato da Francis Ford Coppola, nel 1992; un’opera sicuramente superiore al patinato e decisamente sopravvalutato film (tratto dai romanzi di Anne Rice) attorno ai vampiri “superstar hollywoodiane” de <em>Intervista col Vampiro</em>, risalente a pochi anni dopo (e la serie di <em>Twilight</em> all&#8217;epoca era ancora lungi dall&#8217;essere girata, fortunatamente&#8230;). Discorso differente per il celebre <em>Dal Tramonto all’Alba </em>di Robert Rodriguez, molto vicino nell’ambientazione e nella caratterizzazione dei vampiri al film di Carpenter (ma, rispetto al quale, <em>Dal Tramonto all’Alba</em> riscuoterà molto più successo di pubblico visti i nomi coinvolti nel <em>cast</em>: George Clooney, Juliette Lewis, Harvey Keitel e soprattutto un Quentin Tarantino all’epoca in piena esplosione della sua fama).</p>
<figure id="attachment_58365" aria-describedby="caption-attachment-58365" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-58365" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/john-carpenters-vampires-cinema-quad-movie-poster-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><figcaption id="caption-attachment-58365" class="wp-caption-text">Original Cinema Quad Poster &#8211; Movie Film Posters</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Tratta dal romanzo <em>Vampire$</em> di John Steakley, la pellicola narra dello sporco lavoro di Jack Crow  (James Woods, memorabile interprete di <em>C&#8217;era una volta in America</em> e di <em>Videodrome</em>), rude e cinico capo di una squadra di mercenari ammazza-vampiri alle dipendenze del Vaticano: l’<em>incipit</em> con i membri del “<em>Team Crow</em>” che fanno irruzione e disinfestano un intero <em>ranch</em> adibito a covo di un branco di famelici succhia-sangue, passando l&#8217;intera giornata nell’operazione/epurazione, è da antologia non solo per l&#8217;opera di Carpenter, ma una delle trovate più innovative del cinema horror degli Anni Novanta).</p>
<p style="text-align: justify;">Come accennato, Carpenter coglie l&#8217;occasione per mettere in scena la sua personale versione del mito del vampiro: in questo horror/<em>western</em> ambientato <em>on the road</em> ed insolitamente “solare”, infatti, i vampiri «<em>Non parlano con un falso accento europeo, non sembrano dei transessuali in abiti da damerini, né dormono in bare foderate di velluto e merletti…</em>» come fa notare un esagitato Jack Crow (degnamente doppiato da Francesco Pannofino) al personaggio di Padre Adam (l’attore Tim Guinee nel ruolo di un simpatico ed impacciato prete novizio) altro non sono se non delle laide belve (sovra)umane spietate e bramose di soddisfare la propria insaziabile sete di sangue. In questo modo, Carpenter riporta i vampiri dello schermo all&#8217;immagine tradizionale del folklore est-europeo (combinato con la concezione hobbesiana di <em>homo homini lupus</em>), di cui si trova traccia ad esempio nei racconti ottocenteschi <em>La famiglia dei Vurdalak</em> di Aleksej Tolstoj e <em>Il Vij</em> di Nikolaj Gogol.</p>
<p style="text-align: justify;">Sottovalutato in patria (tanto per cambiare) e osannato dal pubblico e dalla critica qua da noi in Europa, <em>Vampires</em> concederà a Carpenter ulteriore fama e <em>budget</em> per eventuali futuri progetti. Tuttavia, il regista newyorchese preferirà allontanarsi dalle scene per ben tre anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Terrore sul Pianeta Rosso Sangue</em>: Fantasmi da Marte</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo oltre tre anni di auto-esilio da Hollywood, nel 2001 John Carpenter torna dietro la macchina da presa con un nuovo soggetto: vengono così girate, presso una miniera di gesso dismessa sita fra il New Mexico e la California, le prime scene di <em>Ghosts of Mars</em> –<em> Fantasmi da Marte</em>, un esplosivo e adrenalinico mix di horror, fantascienza, <em>thriller</em>, <em>western</em> e <em>action</em>… ambientato nel 2176, su un quasi del tutto terra-formato pianeta Marte in mano ad uno stato di polizia interamente al femminile.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58364" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/John_Carpenters_Ghosts_of_Mars-locandina-americana-Fantasmi-da-Marte-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Fortemente (auto)debitore del classico carpenteriano <em>Distretto 13 – Le Brigate della Morte</em> (torna il tema dell’assedio e dell’alleanza fra le forze dell’ordine e i prigionieri, entrambi assediati da implacabili, sinistri e glaciali figuri), laddove in <em>Distretto 13</em> gli assedianti erano una imponente banda di guerriglieri metropolitani, qui le poliziotte e i galeotti in loro custodia si ritroveranno a fronteggiare dei minatori posseduti dagli spiriti dei nativi marziani (questi ultimi destatisi dopo l’accidentale apertura di un sepolcro sotterraneo ad opera di una incauta archeologa, interpretata da Joanna Cassidy), una situazione in cui si potrebbe leggere un riferimento alla vera e propria invasione europea e al quasi totale sterminio dei popoli amerindi. Il film è inoltre, con ogni evidenza, debitore di <em>1997: Fuga da New York. </em>È palese come il ricercato capobanda Desolazione Williams, impersonato dal <em>rapper</em> Ice Cube, sia un (auto-)rimando tanto al Napoleone Wilson di <em>Distretto 13 – Le Brigate della Morte</em> quanto, in buona parte, allo stesso Snake Plissken, per quanto il personaggio interpretato dal noto <em>gangsta-rapper</em> abbia decisamente meno mordente del laconico reietto messo in scena da Russell, al quale conferiva un gelido carisma quasi epico. Il film marziano di Carpenter arriva a citare nello stile narrativo addirittura <em>Rashomon</em> di Akira Kurosawa. Proprio come in <em>Rashomon</em>, in <em>Fantasmi da Marte</em> la storia è raccontata da più punti di vista, passando da un <em>flashback</em> ad un altro, spiazzando lo spettatore previa le continue versioni dei fatti esposti in stile polifonico.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Zombie-movie</em>” interplanetario e, forse, aggiornamento futuristico e spaziale di <em>Distretto 13</em> e <em>Fuga da New York </em>e<em> La Cosa</em>, <em>Ghosts of Mars</em> viene presentato fuori concorso alla 58esima Mostra del Cinema di Venezia e spaccherà nettamente il giudizio della stampa. Poche saranno le recensioni positive ed il pubblico (fan di Carpenter <em>in primis</em>) e la critica internazionale in linea di massima storceranno il naso, decisamente poco convinti da questo <em>western</em> fantascientifico a basso budget volutamente <em>rétro</em>. Oramai siamo all’alba del Terzo Millennio, ed il pubblico in sala è  ghiotto di film saturi di effetti speciali digitali <a href="#_edn7" name="_ednref7">[vii]</a>, poco importa se questo significa uccidere il Cinema con la C maiuscola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Cinefilia &amp; impegno sociale in salsa “</em>gore<em>”: </em>Cigarette Burns<em> e </em>Pro-Life</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Poco tempo dopo l&#8217;uscita nelle sale di <em>Fantasmi da Marte</em> (e il relativo insuccesso), Carpenter viene avvicinato dal collega regista Mick Garris: quest’ultimo ha radunato attorno a sé i nove più famosi registi horror degli ultimi trent’anni (John Landis, Takashi Miike, Dario Argento, Joe Dante, Don Coscarelli, Tobe Hooper, Larry Cohen, William Malone e Gullermo del Toro) affinché dirigano due film televisivi a testa della durata massima di un’ora circa l’uno. Convinto della validità dell&#8217;operazione, Carpenter si unisce al collettivo. Prodotta e distribuita da quella stessa Showtime che nel 1993 bocciò <em>Body Bags – Corpi Estranei</em>, nel 2005 nasce la miniserie televisiva di due stagioni <em>Masters of Horror</em>: Carpenter dirigerà <em>Cigarette Burns </em>(edito nella versione italiana con lo scialbo titolo <em>Incubo Mortale</em>, che non rende minimamente giustizia!), l’ottavo episodio della prima stagione.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-58368" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/Masters-of-horror.jpg" alt="" width="174" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il mediometraggio brilla della propria luce oscura nella filmografia carpenteriana, in quanto restituisce un maestro dell&#8217;horror in grande forma e cosciente dei propri mezzi: il risultato è un film a tratti davvero inquietante. Per certi versi paragonabile, dal punto di vista di meccanismi narrativi, a <em>Il</em> <em>Seme della Follia</em> e a <em>La Nona Porta</em> di Roman Polanski (1999), <em>Cigarette Burns</em> racconta la discesa agli inferi del giovane proprietario di un cinema <em>d&#8217;essai</em> ed esperto di rarità e anticaglie cinematografiche, interpretato da Norman Reedus. Il “cinematografaro”, peraltro afflitto dalla depressione dovuta alla morte per <em>overdose</em> della sua fidanzata, viene contattato da un inquietante collezionista di film rari (Udo Kier), che vanta l&#8217;originale proprietà di un <em>angelo caduto </em>e<em> mutilato</em> tenuto prigioniero nella propria magione, e che commissiona al giovane il ritrovamento dell’unica copia di un film, <em>La fin absolue du monde</em>, dalla fama a dir poco infausta e, appunto, apocalittica.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sanno entrambi, pare che la detta opera, forse previa misteriosi messaggi subliminali, indurrebbe a raptus omicidi di massa (come accadde in occasione della prima del film). Il giovane “indagatore del cinema” parte per una allucinante odissea tra Nord America e Europa&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Brutale, e allo stesso tempo insinuante e disturbante come ben pochi altri film horror moderni, <em>Cigarette Burns</em> si dimostra un piccolo capolavoro di John Carpenter nella sua nuova riflessione sul terrore, sul cinema del terrore e sulle barriere tra realtà e incubo che si infrangono ancora una volta (con una efficacia <em>quasi</em> paragonabile ai gloriosi e oscuri fasti del <em>Seme della Follia</em> o del <em>Signore del Male</em>). Notevole, in questo caso, è la mancanza di ironia tipica del cinema carpenteriano (se si esclude la grottesca trovata “<em>splatter</em>” delle interiora utilizzate al posto della pellicola dall&#8217;ormai folle Udo Kier, nel suo mini-cinema privato dove avviene la strage finale), di cui si potrebbe trovare un precedente nell&#8217;orrore cosmico senza scampo in cui ci precipita <em>La Cosa</em>. Non casualmente abbiamo citati i capitoli della “Trilogia dell&#8217;Apocalisse”, poiché <em>Cigarette Burns</em>, incentrato sul film- “<em>pseudobiblium</em>” <em>La fin absolue du monde</em>, potrebbe in un certo senso essere considerato un ideale quarto capitolo della serie, o un suo epilogo, dopo<em> La Cosa, Il Signore del Male</em> e <em>Il Seme della Follia</em>, pur senza raggiungere le vette (o gli abissi?) quasi metafisici dei succitati film.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Carpenter dirigerà anche il quinto episodio della seconda stagione di </span><em style="text-align: justify;">Masters of Horror</em><span style="text-align: justify;">, intitolato </span><em style="text-align: justify;">Pro-Life &#8211; Il Seme del Male</em><span style="text-align: justify;">. Rielaborando il tema demoniaco / anticristico, da lui già frequentato con i grandi risultati de </span><em style="text-align: justify;">Il Signore del Male </em><span style="text-align: justify;">(e un po&#8217; meno in </span><em style="text-align: justify;">Villaggio dei Dannati</em><span style="text-align: justify;">) Carpenter riesce a inserire anche in questo caso il suo amato assedio para-</span><em style="text-align: justify;">western. </em><span style="text-align: justify;">Ai danni, in questo caso, di una clinica abortista presa d&#8217;assalto dalla sinistra famiglia di un folle patriarca-predicatore biblico (interpretato dal possente Ron Perlman, inquietante volto assurto alla celebrità nel ruolo del monaco disagiato in </span><em style="text-align: justify;">Il Nome della Rosa</em><span style="text-align: justify;"> di Jean Jacques Annaud), intenzionato a “salvare” la giovane figlia incinta di un&#8217;entità innominabile.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Pro-Life è quindi una sulfurea (ma più ironica di <em>Cigarette Burns</em>) riflessione sulla vita, la morte, il fanatismo religioso e su quando in certe date circostanze sia giusta o sbagliata l’interruzione di gravidanza, spingendo il quesito all&#8217;estremo e all&#8217;assurdo (senza quindi suggerire nessuna esplicita posizione ideologica da attivista “progressista” o da cattolico estremista, ovvero le “fazioni” dei personaggi del film): se una donna sapesse di essere incinta di un&#8217;entità portatrice del Male Assoluto, l&#8217;aborto sarebbe lecito o meno?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Trattamento Sanitario Orrorifico: </em>The Ward</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A tutt&#8217;oggi, l&#8217;attività cinematografica di John Carpenter si è conclusa nel 2010. Dopo un nuovo auto-esilio dalle scene, l&#8217;autore torna alla ribalta con un soggetto che ponderava da tempo (dal titolo provvisorio e poco ispirato di <em>Psychopath</em>, risalente al 2008, progetto arenatosi in fase di pre-produzione): hanno così inizio le riprese di <em>The Ward – Il Reparto</em>.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58369" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/10/The-Ward-Il-Reparto-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ambientato nel 1966 (si potrebbe vedere in questa scelta l&#8217;idea di Carpenter di chiudere idealmente e simbolicamente il cerchio della sua carriera, dato che all&#8217;epoca frequentava l&#8217;università progettando i suoi futuri lungometraggi), il film racconta come la giovane e misteriosa Kirsten (Amber Heard) viene ricoverata in una sinistra clinica psichiatrica, a seguito di continui episodi di amnesia e inspiegabili atti di piromania. Qui, perseguitata dal fantasma di una ragazzina di nome Alice, la protagonista prima avrà dei conflitti (a volte sfocianti in aggressioni violente) con le altre pazienti e col personale, poi tenterà più e più volte di evadere dalla clinica (solo per essere ripresa e sottoposta a sedute di <em>elettroshock</em> ad opera dell’equipe guidata dal cinico Dr. Stringer). Convinta infine che Alice faccia parte di un gruppo di ex pazienti scomparse e uccise fra le mura dell’ospedale psichiatrico, Kirsten viene presa di mira assieme alle sue compagne di degenza da Alice, la quale arriverà ad uccidere una ad una le internate. Fino ad un inquietante finale a sorpresa degno di un episodio de <em>Ai Confini della Realtà</em>: tutta la storia, compreso il fantasma della misteriosa Alice e le stesse ragazze ospiti della clinica, non erano altro che una visione psicotica della protagonista. Ma è davvero così? O è un “poesco” sogno dentro a un sogno, espediente narrativo ricorrente nel cinema di Carpenter? L&#8217;inquadratura finale, dal tocco inconfondibilmente carpenteriano (solo ai grandi è concesso citare sé stessi&#8230;), ci spiazza ancora una volta, chiudendo degnamente il film e un&#8217;intera carriera cinematografica.</p>
<p style="text-align: justify;">Se, forse, nemmeno stavolta siamo di fronte al miglior John Carpenter (le impressioni di critica e pubblico su <em>The Ward</em> sono varie e discordanti, ma siamo sicuramente qualche spanna sopra a un <em>Fantasmi da Marte</em>&#8230;), il tratto del regista rimane inconfondibile, in quanto, anche questa volta, riesce a proporre vari generi in un solo film: <em>thriller</em> (para)psicologico, <em>ghost story</em>, “<em>slasher movie</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unico riferimento, forse, che pare mancare nei vari ingredienti stilistici di <em>The Ward</em> è proprio il <em>western</em> (caso pressoché unico nell&#8217;opera carpenteriana, a parte il precedente <em>Cigarette Burns</em>), se si esclude l&#8217;onnipresente sequenza di assedio-inseguimento ai danni di Kirsten tra i meandri della clinica. Anche certi tratti caratteriali della protagonista, paranoica e complessata ma all&#8217;occasione dura e risoluta, potrebbero ricordare facilmente la Laurie Strode di <em>Halloween</em>, o addirittura una risposta femminile a personaggi carpenteriani come Snake Plissken e Jack Crow&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante una buona produzione (ad opera della Echo Lake Entertainment e della A Bigger Boat), del minuzioso impegno del regista newyorchese e della partecipazione di un cast abbastanza giovane e promettente, senza ovviamente dimenticare il supporto che gli appassionati carpenteriani riservarono al film attendendolo al varco, <em>The Ward</em> passerà – indovinate un po&#8217;? – quasi del tutto inosservato nelle sale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>L&#8217;industria cinematografica appartiene a Wall Street, alle grandi società che guardano solo al profitto. Quello che importa è fare denaro. Punto. Nient&#8217;altro.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ai vecchi tempi, i capi degli </em>studios<em> facevano film di successo, ma anche coraggiosi, film più </em>noir<em> o </em>dark<em>, o commedie, ma amavano il cinema. Per quanto duri fossero amavano il cinema.</em></p>
<p><em>Molti dei proprietari oggi non amano i film. Per loro una cosa vale l&#8217;altra.</em></p>
<p><em>È come fare macchine, o hamburger. È come McDonald&#8217;s!</em><a href="#_edn8" name="_ednref8">[viii]</a>»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Considerava, in tempi recenti, un disilluso John Carpenter, grande artigiano dell&#8217;horror cinematografico che, nel bene e nel male, ha fatto il suo tempo lasciando molto ai posteri. Il regista di Carthage, considerato che <em>mala tempora currunt </em>per l&#8217;horror artigianale e per l&#8217;immaginazione al potere, ha ormai appeso la macchina da presa al chiodo per dedicarsi a tempo pieno alle sue composizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non resta che apprezzare quanto le sue opere cinematografiche (ma anche musicali, considerando l&#8217;esistenza del progetto <em>dark-synth</em> francese che ha scelto di chiamarsi emblematicamente Carpenter Brut!) abbiano influenzato buona parte della cultura popolare contemporanea. Dai fumetti (quanti ragazzi italiani hanno scoperto il cinema di Carpenter attraverso le pagine di <em>Dylan Dog</em>?), ai videogiochi d’azione (il personaggio di Iroquois Plissken, protagonista della saga videoludica <em>Metal Gear Solid </em>porta un nome che suona quantomeno familiare), fino, naturalmente, a buona parte degli ultimi film fantascientifici a tema distopico e ai più inquietanti horror di nuova generazione, come si è ampiamente detto. E se mai un giorno vi saranno dei Premi alla Carriera dei Registi Anti-Hollywood, John Carpenter, uno dei più grandi teorici della decostruzione del Sogno Americano attraverso il mezzo del cinema fantastico, sarà il primo a farne incetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, sappiamo che Snake Plissken, da qualche parte, continuerà a fumare silenzioso osservando il declino dell&#8217;Occidente, e le porte verso l&#8217;Altrove aperte da Sutter Cane faranno nuovi proseliti &#8230;</p>
<p>Niccolò Ernesto Maddalon &amp; Jari Padoan</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i]</a>Giuseppe Carradori, <em>La fin absolu du monde. L&#8217;apocalisse secondo Carpenter</em>, in AA.VV., <em>John Carpenter. L’antieroe del cinema americano</em>,  Weird Book, Roma 2020, p. 115.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[ii]</a>A guisa di curiosità, anzi, di particolare non di poco conto, anche in questo caso Carpenter si occuperà della colonna sonora del film (con la collaborazione di Jim Lang), ed è interessante notare come i rispettivi, principali temi musicali dei film della “Trilogia” siano in effetti molto diversi. Lento e cupissimo l&#8217;incedere del tema de <em>La Cosa</em>, magniloquenti e quasi epico-medievali le atmosfere del <em>Signore del Male</em>, mentre nel <em>Seme della Follia</em> i titoli di testa e di coda sono accompagnati da un roccioso e cadenzato giro <em>heavy metal </em>che ricorda tanto i Black Sabbath più granitici quanto il celebre brano <em>Enter Sandman</em> dei Metallica (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[iii]</a>Cfr. Mark Welder, <em>I Semi della Follia: riferimenti a H.P. Lovecraft e Stephen King nei libri di Sutter Cane</em>, in <em>Studi Lovecraftiani</em> n.21, Teramo 2022.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[iv]</a>Giuseppe Carradori, cit., p.120.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[v]</a>Cfr. AA.VV., <em>Nathan Never presenta: Almanacco della Fantascienza 1997</em>, Sergio Bonelli Editore, Milano 1997, p. 31.</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[vi]</a> Cfr. Paolo Mereghetti, Alberto Pezzotta, Paola Malanga, <em>Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2000</em>, Baldini &amp; Castoldi Milano, p. 731.</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[vii]</a> Michele Caricola, <em>Incursioni nella Fantascienza</em>, in AA.VV., <em>John Carpenter. L’antieroe del cinema americano</em>,  cit., pp. 166-167.</p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8">[viii]</a>John Carpenter, nota introduttiva in AA.VV., <em>John Carpenter. L’antieroe del cinema americano</em>, cit.</p>

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		<title>Mostri all&#8217;angolo della strada e Apocalissi prossime venture.  Il cinema fantastico di John Carpenter  (parte II)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Sep 2023 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema Fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Jari Padoan]]></category>
		<category><![CDATA[John Carpenter]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Ernesto Maddalon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Niccolò Ernesto Maddalon &#38; Jari Padoan &#160; Non voglio far parte della massa, voglio essere un individuo. Mi porto cucito addosso ognuno dei miei film, con orgoglio. Ecco perché ci tengo a tutte le critiche negative che ricevo: se i critici cominciassero ad apprezzare i miei film, sarei in guai seri! John Howard Carpenter, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/mostri-allangolo-della-strada-e-apocalissi-prossime-venture-il-cinema-fantastico-di-john-carpenter-parte-ii/">Mostri all&#8217;angolo della strada e Apocalissi prossime venture.  Il cinema fantastico di John Carpenter  (parte II)</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>di Niccolò Ernesto Maddalon &amp; Jari Padoan</strong></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Non voglio far parte della massa, voglio essere un individuo.</em></p>
<p><em>Mi porto cucito addosso ognuno dei miei film, con orgoglio.</em></p>
<p><em>Ecco perché ci tengo a tutte le critiche negative che ricevo:</em></p>
<p><em>se i critici cominciassero ad apprezzare i miei film,</em></p>
<p><em>sarei in guai seri!</em></p>
<p>John Howard Carpenter, regista e compositore</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Fantascienza </em></strong><strong><em>“</em></strong><strong><em>buonista</em></strong><strong><em>”</em></strong><strong><em> secondo Carpenter: </em></strong><strong>Starman</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il successo ottenuto con <em>Christine – La Macchina Infernale</em>, parrebbe quasi che Carpenter voglia tentare una simbolica “rivincita” sull’<em>E.T.</em> spielberghiano che, ai tempi dell&#8217;uscita nelle sale di <em>La Cosa</em>, gli è quasi costato la carriera. Questo perché per una singolare, se non spiazzante circostanza, il suo nuovo film conterrà per così dire una certa dose di buoni sentimenti (e in questo caso da un punto di vista adulto, non di ragazzini desiderosi di aiutare un piccolo e traballante alieno telefono-dipendente&#8230;) e di picaresche avventure <em>on the road</em> decisamente più consone alla dimensione carpenteriana, il tutto in un contesto di fantascienza ecologista e antimilitarista. Arriva così sui grandi schermi il film <em>Starman</em>, tentativo di incursione di Carpenter nella fantascienza “per famiglie”. O meglio, un compromesso tra il necessario desiderio di andare incontro al “grande pubblico” (nei limiti del possibile…) e la sua tipica vena di regista iconoclasta.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58235" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/starman_8265_p_v8_aa-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il film si apre con la reincarnazione di un uomo recentemente defunto in forma di sosia-clone extraterrestre: dopo una mirabolante rapida mutazione da feto a risorto Scott Hayden/Starman, questi si dirige verso la casa di Jenny, la vedova del defunto Scott Hayden umano (vediamo tramite gli occhi di Starman in soggettiva nottetempo, come avveniva nell’<em>incipit </em>di <em>Halloween</em>, mentre l’ambiente urbano spettrale altro è un&#8217;evidente autocitazione di <em>1997: Fuga da New York</em>). Dal momento in cui l&#8217;enigmatico “Uomo delle Stelle” entrerà nella vita della neo-vedova, per i due inizierà una romantica avventura per permettere al protagonista di ricongiungersi con il suo popolo extraterrestre in quel di Meteor Crater, nel deserto dell’Arizona.</p>
<p style="text-align: justify;">Come già accennato, contrariamente agli alieni ostili e mostruosi che ricorrono nel cinema di fantascienza-horror di quegli anni (basti pensare allo Xenomorfo di <em>Alien</em>, allo Yautja cacciatore di trofei umani di <em>Predator </em>e naturalmente alla malefica entità muta-forma del carpenteriano <em>La Cosa</em>), questo Uomo delle Stelle non è portatore di terrore e morte ma un messaggio di pace e fratellanza per i terrestri, avvicinandosi in qualche modo a: preferisce sviare i suoi antagonisti umani con buffi stratagemmi grazie ai poteri conferitigli dalle sfere in suo possesso e può contare su eventuali alleati lungo il suo percorso, un percorso che può facilmente apparire come una via di caduta e resurrezione. Evidente, infatti, è la sottotraccia cristologica del soggetto: come Gesù Cristo, oltre ad avere sconfitto personalmente la Morte, Starman resuscita animali uccisi dai cacciatori, ha solo tre giorni per poter ricongiungersi coi suoi famigliari celesti e, verso la fine del film, si ritrova ad affrontare una traversata del deserto con le persecuzioni dei “satanici” militari sulle sue tracce. La parabola di fantascienza messianica si conclude con il finale aperto che lascia intendere una fecondazione della donna da parte di questo messaggero stellare, il cui ascendente più diretto si può storicamente trovare nel celebre romanzo di Robert Heinlein <em>Straniero in terra straniera</em> (1961), un&#8217;opera chiave della fantascienza umanistica del secondo Novecento (per quanto non scevra da tendenze, appunto, “buoniste” e “<em>New Age</em>”). Anche questa volta, inoltre, è evidente la critica di Carpenter alla visione guerrafondaia profondamente radicata in certa cultura statunitense, percepibile nella rappresentazione degli antagonisti principali come dei bifolchi cacciatori di cervi, emblema dell’America più retrograda e reazionaria (e che sembrano quasi una sorta di rozzi alter ego dei protagonisti del drammatico <em>Cacciatore</em> di Michael Cimino) e degli emissari del NORAD elitrasportati (che potrebbero ricordare <em>Apocalypse Now</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le impressioni generalmente positive riscosse da <em>Starman</em>, l&#8217;analisi dell&#8217;autorevole sito <em>ilcineocchio.it</em> sottolinea la «storia d&#8217;amore sci-fi atipica per il regista, ma riuscita» e rimarcando ancora una volta che «la regia di John Carpenter è abile, di grande mestiere soprattutto nella commistione tra gesti e abitudini quotidiane ed effetti speciali». Ma in realtà, anche in questo caso l&#8217;ipercritico e saturnino regista di Carthage, guardandosi indietro, si è espresso negativamente nei confronti di quest&#8217;opera così lontana dalla sua usuale vena orrorifica, avendo definito <em>Starman</em> semplicemente… «un film per signorine» <strong><a href="#_edn1" name="_ednref1"><sup><span style="font-size: 8pt;">[I]</span></sup></a></strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il Vangelo secondo Bruce Lee reinventato in chiave </em></strong><strong>weird / urban fantasy:</strong></p>
<p><strong>Grosso guaio a Chinatown</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Big Trouble in Little China</em>, uscito in Italia nel 1986 come <em>Grosso guaio a Chinatown</em>, vuole essere nelle intenzioni di Carpenter una classica commedia d’azione ricca di rimandi al suo amato <em>western. </em>Anzi, nell&#8217;idea originale avrebbe dovuto essere un vero e proprio <em>western</em> fantastico ambientato in una cittadina di frontiera a fine Ottocento <span style="font-size: 8pt;"><strong><a href="#_edn2" name="_ednref2"><sup>[II]</sup></a></strong></span>. Ma anche in questo caso (per insondabili motivi legati alla produzione che finanziava il progetto&#8230;), Carpenter non riuscì a realizzarlo e virò il soggetto del nuovo film a un tributo-parodia dei celebri film di arti marziali girati negli Anni Settanta a Hong Kong con protagonista Bruce Lee.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58234" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/grosso-guaio-a-chinatown-sul-set-di-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></p>
<p style="text-align: justify;">Sarà proprio per rendere in parte omaggio al leggendario divo e artista marziale sino-americano, che Carpenter deciderà di girare diverse scene del film in questione dove nacque il campione di Kung Fu e interprete de<em> I Tre dell’Operazione Drago </em>e <em>L’Ultimo Combattimento di Chen</em>, ovvero presso la comunità cinese di San Francisco. Realizzato con la collaborazione delle Chinatown di San Francisco e di New York, <em>Grosso Guaio a Chinatown </em>decostruisce ulteriormente il mito dell’eroe d’azione impavido e “macho”, grazie al personaggio del rude e gigione camionista Jack Burton (uno scanzonato e plateale Kurt Russell, al suo terzo ruolo da fumettistico antieroe dopo aver indossato i panni di Snake Plissken e quelli del McReady de <em>La Cosa</em> poi, per quanto stavolta si tratti di un personaggio dai tratti più solari e buontemponi). Burton, non è un eroe né tantomeno il vero protagonista del film: essendo quello che nel cinema anglofono viene definito un <em>badass poser</em> (termine traducibile in “sbruffone” o “pallonaro”), egli vive per complicare la vita ad un giovane ristoratore cinese suo amico, Wang Chi (interpretato dall’attore e artista marziale Dennis Dun, che Carpenter notò e apprezzò in <em>L’Anno del Dragone </em>di Cimino, uscito l&#8217;anno precedente).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Grosso Guaio a Chinatown </em>è quindi un esplicito e divertito omaggio al cinema d’arti marziali di Hong Kong, rielaborato in chiave “commedia-<em>action</em>” e, naturalmente, con tocchi e spunti tipici dell&#8217;horror carpenteriano. Ricco di scene di combattimento a suon di arti marziali rivisitate in stile <em>cartoonesco</em> e di battute taglienti divenute iconiche presso i <em>fan</em> di Carpenter («<em>Sei pronto, Jack?</em>» «<em>Sono nato pronto</em>!»)<em>, </em>il film attinge inoltre a piene mani dalla cultura videoludica per cabinati tipica di quegli anni, soprattutto da quei videogiochi “picchia-duro” a scorrimento, a tema “giovani avventurieri moderni che devono liberare una bella ragazza rapita da una banda di malviventi dei bassifondi cittadini” (<em>Double Dragon 1 &amp; 2</em> e <em>Crimefighters </em>tanto per fare i nomi di alcuni fra i più famosi).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo i circa quindici minuti iniziali di presentazione dei due personaggi principali, una volta messo piede nella zona bagagli dell’aeroporto di San Francisco, Miao Yin (Suzee Pai), fanciulla cinese ieratica e quasi perennemente taciturna e promessa sposa di Wang Chi, viene rapita da un trio di sinistri individui (dall’abbigliamento vagamente “<em>tamarro</em>”), legati al mondo della malavita sino-americana che spadroneggia nel quartiere di Chinatown. Da qui, Jack Burton e Wang si lanceranno all’inseguimento dei sequestratori nei recessi di una San Francisco sconosciuta e letteralmente magica, alla corte di David Lo Pan (un diabolico James Hong) un anziano ed incartapecorito padrino delle Triadi paralitico che ospita in sé lo spirito di un malvagio stregone vissuto 8000 anni prima (e che parrebbe vagamente ispirato al mito degli Otto Immortali della tradizione taoista <span style="font-size: 8pt;"><strong><a href="#_edn3" name="_ednref3">[III]</a></strong></span> ovviamente rivisitato in chiave negativa-demoniaca). Fra una peripezia e l’altra, il comprimario/spalla comica Burton, il vero protagonista Wang Chi e una congrega di artisti marziali del posto (guidati dal saggio Egg Shen, interpretato da un simpatico e magnetico Victor Wong), riescono a sconfiggere Lo Pan e a recuperare Miao Yin e altre ragazze cadute nelle grinfie del fu Padrino di Chinatown, tra le quali l&#8217;avvenente e saccente Gracie Law (Kim Cattrall), con la quale Burton instaurerà un tormentato <em>affaire</em> basato su una reciproca attrazione/repulsione. Il finale a sorpresa, con un demone scimmiesco che sbuca sul retro della motrice con a bordo un Jack Burton intento a improvvisarsi <em>disc jockey</em> radiofonico al baracchino mentre guida sotto un violento nubifragio, è il tipico colpo di scena prima dei titoli di coda che Carpenter beffardamente adora mettere in casi come questi. Arrivando così a ribaltare, in modo beffardo e dissacratorio, anche il mito dell’eroico e solitario <em>cowboy </em>che si allontana trionfante verso l’orizzonte al crepuscolo in cerca di nuove avventure.</p>
<p style="text-align: justify;">A quanto sembra, grazie a John Carpenter, anche per la moderna, tecnologica e super-capitalista Hollywood la più misteriosa e magica Cina s’avvicina…</p>
<p style="text-align: justify;">(A guisa di curiosità, è interessante notare che la scena dell’incontro tra Jack Burton e i seguaci dello stregone Egg Shen è girata in una caserma dismessa, ex proprietà del Corpo dei Vigili del Fuoco di New York City, che ha funto da quartier generale della squadra di Ghostbusters dell’omonimo film girato da Ivan Reitman l’anno precedente. Quindi, un set importante per il cinema fantastico degli Anni Ottanta!)</p>
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<p><strong><em>L&#8217;incubo oltre lo specchio:</em></strong><strong> Il Signore del Male</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tanto per cambiare, <em>Grosso Guaio a Chinatown</em> non godrà di un grande successo di pubblico, diciamo pure che passerà quasi del tutto ignorato nelle sale <span style="font-size: 8pt;"><strong><a href="#_edn4" name="_ednref4"><sup>[IV]</sup></a></strong></span>. Ma John Carpenter, grazie al suo amico produttore Larry Franco, firma un contratto per la Alive Pictures e progetta un nuovo film decisamente personale e originale (firmando egli stesso soggetto e sceneggiatura, peraltro con lo pseudonimo di Martin Quatermass in un omaggio al personaggio omonimo protagonista del film<em> Il Dr. Quatermass e l’Astronave degli Esseri Perduti </em>e della serie televisiva <em>Quatermass</em>)<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nasce così <em>Prince of Darkness – Il Signore del Male</em>, che per stile e <em>leitmotiv</em> si propone come il secondo capitolo della “Trilogia dell’Apocalisse”, sicuramente all&#8217;altezza del precedente <em>La Cosa</em> e del successivo, allucinante<em> Il Seme della Follia</em> che Carpenter girerà nel 1994<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un gruppo di studenti universitari specializzati in fisica e psicologia, in cui si distinguono l’aspirante scienziato Brian Marsh (Jameson Parker, ben lontano dalla serie poliziesca umoristica <em>Simon &amp; Simon</em> che lo rese celebre), la sua collega Catherine Danforth <span style="font-size: 8pt;"><strong><a href="#_edn5" name="_ednref5">[V]</a></strong></span>, la giovane Lisa, studiosa di lingue antiche, e l’occhialuta Susan (esperta di architettura medievale che avrà la sventura di essere la prima vittima del liquido malefico) viene convocato dal professor Howard Birack <span style="font-size: 8pt;"><strong><a href="#_edn6" name="_ednref6"><sup>[VI]</sup></a></strong></span> (Victor Wong, nei panni del quasi “socratico” docente di cosmologia e fisica quantistica) e da Padre Loomis, un misterioso prete (il grande Donald Pleasence, qui al suo grande ritorno sul set di Carpenter dopo <em>Halloween</em> e <em>Fuga da New York</em>, nella parte dell’uomo di chiesa che vede la propria fede vacillare).</p>
<p style="text-align: justify;">I due insoliti figuri, con la collaborazione dei ragazzi, intendono studiare una enigmatica teca di vetro celata nelle cripte della chiesa sconsacrata di St. Godard (probabile omaggio di Carpenter al collega regista francese Jean Luc Godard). All’interno dell’antichissimo contenitore contenente un fluido verdastro in perenne e sempre più rapido movimento (un inquietante “unisono” con il comportamento delle stelle a neutroni, in rapidissima rotazione su loro stesse). Il sacerdote scopre che l’obsoleta chiesa losangelina era un tempo sede su suolo americano della congrega monastica nota (a pochissimi) come la Confraternita del Sonno, ordine religioso della cui esistenza è tenuto all’oscuro il Vaticano stesso. <em>De facto</em>, la detta Confraternita del Sonno venne fondata, nel più assoluto riserbo, da alcuni monaci deputati a custodire in segreto il contenitore del sinistro liquido semovente. A seguito della recente morte nel sonno dell’ultimo di questi guardiani in abito talare, strani e sinistri eventi si scatenano a Los Angeles e nel resto del mondo: i cieli si oscurano al punto da essere rischiarati “solamente” dall’inquietante bagliore generato da una supernova in esplosione, gli insetti impazziscono e orde di vagabondi-zombie (nella torma degli spettrali <em>clochard</em> si nota nientemeno che Alice Cooper, celebre cantante <em>heavy metal</em> e storico esponente del cosiddetto <em>shock rock</em>) assediano e isolano la chiesa, arrivando ad assassinare a coltellate due dei protagonisti. Si torna al tema dell’assedio già presente in <em>Distretto 13 </em>e in <em>The Fog</em>, qui palese omaggio al collega e amico regista George A. Romero e alla sua “Trilogia dei Morti Viventi” <span style="font-size: 8pt;"><strong><a href="#_edn7" name="_ednref7"><sup>[VII]</sup></a></strong></span>, oltre a ricollegarsi ovviamente al filone horror demoniaco-satanico avviato da film quali <em>Rosemary&#8217;s Baby </em>di Roman Polanski (1968), <em>l’Esorcista</em> di William Friedkin (1973) e <em>The Omen – Il Presagio</em> di Richard Donner (1976), vista anche la presenza di scene di possessioni demoniache operate a distanza dal diabolico liquido relegato nella teca, ma pronto a scatenare l’Apocalisse aprendo un varco inter-dimensionale con l’Anti-Universo ove risiede un Anti-Dio, naturalmente, costituito di antimateria. Il passaggio avviene grazie al corpo di una studentessa di nome Kelly (Susan Blanchard), posseduta e ingravidata del figlio del Principe delle Tenebre in una sorta di variante sulfurea e invertita dell’Immacolata Concezione. Da qui, la ragazza si trasforma progressivamente in una di signora-zombi glaciale e invulnerabile, una sorta di incrocio tra la Regan del citato <em>Esorcista</em> e una versione femminile di Michael Myers.</p>
<p style="text-align: justify;">Kelly, o meglio, l&#8217;orribile essere che ha preso il suo posto (e anche qui si respira il miglior  Lovecraft, se si considerano le tremende mutazioni fisiche narrate ad esempio in <em>The Dunwich Horror</em>, <em>The colour out of space</em>, <em>The shadow over Innsmouth </em>o<em> The dreams in the witch house</em>, nel quale l&#8217;orrore si scatena proprio attraverso le ricerche di fisica quantistica&#8230;) verrà sconfitto da Catherine, sulle cui misteriose origini del suo personaggio si può risalire grazie ad un sogno collettivo fatto dai protagonisti. La ragazza si sacrificherà trascinando la Figlia del Maligno oltre uno specchio utilizzato dalla futura madre dell’Anticristo come portale per l’Anti-Universo, successivamente chiuso previa distruzione del detto specchio. Nonostante il Male paia sconfitto (?), resta l’atroce dubbio che qualunque specchio (<em>topos </em>fondamentale della narrativa fantastica) possa permettergli di subentrare nel nostro Universo e scatenare la Fine del Mondo. Ciò si evince dalla scena finale, con Brian (che è tra i pochi superstiti del massacro demoniaco) testimone di un incubo nel incubo. Lo studente rivede in sogno la misteriosa Catherine, rivelatasi essere una messianica viaggiatrice del tempo giunta fra noi dal 1999, dodici anni avanti nel futuro: Catherine è stata mandata nella Los Angeles del 1987 per fermare con ogni mezzo i mefistofelici del Signore del Male (del quale, sembra dirci Carpenter, il diavolo della tradizione giudaico-cristiana è solo un pallido riflesso). Una volta destatosi, il protagonista fa per toccare lo specchio della propria camera. Nel momento in cui ha quasi appoggiato un dito sulla superficie riflettente, lo schermo si fa improvvisamente buio e il film si interrompe…</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, nel secondo tassello della “Trilogia dell&#8217;Apocalisse” ritroviamo un Carpenter al massimo della padronanza del proprio stile e della propria poetica dell’incubo, e più “lovecraftiano” che mai nel recuperare e sviluppare sullo schermo i <em>topoi</em> del Solitario di Providence: orripilanti mutazioni psicofisiche, decadenti catacombe che celano segreti spaventosi e più antichi dell&#8217;umanità stessa (<em>The Call of Cthulhu</em> docet!), nonché il tema dei varchi inter-dimensionali e del sogno collettivo. <em>Il Signore del Male</em> rimane un grandioso e disturbante affresco cinematografico, che riesce nella notevole impresa di unire in un film dell&#8217;orrore suggestioni gotiche e fisica quantistica, effetti <em>gore</em> e speculazioni teologiche. Probabilmente, il film più complesso e impegnativo realizzato da Carpenter nella sua ennesima riflessione su due antichissimi terrori dell&#8217;uomo, l&#8217;Oltretomba e il Male assoluto.</p>
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<p><em><strong>L&#8217;Invasione degli Ultra-Plutocrati da un Altro Mondo: Essi Vivono</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Carpenter, come si sa, non ha mai digerito gli USA in cui non si riconosce, quella meschina e cinica America patria del consumismo da <em>fast-food</em> &amp; <em>Mtv</em> ormai completamente succube del capitalismo più arrivista e predatorio, da sempre generosa coi più ricchi e abbienti quanto impietosa con gli ultimi ed i reietti. Il regista newyorchese, brandendo ancora una volta l’arma della macchina da presa e dell’immaginario dei “<em>B-Movies</em>”, torna in azione e mette in scena la sua ennesima personale critica al Sistema stelle &amp; strisce con un film di fantascienza dai toni grotteschi (ma come sempre in Carpenter, spietati).<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-58233" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/Essi-vivono_dal-set-di.jpg" alt="" width="285" height="177" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Essi Vivono</em> (<em>They Live</em>) è ispirato al racconto <em>Eight O’ Clock in the Morning</em> di Ray Nelson e per molti versi simile al racconto breve di Stephen King <em>La Gente delle Dieci</em> presente nell’antologia <em>Incubi e Deliri</em>, Carpenter gira un film su di una subdola invasione extraterrestre, con una notevole differenza rispetto a quelle precedenti: se gli alieni “cattivi” Anni ’70-‘80 miravano a conquistare la Terra per distruggerne gli abitanti (si veda a titolo d’esempio <em>Alien</em> o <em>La</em> <em>Cosa</em>) ed i loro colleghi Anni ’50-’60 voleva imporvi una loro dittatura di palese matrice totalitarista anti-americana (palese e neanche troppo velata allegoria al clima di terrore e paranoia russofobo-anticomunista da maccartismo prima e Guerra Fredda poi) nel nuovo film del regista newyorchese, gli alieni saranno degli insospettabili <em>yuppies </em>figli/prodotto dell’edonismo reaganiano i quali, oltre ad essersi mimetizzati alla perfezione fra noi umani, ci tengono a bada con la televisione e con messaggi subliminali. Inoltre, in linea con la visione pessimista di Carpenter, stavolta l’invasione è già avvenuta da tempo: i malefici <em>yuppies</em> interplanetari sono visibili in bianco e nero solo grazie all’ausilio di occhiali da sole speciali, prodotti da un movimento di resistenza composto da operai e diseredati provenienti da ogni parte d’America e pronti a “risvegliare” il nostro mondo, come dice Gilbert, il leader dei rivoluzionari, interpretato da Peter Jason.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali inconsueti plutocratici invasori provenienti da qualche sistema stellare della Galassia di Andromeda (come si scopre quando i due protagonisti riusciranno ad accedere alla base aliena che si snoda sotto le strade di Los Angeles), oltre a controllare da molto tempo l’andamento dell’economia a livello mondiale, possono fare affidamento su numerosi operatori umani collaborazionisti della loro causa quali la polizia e l’esercito, se non addirittura su di un ex senzatetto riciclatosi a novello Giuda Iscariota (il personaggio del barbone interpretato da un laido e subdolo George “Buck” Flower, storico caratterista di Carpenter, da sempre specializzato in particine da <em>outsider</em>, basti pensare al suo ruolo del <em>clochard</em> ubriaco in una breve scena di <em>1997: Fuga da New York</em>). Quasi a volerci inoltre ricordare che sono loro quelli che grazie al Dio Denaro dettano legge, gli alieni-nababbi dalla faccia a teschio sono muniti di orologi da polso <em>Rolex</em> contenenti una ricetrasmittente che, oltre a permettere di comunicare con la loro base segreta, fungono da mezzo di tele-trasporto altrove in un lampo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il protagonista del film è un operaio bianco di nome John Nada. Un <em>nomen omen</em>, nell&#8217;ottica “neoliberista”: chi non lavora, non esiste. E il personaggio, interpretato dal <em>wrestler</em> Roddy Piper (1954-2015), è infatti ridotto ad una condizione di precariato e miseria ai limiti della condizione di senzatetto. John, dopo aver perso il suo ultimo lavoro a Denver, decide di lasciare il Colorado per la California, in cerca di fortuna a Los Angeles: qui accetta di lavorare in nero presso un cantiere edile dove fa amicizia con il manovale di colore Frank Armitage (il cognome di questo personaggio è un altro tributo carpenteriano a H. P. Lovecraft, dato che in <em>The Dunwich Horror </em>uno dei protagonisti ha lo stesso cognome): a fine turno i due si recano presso la vicina baraccopoli di Justiceville per pernottarvi. Dopo una giornata in cui attorno alla <em>bidonville </em>avvengono strani movimenti, la notte seguente un vasto dispiegamento di poliziotti in assetto antisommossa assaltano e radono al suolo la baraccopoli, manganellando e traendo in arresto molti dei suoi abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le strade di John e Frank si dividono: mentre il secondo decide di continuare a lavorare al cantiere per una paga da fame, Nada (dopo aver visto come è veramente il nostro mondo e la nostra società attraverso un paio dei suddetti occhiali da sole) si arma di un fucile a pompa sottratto a due poliziotti-alieni da lui uccisi, entra in una banca (altro emblema del capitalismo) e apre il fuoco su tutti i presenti con una testa da morto per volto. Per scappare alla polizia, il Nostro prende in ostaggio Holly Thompson, una dipendente di una locale emittente televisiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Recuperati degli altri occhiali da sole “rileva-alieni”, Nada cerca di convincere uno scettico Frank ad indossarli (ci riuscirà solo a seguito di una violenta scazzottata di oltre otto minuti con il suo ex collega di lavoro in un degradato vicoletto colmo di spazzatura, scena ispirata a Carpenter dalla sua passione per il <em>wrestling</em>, un ambiente dal quale proveniva appunto Roddy Piper). Dopo essersi riconciliati e sistemati presso una squallida pensione a ore, i due compagni di sventura riescono ad entrare in contatto con la resistenza grazie a un invito ad una riunione segreta organizzata dal loro <em>leader</em> Gilbert. Purtroppo la polizia fa irruzione nel covo del movimento clandestino, uccidendo quasi tutti i ribelli presenti alla riunione notturna in corso. John e Frank, riescono ad accedere alla base aliena sita nel sottosuolo losangelino: qui trovano Holly (presente nel covo dei ribelli al momento della retata), la quale si rivelerà essere una collaborazionista umana degli alieni in quanto addetta alla programmazione e ideazione dei messaggi subliminali. Quando scopriranno che la Thompson è una traditrice, purtroppo per Frank sarà troppo tardi: l&#8217;operaio finirà infatti ucciso con una pistolettata alla testa per mano della algida <em>dark lady</em> in spalline al servizio degli invasori.</p>
<p style="text-align: justify;">Al suo suadente ma imperioso «<em>Non interferire. Non puoi vincere&#8230;</em>», John vendica il suo amico uccidendo Holly con una pistola tascabile, servendosi poi dell’arma per distruggere l’antenna parabolica che invia il segnale di ipnosi di massa, appena un attimo prima di finire mitragliato a morte da un elicottero delle forze dell’ordine. Il finale (in perfetto stile carpenteriano) è da antologia: l’ultimo gesto di un oramai sconfitto nel corpo ma moralmente invitto John Nada è un dito medio rivolto verso i suoi assassini. I pochi minuti di epilogo beffardo e sardonico illustra le reazioni della gente esterrefatta nel constatare all&#8217;improvviso che gli alieni “vivevano” mentre noi “dormivamo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro il coinvolgente intreccio narrativo, del resto pieno di azione anche grazie al <em>physique du rôle</em> di Piper e Keith David, <em>Essi vivono</em> è un urlo di rabbia verso l&#8217;assopimento delle coscienze <span style="font-size: 8pt;"><a href="#_edn8" name="_ednref8"><sup><strong>[VIII]</strong></sup></a></span>, indottrinate e ipnotizzate dal continuo bombardamento dei media, in particolare, naturalmente, quello televisivo (un tema spietatamente affrontato anche nell&#8217;allucinato <em>Videodrome</em> girato da David Cronenberg nel 1983, che condivide con <em>Essi Vivono</em> la lucida e autentica denuncia dei danni intellettuali portati da certa TV-spazzatura che negli anni Ottanta assunse il predominio).</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta, quello che Carpenter mostra, attraverso la lente deformante del suo cinema, è un messaggio politico in piena regola, ma che non va considerato nelle griglie ideologiche di “destra” o “sinistra” e delle rispettive, innumerevoli diramazioni e correnti. Perché il regista sa bene che il problema è casomai chi sta “<em>sopra</em>” e chi sta “<em>sotto</em>”. E sopra di noi, nel mondo attuale, c&#8217;è ancora un capitalismo internazionale disumano e disumanizzante, senza volto, senza Patria e senza «nessuna umana pietà», citando il buon Jena Plissken.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un Uomo Invisibile alla Corte dei Fratelli Warner:</em> Avventure di un Uomo Invisibile</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A seguito del flop nelle sale di <em>Essi Vivono,</em> ad oltre diciotto anni dall’uscita nei cinema di <em>Starman</em>, nel 1992 Carpenter vorrebbe tornare a girare un film fantascientifico dalla trama semplice ma al contempo lineare: dopo il rifiuto di partecipare alla trasposizione comica e moderna dell’Uomo Invisibile creato da H.G. Wells (sotto l’egida della Warner Bros.) da parte di grandi registi del calibro di Ivan Reitman e Richard Donner, un entusiasta John Carpenter coglie la proverbiale palla al balzo. Viene così messa nero su bianco la sceneggiatura di <em>Avventure di un Uomo Invisibile</em>.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58231" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/220px-memoirs_of_an_invisible_man-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nick Halloway (un Chevy Chase in un ruolo decisamente originale rispetto ai soliti personaggi comici interpretati dall’attore in questione) è un giovane <em>broker</em> particolarmente ossessionato dai soldi, dal lusso e dal successo che conduce una vita monotona, ripetitiva, piatta e noiosa all’inverosimile: se il John Nada protagonista di <em>Essi Vivono </em>è un <em>invisibile </em>facente parte del “quarto stato”, qui Nick Halloway lo è in quanto rappresentante ideale di tutti gli <em>yuppies </em>d’inizio Anni ’90: schivo, indolente, calcolatore, privo di relazioni sociali e/o amicizie, edonista, insofferente a qualunque stimolo non venga dal comprare o vendere titoli azionari in borsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, a seguito di uno strano esperimento di laboratorio malriuscito dirimpetto alla stanza in cui Nick si è appisolato, il nostro insopportabile e superficiale protagonista diviene <em>letteralmente</em> invisibile dopo che il suo corpo è stato investito da una tempesta di particelle molecolar-nucleari. Braccato da Jenkins, un glaciale funzionario della C.I.A. (l&#8217;attore neozelandese Sam Neill, che tornerà alla corte di Carpenter pochi anni dopo nel grandioso <em>Il Seme della Follia</em>), Nick potrà contare sulle sue forze e su Alice Monroe (una Daryl Hannah, nell’insolito ruolo di spalla e compagna di sventura del protagonista), una giovane donna con cui Halloway ha avuto una fugace quanto breve relazione, qualche tempo prima dell’<em>incidente</em> che lo ha reso permanentemente invisibile. Una volta simulata la propria morte e sconfitto il temibile Jenkins (il cui decesso verrà prontamente insabbiato dalla C.I.A. ed archiviato come un suicidio) Nick, assieme a Alice, si godrà la sua nuova vita in una località sconosciuta fra le Alpi Elvetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in questo caso, con notevole acutezza quasi profetica, Carpenter vede in questo particolare periodo della storia americana (siamo alla vigilia dell’insediamento nella Casa Bianca del presidente Bill Clinton) un potenziale preludio ad un futuro prossimo particolarmente opprimente e alienante, costituito da un’umanità assoggettata al culto dell’alta tecnologia scriteriatamente (ab)usata per farci sentire più realizzati e socialmente migliori, quando in verità tende a creare disagi, dissapori e disamori a tutti i livelli della vita sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">La trama, seppure in parte riprendendo e reinventando idee già presenti nel meccanismo narrativo alla base di <em>Starman </em>(basti pensare ai militari e agli emissari del governo statunitense visti per lo più come delle persone pompose e prevaricatrici da evitarsi in quanto rappresentanti un Sistema particolarmente reazionario e liberticida che persegue la coppia di protagonisti in fuga, tanto per rendere il concetto), la critica ai falsi miti moderni quale il successo da raggiungersi a qualunque costo e con qualunque mezzo, il culto del Dio Denaro e uno spaccato nella vita degli <em>invisibili</em> (in questo caso tali anche nel senso letterale dell’accezione) fra i colletti bianchi oriundi dei quartieri bene delle grandi metropoli americane.</p>
<p style="text-align: justify;">Parafrasando Karl Marx: un invisibile ex agente di borsa si aggira per la Svizzera in cerca di una sua dimensione ideale!</p>
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<p><strong><em>Ridere di (dis)gusto all’Obitorio: </em>Body Bags</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1993 esce per la televisione americana un film dell’orrore a episodi intitolato <em>Body Bags – Corpi Estranei</em>, e dietro la macchina da presa c’è ovviamente un <em>redivivo</em> John Carpenter.</p>
<p style="text-align: justify;">Il regista non si limita a dirigere l’episodio iniziale <em>La Stazione di rifornimento, </em>e a co-dirigere assieme a Larry Sulkis quello intitolato <em>Hair</em>, ma arriva ad interpretare per puro divertimento un eccentrico medico legale (dalla cera non esattamente ottima) che fa da narratore delle storie, all’interno dell’episodio-contenitore <em>L’Obitorio</em>. Nell’episodio diretto da Carpenter, una giovane ragazza di colore assunta in prova come commessa e custode notturna presso una stazione di servizio si vedrà presa di mira da un <em>serial killer </em>il quale si aggira nei paraggi, avendo eletto il parcheggio della pompa di benzina a suo “territorio di caccia”.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58232" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/1988They_Live_poster300-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Hair</em>, co-diretto assieme al collega Sulkis, Carpenter narra le grottesche disavventure tricologiche di un uomo di mezza età che, per far fronte ad un principio di calvizie, si affida ad una terapia anti-caduta sperimentale. Dopo un iniziale entusiasmo per il successo del trattamento, come per una morbosa legge del contrappasso, i capelli cominceranno a crescergli a dismisura, mentre in <em>Eye</em>, la storia finale, un giocatore di baseball che perde un occhio in un incidente stradale, noterà su di sé gli strani effetti di un trapianto singolare…</p>
<p style="text-align: justify;">Nel finale dell’episodio-contenitore <em>L’Obitorio</em>, il bizzarro e sboccato <em>coroner</em> interpretato da Carpenter si adagia su di un tavolo da dissezione, rivelandosi essere un morto vivente racconta-storie alla <em>Zio Tibia</em> &#8230; Giusto in tempo per essere sottoposto alla propria autopsia (!).</p>
<p style="text-align: justify;">Allegramente grottesco e coscientemente “granguignolesco”, <em>Body Bags </em>vede un variopinto cast artistico coinvolto nei vari racconti del terrore: dal personaggio del sinistro ma simpatico narratore impersonato da Carpenter, all&#8217;amico regista Tobe Hooper e Tom Arnold nei panni di due medici legali (addetti all’autopsia del collega nel beffardo quanto inquietante finale), Mark Hamill (assurto alla celebrità nei panni del Luke Skywalker della prima, storica trilogia di <em>Star Wars</em>), Stacy Keach (in seguito nei panni dell’ideologo neonazista in <em>American History X</em>), la cantante del gruppo <em>punk rock</em> dei Blondie, Deborah Harry (già inquietante e depravata <em>dark lady</em> nel <em>Videodrome</em> di Cronenberg), e altri ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">La Showtime, l’emittente televisiva addetta alla produzione del film, con atteggiamento ben poco serio e coerente decise tuttavia di ritirarsi dal progetto prima ancora che iniziassero le riprese. Portando così Carpenter e colleghi a fare gioco di squadra per stare a galla e a cercare di convincere i produttori a mandare in onda almeno <em>Body Bags </em>come episodio-pilota di quella che avrebbe dovuto essere una nuova ed originale serie di film horror a episodi.  Purtroppo, dato lo scarso successo ed il relativo esangue indice di ascolti, la serie non andò oltre il suo primo (ed ultimo) episodio: se John Carpenter è ormai da tempo un autore troppo estremo e sgradito per le “grandi” case di produzione cinematografiche, in questo periodo non può certo trovare terreno fertile nelle produzioni televisive (delle quali aveva già espresso un personale parere in <em>Essi Vivono</em>&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">Si dovrà infatti attendere il 2005 e l&#8217;innovativo esperimento della serie <em>Masters Of Horror</em> perché l&#8217;autore possa tornare a “mietere vittime” anche sul piccolo schermo.</p>
<p>(continua…)</p>
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<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1"><span style="font-size: 10pt;">[I]</span></a> Cfr. Giulia d&#8217;Agnolo Vallan, <em>Lo spiraglio nella nebbia</em>, in <em>Lost Highway: John Carpenter</em>, Film TV n.23, giugno 2018.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2"><span style="font-size: 10pt;">[II]</span></a> Cfr. Michele Caricola, <em>Grosso guaio a Chinatown. Il nuovo antieroe di Carpenter</em>, in AA.VV., <em>John Carpenter. L’antieroe del cinema americano</em>, Weird Books, Roma 2020, p.123 e segg.</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3"><span style="font-size: 10pt;">[III]</span></a> Cfr. Aldo Tagliaferri, <em>Il Taoismo</em>, Newton &amp; Compton, Roma 1996.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4"></a></p>
<p><a href="#_ednref4"><span style="font-size: 10pt;">[IV]</span> </a> Ancora una volta il cinema di Carpenter dovette fare i conti con una spietata concorrenza, vista la contemporanea uscita nelle sale di titoli sfracella-incassi come <em>Aliens – Scontro Finale</em> di James Cameron, seguito pirotecnico e fracassone dell&#8217;agghiacciante capostipite girato da Ridley Scott, e soprattutto di<em> Top Gun</em> con Tom Cruise, manifesto di certo becero ed edonista “superomismo” <em>yankee</em> di quegli anni, e la cui regia, incredibilmente, venne inizialmente commissionata dalla Twentieth Century Fox proprio a John Carpenter (il quale, chissà perché, rifiutò senza problemi!), e in seguito a Tony Scott, fratello di Ridley (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5"><span style="font-size: 10pt;">[V]</span></a> Ennesimo omaggio di Carpenter all&#8217;amato Lovecraft e al suo celebre romanzo <em>At the Mountains of Madness </em>– <em>Le Montagne della Follia</em> (1936), in cui uno dei coprotagonisti porta il cognome di Danforth (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6"></a></p>
<p><a href="#_ednref6"><span style="font-size: 10pt;">[VI]</span></a> Un probabile omaggio al celebre fisico britannico Paul Adrien Maurice Dirac (1902-1984) (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7"><span style="font-size: 10pt;">[VII]</span></a> Composta dagli storici <em>La notte dei morti viventi</em> (<em>Night of the living dead</em>, 1968), <em>Zombi </em>(<em>Dawn of the dead</em>, 1978) e <em>Il giorno degli zombi</em> (<em>Day of the Dead</em>, 1985) (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8"><span style="font-size: 10pt;">[VIII]</span></a> AA.VV., <em>Essi Vivono</em>, in <em>Ritorno al futuro. La fantascienza in 201 film</em>, Demetra, Verona 1998, p.54.</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Mostri all&#8217;angolo della strada e Apocalissi prossime venture. Il cinema fantastico di John Carpenter (Parte I)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2023 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema Fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Jari Padoan]]></category>
		<category><![CDATA[John Carpenter]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Ernesto Maddalon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Niccolò Ernesto Maddalon e Jari Padoan &#160; &#160; Temiamo tutti le stesse cose. Per questo l&#8217;horror è un genere tanto efficace. Basta che vi chiediate di cosa avete paura, e saprete di cosa ho paura io. John Howard Carpenter, regista e compositore   Premessa.  Un regista visionario e controcorrente A tutt&#8217;oggi, nell&#8217;ambito del cinema [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/mostri-allangolo-della-strada-e-apocalissi-prossime-venture-il-cinema-fantastico-di-john-carpenter-parte-i/">Mostri all&#8217;angolo della strada e Apocalissi prossime venture. Il cinema fantastico di John Carpenter (Parte I)</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>di Niccolò Ernesto Maddalon e Jari Padoan</strong></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>Temiamo tutti le stesse cose.</em></p>
<p><em>Per questo l&#8217;horror è un genere tanto efficace.</em></p>
<p><em>Basta che vi chiediate di cosa avete paura,</em></p>
<p><em>e saprete di cosa ho paura io.</em></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">John Howard Carpenter, regista e compositore</span></p></blockquote>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Premessa.  Un regista visionario e controcorrente</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A tutt&#8217;oggi, nell&#8217;ambito del cinema horror e fantastico, è forse superfluo spendere qualche parola di presentazione per quanto riguarda John Carpenter, un nome divenuto pressoché storico e leggendario in questo contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Degno epigono, a modo suo, dei grandi artigiani del cinema del cinema dell&#8217;orrore quali ad esempio Tod Browning, Terence Fisher o Roger Corman (nonché appassionato viscerale del <em>western</em> di Howard Hawks, John Ford e Sergio Leone), dall&#8217;alto della sua più che trentennale carriera cinematografica conclusasi nel 2010 con il film <em>The Ward</em>, Carpenter si è confermato un regista visionario e originale come pochi. Attraverso una ventina di film, quasi tutti assurti a titoli di culto per gli appassionati del Fantastico cinematografico (si pensi a <em>Halloween</em>, <em>La cosa </em>o <em>Il Seme della Follia</em>, soltanto per citare alcuni tra i più noti e amati), il regista ha esplorato in modo personale e originale generi come l&#8217;horror <em>tout court</em>, il <em>thriller</em> e varie accezioni della fantascienza, quasi sempre “contaminando” a loro volta questi generi all&#8217;interno dello stesso film.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è tutto. Nella panoramica ragionata delle più importanti opere di Carpenter che proponiamo, vedremo come, oltre a riportare sullo schermo gli incubi e i terrori metafisici di celebri maestri della moderna narrativa del terrore e fantascientifica (come John W. Campbell, Stephen King e i mai troppo fondamentali Poe e Lovecraft), l&#8217;epopea fanta-horror realizzata da Carpenter offre da sempre numerose e imprevedibili chiavi di lettura, tra le quali una serie di precisi messaggi di critica, spesso ironica ma sempre impietosa, ai lati più oscuri e degenerati della società statunitense e, per estensione, moderna e occidentale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gli esordi: <em>Dark Star</em> e <em>Distretto 13</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1948 a Carthage, nello stato di New York, John Howard Carpenter, sin dall&#8217;infanzia si dedica ai suoi maggiori interessi: la musica e il cinema (in particolare, fantascientifico e <em>western</em>). Dopo alcuni iniziali cortometraggi amatoriali, Carpenter si iscrive alla University of South California, ovviamente al corso di<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58199" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/dark-star-tedesco-poster-jack-1974-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" /> cinematografia, e nel 1974 vede la luce il suo primo lungometraggio ufficiale, scritto e girato in collaborazione con l'(allora) amico e collega Dan O&#8217;Bannon (futuro sceneggiatore dell&#8217;<em>Alien</em> di Ridley Scott) e con vari compagni di università dei due autori, che interpreteranno lo sgangherato equipaggio di una improbabile nave spaziale chiamata Dark Star. Si tratta appunto di <em>Dark Star</em> (il cui titolo definitivo venne preferito al temporaneo <em>Planetfall</em>), una grottesca e irriverente commedia fantascientifica piena di ammiccanti omaggi cinefili ai film del maestro Stanley Kubrick <em>2001: Odissea nello Spazio </em>e <em>Il Dottor Stranamore</em>, nonché alla pletora di “B-movies” tipici degli anni Cinquanta come <em>Destinazione&#8230;Terra</em>, <em>Ultimatum alla Terra</em> o <em>Il Pianeta Proibito</em>, di cui Carpenter era un entusiasta cultore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dark Star</em> narra le disavventure di un gruppo di astronauti impegnati a bombardare corpi celesti considerati a alto rischio di collisione con la Terra. Pur rimanendo sostanzialmente nell’ambito della fantascienza umoristica, già alla sua opera prima Carpenter prende di mira i piccoli-grandi falsi miti generati sia dalla vecchia che dalla nuova Hollywood. Infatti, da una parte si ha lo spazio siderale come nuova frontiera da colonizzare, dall’altra il mito dell’astronauta stelle &amp; strisce come punto di congiunzione fra la figura rude e crepuscolare del <em>cowboy</em> e quella giovanile e anche troppo ingenuamente “solare” del “figlio dei fiori” (il prodotto socioculturale tipico della California degli anni Sessanta, che John Carpenter conobbe molto bene). In questo senso, rimane indicativa la scena in cui uno dei protagonisti si ritrova ad adoperare un portellone dell’astronave come tavola da <em>surf</em>, andando alla deriva nel vuoto cosmico. <em>Dark Star</em> segnerà sotto vari aspetti, positivi e negativi, l&#8217;esordio di Carpenter (ad esempio proprio sui diritti d&#8217;autore dell&#8217;opera nasceranno asperità legali tra Carpenter e O&#8217;Bannon, che porteranno a una temporanea rottura tra i due). Il film conoscerà comunque un certo successo in una cerchia di cultori destinata ad aumentare, e dimostrerà già <em>in nuce</em> le grandi capacità visionarie del regista, prima ancora che la sua profonda tendenza alla critica sociale.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58194" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/assault_on_precint_13_distretto_13-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Si è detto come l&#8217;amore sconfinato per il cinema <em>western</em> si può avvertire praticamente in ogni singola pellicola di John Carpenter, tanto da parlare di una effettiva influenza anche nei suoi horror più estremi, come vedremo. Si pensi al tema dell&#8217;assedio, onnipresente anche in film come <em>Fog</em>, <em>La Cosa</em> o <em>Il Signore del Male</em>, nonché a personaggi come l&#8217;indimenticabile Snake Plissken di <em>Fuga da New York</em> o il John Nada di <em>Essi Vivono</em>, quasi delle versioni metropolitane e/o post-apocalittiche della figura dello “straniero senza nome” incarnato da Clint Eastwood e dal Django di Franco Nero. Ed è proprio a partire da <em>Distretto 13 – Le Brigate della Morte</em> che tale atmosfera si respirerà lungo tutta la filmografia carpenteriana (non casualmente, nei <em>credit</em> del film il regista si firmerà come addetto al montaggio con lo pseudonimo di John T. Chance, omaggio al nome dello sceriffo interpretato da John Wayne nel film <em>Un Dollaro d’Onore</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1976, un Carpenter ventottenne mette in scena con rigore e fredda precisione questa sorta di allucinato <em>thriller</em>/poliziesco/<em>western</em> che si snoda in 90 minuti tesi, brutali e claustrofobici. Indicato come un film di riferimento per comprendere gli incubi di un decennio di trasformazione e disillusione, gli Anni Settanta<a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a> (che per gli USA hanno rappresentato il disastro della guerra in Vietnam, inflazione, scandalo Watergate&#8230;), <em>Distretto 13</em> narra una vicenda ambientata nei sobborghi più degradati di Los Angeles dove, a seguito dell’uccisione di alcuni giovani banditi per mano delle forze dell’ordine durante una retata notturna, i membri di una banda di strada detta “la Banda Voodoo”, gemellata alla <em>gang</em> cui appartenevano i malviventi freddati dalla polizia, decidono di rendere omaggio ai propri compagni caduti mettendo a ferro e fuoco il quartiere-ghetto di Anderson. Prima assassinando a sangue freddo e senza alcun apparente motivo un gelataio e una ragazzina, poi tentando di riservare lo stesso trattamento al padre della loro giovane vittima, reo di aver ucciso a revolverate uno dei membri della banda, i balordi arriveranno a cercare di fare irruzione in un distretto di polizia locale che sta per essere dismesso e trasferito in un quartiere più tranquillo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i personaggi intrappolati nella stazione di polizia assediata, spicca il cinico e disilluso condannato a morte chiamato Napoleone Wilson (una figura nella quale si può leggere chiaramente un abbozzo, una “prova generale” del citato Snake Plissken). Costretti a dover fronteggiare la minaccia comune, i tutori dell’ordine si ritroveranno ad allearsi coi prigionieri: fra una sparatoria e l’altra per respingere i continui assalti dei teppisti membri della Banda Voodoo (le cui movenze “zombesche”, il mutismo e la spettrale presenza come “mostro collettivo” durante tutto l’assedio è un palese omaggio di Carpenter al classico del cinema horror diretto nel 1968 dal collega regista e amico George A. Romero <em>The Night of The Living Dead – La Notte dei Morti Viventi</em>), nascerà una sorta di amicizia e cavalleresca solidarietà fra il tenente Ethan Bishop e il reietto Napoleone Wilson. Emblematico il breve dialogo tra i due (in stile, appunto, molto <em>western</em>) quando la situazione volgerà a favore degli assediati:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Sei davvero un uomo pieno di risorse, Wilson, adesso capisco perché negli ambienti ti chiamano Napoleone. Posso avere l’onore di scortarti fin fuori?</em>»</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Direi che te lo sei meritato. Prego, dopo di te…</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">All’uscita nelle sale americane<em>, Distretto 13 </em>sarà (tanto per cambiare) accusato dal pubblico e dalla critica di istigazione alla violenza e al razzismo, mentre avrà maggior successo in Gran Bretagna e proiettato al British Film Institute di Londra. Il film troverà terreno fertile di distribuzione e discussione sia fra i cinefili “di <em>élite</em>” sia da buona parte della critica cinematografica europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Una prima dimostrazione del fatto che il cinema di Carpenter diverrà oggetto di culto soprattutto nel Vecchio Continente, come ricorderà tra il serio e il faceto lo stesso regista:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>In Francia sono considerato un autore, in Inghilterra un regista di strani film horror, in Germania un </em>film-maker<em>. In America, un barbone&#8230;</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’Ombra dell’Uomo Nero: <em>Halloween</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto della sua carriera, il trentenne John Carpenter è pronto a dirigere il suo primo vero film horror. O se<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58197" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/halloween-1-433x650-1-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /> si preferisce, un <em>thriller</em> dai profondi risvolti horror. In ogni caso, un&#8217;opera che infilerà ancora il dito (anzi, il coltello da cucina) nelle piaghe purulente della società statunitense. Carpenter, già navigato “artigiano” cinematografico nonostante la giovane età, anche stavolta ha le idee chiare: l’ambientazione del nuovo film sarà in massima parte notturna e prenderà di mira un’altra istituzione-“tradizione” (le virgolette sono d&#8217;obbligo) tipicamente statunitense, ovvero la festa di Halloween, ormai da secoli sradicata dal suo contesto rituale europeo del culto precristiano di Samhain, il Capodanno celtico, e ridotta ad una grottesca e macabra carnevalata all’insegna dell&#8217;horror posticcio e del consumismo  più sfrenato. E, nel film di Carpenter, da sotto questa coltre di cattivo gusto e parodia del Sacro emergerà un altro tipico incubo, purtroppo ben reale e concreto, della società americana (e non soltanto di essa): il <em>serial killer</em>, il maniaco omicida nascosto sotto una ingannevole apparenza di “uomo qualunque”. Negli Stati Uniti dell&#8217;epoca erano infatti ben note le gesta tutt&#8217;altro che encomiabili di individui come Ed Gein (vissuto negli anni Cinquanta e figura ispiratrice del romanzo <em>Psyco</em> di Robert Bloch, da cui l&#8217;omonimo film di Hitchcock), Ted Bundy (responsabile di <em>almeno</em> trenta omicidi a sangue freddo), o il “Killer dello Zodiaco” che non venne mai catturato né certamente identificato, per citare soltanto alcuni casi tristemente celebri. Il terzo film di Carpenter affronterà quindi questo argomento <em>davvero</em> terrificante, ma in <em>Halloween</em>, come avverrà spesso nei successivi film del regista americano, si possono ritrovare riflessioni originali e imprevedibili sull&#8217;origine di atavici terrori umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella fittizia cittadina di Haddonfield (nome ispirato al liceo Haddonfield Memorial High del New Jersey in cui si diplomò Debra Hill, storica socia di Carpenter), il piccolo Michael Myers uccide a coltellate la sorella maggiore, durante la notte di Halloween del 1963. Sorpreso poco dopo il fattaccio dai genitori mentre sta uscendo di casa in costume da clown e coltello insanguinato in mano, Michael viene rinchiuso in una clinica psichiatrica. Nel 1978, lo psichiatra Samuel Loomis (interpretato da Donald Pleasence), che ha in cura Myers ora ventunenne, si sta accingendo ad effettuare il trasferimento del suo assistito. Come spiegherà in seguito allo sceriffo di Haddonfield, nel corso degli anni il dottor Loomis ha compreso presto che dietro l&#8217;impenetrabile mutismo del giovanissimo Myers si cela qualcosa di più di una grave forma autistica, o di un feroce impulso di distruzione: «<em>dietro gli occhi spenti di quel ragazzo si celava e cresceva il Male</em>» &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Per una distrazione della assistente di Loomis, il giovane psicopatico evade. Nonostante il dottore metta in guardia le autorità cittadine di Haddonfield circa la natura disumana e luciferina del suo paziente, non riuscirà ad evitare un bagno di sangue: quella notte di Halloween, Michael Myers prenderà di mira tre giovani studentesse liceali. Due di esse cadranno per mano del taciturno assassino, e solo la più morigerata, Laurie Strode, riuscirà (forse, e solo temporaneamente) a porre fine all’incubo…</p>
<p style="text-align: justify;">Con <em>Halloween</em>, e con la figura di Michael Myers divenuta presto un archetipo dell&#8217;horror moderno, Carpenter si arroga il merito (suo malgrado) di realizzare un capostipite riconosciuto del cosiddetto “<em>slasher movie</em>”, ovvero il poco allegro sottogenere di  <em>thriller</em> orrorifico incentrato sulle figure di maniaci disumani e invulnerabili, agghindati con maschere assortite, che massacrano vittime a colpi di armi da taglio<a href="#_edn2" name="_ednref2">[ii]</a>. Un filone che tra gli anni Ottanta e Novanta fu anche troppo prolifico (si pensi alle celebri “saghe” di <em>Venerdì 13</em>, che si rifà esplicitamente al film di Carpenter, o del semi-parodistico<em> Scream</em> di Wes Craven fino a titoli italiani come <em>Deliria</em> di Michele Soavi e <em>Il Camping del terrore</em> di Ruggero Deodato), e che non brilla certo per particolarità, scivolando spesso e volentieri nel pessimo gusto senza mai raggiungere la suggestiva e gelida inquietudine dell&#8217;<em>Halloween</em> carpenteriano. Il quale fu a sua volta, purtroppo, seguito da una serie infinita di trascurabili <em>sequel</em> e rifacimenti, tra i quali si può ricordare <em>Halloween II</em> (1981), seguito diretto del film di Carpenter che ammanta la figura di Michael Myers di rimandi esoterici legati ai riti ancestrali della notte di Samhain, e la recente versione del regista/cantante <em>rock</em> Rob Zombie.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Halloween</em> venne girato utilizzando perlopiù alcune delle prime <em>steadycam</em> modello Panaglide (molto più versatili e maneggevoli rispetto alle prime macchine da presa portatili disponibili all&#8217;epoca), ricco di riprese in soggettiva (in modo da far immedesimare lo spettatore con il “mostro”, portandolo così ad aver paura di sé stesso, in un&#8217;intuizione non da poco) e realizzato in appena una ventina di giorni e con <em>budget</em> irrisorio. Per necessità pratiche, il film venne girato spacciando una cittadina di provincia californiana (lo si nota dalle targhe delle automobili) in piena primavera, per un borgo autunnale dell’Illinois: per ricreare il clima “da Halloween” fu necessario cospargere di foglie essiccate artificialmente i viali e i giardini.</p>
<p style="text-align: justify;">Inizialmente per il ruolo del nevrotico psichiatra di Michael Myers si era pensato ad altisonanti nomi come i due storici colossi dell&#8217;horror britannico, ovvero Peter Cushing e Christopher Lee, i quali, dopo aver rinunciato, in seguito al successo del film confessarono di essersi pentiti di tale scelta. Per una curiosa e fortunata circostanza, Donald Pleasence, riluttante all’idea di recitare in un horror, accettò alla fine il ruolo del dottor Loomis solo perché sua figlia era una <em>fan</em> di Carpenter, avviando così un fortunato e riuscito sodalizio con il regista (come si vedrà, l&#8217;attore britannico tornerà nei grandiosi <em>Fuga da New York</em> e <em>Il Signore del Male</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro la maschera dell’Uomo Nero (ottenuta verniciando di bianco quella che era stata una maschera riproducente il volto del Capitano Kirk di <em>Star Trek</em>) si celavano due attori nel ruolo di Michael Myers: l&#8217;aiuto-regista Nick Castle e un altro giovane attore non professionista, che, pare, venne notato da John Carpenter nel fare volantinaggio per una catena di centri commerciali in costume da Frankenstein (!). L’esordiente Jamie Lee Curtis (“figlia d&#8217;arte” degli attori Tony Curtis e Janet Leigh, non casualmente divenuta celebre grazie a <em>Psyco</em>), si immedesimò subito nel ruolo della timida e repressa Laurie Strode. Se Michael Myers è la quintessenza del Male incarnato, Laurie è in teoria la sua esatta antitesi: incasellata nel tipico contesto provinciale caratterizzato dal perbenismo più superficiale, si comporta da studentessa modello, oltre che da cittadina e bambinaia irreprensibile. Contrariamente alla protagonista, le sue amiche Annie e Linda riveleranno una certa venialità e propensione al libertinaggio: sarà proprio la loro dissolutezza a condannarle a perire per mano del mostruoso <em>killer</em>. È evidente che questa situazione funzionale al film non va vista come una sorta di “puritanesimo” da parte di Carpenter per compiacere un pubblico di borghesi bigotti: proprio il contrario, i ragazzi massacrati da Myers sono sostanzialmente una congrega di persone vuote, grette e superficiali, prodotti tipici della stessa società malata che ha generato Michael Myers. La studiosa di cinema statunitense Vera Dika<a href="#_edn3" name="_ednref3">[iii]</a> ha sottolineato come, in sostanza, ciò possa essere letto come un messaggio “conservatore”, per quanto la cosa risulti perlomeno curiosa da parte di un autore dalle idee sicuramente più “sinistroidi” quale John Carpenter.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso Laurie, l&#8217;ultima vittima designata, dimostrerà un carattere particolarmente combattivo prima di venire salvata in extremis dall’intervento provvidenziale del dottor Loomis munito di pistola, che proietterà il maniaco fuori da una finestra a sfracellarsi nel cortile sottostante. Quando però lo psichiatra si affaccia alla finestra per osservare se Myers è <em>davvero</em> morto, il corpo del suo diabolico paziente è scomparso nel nulla, mentre il suo cupo e affannoso respiro (assieme all&#8217;insinuante, memorabile tema musicale composto da Carpenter) si propaga ovunque nella casa, nel cortile, in tutto il quartiere. Nel suo suggestivo e tutt&#8217;altro che consolatorio gran finale, <em>Halloween</em> si conferma così come la prima grande interpretazione carpenteriana di una atavica consapevolezza dell&#8217;uomo. Ovvero che il Male assoluto e metafisico, del quale Michael Myers è una tipica manifestazione in forma (in)umana, quella del <em>serial killer</em>, è più implacabile, intangibile e multiforme di quanto possiamo aspettarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nebbia e scheletri nell&#8217;armadio:<em> Fog</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il grande successo ai botteghini di <em>Halloween</em> (che il suo regista nemmeno immaginava al momento della<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58196" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/Fog-147x300.jpg" alt="" width="147" height="300" /> lavorazione del film) e il successivo film-documentario del 1979 per la televisione <em>Elvis – Il Re del Rock</em>, nel 1980 John Carpenter si dedica a una nuova sceneggiatura ispirata ai racconti del terrore marinareschi di William Hope Hodgson e ad antiche storie di spettri di bucanieri ritornanti dall’Aldilà per vendicarsi dei propri carnefici. Il regista newyorchese inizierà le riprese di una nuova, cupissima opera per la quale, per la gioia di tutti gli “horrorofili”, non si esimerà di reclutare ancora una volta Jamie Lee Curtis e &#8230; sua mamma, Janet Leigh, passata alla Storia del cinema come “quella della doccia di <em>Psyco</em>”. Il risultato sarà un film che riprende molti elementi che hanno fatto grande <em>Halloween</em>, ma elevati a una potenza ulteriore e calati nel contesto di una autentica e macabra <em>ghost story</em> che, nonostante l&#8217;ambientazione nella California contemporanea, mantiene una impressionante atmosfera “gotica”: <em>The Fog</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">È risaputo che la storia della Nazione americana (dai cosiddetti Padri Pellegrini ai giorni nostri) è stata in gran parte basata sull’acquisizione, o meglio sull&#8217;espropriazione di terre, patrimoni e capitali. Tale “corsa all’oro altrui” ha spesso comportato brutali vessazioni e soprusi di ogni tipo, stupri culturali e, per restare in tema con il film di cui si va a parlare, <em>oceanici</em> spargimenti di sangue (basti pensare alla sorte dei nativi americani o a quella degli schiavi importati dall’Africa). Nei suoi lavori precedenti, Carpenter ha turbato lo spettatore svelando cosa vi era dietro il mito delle integerrime forze dell’ordine sempre più spesso sconfitte dalla criminalità subumana delle grandi metropoli (vedi <em>Distretto 13</em>) e mostrando la follia che potrebbe esplodere dai corrotti recessi della “vita di provincia” (<em>Halloween</em>); con <em>The Fog</em>, il regista di Carthage prosegue su quest&#8217;ultima strada spalancando quel metaforico armadio che è la sonnolenta e bucolica cittadina di pescatori della baia di Sant’Antonio, per rivelarci i suoi scheletri ed i suoi più sordidi segreti da un lontano passato rimosso dalla coscienza collettiva, con una massiccia dose di ingredienti soprannaturali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora oggi potente e suggestivo, infatti, è l&#8217;incipit del film, che non casualmente si apre sulla citazione dei versi di <em>A dream within a dream</em> di Edgar Allan Poe. Poi, si apre un perfetto clima da storia di spettri (forse il migliore che si possa trovare nel cinema horror americano dell&#8217;epoca, dopo quello dello <em>Shining</em> di Kubrick): un falò sulla spiaggia, mentre freddi venti spirano dall&#8217;oceano.</p>
<p style="text-align: justify;">Dei bambini ascoltano rapiti un vecchio marinaio (John Houseman), figura archetipica da Coleridge a Salgari, che narra sinistramente la leggenda (in realtà, la vicenda storica) sulle oscure origini della loro città portuale&#8230; infatti, è la notte dell’anniversario per i cento anni dalla fondazione di Sant’Antonio Bay, una cittadina edificata lungo un’insenatura della California nordoccidentale, nottetempo si verificano strani fenomeni che in parapsicologia si ascriverebbero alla categoria del <em>poltergeist</em>: pompe di benzina che si accendono da sole ed innaffiano mezzo spiazzo dell’area di rifornimento carburante, improvvise ed insolite violente folate di vento gelido in piena primavera. Fino ad una misteriosa foschia luminosa proveniente dal mare, che si sposta come se fosse dotata di vita propria. Tra le suddette manifestazioni del tipico campionario narrativo e cinematografico del racconto di fantasmi, proprio tale nebbia porta con sé dall&#8217;oceano un misterioso vascello ed il suo sinistro equipaggio: gli spettri del capitano Blake e dei suoi pirati lebbrosi, periti nell’affondamento della <em>Elizabeth Dane</em>, dovuto ad un diabolico stratagemma ideato dai sette antenati degli attuali principali magnati di tutta Sant’Antonio Bay. Su tutti i discendenti del misfatto perpetrato oltre un secolo prima contro Blake e la sua ciurma spicca la figura di Padre Malone (Hal Holbrook, qui in abito ecclesiale), il cui bisnonno pianificò assieme ad altri sei congiurati di spegnere il faro cittadino per impossessarsi dei lingotti d’oro contenuti nella stiva del vascello, mandando così la nave di Blake e dei suoi compari di sventura a schiantarsi contro gli scogli. Ed è proprio qui che, a seguito di tre uccisioni all’arma bianca per profonde ferite da taglio al torace e ai globi oculari (forse un omaggio di Carpenter ad un illustre collega italiano che risponde al nome di Lucio Fulci?), potrebbe dare adito all’idea dell’opera di un <em>serial killer</em>, che in realtà ci si trova davanti ad una maledizione: i congiurati di oltre un secolo prima erano in sette, proprio sette fra i loro discendenti dovranno perire per mano dei pirati fantasma, come tributo di sangue per le colpe dei loro antenati. E nemmeno rintanarsi in chiesa servirà più di tanto a tenere a bada lo spettrale e vendicativo equipaggio della <em>Elizabeth Dane</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Memorabile l&#8217;ultima inquadratura del film, ovvero la resa dei conti tra gli spettri e l&#8217;infido Padre Malone, che nasconde una enorme croce d’oro (risultato della fusione dei lingotti trafugati dal suo bisnonno) in un vano segreto della sagrestia. Un brutale colpo di scena degno della tradizione delle migliori <em>ghost-stories </em>ottocentesche.</p>
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<p><strong>La spietata legge della Giungla d’Asfalto: <em>1997 &#8211; Fuga Da New York</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cos&#8217;altro dire su un film come <em>Escape from New York, </em>che ha segnato in modo indelebile l&#8217;immaginario del genere<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58193" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/1997-fuga-da-new-york-locandina-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /> distopico/post-apocalittico così come quello del cinema d&#8217;azione?</p>
<p style="text-align: justify;">Non molto, se non consigliare ancora una volta l&#8217;ennesima visione (o la prima, a chi ancora non lo avesse guardato) dell&#8217;odissea di Snake Plissken nella Grande Mela in putrefazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l&#8217;uscita di <em>Fog</em>, John Carpenter recupera un suo vecchio <em>script</em> risalente a qualche anno prima, ispirato al romanzo fantascientifico di Harry Harrison <em>Il Pianeta dei Dannati </em>(<em>Planet of the damned</em>), che viene rielaborato, esteso (pare, dopo aver tratto ulteriore ispirazione dallo Scandalo Watergate) e riadattato dalla precedente ambientazione spaziale a un contesto metropolitano calato in una futura società da incubo, nuovo ideale tassello dei terribili panorami raccontati da <em>1984</em> di Orwell o dall&#8217;<em>Arancia Meccanica</em> di Burgess. Con il nuovo film, Carpenter dimostrerà, oltre che la sua padronanza di oscure atmosfere distopiche (regime dittatoriale tecno-biologico, omologazione dell&#8217;individuo, incubo nucleare sempre <em>à la page</em>), la sua avversione per la tracotanza sempre più ambigua e ipocrita di una classe dirigente che governa col bastone e la carota le sorti dell’“americano medio”. Un tipo umano che secondo il regista, agli inizi dell&#8217;ultimo ventennio del XX Secolo, sta degenerando sempre più. L&#8217;alternativa, a questo punto, è quella scelta dall&#8217;uomo della strada, dal disadattato che in un modo o nell&#8217;altro preferisce tenersi lontano dalle istituzioni e dal Sistema (una figura che tornerà spesso nel cinema di Carpenter, si pensi al già citato <em>Essi Vivono</em>). Un Sistema del quale egli può essere al massimo una pedina, un ingranaggio di un meccanismo sottilmente, e sostanzialmente, schiavista. Unica alternativa, una animalesca non-esistenza sociale<a href="#_edn4" name="_ednref4">[iv]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo tetro clima di disillusione collettiva verso le patrie istituzioni<a href="#_edn5" name="_ednref5">[v]</a>, verrà via via a scemare  la poca fiducia che un il trentaduenne Carpenter a stento ancora nutriva verso il governo del proprio Paese. Ricordando le varie vicende di molti reduci della Guerra del Vietnam, sostanzialmente ridotti a sbandati e reietti, il regista immagina cosa succederebbe se una variante avveniristica di questi veterani di guerra pluridecorati fosse richiamata in servizio in un non molto lontano futuro post-apocalittico per una missione speciale. Carpenter colloca in un ipotetico 1997 un’America sconvolta da un vertiginoso aumento della criminalità, che è passata dall’essere la più potente “democrazia” del mondo libero ad uno Stato di polizia (nel film, gli agenti che presidiano New York indossano uniformi scure che ricordano molto quelle delle Camicie Nere fasciste o del B.O.P.E. brasiliano e, in quanto muniti di armi ed equipaggiamento da commando, hanno un aspetto non dissimile da quello di certi squadroni della morte latinoamericani). La città di New York, un tempo cosmopolita capitale mondiale dell’economia e prima ancora meta degli emigranti in cerca di fortuna provenienti dal Vecchio Mondo a inizio XX Secolo, viene isolata dal resto della nazione con un super-fortificato muro di contenimento presidiato da avamposti, pattuglie su fuoristrada e elicotteri da guerra. Ogni singolo ponte che conduce fuori da Manhattan è stato minato, precludendo così qualunque tentativo di sortita. Come una sorta di piccolo esercito, la Forza di Polizia Statunitense presidia e monitora le attività degli ergastolani dalla parte esterna del muro. Non vi sono certo agenti di polizia oltre le ciclopiche mura dentro la città-prigione di New York City del &#8217;97 carpenteriano (in realtà ricostruita perlopiù negli esterni di East Saint Louis, Missouri), solo i prigionieri con le loro comunità organizzate in diverse <em>gang</em>, o meglio, tribù che sopravvivono in un crudele primitivismo di ritorno. Nella Grande Mela Marcia infatti vige infatti un solo comandamento: <em>mors tua</em>, <em>vita mea</em>, la spietata legge della Giungla d’Asfalto.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio qui viene inviato <em>in extremis</em> per una missione molto speciale, l&#8217;ex militare e attuale criminale S.D. Plissken, detto Snake, ovvero un giovane Kurt Russell che, dopo avere interpretato Elvis Presley nella precedente collaborazione con Carpenter, darà qui il suo ruolo più celebre e iconico, entrato nella mitologia del cinema “di genere”. Quasi una versione oscura del Rambo di Stallone incrociata con i monolitici e laconici personaggi di Clint Eastwood nei film di Leone, Plissken trasuda in ogni suo gesto una anarchica strafottenza e una totale opposizione ideologica a quel “regime americano” per il quale ha combattuto in passato. Il suo arrivo sulla scena, nell&#8217;ufficio scarsamente illuminato dell&#8217;alto commissario della polizia newyorchese Bob Hauk (Lee Van Cleef, icona del <em>western</em> grazie alla “Trilogia del Dollaro” di Sergio Leone, la cui assunzione nel <em>cast </em>del film rappresentò per Carpenter un sogno realizzato), è da antologia:</p>
<p>«<em>Circa un&#8217;ora fa un piccolo </em>jet <em>è precipitato al centro di New York. C&#8217;era a bordo il Presidente.</em>»</p>
<p>«<em>Presidente di che?</em>»</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>«<em>Siamo ancora in guerra, non capisci, Plissken?</em>»</p>
<p>«<em>Non mi importa un c***o della vostra guerra! O del Presidente&#8230;</em>»</p>
<p style="text-align: justify;">Snake, che per incomprensibili scelte di doppiaggio in italiano verrà ribattezzato Jena (le perplessità rimangono se si nota il vistoso tatuaggio a forma di cobra sul suo torace!), sarebbe prossimo all’ergastolo da scontarsi a New York per aver tentato di rapinare la banca federale di Fort Knox (un obiettivo carico di significati storici, sociali, politici&#8230;). Ma, visti i suoi gloriosi trascorsi nelle Forze Speciali e le sue innegabili capacità tattiche, Hauk valuta di avanzare una proposta a Plissken, in alternativa al carcere a vita. In cambio di un attestato di assoluzione con formula piena che monderà la sua chilometrica fedina penale, Snake dovrà infiltrarsi nell&#8217;immenso carcere a cielo aperto e ritrovare un inetto e viscido Presidente degli Stati Uniti (Donald Pleasence alla sua seconda interpretazione per John Carpenter) tenuto in ostaggio dalle folli e depravate bande della criminalità newyorchese. Il Presidente portava con sé un prezioso nastro magnetico su cui sono registrati importanti aggiornamenti sulla fissione nucleare, che dovrà essere consegnato al vertice internazionale al quale si stava recando prima del dirottamento dell&#8217;aereo su cui viaggiava, ad opera di un esaltato e maldestro manipolo di terroristi di evidente ispirazione neo-comunista, il «Fronte Nazionale dei Lavoratori d&#8217;America» (superfluo ribadire come, da più di vent&#8217;anni a questa parte, riguardare <em>Fuga da New York</em> e in particolare questa sequenza iniziale fa per così dire un certo effetto, dopo ciò che accadde l&#8217;11 settembre 2001).</p>
<p style="text-align: justify;">In linea con l&#8217;ultimatum della marmaglia newyorchese, Plissken ha le classiche ventiquattro ore di tempo per salvare il presidente e sé stesso: con la scusa di una visita di controllo, alla stazione di polizia gli è stato iniettato, ovviamente previa inganno, una micro-capsula di veleno, che sarà neutralizzata solo in caso di compimento della missione. In caso contrario, «<em>Non più vertice di Hartford&#8230; e non più Jena Plissken!</em>», taglia corto Hauk.</p>
<p style="text-align: justify;">Il personaggio di Plissken, nel quale Carpenter riconosce compiaciuto uno dei suoi migliori <em>alter ego</em> (e che è ispirato a uno scapestrato e “leggendario” compagno di liceo del regista<a href="#_edn6" name="_ednref6">[vi]</a>), è l’opposto degli eroi superomistici che imperversano nei film di azione di quegli anni<a href="#_edn7" name="_ednref7">[vii]</a>: sfoggia capelli medio-lunghi, giubbotto di pelle e pantaloni mimetici, ma a dispetto del suo aspetto da reietto quasi fumettistico e dei suoi atteggiamenti apparentemente cinici e nichilisti, ha un suo senso della lealtà e un codice d’onore che fa la differenza sia rispetto alle spietate e ottuse forze di polizia, che ai degenerati prigionieri della Grande Mela (e la piratesca benda al suo occhio sinistro potrebbe ricordare il famoso adagio popolare attribuito a Ovidio: <em>“nella valle in cui tutti gli uomini sono ciechi, l’uomo con un occhio è un re”</em>). Plissken, girovagando per le rovine della Grande Mela nella sua disperata corsa sul filo del rasoio, incontrerà soggetti di varia umanità: il vecchio e infido commilitone Harold Helman detto “Mente”, la sua compagna Maggie e il Tassista, che lo condurranno al cospetto del temibile Duca di New York. Il Presidente è infatti nelle sue mani, e il Duca intende sfruttarlo come lasciapassare verso la libertà dell&#8217;amnistia collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Grandiosa la trovata di Carpenter di “eleggere” a spietato sovrano della città un uomo di colore (interpretato da Isaac Hayes, celebre musicista <em>rhytm and blues</em>), segno evidente di una sovversione politica e culturale-antropologica dell&#8217;ordine costituito e della sedicente “supremazia WASP” statunitense (quanto mai stridente e contraddittoria in una Nazione nata, in epoca moderna, come esperimento sociale ad opera di logge massoniche propugnanti una supposta uguaglianza universale!<a href="#_edn8" name="_ednref8">[viii]</a>). Così come il rocambolesco scontro sul tetto del World Trade Center contro la tribù-<em>gang</em> locale degli Wall Street Natives, una banda composta non a caso da guerriglieri metropolitani d’etnia amerindia (che ha eletto le due Torri Gemelle e quel cuore dell’alta finanza e dell’economia mondiale che fu Wall Street a proprio quartier generale e territorio), e che distruggono l’aliante di Snake e quindi la principale possibilità di fuga per i protagonisti, parrebbe un possibile ennesimo messaggio di critica al capitalismo imperante. Se nel 1683 i cosiddetti “Padri Pellegrini” comprarono per un pugno di foglie di tè l’isola di Manhattan, nel 1997 immaginato da Carpenter i discendenti di quei nativi americani si sono ripresi per ironia della sorte proprio il quartiere newyorchese più votato al culto del Dio Denaro&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La parte finale della <em>Fuga da New York</em> attraverso il ponte della Sessantanovesima Strada costerà la vita agli alleati di Plissken, decimati dalle mine antiuomo di cui è disseminata la zona e dalla furia vendicativa del Duca, il quale, nello scontro finale con Plissken al muro di cinta che divide N.Y dal mondo “civile”, finirà crivellato di proiettili da un isterico Presidente armato di carabina d’assalto, e che si rivela in questo modo un tutt&#8217;altro che fine e valoroso politico. Una volta consegnato il nastro magnetico e disinnescate le capsule letali nel corpo di Plissken, questi chiede al “Primo Cittadino d&#8217;America” quali sentimenti prova nei riguardi dei poveracci che hanno dato la vita per salvarlo dai suoi sequestratori in un tentativo disperato di riscattare la propria libertà. Una risposta di goffa ed evasiva formalità del Presidente e uno sdegnato sbuffo di fumo dalla sigaretta di Plissken concludono la conversazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Epilogo cupissimo e pressoché geniale (ideato, ci tiene a sottolineare Carpenter, dal co-sceneggiatore Nick Castle), il definitivo “gesto dell&#8217;ombrello” da parte di Plissken al Sistema: resosi conto che il “suo” Presidente non è migliore dei criminali deportati nella bolgia infernale di New York, l'(anti)eroe carpenteriano per eccellenza ha beffardamente sostituito l&#8217;agognato nastro con una musicassetta di <em>jazz</em> appartenuta al Tassista, che deflagra dagli amplificatori alle spalle dell&#8217;allibito Presidente. La dissolvenza finale ci mostra un esasperato Plissken che straccia il nastro originale, buttandolo per strada come se fosse immonda spazzatura, fregandosene della imminente Terza Guerra Mondiale tra poveri.</p>
<p style="text-align: justify;">Consigliato a tutti per comprendere lo sviluppo del sottogenere post-apocalittico<a href="#_edn9" name="_ednref9">[ix]</a>, <em>1997: Fuga da New York</em> rimane a tutt&#8217;oggi il capolavoro distopico di John Carpenter, un film dai meccanismi narrativi eccezionali e quanto mai ancora godibile (soprattutto senza tenere conto del suo discusso seguito, quel <em>Fuga da Los Angeles</em> al quale accenneremo&#8230;). Oltre che, ribadiamo, profetico nella sua visione sociopolitica profondamente oscura e pessimista. Parafrasando Bertolt Brecht: «sciagurata è quella nazione che per risollevare le proprie sorti ha bisogno di antieroi», e siamo certi che Snake Plissken sottoscriverebbe.</p>
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<p><strong>Paura, delirio e orrore cosmico al Polo Sud:<em> La Cosa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’inaspettato plauso unanime del pubblico e della critica a seguito dell’uscita nelle sale di <em>1997: Fuga da New<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-58192" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/La-Cosa-locandina.jpg" alt="" width="155" height="226" /> York</em>, Carpenter considera che i tempi sono maturi per il suo ennesimo sogno nel cassetto, quello che in seguito diverrà il primo capitolo della sua cosiddetta Trilogia dell’Apocalisse: realizzare un rifacimento in chiave contemporanea del film di Christian Nyby e Howard Hawks <em>La Cosa da un altro Mondo</em> (ispirato al romanzo breve scritto da John W. Campbell Jr. nel 1938 <em>Who Goes There?</em><a href="#_edn10" name="_ednref10">[x]</a>, e già omaggiato in una scena di <em>Halloween</em>, in cui Jamie Lee Curtis guarda il detto film alla televisione). Prende così forma la sceneggiatura di <em>La Cosa </em>(<em>The Thing</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato sarà uno dei più inquietanti capolavori di Carpenter, grazie ai sorprendenti effetti speciali di Rob Bottin e del celebre Stan Winston (non accreditato), una colonna sonora minimalista e cupissima composta ed orchestrata dal maestro Ennio Morricone (ma in realtà ampiamente supervisionata e rimaneggiata proprio da Carpenter) ed un <em>cast</em> sul quale spicca il pupillo Kurt Russell, qui nel ruolo dell’elicotterista McReady<a href="#_edn11" name="_ednref11">[xi]</a>. Come lo Snake Plissken che avevamo lasciato nella marcescente New York del 1997, il personaggio di McReady è risoluto e laconico, e proprio lui rimarrà (forse) l’unico superstite alle mire del temibile alieno muta-forma che imperversa per la stazione di ricerca isolata tra i ghiacci antartici, fagocitando i membri della spedizione e assumendo le loro sembianze. Come se non bastasse, i protagonisti comprendono presto che la Cosa ha la terribile capacità genetica e molecolare di sdoppiarsi e riprodursi in una serie infinita di suoi “cloni”, che possono a loro volta assumere qualsiasi forma. Nello scontro finale nella base desolata e prossima al congelamento, McReady riesce finalmente, forse, a distruggere il mostro scagliandogli contro un prosaico ma efficace candelotto di dinamite. Tuttavia Carpenter ci mette di fronte ad un suo tipico, sinistro finale aperto tutt’altro che edificante: se la Cosa non è morta, il genere umano non ha scampo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Cosa</em>, a parte la stretta cerchia dei fedeli di Carpenter, sarà ignorato dal pubblico (ben più entusiasta, ovviamente, delle derive fanciullesche e buoniste del contemporaneo <em>E.T.</em> di Steven Spielberg&#8230;) e verrà alquanto massacrato dalla critica americana, onde venire in seguito riconosciuto come uno dei grandi capolavori del regista e di tutta la storia del cinema horror e fantascientifico. Soprattutto nella sua efficacia nel riprodurre sullo schermo certe intuizioni e meccanismi della narrativa di H. P. Lovecraft, come faranno negli anni seguenti gli altri due episodi della “Trilogia dell&#8217;Apocalisse” carpenteriana (e, appunto, di esplicita ispirazione lovecraftiana). Infatti, <em>La Cosa</em> mette in scena una totale negazione di antropocentrismo nella lotta disperata dei dodici scienziati con un demoniaco nemico interplanetario (evidente anche nel finale di agghiacciante incertezza, in cui McReady e Childs, gli ultimi sopravvissuti, si chiedono se ognuno dei due <em>sia davvero sé stesso</em>&#8230;), oltre alle mostruose trasformazioni e degradazioni del corpo umano che sono il tema ricorrente di varie storie del grande autore del Rhode Island, come <em>The Dunwich Horror</em>, <em>The Shadow over Innsmouth</em> o (si noti il titolo indicativo) <em>The Thing on the Doorstep</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo <em>La Cosa</em>, assieme ai contemporanei film di David Cronenberg, a <em>Tetsuo </em>di Shin&#8217;ya Tsukamoto e, risalendo più addietro, al classico “B-movie” del 1958 <em>Blob – Fluido mortale</em> di Yrvin S. Yeaworth, rimane un capostipite del moderno sottogenere cinematografico noto come «<em>body horror</em>». Quella del <em>body horror</em> è una concezione dell&#8217;orrore filmico che non poteva che svilupparsi, come una sorta di reazione allergica, proprio nel periodo degli anni Ottanta, dato il noto corollario della “cultura ufficiale” (musicale, televisivo, antropologico) di questi anni, basato sulla vuota apparenza fisica e su un patinato conformismo che farebbe apparire meno ributtante un esercito di zombi di fulciana memoria&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;orrore totalmente inumano che la Cosa si porta dietro dalle sconosciute profondità spaziali, si può aggiungere un ulteriore significato metaforico in linea con le visioni e i messaggi di Carpenter, sempre tenendo in considerazione i tempi non sospetti del decennio vuoto ed edonista in cui il film venne scritto e girato (come se negli ultimi quarant&#8217;anni fosse cambiato qualcosa, dal punto di vista di “cultura di massa” &#8230;). Nel letale e inafferrabile alieno muta-forma, infatti, si potrebbe facilmente intuire anche un oscuro simbolo del capitalismo deregolamentato (scatenatasi proprio negli anni Ottanta), che insidia e cannibalizza qualsiasi cosa mercificabile, rigorosamente attraverso le armi dell&#8217;inganno e della menzogna. In definitiva, e, come si suol dire, nel bene e nel male, <em>La Cosa</em> segna un punto decisivo per John Carpenter: un film che ha quasi portato al tracollo la sua carriera di regista, e una delle più potenti opere di fantascienza orrorifica mai realizzate.</p>
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<p><strong>Psicopatologia quotidiana su quattro ruote: <em>Christine</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il complessivo insuccesso de <em>La Cosa</em>, Carpenter prepara per l&#8217;anno seguente il film <em>Christine – La Macchina Infernale. </em>Ispirato al romanzo omonimo del “Re del Terrore” della narrativa <em>horror</em> contemporanea Stephen King (all&#8217;epoca già celebre e forse anche troppo osannato), questo nuovo horror incentrato su un&#8217;automobile demoniaca mette alla berlina (si scusi il gioco di parole) il mito delle idilliache cittadine di provincia fine Anni Settanta cresciute, per così dire, a pane e <em>Happy Days.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-58195" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2023/09/Christine-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" /></em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo a Rockbridge, in California, nel 1978: un “secchione” del liceo locale, Arnie Cunningham (un cognome, un programma: lo stesso del protagonista della succitata serie televisiva-manifesto di cultura <em>yankee</em>&#8230;), del tutto ignorato dalle compagne di scuola, è il continuo bersaglio di bulli sadici e offensivi, come tristemente avviene di prassi nelle “<em>high school</em>” statunitensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino a quando acquista, con i soldi destinati a pagarsi le spese del <em>college</em>, un’auto sportiva fuoriserie modello Plymouth Fury risalente agli anni Cinquanta. L&#8217;ultimo proprietario del veicolo, un vecchiaccio dall&#8217;aria laida e sinistra, rivela al ragazzo che la macchina ha un nome, Christine; già da questo dettaglio singolare pare quasi che la Plymouth dimostri una sua ineffabile e inquietante “personalità”. Sull&#8217;autovettura, infatti, grava una maledizione: Christine ha un&#8217;<em>anima</em> morbosamente gelosa di chi la possiede. Una volta scelto il suo nuovo proprietario/guidatore ideale, tra l’automobile ed il protagonista nasce una simbiotica e perversa complicità, che comporterà una lenta ma inesorabile (auto)distruttiva metamorfosi del proprietario in questione, ovvero Arnie.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giovane, da goffo e complessato “<em>nerd</em>” si tramuterà in un istrionico narcisista che rinnega i suoi genitori, la fidanzata e lo storico migliore amico. Solo lui e Christine contano. E Christine vendicherà l’onore del suo amante umano, investendo ed uccidendo la banda di teppisti che lo vessavano e l’odioso gestore della rimessa in cui la diabolica macchina è depositata nottetempo. Sarà solo in seguito ad un allucinante duello fra Christine ed una ruspa (un&#8217;immagine che sembra sfiorare il comico involontario, ma che in realtà è una ennesima metafora dello strapotere delle macchine e dell&#8217;automatismo nella nostra società) in cui il protagonista perirà fra le lamiere della sua “amata”, che (forse) si riuscirà a porre fine alle chilometriche scorribande omicide dalla luciferina Plymouth Fury del ’57.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il parere non proprio entusiasta dello stesso regista, che avrebbe girato il film «perché aveva bisogno di lavoro»<a href="#_edn12" name="_ednref12">[xii]</a>, <em>Christine</em> rimane comunque una buona trasposizione dell&#8217;opera narrativa di King (e forse ad essa superiore), avvalorata inoltre dalla nuova collaborazione di Carpenter con Harry Dean Stanton, qui nel ruolo di un arcigno investigatore privato. Nonché, ovviamente, un altro capitolo della feroce critica carpenteriana al più becero edonismo occidentale, che riguardato oggi, in tempi di automobili controllate dai satelliti e dall&#8217;intelligenza artificiale, si rivela ancora una volta di una inquietante attualità.</p>
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<p>(Continua&#8230;)</p>
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<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i]</a>Emanuela Martini, <em>Distretto 13</em>, in <em>Lost Highway: John Carpenter</em>, Film TV n.23, giugno 2018.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[ii]</a> Tecnicamente, l&#8217;origine del suddetto “<em>slasher</em>” va ricercata anche nel celebre <em>Non aprite quella porta</em> (<em>The Texas Chainsaw Massacre</em>) di Tobe Hooper uscito nel 1974, e prima ancora in <em>Reazione a catena</em>, girato nel 1971 da Mario Bava su sceneggiatura di Dardano Sacchetti (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[iii]</a>Paul Dunca, Jürgen Muller, a cura di, AA.VV.,<em> Cinema Horror. I migliori film dell&#8217;orrore di tutti i tempi</em>, Taschen, Köln 2017, p.38.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[iv]</a>Per una breve ma incisiva disamina e riflessione sulla “democrazia dittatoriale” praticata del Governo degli Stati Uniti, cfr. ad esempio Gianfranco de Turris, <em>L&#8217;Impero del Bene</em>, pubblicato su EreticaMente il 31 dicembre 2019; Fabio Calabrese, <em>Pagliacci lugubri e sanguinari</em>, ibid., in data 21 gennaio 2013.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[v]</a> Si tenga conto che siamo nel 1980, all’indomani della tristemente nota “Crisi degli Ostaggi” in Iran, avvenuta nel 1979, che vide l’America di Jimmy Carter prima e di Ronald Reagan poi impegnata nel tentativo di liberare e riportare negli Stati Uniti 52 diplomatici americani prigionieri degli studenti rivoluzionari islamici, presso l’ambasciata statunitense di Teheran. Dopo un fallimentare tentativo di liberazione degli ostaggi previa un’azione militare di soccorso segreta denominata col nome in codice di Operazione Eagle Claw, sarà solo grazie ad un accordo diplomatico, gli Accordi di Algeri, che dopo oltre 444 giorni di prigionia, i delegati del consolato americano saranno finalmente liberati (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[vi]</a>Cfr. Luigi Boccia, <em>Chi è debole soccombe, </em>in AA.VV., <em>John Carpenter. L&#8217;antieroe del cinema americano</em>, Weird Book, Roma 2020, p.75.</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[vii]</a> Ibid., p.74.</p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8">[viii]</a> E anche in questo caso la fantasia carpenteriana ha a suo tempo anticipato la realtà, considerando l&#8217;elezione alla Casa Bianca di Barack Obama nell&#8217;ormai “lontano” 2009, e la carica dell&#8217;attuale sindaco (afroamericano) di New York City (!) Eric Adams, in carica dal 2021 (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref9" name="_edn9">[ix]</a> Tale sarà il successo internazionale di <em>1997: Fuga da New York</em>, e la sua influenza sulla fantascienza “post-apocalittica” degli Anni ’80, da generare una pletora di cloni e plagi, soprattutto di produzione italiana, con titoli palesemente debitori del film di Carpenter quali <em>1990: I Guerrieri del Bronx</em>, <em>Fuga dal Bronx</em> e <em>2019: Dopo la Caduta di New York</em>, girati a basso costo e con risultati spesso involontariamente comici (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref10" name="_edn10">[x]</a>Per una analisi dei rapporti tra il racconto di Campbell e il film di Carpenter, cfr. AA.VV., <em>John Carpenter. L&#8217;antieroe del cinema americano</em>, cit.: Luigi Cozzi, a cura di, <em>Fantascienza Anni Cinquanta n.2</em>, 2002; Luigi Cozzi,<em> Jack Arnold, William Alland e il grande cinema di fantascienza degli Anni Cinquanta</em>, Edizioni Profondo Rosso, Roma 2007; Niccolò E. Maddalon, <em>Who goes there? Il ritorno di un grande classico dell&#8217;orrore cosmico</em>, pubblicato su <a href="https://www.ereticamente.net/">www.alicedemo.net/ereticamente</a> il 26 ottobre 2022.</p>
<p><a href="#_ednref11" name="_edn11">[xi]</a> La scelta di Russell venne caldeggiata dal regista. Nonostante il grande successo di <em>Fuga da New York</em>, la produzione aveva inizialmente contattato un giovane Christopher Walken per la parte di McReady, che però declinò gentilmente la proposta. La mancata partecipazione al film di Carpenter ha comunque solo rinviato di poco la carriera nell&#8217;horror di Walken, che, oltre ad essere un cultore di E.A. Poe e del cinema espressionista tedesco, si farà valere nell&#8217;eccellente <em>The Dead Zone</em> (1983) di David Cronenberg e più tardi in <em>Sleepy Hollow</em> (1999) di Tim Burton (NdA).</p>
<p><a href="#_ednref12" name="_edn12">[xii]</a>Cfr. Giulia d&#8217;Agnolo Vallan, <em>Lo spiraglio nella nebbia</em>, in <em>Lost Highway: John Carpenter</em>, cit.</p>

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