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	<title>Giorgio Rustia Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Giorgio Rustia Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Nuove dal confine orientale &#8211; Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2019 06:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Irredentismo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 17 marzo è un giorno particolare. Per molti è semplicemente il giorno di San Patrizio, santo patrono dell&#8217;Irlanda e, in base a un&#8217;iniziativa peraltro partita dagli Stati Uniti, il che dovrebbe già costituire un motivo di diffidenza, è diventata una specie di festa internazionale del mondo celtico e di chi a esso in varia misura si ispira. Il <em>St. Patrick&#8217;s Day </em>che spesso assume aspetti carnevaleschi. Quanto poi la ricorrenza di un santo cattolico che con la cristianizzazione ha contribuito non poco a illanguidire ed estinguere le tradizioni native dei popoli europei, sia appropriata per celebrare l&#8217;identità etnica dell&#8217;Irlanda, del mondo celtico o di chicchessia, è cosa che lascio alla vostra riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i molti che si ispirano in vario grado al celtismo, ce ne sono certamente alcuni che lo declinano in senso “padano” come rivendicazione di una presunta identità diversa da quella italiana, e quindi separatismo. Cosa tanto più paradossale in quanto tutti dimenticano regolarmente che il 17 marzo è anche l&#8217;anniversario dell&#8217;unità italiana. Con la proclamazione del regno d&#8217;Italia avvenuta il 17 marzo 1861, infatti, dopo secoli di divisioni, tornava a esistere uno stato nazionale italiano. Davvero vogliamo scherzare? A qualsiasi altra latitudine una ricorrenza simile sarebbe ritenuta della massima importanza, mentre noi a quanto sembra la teniamo in assoluto non cale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il nostro gruppo triestino, poi, questo 17 marzo 2019 ha significato registrare un evento particolarmente triste: la scomparsa di Giorgio Rustia, un caro amico e un valido intellettuale. Per inquadrare meglio la sua figura, sarà opportuno riferirsi brevemente alla realtà culturale triestina.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad essa sono più o meno legate alcune figure di livello intellettuale non disprezzabile, fra queste menzionerei Michele Ruzzai che di certo conoscete bene, Gianfranco Drioli, autore dei due libri <em>Ahnenerbe</em> e <em>Iperborea, la ric</em>e<em>rca senza fine della patria perduta</em>, e se la cosa non vi sembra troppo immodesta da parte mia, mi ci metterei anch&#8217;io. Di questa pattuglia di intellettuali controcorrente, Giorgio Rustia faceva parte a pieno titolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non credo vi possano essere molti dubbi sul fatto che questa realtà debba essere collegata alla situazione storica della città giuliana. Occorre ricordare, anche se molti sembrano essersene dimenticati, e i nostri giovani il più delle volte non ne sanno nulla affatto, che in conseguenza dell&#8217;esito infausto per noi della seconda guerra mondiale, la Venezia Giulia ha subito un atroce calvario, pagando, si può dire, il prezzo della sconfitta per tutti gli Italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">La conclusione del conflitto ha visto lo scatenarsi sulle nostre terre della ferocia bestiale slavo-comunista, con l&#8217;uccisione di migliaia di italiani buttati nelle foibe e la fuga di centinaia di migliaia di altri per non subire la stessa sorte. Trieste ha subito il calvario di 40 giorni di occupazione titina, nei quali, come in Istria, gli assassini con la stella rossa si sono messi subito all&#8217;opera allo stesso modo per cancellare la presenza italiana, ma a causa dei contrasti intervenuti fra i vincitori del conflitto, furono allontanati dai neozelandesi arrivati da ovest.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/reggimentimilizia.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-34554" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/05/reggimentimilizia-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per nove anni la città ha subito l&#8217;occupazione militare angloamericana, anni durante i quali la sua sorte è stata permanentemente in bilico, non sapendo se a conclusione di questa occupazione vi sarebbe stato il ritorno all&#8217;Italia o il passaggio sotto gli artigli della Jugoslavia comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi questa realtà non l&#8217;abbiamo conosciuta, per motivi anagrafici, se non attraverso il racconto dei nostri padri, ma noi stessi ci siamo trovati in prima linea a protestare contro il saccheggio dell&#8217;economia triestina attuato per evitare che la sua attività portuale, oggi distrutta, fosse concorrenziale coi porti jugoslavi, contro l&#8217;elargizione di privilegi sempre più ampi alla del resto esigua minoranza slovena, volti a creare anche da noi una situazione “altoatesina”, abbiamo provato cosa significasse difendere l&#8217;italianità di questa città <u>senza avere l&#8217;Italia alle spalle</u>, anzi avendo nella repubblica italiana democratica e antifascista un nemico, abbiamo imparato l&#8217;amara lezione che antifascista vuol dire soprattutto anti-italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci è stato possibile impedire che la sovranità residua almeno teorica che l&#8217;Italia aveva ancora sulla zona B, ossia quella parte d&#8217;Istria che sarebbe dovuta entrare a far parte del mai costituito Territorio Libero di Trieste, fosse ceduta alla Jugoslavia <u>in cambio di nulla</u> con il trattato di Osimo, ma siamo almeno riusciti a bloccare la parte economica di questo trattato, che avrebbe determinato un forte afflusso di jugoslavi nella città, compromettendone la fisionomia etnica italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro Giorgio Rustia, ritornato a Trieste dopo decenni di attività nel giornalismo, si era dedicato a una preziosa attività di storiografo. Uno dei frutti di questa attività è stata il libro <em>Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti Milizia Difesa Territoriale al confine orientale italiano </em>(Aviani &amp; Aviani editore, Udine 2011). Un testo che per inquadrare adeguatamente la storia della Milizia Territoriale, traccia un&#8217;ampia panoramica delle vicende delle nostre terre e del conflitto (non certo creato dal fascismo, come ripete in totale malafede e sprezzo della realtà storica la prezzolata storiografia oggi dominante, ma di gran lunga preesistente) fra l&#8217;elemento italiano e quello slavo, in un arco di tempo che spazia dal risorgimento a l&#8217;altro ieri. In ragione di ciò, lo ricorderete, io gli ho dedicato sulle pagine di “Ereticamente” una “recensione” composta di due ampi articoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, riassumere le vicende menzionate nel libro, il martirio subito dalla nostra gente, è di fatto impossibile. Io però ne citerei una, esemplare per tutte, quella di Alberto Marega, capitano della Milizia Territoriale, rapito dai partigiani, processato da un “tribunale rivoluzionario”, <u>assolto</u>, quindi ucciso e gettato in una foiba. Assolto dall&#8217;accusa di essere un “boia fascista” ma non dalla colpa di essere un italiano, la stessa colpa che gli assassini con la stella rossa si apprestavano a far pagare in maniera altrettanto atroce a migliaia di nostri connazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un testo che in realtà non parla solo di vicende remote, ma di realtà presente, quando ci ricorda che <u>solo in Italia</u>, tornata dal 1945 a essere “serva” e “di dolore ostello” il cosiddetto nazionalismo è considerato una cosa ormai desueta, e che non è certo questo il caso dei nostri “vicini” sloveni, e lo dimostra un documento presentato dal governo sloveno al termine del semestre di turno di presidenza della UE nel 2008, in cui si sostiene che al termine del conflitto mondiale la Slovenia, allora facente parte della Jugoslavia comunista, non sarebbe affatto rientrata in possesso di tutto il “territorio etnico” di pertinenza. In altre parole, non un qualche fanatico, ma <u>il governo sloveno</u> continua a guardare al Tagliamento e oltre, cupido di annettersi quanta più terra italiana possibile, mentre da noi un sistema mediatico prezzolato e antifascista, cioè al servizio dei nemici dell&#8217;Italia, si è ben guardato dall&#8217;informare il pubblico di un fatto di una simile gravità.</p>
<p style="text-align: justify;">Singolare coincidenza, insieme o poco dopo la notizia della scomparsa di Giorgio Rustia, si sono visti sui muri cittadini alcuni manifesti che pubblicizzavano la presentazione presso la “casa delle culture” (così si chiama oggi quella che un tempo era la “casa del popolo”) dell&#8217;ultimo libro di Claudia Cernigoj, <em>Operazione Plutone</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Se voi pensate che oggi, a un trentennio dalla scomparsa dell&#8217;Unione Sovietica di comunisti fanatici non ne esistano più, dovreste avere il dispiacere di conoscere Claudia Cernigoj. Questa appartenente alla minoranza slovena è da parecchi anni la promotrice di una serie di mistificazioni tendenti a negare l&#8217;atroce realtà delle foibe. Se il negazionismo del genocidio non fosse una fattispecie di reato applicabile soltanto alla parte vinta della seconda guerra mondiale, sarebbe da tempo finita in galera e si sarebbe buttata via la chiave, ma conosciamo fin troppo bene il doppiopesismo al riguardo di questa cosiddetta democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Plutone” non si riferisce né al dio romano degli inferi, né all&#8217;ultimo pianeta del sistema solare recentemente declassato a pianeta nano, è anche il nome di una foiba, un inghiottitoio carsico rimasto nel territorio di quella che è oggi la Slovenia, uno degli abissi nei quali i partigiani jugoslavi subito all&#8217;indomani dell&#8217;8 settembre 1943 che vide il dissolversi delle autorità italiane, cominciarono la mattanza massacrando i nostri connazionali rimasti indifesi, gettandoli in quello e in altri abissi.</p>
<p style="text-align: justify;">Di seguito, arrivarono i Tedeschi con l&#8217;operazione Alarico e la costituzione del Litorale Adriatico, anticipando di un paio d&#8217;anni l&#8217;ecatombe genocida programmata dalle truppe titine.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso non so la cifra esatta, ma parecchi corpi di italiani trucidati furono esumati dall&#8217;abisso, filmati, fotografati, identificati, fornendo le prove tangibili della barbarie comunista, anche se era solo un antipasto di quel che sarebbe toccato alla nostra gente con la capitolazione della Germania e della RSI.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cernigoj vorrebbe dimostrare che la vicenda dell&#8217;abisso Plutone sarebbe una montatura, un fake come si dice oggi, costruito dai Tedeschi. Peccato che molti cadaveri degli scomparsi rapiti dai partigiani sono stati identificati, peccato che ancora oggi la maggior parte delle foibe del Carso finito in mani slovene sono interdette agli speleologi, evidentemente perché questi ultimi non possano scoprire ciò che vi giace.</p>
<p style="text-align: justify;">Coautore del libro è Nerino Gobbo. Per nostra fortuna, è proprio il testo di Giorgio Rustia a informarci su chi sia questo personaggio. Costui è un comunista istriano che all&#8217;arrivo delle bande partigiane jugoslave, si è messo a collaborare con gli invasori, indicando loro gli italiani da sopprimere per primi, i loro nascondigli, e collaborando attivamente alle stragi, un individuo che riassume in sé l&#8217;essenza del comunismo. Tuttavia, questo non è tutto ciò che c&#8217;è da raccontare a proposito di questo personaggio, infatti costui non è stato soltanto imposto dalla Jugoslavia comunista come uno dei capetti della cosiddetta “unione degli italiani” cioè l&#8217;associazione che “rappresentava” ma più che altro controllava e irreggimentava gli italiani ormai ridotti a esigua minoranza, rimasti al di là del confine dopo la guerra, ma dopo che noi in Italia abbiamo avuto la disgrazia di avere come presidente della repubblica il partigiano Sandro Pertini che al funerale di Tito si fece notare per aver baciato la bara del tiranno e massacratore di italiani, fece in modo di far ottenere la pensione INPS a chiunque avesse prestato un qualche servizio anche per brevissimo tempo nel periodo dell&#8217;occupazione italiana della Slovenia dal 1941 al 1943.</p>
<p style="text-align: justify;">Nerino Gobbo ebbe, e continua a percepire la pensione dello stato italiano, non solo, ma ha avuto pure un lucroso “risarcimento” per le somme non percepite dal 1943 fino ad allora.</p>
<p style="text-align: justify;">Io vorrei ora citare un episodio certamente marginale, ma al quale ho avuto modo di assistere di persona, e che comunque mi sembra molto indicativo di una certa mentalità, che ci fa ben capire il fatto che il presunto ripudio del comunismo da parte della sinistra nostrana dopo la caduta dell&#8217;Unione Sovietica non è stato altro che una mossa tattica strumentale e profondamente insincera.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sicuramente sapete, la sinistra ideologica ha ostacolato in ogni modo la possibilità che a loro dispetto si è concretizzata, che la pellicola <em>Red Land – Rosso Istria </em>che parla della tragedia delle foibe, arrivasse sugli schermi. Ad aprile il comune di Trieste ne ha sponsorizzato la proiezione in un cinema cittadino e invitato gli istituti superiori della città a inviare ciascuno due classi di allievi a titolo di rappresentanza. Il preside della scuola dove lavoro ha aderito all&#8217;iniziativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, nel corso di un&#8217;assemblea sindacale (indetta vorrei sottolinearlo, non dalla CGIL o da qualche altra sigla sindacale, ma dalla RSU interna dell&#8217;istituto, assemblea che stando all&#8217;ordine del giorno, non aveva altra finalità se non quella di discutere della ripartizione del fondo d&#8217;istituto), l&#8217;insegnante a cui è stato affidato il compito di individuare le classi da inviare ad assistere alla proiezione – benché si trattasse di un fuori programma – ha espresso tutto il suo rincrescimento per l&#8217;incarico affidatogli, dichiarandosi (parole testuali) “Profondamente amareggiato” per esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo intervento è seguita una discussione se portare o meno la cosa in collegio docenti, intraprendere o meno una protesta nei confronti della presidenza, e l&#8217;orientamento prevalente mi pare sia stato quello di lasciar cadere la cosa perché il dirigente è ormai prossimo al pensionamento e alla scadenza del mandato, ma era ben chiaro che la maggior parte dell&#8217;assemblea condivideva “i sentimenti” espressi dal collega.</p>
<p style="text-align: justify;">A prescindere da qualsiasi altro tipo di considerazione, io mi chiedo che diritto, non giuridico ma morale, abbiano di fregiarsi del titolo di insegnanti persone che si prefiggono di <u>nascondere</u> ai giovani la conoscenza, di impedire loro l&#8217;accesso non a opinioni “non conformi”, ma a <u>fatti</u>, fatti accertati ma scomodi per la loro parte politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Io vi ho detto più volte, ma credo che di un simile problema non si parlerà mai abbastanza, del danno e della pericolosità del fatto che la scuola, attraverso cui passa la (de)formazione intellettuale dei nostri giovani è sostanzialmente in mano alla sinistra, a insegnanti che sono ex sessantottini o loro immediati e devoti discepoli a cui (poiché per poter insegnare bisogna essere disposti a imparare), la caduta dell&#8217;Unione Sovietica e tutto quanto è intercorso da allora, non hanno insegnato nulla!</p>
<p style="text-align: justify;">Che la sinistra sia anti-nazionale, questa davvero non è una novità, come purtroppo non è una novità nemmeno il fatto che oggi, snobbata da gran parte della stessa classe operaia, trova ancora uno dei suoi punti di forza nella scuola, che è diventata il <em>refugium peccatorum</em> degli ex sessantottini. Nel 2004 il comune di Trieste aveva organizzato una cerimonia per celebrare il cinquantenario del ritorno di Trieste all&#8217;Italia. Fu chiesto alle scuole superiori di fornire una rappresentanza di ragazzi che avrebbero dovuto cantare l&#8217;inno di Mameli sul colle di San Giusto. A ogni scuola, il comune mandò un pacco contenente bandierine tricolori e copie del testo dell&#8217;inno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo i presidi decisero di boicottare concordemente l&#8217;iniziativa, ma il dirigente di un liceo scientifico decise di rendere il rifiuto più plateale possibile facendo bruciare pubblicamente con una specie di contro-cerimonia il pacco del comune nel cortile della scuola. Quest&#8217;uomo, guarda caso, era stato candidato alla presidenza della provincia nelle liste del PD.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2011, in occasione dei centocinquanta anni dall&#8217;unità nazionale, la sinistra sembra sia stata pervasa da un&#8217;inedita ventata di patriottismo. Possibile un mutamento così radicale? In fondo dal 2004 erano passati solo sette anni, non settanta. <u>Il trucco c&#8217;era e si vedeva</u>, bastava guardare bene: questa ricorrenza e la relativa ostentazione di patriottismo erano un alibi per far passare <u>la loro</u> idea di Italia, basata sulla cittadinanza cartacea, i “nuovi italiani” (che italiani non saranno mai), lo ius soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale sia l&#8217;oggi, beh, lo vediamo!</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia non si può disconoscere a tale prospettiva una singolare coerenza. Ieri erano dalla parte degli slavi infoibatori, oggi lo sono da quella dei cosiddetti migranti e anelano alla sostituzione etnica. <u>Sono sempre e comunque contro l&#8217;Italia e gli Italiani</u>.</p>
<p style="text-align: justify;">NOTA: Nell&#8217;illustrazione, uno scorcio del colle di San Giusto, “l&#8217;acropoli” triestina. In primo piano le rovine del tempio di Giove, e dietro di esse il castello veneziano del XVI secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fabio Calabrese</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Giorgio Rustia: Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti. Seconda parte: la mattanza – Recensione di Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Oct 2016 12:44:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Milizia Difesa Territoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I capitoli del libro di Giorgio Rustia relativi agli eventi che vanno dalla resa senza condizioni dell&#8217;Italia l&#8217;8 settembre 1943 al 30 aprile 1945, e poi alla MATTANZA dell&#8217;occupazione slovena della Venezia Giulia a partire dal 1 maggio 1945, sono quelli che si leggono con maggiore difficoltà, non perché siano scritti male, s&#8217;intende, ma perché [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I capitoli del libro di Giorgio Rustia relativi agli eventi che vanno dalla resa senza condizioni dell&#8217;Italia l&#8217;8 settembre 1943 al 30 aprile 1945, e poi alla MATTANZA dell&#8217;occupazione slovena della Venezia Giulia a partire dal 1 maggio 1945, sono quelli che si leggono con maggiore difficoltà, non perché siano scritti male, s&#8217;intende, ma perché è impossibile leggerli senza provare un sentimento di orrore e nello stesso tempo sentirsi schiumare dalla collera non solo verso gli assassini comunisti macellai della nostra gente, ma anche verso la repubblica antifascista, erede diretta del governicchio collaborazionista creato dai traditori a Brindisi dopo essersi buttati nelle braccia del nemico, che questi crimini commessi contro la nostra gente, ha coperto e continua da settant&#8217;anni a coprire con un silenzio omertoso e complice.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non tenterò nemmeno di riassumere la lunga lista di episodi citati da Rustia, tuttavia si può dire che, nonostante la difficoltà sopra accennata, la lettura di questi capitoli riesce molto istruttiva, perché permette di comprendere cosa è stata realmente la guerra partigiana: una forma di lotta oltre che brutale, estremamente vigliacca, fatta di sabotaggi, agguati, pistolettate alla schiena, attentati dinamitardi, assolutamente identica a quel che noi oggi chiamiamo terrorismo, c&#8217;è poi il capitolo particolarmente odioso dei “prelevamenti”, cioè dei militari e funzionari italiani che quando si trovavano lontani dai loro reparti, in licenza o in convalescenza, venivano rapiti e poi brutalmente assassinati. Si vede bene come il feroce odio etnico nei nostri confronti si abbinasse alla doppiezza e slealtà levantine.</p>
<p style="text-align: justify;">Le vittime dei partigiani che trovavano una morte rapida, sono state le più fortunate: questi assassini godevano nell&#8217;infliggere alle loro vittime la maggior sofferenza possibile. Un caso fra tutti, quello del sergente Abelardo Ivancich, catturato dai partigiani in un&#8217;imboscata il 26 marzo 1944, fu legato a una catasta di legna e arrostito vivo a fuoco lento.</p>
<p style="text-align: justify;">Là dove i partigiani iugoslavi avevano acquisito un sia pure temporaneo controllo del territorio, la musica cambiava. Già nel settembre 1943, immediatamente dopo la resa del governo di Badoglio, i partigiani iugoslavi cominciano in Istria l&#8217;atroce pratica degli infoibamenti. Le foibe sono inghiottitoi naturali spesso profondi centinaia di metri, formati dal dilavamento delle acque nel suolo carsico calcareo delle nostre zone. I partigiani iugoslavi portavano gli italiani da eliminare legati in fila indiana sull&#8217;orlo di questi precipizi, poi sparavano ai primi della fila che nella loro caduta trascinavano anche gli altri; un modo PRATICO che permetteva di compiere assassinii su larga scala risparmiando pallottole. Le vittime restavano sul fondo dell&#8217;abisso ad agonizzare spesso per giorni. Già nel settembre 1943 la prima foiba fu “inaugurata” in Istria, l&#8217;abisso di Comeno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2 febbraio 1944 una colonna di autocarri con 48 militari italiani cui si erano aggregati 34 militari germanici, fu bloccata dai partigiani nei pressi di Rifembergo. Dopo cinque ore di combattimenti, i militari furono costretti alla resa a causa dell&#8217;esaurimento delle munizioni. Dopo che si furono arresi, i partigiani iugoslavi li caricarono sui loro autocarri cui diedero fuoco bruciandoli vivi. Un tragico episodio che dimostra una volta di più come nei campioni dell&#8217;antifascismo la ferocia bestiale si abbinasse alla doppiezza levantina.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro manca ancora un tassello importante, ma la sua assenza non è colpa di Giorgio Rustia il cui compito che si è prefisso e ha svolto egregiamente in questo libro, è illuminarci sulla sorte di coloro che difesero l&#8217;italianità nelle nostre terre. Nelle grandi tragedie, e quella degli italiani del confine orientale lo è stata fuori di dubbio, perlopiù non manca una nota grottesca. In questo caso, l&#8217;elemento grottesco è stato rappresentato da un documento presentato da una commissione mista di pennivendoli sedicenti storici prima italo-iugoslava, poi italo-slovena al termine di dieci anni di “lavori” e pubblicato sul quotidiano “Il Piccolo” di Trieste in data 4 aprile 2001, e riassume, sposandole pienamente, tutte le falsità e minimizzazioni del negazionismo-giustificazionismo slavo a proposito degli eccidi commessi ai danni della nostra gente e, per chi ha redatto questo documento e soprattutto per chi lo ha sponsorizzato, dovrebbe rappresentare – orwellianamente – la verità definitiva e non più suscettibile di essere rimessa in discussione, su questo agghiacciante capitolo della nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esso, rispose un documento dell&#8217;IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriana-fiumana-dalmata) di ben altra serietà, smontandolo pezzo per pezzo. Ma non è tutto perché il documento dell&#8217;IRCI ci dice anche qualcosa di più su alcuni aspetti di questa vicenda storica sulla quale è stato fatto calare un colpevole oblio.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, esso ci illumina sulla sorte toccata alle formazioni partigiane comuniste italiane che operavano nella Venezia Giulia. Quelle comandate da Ferdinando Marea e da Vincenzo Gigante furono letteralmente fatte cadere in bocca alle SS, mentre quelle agli ordini di Giovanni Zol e di Giovanni Pezza furono “liquidate” dagli stessi sloveni. Ora non è certamente il caso di impietosirsi per costoro che per ubbia ideologica operavano ai danni della propria gente ed erano obiettivamente dei traditori, tuttavia la loro vicenda ci fa comprendere un fatto fondamentale: a differenza degli “utili idioti” italiani, i comunisti iugoslavi non hanno mai perso di vista il fatto che la loro guerra era una guerra ETNICA, e nella Jugoslavia che andavano costruendo e intendevano estendere fino al Tagliamento, non ci doveva essere posto per gli italiani, comunisti o meno che fossero.</p>
<p style="text-align: justify;">Di queste vicende che spiazzano e smentiscono tutte le menzogne della mitologia “resistenziale” ho parlato anch&#8217;io in un articolo pubblicato nel 2011 sul sito del Centro Studi La Runa, che s&#8217;intitola <em>Squalo divora squalo</em>. Squalo divora squalo, comunista sbrana comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Riprendiamo però l&#8217;esposizione di Giorgio Rustia: la stessa doppiezza e crudeltà, lo stesso miscuglio di ferocia e vigliaccheria manifestato dalle bande slavo-comuniste durante tutta la guerra, non poteva non presentarsi uguale e ancora più subdolo all&#8217;atto della resa delle formazioni italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 29 aprile 1945 tra Caporetto e Tolmino i partigiani slavo-comunisti ottennero la resa concordata dell&#8217;8° reggimento bersaglieri “Mussolini” in cui militavano molti triestini. Le condizioni di resa offerte erano molto favorevoli: onore delle armi, identificazione dei bersaglieri per l&#8217;arresto di eventuali criminali di guerra, rancio caldo già pronto a Caporetto, rimpatrio entro tre giorni di tutta la truppa, prigionia per accertamenti degli ufficiali e dei sottufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era che un miserabile inganno. Appena deposte le armi, 90 bersaglieri furono subito fucilati, una ventina furono uccisi durante il trasferimento. Il resto ebbe la sorte peggiore: fu internato nel lager di Borovnica presso Lubiana a morire di fame, di stenti di malattie, di circa 500 nostri combattenti, nessuno tornò vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1 maggio 1945 le truppe iugoslave calavano su Trieste e davano inizio alla mattanza, come stava avvenendo in tutta l&#8217;Istria e nelle terre italiane cadute sotto i loro artigli. Sulla città giuliana si scatenò il più atroce degli incubi: migliaia di nostri concittadini colpevoli di essere italiani, furono arrestati per essere spediti nelle foibe a subire un tremendo calvario.</p>
<p style="text-align: justify;">La persecuzione degli italiani di Trieste seguì diverse ondate. In un primo tempo furono arrestati e inviati alle foibe tutti quanti portassero una divisa italiana: militari, poliziotti, carabinieri, e anche i partigiani non comunisti del Corpo Volontari della Libertà triestini che nell&#8217;imminenza del crollo delle forze dell&#8217;Asse erano insorti per indurre il presidio tedesco alla resa dopo un momento iniziale di apparente tolleranza. Fascisti o antifascisti non importava, era essere italiani che rappresentava una colpa imperdonabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ondate persecutorie successive furono condotte con l&#8217;inganno, con tipica doppiezza levantina: il 3 maggio fu emesso dalle autorità occupanti un bando che imponeva a chiunque detenesse armi, di consegnarle: chi si presentava ai comandi per ottemperare al bando, era subito arrestato per essere inviato alle foibe.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza fase scattò tra il 10 e il 15 maggio, e fu un altro inganno, un inganno verso le vittime e anche verso gli angloamericani che si erano pure loro portati nei pressi di Trieste per far credere loro che le persecuzioni fossero cessate. Gli occupanti iugoslavi fecero credere che avrebbero fornito un lasciapassare a chiunque per qualsiasi motivo volesse lasciare Trieste.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti coloro che si presentarono ai valichi di Sistiana e Monfalcone con “il lasciapassare” fornito dagli iugoslavi, furono arrestati e spediti al lager di Borovnica.</p>
<p style="text-align: justify;">La città giuliana fu ancora relativamente fortunata, perché dopo 42 giorni di occupazione iugoslava, le truppe neozelandesi entrarono a Trieste scacciandone gli assassini comunisti, mentre nel resto della Venezia Giulia, in Istria, in Dalmazia, le persecuzioni continuarono fino praticamente all&#8217;annientamento dell&#8217;etnia italiana, 350.000 persone furono costrette a fuggire abbandonando le loro case e i loro averi per non subire il martirio delle foibe, e l&#8217;Italia è da settant&#8217;anni amputata di gran parte del suo angolo di nord-est che fu redento con immensi sacrifici durante la Grande Guerra 1915-18.</p>
<p style="text-align: justify;">DOPO IL DANNO, LA BEFFA. Gli assassini infoibatori iugoslavi agirono con la complicità di elementi locali, ed è interessante vedere come la “giustizia” “italiana”, cioè del regime collaborazionista insediato dai vincitori, trasformatosi a partire dal 2 giugno 1946 in “repubblica democratica e antifascista”, si sia comportata nei confronti di questi assassini. Negli anni &#8217;60 fu stabilita una generale amnistia perché della tragedia della nostra gente non si dovesse più parlare, ma non è tutto, alcuni di essi come tale Gobbo Nerino fra gli infoibatori della foiba Plutone, dopo la grazia ebbero la pensione dallo stato sedicente italiano, e gli arretrati, nel caso di Gobbo la bellezza di 40 milioni di lire dell&#8217;epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non vorrei mettere in bocca a Giorgio Rustia idee che sono mie, ma io direi che questo dimostra in maniera lampante il fatto che, nonostante il mutamento istituzionale del 2 giugno 1946, la repubblica democratica e antifascista che ci opprime da 70 anni non è altro che la prosecuzione del governicchio collaborazionista costituito dai traditori di Brindisi, ed è quindi un regime del tutto illegittimo, cosa che ancora oggi non cessa di dimostrare quotidianamente calpestando gli interessi e lo stesso futuro del popolo italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">In “appendice” (ma si tratta di una appendice ben corposa) al libro, si trova un elenco di quasi un centinaio di pagine fitte di nomi di caduti e dispersi della provincia di Trieste del periodo 1943-45; si tratta di un elenco che comprende soprattutto militari, e quindi ben lontano dall&#8217;essere esaustivo. Non è una lettura facile, tuttavia si tratta di una serie di storie individuali che ci danno un&#8217;idea ancor più precisa di cosa abbiano significato quegli anni terribili, una casistica che ovviamente è impossibile riassumere, tuttavia alcuni casi sono particolarmente illuminanti. Ad esempio Alberto Marega, capitano del 1° reggimento “Trieste” della Milizia Difesa Territoriale. “Prelevato” il 19 maggio 1945 dalla propria abitazione, fu sottoposto a un processo popolare da parte di un tribunale partigiano, fu ASSOLTO, quindi ucciso con un colpo di pistola alla testa e il suo corpo gettato in una foiba, il che ci fa capire quale strana idea di giustizia avessero questi partigiani comunisti.</p>
<p style="text-align: justify;">I partigiani cercavano di colpire e di uccidere, possibilmente colpendo alla schiena da coraggiosi quali erano, chiunque portasse una divisa italiana, è quello che capitò anche a Giuseppe Galante rimasto vittima di un agguato il 20 settembre 1944, ma Giuseppe Galante non era un militare e neppure un poliziotto, ma un bigliettaio dell&#8217;azienda tranviaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Analoga la colpa di Romana Zampan assassinata dai partigiani comunisti il 5 gennaio 1945, rea di essere infermiera all&#8217;Ospedale Civile di Monfalcone. D&#8217;altronde, Rustia ci racconta che appena giunti a Duino i partigiani iugoslavi provvidero immediatamente a liquidare due pericolosissime agenti fasciste quali la postina e la fornaia del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra tutti questi nomi, spicca quello di Mario Spacal, costui era un partigiano comunista sloveno appartenente alla brigata Kosovel del IX Corpus. Ferito e catturato in uno scontro a fuoco dai bersaglieri dell&#8217;8° Reggimento, fu trasportato all&#8217;Ospedale del Seminario Minore di Gorizia  (questi cattivi fascisti che curavano i prigionieri feriti invece di cospargerli di benzina e dar loro fuoco come facevano invece i partigiani slavi democratici e antifascisti). Il 18 maggio 1945 i partigiani prelevavano tutti i degenti dell&#8217;ospedale e li spedivano nelle foibe, così lo Spacal fu infoibato dai suoi stessi compagni. Al che potremmo dire che almeno uno di questi assassini ha avuto esattamente quello che meritava, ma d&#8217;altro canto questa vicenda ci dà la misura di quale oculatezza e quale discernimento fossero impiegati dai boia con la stella rossa nella scelta delle loro vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ultime pagine del libro sono letteralmente le più difficili da guardare, ci sono le foto dei cadaveri recuperati dalla foiba di Comeno e dei militari italiani e tedeschi bruciati vivi a Rifembergo, sono immagini agghiaccianti, ma bisogna guardarle se vogliamo riconoscere il vero volto della cosiddetta resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo NON E&#8217; una pagina di storia lontana e ormai sbiadita. Come precisa Giorgio Rustia:</p>
<p style="text-align: justify;">“In realtà siamo solo noi italiani che non ne parliamo più e non vogliamo ricordare più. Gli sloveni, invece, non solo ricordano ciò che fa loro comodo, ma continuano anche a rivendicare quella parte di Venezia Giulia che non sono ancora riusciti a strappare all&#8217;Italia. In questo momento essi portano avanti le loro rivendicazioni in modo subdolo, riproponendo il concetto di “territorio etnico sloveno” che comprende il cosiddetto (da loro) “litorale sloveno” e costituisce ancora oggi il loro sogno imperialistico mai riposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti il 30 giugno 2008, al termine del semestre di presidenza slovena dell&#8217;Unione Europea, il governo sloveno pubblicò un documento di sintesi dell&#8217;attività svolta a Bruxelles. Nello stesso documento di sintesi del semestre europeo, comparve una paginetta di presentazione di cosa fosse la Slovenia e delle tappe fondamentali dalla sua storia nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In detta paginetta viene affermato che alla fine della Prima Guerra Mondiale “<u>il territorio etnicamente sloveno</u>” venne diviso tra Austria, Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, “<u>la gran parte del Litorale sloveno non venne affatto riunificata alla Slovenia</u>”.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica, continua la rivendicazione slovena già avanzata dal 1843 di tutte le terre a oriente del Tagliamento e possibilmente anche oltre, e avanzata non da qualche esaltato, ma dal governo sloveno! Si tratta di un fatto gravissimo a cui il sistema mediatico italiano non ha dato nessuna rilevanza, continuando la “tradizione” ormai settantennale di servilismo e di sottomissione agli interessi stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi tuttavia dobbiamo essere consapevoli che quei brandelli di italianità che i nostri padri sono riusciti a salvare sul confine orientale a prezzo di enormi sacrifici, non sono al sicuro neppure oggi.</p>
<p>Giorgio Rustia:</p>
<p>Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti Milizia Difesa Territoriale al confine orientale italiano</p>
<p>Aviani &amp; Aviani editore, Udine 2011</p>
<p>€. 16,00</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Giorgio Rustia: Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti Milizia Difesa Territoriale al confine orientale italiano – Recensione di Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Sep 2016 06:15:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Calabrese]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Rustia]]></category>
		<category><![CDATA[Milizia Difesa Territoriale]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Storia del fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Prima parte: lo sfondo storico &#160; Questo testo ha un titolo chilometrico e, ammettiamolo, non troppo invitante, che fa pensare soprattutto a quelle raccolte di militaria spicciole e più o meno dimenticate che mentre deliziano i vecchi combattenti, sono di interesse ben scarso per il lettore medio, ma una volta superata questa primissima, epidermica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Prima parte: lo sfondo storico</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Questo testo ha un titolo chilometrico e, ammettiamolo, non troppo invitante, che fa pensare soprattutto a quelle raccolte di <em>militaria </em>spicciole e più o meno dimenticate che mentre deliziano i vecchi combattenti, sono di interesse ben scarso per il lettore medio, ma una volta superata questa primissima, epidermica impressione, ci si rende conto di aver messo le mani su di un autentico tesoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per questo motivo, non è il caso di essere avari con le parole. Questa recensione non sarà costituita dalle solite tre o quattro paginette, ma in maniera analoga a come ho già fatto per <em>Kantianità e ghiaccio cosmico </em>di Silvano Lorenzoni, si tratterà di un piccolo saggio suddiviso nell&#8217;arco di due articoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro, infatti, spazia su di una prospettiva ben più ampia che chiarisce, a dispetto della mistificata e mistificante storiografia ufficiale di ispirazione “resistenziale”, la vera natura degli eventi storici nell&#8217;angolo nord-orientale dell&#8217;Adriatico dalla metà del XIX secolo in poi, fino al tempo presente, e la vera natura dei rapporti fra l&#8217;elemento italiano e quello slavo, oltre al fatto che le ricorrenti parole d&#8217;ordine come “democrazia”, “antifascismo”, “socialismo” NON SONO ALTRO CHE MENZOGNE intese a edulcorare e mascherare la vera realtà di quello che è essenzialmente UN CONFLITTO ETNICO che dura da secoli, menzogne inoltre a senso unico, volte cioè contro l&#8217;elemento italiano, mentre non hanno mai frenato la violenza slava contro di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgio Rustia è un biologo triestino che è vissuto per trent&#8217;anni a Milano lavorando in una importante Azienda nazionale. Ritornato a Trieste, sua città natale, per hobby si è dedicato alla verifica della fondatezza della “vulgata” che ricostruisce la nostra tormentata storia alla luce dei requisiti richiesti dalla giurisprudenza per distinguere l’opera scientifica dal cronachismo volgare, dal pettegolezzo, dalla falsificazione del vero e dalla propaganda politica. <strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo testo, come vi dicevo, spazia su di un arco di tempo molto più ampio di quello che ne costituirebbe l&#8217;oggetto ufficiale, cioè le vicende belliche del periodo 1943-45, perché Rustia sa molto bene di rivolgersi a un pubblico disinformato o a cui le cose sono state raccontate in maniera deliberatamente travisata.</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciamo subito con lo smentire una delle fole più care alla storiografia resistenziale, ossia che la conflittualità tra l&#8217;elemento italiano e quello slavo nel nord est adriatico sarebbe stata creata dal fascismo. Nulla di più falso, il fascismo l&#8217;ha solo ereditata, e la buona armonia che si narra sarebbe esistita tra tutte le componenti etniche dell&#8217;impero asburgico, non è che una miserabile favola con una consistenza storica inferiore a quella di Cappuccetto Rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente, essa era già presente alla metà dell&#8217;ottocento, in uno con “il risveglio dei popoli” che caratterizza il XIX secolo, e per la parte slovena si può far partire dal 1843, quando da Zagabria Drog Sejan diffuse in tutta Europa le sue carte etnografiche che fissavano al Tagliamento il confine occidentale del “territorio etnico sloveno”, incurante del fatto che in quest&#8217;area vivessero centinaia di migliaia di italiani, tracciando una linea di rivendicazione che gli sloveni non hanno mai abbandonato, sulla quale come vedremo, insistono ancora oggi, mentre gli Italiani sembrano avere del tutto dimenticato che l&#8217;Istria e la Dalmazia sono state terre italiane da cui i loro connazionali sono stati scacciati con inaudita violenza genocida.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, senza partire dalla notte dei tempi, l&#8217;anno che determina una svolta rilevante nella situazione di quello che fu il Litorale adriatico, è il 1866. In quell&#8217;anno gli esiti della guerra austro-prussiana (per noi terza guerra d&#8217;indipendenza) determinano due fatti essenziali: l&#8217;annessione del Veneto all&#8217;Italia e la trasformazione dell&#8217;impero d&#8217;Austria espulso dalla Confederazione Germanica in Austria-Ungheria.</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgio Rustia non ne parla, ma forse qui è il caso di nominare una circostanza che rientra pienamente in questo quadro: è noto che in questo conflitto le neonate forze armate italiane non diedero buona prova di sé. Una storiografia che sembra essersi assunta il compito, a differenza di quanto avviene a ogni altra latitudine, di denigrare tutto quanto è nazionale, ha rimarcato fino all&#8217;assurdo le sconfitte di Custoza e Lissa (stranamente dimenticandosi il più delle volte di nominare la vittoria italiana di Bezzecca), ma “ci si dimentica” di dire che fu proprio il fatto che l&#8217;Austria avesse impegnato il grosso delle sue forze contro l&#8217;Italia a rendere possibile la schiacciante vittoria prussiana di Sadowa. Anche il Veneto non ci fu “regalato”, ma fu acquistato con il sacrificio e il sangue dei nostri soldati e marinai.</p>
<p style="text-align: justify;">La trasformazione dell&#8217;impero austriaco in duplice monarchia non fu un mero fatto amministrativo. Espulsa dalla Confederazione Germanica, la monarchia asburgica cercò la sopravvivenza in una politica che favoriva al proprio interno alcune etnie a scapito di altre, l&#8217;un tempo celebre “divide et impera”, e in particolare sulla sponda adriatica, il favorire l&#8217;elemento slavo a scapito di quello italiano. Al riguardo, bisogna dire che Rustia ha fatto il tipo di lavoro che gli storici dovrebbero fare e di solito, almeno per quanto riguarda le vicende adriatiche, si guardano bene dal fare, è andato a controllare le fonti, in questo caso i censimenti dell&#8217;imperial-regio governo che ci fanno vedere come gli sloveni a Trieste fra il 1880 e il 1910 erano passati da 2.817 unità a 20.358 con un incremento del 623%, a Gorizia da 3.420 a 10.868 con un incremento pari al 218%. Tassi di incremento ancora più elevati si riscontrano in tutta l&#8217;Istria e la Dalmazia stravolgendo l&#8217;assetto etnico dell&#8217;intera area. A Pisino, ad esempio il censimento del 1890 aveva fatto registrare la presenza di 9 (NOVE!) persone di nazionalità slovena e 3 (TRE!) persone di nazionalità serbo-croata su di una popolazione di 7.724 unità, e ciò nonostante le autorità austriache nel 1894 vi imposero il bilinguismo.</p>
<p style="text-align: justify;">I motivi di questo repentino incremento demografico sono facilmente spiegabili, Rustia racconta:</p>
<p style="text-align: justify;">“L&#8217;immigrazione, sebbene indirizzata verso tutto il territorio [era] particolarmente mirata sulle grandi città, dove ogni possibilità di ottenere posti di lavoro statale fu preclusa agli italiani, essendo tutti i posti di lavoro nelle ferrovie, nelle poste e negli altri Enti statali, riservati all&#8217;immigrazione slava”.</p>
<p style="text-align: justify;">Va sottolineato anche che a questa politica di de-italianizzazione, la Chiesa cattolica si trovò pienamente allineata. Alla guida della diocesi triestina si alternarono presuli sloveni, croati e qualche tedesco, ma Trieste, pur essendo una città in cui l&#8217;elemento italiano era nettamente preponderante, non ebbe  un vescovo italiano fino a dopo la seconda guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Una verità che oggi si preferisce ignorare, è che la Chiesa cattolica per tutto il periodo risorgimentale è stata schierata CONTRO L&#8217;ITALIA e l&#8217;unificazione italiana, che avrebbe portato alla scomparsa del suo miserabile staterello pontificio. Nelle nostre terre la situazione non era diversa che altrove, semmai più grave, perché nel conflitto etnico, essa si schierò apertamente con l&#8217;imperial-regia autorità e l&#8217;elemento etnico sloveno e croato contro quello italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli atti della Dieta Provinciale per il Margraviato dell&#8217;Istria dell&#8217;anno 1898 si trova una protesta del deputato avvocato Ghersa contro la slavizzazione  dei nomi delle località e delle persone operata sistematicamente dai canonici sloveni. E&#8217; da notare che nell&#8217;impero austriaco non esistevano gli uffici dell&#8217;anagrafe, e il loro posto era tenuto dai registri parrocchiali. Questi ecclesiastici dunque avevano agio di manipolare la memoria e l&#8217;identità delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">I tassi d&#8217;incremento della popolazione slovena nell&#8217;alto Adriatico, abbiamo visto, non si spiegano con il normale andamento demografico, ma sono il risultato di una politica di slavizzazione delle nostre terre intesa a comprimere quanto più possibile l&#8217;elemento italiano. Questa però è soltanto una faccia della medaglia, l&#8217;altra è costituita dalle violenze e dalle intimidazioni non solo tollerate ma incoraggiate dall&#8217;imperial-regio governo contro le istituzioni, i giornali, le scuole italiane, fino ad arrivare al vero e proprio terrorismo. Altro che la favola tante volte ripetuta ma non per questo dotata di un briciolo di verità storica, dell&#8217; “Austria, Paese ordinato”!</p>
<p style="text-align: justify;">Le violenze contro gli italiani sono cominciate subito: nel novembre 1866, al ritorno da Venezia dove si era recata per festeggiare la restituzione del Veneto all&#8217;Italia, una delegazione triestina è aggredita da elementi sloveni con la complicità dei gendarmi austriaci. L&#8217;<em>escalation </em>della violenza anti-italiana è rapida: dai bastoni e dai coltelli, si passa presto alle armi da fuoco. Meno di due anni dopo, nel luglio 1868, la prima vittima, un giovane triestino, Rodolfo Parisi muore trafitto da ben 26 colpi di baionetta (a riprova dell&#8217;odio e dell&#8217;accanimento slavo contro la nostra gente). Non fu il solo, perché altri due nostri concittadini, Francesco Sussa ed Emilio Bernardini morirono in seguito per le ferite riportate nella vile aggressione dei “bacoli” (la milizia slovena del Carso – in dialetto triestino “bacoli” significa scarafaggi) agli inermi cittadini che ai Volti di Chiozza si godevano la frescura serotina, e numerosi altri riportarono ferite di maggiore o minore gravità, ma non erano che i primi di un elenco destinato ad allungarsi mostruosamente negli anni, fino al GENOCIDIO delle foibe.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora fino al novembre 1918, contro gli italiani si scatena un clima di terrore, che si inasprisce quando in Svizzera un anarchico italiano, Luigi Lucheni, uccide l&#8217;imperatrice Elisabetta “Sissi”, moglie di Francesco Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1911, quindi ben prima della prima guerra mondiale e ben prima del fascismo, l&#8217;associazione “Edinost” che raccoglie gli sloveni di Trieste e pubblica l&#8217;omonimo giornale, rende noto il suo “programma” per la soluzione “finale” del problema italiano nell’Adriatico. In esso si legge:</p>
<p style="text-align: justify;">“Non abbandoneremo la nostra lotta fino a quando non avremo sotto i piedi, ridotta in polvere, l&#8217;italianità di Trieste. Finora la nostra lotta era per l&#8217;uguaglianza, domani diremo agli italiani che la nostra lotta è per il dominio. Non cesseremo finché non comanderemo noi. L&#8217;italianità di Trieste, che si trova agli sgoccioli, festeggia la sua ultima orgia prima della morte. Noi sloveni inviteremo domani questi votati alla morte a recitare il confiteor”.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla teoria seguiva regolarmente la pratica, ad esempio il 13 marzo 1914 un gruppo di sloveni aggredisce gli studenti italiani della Scuola Superiore Pasquale Revoltella a colpi di revolver, ferendone sei, il 26 maggio a Santa Croce sono aggrediti dagli sloveni (il solito eroismo che questa gentaglia non smetterà mai di manifestare) <u>i bambini della scuola elementare</u> italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;entrata dell&#8217;Italia nella prima guerra mondiale a fianco dell&#8217;Intesa il 24 maggio 1915 fu, com&#8217;era prevedibile, l&#8217;occasione di una nuova ondata di violenza contro gli italiani del Litorale. L&#8217;incendio della sede del quotidiano “Il Piccolo” fu solo l&#8217;apice della violenza che vide la distruzione delle sedi della Ginnastica Triestina, della Lega Nazionale, il saccheggio di numerosi negozi e caffè gestiti da italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">La conclusione del conflitto, se da un lato determinò il passaggio della Venezia Giulia all&#8217;Italia, dall&#8217;altro portò alla formazione dello stato iugoslavo, creando un&#8217;ancor più acceso rivendicazionismo slavo sulle nostre terre, un&#8217;opposizione rabbiosa alla presenza italiana che non venne mai meno e si concretizzò in un&#8217;attività terroristica che non venne mai meno, fino a trovare il suo naturale prolungamento negli eccidi e – diciamolo pure – nel GENOCIDIO degli italiani della sponda orientale dell&#8217;Adriatico avvenuto nella seconda guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle che una storiografia di parte ha presentato e continua a presentare come “violenze fasciste” non furono perlopiù che una ovvia e legittima reazione che un qualsiasi stato e una popolazione esasperata, in una qualsiasi parte del mondo, avrebbero avuto contro un terrorismo strisciante ma continuo e onnipresente.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro si inserisce anche un episodio che è considerato dagli antifascisti l&#8217;epitome delle “violenze fasciste”, l&#8217;incendio dell&#8217;Hotel Balkan, visto a livello locale come l&#8217;equivalente del delitto Matteotti o dell&#8217;incendio del Reichstag (altri due episodi su cui la storiografia antifascista dà delle versioni di parte su cui ci sarebbe molto da discutere), e di cui Giorgio Rustia, sulla base dei resoconti giornalistici dell&#8217;epoca, ricostruisce la reale dinamica, molto diversa da quel che viene abitualmente raccontato.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a fungere da albergo, l&#8217;Hotel Balkan sito nell&#8217;attuale piazza Oberdan, era sede di diverse associazioni slave, fra cui la Edinost che meno di dieci anni prima aveva dichiarato gli italiani di Trieste “votati alla morte”, era un po&#8217; la centrale di tutte le attività anti-italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 12 luglio 1920, non due marinai italiani qualsiasi, come si usa dire oggi, ma il comandante della nave da guerra “Puglia”, Tommaso Gulli ed il suo motorista Aldo Rossi, cui il Regno d’Italia concesse la Medaglia d’Oro e d’Argento al Valor Militare alla memoria, furono uccisi a Spalato nel tentativo di portare soccorso a degli ufficiali italiani asseragliatisi in un locale del porto per sfuggire al linciaggio della canea croata. Il giorno successivo ci fu a Trieste, in piazza Grande (oggi piazza Unità d’Italia), una grande manifestazione italiana di protesta nella quale erano ovviamente presenti i fascisti (a titolo non diverso dagli altri italiani della città). Fu ai margini di questa piazza che venne assassinato a coltellate dagli sloveni il giovane cuoco dell’albergo Bonavia, Giovanni Nini.  La folla esasperata, si diresse verso il Balkan, attorno al quale era stato steso un cordone protettivo di militari, carabinieri e finanzieri. La folla, vistisi davanti i “suoi” soldati, si arrestò. Ma fu allora che dalle finestre del Balkan si cominciò a sparare colpi di pistola e a lanciare bombe a mano contro gli italiani. Una bomba ferì a morte il tenente Luigi Casciana e a questo punto i militari cessarono di proteggere l&#8217;edificio e la folla vi fece irruzione. Furono gli sloveni stessi ad appiccare fuoco all&#8217;Hotel, in modo da facilitare la loro fuga attraverso i tetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza ripetere in dettaglio tutti gli eventi minuziosamente documentati da Rustia, occorre evidenziare che il terrorismo slavo nelle nostre terre non cessò mai, terrorismo vigliacco inteso a colpire alle spalle tutti quanti incarnassero per il loro ufficio o per il fatto di indossare una divisa, lo stato italiano, alimentato dal disegno di annettere alla Jugoslavia tutto ciò che si trovasse a oriente del Tagliamento, “votando alla morte” gli Italiani così come la Edinost aveva proclamato. Ad esempio, un anno di violenze ripetute, attentati e agguati, fu il 1930, un anno che l&#8217;autore definisce drammatico, eppure allora la seconda guerra mondiale era al di là da venire, né gli assetti internazionali del tempo la facevano presagire.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scoppio della seconda guerra mondiale, l&#8217;entrata italiana nel conflitto e la dissoluzione della monarchia iugoslava nell&#8217;aprile 1941 portarono a un inasprimento della conflittualità da sempre latente tra italiani e slavi sul confine orientale. Questi eventi, infatti, lasciarono spazio alla guerriglia partigiana di matrice comunista. All&#8217;odio etnico slavo contro gli italiani, si sommava quello ideologico dei comunisti contro il fascismo, in un inasprimento di brama di sangue assassina. Occorre tuttavia fare attenzione: i comunisti iugoslavi non hanno mai perso di vista, come vedremo, il carattere ETNICO della loro guerra contro l&#8217;Italia, hanno sempre saputo che fra tutte le menzogne di Marx, quella che conclude il <em>Manifesto</em>, “Proletari di tutto il mondo unitevi”, l&#8217;internazionalismo, è la più falsa di tutte, tuttavia il fatto di poter mascherare con un pretesto ideologico la loro guerra contro l&#8217;Italia e gli Italiani, diventava un potente strumento di mistificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel periodo 1940-43 l&#8217;attività terroristica anti-italiana degli slavi, mai cessata durante l&#8217;epoca “di pace”, conobbe una prevedibile recrudescenza. In questo periodo a Trieste fu arrestata una cellula di sloveni dediti allo spionaggio ai danni dell&#8217;Italia e ad azioni di sabotaggio che faceva capo a Pinko Tomazic che fu fucilato assieme a quattro suoi complici il 15 dicembre 1941 (il Tribunale comminò 9 condanne a morte, ma il Capo del Governo italiano, noto per la sua ferocia, ne trasformò 4 in ergastoli). La propaganda antifascista nel dopoguerra ha fatto di Tomazic un martire; troviamo qui la stessa falsità che circonda le narrazioni dell&#8217;incendio del Balkan: ecco chi era questo martire dell&#8217;antifascismo: una spia e un sabotatore fucilato in base alle leggi di guerra riconosciute da tutti gli stati.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l&#8217;ignominiosa resa dell&#8217;8 settembre 1943, la fuga del re e del governo traditore che vanno a consegnarsi nelle mani degli invasori, la dissoluzione di tutte le strutture militari e civili dello stato italiano, la situazione muta radicalmente, e gli italiani del confine orientale si trovano esposti alla violenza assassina delle belve a due gambe slave.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui si arriva alla parte clou del libro: quali erano le forze schierate a difesa degli italiani del confine orientale a cui i partigiani slavi si apprestavano a infliggere il più atroce dei martirii? Innanzi tutto la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) che a differenza delle altre forze armate italiane non si sbandò con l&#8217;8 settembre 1943, ma si trasformò in Milizia Difesa Territoriale sostituendo la camicia nera con quella grigioverde e i fascetti sulle mostrine con i gladii della Repubblica Sociale, poi le altre forze che la RSI (cioè lo stato italiano legittimo) poté ancora schierare sul nostro fronte, e che nel tragico biennio 1943-45 pagarono un tributo di sangue altissimo per la difesa dell&#8217;italianità delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorda Giorgio Rustia:</p>
<p style="text-align: justify;">“Nello sfascio generale, però ci furono coloro i quali non si arresero ed avendo compreso chiaramente come nella nostra regione si combattesse ormai solamente per salvare la sua appartenenza all&#8217;Italia, si arruolarono nei cinque Reggimenti della Milizia Difesa Territoriale, il 1° “Trieste”, il 2° “Istria”, il 3° “Fiume”, il 4° “Gorizia” ed il 5° “Udine”.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono questi gli ultimi baluardi, assieme ai bersaglieri del “Mussolini”, agli alpini del “Tagliamento”, ai marò della Decima ed ai combattenti di tutti gli altri reparti della Repubblica Sociale Italiana, che si sacrificarono nella difesa del confine orientale italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Difesa che non fu fortunata perché ci furono strappate terre italiane come l&#8217;Istria, come Fiume e come Zara, ma non dobbiamo dimenticare che se oggi a Trieste, a Gorizia e nel brandello di Venezia Giulia rimasto dentro i nostri confini si parla e si vive da italiani, il merito è loro”.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/09/Atti-meriti-e-sacrifici.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-19884" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/09/Atti-meriti-e-sacrifici-300x156.jpg" alt="atti-meriti-e-sacrifici" width="610" height="318" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giorgio Rustia:</p>
<p>Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti Milizia Difesa Territoriale al confine orientale italiano</p>
<p>Aviani &amp; Aviani editore, Udine 2011</p>
<p>€. 16,00</p>
<p>Recensione di Fabio Calabrese</p>
<p style="text-align: center;">‒ Seguirà la seconda parte ‒</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

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