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	<title>Genova Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Genova Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Viva le alpine &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 13:38:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[alpini]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viva le alpine e viva gli alpini, è stato l’incipit del messaggio del sindaco di Genova Silvia Salis per l’adunata nazionale dei soldati di montagna. Con ogni rispetto per le soldatesse arruolate dopo la fine della leva obbligatoria maschile (un errore storico dell’Occidente moribondo) sono rimasto sbalordito. Sessualizzare tutto, anche il raduno delle penne nere, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Viva le alpine e viva gli alpini, è stato l’incipit del messaggio del sindaco di Genova Silvia Salis per l’adunata nazionale dei soldati di montagna. Con ogni rispetto per le soldatesse arruolate dopo la fine della leva obbligatoria maschile (un errore storico dell’Occidente moribondo) sono rimasto sbalordito. Sessualizzare tutto, anche il raduno delle penne nere, sconcerta. Un secolo e mezzo di storia e sacrificio gettato sull’altare di un approccio ideologico che sta portando al cimitero la nostra identità. Mai l’adunata alpina aveva suscitato tanto fastidio: scritte offensive, dichiarazioni urticanti, un vademecum distribuito alle donne per autodifesa contro la terribile soldataglia, perfino un’esponente grillina tornata dall’oblio dopo una breve stagione di popolarità che afferma di essere stata oggetto di “sguardi inquietanti” sul metrò da parte di alcuni alpini.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi vergogno della mia città, che detesto dopo averla tanto amata; è diventata un deserto con poche oasi, un luogo senz’anima in cui il livello della convivenza tra casuali contemporanei è ai livelli più bassi. Nessun progetto per il futuro, se non una gestione clientelare, burocratica, senza prospettive. Giova ricordare che la Salis &#8211; a cui mi accomuna purtroppo la fede calcistica &#8211; ha rinunciato a un cospicuo finanziamento del PNRR per il trasporto pubblico, inventandosi un’esilarante cabinovia modello stazione sciistica lungo il corso del torrente Bisagno in secca perenne, tranne le ricorrenti alluvioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sindaco (non userò mai l’orribile “sindaca” sessualizzata) cura assai la propria immagine e l’aspetto glamour &#8211; dirlo espone all’accusa di sessismo &#8211; ma trascura la quotidianità di chi l’ha eletta. In compenso abbiamo la fortuna di godere (ehm…) dei servigi di una consulente per i diritti LGBT eccetera, con budget di 156 mila euro annui. Che bello pagare l’esosa IRPEF comunale per usufruire di quest’imperdibile servizio. Ma gli alpini no, la Genova multietnica, multiculturale, multi nulla non li gradisce: non sporcano, non commettono reati, tutt’al più cantano canzonacce patriottiche diverse da Bella Ciao. Tanto basta per giorni e giorni di attacchi scomposti da cui la prima cittadina ex lanciatrice del martello non ha preso le distanze. Certo apprezza maggiormente manifesti come quello in cui si deplorano le “penne in erezione” (???) , a cui sono preferite le piume. Immaginiamo siano quelle del gay pride che redimerà presto la città dallo sfregio degli invasori con bandiera tricolore. Quindi tocca ascoltare “viva le alpine”, sempre con totale simpatia per le ragazze con la penna nera (in erezione?) che fanno il mestiere di soldato come i colleghi maschi e “fluidi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché dalle nostre parti non ci facciamo mancare nulla, a Celle Ligure, nella Riviera di Ponente, è vietato il lancio di palloncini. Chi lo fa pagherà cinquecento euro di multa. Finalmente un provvedimento risolutivo: esiste senz’altro una virtuosa motivazione moraleggiante, quindi applaudiamo convinti l’avanzamento di civiltà che vieta i palloncini e tace su mille vere illegalità. Del resto nel capoluogo un gruppo di alpini è stato sloggiato e multato per aver occupato un giardino pubblico, mentre le risse quotidiane in pieno giorno tra giovani immigrati hanno avuto come vigorosa risposta la convocazione in municipio delle cooperative che li ospitano a spese dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio abbandonare al suo mesto declino l’ex Superba divenuta una gabbia di matti. No, matto sono io, testimone del mondo di ieri, pieno di difetti ma incomparabilmente migliore di quello di oggi. Per il domani mi protegge l’età: non lo vedrò ed è una gran fortuna. Un amico confessa di avere assistito al furto di un portafogli su un mezzo pubblico, compiuto da uno straniero (o da un “nuovo italiano”) e di non essere intervenuto per paura. Ha fatto la scelta giusta: il ladro non avrebbe avuto conseguenze, a lui sarebbero toccati interrogatori, verbali, fastidi. Questo è il tempo che ci è toccato in sorte, questo è il clima sociale e culturale dominante. Peggio per chi non capisce e non si adegua, per chi non riesce a considerare progresso, ad esempio, che comuni come Ravenna abbiano un assessorato ai “diritti degli animali”. Siamo certi che i diritti degli esseri umani siano rispettati? Penso alla sanità, a un giusto salario, alla sicurezza, alla casa, ma anche alla tutela dell’identità culturale e nazionale calpestata e a tanto altro che andiamo perdendo sull’altare della globalizzazione, della tecnicizzazione e disumanizzazione dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un momento nella vita in cui non solo non capisci più il mondo e ti senti straniero, un superstite mal sopportato, ma non vuoi più capire e nemmeno sopportare. Al diavolo il presente, il progresso, la finta libertà e la falsa democrazia. Ognuno, scrisse Tolstoj, è infelice a modo suo. Per quanto mi riguarda, la misura è stata colmata da quel mellifluo, inclusivo, ipermoderno “viva le alpine” del sindaco della città in cui sono nato. Evviva la signora Salis dal trucco inappuntabile e dall’outfit tanto fashion, abbasso chi, come me, è esule al suo tempo, alla sua patria derubricata a “paese”, alla sua città. Sogno una riserva per gli ultimi mohicani, da cui osservare non le magnifiche sorti e progressive, le piume e i lustrini di Babilonia, ma il suo gaio suicidio.</p>

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		<title>Realtà e simbolo: in bilico sull&#8217;abisso, sull&#8217;orlo del baratro &#8211; Gianfranco De Turris</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2018 05:40:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Simbolismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è quel camion bianco e verde con il rosso e giallo del logo della ditta,carico di generi alimentari che sta lì fermo sotto la pioggia battente a dieci metri dal vuoto con il motore acceso perché il conducente è scappato senza togliere la chiavetta. E’ quasi mezzogiorno del 14 agosto 2018 ed è appena avvenuto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è quel camion bianco e verde con il rosso e giallo del logo della ditta,carico di generi alimentari che sta lì fermo sotto la pioggia battente a dieci metri dal vuoto con il motore acceso perché il conducente è scappato senza togliere la chiavetta. E’ quasi mezzogiorno del 14 agosto 2018 ed è appena avvenuto il disastro peggiore e di maggiore impatto degli ultimi decenni in Italia, disastro provocato dall’uomo e non dalla Natura e non può che restare nell’Immaginario collettivo anche dopo un mese e la notizia man mano scompare dalle prime pagine dei quotidiani e dalle informazioni “alte” dei telegiornali. E non può non essere considerato anche un simbolo della condizione nostra e della nazione. Non sempre, ma spesso, certi eventi non restano fini a se stessi, nel senso che limitano il loro significato all’evento materiale in sé, ma vanno oltre, hanno un valore ed un significato ulteriore, altro, rimandano a un senso di cui oggi, nell’Occidente da secoli desacralizzato quasi nessuno si accorge e se glielo spieghi ti ridono in faccia, ti prendono per un mezzo matto esaltato. Eppure bisogna “leggerli” anche così.<br />
La questione è che il collasso del Viadotto Morandi non ha provocato soltanto 43 vittime fra automobilisti su di esso ed operai sotto di esso, non ha provocato soltanto l’interruzione di una importante autostrada e della circolazione a Genova, ma qualcosa di assai più profondo che nessuno nelle dozzine di commenti sul disastro ha rilevato.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/D-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-30242 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/D-3-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">I simboli sono due: il cavalcavia crollato e l’autocarro in bilico. I ponti non collegano semplicemente due rive opposte. Nell’antichità e almeno sino al Medioevo il ponte aveva una sua sacralità e alla sua costruzione partecipavano non solo corporazioni specifiche ma sovrintendevano anche i sacerdoti che li consacravano. Il sacerdote era un pontifex, cioè un “facitore di ponti” fra l’alto e il basso, fra il divino e l’umano. Il ponte collegava quindi non solo due sponde fisiche ma anche metafisiche, e il crollo di un ponte era un vero dramma che preannunciava sventure e si doveva sanare il più rapidamente possibile, anche riconsacrandolo. Il Viadotto Morandi è collassato non per un terremoto o per un ciclone che non si possono impedire, ma a causa dell’incuria dell’uomo, di un modo di costruzione impreciso e non adatto che, pur se rilevato durante i decenni, non è stato risolto in modo definitivo. Affermare che il cemento armato o il calcestruzzo si degrada dopo cinquant’anni è una stupidaggine: dipende da come era fatto, altrimenti tutta l’Italia sarebbe una maceria!</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, diversi testimoni hanno detto che durante il temporale un fulmine l’avrebbe colpito: se è così si tratta di un altro segno premonitore che rientra in quelle che i tecnici adesso definiscono le “concause” del crollo: i tiranti, o stralli, che hanno ceduto, un pilone che si è torto su se stesso, i duecento metri di viadotto che sono sprofondi all’improvviso. A me pare un simbolo evidente: si è interrotto il collegamento fra passato e presente e futuro, quello fra l’Italia del “boom economico” degli anni Sessanta (il ponte venne inaugurato nel 1967 alla presenza del presidente Saragat) e l’Italia odierna che non riesce ad uscire dalla crisi che dal 2008 – dieci anni! &#8211; attanaglia l’Europa, mentre molti altri Paesi ce l’hanno fatta noi ancora stentiamo a farlo, arranchiamo siamo in stallo. E’ un taglio netto fra un popolo che mezzo secolo fa era ottimista e propositivo, con una moneta solida, guardava sicuro all’avvenire, ed un popolo arrabbiato, sfiduciato, rancoroso, deluso e pessimista che non crede a nuove prospettive, al quale la famosa Tangentopoli di venticinque anni fa non ha insegnato proprio nulla come rivelano le cronache quotidiane. Un anno dopo quella inaugurazione esplose il “Sessantotto”: è là che comincia la vera cesura fra due cultura, fra due modi di pensare. “Tagliarsi i ponti alle spalle” significa non avere più vie di ripiego per mettersi al sicuro anche sul piano delle idee, valori, memorie. Andare avanti senza più punti di riferimento certi per tutti, aver separato due culture. Mentre i due tronconi sospesi nel vuoto sembrano i trampolini di una piscina in attesa di qualcuno che voglia fare un salto acrobatico nel Nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autocarro bianco e verde e rosso (ma anche giallo-verde…) è proprio l’Italia con il suo governo attuale: carico di beni sta lì col motore accesso sotto la pioggia scrosciante, ma senza autista e a pochi metri dall’Abisso. Imballato, bloccato, magari vorrebbe proseguire, ma non solo non può farlo perché cadrebbe nel vuoto, ma anche perché non c’è nessuno al posto di guida, il conducente essendo fuggito per paura, per salvarsi la pelle. Precisamente la condizione del nostro Paese in completo stallo nonostante le sue potenzialità, senza un percorso, senza direttive sull’orlo del disastro definitivo. Una immagine disperante, alla quale non pare ci sia rimedio. O meglio, il rimedio potrebbe esserci ma difficile e radicale: ricostruire materialmente e simbolicamente quel ponte che unisce le due sponde della vita della nazione, ma soprattutto che vada<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/D-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-30241 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/D-2-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a> al posto di guida del camion bianco e verde e rosso un conducente con idee coraggiose e chiare, che lasci da parte la demagogia spicciola e la faziosità, che riunisca il Paese e non lo divida invece fra buoni e cattivi per censo e idee, che lo rimetta in moto sul piano pratico , morale e spirituale, che lasci da parte l’ideologia pauperista e complottista, che indichi mete precise senza prendersela solo e sempre con il passato di cento anni fa, che sia per qualcosa e non sempre contro qualcosa, che faccia rispettare le regole a tutti e chi sbaglia deve pagare senza essere assolto perché la pensa in una certa maniera e condannato perché la pensa in un’altra. Che infine dia una scrollata ad una massa di italiani storditi non tanto dalla “ludopatia” ma dai nuovi mass media che ne condizionano la vita quotidiana, specie tra i ragazzi che ormai sono quasi incapaci di distinguere tra Realtà e Finzione e che da minorenni commettono reati atroci “per noia” senza rendersi conto della loro efferatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, si tratta di un’operazione culturale. Vale a dire ricostruire una cultura che ricolleghi passato e presente di una nazione che preferisce rimuovere e condannare invece di accettare e capire. Una cultura senza iati, senza interruzioni, che ricostruisca l’identità di un popolo che l’ha persa dimenticando se stesso in nome di un demagogico “buonismo”, di una generica “democrazia”, di slogan come “torniamo umani”. Verrebbe voglia di dire invece: “torniamo alieni”. Cioè diversi dalla mucillagine indistinta che ci assedia, ritorniamo “barbari”, come è anche il senso di alienus, ritroviamo una nostra identità culturale, noi che siamo la nazione che nel mondo ha un retaggio che nessun’altra possiede, come solo all’estero ci ricordano. Monumenti e opere d’arte non sono soltanto “cose” che attraggono i turisti, ma anche significano altro. Dobbiamo svegliarci da questo interminabile incubo di una piovosa giornata di mezza estate… “L’Italia è mora. Viva l’Italia!” dice il titolo di un nuovo programma tv. Speriamo solo che non ne esca uno zombi, un morto vivente, e che l’Italia sia veramente viva…</p>
<p>Gianfranco de Turris</p>

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		<title>Ponte di Genova, Nave Diciotti: corre la storia&#8230; &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2018 15:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Corre la storia. Esistono periodi in cui tutto sembra fermo, altri dove il movimento pare precedere il tempo e sfuggire alla comprensione. Le ultime settimane, in piene vacanze agostane, hanno prodotto un’accelerazione profonda, lasciato un solco significativo, segnato un prima e un dopo. Poco sarà come prima nel giudizio comune dopo il crollo del Ponte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Corre la storia. Esistono periodi in cui tutto sembra fermo, altri dove il movimento pare precedere il tempo e sfuggire alla comprensione. Le ultime settimane, in piene vacanze agostane, hanno prodotto un’accelerazione profonda, lasciato un solco significativo, segnato un prima e un dopo. Poco sarà come prima nel giudizio comune dopo il crollo del Ponte Morandi di Genova e la vicenda della nave Diciotti della nostra Marina.I fatti sono noti. Nel primo caso, un ponte costruito da soli 50 anni, unico mezzo di comunicazione tra le due parti della Liguria, proteso verso la Francia, si spezza e lascia sul terreno, dopo un volo spaventoso, oltre quaranta vittime, seicento sfollati, giacché quella struttura autostradale, gestita dal gruppo privato Benetton, posava direttamente sopra un quartiere popolare della città e minaccia di infliggere un colpo mortale all’economia di una regione che vive di turismo e di logistica dei trasporti.  Nel secondo, una nave italiana che incrociava nel Mediterraneo ha raccolto circa 180 eritrei i quali, all’arrivo a Catania, non sono stati sbarcati per ragioni di salute, sicurezza pubblica e per dare un ulteriore segnale di cambiamento nella politica nazionale dinanzi all’invasione di finti profughi provenienti dall’Africa con l’aiuto di imbarcazioni private ( le cosiddette Organizzazioni Non Governative) finanziate da chi organizza il traffico di esseri umani sotto la copertura di ragioni umanitarie. A seguito degli eventi catanesi, il ministro degli Interni in carica è indagato per sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Marcello Veneziani ha intitolato un suo magistrale intervento “difendere gli italiani è reato”.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/P-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-30061 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/P-2-300x173.jpg" alt="" width="361" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il maggiore partito di opposizione, il PD architrave del sistema da 25 anni sotto diversi nomi, ha mobilitato i propri dirigenti a Catania a favore degli stranieri, ma ha brillato per la sua assenza a Genova dinanzi alla tragedia di una grande città italiana che, per inciso, ha sgovernato per oltre 40 anni, come PCI prima, PDS, DS e PD poi. I pochi esponenti visti ai funerali sono stati accolti da salve di fischi impressionanti, che hanno lasciato sotto choc la povera (si fa per dire) deputata Pinotti, fascinosa signora del partito in città, ex ministro della Difesa, dunque responsabile diretta per anni dei movimenti della Marina Militare nelle acque del Mediterraneo meridionale. Un osservatore del calibro del professor Meluzzi, ex uomo politico, ha tuonato contro l’alleanza di fatto tra il potere mediatico (tutto dalla parte del vecchio sistema), l’apparato tecnologico di dominazione (il mondo della rete, di Facebook, Google, Silicon Valley) e le oligarchie finanziarie. Ha dimenticato, per l’Italia, il grumo di potere giudiziario che da un quarto di secolo tiene in scacco la politica, cercando attivamente non solo di influire sulle scelte generali, ma addirittura di riscrivere la storia della nazione degli ultimi 75 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa calda estate italiana, tuttavia, non solo i ponti crollano, ma si vanno sgretolando i muri di menzogne e falsificazioni innalzati dall’inizio degli anni 90, allorché, finito il comunismo, gli Usa abbandonarono al loro destino il sistema potere basato sulla DC, il PSI, le partecipazioni statali, alcune grandi industrie e alcune banche d’affari (Mediobanca). L’esito è stato la svendita di gran parte della ricchezza nazionale attraverso privatizzazioni pilotate da un gruppo di potere internolegato a centrali estere anglo americane e francesi. I gioielli dell’economia, dell’industria, della ricerca, della finanza sono stati svenduti e solo oggi, dopo 25 anni si squarcia il velo, dopo la caduta di un ponte pagato con il denaro di tutti e affidato in concessione a un privato, Autostrade della famiglia Benetton, che ha guadagnato miliardi e reinvestito spiccioli nella manutenzione, senza alcun interesse per un piano infrastrutturale. Le condizioni della concessione stanno emergendo come scandalosamente contrarie all’interesse erariale e nazionale, una specie di patto leonino alla rovescia, in cui tutti gli oneri stanno dalla parte pubblica (la proprietaria!), tutti i vantaggi da quella privata. Sta venendo a galla un groviglio di interessi e di meccanismi, a partire del finanziamento dell’operazione, che sanno di tradimento del popolo italiano. Il governo ha finalmente battuto un colpo, impegnandosi a sottrarre la concessione al gruppo Autostrade. Lo stuolo di legali di alto livello messo in campo da lor signori è capitanato da personaggi della politica e delle istituzioni di lunghissimo corso come Paola Severino e Giovanni Maria Flick. Ex ministri, ex membri della Corte Costituzionale giunti al rango di presidente, ex dirigenti di tutto. Personalità di altissima professionalità, ovviamente, ma, guarda caso, membri di quei centri di potere riuniti attorno a Romano Prodi, protagonisti delle privatizzazioni, delle modalità di adesione all’unione europea e di tutti gli eventi che hanno segnato la storia recente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la prima volta il velo si sta squarciando e una parte maggioritaria degli italiani comincia ad aprire gli occhi. Doveva cadere un ponte, uccidere innocenti, ferire a morte una regione intera, affinché diventasse patrimonio di verità la parola inascoltata dei pochi che hanno gridato per anni, vox clamantis in deserto, voce di chi urla nel deserto, come Giovanni il Battista. Complottisti, mentitori, estremisti per un quarto di secolo, adesso risulta che avessero ragione. Un’inchiesta di questi giorni, a proposito della privatizzazione delle banche pubbliche che controllavano tra l’altro Bankitalia, ipotizza che siano state cedute a un decimo del valore reale. Dovremmo citare la Sme, la chimica, l’Enel, l’agroalimentare, l’abbandono folle della siderurgia (chi fornirà i materiali per il nuovo ponte in acciaio?), un elenco talmente lungo da occupare pagine intere.  A cose fatte, a Italia fatta a brandelli, venduta, regalata, offerta al minor offerente, veniamo a sapere che i protagonisti sono ancora in sella, alcuni ai vertici delle società private che hanno smantellato da boiardi pubblici e da politici infedeli. Eppure Mani Pulite venne fatta passare come una benefica operazione contro la corruzione, che c’era, eccome e chi la denunciava anche alloraera sbeffeggiato, perseguitato, deriso. I corruttori- l’industria, l’economia, la finanza &#8211; vennero fatti passare per vittime, sia pure ben disposte adaprire il portafogli. Il popolo applaudì, voltando le spalle al sistema che, pur tra mille difetti e gravissime ombre, aveva comunque accompagnato la ricostruzione dopo la tragedia del 1945. Ebbero un sacco di colpe, ma non smantellarono il buono costruito prima di loro (l’Iri e il sistema bancario) e, attraverso uomini come Enrico Mattei – ucciso nel 1962 – Adriano Olivetti e tanti altri, portarono l’Italia all’avanguardia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che lascia la classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo è un cumulo di macerie il cui simbolo è il ponte spezzato che scavalcava la valle del Polcevera, un’opera che in mezzo secolo è stata muta testimone della penosa deindustrializzazione di una delle città simbolo della storia nazionale. Non abbiamo idea se le cose cambieranno nella sostanza, il sistema è fortissimo e, come ci ha spiegato Alessandro Meluzzi, ha in mano l’apparato mediatico, quello tecnologico e controlla il denaro. Per la prima volta, però, è chiaro che non ha il favore della gente, la cui collera non è ancora esplosa, siamo piuttosto allo sconcerto e all’indignazione, ma adesso il bimbo della fiaba che rivela la nudità del re viene creduto. Negli stessi giorni, è esploso fragorosamente il caso dei migranti eritrei portati in Sicilia non da una nave delle ONG, ma dalla nostra Marina. In un suo modo rozzo ma efficace, Matteo Salvini ha dimostrato nelle settimane scorse che l’invasione non è un dato di natura cui non ci si può opporre. Orrore e fastidio di chi comanda e dei fiancheggiatori prezzolati (stampa, TV, clero, membri della cupola culturale). Silenzio e orecchie da mercante da parte delle istituzioni europoidi, i cui gerarchi sono indifferenti a tutto fuorché agli interessi delle lobby che li hanno scelti e garantiscono loro privilegi e reddito da nababbi.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ chiaro anche ai ciechi che nessuno vuole gli africani ma tutti si vergognano a dirlo. Si rifugiano allora nelle frasi umanitarie, nell’indignazione a tariffa, nella retorica di maniera. L’Italia si arrangi, colpa sua se è uno stivale incastrato in mezzo al Mediterraneo. Maggiore comprensione merita la Spagna, che getta fuori con le spicce migliaia di persone, e ne ha pieno diritto, ma può farlo senza suscitare l’ira di Bruxelles perché i suoi governi da anni eseguono i compiti finanziari assegnati dall’oligarchia per salvare le banche esposte con la zoppicante economia iberica. Può chiudere la frontiera Emmanuel Macron, il socio di minoranza della Germania &amp; Francia spa, caro a Jacques Attali, ai Rothschild e al mondo bancario. Può anche sforare il comico parametro del 3 per cento perché la Francia non va, fare un piano per mandare a casa 50 mila statali e continuare a spendere il 54 per cento del PIL nel settore pubblico. Una Francia che sarebbe letteralmente in braghe di tela, nonostante gli acquisti in Italia a prezzo di saldo, se non contasse con la rendita da signoraggio dell’emissione e del controllo del Franco dell’Africa Centrale, valuta di ben 14 stati, saldamente nelle mani di Parigi.  Noi no, non possiamo fare nulla, e se tentiamo di difendere i confini, a mali estremi, estremi rimedi. Entra in scena un altro pezzo dell’Italia di potere, l’inquirente che indaga Salvini, probabilmente nella speranza di far saltare il patto di governo giallo blu tanto inviso ai “superiori”. Comunque vada l’iniziativa giudiziaria, è un enorme sasso in piccionaia. Un politico esperto, Gianni Alemanno, reagisce denunciando la procura agrigentina per attentato alle libertà politiche. Anche in questo caso, almeno si è fatta chiarezza. Gli schieramenti sono più netti, nessun vacanziero può dire di non aver visto e di non aver capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Falliscono uno dopo l’altro i vertici europei sull’immigrazione per varie ragioni. Due ci sembrano decisive: l’oligarchia non può ammettere apertamente di essere dalla parte dell’invasione per timore di reazioni popolari; i governi non vogliono accogliere altri immigrati per l’ottimo motivo che non possono. Mancano le risorse, è sfumato il consenso sociale, lo dimostra la Germania e la stessa Svezia che sta per attribuire un grande successo elettorale ai partiti anti immigrazione ed euroscettici, la Francia in cui Macron è in difficoltà serie dove ogni giorno avvengono mille aggressioni, per lo più da parte di immigrati o di “nuovi francesi”. L’Italia diventa così, per motivi geografici e per antica subalternità, il parafulmine di tutto. Il capo del governo ha fatto balenare l’ipotesi di non votare il bilancio dell’Unione e si sono aperte nuove cateratte.La voce dell’Italia interessa solo quando è accompagnata da assegni di decine di miliardi, quelli che conferiamo al bilancio comunitario e gli altri che regaliamo al Meccanismo Europeo di Solidarietà. Se poi il ministro Di Maio ipotizza di bloccare i pagamenti, apriti cielo. Un commissario europoide, un signore non eletto da alcuno, ma catapultato ai vertici per la sua appartenenza a certi ambienti, Guenther Oettinger, tedesco non per caso, ci rammenta che pagare è obbligatorio e tacere assai apprezzato. Contesta anche le cifre, non sarebbero 20 i miliardi (nostri) in ballo, ma 16 o 17. Chissà se ha messo nel conto quanto versiamo quasi quotidianamente per dazi all’importazione, che si chiamano “risorse proprie dell’Unione”, di cui possiamo trattenere solo il 20 per cento come aggio per le spese di riscossione e mantenimento della struttura tributaria, nonché la parte di IVA – che pure è un’imposta nazionale – che versiamo ai signori di Bruxelles.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/P-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-30062 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/09/P-3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La storia corre, però, nulla è immodificabile, neppure l’Unione Europea, neanche i suoi trattati fatti apposta per sottrarre sovranità a popoli e Stati e impedire azioni di revoca. Corre anche nell’ambito dell’immigrazione, che è percepita come invasione e non è più un tabù. Marcia veloce anche nell’economia, ove la parola nazionalizzazione non è più vietata dai sacri testi liberisti e diventa un’opzione da discutere in libertà. Un piccolissimo esempio riguarda il ponte Morandi: per il concessionario privato la manutenzione è un costo, per lo Stato proprietario dell’infrastruttura sarebbe un investimento. Con il ponte stanno cadendo molti calcinacci. Il muro del mercato è il più resistente. L’impegno del governo dovrà essere quello di mostrare volontà di sviluppo, equilibrio e capacità di controllo del paese, decisione nella discussione del bilancio UE. Se ci riuscirà, gli “spiriti animali” si acquieteranno, anzi si schiereranno dalla parte di chi, in un modo o nell’altro, può farli guadagnare. Spezzare i monopoli privati potrebbe essere operazione gradita a settori ampi del mondo affaristico. Non sono pochi i soggetti tagliati fuori dal monopolismo dominante dagli anni 90 che potrebbero essere indotti a investire in Italia; esiste già il piano di Paolo Savona sugli attivi di bilancio al netto degli interessi sul debito.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all’immigrazione, la voce assordante che sale da gran parte dell’opinione pubblica chiede che sia regolata, ricondotta alle necessità reali, ove esistano, venga ripristinata la legalità nei buchi neri in cui troppi ospiti sgraditi e non richiesti la fanno da padroni. Se esiste un clima sfavorevole agli stranieri, la migliore soluzione è ripulire l’immigrazione da due piaghe, la clandestinità e la malvivenza. Ce ne saranno grati per primi i tanti stranieri per bene che non vogliono essere confusi con i farabutti e meritano il nostro rispetto. L’operazione giudiziaria conto Salvini sembra un ballon d’essai, un tentativo proveniente dagli stessi ambienti interessati alla riscrittura giudiziaria della storia nazionale. In questi giorni tocca rivalutare persino Silvio Berlusconi, che poco ha fatto per cambiare le cose, finendo per diventare un elemento di stabilizzazione del sistema, ma che ha subito un attacco giudiziario ben al di là dei demeriti suoi – molti- e di chiunque altro. Come ha fatto questa nostra Patria a ridursi così? La storia corre, ma dovrebbe andare alla velocità della luce per recuperare trenta, quarant’anni devastanti. Da oggi, però, dopo il crollo del ponte e la paradossale vicenda della nave Diciotti, gli italiani sanno molto più di prima, alcuni hanno capito. Tocca a loro, tocca a noi, se vogliamo tornare protagonisti. Nella corsa, chi si ferma ha perduto.</p>
<p>ROBERTO PECCHIOLI</p>

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		<title>Genova: Ponte Morandi, una tragedia italiana &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Aug 2018 17:56:23 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/genova-ponte-morandi-una-tragedia-italiana-roberto-pecchioli/">Genova: Ponte Morandi, una tragedia italiana &#8211; Roberto Pecchioli</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non volevamo crederci. Il crollo del Ponte Morandi, che noi genovesi, con una punta di provincialismo da colonizzati chiamavamo ponte di Brooklyn, è una tragedia sconvolgente, per il suo carico di vittime, dolore, distruzione e per le conseguenze terribili che si trascineranno per anni.Non è il tempo degli sciacalli, ma dei soccorsi, del cordoglio, dell’aiuto, della collaborazione. Tuttavia, non si può tacere, tenere a freno la collera per un’altra tragedia sinistramente italiana: un’opera di quell’importanza non può crollare dopo soli 50 anni. Per chi scrive c’è un che di personale, quasi di intimo nel dolore di queste ore. Bambini, partecipammo nel 1967 all’inaugurazione del ponte con tutte le scolaresche di Genova. Muniti di bandierina tricolore, appostati di fronte al palco, seguimmo la cerimonia, vedemmo con la meraviglia dell’età il presidente della repubblica Giuseppe Saragat attorniato da uomini in alta uniforme e dall’imponente figura del grande cardinale Siri, storico arcivescovo della città. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/R-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-29796 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/R-2-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo percorso migliaia di volte quel ponte lunghissimo, settanta metri sopra la vallata del torrente Polcevera piena di case popolari e capannoni industriali della ex Superba, ogni giorno per decenni lo abbiamo visto e sfiorato andando al lavoro. Non c’è più ed è colpa di qualcuno. Parlano di fulmini, di un intenso nubifragio e di cedimento strutturale. Aspettiamo a tranciare giudizi, ma nel mattino della vigilia di ferragosto pioveva e basta. Nessuna alluvione, dagli anni 70 ne ricordiamo almeno sei, devastanti, nella città di Genova. Non sappiamo quanti fulmini si siano abbattuti in mezzo secolo sul manufatto dell’ingegner Morandi (pochi sapevano che a lui fosse intitolata l’opera), né quanta pioggia abbia bagnato da allora le imponenti strutture.Non accettiamo, non riconosceremo mai come valida la sbrigativa giustificazione di queste ore. Sarà qualunquismo da Bar Sport, ma ci risulta che ponti romani siano in piedi da due millenni, e non crediamo nell’incapacità dei progettisti. Però, negli ultimi decenni i crolli sono stati tantissimi, come le tragedie dovute all’incuria, all’insipienza, alla corruzione diffusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ponte, con la strada sopraelevata che corre a mare nella zona centrale della città, è l’ultima grande opera di una ex grande città. Nel 1967, Genova era un polo industriale con centinaia di fabbriche, importanti compagnie navali (l’armatore Angelo Costa fu per decenni presidente di Confindustria) la sede europea di multinazionali come Shell, Mobil, Esso, i cantieri navali, il gruppo Ansaldo, il porto più importante del Mediterraneo. Dopo la strada “camionale” del 1935 verso l’appennino, per realizzare la quale con sbocco sul porto fu spianata la montagna di San Benigno che divideva Genova dal suo ponente, il ponte rappresentava l’infrastruttura base per collegare finalmente la Liguria e l’Italia con la Francia. Mezzo secolo dopo, non abbiamo quasi più industrie, Genova ha perso un quarto dei suoi abitanti, è unita al Nord Italia, pardon divisa dall’area più produttiva del paese dalla stessa strada degli anni 30, mentre la ferrovia per la Francia ha ancora un lungo tratto a binario unico. Identica sorte per i collegamenti tra i porti di Savona e La Spezia e l’entroterra.</p>
<p style="text-align: justify;">Da oggi, dobbiamo sopportare anche la tragedia del crollo della più importante infrastruttura in esercizio, piangere decine di morti e accettare la spiegazione che trattasi di tragica fatalità, pioggia, fulmini e saette. Non ci crediamo perché abbiamo visto all’opera la classe dirigente che ha trasformato in una quarantina d’anni una metropoli in un cimitero. Clientelismo sfacciato, una politica da curatori fallimentari o da necrofori, la grande bruttezza che ha sfigurato il mare e la collina, interi quartieri indegni di una nazione civile, il Diamante, le Lavatrici, il Cep, lo stesso Biscione, parte di Begato, palazzi costruiti esattamente sull’alveo di torrenti pericolosi, con le ricorrenti tragedie di cui siamo stati testimoni.</p>
<p style="text-align: justify;">I genovesi, o quel che ne resta, hanno affidato per decenni città, provincia e regione a una classe politica di livello infimo, che ha trascinato in basso il ceto economico e finanziario. E’ crollata l’industria pubblica, la vecchia Cassa di Risparmio, ora Carige, tanto importante da detenere il 4 per cento di Bankitalia, è nella bufera da anni per affari vergognosi, deficit mostruosi e dirigenti condannati in sede penale. La vecchia Italsider, ora Ilva, in gran parte è stata smantellata e quel che resta è sotto minaccia di chiusura. Al suo posto abbiamo una strada a scorrimento (relativamente) veloce, un piccolo sollievo ora che non c’è più il ponte. Il cosiddetto Terzo Valico, ovvero la linea veloce per Milano, in ritardo di almeno 30 anni, va avanti piano, tra polemiche e denari che vanno e vengono. La multinazionale Ericsson ha suonato la ritirata, distruggendo le speranze di un’“industria pensante” che a Nizza, 190 chilometri da qui, è realtà da decenni ( Sophie Antipolis).</p>
<p style="text-align: justify;">Madamina, il catalogo è questo. Su tutto ciò si abbatte un evento funesto e terribile come il crollo del nostro ponte di Brooklyn. L’autostrada che porta alle luci di Sanremo e all’inferno migrante di Ventimiglia era considerata la più cara d’Italia. Un dubbio privilegio. Ma dov’erano i politici liguri il cui compito era imporre la manutenzione, sorvegliare le infrastrutture di una terra che vive essenzialmente di due attività, il turismo e i trasporti? Abbiamo quattro porti mercantili, raggiungere i quali sino a oggi era difficile, adesso è un’impresa da premio Nobel; alcune delle nostre località sono mete turistiche internazionali, Portofino, le Cinqueterre, Alassio, la Riviera dei Fiori. Ma, dicono le autorità preposte, è b<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/R-3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-29797 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/08/R-3-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>astato un fulmine durante un temporale estivo ad abbattere per duecento metri, esattamente al centro, un ponte costruito decenni dopo il vero ponte di Brooklyn e molti secoli dopo la Lanterna, che guarda dall’alto, illumina le vergogne e ne ha viste tante.</p>
<p style="text-align: justify;">Una tragedia italiana, metafora e paradigma di una decadenza iniziata giusto pochi anni dopo la trionfale inaugurazione del ponte. Una città, Genova, che ha anticipato storicamente eventi di portata nazionale. I primi a volere l’unificazione della Patria, i primi nell’industria e nel commercio, ma poi i pionieri della denatalità, del degrado dei centri storici (con Genova, Ventimiglia), della deindustrializzazione, i settentrionali assistiti quasi quanto certe aree del Sud, l’arretratezza delle infrastrutture, i giovani che scappano. Fummo anche tra i primi ad affidarci politicamente alla sinistra, quando ancora le cose andavano bene. Si trattava di una sinistra in gran parte comunista, astiosa, dogmatica, chiusa, testarda. Nessun paragone con le classi dirigenti delle tradizionali regioni rosse, più pragmatiche dei plumbeiapparatchik liguri.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno regnato su un giardino e lo hanno trasformato in cimitero. Non diciamo e non pensiamo che buttino giù i ponti, ma sta di fatto che le pochissime opere realizzate nell’ultimo mezzo secolo sono le bonifiche delle aree industriali dismesse, al posto delle quali sono sorti poli commerciali legati ai soliti noti (Coop e affini) e varie colate di cemento per erigere imponenti centri direzionali in buona parte deserti, poiché c’è davvero poco da dirigere, da queste parti. Le opere del passato sono obsolete, come l’invecchiata camionale e la ferrovia, l’autostrada che sbocca in porto è un budello pericoloso con code quotidiane di mezzi pesanti, accedere all’aeroporto è impresa acrobatica, nonostante la vicinanza alla città e la possibilità di costruire una bretella ferroviaria di un chilometro o poco più. Della metropolitana genovese il tacere è bello, poiché non solo è tra le più corte dell’universo, ma le sue stazioni sono soggette a frequenti allagamenti. Il ponte che univa le due parti della Liguria da oggi non c’è più.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene il magone al pensiero di ciò che era, visto e vissuto con i nostri occhi, e ciò che è, ma ancor più fa tremare la certezza che da molte parti d’Italia altri possano descrivere situazioni analoghe o peggiori. Per questo fa tanto soffrire la tragedia del Ponte Morandi, orgoglioso simbolo caduto della nostra infanzia. Oltre il lutto di tante famiglie, è il segnale, un altro, di una nazione che, lei sì, è ormai preda del cedimento strutturale. Se anche fosse vero che un manufatto di migliaia di tonnellate è crollato per un fulmine e un po’ d’acqua, disgraziato davvero il paese dove accadono, giorno dopo giorno, da Nord a Sud, eventi di questo tipo. La tragedia è del 14 agosto. Mezza Italia è chiusa per ferie, l’altra metà implode, si accartoccia su se stessa: cedimento strutturale. Insieme, dichiarano fallimento; bancarotta fraudolenta.</p>
<p>ROBERTO PECCHIOLI</p>

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