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	<title>Giuseppe A. De Falco Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Giuseppe A. De Falco Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Nietzsche filosofo antimoderno</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2014 12:09:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; “Il pessimismo moderno è un’espressione dell’inutilità del mondo moderno, non già del mondo e dell’esistenza.” &#8211; Volontà di Potenza Se si vuole in qualche modo cercare di comprendere il Labirinto di nome F. Nietzsche bisogna anzitutto partire da una corretta impostazione filologica. Com&#8217;è noto le interpretazioni sulla sua persona e sul suo pensiero sono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Il pessimismo moderno è un’espressione dell’inutilità del mondo moderno, non già del mondo e dell’esistenza.</em>” &#8211; Volontà di Potenza</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se si vuole in qualche modo cercare di comprendere il Labirinto di nome F. Nietzsche bisogna anzitutto partire da una corretta impostazione filologica. Com&#8217;è noto le interpretazioni sulla sua persona e sul suo pensiero sono diversissime e riflettono filosofie e visioni del mondo finanche antitetiche. Nietzsche, innanzitutto, non può essere concepito come un filosofo qualsiasi, un semplice teorico o un pensatore, un “intellettuale” nel senso moderno e borghese del termine. Quella che potremmo indicare come la base del suo pensiero è la radicale apertura a nuovi orizzonti, il rigetto per il sicuro e per il rassicurante, per la “morale del gregge”. Questo è l’istinto aristocratico assolutamente innato alla persona di Nietzsche che lo ha portato a sviluppare tutto il suo pensiero. Non a caso Nietzsche usa spesso l’immagine di un veliero che prende il largo verso sempre nuovi orizzonti, come metafora del filosofo-cercatore mai pago degli orizzonti di senso esplorati o delle convinzioni in cui si è imbattuto. In un bellissimo passo dell’Anticristo Nietzsche indica la scepsi come fondamento dell’indole aristocratica e riconosce nelle “convinzioni” nient’altro che delle prigioni, dei limiti, tutt&#8217;al più da utilizzare come trampolino di lancio verso nuovi “sensi” e nuovi orizzonti, tuttavia mai definitivi e ultimi[1]. Ciononostante Nietzsche non è un relativista nel senso odierno del termine. La Verità è sempre criticata come qualcosa di inarrivabile per il pensiero e per lo spirito umano relativo che, per forza di cose, non può che “interpretare” la realtà secondo i propri schemi e modelli. In Nietzsche la Verità, più che negata, come accade nel relativismo nichilista post-moderno, che non distrugge per scorgere il nuovo, ma semplicemente per sguazzare nelle macerie, è ignorata in quanto il conoscere parte sempre da una realtà soggettiva, ovvero interpretativa. È dunque fondamentalmente una questione non tanto di “Verità in sé” quanto di <em>Weltanschauung</em>, di visione del mondo. È esattamente a partire da queste intuizioni che Nietzsche, a partire da <em>Umano troppo umano</em>, abbraccerà il modello aforistico per abbandonare definitivamente ogni tentativo di sistematicità, cosa che molto significativamente causerà il definitivo crepuscolo del pensiero organico mirato alla conoscere del “Vero in sé”. Secondo noi il pensiero del pur autoproclamatosi “ateo” Nietzsche non può in alcun modo essere confuso col volgare ateismo scientista dei nostri tempi. In più di un’occasione Nietzsche avrà modo di criticare, infatti, idee positivistiche e darwiniste. Un chiaro esempio di questo lo si ricava dal seguente passo tratto da l’Anticristo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>L’umanità non rappresenta, come oggi si crede, un progresso verso qualcosa di migliore, di più forte o superiore. Il progresso non è altro che un’idea moderna, ossia un’idea sbagliata. L’europeo di oggi, per il suo valore, resta profondamente al di sotto dell’europeo del Rinascimento; progresso non significa elevazione, crescita o rafforzamento. In un altro senso, nei più disperati angoli della terra e a partire dalle più diverse civiltà, c’è un continuo successo di casi isolati, attraverso i  quali si manifesta, di fatto, un tipo superiore: un qualcosa che in rapporto all&#8217;intera umanità è una specie di superuomo. Casi fortunati del genere sono sempre stati possibili, forse lo saranno sempre. E perfino intere generazioni, stirpi e popoli possono, in determinate circostanze, rappresentare un caso vincente.</em>”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ma l’antimodernismo di Nietzsche non è unicamente ravvisabile nel suo prendere le distanze dai mali ideologici più comuni del suo tempo. In questo sta forse la sua unicità e la sua grande peculiarità: egli combatte apertamente, senza mezzi termini e alle volte con un tono secco e sferzante, quelli che erano dati come valori fondanti e imprescindibili della modernità, frantuma il fatiscente edificio chiamato “libertà, uguaglianza, fratellanza”, capovolge i più scontati, e perciò anche i più pericolosi, giudizi di valore, causando grande scandalo per ogni borghese benpensante dell’epoca. Affermazioni come la seguente sono preferibilmente ignorate dai teorici del mai esistito Nietzsche decadente e progressista:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Con questi predicatori dell’uguaglianza non voglio essere mescolato e confuso: Poiché così parla a me la giustizia: “Gli uomini non sono uguali”. E nemmeno debbono diventarlo! Che cosa sarebbe il mio amore per il superuomo se io parlassi diversamente? Per mille ponti e sentieri debbono spingersi verso il futuro, e tra loro deve essere posta sempre più guerra e disuguaglianza: così mi fa parlare il mio grande amore!</em>[2]”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non è un caso che il Nostro si guadagnerà ben presto la fama di “autore proibito”, specie, com&#8217;è ovvio, in ambito ecclesiastico. In quello che può ben essere considerato il suo testamento spirituale e la sua autobiografia, ovvero l’<em>ecce homo</em>, Nietzsche arriva ad affermare: “<em>io non sono un uomo, sono dinamite</em>”. In questa frase c’è tutto il senso del “filosofare col martello”, ovvero la necessità del rovesciamento di tutti i valori, in quanto già precedentemente rovesciati dalla rivoluzione cristiana. E qui veniamo ad un punto di fondamentale importanza, ovvero il fatto che il Cristianesimo si presenta come rovesciamento di tutti i valori sani e naturali (“gli ultimi saranno i primi”, “chi si umilia sarà esaltato”, “porgi l’altra guancia”, i deboli e gli oppressi sono sempre visti come i giusti e i forti come gli ingiusti, la malattia santifica mentre la salute e il godimento porterebbero al “peccato” e quindi a futuri tormenti, etc.) e altresì come <em>maximum</em> dell’astrazione metafisica, ponendo un Dio totalmente trascendente, eppure inteso in senso assolutamente personale, senza alcun legame col mondo, che così da sola realtà effettiva (“<em>mundus</em>” come totalità dei piani di coscienza, dottrina del <em>sutratma</em> e dell’<em>axis mundi</em>, non dualismo) finisce per essere nient’altro che pallida imitazione e ombra del Fattore, fino a divenire, nel peggiore dei casi, una “valle di lacrime” o una “<em>massa diabuli ac perditionis</em>”[3]. Così, con la sua consueta dote di sintesi, Nietzsche affermava che “<em>la decisione </em><em>cristiana di</em> trovare il <em>mondo </em><em>brutto </em><em>e </em><em>cattivo</em><em>, </em><em>ha reso </em><em>brutto e cattivo</em><em> il mondo</em>”[4]. Dualismo assoluto dunque come malattia dello spirito, come manifestazione di quella <em>Trennung</em> che il giovane Hegel considerava inguaribile ferita dell’animo ebraico. Da questa malattia dello spirito nascono le tre religioni abramitiche, di cui le ultime due, prive del legame etnico che ne conteneva lo spirito negatore e dissolutore, che pure nella storia ha avuto ampiamente modo di manifestarsi, sfoceranno in immani massacri e orrende persecuzioni. Lo spirito settario dell’Abramitismo rivela il deserto e il vuoto interiore, la sterilità, l’ottusità, l’allucinazione. Tutto al contrario l’animo indoeuropeo è un animo nobile, votato alla cristallina chiarezza, teso verso l’affermazione di sé, verso il costante superamento di sé, in una costante <em>Strebung</em> verso l’ideale divino, concepito come nulla di astratto o di alieno o peggio come un padrone assoluto, bensì come la propria più genuina ed intima essenza, che, attraverso un’adeguata disciplina spirituale, viene fatta sbocciare. E veniamo qui alla questione dell’<em>Ubermensch</em>. Utilizziamo non a caso l’etimo originale tedesco perché riteniamo che sia il termine “superuomo” che il termine “oltreuomo” siano sinonimi di interpretazioni viziate da un certo numero di pregiudizi e in ogni caso discostanti dal concetto originario nietzschiano. Che cos&#8217;è dunque l’<em>Ubermensch</em>? Iniziamo innanzi tutto a dire cosa non è. Non è il superuomo dannunziano, l’uomo d’azione, il futurista, meno di tutti non è l’oltreuomo di Vattimo, non è un dandy, né un esteta, né un uomo particolarmente dotato. Se lo si dovesse indicare con un esempio storico non lo si potrebbe trovare da nessuna parte. L’Ubermensch è, per definizione, l’uomo di là da venire, l’uomo del futuro, colui che sorgerà al di sopra delle rovine dell’ultimo uomo, la vile creatura che ha guastato e profanato il mondo con la sua immonda presenza e che tuttavia va dicendo: “<em>noi abbiamo inventato la felicità</em>”. L’<em>Ubermensch</em> è al di là del bene e del male, fermo negatore e mortale nemico di quel processo che si potrebbe definire “ontologizzazione” di categorie morali, ossia l’elevazione di categorie morali umane al rango di categorie dell’Essere. In parole povere egli è la negazione vivente dell’universalità della morale, dell’assurda e volgare pretesa di applicare indistintamente a tutti un medesimo precetto e un medesimo codice morale. L’uomo d’eccezione segue la propria legge interiore in quanto ciò che è bene per lui può benissimo essere male per qualcun altro, e viceversa. E abbiamo qui l’idea del rovesciamento di tutti i valori.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Noi stessi, noi spiriti liberi, siamo già una tra svalutazione di tutti i valori, una dichiarazione di guerra e di vittoria in carne e ossa a tutti i vecchi concetti di “vero” e “non vero”</em>”[5].</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ma l’<em>Ubermensch</em> non si ferma qui. Non solo egli riconosce la molteplicità delle morali come fattore necessario basato sulla diversità delle nature umane (non esiste una presunta “natura umana”, ma solo nature umane al plurale, con profondo scandalo degli illuministi e degli odierni sostenitori della filosofia dei “diritti umani”), ma, in quanto uomo d’eccezione, egli è ormai al di là di ogni costrizione morale, in quanto quest’ultima è utile e necessaria solo per l’individuo-massa, quello che lui chiama l’uomo gregario, oppure per colui il quale non ha comunque imparato ancora a camminare con le proprie gambe, senza appoggi, senza rassicuranti religioni ed escatologie di amore e perdono, senza una qualche speranza insomma. La speranza è una grande bugiarda. Ma non si pensi che Nietzsche si impantani in alcun tipo di pessimismo. Quale pessimismo per il profeta dell’eterno ritorno dell’eguale? Per colui il quale la Vita è una forza profonda e incommensurabile, senza fondo, senza misura, tremenda eppure incredibilmente ricca e sempre nuova? Il pessimismo di Nietzsche, in fondo, non è mai stato altro che “scepsi aristocratica”, un mai pago impulso a squarciare tutti i veli di maya delle confortanti ideologie moderne, ma non si è mai arenato, pur facendo esperienza di stati abissali dello spirito, nelle paludi della disperazione e dello scoramento. In questo la straordinaria forza d’animo di Nietzsche. Che così stiano i fatti ce lo dice lui stesso:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Ogni specie di pessimismo e di nichilismo diventa nella mano del più forte soltanto un martello e uno strumento in più, per acquisire un nuovo paio di ali.</em>”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Distruggere i vecchi limiti, opus niger, purificarsi dal piombo e rinascita in albedo come essere alato e leggero. Non è un caso che Nietzsche, nello Zarathustra, identifica il suo più grande nemico nello “spirito di pesantezza”, nient’altro che il Saturno-Piombo, il re dormiente, la forza oscura e fatalistica che trascina verso il basso. Questo per capire come, al di là di ogni formazione esoterica e di ogni formale adesione alla “Tradizione” nel senso che poi successivamente andrà a definire Evola, in Nietzsche fossero presenti e operanti tensioni profondissime dello spirito, che in particolare nello Zarathustra si materializzeranno simbolicamente in figure enigmatiche. L’eterno ritorno è il fremito di un animo dionisiaco, di colui che ha capito, in nuce, il senso ultimo di Dioniso come “archetipo della vita indistruttibile” come lo definisce K. Kerenyi, noto storico delle religioni. J. Evola, in uno scritto intitolato “Dioniso e la via della mano sinistra”, affermerà che le figure nietzschiane di Apollo e Dioniso, almeno per come sono delineate nella giovanile “La nascita della tragedia”, sono da considerare assai distanti dal loro senso tradizionale greco. Cionondimeno ci preme sottolineare quanto da vicino i concetti di <em>Ubermensch</em> e di eterno ritorno dell’eguale ricordano concetti propri all&#8217;universo religioso indoeuropeo. L’ideale di <em>Vir</em>, <em>Vira</em>, <em>Held</em>, <em>Heroos</em> è certamente diverso dal concetto di <em>Ubermensch</em>, ma presenta diversi punti di contatto con quest’ultimo. L’eterno ritorno dell’eguale non è certamente lo stesso delle dottrine esiodea o indù dei cicli cosmici, eppure l’<em>Ubermensch</em> sembra tanto quella “<em>nova progenies</em>”, di cui già cantava oltre due millenni fa il sommo Virgilio nella sua quarta ecloga, che sarebbe scesa dall&#8217;alto del cielo per mettere fine agli stenti e alle pene e ripristinare i mitici “<em>Saturnia regna</em>”. E così veniamo ad una conclusione molto importante. L’<em>Ubermensch</em> non è, propriamente parlando, un uomo, ma ne rappresenta precisamente il perenne superamento. L’<em>Ubermensch</em> è un essere in continuo auto trascendimento, che giustifica il suo essere “<em>mensch</em>” in virtù dell’<em>Uber</em>, dell’andare oltre sé stesso. Egli è dunque in quanto supera sé stesso. In una formula: “<em>progredior, ergo sum</em>”, l’elemento dell’essere non è fissato in un’identità fissa e stabile, ma in un continuo gettare dei ponti oltre sé. È in fondo ciò che ha ispirato l’idea heideggeriana del “progetto gettato”, “<em>das geworfene ich</em>”. È in fondo vero che Nietzsche era un ateo? Lo è stato davvero? Certamente, nel senso cristiano del termine. Eppure come considerare la sua stessa definizione di “pagano” come colui il quale, con atteggiamento sommamente affermativo, pronuncia il “grande si” a tutte le cose? È evidente che, secondo questa sua stessa definizione, egli rientrerebbe a pieno titolo tra i “pagani”. Che cos&#8217;altro di schiettamente indoeuropeo può dunque trovarsi in Nietzsche? Molto. Lo spirito dello “Zarathustra” è una sinfonia di grandissima bellezza, uno scritto per saggi e per invasati, e cioè per “tutti e per nessuno”. Saggi e invasati. Chi conosce anche solo per sentito dire della mitologia nordica sa benissimo che Wotan, uno degli archetipi più importanti per le popolazioni germaniche, è l’invasato e il saggio per eccellenza, rimandando il suo nome a un etimo indoeuropeo *<em>Wat-</em>, che si ritrova anche nel latino in <em>vat-es</em>. Pur non conoscendo bene l’antico mondo germanico, ed anzi dimostrando spesso una sensibilità aliena a quella della maggior parte dei tedeschi dei suoi tempi, Nietzsche ha riportato in vita lo spirito di Wotan tra le pagine dello Zarathustra, impersonandolo proprio in quest’ultimo. A una simile conclusione arrivò anche C. G. Jung, che parlò dell’archetipo di Wotan come componente chiave dell’inconscio ereditario dei germani. E certamente per noi non è un caso, pur non condividendo a pieno il concetto junghiano di inconscio collettivo, che tale archetipo si sia potuto manifestare con tale potenza e chiarezza in un filosofo che, appunto, non conosceva bene l’antico mondo germanico. Il centro della spiritualità dello Zarathustra ruota attorno a questi pochi ma intensi concetti: Vita, Salute, Forza. Sotto un preciso punto di vista la filosofia di Nietzsche si accorda appieno con l’idea indoeuropea del sacro, e cioè nella sua intuizione di esso come vita pulsante, come potenza immanente, come forza radicale e più concreta di ciò che comunemente si definisce concreto, una linfa che scorre impetuosa nelle vene dell’esistenza. Questa concezione assomiglia innegabilmente a quella romana del numen, dal radicale *nu-, ovvero presenza, attualità, immanenza. Tutto questo in netta opposizione con un’idea di “altri” mondi, di realtà divine astratte, di morali e giudizi di valore umani accollati ai vari “Dio”, “Jahweh”, “Allah”, “Gesù”, etc. Dio è morto nel mercato, nel chiasso dei calcoli e dei profitti, nella nascente civiltà (leggi inciviltà) capitalistica, tra i proclami deliranti dell’ultimo uomo che afferma “<em>non esistono uomini superiori: siamo tutti uguali</em>”. L’inversione della normale e legittima gerarchia tradizionale di cui siamo testimoni nell&#8217;odierno regno oclocratico è sinteticamente profetizzata nello Zarathustra:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Oggi infatti la gente da poco è diventata padrona: predicano tutti rassegnazione e modestia e astuzia e laboriosità e riguardo e il lungo eccetera delle piccole virtù. Ciò che è di natura femminea, servile e soprattutto miscuglio plebeo: questo ora vuol diventare signore di ogni destino umano: o schifo! Schifo! Schifo!</em>”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A questo proposito le attuali interpretazioni dell’<em>Ubermensch</em> sono totalmente carenti sotto il profilo filologico. Si vuole creare un Nietzsche che non è mai esistito laddove non è possibile calunniarlo, rigettarlo o ignorarlo, data la mole del suo pensiero e l’enorme influenza che quest’ultimo ha esercitato. Il cosiddetto Oltreuomo che va oggi piuttosto di moda non è affatto colui che ha superato la morale collocandosi al di là del bene e del male, bensì è il vile che, per istinto ribellistico e anarcoide (cose profondamente disprezzate da Nietzsche), ponendosi al di qua di essa la rigetta, non essendo abbastanza forte e autonomo per superarla, e forse anche solo per seguirla con disciplina. È così che le attuali interpretazioni di Nietzsche (sia detto per inciso, chi non ha un animo affine al suo non lo può comprendere) arrivano ad equiparare tristemente l’Ubermensch e l’ultimo uomo, così rivelando proprio una sensibilità da <em>Untermensch</em>! (mi si perdoni il termine) Essere al di sotto della morale non è evidentemente la stessa cosa che essere al di là di essa. La differenza è abissale, ed è esattamente quella che intercorre tra l’<em>Ubermensch</em> e l’ultimo uomo. Il concetto di <em>Ubermensch</em> è di così difficile comprensione per i contemporanei (diciamo pure che non l’ha capito quasi nessuno!) perché essi, così come pure già gli uomini moderni dei secoli precedenti, sono troppo abituati, diremmo anzi addirittura narcotizzati, a ragionare secondo concetti, valori, categorie e idee umane che non possono neppure realmente concepire un ideale di “uomo non umano”, figuriamoci comprenderlo appieno o peggio seguirlo. Al di là delle ragioni della follia che colpì Nietzsche durante grossomodo il suo ultimo decennio di vita, che non si spiegano secondo noi con malattie intese in senso puramente biologico, ma che hanno a che fare col piano dell’animo ancor prima che con quello del corpo, l’impressione di follia che si ricava da molte delle sue opere deriva dal recupero di una dimensione arcaica e pre-socratica di sapienza, quella dei vati e degli aedi e dei sapienti come Eraclito, con il cui pensiero la filosofia di Nietzsche è massimamente compatibile. Questa è l’ottima intuizione di G. Colli, grande studioso proprio di Nietzsche e dei presocratici. Impossibile sarebbe, a questo punto, ridurre Nietzsche esclusivamente a martellatore e distruttore di ogni orizzonte di senso marcio e di ogni idolo e illusione, una specie di “vandalo delle idee”. Nietzsche distrugge l’edificio vecchio fatiscente per sgombrare il campo a nuove Vie e a nuovi Valori, abbatte il fantasma di una metafisica stanca per realizzare il romano “hic et nunc”,  supera ogni concezione dualistica e idealistica per tentare di ricondurre, con uno sforzo titanico, tutto ciò che si è idealizzato come bello, sublime, magnifico, etc. ma concepito come lontano e inarrivabile sul piano effettuale e reale di conquista. È evidente a questo punto come la “pars construens” del pensiero di Nietzsche sia di un peso non indifferente. La seconda parte dei frammenti postumi noti come “Volontà di Potenza” è d&#8217;altronde tutto un enorme progetto di costruzione di nuovi Valori per Uomini nuovi e per un Mondo nuovo. Il seguente passo, tratto da “Al di là del bene e del male” può ben valere come appello per l’uomo del futuro, la cui venuta è ormai imminente e assolutamente necessaria:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“<em>Noi, che abbiamo un’altra fede, noi, per i quali il movimento democratico non è solo una forma di decadenza dell’organizzazione politica ma una forma di decadenza e cioè di riduzione dell’uomo, un suo diventare mediocre e perdere di valore: dove dobbiamo rivolgerci noi con le nostre speranze? Verso nuovi filosofi, non rimane altra scelta; verso spiriti abbastanza forti e indipendenti da poter stimolare opposti giudizi di valore e rivalutare e capovolgere “valori eterni”; verso precursori, verso uomini del futuro, che già oggi formano quei lacci e quei nodi che costringeranno la volontà di millenni verso nuove strade. Per insegnare all&#8217;uomo che il suo futuro è volontà, dipendente da una volontà umana e per preparare grandi avventure e tentativi collettivi di disciplina e di educazione, per mettere fine in tal modo all&#8217;orribile dominazione dell’assurdo e del caso che si è chiamata “storia” – l’assurdo della “maggioranza” è solo la sua forma più recente – perciò sarà necessario un giorno un nuovo tipo di filosofi e di detentori del comando di fronte alla cui immagine tutti gli spiriti nascosti, terribili e benefici che sono esistiti sulla terra, figureranno pallidi e deformi. L’immagine di tali condottieri è quella che ci sta davanti agli occhi – posso dirlo forte, voi spiriti liberi? Le circostanze, che bisognerebbe in parte creare e in parte sfruttare per la loro nascita, le presumibili vie e le prove grazie alle quali un’anima potrebbe giungere a una tale altezza e a una tale potenza a sentire il vincolo a questi compiti, un capovolgimento dei valori sotto la cui nuova pressione e sotto il cui martello una coscienza verrebbe temperata come acciaio e un cuore trasformato in bronzo, così da poter reggere al peso di una tale responsabilità. D’altro canto la necessità di tali condottieri, il terribile pericolo che essi possano mancare o fallire e degenerare, queste sono le nostre vere preoccupazioni e i turbamenti, lo sapete voi, voi spiriti liberi? Questi sono i nostri pesanti, lontani pensieri e le tempeste che passano nel cielo della nostra vita. Ci sono pochi dolori così acuti come l’aver visto, indovinato e partecipato al modo in cui un uomo straordinario si è allontanato dalla sua strada ed è degenerato. Chi però possiede la rara attenzione al comune pericolo che l’uomo stesso degeneri, chi come noi ha riconosciuto la mostruosa casualità che finora ha giocato il suo gioco sul futuro dell’uomo – un gioco al quale non ha partecipato né una mano e neppure un “dito di Dio”! – chi scopre la fatalità che giace nascosta nell&#8217;idiota ingenuità e nella fiduciosa credulità delle “idee moderne”, e ancor più in tutt&#8217;intera la morale cristiano-europea, costui soffrirà un’angoscia con la quale nessun’altra si lascia paragonare, con un unico sguardo egli abbraccerà tutto ciò che con una concentrazione e un incremento favorevole di forze e di compiti ci sarebbe ancora da ottenere con l’educazione dall&#8217;uomo egli sa con tutto il sapere della sua coscienza come l’uomo non sia ancora esaurito per le massime possibilità e come il tipo “uomo” sia stato già spesso vicino a decisioni segrete e a nuove vie, egli sa ancor meglio per un suo ricordo dolorosissimo contro quali miserabili cose un essere in divenire, di altissimo rango, fino ad oggi si sia infranto, sfasciato, sia colato a picco, sia divenuto miserabile. La totale degenerazione dell’uomo giù fino a ciò che oggi appare ai babbei socialisti e alle teste vuote come il loro “uomo del futuro”, come il loro ideale, questa degenerazione e deprezzamento dell’uomo a perfetto animale del gregge (o come essi dicono in uomo della “società libera”), questo abbrutimento dell’uomo in bestiola con uguali diritti ed esigenze è possibile, non vi è alcun dubbio! Chi ha pensato a questa possibilità fino in fondo, almeno una volta, conosce una nausea in più rispetto agli altri uomini, e forse anche un nuovo compito!</em>”</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giuseppe Arminio De Falco</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p>[1] <em>Non lasciamoci fuorviare: i grandi spiriti sono degli scettici. Zarathustra è uno scettico. La forza, la libertà derivante da vigore e da eccesso di vigore dello spirito si dimostrano mediante la scepsi. Gli uomini che abbracciano una convinzione non hanno alcun rilievo per ciò che è fondamentale in fatto di valore e non-valore. Le convinzioni sono prigioni. Non vedono abbastanza lontano, non vedono al disotto di sé &#8211; dietro di sé&#8230; Uno spirito che voglia grandi cose, che voglia anche i mezzi per esse, è necessariamente uno scettico. La libertà da ogni sorta di convinzioni, il saper guardare liberamente è elemento costitutivo della forza&#8230; La grande passione, fondamento e potenza del suo essere, ancora più illuminata, ancora più tirannica di quanto lo sia egli stesso, ne impegna intero l&#8217;intelletto; essa rende privi di scrupoli; essa gli dà perfino il coraggio dei mezzi empii; in certi casi gli concede delle convinzioni. La convinzione come strumento: molte cose si raggiungono solo mediante convinzione. </em>La grande passione ha bisogno di convinzioni e le usa, non si sottomette a quelle &#8211; essa si conosce sovrana.</p>
<p>[2] <em>Così parlò Zarathustra</em>.</p>
<p>[3]Agostino, <em>De Correptione et Gratia</em>, 9, 25.</p>
<p>[4] <em>La Gaia Scienza</em>.</p>
<p>[5] <em>L’anticristo</em>.</p>

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		<title>Sul presunto umanesimo degli antichi</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Oct 2014 08:08:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. De Falco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; di Giuseppe Arminio De Falco &#160; Quando si parla di età classica e di civiltà classica è quasi inevitabile, oggi, associare a queste parole idee come “libertà”, “cultura”, “raffinatezza”, “libero pensiero”, etc. complice una lettura profondamente distorta di quest’epoca (nella fattispecie l’interpretazione illuministica) avente la sua origine nella pressoché totale incomprensione cristiana per i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><em>di <strong>Giuseppe Arminio De Falco</strong></em></p>
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<p style="text-align: justify;">Quando si parla di età classica e di civiltà classica è quasi inevitabile, oggi, associare a queste parole idee come “libertà”, “cultura”, “raffinatezza”, “libero pensiero”, etc. complice una lettura profondamente distorta di quest’epoca (nella fattispecie l’interpretazione illuministica) avente la sua origine nella pressoché totale incomprensione cristiana per i valori del cosiddetto mondo “pagano”. La vulgata ufficiale vorrebbe infatti, alla base dell’Umanesimo, una riscoperta dei “classici” e quindi dei valori del mondo antico. A nostro parere questa è una delle numerose distorsioni interpretative di cui normalmente l’uomo moderno si serve per comodità quando non è effettivamente in grado di comprendere un determinato fenomeno, troppo lontano dal suo modo di sentire e di intendere per poter essere anche solo avvicinato. E così, in questi casi, le possibilità che si danno sul piano dell’ermeneutica potremmo dire essere essenzialmente due.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/10/1485095_268788809950938_1716989786_n.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-4112 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/10/1485095_268788809950938_1716989786_n-226x300.jpg" alt="1485095_268788809950938_1716989786_n" width="226" height="300" /></a> Nel primo caso ciò che non si riesce a comprendere viene semplicemente rifiutato o peggio demonizzato, nei casi in cui evidentemente l’oggetto d’analisi non è suscettibile di essere in qualche modo ricondotto a logiche già note o imbrigliato nella piccola rete della propria “verità”. Nel secondo caso, invece, si procede a una specie di assimilazione, ovvero a una falsificazione e a uno snaturamento complessivo dell’oggetto in questione. È esattamente questo il caso del cosiddetto “Umanesimo” degli antichi. Sulla base delle correnti interpretazioni si tende infatti facilmente a vedere, in determinate scuole di pensiero dell’antichità, quale ad esempio quella cui faceva capo Protagora, la manifestazione di una visione del mondo antropocentrica. A questo riguardo occorrerebbe una chiarificazione circa la dottrina del summenzionato filosofo. Se è vero che la maggior parte dei sofisti fu tutt’altro che saggia e illuminata, va però ugualmente detto che la dottrina protagorea che vorrebbe l’uomo “<em>misura di tutte le cose</em>” è alquanto mal compresa e abusata circa il suo significato proprio. Ci si dimentica infatti molto spesso di citare il pensiero del filosofo al completo, che suona, nel suo senso complessivo, abbastanza diversamente da quanto potrebbe far pensare la frase incompleta in un primo momento.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono</em>”,</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">questa è la citazione completa, che apre ad interpretazioni anche piuttosto diverse da un semplice antropocentrismo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Con il Cristianesimo si può dire che l’uomo occidentale si sia sempre più abituato a vedere sé stesso come centro dell’universo in un senso alquanto improprio e nettamente diverso da quello protagoreo. Secondo il pensiero di quest’ultimo, infatti, è certamente ravvisabile una sorta di “centralità” dell’uomo, ma questa va ben compresa alla luce di diverse altre dottrine tradizionali che in questo caso possono aiutarci non poco. È infatti una verità condivisa da numerose civiltà tradizionali, a partire da quella dell’antica Cina fino a quella scandinava, che l’uomo rappresenti, in un certo senso, un “punto mediano” nell’asse del mondo, un essere a metà tra il cielo e la terra, in tal modo avente entrambe le nature, in modalità anche molto differenti, ad esempio a seconda dei ceppi etnici di riferimento, del periodo cosmico in cui si trova a vivere, etc. “L’uomo misura di tutte le cose” ci appare altresì come l’uomo in senso ideale, ovvero nel suo senso più intimo ed essenziale, e cioè come “uomo universale”, ciò che l’esoterismo islamico conosce come <em>El-insanul-kamil</em>, quello ebraico come <em>Adam</em> <em>kadmon</em> e quello indù come <em>Vaishvanara</em>. Questa dottrina tradizionale riconosce nell’uomo un potenziale “uomo cosmico”, ovvero un corpo universale e onnicomprensivo, da cui ogni realtà sensibile e ipersensibile trae origine. Da questo punto di vista la dottrina dell’uomo cosmico presenta una forte analogia col tema del “macroantropo”, gigante primordiale dal cui smembramento ha origine il mondo, con la differenza che quest’ultima figura appartiene al campo propriamente mitico-cosmologico. L’uomo universale, secondo le dottrine summenzionate, era appunto concepito come un “grande corpo” cosciente, in cui, in un certo senso, potevano trovarsi tutti gli elementi del mondo, talvolta come pura potenzialità ovvero come semi, a volte invece come virgulti o germogli o anche, nel migliore dei casi, come alberi vigorosi. In ogni caso la dottrina protagorea sopra considerata, piuttosto che come un’anomala insorgenza proto-umanista andrebbe vista come una forma tutt’al più non originaria o in qualche misura distorta di una tale dottrina tradizionale propria ai più diversi popoli della terra. È in ogni caso fuor di dubbio che, in terra ellenica, patria di spicco dell’arte come misura e proporzione esatta, al di là della questione relativa a Protagora, dovette senz’altro esistere una dottrina o quantomeno una chiara consapevolezza più o meno diffusa circa la continuità diretta tra uomo e mondo, data l’importanza assolutamente centrale accordata da tutti i cosiddetti “paganesimi” a un approccio spirituale “cosmico” e mai puramente individuale, esaurentesi in uno sterile quanto vano solipsismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Affermata dunque in questo senso, la proposizione circa l’universalità dell’uomo è pienamente giustificata ed anzi in pieno accordo con le dottrine tradizionali; tuttavia bisognerebbe distinguere bene tra questo primo caso e quello in cui invece “l’uomo misura di tutte le cose” viene assunto in un senso assai diverso. È questo, in fondo, il caso proprio all’Umanesimo. Nel secolo quattordicesimo e assai più nel quindicesimo maturarono infatti dei frutti davvero singolari nella storia del pensiero e dello spirito: l’uomo spodesta il trono di Dio, ovvero assume egli stesso una centralità che, per sua natura, non può affatto competergli. Ora, con questo atto, la cui portata rivoluzionaria non potrà mai essere sufficientemente sottolineata, si apre un’epoca totalmente nuova e il destino non più della sola Europa ma dell’umanità intera imbocca un cammino dagli esiti a dir poco tragici. La rinascita del pensiero neoplatonico, in ottimi pensatori quali Ficino e Cusano, i quali non ponevano l’uomo al posto di Dio ma ricordavano semplicemente che il secondo è l’essenza del primo, non poté arrestare un morbo assai diffuso e rispondente a una sensibilità e ad una visione del mondo ormai assai consolidata. La radice di questo morbo è già insita nel pensiero cristiano che umanizza un Dio onnipotente e lo pone al livello umano e anzi al servizio degli uomini. La rivoluzione cristiana è consistita esattamente in questo: Dio si è fatto uomo. Non è l’uomo, beninteso, a farsi dio e a muoversi verso il cielo, ma è il cielo che, per amore della terra, si abbassa e <em>soffre </em>per essa. Inutile rilevare quanto ciò esprima una sensibilità radicalmente antiromana, un sentimentalismo femmineo e un orientamento spirituale essenzialmente passivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, a partire da questa pretesa (usare il termine di rivelazione mi sembra improprio) non si è affatto venuta a costituire una società più pia e religiosa (come vorrebbe la vulgata cristiana), bensì il germe stesso dell’ateismo. È altresì noto che i romani fedeli alla loro tradizione ancestrale, tra cui lo stesso Giuliano Imperatore, definissero atei i cristiani. I romani, infatti, vedevano nel Cristianesimo una sorta di empio nichilismo, frutto di menti volgari e animi scissi, che, incapaci di autosufficienza e dominio di sé stessi, finivano per vedere nel mondo nient’altro che una “<em>valle di lacrime</em>”[1] o una “<em>massa diabuli ac perditionis</em>”[2]. Non è dunque, beninteso, all’<em>humanitas </em>come valore di <em>magnanimitas</em> e <em>nobilitas</em>, così come ad esempio è intesa da Hans F. K. Gunther[3], che intendiamo muovere una critica, bensì al secolare processo di umanizzazione del divino, iniziato con l’idea messianica evangelica e terminato, potremmo dire, col razionalismo di Cartesio. Il discrimine effettivo sta qui dunque nel senso dato al termine “umano”, questione di non facile risoluzione. È d’altronde naturale che ciascuna civiltà plasmi il suo proprio concetto di “uomo” a seconda dell’idea generale che un popolo ha del valore della propria vita e del proprio agire nel mondo. Molto esplicativo di una visione nettamente orizzontale dell’uomo è quella che si può ricavare dal Qoeleth dell’antico testamento, dov’è scritto:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come </em><em>bestie</em><em>. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla </em><em>polvere</em><em> e tutto ritorna nella polvere. Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?</em>”[4]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Del tutto opposta a questa triste visione dell’uomo vi è invece quella dell’<em>hochgemuete</em> degli antichi tedeschi o quella della <em>megalopsychia</em> degli antichi elleni, fino ad arrivare alla <em>stormenska</em> degli antichi islandesi. Ma la cultura europea non morì di certo di colpo, semmai, potremmo dire, si estinse dopo innumerevoli stenti e morì di freddo. Ma ancora tra diciottesimo e diciannovesimo secolo uno Schiller esprimeva un ideale superiore di umanità:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Milioni si affannano a perpetuare la specie; ma solo in pochi fiorisce la vera umanità</em>”[5].</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Riguardo all’accezione classica del termine <em>humanitas</em> Gunther scrive ottimamente:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>La prisca romanità, che il vecchio Catone avrebbe voluto conservare intatta, appare all’epoca degli Scipioni troppo sobria e angusta. L’humanitas portava seco anche una “umanizzazione” delle tradizionali virtù romane, e insieme il loro affinamento. Quindi anche una benevolenza che, come “umanità”, doveva mitigare la severità romana ed iniziarla al gusto del bello, all’amore della cultura, all’urbana e cordiale socievolezza. Humanus era, secondo questa nuova concezione, l’uomo nobile, ma, al tempo stesso, anche colui che possedeva una educazione spirituale, mentre inhumanus assumeva il significato di “barbaro”</em>”[6].</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In una certa misura, però, va detto che tale ideale agì anche in un senso deleterio, in quanto produsse delle forme di pensiero proto-universalistico, uno dei rappresentanti del quale può essere individuato in Terenzio, per altro non romano d’origine. “<em>Homo sum, humani nihil a me alienum puto</em>”[7]. In ogni caso un simile pensiero di universalistica fratellanza, che tanto ricorda idee ben più tarde, non venne mai a costituirsi come effettivamente dominante né tantomeno è vera l’assunzione secondo la quale l’ideale classico di <em>humanitas</em> si riducesse a questo[8]. Ecco che dunque il concetto antico di <em>humanitas</em> è più complesso di quel che abitualmente si tende a vedere in esso e presenta non poche ambiguità, frutto forse delle stesse influenze che subisce ordinariamente l’uomo, tendenze cioè sia ascendenti o anagogiche che discendenti o “catagogiche”. Ma veniamo ora all’Umanesimo moderno. Abbiamo qui a che fare con ben altri orizzonti di idee rispetto a quelli visti per l’antichità classica e, d’altronde, per un periodo erede del cristianissimo medioevo non poteva essere diversamente. Comunemente si crede, infatti, che l’Umanesimo rappresenti una rottura di netto col medioevo e una ripresa, in chiave diversa, di temi e ideali culturali della stessa antichità classica. Niente di più sbagliato, noi crediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eccezion fatta per alcune elevate figure, tra cui i già citati Ficino e Cusano, la cultura umanistica è caratterizzata, nella sua essenza, dalla cristianissima umanizzazione di Dio, a partire dalla quale essa teorizza la sua centralità dell’essere umano, non già nel suo aspetto divino, ma nella sua immediatezza biologica e razionale, cioè proprio in quel che in lui vi è di più umano. Questa velenosa idea, commista all’ideale faustiano europeo di potenza e autosuperamento, insito in un certo qual modo nella natura stessa dell’Europa quale realtà spirituale, doveva produrre quello che poi sarà il catastrofico mito del progresso, essendo giunti ormai a porre il contingente e l’inferiore come valore supremo e unico oggetto possibile di assidua ricerca. È infatti a partire da quest’era che si può iniziare a parlare di “eurocentrismo” e, in un certo senso, anche di razzismo volgare e di bassa lega, che caratterizzerà tutta l’epoca moderna. Come esempio assai esplicativo di questo tipo di “umanesimo” si potrebbe considerare il caso di Bernardino Telesio. Quest’ultimo abbandona totalmente i metodi propri alla metafisica classica (derivazione del basso dall’alto, ovvero dell’umano dal divino, ecc.) e riconosce valido metodo di analisi della natura solo la scienza fisica e ogni mezzo che faccia leva sulla mera raccolta di dati sensibili. Telesio riduce altresì l’intelletto, fino ad allora concepito aristotelicamente come <em>nous</em>, ovvero come principio superiore universale, a pura razionalità, non lesinando neppure un’identificazione di quest’ultimo con la realtà materiale. Inoltre, il naturalista cosentino riduce l’uomo a una sorta di “re degli animali”, il cui massimo bene consisterebbe non già nell’esercizio dell’intelletto (in senso aristotelico), ma nel mero appagamento dei bisogni e nella sua propria conservazione, distinguendosi così dalle bestie solo in maniera contingente, non essendo appunto l’intelletto altro dalla stessa realtà materiale, bensì un prodotto della stessa. È esattamente da queste premesse che verrà a svilupparsi il giusnaturalismo, le teorie politiche di Hobbes, l’etica mercantile di uno Hume o di un Adam Smith. Difatti il Cristianesimo, bandendo Dio al di fuori del mondo, come ente totalmente trascendente, di cui la creazione non rappresenterebbe altro che sua opera del tutto gratuita e priva di necessità e autosussistenza, apriva già le porte alle ultime conseguenze del pensiero occidentale moderno, ovvero al nichilismo. In questo senso si può ben intendere il Cristianesimo non già in opposizione ma come diretto progenitore del fenomeno culturale e filosofico noto come Umanesimo, con buona pace, sia detto ancora, delle non poche anime virtuose da esso prodotte. È così che, d’altro canto, il Medioevo ci appare realmente come <em>media</em> <em>aetas</em>, ovvero come evo medio, periodo culturalmente, filosoficamente e spiritualmente posto a metà tra epoca antica ed epoca moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi è dubbio circa il fatto che le società antiche fossero, in un certo senso, teocentriche, ma lo erano in un modo tutto diverso dal successivo teocentrismo medievale, la cui struttura riprenderà l’Umanesimo successivamente, solo sostituendo a Dio l’uomo. D’altra parte potrà a molti sembrare altamente discutibile che l’Umanesimo si qualifichi come epoca “antropocentrica”, giocandovi in fondo la religione ancora un ruolo di primissima importanza, e questo ancora per diversi secoli, sino, potremmo dire, alle soglie del postmoderno. Cionondimeno va secondo noi compreso che, già nel Medioevo, il concetto di Dio si umanizza enormemente, giungendo ormai la religione, all’alba dell’evo moderno, ad essere un fatto, tutto sommato, puramente umano, costruita su valori umani, sostanziata di sentimenti umani, e riconducente a nient’altro che all’ambito umano stesso. E dunque, pur essendo nominalmente “Dio” ancora al centro, difatti ad esserlo era l’uomo, che così si riduce ad adorare se stesso e finanche le sue parti meno nobili. Ecco che quindi il Medioevo ci appare paradossalmente come un periodo nettamente più “umano” che non il mondo antico. Seguendo una tale ricostruzione si può coerentemente riconoscere l’Umanesimo moderno non già, come sostenuto a gran voce e ormai stancamente, come se si trattasse di verità ovvie e scontate, quale rinascita del mondo antico, (una tal cosa è in parte condivisibile per quel che riguarda il Rinascimento italiano, pur con i suoi evidentissimi limiti) ma come diretto discendente del Medioevo, e come versione, per così dire, “laicizzata” dello stesso. Questo al netto di una certa storiografia che vorrebbe i più grandi lasciti del mondo antico consistere in razionalità, “umanesimo” e in una decadente “raffinatezza culturale”. Un chiarimento a questo riguardo non può che giovare per poter meglio inquadrare i vari periodi storici e poterli leggere in maniera più obiettiva. Una ragione in più, dunque, per preferire, al decadente Umanesimo, con il suo culto dell’<em>umano troppo umano</em>, l’<em>humanitas</em> della cultura eroica, quella stessa che poteva riunire, in un medesimo campo, uomini e dei, in un perenne superamento dei primi per il raggiungimento dei secondi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p>[1] Dalla preghiera “Salve Regina”, la cui composizione risale all’epoca medievale da parte di Ermanno di Richeneau, il quale scrisse, nei suoi Annales: “<em>questa stessa vita mortale era divenuta meschina e tediosa e, d&#8217;altra parte, il mondo futuro, che non avrà termine, e quella vita eterna, sono divenuti indicibilmente desiderabili e cari, così che io considero tutte queste cose passeggere non più dell&#8217;impalpabile calugine del cardo.</em>” Bertoldo di Reichenau, suo discepolo, descrisse la sua morte come una liberazione dalla “<em>tediosa prigione del mondo</em>”. Di simili esempi sono d’altronde piene le cronache medievali.</p>
<p>[2] Agostino, <em>De Correptione et Gratia</em>, 9, 25.</p>
<p>[3] <em>Humanitas</em>, Padova 2011.</p>
<p>[4] 3, 18 – 21.</p>
<p>[5] La citazione è riportata da Gunther in <em>Humanitas</em>, p. 91. L’ideale schilleriano verte in ogni caso su un’“<em>Aesthetische Aristokratie</em>”, ovvero un’aristocrazia estetica, centrata nello sviluppo dell’alto sentire e degli istinti nobili.</p>
<p>[6] <em>Op. cit.</em> p. 87.</p>
<p>[7] <em>Heautontimoroumenos</em>, v. 77.</p>
<p>[8] Va notato che il termine stesso “<em>classicus</em>” ha, in origine, un significato essenzialmente “aristocratico” ed elitario, in quanto esprime ciò che di meglio è stato espresso, sul piano culturale, dal popolo romano. In latino, d’altro canto, <em>classicus</em> aveva il significato di “ottimo, eccellente, di prima classe”.</p>

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		<title>Nascita dell’individualismo</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2014 09:43:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. De Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sotto uno specifico punto di vista le odierne società occidentali ci appaiono particolarmente lontane da un normale stato di salute, ovvero sotto l’aspetto propriamente “sociale” e delle relazioni umane. L’odierno “regno animale dello Spirito”, per usare le parole di Hegel, circoscrive gli interessi e gli appetiti umani unicamente nella soddisfazione solipsistica del proprio ego, nella [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sotto uno specifico punto di vista le odierne società occidentali ci appaiono particolarmente lontane da un normale stato di salute, ovvero sotto l’aspetto propriamente “sociale” e delle relazioni umane. L’odierno “regno animale dello Spirito”, per usare le parole di Hegel, circoscrive gli interessi e gli appetiti umani unicamente nella soddisfazione solipsistica del proprio ego, nella luciferina glorificazione di un individuo singolo atomizzato non più definito essenzialmente, come in ogni stato organico, in rapporto agli altri come <em>parte</em>, ma, cosa singolarmente assurda, come <em>valore a sé</em>. Bisogna dire che l’Occidente è storicamente pervaso, sin dall’antichità, dal mito della libertà e dell’individualità e che quest’ultime si possono facilmente riscontrare, oltre che presso i greci, anche nell’indole e nel temperamento di tutte le altre popolazioni europee. Ora in antico a questa forte e nobile vocazione all’affermazione individuale e al senso di sovrana libertà si affiancava però un altrettanto forte senso civico e comunitario, massimamente sviluppati nella civiltà di Roma che riuscì più di tutte e coniugare i primi valori con i secondi. Viceversa nell’occidente moderno, a partire potremmo dire dall’eclisse del medioevo, l’originaria aspirazione alla conquista della libertà interiore viene meno, viepiù sostituita da una volontà essenzialmente opposta: è la nascita, o meglio il risveglio, del demone faustiano dell’Occidente. Le vere radici di quest’ultimo vanno infatti cercate nella perversione e nel capovolgimento delle legittime aspirazioni di libertà individuale e relativa indipendenza del singolo dalla comunità (aspirazioni che mai però andavano a ledere direttamente l’interesse della collettività in nome di un qualsivoglia beneficio del singolo). In breve possiamo ben dire che il liberalismo prima e il neoliberalismo poi, in salse diverse ma secondo una comune visione del mondo, hanno profondamente tradito lo spirito comunitario europeo e rinnegato i suoi veri “immortali principi”, che nulla hanno ovviamente a che fare con “libertà”, “eguaglianza” e “fratellanza”, che dovrebbero piuttosto tradursi con “arbitrio”, “equivalenza” e “anarchia”, bensì i valori di “<em>Humanitas</em>”, “<em>Concordia</em>”, “<em>Fides</em>”, “<em>Pietas</em>”, “<em>Virtus</em>”, etc. È stato il tradimento di Platone, di Aristotele, di Pitagora, della scolastica e con loro di ogni legittima tradizione che ponesse l’uomo come essere “cosmico” e non come un “in-sé-e-per-sé”, una fantasmagorica “pura potenzialità” senza determinazioni che in realtà è introvabile in natura. Questo processo di astrazione dell’uomo ha naturalmente scardinato ogni senso di organicità nella comunità in quanto nel singolo non si è più visto tanto il Sacerdote, il Guerriero, l’Artigiano o il Mercante quanto essenzialmente un non meglio definito “essere umano”.</p>
<p style="text-align: justify;">A nostro avviso, essendo l’uomo fatto a “immagine e somiglianza di Dio”, non è logicamente possibile credere che tale astrazione dell’uomo sia avvenuta se non tramite una precedente astrazione del divino. Tale astrazione del divino si è venuta a formare, caso unico nell’antichità, tanto misterioso quanto curioso, nel Giudaismo di 3.000 anni fa circa. Per la prima volta, infatti, veniva qui affermata non semplicemente, cosa ampiamente nota a tutti i popoli della terra, l’unità del divino, quanto la sua <em>unicità</em> e la sua <em>esclusività</em> tramite la fede in un dio unico. Che qui si debba essenzialmente parlare di “monolatria” e non di monoteismo o di dottrina dell’unità divina  è evidente anche solo a una semplice lettura del testo biblico. Quello che lì viene affermato è un singolo dio <em>senza particolari attributi</em> e l’esclusione di ogni altro, prima mediante l’affermazione della supremazia di Jahveh sugli altri “dei delle genti”[1], in un secondo tempo mediante la negazione recisa di ogni altra divinità[2]. A giudicare dalla storia si direbbe che l’idea di origine classica, ma presente in un certo modo anche in Hegel, della coscienza di una data comunità come riflesso e/o incarnazione di un’ideale archetipica figura divina si sia provata veritiera anche nel caso della storia del popolo di Israele, considerando il suo generale comportamento dalla sua costituzione fino ai nostri giorni, in particolar modo la sua attitudine nei confronti dei popoli stranieri. Ma non vogliamo ora entrare nel dettaglio di quella che è senz’altro una questione che meriterebbe un’ampia trattazione a parte, e cioè quella delle origini del monoteismo in relazione al genio specifico del popolo ebraico e alle mutazioni avvenute in seno ad esso. Ciò che è qui importante comprendere è che, in buona sostanza, l’odierno individualismo è frutto di un <em>radicato e lungo processo di alienazione spirituale</em>, che inizia a manifestarsi già con la cristianizzazione dell’Europa e, cioè, con l’acquisizione, tramite essa, di una mentalità profondamente incompatibile con i suoi valori autoctoni millenari, unici garanti della sua sopravvivenza e della sua salute. L’alienazione sociale di cui parlavamo ad inizio articolo trae origine esattamente a partire da questa alienazione spirituale, e cioè da tale fondamentale scissione tra un dio assolutamente trascendente concepito come un “tutto altro” e un mondo “sdivinizzato” abitato parimenti da razze umane non divine, tutte concepite come delle “creature” di questo stesso dio, dinanzi al quale sono tutte uguali e hanno lo stesso valore, differenziandosi realmente solo per meriti di osservanza religiosa. La conseguenza immediata di ciò fu l’impoverirsi della religione in formule puramente esteriori da un lato, e dall’altro la riduzione dell’orizzonte del sacro a <em>privata</em> <em>quaestio</em>, deprivandolo difatti della sua decisiva e fondamentale carica pubblica comunitaria, primaria fonte di concordia e unità degli animi. Questa concreta forza di coesione sociale fornita dalla religione è di per sé a tal punto evidente che persino le scuole di pensiero meno “spiritualiste” e più prossime al materialismo, come quella della sociologia di Durkheim, pur riducendovi essenzialmente il fenomeno religioso umano nel suo complesso, hanno dovuto ammetterla. Il punto fondamentale, su cui forse ancora pochi si sono soffermati adeguatamente, è che la graduale rimozione della natura di legante comunitario alla religione, con il suo conseguente ridursi a privata forma salvifica, causa non pochi problemi sul piano prettamente sociale, e problemi invero di non poco spessore. Bisogna dire che tale scissione, con conseguente predominio del privato sul pubblico, seppure iniziata a nostro avviso con l’era cristiana, era tuttavia ancora molto poco sviluppata nel medioevo dove, malgrado tutto, persistevano forti logiche comunitarie[3]. Alla stessa conclusione arriva Alain De Benoist, nella raccolta di saggi “<em>Identità</em> <em>e</em> <em>Comunità</em>”, che così scrive:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>A partire dai secoli III e IV l’individuo diventa così un essere il cui valore può essere ridotto solo a se stesso, dotato di un’intimità con se stesso, potenzialmente in grado di pensarsi al di fuori da ogni referente. Infine, con il cristianesimo la morale cessa di confondersi con ciò che è bene essere per riferirsi a ciò che è giusto fare. La morale cessa di essere sostanziale, essa diventa un obbligo procedurale</em>”[4].</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">È inoltre opportuno sottolineare che tale sincope dell’essere umano nel campo religioso prima e, conseguentemente, in quello sociale poi ha come sua primaria manifestazione sul piano interiore un sentimento di sfiducia, impotenza e insufficienza a sé stessi, stato d’animo non a caso caratteristico quantomeno degli strati sociali bassi del periodo della Roma tardo imperiale. Come sempre la storia si rivela essere una grande narrazione di istinti dominanti e dominati, così che laddove quelli fiacchi e vili ottengono il predominio su quelli sani e robusti si hanno costituzioni e consorzi umani all’insegna del cattivo gusto e della <em>décadence</em>. Ma, se prendiamo per buona la “genealogia della morale” individualista sopra delineata, allora l’individualismo ci apparirà, paradossalmente, proprio come un’esplicazione di un’interiore deficienza piuttosto che il contrario, ovvero come una presunta morale di glorificazione degli istinti del singolo oppresso dalle restrizioni soffocanti della collettività[5]. Naturalmente è proprio in quest’ultimo modo e sotto questa fittizia luce che le ideologie massimamente intrise di individualismo, quali ad esempio il liberalismo anglosassone, hanno voluto vedere tale fenomeno, quasi sempre camuffandolo sotto i falsi nomi di “emancipazione”, “libertà”, “diritti umani” e chi più ne ha più ne metta. Ad analoghe conclusioni arriverà Hegel nelle sue “<em>Lezioni</em> <em>sulla</em> <em>filosofia</em> <em>della</em> <em>storia</em>”, in cui afferma:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>Proprio quella libertà soggettiva, che costituisce il principio e la forma peculiare della libertà nel nostro mondo, l’assoluto fondamento del nostro stato e della nostra vita religiosa, poté presentarsi alla Grecia come la rovina</em>”[6].</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E ancora, poche pagine dopo, sulla forma astratta dello stato di tipo moderno in contrapposizione alla solida concretezza della <em>polis</em> antica:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“<em>L’astrazione di uno stato, che per il nostro intelletto è l’essenziale, essi non la conoscevano: loro fine era la patria vivente: questa Atene, questa Sparta, questi templi, questi altari, questo modo di convivenza, questa cerchia di cittadini, queste usanze e abitudini. Per il Greco la patria era una necessità, senza cui non poteva vivere</em>”[7].</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Secondo una tale ricostruzione l’illuminismo ci appare non già come radicale negazione delle premesse bibliche giudeo-cristiane, bensì come il loro compimento e la loro definitiva “liberazione” da tutti gli elementi “pagani” di cui ancora ampiamente, in modo più o meno esplicito, era sostanziato il Cristianesimo medievale. Ora, nella fase di compiuta alienazione, l’uomo non è più astrattamente uguale al suo “prossimo” in vista di un “altro” mondo e agli occhi di un Dio-giudice, ma lo è già <em>hic</em> <em>et</em> <em>nunc</em> dinanzi a una “legge uguale per tutti”.</p>
<p style="text-align: justify;">A nostro avviso sono però in errore anche coloro che, pur con le migliori intenzioni possibili, considerano una certa idea di uguaglianza come propedeutica a una corretta articolazione di uno stato di tipo comunitario, essendo paradossalmente l’idea di uguaglianza, e questo è ciò che fondamentalmente qui sosteniamo, in netto contrasto con una vocazione autenticamente comunitaria. Come abbiamo visto infatti, se è vero che <em>historia</em> <em>magistra</em> <em>vitae</em> <em>est</em>, il fenomeno ideologico individualista si associa sin dalle origini a ideologie tutt’altro che antiegualitarie. Questo può apparire paradossale se non anche quasi assurdo solo da un punto di vista estremamente superficiale. Infatti, se è vero che in sé la Natura è antiegualitaria, e non c’è davvero bisogno d’altro che di una minima dose di buon senso per comprenderlo, e che parimenti l’uomo è per Natura “animale comunitario” (Aristotele), è frutto di autentica distorsione ideologica credere che parole come “comunità” e “uguaglianza” possano mai andare d’accordo. E che questi due concetti non vadano d’accordo ma cozzino tra loro violentemente lo si può vedere benissimo dalle conseguenze storiche che l’ideologia dell’universale “fratellanza” ha prodotto a livello globale. Non è d’altronde un caso che proprio negli ultimi due secoli, e cioè nel periodo in cui tale ideologia ha avuto la meglio su tutti i “superati” e “antiquati” pregiudizi d’antico regime, le comunità europee, e con esse tutti gli insiemi secolari di tradizioni e culture, siano state sistematicamente demolite in nome del “progresso”. Male si illude colui il quale oggi creda sinceramente di vivere in un paese “erede” di Roma e del suo Spirito, essendo le premesse ideologiche e le visioni del mondo oggi dominanti e quasi totalmente maggioritarie sull’intero globo terracqueo nettamente opposte a quelle nutrite dagli uomini che diedero vita a ciò che noi oggi consideriamo la nostra civiltà ancestrale. Con questo non si vuole certamente affermare che ci manchi, in linea generale, il benché minimo collegamento con l’eredita spirituale dei nostri antichi padri, cosa che annullerebbe automaticamente ogni idea viva (ma anche morta!) di Tradizione, bensì che tale collegamento è nei più unicamente labile e sbiadita <em>traccia</em>, ovvero nulla di realmente attivo. Tuttavia è proprio unicamente in un orizzonte massificato e promiscuo, quale quello delle attuali aree urbane, che, in accordo con una netta prevalenza dell’elemento quantitativo su quello qualitativo, è possibile avere contesti sociali umani in cui le relazioni si riducono per forza di cose a mere questioni burocratiche nella maggior parte dei casi, e a rapporti in larga parte fittizi e strumentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Così giungiamo a una non certo bella conclusione: l’uomo moderno ha, in larga parte, obliato il senso del suo relazionarsi ai propri simili. Ecco che dunque non solo le ragioni più elevate e nobili di ciò che si suole chiamare “società”, ma anche solo le più elementari e basilari risultano perdute e dimenticate. In altre parole si può dire che l’uomo odierno non riesca proprio a concepire la socialità come altro se non come uno strumento di grossolani benefici personali, favori, “divertimento” e persino come “tampone emotivo”, ovvero come una sorta di stampella necessaria allo zoppo per poter stare in piedi, laddove da solo non vi riuscirebbe. Insomma in larga parte il sociale e le “amicizie” valgono per i più nient’altro se non come modalità di evasione e consolazione, come anestetico, copertura delle proprie deficienze interiori e quindi come fuga da sé stessi e dalla necessità di avere un carattere e una drittura. Così, venendo meno ogni legame sociale profondo, ovvero fondato su <em>Fides </em>e <em>Concordia</em>, cioè su una reciproca fiducia e su una capacità di mediazione ed empatica comprensione delle ragioni dell’altro, viene meno anche l’autentico collante di ogni società autenticamente civile. È così che, a partire da un ripiegamento dell’individuo in sé stesso, ripiegamento che, come abbiamo visto, è tutto fuorché indice di salute e forza, si è venuta ad attuare, di pari passo a una crescente astrazione del Reale, l’astrazione dell’individuo e, per ciò stesso, la sua equivalenza con il “prossimo”. Per queste semplici quanto solide ragioni non ci sembra affatto esagerato il parere dello Spengler nel suo “Il tramonto dell’Occidente”, in cui afferma, senza mezzi termini, essere, la teologia cristiana, nient’altro che la nonna del bolscevismo. Questa “equivalenza”, essendo oggi difatti pienamente compiuta, fa si che ciascuno veda nell’altro mai qualcosa di anche solo potenzialmente “grande” o “temibile”, ma sempre e solo un vuoto “individuo x” con le sue proprie idee e le sue proprie preferenze, ma in fondo per nulla “superiore” o “inferiore” a un altro “individuo x”. Contrariamente alle odierne società di uguali, in cui però stranamente persistono ristrettissime elitè di spietati aguzzini e sfruttatori di interi popoli, tutti i contesti realmente inquadrabili in un’ottica sociale comunitaria risultano storicamente permeati da una forte logica gerarchica e di organica disuguaglianza. Non occorre infatti un grosso sforzo storiografico e critico per comprendere che nessuna delle nostre antiche civiltà europee né tantomeno una qualunque delle altre storicamente note abbia mai avuto un così netto predominio dell’ambito privato su quello pubblico, tale da assoggettare il secondo interamente al primo. D’altra parte è evidente che nei summenzionati contesti massificati, dove per forza di cose l’elemento qualitativo cede il passo a quello quantitativo, l’individuo si ritrovi a fare le spese con un cronico vuoto di identità, dovuto alla sua incapacità di riconoscersi in un contesto armonico e omogeneo. Identità e comunità, infatti, sono due termini tra loro così fortemente intrecciati che è impossibile pensare l’uno senza l’altro. Un popolo dalla robusta identità non potrà che essere ordinato secondo un’altrettanto forte struttura comunitaria e viceversa un popolo genuinamente comunitario non potrà che avere una sviluppata coscienza di sé e della propria identità[8].</p>
<p style="text-align: justify;">L’atomismo sociale, estrema conseguenza dell’individualismo, ha annichilito la comunità e, perciò stesso, scardinato le fondamenta dell’identità dei popoli, ridotti così a mera poltiglia informe. E, se è vero che l’identità non è, come la natura, un qualcosa di dato ma dipende essenzialmente dall’altrui riconoscimento e da una legittimazione proveniente dall’altro, ovvero che ci consideriamo appartenenti a una determinata identità in quanto e nella misura in cui c’è qualcuno che ci riconosce come tali, appare evidente come, in una società cibernetica, disanimata, effimera e svuotata di ogni contenuto positivo come la nostra non ci possa essere spazio alcuno per quella che, come insegnavano i buoni greci e i <em>maiores</em> nostri, deve propriamente definirsi “<em>politike</em>”, ovvero gestione disciplinata e coscienziosa della cosa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe Arminio De Falco</strong></p>
<p style="text-align: justify;">[1] Ad esempio in Esodo, 34, 14-16: “<em>Perché tu non devi adorare alcun dio; poiché “Jahvè Geloso” è il nome suo: egli è un Dio geloso</em>” dove vi è ancora il riconoscimento, da parte di “<em>Jahvè Geloso</em>” di altre divinità.</p>
<p style="text-align: justify;">[2] A partire da Isaia o Deutero-Isaia (cap. 40-55) Jahvè non riconosce più alcun dio, considerando gli altri dei come inesistenti: “<em>Non vi è nessuno tranne me; io sono Jahvè, non vi è nessun altro</em>” (45, 6) o ancora: “<em>Ecco, tutti insieme non sono niente, nulla le loro opere, vento e vuoto le loro statue!</em>” (41, 29).</p>
<p style="text-align: justify;">[3] A riguardo un noto filosofo marxista contemporaneo, tanto valido quanto ignorato e silenziato dalla “cultura ufficiale”, ovvero Costanzo Preve, ha definito la filosofia medievale caratterizzata da ciò che lui definiva un’“ontoteologia dell’essere sociale”. Non sarebbe d’altronde difficile trovare esempi concreti di un tale concetto nella letteratura medievale europea, non necessariamente in relazione esclusiva col pensiero filosofico.</p>
<p style="text-align: justify;">[4] Alain De Benoist, <em>Identità e Comunità</em>, Napoli 2005, p. 12.</p>
<p style="text-align: justify;">[5] “<em>Il libero arbitrio, parallelamente, viene ridefinito come capacità di consenso. La conseguenza che ne scaturisce è l’idea per la quale il soggetto umano si definisce essenzialmente come un io che può essere posto come tale indipendentemente da ogni relazione umana. L’individuo inizia a diventare un affare privato</em>”. Ibid., p. 13.</p>
<p style="text-align: justify;">[6] Trad. it. Cit., Vol. III, pp. 93-94.</p>
<p style="text-align: justify;">[7] Ibid., p. 97.</p>
<p style="text-align: justify;">[8] Cfr. Alain De Benoist, <em>Op. cit.</em></p>

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		<title>Considerazioni sulla filosofia della morale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2014 17:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. De Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[nietzsche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Dove la moralità è troppo forte l’intelletto perisce” F. Nietzsche Di G. Arminio De Falco Abbiamo voluto iniziare questo articolo con una citazione che dovrebbe essere ben nota a chi segue questo blog, dato che svetta ben visibile appena sotto il logo stesso. Bisogna innanzitutto dire che fin troppo spesso, ai nostri giorni, si confondono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div align="right" style="text-align: right;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14.0pt; line-height: 115%;">“<i>Dove la moralità è troppo forte l’intelletto perisce</i>” <o:p></o:p></span></div>
<div align="right" style="text-align: right;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 14.0pt; line-height: 115%;">F. Nietzsche<br /><!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br /><!--[endif]--></span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 24.0pt; line-height: 115%;"><o:p></o:p></span></div>
<div align="right" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: right;">
<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/06/pannini-1743-ruinesetstatuedem-aurc383c2a8le-5B1-5D.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img decoding="async" border="0" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/06/pannini-1743-ruinesetstatuedem-aurc383c2a8le-5B1-5D.jpg" height="162" width="200" /></a></div>
<p><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Di G. Arminio De Falco<o:p></o:p></span></b></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Abbiamo voluto iniziare questo articolo con una citazione che dovrebbe essere ben nota a chi segue questo blog, dato che svetta ben visibile appena sotto il logo stesso. Bisogna innanzitutto dire che fin troppo spesso, ai nostri giorni, si confondono parole dal significato piuttosto diverso, causando non pochi equivoci; uno di questi casi è quello dei termini “etica” e “moralità” che, contrariamente all’opinione comune, hanno finito per assumere significati talvolta persino discordanti. Ci riferiamo ovviamente ai significati che sono oggi convenzionalmente attribuiti a tali termini, dato che i loro significati originari, così come è accaduto per tanti altri termini, sono andati perduti a causa del naturale evolversi del linguaggio, il che in fondo equivale a dire a causa del suo progressivo impoverimento.</span><a name='more'></a><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;"><o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Infatti bisogna riconoscere che i più oramai non intendono altro per moralità che un aggregato del tutto convenzionale di norme più o meno astratte e che, per giunta, non ne vedono altra ragione se non quella del mantenimento del cosiddetto “ordine civile”. Così ad esempio la grande maggioranza dei nostri contemporanei, seguendo la filosofia di Adam Smith, considera, più o meno coscientemente, ogni forma di moralità in maniera del tutto strumentale e utilitaristica, essendo quest’ultima considerata necessaria solo per il funzionamento dell’apparato statale e per la pacifica convivenza dei cittadini. D’altra parte è anche vero che molti sostenitori della “buona morale” borghese si trovano quantomeno perplessi nel constatare l’apparente inutilità, dal punto di vista strettamente civile, di certe “buone maniere” e seguitano a rispettarle per pura e semplice convenzionalità. <o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt;"></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">È per questo che un chiarimento sulla questione si rivelerebbe quanto mai utile, perciò è d’uopo risalire all’origine stessa di tali concetti, onde appurarne meglio il senso. La parola “morale” viene dal latino “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">mos</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">”, che verosimilmente dovette esprimere un senso di “tradizione”, “insieme di precetti”. Sappiamo tuttavia della forte adulterazione che questo termine ha subito nel corso dei secoli. Diversamente “etica” viene dal greco antico “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">hethikè</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">” derivante da una radice indoeuropea </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">*swedh<span><span><b><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[1]</span></b></span></span>,</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">che indica ciò che è proprio, ciò che è inerente alla propria natura interiore, al proprio modo d’essere. Già da questa prima osservazione si nota la netta differenza presente tra questa concezione e quella modernamente intesa di morale, non avendo quest’ultima che un fine indipendente dall’osservazione della propria natura interiore. Da una radice affine (*</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">swe-</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">) viene poi il termine sanscrito “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">swadharma</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">”, indicante la legge o natura interiore che regola gli esseri nel modo a loro più appropriato. È doveroso infatti mettere in rilievo come il mondo tradizionale, di contro a uno dei dogmi più forti del pensiero moderno, ignori una “legge uguale per tutti”, malgrado l’osservanza di “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">swadharma</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">” differenti possa presentare punti comuni. Ora è chiaro come in una società normale, quale in nessun modo è però quella odierna, vi sia una precisa ragion d’essere per ogni istituzione o uso o costume, e perciò stesso a maggior ragione anche per l’Etica.</span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt;"></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Ciò che è stato appena detto potrà sembrare a molti contestabile, giacché vi è evidentemente una ragion d’essere anche nelle istituzioni moderne, eppure bisogna qui effettuare un netto discrimine tra ciò che ha un fondamento e una motivazione puramente contingente, come nel caso delle istituzioni moderne, e ciò che invece ha un fine e un crisma superiore, come nel caso del mondo tradizionale. Si constaterà, d’altra parte, l’inutilità oltre che l’impossibilità della presenza del concetto autentico di Onore</span><span><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[2]</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">presso ad una società che, come quella attuale, non si basa su altro che sul denaro e sulla cosiddetta “materia”, perseguendo un utopistico ideale di “benessere” che si è dimostrato non aver nulla a che fare con il “ben-essere”, in quanto manca totalmente di un qualsivoglia legame con un Principio superiore. Oggi ci si chiede troppo spesso e troppo vanamente come sia possibile che non vi siano più “principi” o che non vi sia più “morale” o “decoro”, specie in riferimento alle odierne generazioni, ma tale interrogativo, in fondo, è solo frutto dell’incomprensione generale per lo stato di cose attuali. Siamo infatti d’accordo con Nietzsche quando egli, nel suo celebre “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Così parlo Zarathustra</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">”</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">,</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> profetizza l’avvento dell<br />
’ultimo uomo in un futuro a lui prossimo, e riconosciamo appieno tale futuro nel nostro presente. L’epoca dell’ultimo uomo essendo caratterizzata dall’assenza totale di ogni limite e freno, non vi è più alcuna ragione per un qualcosa come un’Etica nel senso pieno e proprio del termine, e al massimo ci si potrà aspettare una vaga quanto generica e conformistica “morale”. Tra coloro che auspicano il ritorno a una moralità d’ordine generale, principalmente di tipo religioso, vi sono molti che troppo spesso confondono addirittura i domini del relativo e dell’Assoluto, commettendo così un errore tanto grossolano quanto diffuso. A nostro avviso bisogna infatti tenersi ben lontano anche dal processo di assolutizzazione della morale, in virtù del quale si giungerebbe a produrre null’altro che ulteriore confusione. In verità un simile ottuso modo di vedere non porta ad altro che ad accettare, nel dominio etico, una morale valida indistintamente per tutti, come se le differenze di natura interiore siano inesistenti o irrilevanti. Questa logica è divenuta talmente abituale e istintiva nel corso degli ultimi secoli che l’uomo di oggi non riuscirebbe davvero a pensare a un qualcosa come a una pluralità di morali. In ogni autentica civiltà invece ciascun individuo ha potuto vivere in accordo più o meno completo con la propria natura, essendo il fine ultimo della civiltà in fondo proprio quello di garantire all’uomo una via alla realizzazione di Sé, e ha avuto un codice etico ad essa corrispondente.</span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt;"></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13pt;">Una cospicua importanza, nel discorso che stiamo svolgendo, ha pure un altro concetto, ovvero quello di Legge. Com’è noto tale termine viene dal latino “<i>Lex</i>”, da una radice, <i>*leg</i>, che voleva appunto esprimere idee come “legame” e “aggancio” e, dunque, coercizione. La <i>Lex</i>, secondo un’altra possibile interpretazione, poteva essere qualcosa di analogo a un “legame”, grazie al quale si rendeva possibile la comunicazione con il mondo celeste. La legge è perciò concepibile come una sistemazione razionale e normativa di principi e istanze che trovano nell’idea dell’Ordine il loro naturale coronamento, per cui potremmo dire, con Edmund Burke, che </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">“<i>Un ordine perfetto è il fondamento di tutte le cose</i>”.<i> </i>Un’altra questione potrebbe risultare di un certo interesse, ed è quella dell’uguaglianza degli individui dinanzi alla Legge. Ora, sebbene tale concezione sia abbastanza naturale e logica in uno stato a carattere democratico (o presunto tale) come il nostro, non possiamo non constatare come una tale cosa non solo non sia affatto qualcosa di scontato e di ovviamente buono e giusto, ma sia piuttosto un elemento che contribuisce ad appiattire gli individui nel loro ruolo sociale, essendo questi ultimi considerati per la prima volta, con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789, dei soggetti fondamentalmente astratti e dunque non più concepiti nella loro integrità e complessità di esseri viventi concreti. Per quanto possa suonare paradossale si tratta qui, non della rinascita bensì dell’eclissarsi del concetto aristotelico di “<i>zoon politikon</i>”<i>. </i>Il risultato avutosi è stato il deciso inasprimento del fenomeno tristemente noto come individualismo. A noi non appare infatti minimamente un caso che proprio nel periodo storico immediatamente successivo alla rivoluzione francese iniziasse a prendere piede sempre più, specie nei paesi dell’Europa occidentale, una situazione di forte crisi valoriale e in definitiva una ripresa nello spirito dell’hobbesiano “<i>homo homini lupus</i>”. Si potrebbe anche imputare parte della colpa alla morale kantiana, che, predicando l’inconoscibilità del noumeno (id est “<i>nous</i>”, Principio Primo) e la necessità di confinare le tensioni etiche dell’uomo in un imperativo categorico (“il cielo stellato sopra di me e la Legge morale in me”). Ma la morale kantiana, in buona sostanza, come ogni grande pensiero filosofico, è figlia dei suoi tempi e ne rispecchia i valori e i modi di sentire.</span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Così scrive Kant nella “Critica della ragion pratica”: “</span><i><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universal</span></i><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">e”.</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> Qui ci parla direttamente lo spirito morale del Cristianesimo, sul cui cieco universalismo sono stati scritti fiumi di inchiostro. Lo stesso De Benoist ha parlato di una “<i>nomocrazia</i>” inerente lo spirito morale del Cristianesimo<span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="color: black; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: EN-US; mso-themecolor: text1;">[3]</span></span><!--[endif]--></span>. Sulla morale cristiana De Benoist ha poi scritto: “<i>La morale del Cristianesimo è sostenuta dal risentimento. Il credente accetta di abbassarsi in cambio della speranza che anche gli altri siano abbassati. Egli aderisce ad una morale che sopprime la diversità in nome dell’“eguaglianza”, che sminuisce in nome della “giustizia”, che coagula in nome dell’“amore”. Una simile morale si mostra come un sistema per far fondere le energie, sgretolare la salute, distruggere la potenza. Essa conduce, in fin dei conti, alla fusione e alla confusione, all’entropia e alla morte. Si rivela, una volta identificata, come negazione pura, come istinto di morte (Eros, qui, non è che la maschera di Thanatos)</i>”<span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="color: black; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: EN-US; mso-themecolor: text1;">[4]</span></span><!--[endif]--></span>. Spinoza, la cui filosofia, malgrado alcuni punti, ricalca un pensiero più “euro-pagano” che abramitico, ammoniva poi, nel suo “Trattato teologico-politico”, da ogni morale fondata sui concetti di paura e speranza in questi termini: “</span><i><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">la speranza è un difetto di conoscenza e un’impotenza della mente</span></i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">”, </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">per cui “<i>quanto più ci sforziamo di vivere sotto la guida della ragione, tanto più dobbiamo sforzarci di dipendere il meno possibile dalla speranza</i>”<span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[5]</span></span><!--[endif]--></span>. Il pensatore olandese riteneva infatti inappropriata e non conforme a ragione una morale che si basasse su due concetti fondamentalmente ipotetici, ovvero non fondati sulla certezza della realtà presente, ma sull’eventualità di quella futura.</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> <o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Appare qui d<br />
unque chiara l’opposizione tra chi si immagina un’umanità astratta e piatta a cui fornire un’unica legge morale valida indistintamente per tutti, e chi invece ne riconosce e comprende le differenze, volendole inscrivere in un Ordine superiore che unisca senza confondere, garantendo la pluralità in ogni ambito. Per Nietzsche la morale cristiana rappresenta “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">la malattia più terribile che abbia mai infierito sugli uomini</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">” e dato che, in tale ottica, “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">la vita è essenzialmente immorale</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">” allora “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">essa apparirà sempre in torto davanti al tribunale della morale, soprattutto della morale cristiana, e quindi assoluta. Ciò che ci si chiede, è di arrivare a sentire che la vita, schiacciata sotto il tallone del disprezzo e dell’eterna negazione, è indegna di essere desiderata, di essere sperimentata di per sé. E la morale stessa non è forse la volontà di negare la vita, un segreto istinto di distruzione, un principio di decadenza, di scadimento, di calunnia, il principio della fine?</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">”</span><span><span><span style="color: black; font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; mso-fareast-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-fareast-language: EN-US; mso-themecolor: text1;">[6]</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> Come è noto Nietzsche non era affatto, diversamente da quello che molti suoi odierni esegeti credono, un a-morale. Egli era al contrario persuaso dall’idea nettamente anti-illuministica che, in quanto non esiste alcun “uomo in sé” o alcuna “umanità-tipo”, all’uomo d’eccezione (le masse essendo sempre fatalmente attratte da una normativa quanto più universale possibile) spettasse di vivere in accordo con la </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">propria</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> morale che, proprio per questo, smetteva di essere “morale” in senso stretto.</span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Per questa ragione abbiamo creduto di opporre al concetto di morale come normativa tendenzialmente universalistica il concetto di etica, laddove quest’ultima venga intesa nel senso greco già ricordato. </span><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13pt;">Ci si potrebbe poi chiedere quale, tra la Legge e l’Etica, sia da considerare primaria su di un piano d’importanza ma anche da un punto di vista cronologico. Sembrerebbe la vecchia questione sul chi sia nato prima tra la gallina e l’uovo, ma non è esattamente così. Si può infatti sicuramente affermare che il primato debba spettare all’Etica, in quanto manifestazione diretta della Legge interiore <i>(swadharma) </i>e che solo in sviluppi successivi della civiltà umana si sia elaborato un codice legislativo vero e proprio come nettamente distinto dall’etica individuale e di classe, essendosi venute a formare necessità sociali di vario genere sconosciute in determinati ordinamenti preistorico/tribali fortemente omogenei dal punto di vista etnico-culturale. Già Tacito scrisse, quasi duemila anni or sono, che “(presso i germani) più valgono colà i buoni costumi che altrove le buone leggi”. È facile infatti desumere che se un popolo non ha alcun codice etico o i suoi costumi sono decadenti (com’è il caso del popolo romano al tempo di Tacito) a nulla o a poco varranno anche molte e buone leggi, che man mano diverranno d’ordine sempre più grossolano e sempre più si allontaneranno dal loro carattere sacrale originario di “Forma” e “Limite”, ovvero di norme il cui autentico fine era la “<i>imitatio dei</i>”, per usare un linguaggio di stampo medievale, una base per il ricongiungimento dell’uomo alla Divinità, attraverso il contenimento degli aspetti ferini insiti nel primo.</span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Da tutto ciò ne consegue che la giurisprudenza (lat. </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Iurisprudentia</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">, ovvero saggezza, </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">prudentia</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">, relativa alla legge cosmica, </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">ius</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">) in origine, lungi dall’essere una creazione più o meno convenuta sui rapporti sociali umani, rappresenta quel che potremmo definire l’esplicazione formale e artatamente costituita di ciò che, sul piano interiore, è l’Etica. Nei mondi antichi non esistevano difatti legislazioni interamente universali, giacchè ciò che era considerato valido e permesso, ad esempio, a un guerriero, poteva risultare proibito e sanzionabile per un membro di un’altra classe/casta. Ne consegue che, secondo quanto abbiamo appena esposto, risultano falsi anche i radicati pregiudizi circa l’esistenza di un presunto “diritto naturale” presso gli antichi</span><span><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[7]</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">, il quale è unicamente concepibile, al massimo, come una forma degenerata del vero Diritto, degenerazione concepibile solo quando viene a mancare l’elemento essenziale di ogni vera Legge, ossia l’elemento che potremmo chiamare “positivo-formativo”. Per questo una comprensione autentica di cosa fosse l’Etica per gli antichi non può esulare da una sua classificazione come “mezzo”, e non come fine a sé stessa o come strumento di fini contingenti e sociali, come è vista invece oggi.</span><span><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[8]</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> Platone offre uno splendido esempio nomotetico come datore di ottime leggi per l’ordine comunitario della </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">polis</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">. La “Repubblica” è infatti interamente incentrata sull’idea che il </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">logos</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">, principio di ordine e chiarezza, possa arrivare a determinare la costituzione migliore. La soluzione cui giunge Platone è ancora una volta quella che garantisce il rispetto delle diversità umane attraverso una differenziazione per tre classi che va inconsapevolmente a riprendere l’arcaica tripartizione indoeuropea ampiamente studiata dal Dumèzil (</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">philosophoi</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">, </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">phylakes</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">, </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">demiourgoi</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> come equivalenti della triade c<br />
omposta da sacerdoti, guerrieri e artigiani). Platone riprende qui anche l’idea arcaica della disuguaglianza non semplicemente sociale e contingente, bensì ontologica degli uomini, in quanto questi ultimi vengono divisi, non senza un evidente parallelo con le dottrine di Esiodo, in stirpe aurea, argentea e bronzea. Questo con buona pace di chi pontifica di un mai esistito “Platone comunista”, potendosi tutt’al più parlare di un Platone fortemente comunitarista. Solo l’armonia delle diversità unite in un medesimo grande corpo dove ciascuno occupa il posto che più gli compete </span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">per natura</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;"> può garantire la base per uno sviluppo sano e vigoroso di una data comunità. Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, incarna alla perfezione quello che potremmo definire il “realismo etico” proprio dell’uomo antico, in aperta opposizione a ogni morale volta essenzialmente ai benefici di un “altro” mondo: “</span><i style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">Noi diciamo dunque che è più perfetto il fine che si persegue di per se stesso che non quello che si persegue per un altro motivo e che ciò che non è scelto mai in vista d’altro è più perfetto dei beni scelti contemporaneamente per se stessi e per queste altre cose, e insomma il bene perfetto è ciò che deve esser sempre scelto di per sé e mai per qualcosa d&#8217;altro.</i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt;">”</span><span><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[9]</span></span></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">L’Onore, d’altro canto, lo possiamo definire come la conseguenza naturale di un “<i>hethos</i>” nobile applicato a una nobile natura, e quindi come esclusivamente proprio di un tipo umano superiore, potremmo dire “aristocratico” nel senso proprio del termine, che sia conscio della propria natura autentica e del proprio valore e che pertanto si comporti di conseguenza in armonia col proprio rango e con le proprie responsabilità, trattando ciascuno secondo la propria “<i>Dignitas</i>”. Significativo è il fatto che, sebbene non vi sia una reale parentela etimologica, Onere e Onore siano stati percepiti per secoli come termini tra loro strettamente interconnessi. Ciò rivela come difatti ad ogni vero Onore faccia da contrappeso una responsabilità altrettanto grande, nei confronti di sé stessi e della propria comunità di appartenenza. Come conclusione diremmo dunque che il senso dell’Onore manifesta la tendenza di un essere verso il Trascendente, ovvero l’affiorare di un comportamento opposto a quello naturalistico-animale, la manifestazione di una sua interiore qualificazione, la quale genera la <i>Dignitas</i> e permette l’elevazione spirituale dei migliori, “<i>aristoi</i>” “<i>pauci</i> <i>optimi</i>”<i>.</i><o:p></o:p></span></div>
<div style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"></div>
<div align="right" style="text-align: right;"></div>
<p></p>
<div><!--[if !supportFootnotes]--><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" /><!--[endif]--> </p>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[1]</span></span><!--[endif]--></span> Da cui deriva anche, tra l’altro, il termine latino <i>“sobri-us”</i> attraverso un <i>*swodhr-.</i><o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[2]</span></span><!--[endif]--></span>Ovviamente qui ci riferiamo a tutt’altro che alla semplice “rispettabilità” borghese o al concetto teatrale e superficiale che taluni hanno dell’Onore.<o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[3]</span></span><!--[endif]--></span> <i>Come si può essere pagani?</i> Roma, 2011, p. 107.<o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[4]</span></span><!--[endif]--></span> Op. cit. p. 109.<o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[5]</span></span><!--[endif]--></span> Etica, 4, prop. 47.<o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[6]</span></span><!--[endif]--></span> La nascita della tragedia, Milano, 2012.<o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[7]</span></span><!--[endif]--></span>Similmente anche il cosiddetto “naturalismo” di cui si accusa fin troppo spesso e fin troppo a sproposito l’antichità e le religioni antiche non è altro che un’errata e alquanto distorta visione di tali realtà, fin troppo lontane dall’ottica dell’uomo moderno comune perché possano essere facilmente intese. Si pensi all’intrinseca difficoltà da parte di alcuni esegeti del mondo antico e storici delle religioni a riconoscere un pur qualche contenuto di ordine metafisico e autenticamente profondo, che non si esaurisca in un ragionamento freudiano circa il “subconscio” o nel migliore dei casi in un approccio frazeriano circa i miti e i misteri dell’antichità.<o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><
span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[8]</span></span><!--[endif]--></span> A riguardo si può pensare, ad esempio, all’immagine buddhista della barca (principi etici e morali) divenuta inutile una volta attraversata la riva, per cui chi se la portasse sulle spalle anche dopo aver raggiunto la meta è considerato folle.<o:p></o:p></div>
</div>
<div>
<div><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[9]</span></span><!--[endif]--></span> I, 7.<o:p></o:p></div>
</div>
</div>

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		<title>Sul problema del potere temporale e dell’autorità spirituale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2014 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. De Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizione]]></category>
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		<category><![CDATA[temporale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La cancellazione dell’Ordine del Tempio rappresenta la frattura dell’Occidente con la propria Tradizione – una tradizione che era religiosa e guerriera al tempo stesso, mediatrice tra il Potere Temporale e l’Autorità Spirituale.” Renè Guenon, Autorità spirituale e Potere temporale, Luni, 2005. Una delle questioni più controverse ma allo stesso tempo più decisive e fondamentali per la costituzione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;">
“<em>La cancellazione dell’Ordine del Tempio rappresenta la frattura dell’Occidente con la propria Tradizione – una tradizione che era religiosa e guerriera al tempo stesso, mediatrice tra il Potere Temporale e l’Autorità Spirituale</em>.” Renè Guenon, <em>Autorità spirituale e Potere temporale</em>, <em>Luni, 2005</em>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong></p>
<p></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle questioni più controverse ma allo stesso tempo più decisive e fondamentali per la costituzione e l’equilibrio di una società normale, ovvero tradizionale, è quella dell’autorità spirituale e del potere temporale, sulla quale invero è stato scritto fin troppo e fin troppo inutilmente, spesso senza neppure avvicinarsi al centro reale del problema. In realtà è questo uno dei vari problemi che, avendo veramente presente le dottrine tradizionali, non dovrebbe neppure porsi. In ogni caso, essendo la questione dell’ordinamento gerarchico legittimo essenziale e imprescindibile, un chiarimento su quest’ultima potrà risultare non privo di una qualche utilità. Secondo la tradizione indù vi fu, in un’era diversa dalla nostra, ovvero durante il <em>Treta yuga</em>, l’Età dell’argento della tradizione esiodea,<em> </em>una rivolta degli <em>kshatriya</em>, guerrieri detentori di un potere in origine sacro ma oramai corrotto in un senso “titanico”, contro i <em>brahmani</em>, detentori dell’autorità spirituale. <em>Parashurama</em>, sesto <em>Avatara</em> di <em>Vishnu, </em>in veste di <em>brahma-kshatriya, </em>ovvero di “sacerdote-guerriero”, avrebbe sterminato le innumerevoli schiere degli <em>kshatriya</em> ribelli, ripristinando così l’equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso concetto è in fondo rinvenibile, nella mitologia greca, nell’episodio relativo alla caccia del cinghiale calidonio. In tale mito il cinghiale rappresenta l’autorità spirituale originaria, legata alla mitica terra polare di <em>Hyperborea</em>, equivalente alla <em>Varahi</em>degli indù e alla <em>Inis na Muice</em> degli antichi irlandesi, tutti termini che etimologicamente sono in relazione col maiale e/o cinghiale[1]. Questa lotta tra <em>Brahmani</em> e <em>Kshatriya</em> è segnata dalla sovrapposizione simbolica avutasi, col predominio dei secondi, tra il Cinghiale e l’Orso in riferimento alla terra delle origini[2]. Secondo la mitologia greca l’animale, che doveva essere, cosa particolarmente significativa, di colore bianco[3], fu inviato da Artemide per via dell’empietà religiosa (similmente, ricorda Esiodo, la stirpe dell’età argentea fu annientata da Zeus per via della sua empietà) di un re, Oineo, che decise di liberarsene utilizzando i più valorosi eroi (potere guerriero ribelle) tra cui, significativamente, Atalanta, figura accostabile nel panorama ciclico all’Atlantide. Non a caso, ciò è intelligibile da quanto riporta Platone sulla mitica isola[4], tale rivolta degenerò successivamente in un ciclo titanico e brutale, ovvero nel <em>Dwapara</em> <em>yuga</em> o Età del bronzo, per via del venir meno della natura divina degli atlantidei<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ora, sebbene in tale rivolta vi possa essere almeno qualcosa di comprensibile, specialmente per via della degenerazione dell’autorità spirituale originaria in un senso “femminile” e “lunare”, non per questo, in via di principio, un tale atto può apparire giustificato, essendo proprio a partire da allora che iniziarono a verificarsi tutte le rivolte e le degenerazioni successive, sostanzialmente tutte dovute alla confusione dei rapporti gerarchici originali e legittimi, confusione che a sua volta è ascrivibile, in definitiva, alla scomparsa della purezza spirituale originaria e unitaria conservatasi, in maggiore o minore misura, presso la casta sacerdotale e presso quella guerriera.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ora, in origine, come in ogni civiltà tradizionale di tipo superiore, la casta sacerdotale non si è mai ridotta a semplice intermediaria passiva delle influenze divine, ma era diretta conoscitrice dei Misteri e delle Essenze divine, e quindi partecipe di esse. È per questo che, ad esempio, presso i germani una medesima radice <em>*Gud-</em> valeva a designare gli dei e i sacerdoti, e lo stesso potrebbe dirsi per molti altri casi, come per il sanscrito <em>Brahman </em>e <em>brahmanah, </em>rispettivamente Dio e sacerdote. Questo ruolo sommamente attivo contrasta non di poco con l’immagine debole e sbiadita che generalmente se ne fanno i moderni, che a riguardo hanno in mente solo il tipo del “prete” e del “chierico” o, al massimo, dell’asceta rinunciatario e quasi nemico del mondo. In effetti, secondo la concezione gerarchica tradizionale, il sacerdote era tenuto a impersonare quanto di più vicino vi fosse all’ “Uomo Primordiale” in quanto intermediario tra Cielo e Terra, e mentre l’attività del guerriero era essenzialmente rivolta verso l’esterno, la sua era rivolta massimamente verso l’interno; era dunque “attività interiore”. Con ciò non vogliamo affatto dire che la realtà dell’azione del guerriero debba necessariamente esaurirsi nell’effimera esteriorità del contingente, ma che quantomeno sia normalmente orientata verso il “mondano”, mentre, come secondo la tradizione taoista, l’attività del Cielo è non-agente (<em>wou wei</em>), il sacerdote, in quanto incarnazione del polo positivo <em>Yang</em>, l’aspetto luminoso dell’Essere, non agisce esteriormente, ma interiormente, e per questo è, in fondo, più integralmente “attivo” del guerriero tipo. È poi logico e necessario che la funzione del guerriero sia quella di Signore e Guardiano del mondo degli uomini, mentre quella del sacerdote riguardi essenzialmente i mondi superni divini. Si potrebbero fare qui vari esempi di questo rapporto, uno di questi è quello tra “piccoli” e “grandi” misteri, i quali sono in rapporto rispettivamente con i guerrieri e con i sacerdoti. Infatti gli uni agiscono per la ricostituzione del “paradiso terrestre” e dello stato “centrale” originario, gli altri per l’elevazione verso gli stati superiori, ovvero per la conquista della “Gerusalemme celeste”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questo per quanto riguarda il rapporto normale tra guerrieri e sacerdoti. Tuttavia si deve però anche prendere in considerazione il rapporto che può intercorrere tra i primi e un qualcosa come un “clero” o un sacerdozio di natura alterata, “lunare” o “riflessiva”, ovvero non avente più una natura “centrale” e “solare”; in tal caso affermiamo che non vi è dubbio circa la superiorità dei guerrieri e della spiritualità guerriera. È proprio in virtù di queste considerazioni che si può correttamente dire che esiste, in linea di principio, un sacerdozio autentico e originario, che a buon diritto può definirsi “polare” e un sacerdozio “derivato”, se non cronologicamente almeno logicamente e ontologicamente, che può essere definito “lunare” secondo ciò che potremmo definire una gnoseologia delle tipologie dello Spirito. La relazione gerarchica complessiva normale e legittima viene dunque a configurarsi in questi termini: il guerriero è gerarchicamente subordinato al sacerdote del primo tipo, non così però a quello del secondo tipo, giacché in tal caso gli si deve riconoscere una dignità spirituale maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’ultimo punto che va chiarito riguarda la concezione tradizionale della regalità, concepita nella sua varietà di manifestazioni. Anzitutto bisogna far riferimento all’ideale supremo della regalità, ovvero quello del “re pontefice”. Presso i romani esisteva ancora la concezione del <em>“Rex sacrorum”</em>o del <em>“Pontifex maximus”</em>, che verosimilmente, almeno nel primo caso, ricalcava un’istituzione monarchica, per i greci c’era il “<em>(W)anax”</em>, re sacrale e supremo, superiore al <em>Basileus</em>, presso gli egizi il re Faraone, supremo sacerdote, presso gli antichi germani il <em>*Kuningas</em>, o ancora presso i cinesi il <em>“Wang”</em>, “Imperatore del Mezzo”, presso i giapponesi il <em>“Tenno”</em>, imperatore celeste, noto anche come <em>“Mikado”</em>, ovvero come “augusta porta” verso i mondi superiori. È cosa molto interessante notare che presso gli antichi germani, i costumi dei quali riflettono piuttosto fedelmente quelli degli indoeuropei originari, la nobiltà manteneva ancora i due poteri indivisi, come dimostra il ruolo dello <em>*erilas</em>, insieme condottiero, sacerdote e saggio maestro di rune.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Da tutto ciò è evidente come la più antica istituzione monarchica fosse in stretta relazione con il sacerdozio stesso e contenesse in maniera indivisa i due poteri, per ciò stesso configurandosi come l’autorità suprema. Si può inoltre parlare a buon diritto di due tipi di regalità, “temporale” e guerriera l’una, più spiccatamente spirituale e sacerdotale l’altra, e che perciò il secondo tipo è anteriore al primo e lo comprende in sé, entrambi i tipi potendo ciononostante convivere in un medesimo contesto tradizionale (si pensi a civiltà di tipo imperiali, come quella del Sacro Romano Impero di nazione germanica, avente, allo stesso tempo, un’autorità regale centrale dalla forte impronta sacrale e diverse autorità regali subordinate, a carattere territoriale, dalle connotazioni meno auguste). Questa seconda e, per così dire, “derivata” figura regale presenta caratteristiche anzitutto guerriere e militari, ma non di rado si accompagna a manifestazioni carismatiche di non poco conto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A questo riguardo ci vengono in aiuto le celebri leggende di Artù e Merlino. Qui Artù in alcuni racconti appare come un’immagine dell’Imperatore del Mezzo o, per dirla in termini indù, del <em>Chakravartin</em>, specie in quanto figlio di <em>Uther</em> <em>Pendragon</em>, il “capo dei cinque”, ovvero il re supremo che risiede nel “quinto regno”, in celtico “<em>Mide</em>”, il regno posto al centro dei quattro punti cardinali[5]. Tuttavia Artù rappresenta il re guerriero per eccellenza, ovvero l’Orso, in celtico <em>Arthos</em>, mentre Merlino è il prototipo del sacerdote/druido, che i celti chiamavano anche Cinghiale, il dominatore solitario della foresta. Come chiarire tutto ciò? Vi sono infatti tradizioni, sopravvissute fino ai nostri tempi in forma di fiabe e racconti popolari, come quella della foresta incantata di Broceliande o Brocelandia, in Normandia, in cui il “regno terreno” di Artù appare in fondo come effimero rispetto al “regno sopramondano” dell’isola di <em>Aval</em>, che sembra, per così dire, una versione trasfigurata e ancora più elevata dello stesso potere. Questa ambiguità possiamo trovarla anche in tradizioni a noi più prossime, come quella romana, in cui, com’è noto, il titolo di <em>imperator</em>, pure utilizzato per designare una sovranità indiscutibilmente sacrale e suprema, aveva origine militare. La chiave di interpretazione, a nostro giudizio, risiede nel fatto che qui abbiamo essenzialmente a che fare con classi e funzioni che, originariamente, erano votate alla trascendenza, ovvero ad un costante auto-superamento, dunque come dei “modelli derivati” in cerca della conquista dell’archetipo originario, punto di unione di sacerdoti e guerrieri. Per questa semplice quanto ignorata ragione è possibile che, in apparente ambiguità, le funzioni del “re guerriero” e del “re sacrale” vengano a trovarsi in una medesima figura mitica o leggendaria. Ma questo non deve però indurre a confusioni circa l’ordine gerarchico legittimo generale. Tale coesistenza può appunto essere spiegata considerando che entrambi i tipi di regalità sono simbolicamente “centrali”, ma l’uno è più elevato e originario dell’altro. Questa “centralità” comune ad entrambe le regalità può aver indotto a sovrapporre e finanche a confondere questi tipi in una molto generica quanto confusa idea di sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Non bisogna però commettere l’errore di pensare che, secondo quanto abbiamo appena esposto, l’ambito della casta guerriera e del sovrano cosiddetto “temporale” sia un qualcosa che col sacro non abbia quasi nulla a che vedere, e infatti una simile idea può portare a confusioni non da poco. Sfortunatamente in Occidente, già a partire dal Medioevo, ma poi ancor più nei secoli successivi, si è verificata una certa confusione che continua a disorientare i più. Questa confusione ha le sue radici in parte nella pretesa, potremmo dire “titanica”, da parte del potere semplicemente temporale di assurgere a potere supremo, in parte nella decadenza dell’autorità spirituale, la prima avendo generato, partendo dalle rivolte dei comuni contro il Barbarossa, il concetto tutto moderno di “stato laico”, la seconda avendo prodotto idee quale quella del “papa re”, che in fondo altro non fanno che pretendere di attribuire al clero cattolico poteri che non gli sono mai stati propri o che quantomeno non gli si addicono per natura. A nostro personale avviso non uno scarso ruolo ha giocato, in tale confusione, il sovrapporsi della religione cristiana a quelle europee preesistenti, essendo in fondo l’autorità spirituale di tipo papale e, in genere, clericale quanto di più lontano dallo spirito autenticamente romano. Il risultato fu una snaturalizzazione profonda dello spirito europeo, che dovette adeguarsi, cosa davvero tragica, a un sentire interamente diverso ed estremamente lontano dal proprio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="padding-left: 30px; text-align: justify;">Citando Wagner:</p>
<blockquote><p>“<em>per quanto l’innesto sulle proprie radici di una cultura che le è estranea abbia prodotto frutti di altissima civiltà, esso è costato e continua a costare innumerevoli sofferenze all’anima dell’Europa</em>”<em>.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Queste considerazioni ci portano ad analizzare un po’ più da vicino l’importante problema delle degenerazioni “laiche” e “clericali” del Potere, e appunto diciamo qui Potere e non potere o poteri perché esso in fondo è unico, come unica è la sua autentica radice, cambiando solo la modalità della sua rappresentazione, più o meno vicina al modello originario. Propriamente parlando non esiste né può in alcun modo esistere alcun “potere laico”, se con potere si intende quel che tradizionalmente si è sempre inteso, ovvero una Forza trascendente proveniente dall’alto assunta attivamente. Già da questo ci si può rendere conto del vero e proprio abisso che separa la concezione sacrale da quella “formale” e “laica” del potere, quest’ultima basata solo su consensi e interessi di natura umana, senza alcun riguardo per l’effettiva qualifica di un capo al comando. Esattamente per la stessa ragione non si può neppure parlare di “autorità spirituale” per quanto riguarda il clero cristiano e almeno gran parte dei moderni sacerdozi di altre religioni, giacché questi sono oramai più o meno privi di ciò che abitualmente si suole chiamare “spiritualità”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tornando alla questione dei “piccoli misteri” e dei “grandi misteri”, se li riferiamo rispettivamente a guerrieri e a sacerdoti, ciò è solo una constatazione di ordine assolutamente generale e non esclude affatto possibilità superiori per la spiritualità di tipo guerriero; basti pensare che lo stesso Gautama Buddha, non unico tra diversi maestri spirituali della storia, nacque di stirpe guerriera (<em>kshatriya)</em>. Potenzialmente, infatti, un guerriero può benissimo raggiungere un “livello interiore” pari o anche superiore a quello di un sacerdote, e perciò non è detto che il suo ambito non possa anche essere, in una certa misura, quello dell’autorità spirituale. Non mancano infatti casi, nella storia indù, di <em>kshatriya </em>istruttori di <em>brahmani</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque, in definitiva, questi due tipi non sono che due diversi modi d’essere dell’aristocrazia in generale, ed entrambi possono perciò essere qualificati come “interiormente attivi”, ammesso di tenerne presenti i modelli reali, sebbene l’attività degli uni sia principalmente rivolta verso l’esterno e quella degli altri versi l’interno. Bisogna però dire che sono esistite vere e proprie “ascesi guerriere” nell’antichità, e il testo più celebre a riguardo è senz’altro la <em>“Bhagavad-Gita”</em>, il cui eroe protagonista, <em>Arjuna</em>, è guidato alla guerra dal dio <em>Krishna</em>, che rappresenta il Sé divino profondo, guerra qui vista anzitutto come guerra interiore, verso le proprie macchie e i propri difetti, insomma come una vera e propria opera di purificazione interiore mirante alla “liberazione”, ovvero al <em>“moksha”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Infine potremmo dire, in sintesi, che è essenzialmente il potere temporale ad essere subordinato all’autorità spirituale, e che quest’ultima, sebbene principalmente associata ai sacerdoti, non sia loro monopolio, e possa essere eventualmente associata anche ai guerrieri migliori, nei quali l’atteggiamento semplicemente guerresco sia subordinato a qualcosa di più elevato, al principio dello Spirito. Abbiamo poi anche chiarito che non necessariamente il re è da considerarsi solo come <em>“dux”</em>, condottiero e capo militare, al limite dotato di un carisma e di un ascendente particolare, ma può eventualmente avere un carattere più spiccatamente sacrale, e abbiamo indicato tale ruolo in quello rivestito in varie civiltà tradizionali da un tipo umano più elevato, in cui in realtà rimane ben poco di propriamente umano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È quindi chiaro che a dover essere subordinato e consacrato da un sacerdote è solo il “re guerriero”, mentre per il “re supremo” o “sacrale” che dir si voglia non vi dovrebbe essere alcuna subordinazione, né consacrazione (e non avrebbe in effetti molto senso), essendo egli stesso il vertice della scala gerarchica nonché sommo sacerdote, incarnante in maniera vivente e reale il principio divino presso la sua comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">G. Arminio De Falco
</p>
<p style="text-align: justify;">NOTE</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">[1] Si veda, ad esempio, quanto scrive Guènon in “<em>Simboli della scienza sacra</em>”, Adelphi, 2011, alla voce “<em>Il Cinghiale e l’Orsa</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">[2] R. Guènon, <em>Ibidem</em>, p. 148.</p>
<p style="text-align: justify;">[3] Ateneo, <em>Deipnosophistarum</em>, IX, 13. Il cinghiale calidonio appare dunque come l’equivalente dello <em>Shweta</em>&#8211;<em>varaha</em> indù.</p>
<p style="text-align: justify;">[4] <em>Crizia,</em> 120d-121c.</p>
<p style="text-align: justify;">[5] Fatto interessante è che i celti usavano ancora recarsi, fino all’epoca della conquista di Cesare, al centro esatto della Gallia, considerato luogo sacro per eccellenza, in determinati periodi, per celebrare riti solenni. Una simile usanza era quella irlandese di dividere in quattro l’isola, al centro della quale era situata la dimora del re supremo di tutte le tribù, che veniva eletto per responso di una mitica pietra, detta <em>LiaFail</em>, secondo la leggenda uno dei quattro tesori portati dai divini <em>Tuathadè</em> <em>Danann</em> dalla loro remota sede nordica. Tale pietra avrebbe “urlato” quando un legittimo re si fosse seduto su di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Essenzialità e proporzione nella visione del mondo indoeuropea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2014 12:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Classicismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. De Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Hellenismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ereticamente.net/2014/02/essenzialita-e-proporzione-nella-visione-del-mondo-indoeuropea/</guid>

					<description><![CDATA[<p>B. Thorvaldsen Ganymede e Zeus Di Giuseppe Arminio De Falco Dalle celebri opere dell’arte greco-romana, fondamentali per l’immaginario della cultura occidentale, riaffiora una visione del mondo che fa della chiarezza, dell’essenzialità e della proporzione razionale delle forme il proprio fulcro. La grande arte classica greca non è assolutamente concepibile, a nostro parere, come semplice atto [&#8230;]</p>
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<div style="text-align: right;">
<div style="clear: both; text-align: center;"></div>
<table cellpadding="0" cellspacing="0" style="float: left; margin-right: 1em; text-align: left;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/02/Ereticamente_GanymedeZeus.jpg" style="clear: left; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"><img decoding="async" border="0" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/02/Ereticamente_GanymedeZeus.jpg" height="166" width="200" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;"><span dir="ltr" style="text-align: left;">B. Thorvaldsen Ganymede e Zeus</span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><b><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Di Giuseppe Arminio De Falco</span></b></div>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Dalle celebri opere dell’arte greco-romana, fondamentali per l’immaginario della cultura occidentale, riaffiora una visione del mondo che fa della chiarezza, dell’essenzialità e della proporzione razionale delle forme il proprio fulcro. La grande arte classica greca non è assolutamente concepibile, a nostro parere, come semplice atto politico-culturale volto in sostanza ad aumentare il prestigio di una determinata <i style="mso-bidi-font-style: normal;">polis</i> e a legittimarne il potere, o ancora peggio come finzione ornamentale e ludibrio dei sensi. Un posto centrale nella visione del mondo dei popoli indoeuropei, pertanto, lo occupano senz’altro i concetti di “Forma” e “Limite”. In greco queste idee erano espresse dai termini <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“Peras”</i>(che significa per l’appunto forma, limite) e <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“Metron”</i> (misura).</span><br /><a name='more'></a></div>
<div style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Il mondo greco rappresenta, da questo punto di vista, un’autentica miniera d’oro. Riguardo ciò si pensi all’ideale olimpico di Armonia e Ordine e, in particolare, al chiaro e luminoso senso apollineo delle forme, di cui l’arte classica ci ha lasciato una magnifica testimonianza attraverso il nudo ed essenziale stile dorico o attraverso la statuaria di un Fidia o di un Lisippo. Se anche, in una certa misura, specie nel periodo comunemente noto come “ellenismo”, le summenzionate ragioni contingenti sussistettero, cionondimeno il senso profondo di tale arte sta innanzitutto nel suo essere riflesso vivente e pulsante, e non banale simulacro spento, della luce divina. L’immagine (<i style="mso-bidi-font-style: normal;">eikon</i>) è un veicolo e un sostegno contemplativo, essa è un mezzo, giammai però un fine in sé stessa. Sempre per quanto riguarda l’area greca si può considerare a buon diritto la filosofia stessa, da Talete a Plotino, come una manifestazione inerente a questo stesso spirito di misura e moderazione. I cosiddetti presocratici, in quanto <i style="mso-bidi-font-style: normal;">sophoi, </i>ovvero sapienti, espressero quest’ideale attraverso detti e massime, tra cui spiccano i celebri motti “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">metron ariston” </i>(misura eccellente) attribuito a Cleobulo e “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">meden agan</i>” (nulla di troppo) attribuito a Solone. Platone credeva che lo stato retto secondo giustizia (<i style="mso-bidi-font-style: normal;">dike</i>) dovesse più di ogni altra cosa fuggire dal “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">mare infinito della disuguaglianza</i>” (<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Politico</i>), ossia dall’assenza di proporzione e organicità, dal caos sociale frutto dell’arrivismo e della sconsiderata brama di potere che egli brillantemente descrive nel parlare della <i style="mso-bidi-font-style: normal;">demokratia</i>e della sua fine. Equità e “uguaglianza” erano ovviamente intese dagli antichi nel solo senso di armonica attribuzione di oneri e onori sulla base delle caratteristiche naturali dell’individuo, caratteristiche che ne fondavano e legittimavano il ruolo sociale (<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Repubblica</i>), e giammai nel senso di un livellamento verso il basso, fenomeno caratteristico unicamente delle società moderne. Una medesima idea la ritroviamo in Aristotele, nella sua <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Etica nicomachea</i>, dove è affermato: “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Meson te kai ariston</i>” (la misura è la cosa migliore).Occorre ora però chiarire un punto di fondamentale importanza. In che misura quest’etica del limite ha rappresentato un ostacolo e, appunto, un limite, nel senso negativo del termine? Da parte nostra crediamo che l’uomo, proprio in quanto essere limitato e connotato fin nella sua stessa essenza dalla finitudine e dalla “morte”, in un senso affine a quello dato dal filosofo tedesco Heidegger, debba necessariamente, e oggi più che mai, fare propria la massima del frontone del tempio di Delfi: <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“Gnothi Seauton”</i> (conosci te stesso), giacché paradossalmente solo conoscendo la propria finitudine e limitatezza può l’uomo approdare a concrete possibilità di auto-trascendimento e auto-superamento. Senza questo senso critico del limite e della misura nasce, infatti, quella cattiva interpretazione dell’Essere di cui parlava il summenzionato Heidegger, in altre parole una “metafisica” nel senso deteriore del termine. E proprio un grande distruttore della metafisica, nonché profondo conoscitore della grecità, Nietzsche, ha dato un contributo fondamentale a questa problematica nella sua prima opera, “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">La nascita della tragedia</i>”, in cui ebbe l’intuizione tanto geniale quanto feconda dell’“apollineo” e del “dionisiaco” come principi opposti ma complementari e necessari l’uno all’altro per la realizzazione dell’arte autentica. Secondo Nietzsche, infatti, all’apollineo corrisponderebbe il senso della misura, dell’equilibrio e del limite e nell’ambito artistico l’esperienza del “sogno” (Apollo come <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“manteis”</i> ovvero indovino e profeta degli oracoli) mentre al dionisiaco sarebbe proprio lo scatenamento, l’eccesso e l’assenza di limite e l’esperienza artistica sarebbe caratterizzata dall’“ebbrezza”. L’arte contemporanea, d’altra parte, è a nostro avviso totalmente sprovvista sia del “Sublime” apollineo sia del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“Pathos”</i> dionisiaco, ma è bensì ricca proprio degli elementi più degeneri di entrambe le tendenze, quali la vaga e nebulosa dimensione onirica o la sregolatezza delle forme. L’ideale dell’unità di principi cosmici opposti è interpretabile alla stregua della ricerca del “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">medium</i>”, il mezzo, ossia limite e misura (il celebre motto <i style="mso-bidi-font-style: normal;">in medio stat virtus</i>, di origine scolastica, ma rifacentesi a una saggezza anteriore). Spostandoci ora verso altri fuochi delle civiltà indoeuropee, troviamo esempi eloquenti di tale spirito in molti dei valori tipici dell’arcaico “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">mos maiorum</i>” romano, come la <i style="mso-bidi-font-style: normal;">temperantia</i>, la <i style="mso-bidi-font-style: normal;">sobrietas</i>, l’<i style="mso-bidi-font-style: normal;">abstinentia</i>, la <i style="mso-bidi-font-style: normal;">frugalitas</i>, etc. Infatti, sebbene di primo acchito possa sembrare che la mentalità romana sia orientata verso un’etica basata sull’idea dell’illimitatezza (basti pensare all’enormità del progetto imperiale), a un’analisi più attenta risulta piuttosto vero il contrario. La<br />
 forte attitudine “realistica”, secca e asciutta, scevra in pari modo di eccessi di astrazione speculativa e di istintività sensoriale, è un tratto del Sentire romano in cui la logica del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“Metron”</i>è espressa con tal energia che difficilmente lo si potrebbe trovare in un altro popolo indoeuropeo con la medesima intensità. E se presso il romano Pitagorismo e Stoicismo ebbero una grande fortuna (si pensi a Seneca, Marco Aurelio, Nigidio Figulo e, in una certa misura, agli stessi Cicerone e Orazio, oltre al caso emblematico di un intransigente conservatore quale M. Porcio Catone il censore, che in vecchiaia si diede alle dottrine di Pitagora) questo non fa altro che confermare a pieno come tali dottrine non dovettero sembrare affatto peregrine all’animo romano, ma che anzi la stretta affinità di quest’ultimo con esse dovette risultare sì innegabilmente forte e chiara da dover far ammettere la loro bontà persino all&#8217;acerrimo nemico di ogni ellenizzazione e di ogni apporto culturale straniero. Se ciò non bastasse, è opportuno ricordare che il popolo romano espresse tale istanza del pensiero indoeuropeo anche nello stesso <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“ius romanum” </i>che è tutt’ora alla base dell’odierna giurisprudenza, nonostante le innumerevoli storpiature avutesi nel corso del tempo, necessarie all’adattamento di quest’ultimo ai moderni stati “democratici”. Proprio su questo punto occorre un chiarimento e una puntualizzazione. Ci viene in aiuto il concetto greco di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“nòmos”</i> che ha, tra i suoi tanti significati, quello di “partizione”, “delimitazione”, “legge”, “costume”, “ordinamento”, significati tutti riconducibili nel primitivo indoeuropeo a idee come quelle di “tagliare” e “dividere”. Un’interpretazione molto interessante del concetto di “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos</i>” la da Carl Schmitt nel suo “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello “Ius publicum europaeum”</i>, dove l’autore lo definisce “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">prima misurazione, da cui derivano tutti gli altri criteri di misura; la prima occupazione di terra, con relativa divisione e ripartizione dello spazio; la suddivisione e distribuzione originaria</i>”, accostandolo, cosa particolarmente significativa, ai termini tedeschi <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nehmen</i> e <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Nahme</i>, secondo lui ermeneuticamente affini ai greci <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“nemein”</i> e <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“nòmos”. </i>E grande importanza aveva infatti per Schmitt, che era un giurista, il concetto di diritto, che definiva significativamente “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">unità di ordine e luogo</i>” (in tedesco <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Ordnung und Ortung</i>), insistendo particolarmente sull’idea del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">landnahme</i>, la presa di possesso spaziale e ordinativa che è alla base del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos basileus</i>, il diritto sovrano, a sua volta fondamento di ogni idea di “possesso” (dal latino <i style="mso-bidi-font-style: normal;">possessum</i>, dalle radici *<i style="mso-bidi-font-style: normal;">pot-</i>, potere e <i style="mso-bidi-font-style: normal;">*sed-</i>, insediarsi) e dominio. Già da questo è lapalissiano quanto fosse aliena e lontana per la mentalità indoeuropea ogni concezione collettivistica e socialmente promiscua, essendo invece qui la proprietà privata concepita come bene inalienabile e fondamentale, al punto che Heidegger giunse fino a vedere una sorta d’identità tra “vivere” e “abitare”, sulla scorta di un’identità etimologica presente in tedesco tra i verbi essere e costruire (<i style="mso-bidi-font-style: normal;">buan</i>, che in antico tedesco vuol dire abitare, è affine all’odierno <i style="mso-bidi-font-style: normal;">bauen</i>, costruire, ed entrambi vengono dalla medesima radice di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">ich bin</i>, io sono). Alla base del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos </i>vi è dunque per Schmitt ciò che egli stesso chiama <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Ur-Akt</i>, l’atto primordiale, cioè un atto di conquista, un atto cioè “violento”, ma da cui pur dipende la formazione di un nuovo diritto e di una nuova comunità. Il <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos </i>viene però meno quando l’interiore <i style="mso-bidi-font-style: normal;">hegemonikon </i>è vinto da tendenze disgregatrici e destabilizzanti, e allora prendono piede un’estetica e un pensiero improntati dagli opposti ideali d’indefinitezza e illimitatezza. Tutto questo ci riporta al mito scandinavo della lotta tra <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Aesir </i>e <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Vanir</i>, le stirpi divine del Cielo e della Terra, nonché a quello indù della lotta tra <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Deva </i>e <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Asura</i>, entrambi conclusisi con la vittoria dei primi sui secondi e cioè delle potenze “ordinative” su quelle “vegetative”. Questi miti ricordano così da vicino la conquista dell’Europa antica (l’<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Alteuropa</i>) da parte degli indoeuropei che alcuni studiosi hanno voluto vederci un riflesso di questi eventi protostorici. Noi abbiamo invece ragione di credere, sulla base del fatto che il mito riproduce archetipi cosmici immutabili, che questi miti non possano essere circoscritti a tal evento (o meglio a tali eventi, data l’enorme durata che gli indoeuropeisti ormai in modo concorde attribuiscono al fenomeno dell’indoeuropeizzazione), ma ne siano bensì come il modello in senso platonico. Riscontriamo poi una netta corrispondenza tra l’idea schmittiana del “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Nehmen Teilen Weiden</i>” (Conquistare, Dividere, Pascolare) e gli antichi miti di fondazione, quali quello di Cadmo, fondatore di Tebe, che sposa Armonia, l’equilibrio del giusto limite, dopo aver ucciso il dragone giacente presso le acque (indistinzione e illimitatezza). Simile discorso vale per la leggenda della fondazione di Roma da parte di Romolo, che è a un tempo un guerriero conquistatore, un sacro legislatore che stabilisce il <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos</i> attraverso le divisioni e partizioni previste dallo “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">ius sacrum</i>”, specie nella delimitazione dei confini dell’Urbe con la solenne aratura del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">sulcus primigenius, </i>e infine pastore perché cresciuto come tale dal genitore adottivo Faustolo, e poiché intraprende l’atto di fondazione (in latino fondare è <i style="mso-bidi-font-style: normal;">condere</i> da <i style="mso-bidi-font-style: normal;">cum-dare</i>, stabilire dei confini) proprio durante il giorno dei <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Parilia</i>, festività pastorale che veniva celebrata il 21 d’Aprile. Un altro mito che potremmo accostare a quest’ordine d’idee è senz’altro quello della razzia dei buoi di Gerione compiuta da Eracle come decima fatica. In questo mito l’eroe greco, figura paradigmatica di “eroe culturale”, civilizzatore e portatore di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">kòsmos</i> nel <i style="mso-bidi-font-style: normal;">khàos</i>, intraprende questa razzia come atto di conquista, e quindi come <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Ur-Akt</i>, non a caso in un luogo mitico posto ai confini del mondo conosciuto (<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Apeiron</i>), erigendo in tale occasione le celebri “colonne” a metà tra Libia ed Europa, come segno forte dell’imposizione di un limite e di una misura sovrana rispetto al brutale dis-ordine della natura inferiore sciolta dai legami con quella superiore (ciò che si suole chiamare “<br />
barbarie” o “stato di natura”). Significativo è poi il fatto che Eracle raggiunga la mandria di Gerione superando le acque occidentali (qui ancora come simbolo dell’indefinitezza) sopra una “coppa dorata” (simbolicamente il Cuore quale principio divino) donatagli dal dio <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Helios</i>, il dio del sole, nonché la sua vittoria simbolica contro le forze irrazionali e oscure della barbarie incarnate dagli s-misurati abitatori dell’<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Hesperia</i>, per l’immaginario greco arcaico la misteriosa e selvaggia terra dove il sole moriva ogni giorno. Un mito dall’affine significato e che parimenti si riallaccia alle idee schmittiane di cui sopra è quello celtico del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Tàin Bò Cuailnge</i>, poema epico irlandese, in cui riecheggia ancora con forza l’idea di una supremazia fondata sull’idea di conquista e di partizione, quando ad esempio la regina <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Medb</i>muove guerra all’Ulster per impossessarsi del leggendario toro <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Donn</i>, così da poter rivaleggiare in potenza col marito, il re <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Ailill</i>, che possedeva un altro toro prodigioso di nome <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Finnbhennach</i>. Similmente una medesima concezione la si rinviene nell’<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Avesta</i> iranica, nel cosiddetto “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Fšušo Manthra</i>” (il <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Mantra</i> della prosperità), dove viene a chiare lettere affermato che sovranità e dignità spirituale sono in relazione con il possesso di “beni”, ovviamente non intesi in senso grossolanamente materialistico, nonché l’idea stessa di ordine sociale garantito da una coordinata articolazione di proprietà private e pubbliche retta dall’idea del giusto limite, attraverso vari gradi di universalità. Già da questo si evince una visione socio-religiosa del mondo agricolo e pastorale a cui è senz’altro già abituato chi conosce anche solo qualcosa del mondo italico-romano. Il contadino/mandriano è guida spirituale del villaggio iranico in quanto garante del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos</i> o, per dirla alla maniera dei persiani, dell’<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Aša. </i>A ulteriore conferma di ciò rileviamo infine come la principale divinità mazdaica dopo <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Ahura Mazda</i> stesso, e cioè <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Mithra</i>, dio notoriamente associato alla funzione della sovranità, sia definito nell’<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Avesta</i> come “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">signore di tutte le regioni dello spazio</i>” e “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Mithra dagli ampi pascoli</i>”. Sulla scorta del Dùmezil, sicuramente uno degli indoeuropeisti più autorevoli, potremmo affermare che questa idea di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos</i> e di ordine sapiente del mondo sia riferibile essenzialmente sul piano divino alle divinità della cosiddetta “prima funzione” ovvero le divinità strettamente associate alla sovranità e al comando, mentre su quello umano alle classi aristocratiche, quali i <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Brahmanah</i> e gli <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Kshatriya</i> del mondo indù, e gli <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Athravan</i>e i <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Rathaeštar</i> di quello iranico. Secondo lo studioso francese, infatti, il dio-cielo degli indoeuropei, assieme a due divinità sussidiarie, sarebbe il garante del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">nòmos</i> e del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">kòsmos</i> (nel ruolo di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">kòsmokràtor</i>, dominatore del cosmo) e perciò stesso tutore dell’ordine e dei patti sociali (il germanico <i style="mso-bidi-font-style: normal;">*Tiwaz</i>, il greco <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Zeus</i>, il romano <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Dius Fidius</i>, ipostasi di Giove, affiancato da <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Juventas</i>e da <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Terminus</i>, e l’indoiranico <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Mithra</i>, a sua volta affiancato da <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Aryaman</i> e da <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Bhaga</i>). Da ciò si evince come per l’indoeuropeo “Dio” è sempre stato sinonimo di forma, limite, creazione, definizione, in una parola: Ordine, di contro a tutto ciò che è caotico, turbinoso, oscuro, informe e indefinito. La fondamentale contrapposizione tra i binomi Ordine/Caos, Maschile/Femminile, Luce/Ombra, Destra/Sinistra, etc. la si può distintamente ritrovare anche nel mito cosmologico indù del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Samudramanthan</i>, in cui il dio <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Vishnu</i> pone l’Ordine divino nell’Oceano primordiale ponendo in esso il monte Meru, simbolo dell’Asse che non vacilla, e così facendo rende possibile la manifestazione e lo sviluppo di ciò che prima era solo allo stato larvale e potenziale, e cioè, usando un linguaggio aristotelico, consente il passaggio del cosmo dalla Potenza all’Atto. Ritroviamo questa visione del mondo anche nelle <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Upanishad</i>, dove è affermato: “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Ordunque l’Atman è un argine, una barriera perché questi mondi non si disgreghino. Né il giorno né la notte raggiungono questo argine, né la vecchiaia né la morte né il dolore e nemmeno la virtù o il vizio; tutti gli errori recedono da quello: perché, invero, questo Brahmaloka (regno celeste) non è affetto da alcuna imperfezione. “</i>Nelle dottrine indù vi è poi il centrale concetto di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Dharma</i> quale legge e limite sul piano sia individuale e microcosmico sia sovrindividuale e macrocosmico. Fondamento di tutto il Reale è il Dharma, che nel Buddhismo giunge a essere sinonimo di essenza delle cose, pilastro invisibile che regge tutto l’universo. Nell’Edda, tra l’altro, la concezione della misura e del limite può essere trovata anche nella cosiddetta “poesia gnomica”, dove, nelle “regole di comportamento”, così ci parla lo spirito etico degli antichi germani: “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Non stare attaccato alla coppa, bevi moderatamente idromele, parla solo il necessario oppure taci! Certamente nessun uomo ti rimprovererà perché vai a letto presto. L’uomo ingordo, quello senza autocontrollo, si abbuffa; spesso allo stupido lo stomaco suscita risate, quando egli viene dai saggi</i>.” Sembra quasi di trovarsi dinanzi a dottrine epicuree o stoiche, giacchè in fondo entrambe convergono, sebbene da prospettive parecchio diverse, nel medesimo ideale di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">mediocritas</i>, per dirla con Orazio. Da ciò si può facilmente comprendere l’istintiva repulsione e antipatia che l’uomo indoeuropeo ha sempre provato dinanzi a forme orgiastiche, mistiche e sentimentaliste di approccio al divino (basti pensare al <i style="mso-bidi-font-style: normal;">senatus consultum de bacchanalibus</i> del 186 a.c., oltre che alle violente reazioni anticristiane avutesi nel pur tardo e corrotto impero). “<i style="mso-bidi-font-style: normal;">Contro queste forme di mistica”</i>dice a proposito il Günther<i style="mso-bidi-font-style: normal;"> “sta l’aspirazione indoeuropea alla forma (der indogermanische Wille zur Gestaltung), uno sguardo posato sull’Ordine formato del mondo, congiunto al sentimento ariano del dovere che impone di lottare contro il disordine in tutte le sue forme, contro Utgard. E perciò la mistica della segregazione dell’anima in se stessa (mistica da mùein), del distacco dal mondo, dell’inerzia, dell’abulia, come pure la mistica sentimentale e quella dell’oziosa contemplazione<br />
, la cosiddetta mistica quietistica, non è mistica indoeuropea</i>.” Per concludere potremmo affermare a ragione che l’attitudine e l’intimo sentire dell’uomo di stirpe indoeuropea, nella sua espansione da Reykjavik a Benares, ha sempre favorito l’emergere di concezioni politiche, economiche, filosofiche, religiose e artistiche strutturate sulla base dei concetti di “Forma” e “Limite”, concetti che, come abbiamo visto, erano strettamente legati a quelli di “sacro” e “divino”. Tutto ciò che è nobile, ordinato, pulito, netto, forte e sano è un prodotto coerente e necessario di tale visione del mondo, che, contrariamente a ciò che si può superficialmente pensare, non si muove per nulla in un orizzonte ristagnante e immobilista, ma al contrario, proprio per la sua vocazione alla “definizione”, è essenzialmente volto alla trascendenza, concepita come un graduale s-velarsi dell’uomo dalla sua scorza materiale in vista del risveglio al suo vero Sé spirituale ed eterno. </span></div>

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		<title>Civiltà tradizionali e “società” moderne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Dec 2013 18:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. De Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di G. Arminio De Falco Bisogna anzitutto partire da questo, ovvero che vi è una differenza fondamentale di significato tra i termini “civiltà” e “società”, non essendo questi ultimi affatto sinonimi, come alcuni possono eventualmente essere portati a credere. Infatti non è errato affermare che, se da un lato una civiltà implica necessariamente un determinato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div align="right" style="text-align: right;">
<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/12/Ereticamente_Minerva.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img loading="lazy" decoding="async" border="0" height="230" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/12/Ereticamente_Minerva-213x300.jpg" width="171" /></a></div>
<p><b><span style="font-family: &quot;Cambria&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%; mso-ascii-theme-font: major-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-hansi-theme-font: major-latin;">Di G. Arminio De Falco<o:p></o:p></span></b></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Bisogna anzitutto partire da questo, ovvero che vi è una differenza fondamentale di significato tra i termini “civiltà” e “società”, non essendo questi ultimi affatto sinonimi, come alcuni possono eventualmente essere portati a credere. Infatti non è errato affermare che, se da un lato una civiltà implica necessariamente un determinato ordinamento sociale ovvero una società, non è però vero l’inverso, potendo difatti esistere una società senza civiltà o comunque quasi priva di essa<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn1" name="_ftnref1" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[1]</span></span><!--[endif]--></span></a>.</span><br /><a name='more'></a><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"><o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Ciò premettendo è di fondamentale importanza individuare esattamente quale sia l’elemento o il fattore determinante di una civiltà, ovvero ciò che rende una società degna di un tale appellativo. A seconda dei diversi punti di vista e delle diverse scuole di pensiero si è voluto vedere questo elemento ora nel cosiddetto “benessere” e in una ricchezza materiale più o meno equamente distribuita, ora nelle dinamiche socio-economiche di potere, ora nell’articolazione e nell’elaborazione di “scienze” più o meno esatte e più o meno analitiche. Secondo le tendenze positivistiche ottocentesche, ad esempio, in accordo con le teorie dell’evoluzionismo darwiniano, l’umanità era data percorrere un cammino pressoché deterministico, secondo un passaggio dalla semplicità (vista negativamente in quanto rozza e approssimativa) alla complessità (vista invece positivamente in quanto matura e “scientifica”). Ora, è opportuno notare come un simile modo di vedere, benché prevalente ai giorni nostri e da alcuni tenuto in considerazione alla stregua di un dogma inconfutabile, sia totalmente arbitrario e gratuito, in quanto non tenente conto che del punto di vista specificamente moderno, che è per definizione antitetico a quello “tradizionale”.<o:p></o:p></span><br /><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Quando diciamo “moderno” e parliamo di modernità in contrapposizione a un qualcosa di “tradizionale”, non è chiaramente a una mera differenza cronologica che ci riferiamo, bensì a un comune modo di sentire e a una determinata visione del mondo opposta a quella che, nonostante le innumerevoli differenze a loro interne, le civiltà definibili come “tradizionali” hanno sempre affermato e difeso. Tali civiltà hanno infatti sempre, seppur in modalità diverse, e qui si riscontra già la lontananza ideale che le separa dalla modernità propriamente detta, posto al vertice valori che possiamo a diritto chiamare “spirituali”, intendendo con tale termine tutto ciò che tende alla trascendenza nonché ad un ordine “metafisico” e che non trova giustificazione nella semplice esistenza fisiologicamente intesa. Vi è però ora da puntualizzare che i valori sopra menzionati sono effettivamente, per quanto ciò possa apparire paradossale agli alfieri del pensiero moderno, i veri cardini di ciò che si può legittimamente chiamare “civiltà” e che in loro assenza non vi può essere che una sorta di barbarie, per quanto economicamente “ricca” e intellettualmente “progredita”. Infatti, appare evidente già a una sommaria analisi come il mondo attuale, nella sua costituzione, manchi fortemente di un “Ordine” reale, e anzi ne difetti a tal punto da potersi definire come un contesto estremamente caotico e pressoché privo di principi di qualunque genere. Ci si può effettivamente render conto di ciò tenendo presente che i valori “positivi” legati ad un contesto-tipo che definiamo “tradizionale”<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn2" name="_ftnref2" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[2]</span></span><!--[endif]--></span></a>sono oggi stati sostituiti anzitutto da corrispettivi negativi, costituenti la loro semplice negazione, ovvero, successivamente, da vere e proprie inversioni degli stessi. A riguardo basti pensare a come oggi attitudini lascive, menzognere, superficiali, fiacche e disoneste si siano sostituite a tal punto alle loro corrispettive attitudini positive da sembrare persino “normali” se non addirittura buone e convenienti. Già da questi primi accenni risulta abbastanza chiaro come vi sia una sostanziale incompatibilità tra questi due tipi di società e che sia il tipo “tradizionale” a meritare la definizione di “civiltà”.<o:p></o:p></span><br /><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Un aspetto importante da tener presente è che le civiltà che abbiamo definito “tradizionali” si attengono a un punto di vista essenzialmente qualitativo anziché quantitativo come accade per le società moderne<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn3" name="_ftnref3" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[3]</span></span><!--[endif]--></span></a>, in ogni ambito a loro proprio, e che per questa stessa ragione vi predomina un concetto organico nonché gerarchico dell’ordinamento sociale, in opposto a quello disorganico e quindi egualitario delle moderne autoproclamate “democrazie”, la vita umana stessa assumendo un significato e una dignità pressoché assenti e sconosciuti nelle società moderne, per le quali “tutti gli uomini sono creati uguali”. Ora, è facilmente comprensibile che uno dei punti cardini della odierna decadenza sia individuabile proprio nella fase storica nota come “illuminismo”, che, a voler dire le cose come stanno, ha avuto ben poco di “illuminato”, e nelle successive rivoluzioni, le quali, per quanto motivate e persino talvolta comprensibili, sono sostanzialmente errate, in quanto basate sulla sovversione dell’ordine legittimo<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn4" name="_ftnref4" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[4]</span></span><!--[endif]--></span></a>. Requisito infatti fondamentale a che una civiltà sia realmente tale, e non soltanto per un qualche criterio più o meno arbitrario, è che essa abbia, in maggiore o minore misura, un pur qu<br />
alche collegamento con i principi del mondo celeste, che potremmo anche chiamare “sovramondo”. L’opulenza e la ricchezza materiale, quand’anche siano inserite in un contesto che ad esse non sia limitato, sono infatti da considerare come assolutamente secondarie e prive di una portata reale nella discriminazione di ciò che è “civile” da ciò che non lo è. Innanzi tutto sta infatti quel patrimonio di Valori, Credenze, Dottrine, Miti, Simboli e Riti che va sotto il nome di Tradizione<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn5" name="_ftnref5" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[5]</span></span><!--[endif]--></span></a>, e che solo è il costituente effettivo ed essenziale di ciò che, a ragione o a torto, si suole chiamare civiltà.<o:p></o:p></span><br /><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Ragione fondamentale dell’odierno sbandamento, nonché della carenza pressoché totale di punti di riferimento e di verità, è appunto l’approccio relativistico e nichilistico che ha stregato l’uomo moderno sin dagli albori del secolo ventesimo, attraverso il quale quest’ultimo si è accecato a tal punto da alienarsi completamente dal mondo stesso che un tempo riconosceva come proprio e a cui era in grado di aprirsi e conoscere realmente, un mondo che ad oggi non gli appare se non come un gigantesco contenuto e contenitore di massa e grigia materia inerte. Tale è il tetro spettacolo che si para dinanzi agli occhi dell’uomo odierno, che pure è curiosamente convinto di essersi finalmente fatto padrone della natura e di averla ridotta in suo potere, non rendendosi davvero minimamente conto di non esserne mai stato più schiavo di ora. A radice di tutto ciò sta il fatto che l’uomo moderno non vede più, non sente più, ovvero non riconosce più la Realtà<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn6" name="_ftnref6" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[6]</span></span><!--[endif]--></span></a>per ciò che essa è, ma solo nel migliore dei casi se ne fa un’immagine <i>ad personam</i>, a puro uso e consumo, come un quadro tranquillo e rassicurante, un oppiaceo ideologico a tutti gli effetti. Praticamente inconcepibile rimane dunque per l’uomo odierno che vi possa essere un modo alternativo, più profondo e più autentico di Sentire, Agire e Conoscere, il tutto essendo ottusamente relegato nel mondo fantasioso di un idealismo sfrenato quanto illusorio. Tuttavia, proprio come il cieco non può vedere a un passo da sé, l’uomo moderno non vede null’altro che esuli dalle sue astratte costruzioni mentali ed ha tuttavia la stoltezza e l’assurda presunzione di dichiararsi libero e conoscitore e, per giunta, di classificare qualunque altra modalità di conoscenza che vada al di là di quella sensoriale e dell’empirismo più becero come arbitraria e dogmatica. Volendo fare un paragone si potrebbe dire che tale cecità assomiglia molto a quella di chi, vedendo null’altro che oscurità, pretendesse che la luce non esista affatto. È proprio in fondo seguendo gli ideali di una vana quanto fallace e chimerica libertà e di un’insensata indipendenza dal divino, cosa che null’altro significa in realtà che l’impoverimento interiore e in definitiva lo svilimento e annichilimento dell’uomo stesso, che l’uomo moderno si è man mano costruito il suo mondo vuoto, privo di Vita, privo di Gioia, privo di Verità, di certo ottenendo il risultato opposto a quello ingenuamente desiderato. Il risultato avutosi è quello di una caduta rovinosa e continua da condizioni più o meno sane e “normali” ad altre sempre meno ordinate e sempre più caotiche<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn7" name="_ftnref7" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[7]</span></span><!--[endif]--></span></a>, questo potendosi facilmente costatare in tutti i settori del pensiero e dell’azione umana, a cominciare dalla caricatura cui si è oggi tristemente ridotta la religione per la quasi totalità delle masse, vuoi per l’incapacità della stessa di reagire adeguatamente alla modernità e alle sue idee, in tal caso tradendo un’effettiva debolezza, vuoi per i limiti costitutivi propri alle summenzionate masse, ormai sempre più prive di volto e identità, incarnanti alla perfezione l’ideale di “spersonalizzazione” e di anonimato tanto caro all’ideologia egualitaria moderna. In definitiva si può affermare a ragione che in effetti tutto, nello stile di vita moderno, tenda all’appiattimento, all’uniformità, alla standardizzazione, finanche allo svilimento e alla banalizzazione di ogni aspetto della vita.<o:p></o:p></span><br /><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">A riprova di ciò basti considerare l’estremo degrado morale in cui versa la gran parte delle generazioni odierne, lo stato di remissiva stanchezza e di “ipnosi collettiva”, il vuoto interiore, l’estrema confusione e ignoranza, anche e spesso soprattutto presso coloro che si credono “dotti”, l’artificiosità nelle relazioni e l’inane conformismo nonché l’individualismo e l’egoismo al livello più grottesco e ci si potrà rendere conto che le considerazioni precedentemente fatte sono ben lungi dall’essere assurde, immotivate o anche solo esagerate. Se ci si appresta infatti a considerare lo stile di vita propriamente moderno non si può prescindere dal riconoscervi un sostanziale appiattimento attitudinale e una vuotezza di significato davvero disarmante, nefasti risultati della graduale banalizzazione del Reale effettuatasi in ogni ambito, a cominciare da quello del pensiero “filosofico”, dovuta a sua volta alla perdita progressiva del contatto effettivo col Sacro, ovvero all’oscurarsi di quella coscienza che si potrebbe dire “mitico-simbolica”, garante esclusiva di tale contatto. In ogni caso bisogna chiarire che tali contatti non hanno niente a che fare con la semplice sfera psichica, e ancor meno con una sorta di suggestione, spiegazione tanto ingenua quanto cara all’esegesi moderna, ma che essi sono parte di facoltà assolutamente reali, che oltrepassano ambedue le sfere fisiche e psichiche propriamente dette, e che tali facoltà sono a loro volta parte di ciò che vi è di più alto e nobile nell’essere umano, ovvero lo Spirito<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn8" name="_ftnref8" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[8]</span></span><!--[endif]--></span></a>. Infine lo stile di vita moderno, vera mortificazione dell’essere umano e della sua natura, abbrutendolo e sovvertendone le tendenze naturali, sia nel privato che nel pubblico, costituisce difatti l’opposto di ciò che ci si dovrebbe aspettare in un contesto sano e normale, ovvero un complesso di attività volte in ultima istanza a portare l’uomo più vicino alla piena coscienza di Sé e dunque alla sua nobilitazione ed elevazione, ciascuno secondo i propri mezzi e le proprie capacità. Tale svilimento dell’essere umano e del Reale sul piano teoretico, che si è venuto a verificare successivamente alla graduale perdita di contatto summenzionata, ha fatto sì che si presentasse la possibilità di un’ulteriore depauperazione della coscienza e della visione del mondo, avutasi con la stagione illuminista prim<br />
a e materialista-evoluzionista poi.<o:p></o:p></span><br /><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Riguardo all’evoluzionismo crediamo lo si possa a buon diritto considerare come uno dei massimi stravolgimenti del Reale avvenuti in seno al pensiero moderno, in quanto esso presuppone la derivazione del superiore dall’inferiore, mentre è unicamente concepibile il contrario. Ci preme infatti mettere in chiaro come non si possa in alcun modo conciliare una visione del mondo spirituale e religiosa con una tale credenza circa le origini umane. Appare infatti chiaro che, se si considera l’uomo essenzialmente derivante per “evoluzione” da una specie animale, lo si depriva in tal modo di tutte le sue caratteristiche spirituali, essendo la coscienza spirituale propria solo degli esseri superiori e non delle bestie, e perciò, allo stesso modo in cui il più non deriva dal meno e la luce non viene dalle tenebre, l’uomo non può derivare dall’animale<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn9" name="_ftnref9" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[9]</span></span><!--[endif]--></span></a>. Proprio riguardo quest’ultimo punto si assiste, nelle società moderne, al fenomeno della democratizzazione di ogni cosa, ovvero all’abbassamento di tutto a uno “standard” facilmente raggiungibile da chiunque, a discapito di tutti coloro abbiano capacità superiori<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn10" name="_ftnref10" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[10]</span></span><!--[endif]--></span></a>.<o:p></o:p></span><br /><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"><br /></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Alla base di ciò vi è la chimera dell’egualitarismo, idea tanto assurda e illogica quanto fondamentale per la costituzione e il mantenimento del mondo moderno, secondo cui tutti gli esseri umani sono creati uguali e hanno pari dignità, cosa contraria non solo alla ragione ma persino al più comune buon senso<a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftn11" name="_ftnref11" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%;">[11]</span></span><!--[endif]--></span></a>. Proprio come vi è diversità di natura, infatti, così vi è pure diversità di qualità e perciò stesso di dignità, e quindi a diversi oneri spetterebbero, di norma, diversi onori; ma in un mondo che a ragione può definirsi plutocratico, ovvero in cui tutto è subordinato al fattore economico-produttivo, obbediente solo ed esclusivamente a una delirante logica illogica di produzione e consumo, quale senso possono mai avere concetti come Onore e Dignità? In un mondo in cui l’unico senso della vita umana pare essere il semplice sopravvivere quale <i>utilità</i> potrebbero mai avere?<o:p></o:p></span></div>
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<hr align="left" size="1" width="33%" /><!--[endif]--> </p>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref1" name="_ftn1" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[1]</span></span><!--[endif]--></span></a>In tedesco si ha una simile contrapposizione tra i concetti di <i>Gemeinschaft </i>(comunità) e <i>Gesellschaft </i>(società). Similmente <i>O. Spengler</i>, nel suo <i>Il tramonto dell’Occidente</i> parlava appunto di <i>Zivilisation </i>e di <i>Kultur</i>, indicando con la prima una forma marcescente e senile di civiltà e con la seconda una cultura comunitaria viva e pulsante, i cui principi fondanti sono fortemente sentiti al suo interno. &nbsp;&nbsp;<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref2" name="_ftn2" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[2]</span></span><!--[endif]--></span></a>Diamo al termine “tradizionale” la medesima accezione data ad esso dalla maggior parte degli autori “tradizionalisti”, quali, ad esempio, J. Evola o R. Guènon.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref3" name="_ftn3" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[3]</span></span><!--[endif]--></span></a>Corrispondono all’aspetto qualitativo e a quello quantitativo rispettivamente, secondo il linguaggio aristotelico, l’ <i>“</i><i><span style="font-family: Symbol;">eidwV</span>”</i>(eidos) e la <i>“</i><i><span style="font-family: Symbol;">ulh</span>” (yle)</i>, l’uno elemento formatore attivo, l’altro elemento formato passivo. Similmente la scolastica medievale parlava di Forma e Materia.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref4" name="_ftn4" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[4]</span></span><!--[endif]--></span></a>“Fare una rivoluzione significa sovvertire l&#8217;antico ordinamento del proprio paese; e non si può ricorrere a ragioni comuni per giustificare un così violento procedimento” E. Burke, Riflessioni sulla rivoluzione in Francia, 1790.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref5" name="_ftn5" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; m
so-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[5]</span></span><!--[endif]--></span></a>Quando diciamo Tradizione con la T maiuscola è per definire il concetto precedentemente esplicato di “tradizionale” in senso completo e universale e non limitato ad alcun contesto particolare o specifico; in definitiva ci riferiamo perciò a quella corrente ideale di spirito che attraversa, malgrado tutte le variazioni esteriori, e sebbene in misura qualitativamente diversa, le più disparate civiltà umane storiche e preistoriche.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref6" name="_ftn6" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[6]</span></span><!--[endif]--></span></a>Realtà in senso pieno ed eminente, infatti la radice etimologica di realtà e reale è *Re-, tra i cui significati primitivi vi è quello di “luce”, ovvero realtà positiva, essendo la Realtà un qualcosa di positivo e “vivo” per antonomasia, in opposizione all’ombra vista come realtà negativa e cioè irreale e inconsistente in sé stessa e definita proprio in quanto deficitaria e manchevole.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref7" name="_ftn7" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[7]</span></span><!--[endif]--></span></a>La fisica stessa riconosce che di norma determinati “sistemi” tendono a passare da stati più ordinati a stati meno ordinati e non viceversa.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref8" name="_ftn8" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[8]</span></span><!--[endif]--></span></a>Lo Spirito propriamente detto corrisponde al principio “intellettuale” o , per dirla alla greca, “noetico” nell’uomo, avente corrispondenza fisiologica col cuore. Tale principio è di fatto ciò che solo consente la comunicazione dell’uomo con gli “stati” o modalità di esistenza a lui superiori. Appare qui già la costituzione fondamentale dell’essere umano secondo tutte le dottrine tradizionali: Corpo, Anima, Spirito. Per gli antichi l’intelletto razionale era una delle parti della sfera “animica”, ma non l’esclusiva, come si intende generalmente oggi quando si parla di “psiche”, venendo questo termine dal greco antico “<span style="font-family: Symbol;">yuch</span>” (psychè), che significava appunto “Anima” nel senso pieno ed integrale del termine.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref9" name="_ftn9" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[9]</span></span><!--[endif]--></span></a>Non è un caso che, presso gli antichi, la scimmia fu percepita non come un improbabile antenato dell’uomo, bensì come una brutta copia dell’uomo in guisa animalesca. Secondo tutte le tradizioni antiche l’uomo è infatti un essere derivato dal divino, creato da Dio ovvero un dio egli stesso.<o:p></o:p></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref10" name="_ftn10" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[10]</span></span><!--[endif]--></span></a><i>“&#8230; bisogna insistere ancora su di una conseguenza immediata dell’idea “democratica” in generale, e in particolare di quella “collettivista”: è la negazione dell’elite intesa nella sua accezione legittima. Non per nulla “democrazia” si oppone ad “aristocrazia”, questa seconda parola, almeno quando è intesa nel suo senso etimologico, designando precisamente il potere dell’elite. La quale, per quasi definizione, non può essere che una minoranza, e la sua potenza o, per dir meglio, la sua autorità, procedente dalla sua superiorità intellettuale, non può avere nulla in comune con la forza numerica su cui poggia la “democrazia”, il carattere essenziale della quale è di sacrificare la minoranza alla maggioranza epperò, come dicevamo poco fa, la qualità alla quantità e l’elite alla massa.” R. Guènon, La crisi del mondo moderno.<o:p></o:p></i></div>
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<div style="text-align: justify;"><a href="file:///C:/Users/Zanetti/AppData/Local/Temp/wz5565/Allegato%20senza%20titolo%2000031.docx#_ftnref11" name="_ftn11" title=""><span><!--[if !supportFootnotes]--><span><span style="font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 10.0pt; line-height: 115%; mso-ansi-language: IT; mso-ascii-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-bidi-language: AR-SA; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-language: EN-US; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-hansi-theme-font: minor-latin;">[11]</span></span><!--[endif]--></span></a><i>“Proprio a questo tendono, particolarmente dal punto di vista sociale, le concezioni “democratiche” ed “egualitarie” secondo cui tutti gli individui si equivalgono, supposizione assurda la quale induce a ritenere che tutti debbano essere ugualmente adatti a non importa cosa; questa “uguaglianza” non trova alcun esempio in natura, proprio per le ragioni da noi indicate, perché non rappresenterebbe altro che una similitudine completa fra gli individui; ma è evidente che, in nome di questa pretesa “uguaglianza”, uno degli “ideali” alla rovescia più cari al mondo moderno, si cerca effettivamente di rendere gli individui tanto simili tra loro quanto la natura lo permette, e questo in primo luogo pretendendo di imporre a tutti una educazione uniforme.”</i> <i>R. Guènon, Il regno della quantità e i segni dei tempi.</i><o:p></o:p></div>
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