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	<title>civiltà Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>civiltà Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Immagini del mondo (VIII) &#8211; L&#8217;errore fatale &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Oct 2025 06:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
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		<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VIII L’errore fatale «Re: qual è la più gran pazzia dell’uomo? Bertoldo: il reputarsi savio». (G. C. Croce) Ogni civiltà è destinata presto o tardi a morire o, se ha ragione Toynbee, a suicidarsi. La fine può arrivare rapida e inaspettata ma è in realtà effetto di un accumularsi di cause. Ogni civiltà, incalzata dalle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>VIII</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>L’errore fatale</strong></p>
<p style="text-align: right;">«<em>Re: qual è la più gran pazzia dell’uomo?</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Bertoldo: il reputarsi savio</em>».</p>
<p style="text-align: right;">(G. C. Croce)</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni civiltà è destinata presto o tardi a morire o, se ha ragione Toynbee, a suicidarsi. La fine può arrivare rapida e inaspettata ma è in realtà effetto di un accumularsi di cause. Ogni civiltà, incalzata dalle sue passioni,  lotta con il suo Demone, ingaggia con lui una sorta di laboriosa e tormentata partita a scacchi, il cui esito è scontato. Ma il suo Nero avversario la costringe a cercare mosse efficaci per rimandare il più a lungo possibile lo scacco matto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, ogni civiltà può commettere piccoli errori, ancora rimediabili, o errori gravi, che la espongono a gravi perdite di pezzi. Infine, vi sono errori che la portano a una rapida sconfitta. E forse, proprio nel momento in cui credeva di poter vincere, la nostra civiltà ha commesso un errore fatale. Ha fatto quella mossa che la Morte attendeva per poter esercitare il suo naturale diritto su tutto ciò che vive.</p>
<p style="text-align: justify;">Quell’errore, io temo, ci ha chiusi in uno schema di gioco in cui non v’è più tempo per escogitare brillanti, originali manovre per salvarci da una situazione ormai compromessa. Tutto, nel finale di partita, si riduce infatti a ineluttabili geometrie, a schemi rigorosi. La nostra unica speranza è distrarre il Demone, indurlo a fare come noi un errore grossolano, eventualità assai improbabile.</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile per noi riconoscere questo <em>errore fatale</em>, perché ancora crediamo d’aver giocato una mossa vincente, e non ne vediamo l’intrinseca follia, ovvero questa forma di irragionevolezza che è, paradossalmente, la nostra cieca fiducia nella razionalità. Questa “insonnia della ragione”, veglia generatrice di mostri, suicida imprudenza che ci ha convinti fosse giusto mettere il pensiero tecno-scientifico a governo del mondo &#8211; come porre la Regina in una casa indifendibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio dire che sviluppare conoscenze scientifiche o fabbricare macchine sia in sé sbagliato. Da sempre l’uomo si avvale della sua intelligenza per scoprire nessi causali e creare strumenti che lo sostengano nel suo dialogo-conflitto con la natura. Scienza e tecnica sono quindi membri di una generale e necessaria filosofia della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non possiamo accettare i loro contributi pratici e teorici senza preoccuparci di integrarli in una complessiva immagine del mondo, in armonia con istanze etiche, sentimentali, spirituali, subordinandoli a quell’unico fine essenziale che è una compiuta e avverata idea del Bene. Perché una filosofia che faccia astrazione da questo compito si riduce a sciocca oziosità e diviene una minaccia alla felicità dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">I diversi elementi che formano la nostra visione del mondo dovrebbero quindi fondersi in una solida lega, costituire un sicuro appoggio al nostro proposito d’esser felici, e il livello di una civiltà andrebbe stimato in base alla sua capacità di liberare gli uomini da condizioni di sofferenza, sciogliendoli dall’asservimento a difficoltà materiali e ancor più dalle catene di insensate passioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremo perciò dire <em>evoluta</em> solo la società in cui prevalgono le condizioni della pace, dell’amore, dell’armonia con la natura, del benessere interiore, della bellezza. E per converso, definire <em>barbara</em> quella in cui regnano l’odio, la violenza, il conflitto, la paura, la volgarità. Nella prima riconoscere una vera ricchezza e un autentico progresso umano, nell’altra un bestiale abbruttimento.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra follia non sta quindi nel <em>progresso</em> in sé, ma nell’aver creduto che le conquiste del pensiero tecnico-scientifico fossero criterio valido e sufficiente per misurare il grado di evoluzione di una civiltà, indipendentemente dal contesto generale in cui tali acquisizioni si collocano e dagli effetti che producono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ispirato da tutt’altre certezze, qualcuno, non so se miope o troppo lungimirante, pensò un giorno fosse invece possibile un’evoluzione fondata sulla cristianizzazione, mediante una pedagogia dell’uomo fedele al messaggio del Vangelo. E altri, in modo analogo, hanno certo immaginato di poter costruire una società che riflettesse gli insegnamenti di Zoroastro, del Buddha o di Confucio.</p>
<p style="text-align: justify;">Utopie fragili, destinate a infrangersi contro un muro di dure realtà. Forse utopie premature, che devono attendere tempi nuovi per realizzarsi. Di fatto, le visioni del mondo che auspicavano un’evoluzione dell’uomo in senso etico e spirituale sono rimaste lettera morta, e vengono oggi confutate da un pensiero che usa come <em>parametro evolutivo</em> coordinate scientifiche e tecnologiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Incanalare l’ingegno umano su questa strada apparentemente a senso unico è diventato per noi <em>conditio sine qua non</em> del Progresso. Troviamo una tipica espressione di questo pregiudizio nell’idea, oggi apparentemente indiscutibile, che civiltà più antiche di quella terrestre, se esistono, debbano essere <em>necessariamente</em> più evolute di noi, e che questo <em>necessariamente</em> significhi aver raggiunto livelli di conoscenza fisica e di efficienza meccanica superiori ai nostri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma queste presunte <em>necessità</em> logico-evolutive non sono che un parto della nostra fantasia. E v’è in esse un grave pericolo, perché il nostro concetto di<em> progresso</em> finisce col prescindere da ogni valore spirituale. Così, una civiltà il cui livello etico sia pari a quello di uno squalo, ma in compenso ultra-razionale e ultra-tecnologica, ci apparirebbe assai più <em>evoluta</em> di una società saggia e pacifica le cui interazioni col mondo si svolgessero attraverso linguaggi poetici o l’uso di semplici utensili.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra arbitraria ‘gerarchia di civiltà’, ordinata secondo una crescente capacità di rubare alla materia i suoi poteri, di dominare la natura, di dotarsi di trascendentali mezzi tecnici, tradisce solo un delirio di onniscienza e onnipotenza. E noi, si dice, saremmo solo ai primi gradini. Perciò cerchiamo indizi di civiltà <em>superiori</em>, come bambini che desiderano carpire i segreti degli <em>adulti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo immaginario processo di crescita pare debba venir escluso tutto ciò che attiene alla nostra sfera spirituale, alle dimensioni profonde del cuore umano. L’<em>evoluzione</em> diventa così un processo totalmente esteriore, guidato da leggi meccaniche e deterministiche. In questo progresso materiale alcuni vedono l’inverarsi di attese messianiche, altri una mossa dell’Anticristo o il destino, forse dimenticando che in ogni destino risuona un libero arbitrio, una volontà che può scegliere.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, il nostro fatale errore è il risultato di un’opzione di cui, tuttavia, è difficile precisare le ragioni. Forse l’esaurirsi di un ciclo vitale. Forse gli effetti collaterali di un’idea del mondo che per secoli ha sotteso e plasmato la nostra cultura, ossia quel complesso intreccio di elementi giudaici, greci e romani, che formano la trama e i presupposti intellettuali del pensiero occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le concezioni fondanti del pensiero indiano o cinese, dove ogni fenomeno è manifestazione del Sacro, orma dell’Invisibile, impedivano <em>a priori</em> che atti tecnico-scientifici oltraggiassero il mistero e la dignità metafisica della Natura. L’Oriente, che veglia sulla santità del mondo, non avrebbe mai autorizzato una scienza la cui <em>hybris </em>profanava santuari divini.</p>
<p style="text-align: justify;">E neppure l’antico spirito pagano dei greci e dei romani, o dei druidi celtici, pervaso di senso panico, conscio degli stretti legami tra il cosmico e il divino, avrebbe mai osato volgersi a prassi dissacranti e perturbatrici dell’armonia naturale. Né si può credere che uno gnosticismo per il quale la materia è caduta, Principio di corruzione, oscura prigione dello spirito, si sarebbe mai abbassato a penetrarne con tanto zelo gli oscuri recessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Più plausibile mi sembra vedere le radici della nostra <em>civilizzazione</em> nella pulsione di potenza che muove la storia umana a noi nota. Questa <em>libido dominandi</em>, volontà di vincere e asservire <em>l’altro</em>, è comune a greci e romani, ebrei ed egiziani, indiani e cinesi. Per questo l’uomo ha sempre usato il suo genio per progettare e costruire strumenti di conquista, per escogitare letali invenzioni di ingegneria militare – e il carteggio tra Leonardo e Lodovico il Moro è in tal senso emblematico.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni spiriti illuminati hanno cercato in ogni tempo di scoraggiare questa demoniaca voluttà di occupare territori, dominare il prossimo, ammazzarlo, depredarlo, ridurlo in schiavitù. Ma i loro appelli sono sempre caduti nel vuoto. Di fatto, pare che niente &#8211; né prediche, né lusinghe o minacce &#8211; possa guarire l’uomo dalla sua sete di conquista.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra civiltà nasce così dalle pretese della forza, dal sangue, dall’assassinio del fratello. E certo la scienza è stata in questo senso un fattore determinante e decisivo, perché grazie ad essa l’uomo si è dotato di mezzi tecnici di <em>persuasione</em> e di distruzione un tempo inimmaginabili. Ed è assai improbabile per ora che l’uomo desista dai suoi progetti di dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali generiche considerazioni non spiegano però perché la <em>scienza</em> moderna sia fenomeno europeo. Caldei, cinesi, indiani, greci, egiziani, erano fisici, astronomi, geometri, logici, matematici, e certo non difettavano dell’ingegno per mettere a frutto le loro conoscenze. Ma il loro desiderio di sapere fu probabilmente delimitato da una forma di rispettosa soggezione per il carattere sacro del cosmo.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra scienza sembra invece nascere da una immagine del mondo che spoglia la natura di ogni dignità sacrale, la priva di ogni carattere divino, ne espelle gli spiriti, gli Dei, le arcane risonanze. Non vi riconosce un Soggetto, ma un oggetto che Dio crea e concede all’uomo perché lui, l’<em>eletto</em>, destinato a regnare sulla Terra, se ne serva.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa concezione di un mero rapporto strumentale tra l’uomo e la <em>natura</em>, giunta a noi attraverso un pensiero biblico intriso di aggressivo e antropocentrico materialismo, si è fusa nella nostra cultura con le ardite sottigliezze del pensiero greco, ed è questa a mio avviso la doppia semenza da cui ha preso corpo una scienza piegata a finalità non scientifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo dovuto superare la caduta di un impero, digerire le invasioni barbariche, attendere che dalle ceneri del mondo antico rinascesse l’amore per lo studio, si formassero delle università, che l’uomo ritrovasse in sé la passione per la conoscenza. Ma dopo tanti secoli quei vecchi semi, <em>geneticamente</em> combinati, erano ancora lì, pronti a germogliare.</p>
<p style="text-align: justify;">La fisica come studio dei fenomeni naturali, delle loro cause e delle loro relazioni, è così presto diventata l’ancella di una tecnologia sempre più sofisticata ma di fatto legata a rozze forme di potere. Privando la natura di ogni fondamento spirituale l’abbiamo posta al servizio di una farneticante e illimitabile volontà di potenza, in contraddizione con i reali bisogni dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il culto morboso per le iperboli della razionalità e della tecnica, dall’Occidente è dilagato nell’intero pianeta come una incontrollabile epidemia. Una mentalità <em>illuministica</em> popolata di fantasmi liberatori e progressisti ha contagiato ogni angolo della Terra, è divenuta ideologia globalizzante, producendo un omogeneo confluire delle varie culture sotto un’unica bandiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe quindi pensare che la civiltà <em>cristiana</em>, dopo aver accarezzato per secoli il progetto d’esser Chiesa universale, abbia infine coronato il suo sogno ecumenico in modo paradossale, convertendo il mondo intero non al Vangelo ma alla sua scientifica immagine della realtà, ovvero a un’idea priva di qualsiasi nesso col messaggio di Cristo, di cui è anzi una radicale negazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, l’ombra di Dio, che ancora incombeva sulla pur carnale religiosità ebraica, si è dissolta sotto la luce del positivismo scientifico. È così rimasta davanti a noi solo una natura nuda, senza dignità, come una meretrice che possiamo comprare, stuprare, violare secondo i nostri desideri. Carne inerte che si offre a noi perché ne abusiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo oggi molto più sapienti e potenti che in passato. Ma il nostro sapere è follia e il nostro potere è sopruso. Quella che diciamo <em>evoluzione</em> della nostra civiltà rappresenta solo l’imporsi di un’idea del mondo scientificamente sviluppata, in modo che un’antica cupidigia potesse trarne le più infami applicazioni, adattarla al suo fondamentale satanismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, come scrive Erasmo, “la pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, religioni, assemblee consultive e legislative: l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia.” E non potendo curare tale follia con la ragione, di cui si nutre, dovremmo forse usare come medicina un’altra follia. Se nella nostra partita con il Demone non facessimo mosse <em>scientifiche</em> ma quelle che lo spirito ci suggerisce, forse potremmo ancora salvarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma siamo ubriachi di un sapere che crea incubi, labirinti in cui l’uomo si perde; di un progresso che insegna come auto-distruggersi; di una tecnica che promette di evolverci in esseri <em>transumani</em> prima ancora d’essere umani; di una logica che si ritiene inoppugnabile, ma commette errori fatali. E come dice il Vangelo di Tomaso: «ora sono ubriachi. Allorché avranno vomitato il loro vino, allora faranno penitenza». Un ubriaco non dovrebbe giocare a scacchi con il suo Demone.</p>

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		<title>Il demone nella Rete &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jul 2023 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Finché si credeva al Diavolo, tutto quel che accadeva era intelligibile e chiaro…” (Emil Cioran) Discutere del nostro rapporto con la tecnologia comporta problemi complessi, in cui si intrecciano questioni pragmatiche, di mera utilità, con altre di natura etica e persino metafisica. In altre parole, data l’estrema problematicità della natura umana e dei suoi bisogni, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;text-align: right">“Finché si credeva al Diavolo, tutto quel che accadeva era intelligibile e chiaro…”</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;text-align: right">(Emil Cioran)</p>
<p style="text-align: justify">Discutere del nostro rapporto con la tecnologia comporta problemi complessi, in cui si intrecciano questioni pragmatiche, di mera utilità, con altre di natura etica e persino metafisica. In altre parole, data l’estrema problematicità della natura umana e dei suoi bisogni, risulta sempre più complicato stabilire in che misura lo sviluppo tecnologico ci giovi o ci danneggi. Non v’è dubbio, ad esempio, che la Rete abbia portato vantaggi pratici negli scambi, nelle comunicazioni, nell’aver messo a disposizione degli utenti una quantità di dati e di servizi che era un tempo inimmaginabile ma è oggi immediatamente accessibile a tutti.</p>
<p style="text-align: justify">D’altro canto, è evidente che la Rete è ormai una droga legalizzata, sorta di sostanza stupefacente gratuita e diffusa in ogni angolo del globo. È il nostro comune oppio, un eterico ed eclettico assenzio in grado di sedare, stimolare, stordire, allucinare. Ci introduce in un mondo irreale e parallelo, induce sporadiche <em>trance</em>, crea sottili ma potenti dipendenze, altera e compromette in varia misura i processi fisiologici del cervello. Gli aspetti tossici della Rete sono ben noti ai suoi spacciatori, ma vengono in genere rimossi dalla coscienza dei consumatori. Perciò, ancora si esita a imporle il marchio infamante della droga, o lo si fa in modo metaforico, senza una reale cognizione della sua pericolosità per il cervello. Infatti, a differenza delle classiche tossicodipendenze, la Rete non produce sintomi così immediatamente e brutalmente palesi. Inoltre, mentre gli eroinomani o i cocainomani sono un’esigua minoranza, i ‘retomani’ sono miliardi. Dunque la loro dipendenza non appare un’eccezione patologica ma la normalità.</p>
<p style="text-align: justify">Sappiamo che chiunque si droghi è avvinto con tenaci legami alla sostanza di cui è schiavo, e che non solo gli è quasi impossibile liberarsene ma, di solito, non lo desidera. Il retomane, da parte sua, non trova una ragione per disintossicarsi, dato che neppure sospetta d’esser drogato. La Rete è per lui uno svago innocente, una risorsa culturale, un inesauribile canale di informazione, un piacevole luogo di incontro, un utile strumento di lavoro etc. Benché possa trovare inopportuni e censurabili alcuni contenuti, non vede nulla in questo immenso e versatile contenitore, in questo straordinario dispositivo multifunzionale, che gli evochi scenari tossicomani. È per lui solo un immenso cilindro magico cui attingere secondo le proprie esigenze e i propri gusti. È vero che astenersene gli provoca crisi penose, ma l’offerta di tale droga è talmente capillare e a buon mercato che è raro ne resti sprovvisto e provi i sintomi dell’astinenza.</p>
<p style="text-align: justify">È difficile dare del fenomeno un giudizio obiettivo, perché dovremmo prendere il vasto e ramificato sistema di interazioni tra l’uomo e la Rete e riferirlo a un fondamento vincolante di significati e di valori. Ma v’è ormai l’attitudine a percepire la Rete stessa come un universo totalizzante, fondamento di valori e significati. Ciò la rende una trascendenza di fatto non giudicabile perché essa stessa determina gli strumenti e le modalità del giudizio. Nella sua autoreferenzialità, si giudica da sé e, anche quando sembra condannarsi, si autoassolve. È lei a suggerirci le parole, a offrirci i concetti con cui stimolare finte auto-critiche e false forme di auto-coscienza. Quando denunciamo i pericoli che la Rete comporta per la nostra libertà, lo facciamo quindi seguendo le implicite categorie etiche e intellettuali che lei stessa ci costringe a utilizzare. L’unico modo per revocare l’autorità di un linguaggio è non utilizzarlo. Ma questo ci ridurrebbe al silenzio, perché la Rete ha ormai il monopolio linguistico. Lei stessa è un metalinguaggio che incorpora e assimila tutti i linguaggi, anche quelli che la contraddicono.</p>
<p style="text-align: justify">Vorrei evitare il classico luogo comune secondo cui la Rete sarebbe solo un mezzo, e perciò tutto “dipende dall’uso che se ne fa”. Questa idea ne presuppone un’altra, cioè che il senso del mezzo prescinda dalla sua funzione rispetto a un fine, il che è palesemente assurdo. È vero che si può usare un esplosivo per scopi civili, pacifici, o con intenti militari e omicidi. Ma il fine dell’esplosivo è comunque il distruggere. Ogni mezzo è coerente con la propria natura, indipendentemente dall’uso che uno ne fa. Inoltre, quanto più dipendiamo dal mezzo e lo sentiamo necessario, tanto più ne diventiamo schiavi. L’uomo comincia con l’usare una cosa e finisce con l’esserne usato. È così che la Rete, mentre ci offre i suoi servigi, ci incatena a una sorta di patto faustiano.</p>
<p style="text-align: justify">Ma qual è allora la natura intrinseca della Rete e il suo scopo precipuo? In apparenza è una comoda via per accedere rapidamente a una quantità virtualmente illimitata di informazioni e di funzioni. Strumento eccezionale di ricerca e di conoscenza, di apertura al mondo, fermento di idee. In tal senso parrebbe legittimo il concetto che “basta farne buon uso”. Questa formula ottimistica ignora il potere demoniaco della Rete di governare le coscienze, di portarle gradualmente a un livello subliminale, quasi ipnotico, calandole in un magma di pensieri disorganici. È una sfera di cristallo da cui emergono magicamente voci e figure che guidano, rivelano segreti, risolvono problemi, indicano facili evasioni.</p>
<p style="text-align: justify">Chiunque venga in contatto con gli influssi streganti della Rete ne resta in qualche misura ammaliato, anche chi se ne ritiene immune. Chi naviga nel suo <em>mare magnum</em> viene sedotto da sirene che continuamente lo chiamano, lo invitano a un dolce naufragio. Si perde nel flusso oceanico dei dati, dove un <em>maelstrom</em> di testi e di immagini risucchia la realtà. Al di là, dei suoi particolari ambiti di applicazione, è questa per me l’essenza della Rete: il suo svuotare l’uomo mediante la vacuità prodotta da una superfetazione di messaggi, di immagini, di parole.</p>
<p style="text-align: justify">In questo senso la Rete rappresenta l’ultima fase di un processo di allontanamento dall’intelletto naturale, fenomeno che nasce con la scrittura e si rafforza in tempi recenti con la stampa, la radio, la tivù, il cinema. Questa involuzione intellettuale, cui corrisponde un’evoluzione tecnica, coincide con un’organizzazione della coscienza che privilegia forme di razionalità artificiali e acquisite a scapito di un’intelligenza innata e intuitiva. Il labirinto di specchi della Rete, la sua ragnatela di messaggi contraddittori, sono il punto più basso, per ora, di questa china, in cui la ragione prevale sullo spirito, in cui alla semplicità del vero si oppone un numero infinito di incerte opinioni.</p>
<p style="text-align: justify">Altri elementi peculiari della Rete sono la superficialità, la ricerca del facile consenso, la vuota esibizione narcisistica. Antitesi di quelle forme di interiorizzazione, di scavo nel profondo attraverso movimenti lenti e pazienti, spesso umilianti e dolorosi, di cui l’anima ha bisogno per ritrovare se stessa. La Rete blocca questo processo di autoconoscenza e, tenendola occupata con gingilli di vario genere, impedisce all’anima di esplorarsi. Succede così che alcune peculiari manifestazioni della creatività umana &#8211; l’arte, la religione, la letteratura – conoscano oggi una tragica decadenza. Ogni espressione matura dello spirito implica infatti un potere di integrazione e concentrazione che la Rete cerca di distruggere e di sostituire con opposte dinamiche di frantumazione e dissipazione.</p>
<p style="text-align: justify">È chiaro anche il tentativo di omologarci in un tipo comune, passivo di fronte alle procedure richieste, fiducioso nei motori di ricerca, portato alla credulità. Ma l’elemento più peculiare della Rete è la sua efficacia nel disconnetterci da noi stessi mediante un numero illimitato di connessioni sempre più rapide e dilettevoli, attraverso l’esca di irresistibili <em>link</em>. Si produce così una massa di inconsapevoli lotofagi, immersi nel loro incantamento, in cui il reale è surrogato da un semicosciente esercizio onirico. Se si considera che la percezione della realtà ottenuta attraverso i sensi è già di per sé ingannevole, e che la nostra assuefazione alle forme del linguaggio e della razionalità la rende doppiamente illusoria, la Rete si può allora considerare un miraggio elevato al cubo.</p>
<p style="text-align: justify">Ogni miraggio ha inevitabilmente natura delusoria ma, paradossalmente, nel caso della Rete la ragione del suo rapido affermarsi è proprio la radicale frustrazione che provoca in noi. È come acqua salata. Più ne bevi e più hai sete. Ovvero, offre un tale esubero di alimenti che in realtà non possiamo digerirlo. È una fittizia cornucopia davanti alla quale lentamente si muore di fame. Il nutrirsi presuppone infatti non il semplice mangiare ma l’assimilare. Così, il trofismo dei nostri tessuti intellettuali richiede non un’epidermica lettura delle cose ma il comprenderle e il ricordarle. Viceversa, invogliandoci a saltare come pulci ubriache da un punto all’altro, senza mai soffermare la nostra attenzione su un soggetto per più di pochi secondi, la Rete pregiudica le nostre facoltà mnemoniche e di apprendimento. Così non ci sentiamo mai sazi, ma sempre dobbiamo ricominciare a mangiare.</p>
<p style="text-align: justify">Come direbbe Seneca “vomitano per mangiare, mangiano per vomitare; e questi cibi, che hanno cercato su tutta la terra, disdegnano di digerire”. Ogni pensiero viene deposto nello spazio angusto di una memoria a breve termine, da cui è velocemente evacuato per far posto a nuovi pensieri e poi ad altri, che subiranno tutti la stessa sorte. La ricchezza infinita di contenuti sui quali riflettere, l’accumulo di sempre nuove nozioni, il consumare argomenti d’ogni tipo, dal volgare al sublime, in sbrigativi <em>fast food</em> della mente, non produce alcun effetto corroborante sull’intelletto ma al contrario ne provoca la denutrizione e il deperimento.</p>
<p style="text-align: justify">Ogni idea, dialogo o dibattito, passa attraverso un rapido processo di autocombustione, lasciando solo sedimenti volatili, condannati a una celere dispersione. È naturale chiedersi quale sia lo scopo di questo annichilimento interiore. Potremmo vedervi l’intento di chiudere l’uomo nella dimensione del futile e dell’effimero, dove tutto diventa rapidamente scarto, rifiuto. O di dare sfogo virtuale ai malcontenti, mitigare le frustrazioni sociali e i sensi di ingiustizia, circoscrivere le loro potenzialità eversive in una dimensione fittizia, dove appelli, comizi, perorazioni, proteste etc. non sono che innocue simulazioni.</p>
<p style="text-align: justify">La Rete, in modo apparentemente democratico e liberale, offre infinite <em>verità</em> in conflitto tra loro, incoraggia un’orgia promiscua di opinioni, insegnamenti, testimonianze, creando di fatto una dittatura del pensiero caotico. E mentre si pone come paradigma di relativismo e di equidistanza, in realtà impone una serie di inconsci dogmatismi, rigidi pregiudizi, modelli stereotipati di pensiero, forme coatte d’espressione. E noi, ubbidienti, leggiamo frettolosamente, scivolando sulle parole, scorriamo rapidamente le immagini e i concetti come si osserva distrattamente il paesaggio da un treno in corsa. Sempre impazienti di leggere e guardare altro, saltando da nulla a nulla.</p>
<p style="text-align: justify">La Rete non si limita a confondere il senso della realtà, lo rovescia. I <em>social</em>, ponendo la distanza come condizione abituale e normale del contatto, favoriscono di fatto l’asocialità. Le <em>community</em> sono solo agglomerati di individualismi senza alcuna reale comunione. L’informazione serve a nascondere la verità, la semplificazione complica, l’<em>ottimizzazione</em> peggiora etc. Anche quando sembra favorire iniziative lodevoli, farsi veicolo di cultura e di sapere, la Rete è in sé un male, un parassita che colonizza la nostra interiorità, indebolendo le nostre capacità di concentrazione, di salda memoria e di visione profonda.</p>
<p style="text-align: justify">È, a mio parere, il nucleo di una congiura globale contro quel silenzio e quella feconda solitudine in cui fiorisce lo spirito, ossia massima espressione di una società anti-spirituale. Distrae l’intelletto, gli trasmette brevi e continue sollecitazioni, come deboli scariche elettriche che lo snervano e infiacchiscono. Mentre sembra incoraggiare la nostra libera e originale creatività, la riduce a un insieme di reazioni meccaniche e riflessi condizionati. Determina infine una sorta di ernia o di protrusione della nostra coscienza, la sua fuoriuscita dalla sede naturale. Ma chi è ne colpito non ne è consapevole, come accade in certe patologie neurologiche.</p>
<p style="text-align: justify">Perciò è inutile dire ai retomani: digiunate, riducete quanto più possibile i contatti con la Rete, sollevate la testa dal <em>monitor</em>, uscite da quella malefica bolla virtuale e guardate piuttosto in voi stessi. Dimenticate la connessione a Internet e cercate una connessione con la vostra anima. Rinunciate a rincorrere il nulla, e invece di immergervi in questo ininterrotto rumore di fondo di <em>tag</em>, <em>blog</em>, <em>forum</em>, <em>social</em> etc. cercate di restare un po’ in silenzio. Non è pensabile, per chi vive nell’attuale società, astenersi dalla lussuria della Rete, difendere la propria verginità di pensiero. Prova ne è quello che sto scrivendo. Mi trovo di fatto nella condizione di chi, per elogiare il silenzio, parla e dà il cattivo esempio. Invece di tacere, butto anch’io questa bottiglia nello sconfinato mare del Web, con dentro un altro inutile messaggio.</p>
<p style="text-align: justify">Questo radicale pessimismo, si dirà, è ingiusto, perché nella Rete v’è anche del buono: ha enormi potenzialità educative e pedagogiche, ha mille applicazioni utili, trascende le barriere tra i popoli etc. Anch’io cado talvolta in queste illusioni. Speranze teoriche, astratte. Messo di fronte ai fatti, comprendo che la Rete è per sua natura un’entità maligna, che non ha in sé nulla di buono, al massimo qualcosa di utile. Ma l’utilità non ha alcun nesso col bene. Gandhi diceva di rifiutare sempre e in ogni caso la violenza perché il bene che fa è apparente e momentaneo, mentre il male che fa è reale e durevole. Questo, senza dubbio, si può dire anche della Rete.</p>
<p style="text-align: justify">È una sorta di infezione planetaria. Solo alcuni sviluppano, misteriosamente, una reazione immunitaria che li salva dal contagio. Possiedono, come oggi si dice, i necessari anticorpi. Possono quindi aggirarsi come monatti tra le intelligenze appestate e le coscienze estruse. Possono sfuggire al demone che con le fauci spalancate vaga tra gli algoritmi della Rete cercando anime da carpire o da comprare a basso prezzo. Così malridotte valgono infatti poco o nulla. Una volta, in cambio dell’anima, il diavolo ci avrebbe offerto ricchezza, gloria, potere, favolosi piaceri, eterna giovinezza. Oggi la svendiamo per un <em>like</em>.</p>

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		<title>Burattinaggio &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2022 05:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
		<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
		<category><![CDATA[burattino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> “I teatri di marionette e i camposanti sono gli unici luoghi dove l&#8217;uomo possa prendere acuta coscienza di sé. Nei primi vede cos&#8217;è prima della morte, nei secondi quel che sarà dopo la vita”. Mi chiedo se questa considerazione di Papini sulla condizione umana non contenga un eccesso di pessimismo. Non intendo obiettare al dato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"> “I teatri di marionette e i camposanti sono gli unici luoghi dove l&#8217;uomo possa prendere acuta coscienza di sé. Nei primi vede cos&#8217;è prima della morte, nei secondi quel che sarà dopo la vita”. Mi chiedo se questa considerazione di Papini sulla condizione umana non contenga un eccesso di pessimismo. Non intendo obiettare al dato biologico che ci vuole tutti mortali, ma a quello psicologico che ci vorrebbe burattini, e verificarne la coerenza con la nostra vita. Anche perché l&#8217;idea del <em>burattino</em> sembra avere oggi un ruolo determinante nell&#8217;interpretazione dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-53789 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/Norman-Rockwell-The-Puppeteer-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" /> È sorprendente  osservare la naturalezza con cui si attribuisce tale epiteto a soggetti posti in ruoli di comando o di governo, la cui posizione dovrebbe essere quella di chi  tira i fili più che esserne tirato. Si cita un importante uomo delle istituzioni o un ricco speculatore, lo si incolpa di varie nefandezze, per poi precisare: “ma è solo un burattino”. Definizione paradossale messa lì come un’ovvietà, e applicabile indistintamente a personalità del mondo politico, economico, militare, scientifico, giornalistico etc.  Si ottiene così una serie di ambivalenti manipolatori manipolati, soggetti tanto influenti quanto influenzati.</p>
<p style="text-align: justify">Si direbbe una sorta di <em>vox populi</em>. Eppure il popolo è avvezzo alle dinamiche del potere. Per tradizione, c’è chi comanda e chi ubbidisce. Qui sembra però prevalere un fattore perverso. L&#8217;esser burattino, infatti, nega la libertà della persona molto più che l&#8217;esser schiavi o prigionieri. Non bisogna quindi vedervi un problema puramente politico o sociale, ma qualcosa che degrada la natura umana.</p>
<p style="text-align: justify">Burattino prende il nome da &#8216;buratto, il panno con cui lo si riveste. Ora, se quest&#8217;abito di marionetta lo adattiamo all&#8217;uomo, non è più un uomo, perché ne copriamo l’intima essenza, con conseguenze assai peggiori di quelle legate a crisi economiche, guerre o pestilenze. Un’umanità non più umana, una società ridotta a teatro di marionette, segna la fine della civiltà, tocca il fondo di una spirale discendente, è tragico epilogo della storia o, come qualcuno sostiene, annuncia il rovinoso stadio terminale del Kali Yuga.</p>
<p style="text-align: justify">Trasferendone il senso in tutt’altro contesto, la marionetta potrebbe godere di un nobile statuto metafisico e, come nel saggio di von Kleist, divenir metafora di una grazia e di una leggerezza dell’anima, di un essere che si abbandona all’inconscio e ai suoi impulsi divini. Così, San Francesco chiedeva ai suoi frati di essere obbedienti come cadaveri, i quali non si lamentano d’esser messi qui o là, e neppure ne chiedono la ragione. Tale regola &#8211; <em>perinde ac cadaver</em> – si ritrova in ogni gerarchia militare, e non a caso fu adottata dai gesuiti, il cui fondatore era soldato.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-53785 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/pupo-260x300.jpg" alt="" width="260" height="300" />Ma un incalcolabile degrado etico divide l&#8217;ascetica passività del monaco, che cede volontà e libertà per servire un ideale religioso, dalla connivenza servile del burattino politico, che agisce per interessi personali. Nell&#8217;attuale sistema, il burattino è metafora dell&#8217;uomo-cosa spinta alla sua estrema radicalità, espressione di una totale reificazione dei rapporti umani, del vedere il nostro prossimo solo come strumento. È un aspetto del nichilismo moderno, della sua riduzione della vita a mera operatività e della socialità a forma di controllo.</p>
<p style="text-align: justify">Il burattinaggio è in fondo l’evoluzione maligna del vassallaggio feudale. Come quello, comporta un rapporto di subordinazione e di reciproco beneficio, ma su un piano di dissimulazione e di ipocrisia. Implica infatti una relazione segreta, clandestina, volta a fini illeciti, immorali, e sempre a danno di altri. Il vassallo che degenera in burattino lo fa rinunciando alla sua integrità personale, a ciò che lo rende nobilmente uomo. Anche quando il suo tornaconto è cospicuo o enorme &#8211; il che produce un danno equivalente ad altri &#8211; il suo ruolo resta sempre subumano e strisciante. Per accettare tale perdita di dignità deve mentire a sé stesso, credere d’agire non per effetto di fili che lo controllano ma disponendo del suo libero arbitrio.</p>
<p style="text-align: justify">Il burattinaggio sottintende inoltre una gerarchia indefinita, al cui apice non si trova alcun reale sovrano o pontefice. Teoricamente, si prevede che ognuno abbia sopra di sé qualcuno che lo comanda. Sopra il burattino assoluto, senza alcun ruolo di comando, che rappresenta il livello più basso, si troverà un burattinaio apprendista che lo manovra, e sopra questo un burattinaio di grado più elevato etc., in una piramide che tende all’infinito, verso spazi metafisici.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-53786 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/the-puppeteer-249x300.jpg" alt="" width="249" height="300" />Sostanza del sistema è quel diritto di comandare a ‘esseri inferiori’ posto alla radice della nostra cultura: «dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Basta interpretare tale comando in senso lato per giustificare i rapporti di potere non solo tra uomo e natura, ma anche tra maschio e femmina, padrone e schiavo, tra classi o razze diverse etc. Il nostro vizio di ragionar per categorie verticali, per suprematismi, si cementa in quel funesto paradigma del dominio su cui si regge, idealmente e nei fatti, la nostra società.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, giunti alle più alte cariche dello Stato, ci saremmo un tempo fermati. Oggi invece troviamo sopra di loro, a tirarne i fili, arroganti entità economiche e finanziarie. Burattinai sempre più trascendentali, sui quali fiorisce una nuova e copiosa demonologia. Di loro si conosce la vocazione al male, l’impulso a dominare il mondo mediante maneggi turpi e segreti. Non dobbiamo però credere sia questo il nuovo <em>non plus ultra</em>, perché sarebbe in contraddizione con la natura interminabile dell’intero processo.</p>
<p style="text-align: justify">Occorre anche evitare il banale luogo comune secondo cui la misura del comando coincide con quella del denaro. In tal caso, il più ricco sarebbe il Motore immobile del tutto, l’alfa e l’omega del burattinaggio. Ma il burattinologo sa che il fenomeno da lui studiato trascende il denaro. Perciò, cerca di vedere oltre i bilanci aziendali, i fatturati o le proprietà materiali di qualcuno impastato, come noi, di limiti umani, anche se immensamente più ricco. L’impianto teorico del sistema lo costringe a salire verso regioni sempre più imperscrutabili.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-53788 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/fresu20-300x143.jpg" alt="" width="300" height="143" />Non fa come il sommo poeta che, giunto al cospetto del mistero divino, ammise che «a l’alta fantasia qui mancò possa». Nel suo viaggio tra inferni, purgatori e paradisi delle marionette, non lascia nulla di inespresso. Gli basta sollevare lo sguardo e, sopra il trono di Mammona, vedrà incombere nuovi burattinai: ordini religiosi, sette iniziatiche, entità aliene, esseri venuti da un altro mondo o partoriti da abissi satanici. Come una nube gravida di Idee platoniche, di Emanazioni e Archetipi del Potere che si incarnano in Forum economici, signoraggio bancario, logge, corporazioni, multinazionali etc.</p>
<p style="text-align: justify">Ci si può chiedere a questo punto se esista una causa prima, un Supremo Burattinaio, un Burattinaio Massimo di cui non si può pensare il maggiore e la cui esistenza è una necessità logica. Alcuni ancor&#8217;oggi optano per queste astrazioni teologiche, dal sapore medievale. Altri trovano più scientifico supporre una sinergia o un conflitto tra vari poteri, più o meno occulti e criminali. Non un Cervello Unico ma vari sistemi nervosi autonomi, che conferiscono al mondo un equilibrio instabile e pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify">Si potrebbero qui presentare alcuni curiosi paradossi. Il burattinaggio può prendere infatti infinite forme. Poniamo, ad esempio, che un Grande Burattinaio sia succubo della moglie e che, per conservare la quiete domestica o per non affrontare dispendiosi divorzi, ne esegua gli ordini, ne sia cioè il burattino. Il nostro destino dipenderebbe allora da una donna bisbetica. E se costei, sui massimi sistemi, si consigliasse col proprio parrucchiere, a decidere le sorti del mondo sarebbero le opinioni di un oscuro <em>coiffeur</em>.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-53787 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/fresu18-300x141.jpg" alt="" width="300" height="141" />In tutti i casi, mi pare che a queste laboriose ipotesi sfugga il nocciolo del problema, ossia che, in un mondo di burattinai, nessuno si sente burattino. È questo che ci impedisce d’essere liberi, la presunzione d&#8217;esserlo già. Così, uomini sempre meno liberi si preparano, con un salto evolutivo, a divenire automi, marionette più sofisticate e tecnologiche. A controllarci, a farci ballare come pupi, saranno forse i fili di invisibili e onnipresenti radiofrequenze, di influssi subliminali, di messaggi digitalizzati che cancelleranno in noi ogni residua consapevolezza. Sorta di incubo cartesiano, in cui tutto soggiace a un ordine meccanico.</p>
<p style="text-align: justify">Il nostro istinto di libertà gemerà inascoltato e senza speranza in qualche angolo buio dell’inconscio. Forse cercherà sfogo in programmi di realtà virtuale, dove a modico prezzo gli verranno concessi immaginari poteri. Potrà così godere la fugace ebbrezza di sentirsi onnipotente burattinaio, di creare e dominare mondi irreali, dimenticando d’esser burattino, sprofondando in forme di dipendenza e di delirio sempre più irreversibili.</p>
<p style="text-align: justify">Oppure, ma questa è una speranza troppo ottimistica, capirà che, in cima alla piramide, le dita che muovono tutti i fili son proprio quelle della sua immaginazione. Che la sua stessa coscienza è quel misterioso Burattinaio che cercherebbe invano tra gerarchie terrene. Giungeremmo così non al vertice di una scala ma a chiudere quel cerchio magico in cui il pensiero si chiude.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-53792 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/escher_3-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" />Nel suo muoversi tra immagini riflesse, la nostra mente è origine e fine d&#8217;ogni burattinaggio. Ogni uomo, prima d&#8217;esser burattino di altri, o per quanto elevato sia il suo grado di burattinaio, resta sempre il burattino delle proprie passioni, delle proprie credenze e fantasie. E se cerca di cambiar padrone, diventerà burattino della ragione, della logica, del suo pragmatismo etc. Nessuno può tagliare i fili delle proprie illusioni. Siamo come i paladini intrappolati nel castello di Atlante, presi in un gioco di specchi e di miraggi. Chi può disincantarci, spezzare il sortilegio che ci lega? Ci aggiriamo nei labirinti del potere, alla ricerca di una irraggiungibile verità, fendendo colpi a destra e a manca, decisi a far giustizia. Ma cosa possono fare delle marionette?</p>
<p style="text-align: justify">La questione, si capisce, prende qui una piega esoterica, il tono d’una parabola esistenziale. Ci porta a chiederci chi siamo veramente. Chi ha scoperto i fili sociali, politici, economici o culturali cui è legato, immagina così di goder di privilegi morali e intellettuali, d&#8217;appartenere a un’<em>enclave</em> di uomini liberi e disincantati. Non pensa che, più forti di quelli, i fili della natura e del destino lo muovono, e che solo così egli sente, parla, compie gesta e prova emozioni. Si crede padrone di sé, e gesticola tra le scene anguste e variopinte di un teatrino di cui non vede l’oscuro fondale.</p>
<p style="text-align: justify">Se, come Orlando, si innamora di Angelica, combatte i Saraceni o perde il senno, è perché mani invisibili lo manovrano, e una voce non sua racconta la sua storia. I suoi arti si piegano docilmente ai comandi. Dalle labbra gli escono giuramenti d’amore, nobili proclami, il suo braccio brandisce con veemenza la spada. E se gli tocca non il ruolo dell&#8217;eroe, del cavaliere senza macchia, ma del perfido Gano di Magonza, come potrebbe rifiutarsi? Che ne è allora della sua responsabilità? Non dovrà essere punito per le sue malefatte, o premiato per le sue virtù?</p>
<p style="text-align: justify">Sì, dovrà risponderne alla giustizia delle marionette. Riceverà compensi e castighi, perché così vuole una Legge che giudica i duelli, gli amori e i soprusi, e a ognuno dà quel che merita. La sua vicenda si srotola, e in una scabra poesia stringe i nodi dell’anima o li dipana. Un filo tirato con forza, un dolore; un filo tirato con dolcezza, una breve felicità. Poi lo spettacolo finisce e scende il silenzio; le luci si spengono e tutti i pupi vengono riposti insieme, nel medesimo cesto. In questo Papini ha ragione.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-53790 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/Pinocchio-218x300.jpg" alt="" width="197" height="271" />Ma il vivere una vita inautentica non sembra destare in noi soverchie preoccupazioni. Forse perché l’esser burattini corrisponde a un nostro bisogno profondo, a una seconda natura che, poggiata su di noi come un panno, copre la prima. In fondo, l’ubbidire senza pensare, offre innegabili vantaggi. Ci semplifica la vita, permette alla mente di riposare, alla coscienza di non aver rimorsi, di contare sull’abilità e il sapere di chi ci muove. Ha ragione Belli: “<em>Ar teatrino chi la sostiè la pparte più sudata? Dite, er burattinaio o er burattino</em>?”. Anche i Grandi Burattinai trovano piacere nell&#8217;abbandonarsi alla forza demoniaca che li domina.</p>
<p style="text-align: justify">Potremmo concluderne amaramente che non v&#8217;è alternativa a una vita da marionetta, che l&#8217;unica aspirazione realistica sia di salire nello <em>status</em> di burattino. Tagliando i fili perderemmo un atavico equilibrio, potremmo cadere e farci male. Ma noi non nasciamo burattini. È qui che Papini ha torto. La libertà è la nostra prima natura. Il buratto è solo un cencio buttato su di noi dal Maligno, per nasconderci la nostra divina nudità.</p>
<p style="text-align: justify">Sedotti dal grande tentatore, noi facciamo la stessa strada di Pinocchio, ma in senso inverso. Creati umani, ci trasformiamo in burattini. Questo, apparentemente, ci risparmia molti dolori. Nello stesso tempo, ci pone in uno stato di perenne conflitto con la natura, inibisce ogni vera conciliazione con la vita e, in definitiva, rende impossibile l&#8217;esperienza della gioia. Ma l&#8217;esser o no burattini non è un problema di scelte razionali. Ci vuole coraggio per ritornare umani, ed esser liberi non è né facile né comodo. Perché, come dice Cioran, «non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo d’essere una marionetta».</p>

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		<title>Scatologia dell&#8217;Occidente &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Mar 2022 06:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
		<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo Cicerone «nella nostra mente dimora un desiderio insaziabile di verità». Conoscere il vero è ciò cui tende naturalmente l’intelletto umano, come l’amore è ciò cui tende la nostra anima. Tuttavia, ‘verità’ è un concetto elusivo. Non è facile comprendere come sia possibile avere una conoscenza reale del mondo. Né possiamo illuderci di poter indagare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Secondo Cicerone «nella nostra mente dimora un desiderio insaziabile di verità». Conoscere il vero è ciò cui tende naturalmente l’intelletto umano, come l’amore è ciò cui tende la nostra anima. Tuttavia, ‘verità’ è un concetto elusivo. Non è facile comprendere come sia possibile avere una conoscenza reale del mondo. Né possiamo illuderci di poter indagare su tale argomento in totale libertà, senza dipendere da strutture mentali innate, convenzioni linguistiche, inconsci pregiudizi, dai retaggi potenti e invisibili della nostra educazione intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify">Ammessa tale riserva, io credo si debba concepire la verità come fondamento del valore. Ciò che è falso &#8211; una banconota falsa, un amore falso, una notizia falsa ecc. – è ciò che non ha valore. Tuttavia, quello che a noi può apparire falso è talvolta solo la realtà percepita da un’altra prospettiva. Pare dunque vi possano essere tante verità quanti sono i punti di vista. Ma i diversi piani prospettici non sono in contraddizione con la verità. Essi anzi si integrano e si armonizzano l’un l’altro, dandoci un’immagine più completa del reale.</p>
<p style="text-align: justify">Noi cerchiamo la verità attraverso un processo di conoscenza – forse infinito &#8211; che consiste nel raccogliere informazioni sul mondo fuori e dentro di noi, e trarne un senso. Questo non solo ci permette di soddisfare i nostri bisogni, evitare i pericoli ecc., ma crea in noi un ordine affettivo, morale, intellettuale, un insieme di valori ideali ai quali possiamo persino sacrificare la vita (mentre nessuno rinuncerebbe a vivere per difendere ciò che reputa falso).</p>
<p style="text-align: justify">L’elemento portante di tale processo è un ‘assenso interiore’, intendendo con questa espressione l’atto mentale con cui attribuiamo carattere di verità a certe cose. Non sempre, anzi raramente siamo consapevoli di questo assenso. Tutti possediamo certezze per noi talmente ovvie da divenire inconsci postulati che inavvertitamente ci guidano.</p>
<p style="text-align: justify">Il penetrare in noi di una convinzione, ossia di un assenso, e il suo consolidarsi fino a confluire nel nostro metabolismo interiore, è un fenomeno misterioso. Non solo le certezze del senso comune – “esisto, ho un corpo, una mente, sono parte di un mondo” ecc. – hanno in sé qualcosa di abissale, anche la superficie della coscienza ospita una pletora di certezze – fisiche, morali, affettive, religiose, filosofiche ecc. &#8211; che diamo per evidenti solo perché senza di loro ci sarebbe impossibile pensare e comunicare.</p>
<p style="text-align: justify">Come attingiamo queste certezze e arriviamo a essere sicuri di qualcosa? Ovvero, considerata l’immensa quantità di opzioni che ci si offre, cosa ci induce a dare il nostro assenso a una proposizione invece che a un’altra, a ritenere vera questa e falsa quella? Temo che tentare di rispondere a questa domanda non farebbe che creare nuove domande. Mi limiterò quindi a indicare per sommi capi le ragioni generali che mi pare formino la dinamica dell’assenso, le quali coincidono per altro con le strutture fondamentali dell’essere umano.</p>
<p style="text-align: justify">La prima è la nostra immediata esperienza, un ‘assenso fisico’. “Piove” è per noi un fatto evidente senza che qualcuno ce lo dimostri. La seconda è l’inferenza, o ‘assenso logico’. “Vedo del fumo, quindi qualcosa brucia”. Questo assenso può riferirsi a idee astratte (per es. matematiche) o a fatti empirici. In quest&#8217;ultimo caso implica un assenso complementare che chiamerei ‘mnemonico’ perché legato al ricordo di altre esperienze. La terza si basa su un ‘assenso sentimentale’. Siamo indotti ad accettare alcune idee perché in risonanza col nostro temperamento individuale, le nostre inclinazioni emotive, o perché soddisfano un nostro desiderio. La quarta è ritenere vere le affermazioni altrui. È un ‘assenso fiduciario’: crediamo ai testimoni oculari di un fatto, chiediamo informazioni a un passante, seguiamo un corso scolastico ecc.</p>
<p style="text-align: justify">V’è infine un ‘assenso spirituale’. Alcune certezze non dipendono infatti  dall’esperienza dei sensi, dall’inferenza logica, dai nostri umori o dalla comunicazione di altri, ma si formano per altre vie, spesso difficilmente definibili: sogni, intuizioni, rivelazioni, stati religiosi e mistici ecc. È attraverso questo tipo di assenso che spesso apprendiamo qualcosa di essenziale su noi stessi e sulla vita, benché il nostro razionalismo inibisca l’accesso dell’uomo al mondo dell’anima e alle sue conoscenze.</p>
<p style="text-align: justify">È importante notare come tutti questi assensi presuppongano come condizione fondamentale la ‘fede’. Dobbiamo <em>a priori</em> fidarci dei nostri sensi, delle facoltà mentali nostre o di altri, dello stesso mistero che non comprendiamo. In sostanza, tutta la nostra conoscenza poggia su un ‘meta-assenso’ che, liberando il termine dai suoi limiti zoologici, potremmo definire ‘istinto’. Il nostro essere è permeato di una indefettibile fede nella Coscienza, nell’emergere spontaneo di ‘Ciò che è’. E il nostro divenire è il dispiegarsi di questa fede, la sua avventura, il suo tradursi in idee e in azioni.</p>
<p style="text-align: justify">Ma ai fini del mio discorso non sono necessari scandagli metafisici. Vorrei invece rivolgere l&#8217;attenzione a quel tipo di certezza che ho definito ‘fiduciaria’. È normale che la gente conceda il suo assenso a un’enorme quantità di asserzioni di cui non può avere cognizione diretta, e che regoli la sua esistenza sulla base di questo assenso. È questo un aspetto essenziale della nostra vita sociale ma anche, io credo, un fattore decisivo della sua crisi.</p>
<p style="text-align: justify">L’assenso fiduciario è un fenomeno naturale. Il bambino, ad esempio, vede nel genitore un magistero indubitabile. Questa fede ingenua e spesso illusoria viene in seguito proiettata su insegnanti, personalità religiose, ‘esperti’ e personaggi dal forte ascendente intellettuale o morale. Gli ‘assensi’ di questo tipo son quelli da cui dipende il nostro presunto sapere storico o scientifico. Così, crediamo che Napoleone morì a Sant’Elena, che la Terra giri intorno al Sole, che un virus causi il raffreddore ecc. Da questo assenso derivano in gran parte anche i nostri giudizi etici, le prospettive filosofiche e le credenze religiose.</p>
<p style="text-align: justify">Questo non significa che si prescinda così dalle altre forme di assenso &#8211; empirico, razionale ecc. Tuttavia, la fiducia nel nostro ‘informatore’ o la soggezione a una certa autorità sono l’elemento prevalente. Per altro, senza un’istintiva credulità e un certo mimetismo intellettuale, nessuna trasmissione di conoscenza sarebbe possibile. È normale che una società si riconosca in una certa uniformità di pensiero, di premesse ideali. Un pluralismo senza limiti, in cui ognuno persegue significati, valori, scopi diversi e discordanti,  porterebbe a una rapida disgregazione. La fiducia reciproca è necessaria per la coesione di una comunità di individui.</p>
<p style="text-align: justify">Noi riceviamo continuamente messaggi dall&#8217;ambiente circostante. L’importanza di un sistema di informazioni corrette, che discrimini tra vero e falso, non si esaurisce nel suo semplice valore cognitivo. La conoscenza della realtà infatti sollecita in noi una serie di comportamenti, ci induce a definire valori e significati, a stabilire degli orientamenti per la nostra esistenza. Col tempo impariamo che le persone possono mentire e ingannare deliberatamente il loro prossimo. Oppure sbagliarsi in buona fede. Il dubbio e l’esame critico diventano perciò essenziali quanto la fiducia. Occorre far uso delle proprie capacità di giudizio e procedere da sé alla ricerca del vero, vagliando le informazioni autonomamente, senza accettare passivamente l’opinione altrui.</p>
<p style="text-align: justify">Ma l&#8217;uomo moderno sembra aver perso fiducia in sé stesso, e l’assenso fiduciario ha finito col creare un grave pericolo per la sua libertà di pensiero. I grandi organi di informazione son diventati sempre più influenti e pervasivi, fino a formare una sorta di <em>sensorium</em> comune, di intelligenza collettiva che surroga le facoltà percettive e intellettuali degli individui. I <em>media</em> divengono i portavoce di una Mente Unica le cui affermazioni hanno carattere apodittico. La conoscenza assume carattere rigidamente monocratico, uniforme e normativo.</p>
<p style="text-align: justify">Su temi cruciali che riguardano non solo la vita politica e sociale ma gli stessi rapporti umani, le opzioni morali ecc., l’uomo tende a dare un assenso incondizionato alle informazioni e ai messaggi che riceve dai <em>media</em> ufficiali, cui assegna inconsciamente funzione di ‘genitore’, di mentore e maestro. Il suo senso critico, la libertà di indagare, si riducono a misura che aumenta la dipendenza dal dogmatismo dell’informazione di massa. Questo implica il potere di dirigere i pensieri, le emozioni e i comportamenti della gente. Di fatto, l&#8217;esercizio di questo immenso controllo è esercitato oggi da persone che possono definirsi ‘professionisti dell’informazione’ come le prostitute potrebbero definirsi ‘professioniste dell’amore’.</p>
<p style="text-align: justify">La ‘verità’ è diventata appannaggio di individui pronti a raccontare ogni genere di menzogna pur di averne un tornaconto personale. Attraverso la comunicazione di massa la falsità è divenuta consustanziale alla società moderna quasi per contagio epidemico. I più percepiscono la realtà e conformano la propria condotta attraverso un ‘assenso fiduciario’ concesso non solo a giornalisti corrotti ma a varie tipologie di soggetti ‘autorevoli’ &#8211; politici, medici, scienziati, esperti – il cui scopo nella vita non è certo la verità ma la carriera, il denaro, il successo personale.</p>
<p style="text-align: justify">La coscienza comune è immersa nell’ufficialità dell’informazione come in un liquido amniotico, e questo ha prodotto una drammatica atrofia del nostro senso di realtà. La gente dà meccanicamente il proprio assenso a qualsiasi idiozia o falsità abbia carattere ufficiale e, per converso, è pronta a scagliarsi ferocemente contro chiunque esprima un dissenso, non importa quanto logico, motivato, documentato.</p>
<p style="text-align: justify">Questo plagio mentale, che potremmo definire ‘ufficialismo’, ramifica fino a coprire ogni area del conoscibile, legando le nostre certezze a un unico tipo di assenso che surroga, assorbendoli in sé, tutti gli altri. L’esperienza dei sensi, la razionalità, l’intuizione ecc., si ritirano sullo sfondo di una coscienza invasa da una rete di messaggi mediatici, <em>slogan</em> e parole d’ordine, stimolazioni nervose e suggestioni subliminali che non hanno alcun nesso necessario con la verità.</p>
<p style="text-align: justify">L’ufficialismo si basa su simulazioni d’analisi e di testimonianza obiettiva, calate in strutture fiabesche dove si mescolano archetipi e stereotipi dal chiaro intento pedagogico. Non riferisce la realtà ma la crea. La leggenda dell’Orrido Virus e del Sublime Vaccino langue? L’immaginario comune viene riacceso e ricompattato intorno alla mitologia della guerra, alla lacrimevole retorica, ai rozzi manicheismi. Complice l’abulia mentale della gente, si distorce l&#8217;eziologia degli eventi, si alterano le prospettive, si rievoca la sinistra figura del ‘dittatore pazzo’, immagine di orco politico che, da Nerone a Hitler, ha il magico effetto di inibire l’intelligenza storica dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify">Quelli che condannano gli effetti tremendi della guerra sono gli stessi che ne traggono profitto. Sono le stesse vipere farisaiche il cui veleno da tempo corrode il cuore dell’Occidente, portando ovunque rovina e macerie. Sono grottesche le loro litanie di pace, la loro indignazione. Sublime ipocrisia di un potere imperialista e guerrafondaio, senza onore, che firma trattati e accordi solo per poterli disattendere, che pone ovunque i semi della guerra, e quando ne spuntano i frutti dà ad altri la colpa; che mistifica e cancella la storia, che ha fatto della menzogna un’arma di distruzione di massa.</p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente il problema non è solo la falsità in sé, ma la credulità di chi la accetta come verità di fatto e di valore. Questo assenso produce non solo un&#8217;allucinazione di massa ma anche un comportamento aggressivo e tribale verso i soggetti <em>devianti</em>, cioè chiunque si sottragga alla logica del coro. Si forma un branco conformista, omologato, che avoca a sé ogni giudizio di moralità e verità, lanciando anatemi e scomuniche contro gli spiriti liberi che ne restano fuori. Così, chi oggi non è <em>toto corde</em> ‘democratico’, ‘omofilo’, ‘vaccinista’, ‘anti-russo’ ecc. perde ogni rispetto umano, è privato di dignità e diritti.</p>
<p style="text-align: justify">Perciò sorrido quando sento che dobbiamo difendere ‘i valori dell’Occidente’ e il ‘mondo libero’. I valori dell’Occidente li abbiamo distrutti noi da tempo. E solo ironicamente si può definire ‘libero’ un mondo dove per lavorare, per muoverti, per vivere, sei obbligato a diventar cavia di case farmaceutiche; un mondo in cui chi obietta o dubita viene brutalmente zittito, messo alla gogna, perseguitato; dove si definisce ‘emergenza sanitaria’ un piano di demolizione economica e sociale, dove i bombardamenti si chiamano ‘operazioni di pace’.</p>
<p style="text-align: justify">Se fossi mazdeo direi che il nostro mondo è dominato da Angra Mainyu, spirito della menzogna. Un cristiano lo direbbe sotto la giurisdizione di Satana, il grande mentitore. Certo, la sincerità non fu mai una virtù universale, e il politico mente come respira, si sa. Ma oggi è l&#8217;a stessa natura del pensiero a venir falsificata. Questo significa che la gente è ormai incapace di distinguere il vero dal falso. Anche la pace che la gente reclama è una falsa pace, maschera di un sistema per sua natura bugiardo e assassino. Falsa come le nostre famiglie artificiali, come la filantropia dei grandi usurai. Falsa come la nostra medicina, semplice rimozione di sintomi che serve a nascondere il male. Falsa come la nostra conoscenza, che ci porta sempre più lontani dal vero.</p>
<p style="text-align: justify">Chi oggi vuol distruggere la verità cerca in realtà di spezzare la relazione ontologica tra l’uomo e Dio, che è fonte e fondamento del vero. Chi mente uccide la realtà. Siamo avvolti da rappresentazioni fittizie, che contraddicono l’essere reale per mettere al suo posto ombre e simulacri, esistenze virtuali. La stessa evoluzione scientifica e tecnologica, con le sue speranze messianiche, è solo un&#8217;immagine capovolta. Se la raddrizzassimo vi vedremmo l’involuzione e lo smarrimento dell’anima. E il culto del profitto, che promette paradisi illusori e illusorie redenzioni, sradica dai cuori ogni vera religiosità per sostituirla col monoteismo fecale del denaro.</p>
<p style="text-align: justify">L’escatologia dell’Occidente sembra così compiersi attraverso una metamorfosi scatologica. La nostra informazione è una cloaca tenebrosa (perché «chi fa il male non ama la luce»). La nostra cultura è ricoperta di escrementi satanici. Molti dei nostri <em>maîtres à penser</em>, dei nostri capi di stato, delle nostre guide religiose, sono palesi evacuazioni del Male. La nostra civiltà è ormai lo scarico fognario del pensiero, i suoi deliri progressisti emanano il fetore del disfacimento. Una mandria di imbrattacarte, cortigiani, politicanti, plutocrati, l’ha sommersa con le sue deiezioni, come i buoi nelle stalle di Augia, e forse solo una guerra che la travolga con i suoi fiumi di sangue può ripulirla.</p>
<p style="text-align: justify">E dunque,<em> pereat mundus, fiat veritas</em><em>? </em>Ci troviamo qui di fronte a due baratri. L’ipotesi di un conflitto dalle potenzialità apocalittiche suscita orrore. Ma ancor più terribile è il pensiero che la potenza satanica dell’Occidente prevalga e annienti quelle poche forze che ancora le resistono. Ogni verità sarebbe allora bandita e ogni uomo, per vivere, dovrebbe dare il proprio assenso alla Menzogna. Il mondo resterebbe avvolto da una coltre ammorbante di bugie, più tossica di qualsiasi nube radioattiva. Perciò nostro dovere è “rendere testimonianza alla verità”. Dobbiamo cercare, servire, onorare la verità. Questo è oggi il <em>grande riassetto</em> e l’unica rivoluzione possibile.</p>

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		<title>Teoria e prassi della rivoluzione &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1918 alcuni rivoluzionari bolscevichi radunarono i Romanov in uno scantinato e li trucidarono. Fu una barbarie che nessuna necessità storica o politica potrebbe giustificare. La Chiesa ortodossa ha poi canonizzato lo zar e i suoi familiari, dichiarandoli santi e martiri. Eliminare oggi, con uguale inumanità, i membri dell’oligarchia imperante e i loro famigli  potrebbe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/teoria-e-prassi-della-rivoluzione-livio-cade/">Teoria e prassi della rivoluzione &#8211; Livio Cadè</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Nel 1918 alcuni rivoluzionari bolscevichi radunarono i Romanov in uno scantinato e li trucidarono. Fu una barbarie che nessuna necessità storica o politica potrebbe giustificare. La Chiesa ortodossa ha poi canonizzato lo zar e i suoi familiari, dichiarandoli santi e martiri.</p>
<p style="text-align: justify">Eliminare oggi, con uguale inumanità, i membri dell’oligarchia imperante e i loro famigli  potrebbe apparire a molti un atto necessario di giustizia e di riparazione sociale. Certi conti, si dirà, si saldano solo col sangue, ma questo è opinabile. Di sicuro nessuna delle vittime verrebbe elevata alla gloria degli altari. La Chiesa di Satana, che io sappia, non celebra i suoi martiri.</p>
<p style="text-align: justify">Il problema che qui si pone è in realtà quello, variamente dibattuto, della violenza rivoluzionaria e della sua liceità. I noti precetti secondo cui non si fa una rivoluzione in guanti di seta né una frittata senza rompere le uova, per quanto metaforicamente efficaci, non contengono una vera autorità morale.</p>
<p style="text-align: justify">Nella <em>Popolorum progressio</em> del 1967 Paolo VI denunciava l’esistenza di “situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo”. Secondo l’enciclica, la violenza di un’azione rivoluzionaria sarebbe ammissibile come estrema <em>ratio</em> “nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese”.</p>
<p style="text-align: justify">La nostra attuale situazione mi pare rientrare a pieno diritto in questa casistica. Siamo infatti oppressi da una dittatura che non si fa scrupoli nel violare la Costituzione e i più elementari principi di legalità, spacciando per ‘bene comune’ gli interessi di multinazionali e di ristretti gruppi di potere, attentando sistematicamente alla libertà, alla salute e alla vita stessa dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify">Sembrano sussistere dunque i requisiti di una giusta rivoluzione. Se debba essere pacifica o violenta è una questione che non sta a noi decidere. Per usare le parole di J. F. Kennedy, «sono i ricchi, e altri con grandi interessi in gioco, che possono veramente dire se il processo sarà pacifico o violento. Coloro che rendono impossibile la rivoluzione pacifica rendono inevitabile la rivoluzione  violenta».</p>
<p style="text-align: justify">Limitarsi a forme di resistenza pacifica, di disubbidienza civile, sperando che un senso di giustizia prevalga, può essere eticamente apprezzabile. Purtroppo però non è mai successo che un tiranno cedesse il potere senza che gli venisse violentemente richiesto. Inoltre, è certo legittimo ripudiare la violenza come strumento politico. Tuttavia troverei assurdo equiparare la violenza del chirurgo a quella dell’assassino, quella dell’aggressore a quella di chi si difende.</p>
<p style="text-align: justify">È vero che il male non può essere sconfitto dal male, ma un atto violento non è <em>a priori</em> malvagio. Può anzi essere una forma di carità verso qualcuno la cui libertà è soffocata, la cui dignità è cancellata, la cui stessa vita è minacciata. La violenza di una giusta rivoluzione è sempre guidata da principi spirituali. Essa si pone a eguale distanza sia da una rivolta impulsiva, volta a sfogare un rabbioso risentimento, sia dalla pazienza rassegnata.</p>
<p style="text-align: justify">In teoria, un tiranno che abusi della pazienza del popolo dovrebbe temere una rivoluzione. Ma quest&#8217;idea è oggi superata. I più sembrano infatti dotati d&#8217;una pazienza infinita, come asini bastonati, d&#8217;una virtuosa tolleranza che permette di sopportare ogni ingiustizia. Non vedono che c’è un punto oltre il quale la pazienza si fa vizio, colpevole debolezza. E noi da tempo abbiamo superato quel limite.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, l’immobilismo generale non dipende solo dall’inibizione della volontà ma, in modo più essenziale, da un disorientamento della coscienza. Di fatto, la percezione comune della realtà è oggi gravemente compromessa, perché filtrata da <em>media</em> corrotti che si preoccupano di nascondere ai cittadini i tanti motivi che giustificherebbero una ribellione. .</p>
<p style="text-align: justify">Il problema è che le tradizionali strutture antropologiche sono ormai irriconoscibili. Ad esempio, non si trova nulla da ridire se un uomo sposa un uomo. Allo stesso modo si guarda con indifferenza a una rivoluzione invertita, azione violenta non del popolo contro il Potere ma del Potere contro il popolo. La maggioranza, questa massa imbelle cui manca ogni energia e visione rivoluzionaria, non avverte alcuna necessità di ribellarsi. Al contrario, invoca leggi sempre più punitive, repressive e coercitive, che le garantiscano un&#8217;illusoria protezione da illusorie minacce.</p>
<p style="text-align: justify">«<em>O miseras hominum mentes, o pectora caeca</em>!», si può esser tanto folli e miopi? Eppure l’uomo è per sua natura rivoluzionario. Lo è per destino prima che per scelta. Compiere il periplo dell&#8217;esistenza è la sua inevitabile rivoluzione, come un corpo celeste ruota intorno a un altro, guidato in ciò da una legge necessaria. Così l’uomo gira intorno a sé stesso, disegnando un&#8217;orbita insieme cosmica e metafisica.</p>
<p style="text-align: justify"><em>Revolutio</em> significa propriamente ritorno. &#8220;Il ritorno è il movimento della Via&#8221; dice Laozi. Questo tornare non comporta una regressione ma una ‘conversione’ al Principio da cui veniamo creati, arricchito però dalla nostra esperienza. Così, uscito dall’Eden, l’uomo vi rientra non tornando indietro ma ‘tornando avanti’.</p>
<p style="text-align: justify">Rivoluzionario è quindi, in senso lato, il dinamismo intrinseco che guida lo sviluppo d’ogni cosa. Non è un’evoluzione verticale ma una curva che si riavvolge su sé stessa, secondo una sorta di fisiologia dello spirito. Quando però nel flusso si formano grumi, appare necessaria un’azione di rottura che sciolga il coagulo e consenta il superamento della stasi.</p>
<p style="text-align: justify">Questa forza che l’essere esercita contro un ostacolo determina una rivoluzione in senso stretto, ossia il rivoltare, rovesciare quello che si pone davanti allo spirito e ne blocca il cammino. L&#8217;individuo è così chiamato a rivoluzionare le sue stagnanti strutture personali, e la società a rimuovere oppressivi poteri politici. In realtà, anche quando si rivolge a strutture esteriori, la rivoluzione manifesta sempre un conato ontologico. Rompe la sonnolenza dell&#8217;essere, lo dispiega, è travaglio di una crisi metafisica che lo fa tendere all&#8217;Assoluto.</p>
<p style="text-align: justify">È quindi basilare distinguere la vera dalla falsa rivoluzione. Nella prima, che potremmo definire benigna, lo spirito elimina l’impedimento per rientrare nella sua naturale orbita evolutiva. La seconda provoca invece un deragliamento dello spirito. È un gesto <em>delirante</em> che, nonostante i propositi progressisti, determina sempre un’involuzione.</p>
<p style="text-align: justify">Definisco ‘satanica’ questa seconda forma perché nemica per antonomasia di ogni progresso spirituale, di cui simula soltanto il carattere rivoluzionario. Se questa rivoluzione elimina un male è solo per crearne uno più grande. Non è necessariamente una rivoluzione repentina e &#8216;rumorosa&#8217;. Spesso si esplica in forme subdole e silenti, come certi tumori di cui ci avvediamo troppo tardi.</p>
<p style="text-align: justify">La nostra azione rivoluzionaria va diretta contro quest’idea di rivoluzione. In pratica, contro tutte quelle rivoluzioni &#8211; illuministe, industriali, scientifiche, comuniste, culturali, sessuali, sociali, tecnologiche, informatiche, cibernetiche, digitali etc. &#8211; che condannano l’uomo a una cronica instabilità e a progressivo degrado delle sue prospettive spirituali.</p>
<p style="text-align: justify">Non possiamo colpire forme irrigidite, apparati sclerotici, perché tutto è in fluida e incessante trasformazione. Il sistema stesso provvede da sé a una regolare liquidazione (<em>reset</em>) delle strutture preesistenti. L’unica struttura reazionaria è la nostra illuministica fede nel ‘progresso’. Credenza che, nella sua fissità, è di fatto il paradossale fondamento della precarietà della nostra civiltà. Contro questa illusione di progresso, contro i suoi postulati pseudo-scientifici, dobbiamo dunque lottare. Contro forze che intendono distruggere le radici spirituali dei popoli, riducendoli a masse subumane.</p>
<p style="text-align: justify">Ogni rivoluzione satanica induce infatti nell’uomo un progressivo abbrutimento, un&#8217;atrofia delle sue facoltà creative e spirituali. Lo vediamo nella morte dell’arte, nella perdita della dimensione poetica della vita, nello squallore urbano, nella miseria del linguaggio, nell’aumento della criminalità, della droga, della pornografia, degli psicofarmaci, nell’aberrazione di nuovi modelli familiari, nella degenerazione progressiva dei valori (al momento il Valore Supremo è non beccarsi un raffreddore).</p>
<p style="text-align: justify">Anche l’attuale rivoluzione vaccinale rientra chiaramente in un disegno di disintegrazione dell&#8217;umano. Forse si arriverà alla trasformazione delle persone in animali da reddito, in dispositivi biotecnologici. E già incombono nuove rivoluzioni maligne &#8211; climatiche, energetiche, transumane etc. Ognuna materiata di falsità, di false profezie apocalittiche, di false promesse messianiche.</p>
<p style="text-align: justify">Purtroppo, i più sono assuefatti ai sovvertimenti, alla perdita d&#8217;equilibrio. Pensano che il ribaltamento di tradizioni e valori sia una terapia efficace per liberare le potenzialità sociali e spingere l&#8217;uomo verso i suoi utopici orizzonti. Perciò la gente accoglierà queste rivoluzioni, le prime nella storia che tendono non a liberare l’uomo ma a schiavizzarlo, come un progresso.</p>
<p style="text-align: justify">È ingenuo credere che leggi e costituzioni possano arginare la decadenza. Ogni legge scritta può diventare strumento di iniquità, se vengono cancellate le leggi non scritte della coscienza. Prova ne è questa proliferazione di decreti anticostituzionali, che non garantiscono alcuna legalità ma al contrario generano sofferenza, caos e abusi.</p>
<p style="text-align: justify">La politica che non risponde più a un ordine metafisico diventa infatti schiava di poteri economico-finanziari, di ideologie senza alcun rispetto della dignità umana. Questo nuovo declino dell&#8217;Occidente, che ci precipita nella barbarie, durerà finché non ridaremo alla nostra civiltà un fondamento religioso, che le impedisca derive materialistiche e tiranniche.</p>
<p style="text-align: justify">In questi tempi oscuri, il valore di una prassi rivoluzionaria sarà dunque il suo esser contro-rivoluzionaria. Questo non significa un ritorno al passato. Portare indietro le lancette del tempo è non solo impossibile ma anche inutile. Il male attuale infatti non emerge dal nulla, ha radici lontane. Più che occuparci dei suoi sintomi storici, dovremmo indagarne e rimuoverne le cause metafisiche.</p>
<p style="text-align: justify">Possiamo solo &#8216;tornare avanti&#8217;, seguendo la Via di una rivoluzione naturale che non divora i propri figli ma li nutre. Per tornare a un mondo più stabile e vero. Dovremo formare fasci rivoluzionari, unendo le nostre forze a quelle di altri ribelli. Uomini liberi che condividono la passione per la verità, refrattari alle soteriologie tecnico-scientifiche e al progressismo disumanizzante, cresciuti quanto basta per non credere alle favole del sistema.</p>
<p style="text-align: justify">Compito della nostra rivoluzione è ritornare a una visione spirituale della vita, perché sappiamo che una civiltà privata del Sacro decade e muore. Ciò che riguarda le forme concrete di resistenza e di lotta non può essere deciso che in relazione alle circostanze. Saremo pochi, verremo sconfitti? Non importa. La vera rivoluzione non si esaurisce nella dimensione dei fatti ma si rivolge alla verità che abita nel cuore dell’uomo. Solo tornando al cuore comprendiamo che il fine del nostro anelito rivoluzionario non è ‘realizzare sé stessi’ (questo è quello che vogliono tutti i rivoluzionari satanici) ma condividere quella bellezza e quella libertà che sono sostanza dello spirito.</p>

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		<title>Il pasto &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Dec 2021 06:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
		<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vita è un atto creativo il cui scopo è generare bellezza. Ma la creatività implica un disporre liberamente delle proprie facoltà. Perciò ogni sottrazione di libertà comporta una proporzionale sottrazione di vita e di bellezza. Credo sia questa la ragione per cui la nostra società assume forme sempre più laide e mortifere. Di fatto, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/il-pasto-livio-cade/">Il pasto &#8211; Livio Cadè</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La vita è un atto creativo il cui scopo è generare bellezza. Ma la creatività implica un disporre liberamente delle proprie facoltà. Perciò ogni sottrazione di libertà comporta una proporzionale sottrazione di vita e di bellezza. Credo sia questa la ragione per cui la nostra società assume forme sempre più laide e mortifere.</p>
<p style="text-align: justify">Di fatto, un coro di prefiche geme sul corpo esanime della civiltà occidentale e ne piange la morte. E mi unirei anch&#8217;io ai loro lamenti se un dubbio non mi trattenesse. Infatti, pur ammettendo con qualche riserva  che una civiltà sia assimilabile a un corpo biologico &#8211; soggetta quindi a una nascita e a una morte &#8211; io temo che l’Occidente non sia affatto morto (e dirò presto perché questo debba spaventare e non consolare).</p>
<p style="text-align: justify">Questa civiltà non respira, non ha un cuore che pulsa, esala fetore di cadavere, è vero. <img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51885 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/hieronimus-bosch-particolare-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/hieronimus-bosch-particolare-300x245.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/hieronimus-bosch-particolare.jpg 700w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> La diagnosi di morte sembra inoltre giustificata dall&#8217;osservazione di numerosi processi degenerativi. Il nostro mondo ha l’aspetto di un organismo in dissoluzione, già invaso da larve, microrganismi e parassiti. Sembra evocare il caos allucinato e formicolante di certi pannelli di Bosch.</p>
<p style="text-align: justify">I nostri tradizionali valori &#8211; etici, estetici o religiosi &#8211; si stanno rapidamente decomponendo. La modernità ha eroso quella struttura di pensiero giudaico e greco-romano che cementandosi col cristianesimo è stata per secoli fondamento della cultura e dell’arte occidentale. I segni di questo disfacimento sono innegabili e si fanno di giorno in giorno più evidenti. Eppure la nostra società ancora si muove. Anzi, sembra incapace di fermarsi, ha in sé qualcosa di febbrile.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51862 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/capitan-vaccino-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/capitan-vaccino-214x300.jpg 214w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/capitan-vaccino-732x1024.jpg 732w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/capitan-vaccino-768x1075.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/capitan-vaccino-1097x1536.jpg 1097w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/capitan-vaccino.jpg 1143w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />Ci troviamo quindi di fronte a un paradosso per cui vita e morte coesistono in uno stesso soggetto, a un&#8217;inversione di significati e di valori che fa sembrar vivo ciò che è morto. Del resto, questo non stupisce, perché da tempo siamo assuefatti a radicali falsificazioni e rovesciamenti di senso.</p>
<p style="text-align: justify">Vorrei citare, a titolo d’esempio, un fatto banale eppure significativo. È l&#8217;immagine di Capitan Vaccino, giovanile e accattivante super eroe in camice bianco che dovrebbe invogliare i bambini a farsi ‘vaccinare’. È un invito alla vita e alla libertà che nasconde in realtà asservimento e traffici di morte. Una bieca operazione di <em>marketing</em> che trasforma una &#8216;strage di innocenti’ in una farsa con fanfare, <em>clown</em> e palloncini.</p>
<p style="text-align: justify">Questa immonda pagliacciata mi ha riportato alla memoria IT, l’orripilante, gigantesco ragno alieno creato dalla fantasia di Stephen King. Anche lì il mostro si insinuava nelle menti dei bambini assumendo l’aspetto di un <em>clown</em>, per poterli adescare e divorare. Capitan Vaccino è in fondo il lupo travestito da nonna, il maniaco che offre caramelle ai bambini.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51861 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/pennywise-al-molina-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/pennywise-al-molina-226x300.jpg 226w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/pennywise-al-molina-450x595.jpg 450w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/pennywise-al-molina.jpg 679w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /></p>
<p style="text-align: justify">Ma l’orrore qui è ancora più subdolo, perché sono gli stessi genitori che consegnano i figli a questo Moloch politico-farmaceutico camuffato da amico. E tutti gli adulti – medici, poliziotti, insegnanti – che dovrebbero istintivamente proteggere quei piccoli, sono i primi a lasciarli indifesi e anzi a spingerli verso il mostro.</p>
<p style="text-align: justify">Com&#8217;è stato possibile cancellare così radicalmente il senso di responsabilità e le tendenze protettive del &#8216;branco&#8217; nei confronti dei suoi ‘cuccioli’? Qui vengono pervertiti i sentimenti più atavici, abolita la più naturale sensibilità. Credo non vi sia indicatore più chiaro della nostra degenerazione di questo: sacrificare i bambini per placare le ansie puerili di adulti e vecchi.</p>
<p style="text-align: justify">Non v&#8217;è dubbio che si tratti di un fenomeno putrefattivo. Quindi sembrerebbe logico attribuirlo a un soggetto cadaverico. Tuttavia, si cadrebbe così in un pericoloso <em>trompe-l’oeil</em>. Un vero morto infatti non potrebbe né muoversi né nuocere. Ma nell&#8217;Occidente è in atto una metamorfosi che gli consente di conciliare la perdita delle funzioni vitali più nobili con forme di vita apparente, una pseudo-vita che procede per inerzia di automatismi e movimenti meccanici.</p>
<p style="text-align: justify">Per capire come si sia arrivati a tanto dobbiamo pensare che ogni civiltà, come ogni organismo, ha bisogno di nutrirsi. Il suo pasto consiste in sistemi etici e filosofici, ideali sociali, fede religiosa, arte, poesia etc. Il cibo di una civiltà è la bellezza, il genio, la libertà. Purtroppo, queste essenziali fonti di nutrimento sono pressoché esaurite.</p>
<p style="text-align: justify">La civiltà ha dunque cercato di placare il suo appetito con la tecnica, i dispositivi elettronici sempre più efficienti e veloci, le statistiche, con <em>gossip</em>, quiz, serie televisive, telegiornali e cose simili. Ma questo pasto, anche se assume le dimensioni di un&#8217;orgia senza fine, non sazia. La nostra società, costretta a cibarsi del nulla, del vuoto che produce, si è così trasformata in uno spettro perennemente affamato.</p>
<p style="text-align: justify">Questo ha innescato la trasformazione. Non riuscendo più a trovare alimenti vitali, la civiltà contemporanea ha cominciato a divorare sé stessa. Ha addentato la carne viva del proprio passato, delle proprie tradizioni, facendone scempio. In un delirio di autofagia ha cominciato a cibarsi del suo stesso cuore. Il fatto spaventoso è che sembra poter prolungare questa sopravvivenza per un tempo indefinito, bloccata in una dimensione in cui non può né vivere né morire.</p>
<p style="text-align: justify">È in sostanza una situazione paragonabile a quella dello zombi, del non-morto o del non-vivo, secondo i punti di vista. Un motivo simile si trova anche nel mito del vampiro. Ma mentre quest’ultimo può intingere la propria disumanità in un’aura romantica e aristocratica, lo zombi è una figura derelitta e disgustosa.</p>
<p style="text-align: justify">Lo zombi moderno è dunque sia l&#8217;allegoria di una compulsione consumistica sia il ritratto di una società incosciente, che consuma sé stessa con una voracità malata e sempre inappagata. Vi sono tuttavia nello zombi due aspetti fondamentali da tenere in considerazione.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51887 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/Zombie_haiti_ill_artlibre_jnl-217x300.png" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/Zombie_haiti_ill_artlibre_jnl-217x300.png 217w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/Zombie_haiti_ill_artlibre_jnl-741x1024.png 741w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/Zombie_haiti_ill_artlibre_jnl-768x1061.png 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/Zombie_haiti_ill_artlibre_jnl.png 900w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /> Secondo una primitiva accezione, zombi è la persona in cui, mediante sortilegi o pozioni, si provoca uno stato di morte apparente, un po’ come la Giulietta shakespeariana. Con la differenza che lo zombi si risveglia dotato di una coscienza piatta e rudimentale, senza alcuna libertà di scelta e d&#8217;azione, ridotto alla mercé di qualcuno di cui esegue passivamente gli ordini.</p>
<p style="text-align: justify">Questo zombi classico, essere letargico asservito a poteri oscuri, rappresenta metaforicamente solo una parte dell&#8217;Occidente attuale. Ne descrive la condizione sonnambolica e la supina, inconsapevole condiscendenza a farsi usare per scopi malvagi. Un’anticipazione di questo tema si trova ne “Il dottor Caligari”, film espressionista del 1920. Lì un ipnotizzatore si serve di un sonnambulo per compiere i suoi crimini. Anche oggi, come allora, si può cogliere in quel canovaccio onirico il presentimento dei totalitarismi incombenti.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51863 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/IlgabinettodeldottorCaligari-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/IlgabinettodeldottorCaligari-200x300.jpg 200w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/IlgabinettodeldottorCaligari-683x1024.jpg 683w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/IlgabinettodeldottorCaligari-768x1152.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/IlgabinettodeldottorCaligari.jpg 780w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p style="text-align: justify">Ma la semantica e la fenomenologia dello zombi hanno subito poi progressive espansioni, rendendolo più complesso. È diventato un cadavere che per qualche misteriosa ragione – di solito un virus &#8211; si rianima in preda a un&#8217;insaziabile libido antropofaga. In questo, l’invenzione e l’immaginazione non hanno fatto che adeguarsi all&#8217;evoluzione di una tragica patologia sociale, offrendole metafore sempre più fedeli in cui specchiarsi. Allo zombi originario, schiavo addormentato, quello ‘evoluto’ aggiunge un impulso che lo spinge alla ricerca di carne umana, di vittime di cui fa strazio in ammucchiate cannibalesche.</p>
<p style="text-align: justify">Lo zombi non conserva in sé tracce di civilizzazione, di sensibilità estetica o di riflessione filosofica. La sua mente appare decomposta, silenziosa tomba di ogni facoltà intellettuale o morale. Non pensa, agisce per riflesso nervoso. L’area corticale del cervello &#8211; riflessiva, ideativa &#8211; appare in lui atrofizzata o scollegata, sostituita da un rozzo sistema sensoriale e cinetico.</p>
<p style="text-align: justify">A volte sembra galleggiare in lui qualche torpido ricordo del passato, relitti di memoria che affondano nel nulla. La sua residua coscienza tende solo alla soddisfazione di un&#8217;allucinazione  alimentare. Per gran parte del giorno tiene gli occhi fissi su un <em>monitor</em>, medium da cui gli giunge la voce del Padrone e da cui riceve i messaggi che attivano il suo apparato psico-motorio. Strumento che innesca in lui gli stimoli della fame e gli trasmette per via subliminale una serie di ordini.</p>
<p style="text-align: justify">Egli vaga dunque in cerca di cibo, come chiamato da oscuri richiami. Ma, dato che della sua natura organica conserva solo un simulacro necrotico, il suo pasto diventa un rituale tanto cruento quanto illusorio. Il suo desiderio è una sorta di cortocircuito, un meccanismo che simula i gesti della vita, un&#8217;iterazione di processi privi di ogni metabolismo vitale. È lo specchio di una società guidata da grossolane sollecitazioni  mediatiche, che mentre promettono allo zombi soddisfazioni impossibili lo legano all&#8217;adempimento di scopi e funzioni utili solo a chi lo comanda.</p>
<p style="text-align: justify">Lo zombi non è libero, quindi non crea nulla. Deve solo consumare, evacuare, ubbidire. È figura priva d&#8217;ogni bellezza o dignità, in cui la banalità e lo squallore del male trovano espressione compiuta e definitiva. Il suo sordido masticare non ha l’ebbrezza esaltata delle Menadi. Invano cercheremmo in lui la torva solitudine di un Nosferatu o il fascino selvaggio del licantropo. Lo zombi per altro non possiede alcun potere insolito e sovrumano. È anzi rigorosamente subumano.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51859 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/largezomb1-712347-300x148.jpg" alt="" width="300" height="148" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/largezomb1-712347-300x148.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/largezomb1-712347-1024x504.jpg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/largezomb1-712347-768x378.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/largezomb1-712347.jpg 1531w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Si muove lentamente, come un magma appiccicoso, barcolla confuso e in precario equilibrio. Si fonde in una moltitudine caotica e totalmente impersonale. La sua unica forza sta nella quantità, nei numeri di una maggioranza prevaricante. Si intruppa nell&#8217;uomo medio, è il conformista per eccellenza.</p>
<p style="text-align: justify">Aggregato ai suoi simili, si sposta a ondate collettive, in gruppi claudicanti e scoordinati. Ma non esiste fra zombi solidarietà o una coscienza di classe. Anche se si accalcano tutti insieme nella stessa direzione, mossi da un identico scopo, non comunicano tra loro e non si capiscono. Stretti uno all&#8217;altro, si ignorano. Li accomuna solo il passo goffo e legnoso, l’ottusità, l’ingordigia. La loro identità si perde in un pensiero unico e senza volto.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51860 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/EM_Gist-deadreign-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/EM_Gist-deadreign-237x300.jpg 237w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/EM_Gist-deadreign.jpg 554w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" />Questa massa di esseri in dissoluzione, provenienti da ogni categoria sociale, laica e religiosa, senza distinzione di ceto e d’età, ci circonda e ci insidia. Forma una schiacciante marea che preme contro le porte chiuse dietro cui la vita si rifugia. I pochi scampati devono fuggire o nascondersi. Ma ogni luogo &#8211; ospedale, chiesa, banca, scuola, supermercato, la nostra stessa casa – può diventare un nido di zombi pronti a fagocitarci.</p>
<p style="text-align: justify">Per quanto incredibile, vi sono alcuni che vorrebbero includere lo zombi tra &#8220;il nostro prossimo&#8221; e di conseguenza concedergli un doveroso rispetto, trattarlo con &#8220;senso di responsabilità&#8221;. Considerano immorale la violenza contro gli zombi. A sentir loro dovremmo preoccuparci delle necessità di questi mostri e non far loro del male, perché “sono nostri simili”.</p>
<p style="text-align: justify">Ma grazie a Dio questo non è vero. E comunque, non è perché son mostruosi e dissimili da me che non ho rispetto per loro, ma perché sarebbe stupido aver rispetto di un&#8217;infezione. Pensare di ‘salvare’ o rieducare uno zombi è assurdo quanto voler insegnare il galateo a una colonia di batteri. Cercare di stringere con lui dei vincoli morali è un’etica putrefatta, cioè un&#8217;etica da zombi.</p>
<p style="text-align: justify">L’unica opzione razionale è azzerare quel che resta del suo cervello, fermarlo prima che lui uccida noi o ci contagi, interrompere il collegamento tra il suo sistema nervoso centrale e il resto del corpo. Ciò si ottiene, concretamente, decapitandolo o distruggendo in qualche modo il suo encefalo. In senso figurato, dovremmo bloccare la sua connessione con chi ne governa i movimenti &#8211; i <em>media</em>, il mercato, il <em>mainstream</em>. Colpirlo al cuore è inutile. È come se non l’avesse. Questa civiltà non ha più un cuore, solo uno stomaco, e inservibile anch&#8217;esso.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51883 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/the_man_without_heart_by_jhammad_d1i6xz6-fullview-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/the_man_without_heart_by_jhammad_d1i6xz6-fullview-300x226.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/the_man_without_heart_by_jhammad_d1i6xz6-fullview.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Lo zombi è infatti figlio di una società ipernutrita ma incapace di digerire e assimilare ciò che mangia. Per questo il suo coma è incrinato dai morsi di un vuoto tormentoso che lo spinge a ingoiare, suggere, sbranare qualsiasi cosa &#8211; materiale o immateriale, reale o virtuale &#8211; gli offra un’effimera sensazione di riempimento. Ma lo zombi non trattiene nulla, gli oggetti attraversano il suo apparato digestivo e ne vengono evacuati senza dargli alcun nutrimento.</p>
<p style="text-align: justify">La sua ricerca di cibo è ancor più frustrante e vana perché la maggioranza degli umani è simile a lui, carne morta che non eccita alcuna brama. Osservate alcuni zombi che discutono tra loro di vaccini, contagi, misure politico-sanitarie. La loro aggressività resta dormiente, intorpidita, mentre si baloccano coi loro dati e i loro commenti, forme cadaveriche e senza sapore. Ma mettete in mezzo a loro una persona che li contraddica e subito il loro sguardo vitreo si contrae. Attratti dal battito del suo cuore, dall&#8217;odore della vita, li vedrete avventarsi su di lei per smembrarla e farne il loro macabro pasto.</p>
<p style="text-align: justify">Ma quest&#8217;atto, lo squartamento, contiene un altro importante valore simbolico, una sorta di compiacimento necrofilo. L&#8217;esibizione della morte e del nulla è infatti un elemento precipuo della nostra società. Mentre si auto-divora, si &#8216;apre&#8217; e si mette a nudo. Sembra godere così di un piacere pornografico nell&#8217;ostentare le proprie viscere e nel mostrare l’assenza di un’anima dentro di sé. Tutto in lei diviene organo, osso, frattaglia, materia destinata a uso commestibile. L’interiorità dell’uomo è assimilata alle sue interiora.</p>
<p style="text-align: justify">Nonostante il suo fluttuare caotico, non dobbiamo pensare alla folla degli zombi come a un fenomeno anarchico e irrazionale. Non dimentichiamo che lo zombi, nella sua definizione classica, è sempre governato dalla volontà di un padrone. E anche lo zombi moderno, per quanto isolato in sé stesso, nel suo desiderio, partecipa di una volontà comune e di un disegno generale. Senza rendersene conto esegue un ordine, aderisce a un progetto per cancellare lo spirito.</p>
<p style="text-align: justify">È il Potere stesso che crea lo zombi e ne favorisce la diffusione, ostacolando ogni tentativo di terapia o profilassi. Lo zombi classico, catalettico, è infatti il sogno di ogni tiranno. È il cittadino-servo ideale, ignaro, passivo, docile ai comandi come una marionetta. E lo zombi affamato, consumista, alimenta un capitalismo altrettanto ingordo, che ne sfrutta l’ossessione famelica, l’illusoria ricerca di sazietà e la frustrazione sempre rinascente.</p>
<p style="text-align: justify">Lo vediamo in queste torme allupate e inebetite che, ingozzandosi di vaccini, non fanno che alimentare la propria insicurezza. Convergono avidi verso il grande banchetto vaccinale, solo per tornare brancolando nella loro vacuità. E trascinano in questa crapula i loro stessi figli, convertiti già in piccoli zombi. Trangugiano senza cognizione e senza sentirsi mai satolli ma, in compenso, dando piena soddisfazione alle concupiscenze del Potere. Realizzano così in un solo atto un doppio paradosso: quello di schiavi che si sentono tanto più liberi quanto più son dominati e di morti che han paura di morire.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51864 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/goethe-faust-300x172.jpg" alt="" width="300" height="172" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/goethe-faust-300x172.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/goethe-faust-768x440.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/12/goethe-faust.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Lo zombi è lo scarico fognario dove confluiscono, dopo un lungo viaggio, i nostri sogni prometeici e faustiani, le nostre velleità di potere e conoscenza. È l&#8217;esito finale di un&#8217;utopia &#8216;evolutiva&#8217; che non si sa porre limiti, digiuni o astinenze. Esplicita i contenuti regressivi della nostra idea di progresso e mostra gli esiti disumani, autodistruttivi, cui inevitabilmente conduce.</p>
<p style="text-align: justify">È un essere che provoca ripugnanza e paura non solo perché è putrido o perché risveglia in noi l’ancestrale terrore di essere mangiati dalla Bestia, ma perché è la proiezione di un incubo in cui temiamo di doverci rispecchiare. È immagine di un futuro in cui siamo ridotti ad automi, esseri senza valori e sentimenti umani, inutili tubi digerenti. È il futuro dei Capitan Vaccino, di una società dominata da zombi cui dare in pasto anche i bambini.</p>
<p style="text-align: justify">Quadro forse troppo fosco e pessimista, in cui mancano, lo riconosco, le luminose eccezioni. Ma le rare oasi di umanità e di resistenza che ancora rimangono ognuno le deve cercare da sé. Chi ancora non è infetto cerchi dunque un posto dove dar rifugio ai suoi cari. Eviti le situazioni di contagio. Il medico zombi, il giornalista zombi, il politico zombi, anche il vicino di casa zombi, sono pericoli mortali. Lo zombi-virus ci priverebbe di ogni naturale riposo. Ci costringerebbe a sopravvivere sotto forma di semi-cadaveri incoscienti, che smaniano per un orribile nulla.</p>
<p style="text-align: justify">E io credo sia meglio morire che vivere in un mondo senza libertà e senza bellezza. Dobbiamo quindi difenderci con ogni mezzo, isolarci, fuggire, o trovare un antidoto, un vaccino. Questo sì obbligatorio. Perché si può accettare un’anima senza corpo, ma non un corpo senz&#8217;anima.</p>

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		<title>La bellezza del diavolo &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2021 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
		<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«La plus belle ruse du diable est de nous persuader qu&#8217;il n&#8217;existe pas». (Baudelaire)  Sorokin, sociologo russo, sostiene che la classica tripartizione antropologica – corpo, anima e spirito – si rifletta in una ciclicità di epoche storiche in cui inevitabilmente si manifesta la decadenza progressiva di una civiltà. A un’era spirituale, in cui prevalgono i [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/la-bellezza-del-diavolo-livio-cade/">La bellezza del diavolo &#8211; Livio Cadè</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">«<em>La plus belle ruse du diable est de nous persuader qu&#8217;il n&#8217;existe pas</em>».</p>
<p style="text-align: right">(Baudelaire)</p>
<p style="text-align: justify"> Sorokin, sociologo russo, sostiene che la classica tripartizione antropologica – corpo, anima e spirito – si rifletta in una ciclicità di epoche storiche in cui inevitabilmente si manifesta la decadenza progressiva di una civiltà. A un’era spirituale, in cui prevalgono i valori del sacro, succede un’epoca più razionale e idealistica. Infine, viene un tempo oscuro in cui a dominare in una società sono il materialismo e gli interessi terreni, sintomi di vecchiaia e di morte.</p>
<p style="text-align: justify">Ogni civiltà avrebbe dunque un’alba, un meriggio, un tramonto, una notte. L’umanità posta al confine tra due ere non può decidere di non valicare quel confine. Un potere più grande di lei la sospinge e le impone di andare avanti. Non è la forza di poteri economici, finanziari, politici o militari, ma quella di un’inarrestabile ruota cosmica, una sorta di macina della storia in cui ogni civiltà viene frantumata per poi rinascere.</p>
<p style="text-align: justify">Se il XIX secolo poteva cullarsi nell’illusione di trovarsi l’alba di una nuova era, illuminata dai raggi della scienza positivista, il secolo passato ha preso invece coscienza della natura crepuscolare del ‘progresso’. E oggi, solo l&#8217;inganno di luci artificiali può farci credere che su di noi non stia calando il buio della notte.</p>
<p style="text-align: justify">Molti ancora pensano che saranno gli ingranaggi della scienza e della tecnica a far girare le ruote dentate della storia e a spingere verso un futuro più felice la nostra civiltà. Al contrario, esse esercitano una tensione conservatrice e reazionaria, che vorrebbe mantenere la società al di qua del confine che è invece suo destino oltrepassare. In questo notturno capovolgimento di valori, è normale quindi che si definiscano ‘oscurantiste’ quelle forze di ritorno al sacro che invece già preannunciano la luce del nuovo mattino.</p>
<p style="text-align: justify">La crisi che affligge la nostra società è di fatto legata a una transizione da un’era carnale a un’era dello spirito. Questo passaggio richiede una <em>renovatio mentis</em> che ci porti a vedere noi stessi e il mondo con occhi nuovi. Le parole di san Paolo &#8211; «non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente» &#8211; trascendono quindi il piano dell’ascesi individuale per porsi su quello di una metamorfosi della civiltà.</p>
<p style="text-align: justify">Il ‘mondo’cui Paolo si riferisce qui non è il <em>kosmos</em> ma il ‘secolo’ (<em>aion</em>). Non è quindi un’esortazione alla <em>fuga mundi</em> o un “<em>terrena despicere</em><em>”, invito a </em>disprezzare le cose della terra. Il <em>saeculum</em> da cui emanciparsi è l’insieme dei segni di un tempo ormai totalmente secolarizzato e dominato da poteri satanici.</p>
<p style="text-align: justify">Dal Rinascimento a oggi, la nostra razionalità, la conoscenza della materia e l’efficienza tecnica hanno raggiunto altissimi livelli. Questo è avvenuto però a spese di valori estetici e morali, idealistici e metafisici. Lo scientismo e il tecnicismo hanno inaridito le sorgenti dell’intuizione spirituale e della fede. La cultura si è infine irrigidita su posizioni che causano un restringimento della visione intellettuale e il suo ripiegamento su prospettive puramente secolari.</p>
<p style="text-align: justify">Se lo “spirito del mondo” prevale, la ragione stessa si piega essenzialmente a scopi materiali. L’uomo è ridotto a valore biologico ed economico. L’ispirazione artistica inaridisce. Anche la ‘spiritualità’ è intrisa di  elementi sensoriali. La realtà appare priva di senso perché sradicata dal suo fondamento metafisico. Il cosmo non riflette più un’idea divina ma la aleatorietà di processi fisici. Se, come diceva padre Garrigou-Lagrande, “bisogna scegliere o Dio o l&#8217;assurdità radicale”, la nostra cultura ha scelto l’assurdità.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51199 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/allegory-of-satan-ludwik-stasiak-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/allegory-of-satan-ludwik-stasiak-224x300.jpg 224w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/allegory-of-satan-ludwik-stasiak.jpg 671w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />Questa ideologia sensista, anti-spirituale, anti-mistica, anti-religiosa, è terreno di coltura favorevole al germogliare di forze <em>sataniche</em>, ossia di una pura immanenza votata al godimento e al dominio tecnico-magico di realtà materiali. La politica, le scienze naturali o umanistiche, l&#8217;intero apparato di una cultura carnale tende a rimuovere da sé ogni traccia del divino e del sovra-mondano. Il <em>mainstream</em> alimenta modelli di pensiero <em>satanici</em>, nel tentativo di contrastare quel ritorno dello &#8220;spirito di Dio&#8221; che per lo &#8220;spirito del mondo&#8221; significherebbe la fine.</p>
<p style="text-align: justify">È follia credere che saranno gli attuali organismi politici, nazionali o internazionali, a traghettare l’umanità verso la nuova era. Il cambiamento non avverrà attraverso riforme sociali o economiche, scoperte scientifiche, rivoluzioni politiche o nuove strategie ambientali, ma unicamente mediante una revulsione del nostro sostrato spirituale, che decongestioni la coscienza e la liberi dalla sua intossicazione satanica.</p>
<p style="text-align: justify">Ovviamente, se noi fossimo semplici prodotti dell&#8217;ambiente e della cultura dominante, finiremmo in un <em>cul de sac. </em>Infatti una cultura plasmata da princìpi satanici &#8211; la ricchezza, il potere, la sensualità &#8211; non potrebbe mai creare uomini spirituali che la rinnovino.  In realtà, il nostro sé individuale partecipa incessantemente, attraverso ogni suo atto e pensiero, a un processo di creazione e rigenerazione sociale. Solo così possiamo uscire dall&#8217;<em>impasse </em>di un circolo vizioso in cui il male alimenta sé stesso.</p>
<p style="text-align: justify">La transizione sarà affidata dunque a chi, restando immune al delirio collettivo, aprirà nuovi varchi al super-conscio, favorendo il risveglio nel mondo di energie spirituali e terapeutiche. Questo comporterà necessariamente un allargamento e un approfondimento del sé. Il senso dell’uomo si esaurisce oggi in un ego biologico e sociale. Nella società futura saranno invece fondamentali le dimensioni di un sé cosmico, in cui si riconciliano spirito e natura, e di un sé metafisico che ricolleghi l’uomo alle sue radici spirituali.</p>
<p style="text-align: justify">Comprendo il disagio e forse anche l&#8217;ilarità che in alcuni può suscitare il riferimento alla presenza di dinamiche diaboliche nella nostra società. Si sa che nessuno potrebbe oggi alludere all&#8217;esistenza di pulsioni sataniche nel governo del mondo senza veder compromessa la propria rispettabilità intellettuale. Questo è per altro coerente con le concezioni di un’epoca carnale e con la sua incapacità di discernere la natura metafisica della realtà. Vorrei tuttavia fornire almeno una traccia di cosa io intenda quando alludo a un pensiero <em>satanico</em>.</p>
<p style="text-align: justify">In questo concetto occorre far rientrare tutte quelle forze che, entrando in contatto con la psiche, tendono a creare in lei forme di ottenebramento e di dipendenza. Il diavolo <em>incatena</em>. Quale sia il ruolo del <em>satanico</em> nell&#8217;economia della storia è argomento che esorbita dai limiti di questo modesto articolo. In senso molto generale, il <em>satanico</em> è ciò che priva l&#8217;uomo della sua libertà interiore e falsifica la sua percezione della realtà.</p>
<p style="text-align: justify">Non mi riferisco solo a forme di satanismo ufficiale &#8211; quelle che comunemente associamo a messe nere, pentacoli ecc. &#8211; ma a una <em>forma mentis </em>diffusa nella società. La maschera indossata dal satanismo è oggi quella di un umanismo razionalista, di chiara derivazione illuminista. Suo obiettivo dichiarato è favorire l’amore universale, la lotta alle ingiustizie e alle forme di potere tirannico, i nobili ideali, la visione ‘scientifica’ del mondo. Il diavolo si presenta quindi come un attraente &#8216;angelo di luce&#8217;, profeta della felicità umana.</p>
<p style="text-align: justify">La finalità dichiarata del satanismo è l’autorealizzazione dell’individuo, attraverso il rifiuto di ogni autorità limitante e impositiva. ‘Satana’ diviene così un costrutto metaforico in cui si riassumono le istanze di ribellione contro il Padre, visto come agente di repressione degli istinti e inibizione dei desideri. È l&#8217;esaltazione di un bene immanente, stretto nell’orizzonte di un appagamento terreno, legato a immagini idilliache di un progresso che illumina le coscienze con fiamme luciferine.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51179 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/the-fallen-angel-alexandre-cabanel-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/the-fallen-angel-alexandre-cabanel-300x189.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/the-fallen-angel-alexandre-cabanel-768x484.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/the-fallen-angel-alexandre-cabanel.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Questa è in fondo la maschera bonaria del satanismo, la sua ala moderata, erede di una mitologia romantica, affascinata dalla figura di un angelo anarchico e ribelle i cui sguardi testimoniamo &#8220;inflessibile orgoglio” o tetra grandezza. Si tratta di un demonismo corrusco e prometeico, risonante di echi miltoniani o carducciani, di reminescenze alla Shelley, alla Anatole France, di superomismo nietzschiano ecc., figlio di una cultura satura di allegorie giudaico-cristiane, di rozze idee sul monoteismo, di insofferenze anti-clericali.</p>
<p style="text-align: justify">Se il satanismo fosse tutto qui ci troveremmo davanti a un’idealistica <em>revanche</em>, a una contro-cultura di sospetta matrice edipica, o a un elenco di buoni propositi degno di un manuale per <em>boy-scout</em>. Ma il diavolo «è stato omicida fin dal principio &#8230; non c&#8217;è verità in lui &#8230; è bugiardo e padre della menzogna». Il discorso satanico è sempre connotato da ambiguità e doppiezza. Tolta la maschera appare infatti l’ala sinistra del satanismo, quella che teorizza la disuguaglianza come giustificazione della violenza dei forti sui deboli, che poggia la propria libertà e la realizzazione di sé sull’oppressione degli altri.</p>
<p style="text-align: justify">Questa frangia radicale è quella che oggi associa il ‘bene’ dell’umanità all’applicazione di un darwinismo sociale ed economico, a spietati principi di selezione e competizione, a teorie maltusiane di depopolamento, al disprezzo per la ‘massa’ inerte e sacrificabile dei non illuminati. È il culto di un Potere che finisce con l&#8217;avocare a sé, ovvero a una <em>élite</em> satanista, il ruolo del Padre spodestato, facendosi incarnazione di una nuova Legge e di una più radicale tirannia.</p>
<p style="text-align: justify">In realtà, il satanismo sembra non accontentarsi più della sua tradizionale funzione antitetica alle istanze spirituali. La sua rivolta si allarga oggi alla natura, alla Madre, diventa disubbidienza e rifiuto delle stesse leggi naturali. Ciò che è naturale, spontaneo, stabilisce ancora un limite alla volontà e all&#8217;orgoglio. Va dunque reso artificiale, sottomesso alla razionalità e ai desideri dell’individuo padrone di sé.</p>
<p style="text-align: justify">Questa è l’ultima frontiera del satanismo: contraddire tanto gli archetipi dello spirito quanto l’ordine naturale della vita, piegandoli alla volontà di un Individuo dotato di magica autosufficienza. Per questo tende alla creazione di un essere anfibio, metà animale e metà macchina, in cui la componente artificiale può assumere il controllo dell’altra e manipolarne a piacere le funzioni. Così, in nome della libertà, subdolamente renderà l&#8217;uomo schiavo di apparati tecnologici, incatenerà la sua mente a dimensioni virtuali.</p>
<p style="text-align: justify">Nello stesso tempo, mentre predica la retorica del “tutto è uguale”, dove in una globale uniformità si azzera ogni differenza di razza, sesso, religione, cultura, il satanismo persegue il progetto di una società della disuguaglianza radicale, dove è giusto che la massa degli schiavi subumani, robotizzati, sia soggiogata fisicamente e mentalmente da un’aristocrazia satanista che ne decide il destino attraverso strumenti di sorveglianza e totalitarismi repressivi.</p>
<p style="text-align: justify">Teoricamente possiamo dunque distinguere tra satanismo attivo e passivo, ovvero tra chi si impegna per imporre alla società prospettive intellettuali e prassi sataniche e chi vi si adegua per inerzia e debolezza. Tra chi partecipa con piena intenzionalità a progetti diabolici e chi vi aderisce mediante forme di assenso subliminale, ignaro delle conseguenze. Tra gli estremi v’è un <em>continuum</em> composto di numerosi livelli e sfumature, ma i manipolatori e i manipolati partecipano in misura altrettanto fondamentale al degrado della società.</p>
<p style="text-align: justify">Ne troviamo il paradigma nella recente emergenza sanitaria. Il carattere pseudologico dell’intero discorso pandemico, il suo essere menzogna irriducibile e sistematica, non lascia dubbi sulla sua matrice satanica. Tuttavia, se è vero che l’apparato mediatico è stato l’organo privilegiato di una massiccia falsificazione, è vero anche che senza la collusione di masse intimamente succube i <em>mass media</em> non avrebbero potuto contraffare così facilmente e impunemente la realtà.</p>
<p style="text-align: justify">Di fatto, il satanismo non si limita a mentire, ossia a trasmettere informazioni false, ma arriva a vanificare la struttura stessa della comunicazione, spezzando i vincoli tra i segni, i significati e i referenti reali del discorso. È proprio per questa intima scissione tra parola e realtà che definisco il covidismo una pandemenza. Tutta la sua struttura ha infatti caratteri demenziali, laddove per ‘mente’ si intenda la facoltà di interpretare il reale secondo criteri di verità, di “<em>adaequatio rei et</em> <em>intellectus</em>”, e per ‘demente’ la mancanza di tale funzione cognitiva.</p>
<p style="text-align: justify">La coerenza del racconto covidista non implica infatti una relazione tra linguaggio e verità oggettiva, ma tra segni e altri segni che sono esentati da un rapporto cogente con la realtà. Non è assurdo in sé ma privo di significato reale. Le attuali, gravi ingiustizie sociali, nascono dalla natura <em>designificante</em> delle entità linguistiche che sembrano giustificarle, cioè da una serie di affermazioni legate tra loro da nessi formali ma totalmente false.</p>
<p style="text-align: justify">Questo accade normalmente nella fiaba o nel mito, la cui struttura può essere perfettamente logica pur poggiando su premesse immaginarie. Il covidismo, in modo simile, è un  enunciato complesso, che possiede apparenza persuasiva, in cui i vari segni che formano il discorso ‘pandemico’ creano vincoli di senso e di valore senza tuttavia rinviarli a un fondamento reale.</p>
<p style="text-align: justify">&#8220;Il covid uccide &#8230;  la mascherina protegge &#8230; il vaccino salva la vita &#8230; il non vaccinato è pericoloso &#8230;&#8221; ecc., sono affermazioni dogmatiche in cui il rapporto tra soggetto e predicato è espresso in forma apodittica. La loro presunta &#8216;verità&#8217; non si basa su una regola di oggettiva e verificabile evidenza ma su dati statistici cui si dà valore dimostrativo in forza di premesse che già contengono implicitamente le conclusioni.</p>
<p style="text-align: justify">È un circolo autoreferenziale in cui i segni non richiedono una concreta comprensione del loro contenuto. Il loro scopo è indurre una serie di riflessi condizionati. Come stimoli pavloviani, determinano specifici comportamenti ed emozioni. Se il segno stesso è la realtà, non serve mostrarne l’inconsistenza, ovvero la sua mancanza di senso, perché il segno è evidenza autosufficiente. È icona, slogan, parola d’ordine, parte di un castello di carte che sembra poggiare sul nulla. In realtà si regge sulla risposta neurologica di un’opinione pubblica ai messaggi provenienti dalle cosiddette fonti ‘ufficiali’.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51198 alignright" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/Dore-Red-Riding-Hood-Anwar-main-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/Dore-Red-Riding-Hood-Anwar-main-300x232.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/Dore-Red-Riding-Hood-Anwar-main-1024x793.jpg 1024w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/Dore-Red-Riding-Hood-Anwar-main-768x595.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/Dore-Red-Riding-Hood-Anwar-main.jpg 1134w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify">Di fatto, dobbiamo supporre nella massa un livello di consapevolezza e di lucidità inferiore a quello di chi ascolta una fiaba. Se Cappuccetto Rosso porta da mangiare alla nonna nel bosco, questo è credibile e logico. Se il lupo se la mangia questo è ancora credibile. Se la bambina non distingue il lupo dalla nonna, oppure se il cacciatore estrae ancora vive la nonna e la bambina dallo stomaco del lupo, non è più credibile ma può essere ancora logico. Occorre una sospensione del nostro spirito critico per credervi, ovvero il consentire l’irruzione in noi di elementi fantastici. Ma la fiaba deve avere una sua interna coerenza per essere credibile.</p>
<p style="text-align: justify">Così, il bambino può accedere alla dimensione fiabesca consapevolmente, senza perdere il senso della realtà e pretendendo il rispetto della logica. Al contrario, chi oggi crede nelle mascherine, nei vaccini, nei tamponi, nei grafici, nelle percentuali ecc., non solo abdica al senso di realtà ma rinuncia anche alla logica. Se così non fosse, la catena dei segni pandemici si sarebbe spezzata da tempo, perché molti sono gli anelli deboli, dove emergono contraddizioni, antinomie, dove la ricerca di inferenze valide viene frustrata.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia, nonostante la sua intrinseca incoerenza, la gente continua a percepire il racconto pandemico come <em>credibile e logico, </em>consentendo alla sua struttura fiabesca di creare un fitto reticolato di ‘<em>idola tribus</em>’, di pregiudizi sociali, morali, intellettuali cui adeguarsi quasi inconsapevolmente, bloccando la coscienza in forme deliranti di virofobia, vaccinofilia ecc.</p>
<p style="text-align: justify">Il pensiero collettivo diviene una massa inerte e passiva, che si può condurre qua e là come un docile gregge. Magari questa massa gregaria fosse agitata da sentimenti satanici, ribelli! Invece il loro satanismo è solo un belante e molle conformarsi al male. Da un&#8217;emergenza sanitaria si passerà a un&#8217;emergenza climatica, energetica, economica ecc., scivolando senza soluzione di continuità tra una fiaba  e l&#8217;altra, incuranti della ragione e della realtà.</p>
<p style="text-align: justify">La pandemenza è infatti un fenomeno generale che trascende il pandemismo. L’intero ambito della comunicazione è ormai ridotto a una polluzione di segni fallaci che hanno tolto significato al sesso, all’amore, alla salute, alla bellezza, alla natura, al lavoro dell’uomo. La realtà è imprigionata in un magico cerchio linguistico, retto da un concetto di &#8216;dimostrazione scientifica&#8217; che può avallare ogni follia.</p>
<p style="text-align: justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-51202 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/michel-134x300.jpg" alt="" width="134" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/michel-134x300.jpg 134w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/michel-458x1024.jpg 458w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/michel-687x1536.jpg 687w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/10/michel.jpg 730w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Tale ablazione di significato colpisce soprattutto la nostra struttura antropologica, privandola di ogni implicazione metafisica. Spogliato della sua dimensione spirituale, l’uomo resta confinato nel dissidio irrisolvibile tra una razionalità astratta e una sensualità irrazionale. Manifestazioni sempre più patologiche vengono progressivamente assimilate a costumi e desideri legittimi. Le aberrazioni morali e intellettuali non sono semplicemente accettate ma esibite con orgoglio satanico, in una parodia di ribellione cui in realtà il Potere sorride compiacente.</p>
<p style="text-align: justify">Così, paradossalmente, è agli uomini spirituali che tocca oggi d’esser <em>satanici</em>, anime ribelli. È colui che spregia i miti del progresso, della scienza, della tecnologia, ad essere oggi l&#8217;angelo caduto, il vero sovversivo. È su di lui che cade l&#8217;anatema della cultura moderna, è lui il Nemico proscritto e maledetto. Perché è chiaro che il suo <em>satanismo</em> è una minaccia per Satana stesso e per gli idoli adorati dal mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Non conformarsi, rinnovare la mente, disubbidire a leggi ingiuste, restare fedeli a un’eredità spirituale che si oppone alla crisi dell’uomo moderno e alla sua secolarizzazione, questa è oggi la vera rivoluzione. La possibilità di questa <em>metanoia</em> non è subordinata a una religione, una tradizione, una cultura. È una forza che pulsa nelle vene della storia, una linfa indistruttibile pronta a generare nuove forme, che scorre in chiunque si metta al servizio dello spirito.</p>
<p style="text-align: justify">Tale rinnovamento non è un processo puramente volontario, è anche un lasciarsi trasformare, come il bruco diventa farfalla. Dobbiamo aver fede in una <em>vis sanatrix</em> dello spirito che può cambiare il mondo. Non sono richiesti atti di eroismo ma gesti di dedizione alla verità e alla libertà. Riconoscere che la vita non è retta dall&#8217;energia di leggi cieche e violente ma da quella di un amore gratuito e creativo. Quindi, seminare oggi alberi anche se saranno altri a godere dei loro frutti domani. E tornare alla bellezza di una semplicità naturale, di un volto umano-divino, senza farsi sedurre dalla bellezza del diavolo.</p>

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		<title>L&#8217;Europa alle origini della civiltà, quinta parte – Fabio Calabrese  </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Aug 2021 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archeostoria]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo avrà una fisionomia un po&#8217; particolare, infatti non si tratterà come il titolo farebbe presumere, di una continuazione dei quattro articoli precedenti, della conferenza tenuta e di quella parzialmente progettata per il corso Erasmus di cui vi ho raccontato. Parlando di conferenze, vi ho raccontato anche di quelle da me tenute al Triskell, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/leuropa-alle-origini-della-civilta-quinta-parte-fabio-calabrese/">L&#8217;Europa alle origini della civiltà, quinta parte – Fabio Calabrese  </a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Questo articolo avrà una fisionomia un po&#8217; particolare, infatti non si tratterà come il titolo farebbe presumere, di una continuazione dei quattro articoli precedenti, della conferenza tenuta e di quella parzialmente progettata per il corso Erasmus di cui vi ho raccontato.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando di conferenze, vi ho raccontato anche di quelle da me tenute al Triskell, il festival celtico triestino. In questo caso, e dato il tipo di uditorio, esse non potevano avere un oggetto <u>scopertamente</u> politico, ma noi ovviamente sappiamo che riscoprire la nostra eredità ancestrale europea, specialmente oggi, di fronte a un mondo globalizzato in cui si cercano di cancellare tutte le differenze, tutte le identità, di trasformare l&#8217;umanità in un <em>melting pot </em>informe, un significato politico ce l&#8217;ha eccome!</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; precisamente in quest&#8217;ottica che, suddivisi in più articoli per motivi di lunghezza, vi ho presentato su “Ereticamente” i testi di queste conferenze: una serie che è iniziata con l&#8217;edizione 2014 del festival triestino. Quella del 2015, che ebbe un discreto successo di pubblico e che credo affascinò letteralmente gli ascoltatori, forse più per merito dell&#8217;argomento che delle mie capacità, la dedicai a <em>Il mito del Graal e il mistero di re Artù</em>. L&#8217;anno successivo, senza aver inizialmente progettato un&#8217;esposizione vasta che avrebbe coperto diverse edizioni annuali del festival, diedi inizio a quello che sarebbe diventato un vero e proprio ciclo dell&#8217;Europa megalitica. Cominciai nel 2016, appunto, parlando di <em>Stonehenge, antichi misteri e nuove scoperte</em>, e aspetti misteriosi quello che con ogni probabilità è il più famoso monumento megalitico europeo, ne conserva ancora tanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo della conferenza mi indusse a promettere agli ascoltatori di allargare la tematica l&#8217;anno successivo al megalitismo delle Isole Britanniche. Oltre a Stonehenge, infatti abbiamo le bellissime tombe neolitiche irlandesi di cui Newgrange è la più nota ma non certo l&#8217;unica, il grande cerchio megalitico di Avebury, il cuore neolitico delle Orcadi in Scozia, e molto altro ancora. Nel 2018 ho allargato ulteriormente il discorso al <em>Megalitismo dell&#8217;Europa continentale</em>, e qui ancora c&#8217;è un gran numero di cose sconosciute al grosso pubblico: non soltanto Carnac in Bretagna col suo estesissimo campo di menhir, ma anche i circoli megalitici tedeschi di Externsteine e Gosek, la fortezza celtica di Heuneburg e ancora molto altro, moltissimo altro, soprattutto per quanto riguarda l&#8217;Europa orientale e la Russia i cui più antichi tesori archeologici erano di fatto divenuti inaccessibili durante l&#8217;epoca comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anno successivo l&#8217;oggetto delle conferenze era <em>L&#8217;Italia megalitica</em>, e di fatto sono divenute due perché, dal momento che esse si tengono all&#8217;aperto, la prima ha visto il relatore e gli ascoltatori imperterriti sotto la pioggia, e si è pensato bene di ripeterla; e anche qui c&#8217;è da dire che la nostra Penisola presenta una tipologia megalitica complessa e di estremo interesse di cui perlopiù l&#8217;uomo della strada non sa letteralmente nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2020, con un Triskell slittato al mese di settembre, l&#8217;argomento è stato <em>Il Triveneto preromano celtico e megalitico. </em>Non potevo, dato il contesto, non avere un occhio di riguardo per la mia regione e per quelle vicine, e a questo punto, come capite, il <u>ciclo megalitico</u> (chiamiamolo così)  è stato effettivamente completato. Il 2021 è stato l&#8217;anno di Dante, coincidendo con i settecento anni dalla morte del Poeta, e l&#8217;argomento è stato gli inediti legami tra la sua visione e il mondo celtico (e anche su questo vi aggiornerò a breve) Per gli anni successivi, ho in programma altre cose, sulle quali permettetemi per ora, per scaramenzia, di mantenere il riserbo.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimarrebbe però il grande interrogativo, parlando del mondo megalitico, di come sia possibile tanta cecità riguardo alle testimonianze del nostro remoto passato da parte non delle persone comuni che in ultima analisi sono le vittime del sistema mediatico e di quello “educativo”, ma da parte di ricercatori e divulgatori (sistema accademico e scolastico compresi), tutti sempre tesi a fare il panegirico di Egitto e Mesopotamia, a esaltarsi per due cocci di vaso trovati in Medio Oriente e a ignorare del tutto i grandi complessi megalitici europei, se questa cecità non fosse voluta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una <u>bufala</u>, quella dell&#8217;origine mediorientale della civiltà, che fa esattamente il paio con quella dell&#8217;origine africana della nostra specie, ed entrambe hanno lo stesso scopo, quello di deprimere quanto più possibile l&#8217;immagine che l&#8217;uomo europeo ha di sé stesso, in modo da fargli opporre meno resistenza possibile alla sostituzione etnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrete notato però che non vi ho ancora detto nulla della conferenza del 2014, la prima che ho presentato al Triskell e che, guarda caso, del suo testo non trovate traccia sulle pagine di “Ereticamente”. Perché? In realtà la ragione è molto semplice: questo testo si intitolava <em>Il mondo celtico alle origini della civiltà europea</em>, era concepito considerando il particolare tipo di <em>target </em>a cui si rivolgeva, ma in effetti il suo argomento era piuttosto il nostro continente come origine della civiltà <em>tout court </em>e l&#8217;avevo assemblato facendo ricorso a materiali e tematiche di cui vi avevo già parlato in <em>Una Ahnenerbe casalinga</em>, e poi ampiamente ripreso nel libro <em>Alla ricerca delle origini </em>(edizioni Ritter), in sostanza una dimostrazione del concetto di quanto poco sia credibile <u>la favola</u> che ci è raccontata praticamente in tutti i libri di storia e in gran parte delle opere divulgative (letterarie e ancor più mediatiche) dell&#8217;origine mediorientale della civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Varie volte in questi anni ho pensato di riproporvelo per un senso di completezza, anche perché <em>repetita iuvant</em>, soprattutto a distanza di anni, ma regolarmente, gran parte delle argomentazioni che lo compongono le ho riutilizzate in <em>Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?</em>, e<em> L&#8217;eredità degli antenati.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, mi sono deciso per una soluzione di compromesso, quella di darvi qui una sorta di scaletta o riassunto di questa conferenza del 2014. Visto quel che ne è obiettivamente il contenuto, forse <em>L&#8217;Europa alle origini della civiltà </em>risulta più appropriato, anche se non si tratta di una continuazione della conferenza da me tenuta a quel corso Erasmus di cui vi ho raccontato.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-50857" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/08/E-O-5-625x327.jpg" alt="" width="625" height="327" />Ho esordito, ovviamente, criticando la storiella che troviamo su tutti i testi cosiddetti storici secondo la quale la civiltà sarebbe nata in Medio Oriente, tra l&#8217;Egitto e la Mezzaluna Fertile mesopotamica, storiella che non tiene conto né dei risultati dell&#8217;ultimo mezzo secolo di ricerche archeologiche, né dei grandi complessi megalitici europei generalmente più antichi delle piramidi egizie e delle ziggurat mesopotamiche.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è tuttavia una differenza rispetto a quanto vi ho esposto sulle nostre pagine: in quella conferenza ho indicato come cause del persistente “strabismo mediorientale” dell&#8217;archeologia ufficiale, da un lato il conservatorismo legato al fatto che le opinioni affermate corrispondono ad altrettante posizioni di potere all&#8217;interno del mondo accademico (questo è un discorso che vale in generale per tutta la “ricerca scientifica”, assai meno obiettiva e spassionata di quanto il profano generalmente s&#8217;immagini), dall&#8217;altro il persistente effetto avuto dalla bibbia, scritta da persone che non conoscevano nessun&#8217;altra realtà storica se non quella mediorientale, nel plasmare la nostra immagine del passato, immagine che le ricerche storiche moderne hanno articolato, ampliato, ma non messo in discussione nelle sue linee di fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è chiaro che c&#8217;è una terza causa che io allora non nominai, una causa di fondo senza la quale le prime due alla lunga perderebbero di efficacia: al potere mondialista che domina tanto il sistema mediatico quanto quello “dell&#8217;educazione”, non conviene che gli Europei abbiano un&#8217;idea troppo elevata di sé stessi e del loro passato, cosa che potrebbe indurli ad opporsi alla sostituzione etnica oggi in atto. Introdurre la cosa in questi termini, avrebbe significato fare un discorso apertamente politico, cosa che non potevo fare dato il tipo di pubblico cui si rivolgeva il festival celtico ma che noi capiamo essere la vera chiave di volta che permette di comprendere appieno la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò premesso, passavo a esaminare i vari indizi che provano la priorità della civiltà europea rispetto al Medio Oriente. Innanzi tutto, perché potesse iniziare ciò che noi chiamiamo civiltà, era essenziale il passaggio da uno stile di vita nomadico basato sulla caccia e la raccolta dei frutti spontanei della terra, a uno stanziale, era necessaria la scoperta dell&#8217;agricoltura. Noi abbiamo delle prove indirette ma convincenti del fatto che tale scoperta sia avvenuta in Europa piuttosto che in Medio Oriente, che sono la priorità europea nella domesticazione e nell&#8217;allevamento dei bovini e nella scoperta e utilizzo dei metalli.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la prima, la prova regina, la “pistola fumante” è rappresentata dalla tolleranza al lattosio in età adulta, palesemente un adattamento darwiniano alla nuova fonte alimentare che l&#8217;allevamento bovino ha messo a disposizione; essa è estremamente variabile nelle diverse comunità umane, massima nell&#8217;Europa centro-settentrionale e nell&#8217;America del nord fra gli americani di origine europea, decresce fino a sparire del tutto man mano che ci si sposta verso l&#8217;est e il sud. Questo suggerisce che la domesticazione dei bovini debba essere iniziata da qualche parte in Europa fra la Scandinavia e l&#8217;arco alpino.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;associazione tra agricoltura e metalli è meno immediata. Noi siamo abituati a considerare uno strumento di pietra qualcosa di rozzo al punto tale che ci sfuggono i vantaggi rispetto a uno metallico; è fatto con qualcosa di più facilmente reperibile nell&#8217;ambiente, è meno fragile, non perde il filo, non si arrugginisce. Il corredo di strumenti litici era pienamente adeguato alle esigenze di un cacciatore-raccoglitore paleolitico, ma ha un indubbio svantaggio: i tempi lunghi necessari alla sua preparazione, rispetto a quelli necessari a versare una colata di metallo in un crogiolo, che poi può essere riutilizzato numerose volte.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;utilizzo dei metalli rimanda quindi a una sola spiegazione, un&#8217;improvvisa fame di strumenti determinata dall&#8217;aumento demografico, quindi dall&#8217;avvento di una società agricola, perché le comunità di cacciatori-raccoglitori sono demograficamente stabili a causa della limitatezza delle risorse cui possono accedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, le più antiche tracce di attività mineraria, di estrazione dei metalli sono state rinvenute nei Balcani, mentre il più antico attrezzo metallico conosciuto è l&#8217;ascia di rame di Oetzi, l&#8217;uomo del Similaun.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono poi soffermato sull&#8217;invenzione della scrittura, altra invenzione chiave che ha segnato il passaggio dalla preistoria alla storia documentata. Le scritture si distinguono in ideografiche o sillabiche (o spesso una mescolanza fra le due cose) oppure alfabetiche. L&#8217;immenso vantaggio rispetto alle prime è la possibilità di rendere qualsiasi idea o concetto con non più di una ventina di segni, invece delle centinaia occorrenti nelle prime, quindi grazie a ciò l&#8217;alfabetismo è potuto diventare un possesso comune invece di essere il privilegio di caste di scribi specializzati.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;invenzione dell&#8217;alfabeto è comunemente attribuita ai Fenici, ma questi ultimi non fecero altro che semplificare la scrittura demotica egizia eliminando le vocali, era un sistema ambiguo e poco pratico, la <u>vera</u> invenzione dell&#8217;alfabeto con la divisione della sillaba in vocale e consonante e l&#8217;introduzione degli spazi fra le parole, in sostanza il metodo semplice e pratico che usiamo ancora oggi, fu inventato dai Greci, non è stata un&#8217;invenzione mediorientale ma europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c&#8217;è di più. La scrittura in assoluto più antica al mondo non sono né i geroglifici egizi né i pittogrammi sumerici da cui sarebbero derivate le scritture cuneiformi. Gli uni e gli altri sono stati preceduti di circa un millennio da una scrittura europea i cui simboli sono stati ritrovati in alcune tavolette rinvenute nel sito di Turda in Romania appartenente alla cosiddetta cultura del Danubio. Queste tavolette, chiamate tavolette di Tartaria anche se con i Tartari non hanno nulla a che fare, sono venute alla luce nel 1962.</p>
<p style="text-align: justify;">Suppongo che non molti di voi ne abbiano sentito parlare, eppure non è che di tempo da allora non ne sia trascorso. E&#8217; il solito <u>muro di gomma</u> che avvolge tutte le scoperte che potrebbero mettere in luce la grandezza e l&#8217;antichità della civiltà europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono poi passato a esaminare i più importanti monumenti megalitici: Stonehenge, la tomba neolitica irlandese di Newgrange, il grande circolo di Avebury, il vasto complesso noto come “cuore neolitico delle Orcadi” (arcipelago prossimo alle coste scozzesi), l&#8217;allora recentissimo ritrovamento dei resti della “cattedrale neolitica” di Skara Brahe (sempre nell&#8217;area delle Orcadi), ma naturalmente non mi sono soffermato solo sulle Isole Britanniche ma anche sull&#8217;Europa continentale, citando i complessi di Externsteine, di Gosek, la città-fortezza celtica di Heuneburg dove pochi anni prima era stata ritrovata la sepoltura di una donna di rango, forse una principessa celtica, con un corredo funebre di dimensioni di poco inferiori a quello della tomba di Tutankhamon, ma che sicuramente non ha avuto presso il grosso pubblico l&#8217;esposizione mediatica di quest&#8217;ultimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, al riguardo, il mistero forse più appassionante è quello rappresentato dai forti vetrificati dell&#8217;Età del Ferro che si trovano sparsi su di una vasta area che va dalla Bretagna alla Scozia. A tutt&#8217;oggi è un mistero irrisolto come degli uomini preistorici siano riusciti a produrre le altissime temperature necessarie per produrre la fusione e la vetrificazione del materiale siliceo che ne costituisce le mura, e che le hanno cementate in un blocco unico capace di resistere a qualsiasi cosa, tranne forse a un attacco nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un mistero al quale si stenta a capire come possa l&#8217;archeologia ufficiale non appassionarsi. Probabilmente perché questi monumenti si trovano nel posto sbagliato, se invece che nella nostra negletta Europa, si trovassero in Medio Oriente, su di essi sarebbero stati scritti fiumi di inchiostro, paragonabili se non al Nilo, quanto meno alla Loira.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi spiace di non aver trattato allora anche del megalitismo italiano di cui anch&#8217;io all&#8217;epoca sapevo poco, e che, indagando sul quale per preparare la conferenza del 2019, ho scoperto una ricchezza di cui sono stato il primo a rimanere sbalordito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però io non penso sia necessario entrare per l&#8217;ennesima volta in dettaglio su tutto ciò, di cui ho già parlato diffusamente più di una volta nei miei articoli.  Quello che però merita assolutamente osservare e che sarà il caso di evidenziare una volta di più, è che l&#8217;importanza di questi documenti del nostro passato non consiste soltanto nella loro imponenza, né nella perizia ingegneristica che rivelano (noi coi nostri mezzi moderni, avremmo serie difficoltà a porre in opera costruzioni composte da monoliti di svariate tonnellate), e neppure nelle sofisticate conoscenze astronomiche (a parte gli allineamenti con i solstizi estivo e invernale, gli equinozi, le fasi lunari, riscontrati a Stonehenge, ricordiamo che sia la tomba di Newgrange sia quelle di Maeshowe nelle Orcadi presentano sull&#8217;architrave una fessura che viene attraversata dai raggi del sole <u>esattamente</u> all&#8217;alba del solstizio d&#8217;inverno).</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che merita davvero evidenziare, è che essi ci rivelano un&#8217;immagine della preistoria europea del tutto diversa da quella che di solito ci viene presentata, innanzi tutto perché essi non possono essere stati prodotti altro che da società non solo stanziali, ma complesse, con classi di lavoratori specializzati.</p>
<p style="text-align: justify;">Una società indubbiamente già agricola, senza di che non sarebbe stato possibile avere classi di persone non direttamente impegnate nella produzione di risorse primarie, e al riguardo ho citato un ritrovamento allora recentissimo avvenuto in Scozia nella località di Warren Fields, una serie di dodici buche in cui dovevano essere verosimilmente infissi dei pali, traguardando i quali al sorgere del sole, era possibile stabilire in quale mese ci si trovasse: un calendario astronomico, e a nessuno sfugge l&#8217;importanza della conoscenza dei ritmi stagionali per le attività agricole.</p>
<p style="text-align: justify;">Più rivelatrici ancora si sono rivelate le sepolture rinvenute nei pressi di Stonehenge: quella di un gruppo di sei persone note come gli arcieri di Boscombe, erano gallesi provenienti dalla zona delle Praseli Hills, quella da cui vengono le pietre blu del cerchio interno del monumento: operai addetti al trasporto e alla posa in opera dei monoliti, probabilmente rimasti vittime di un incidente, quella dell&#8217;arciere di Amesbury, un uomo ultrasessantenne proveniente dall&#8217;arco alpino, il cui corredo funebre denuncia l&#8217;appartenenza alla cultura del bicchiere campaniforme: era affetto da una grave zoppia e da un ascesso dentario che gli si era infiltrato nella mandibola e che di quando in quando doveva procurargli dolori atroci, doveva essere giunto da lontano alla Lourdes preistorica della piana di Salisbury in cerca di sollievo ai suoi problemi di salute.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora quella del ragazzo con la collana di ambra, un quindicenne proveniente dall&#8217;area mediterranea e sepolto con al collo una preziosa collana di ambra baltica, è inverosimile che fosse giunto a Stonehenge da solo ma faceva probabilmente parte di un gruppo familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Di colpo, ci appare un&#8217;immagine dell&#8217;Europa neolitica molto diversa da quella che ci hanno così a lungo raccontato, non una landa selvaggia, ma un mondo civile dove le merci come la collana di ambra, e le persone possono percorrere lunghe distanze, e non parliamo di isolati avventurieri, ma di gruppi familiari e di persone anziane e malate.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché l&#8217;archeologia ufficiale non se ne occupa, anzi cerca – si può dire &#8211; di nasconderci tutto questo? Vi risponderò in sintesi: chi ci ruba il passato, lo fa perché vuole toglierci il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">NOTA: nell&#8217;illustrazione, a sinistra, ricostruzione di Oetzi, l&#8217;uomo del Similaun, la sua ascia di rame è il più antico attrezzo metallico conosciuto al mondo. Al centro, tre “tavolette di Tartaria”, esemplari della scrittura della cultura del Danubio, la più antica al mondo, a destra, ricostruzione artistica dell&#8217;Arciere di Amesbury, la cui sepoltura è la più ricca rinvenuta nell&#8217;area di Stonehenge.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Metafisica e civiltà &#8211; Livio Cadè</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio Cadè]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura & Società]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Livio Cadè]]></category>
		<category><![CDATA[Metafisica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Siamo arrivati a concludere che per poter vivere ancora in comunità ordinata gli uomini devono ritrovare la coscienza del fondamento metafisico della loro esistenza &#8230; Per sentire che la spiritualità è fondamento indispensabile di ogni etica, di ogni fiducia e responsabilità e di ogni senso del diritto e dell’umanità, l’uomo deve ritrovare la coscienza di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/metafisica-e-civilta-livio-cade/">Metafisica e civiltà &#8211; Livio Cadè</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Siamo arrivati a concludere che per poter vivere ancora in comunità ordinata gli uomini devono ritrovare la coscienza del fondamento metafisico della loro esistenza &#8230; Per sentire che la spiritualità è fondamento indispensabile di ogni etica, di ogni fiducia e responsabilità e di ogni senso del diritto e dell’umanità, l’uomo deve ritrovare la coscienza di essere un individuo che vive di grazia e aspira alla redenzione. Questa convinzione finisce per imporsi a chiunque studi la civiltà.”</p>
<p style="text-align: justify;">Se mettiamo in controluce queste parole, che Huizinga scrive nel ’43, vedremo emergere un implicito sillogismo: l’uomo è un essere metafisico &#8211; ogni civiltà si fonda sull’uomo – ogni civiltà ha fondamenta metafisiche. Non potremmo accettare la conclusione se non partendo dalla premessa che l’uomo ha con l’universo, col proprio destino, con la morte, una relazione metafisica. Da questo dipende l’ordine della comunità, il suo <em>avere un’anima</em>. Alienarsi da tale fondamento significa precipitare nel disordine, decadere da comunità ordinata a semplice società o associazione di convenienza.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è stato un tempo in cui l&#8217;uomo pensava spiritualmente. Allora il suo pensiero rifletteva l&#8217;integralità del suo essere. La dimensione orizzontale della vita, in cui egli lavorava, educava i figli, combatteva e moriva, intersecava la verticalità della Parola, della Presenza che illuminava la caligine del mondo. Neppure le guerre, le carestie o le pestilenze, potevano cancellare le tracce di un disegno provvidenziale. Il finito dell&#8217;uomo si dilatava ad accogliere l&#8217;infinito di Dio, la storia era un riflesso dell&#8217;eternità. Il dotto, il re e il semplice contadino erano uniti dalla fede in questa trascendenza cui dovevano obbedienza e rispetto. Le questioni economiche e scientifiche, o il progresso tecnologico, occupavano nella cultura uno spazio irrilevante. Non per questo quegli uomini erano dei sognatori o difettavano di senso pratico. Si potrebbe dire che beneficiavano di una doppia radice, una carnale e terrena, l’altra spirituale e metafisica. Quest’uomo sospeso tra terra e cielo, era partecipe in egual modo dell&#8217;orrore e della bellezza. È a lui che dobbiamo le creazioni più sublimi dell’arte, della filosofia, del diritto, della poesia, dell’architettura. L’uomo moderno, lasciando la via metafisica per la razionalità scientifica, non è certo diventato più razionale o pacifico. Ha però smarrito la coscienza di quel fondamento da cui rampollano l&#8217;ordine e la bellezza del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per l&#8217;uomo di oggi, &#8216;metafisico&#8217; è ciò che lo allontana dalla <em>concretezza</em> dei fatti. In un mondo in cui la scienza avoca a sé la giurisdizione del <em>reale</em>, i valori ‘spirituali’, scientificamente indimostrabili, appaiono irreali e vengono confinati ai margini della vita, come in misere riserve indiane. La spiritualità, ritenuta incapace di produrre beni <em>concreti </em>e di riferirsi a fatti<em> reali, </em>è vista come sogno, genere di consumo voluttuario e socialmente superfluo. Quindi, se Huizinga ha ragione nel porre la metafisica a fondamento di ogni civiltà e se la scienza implica un rifiuto della metafisica, allora si può dire che è la scienza stessa a determinare il declino di una civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, un processo cosiddetto <em>illuministico </em>ha determinato un’eclissi della metafisica, come un sinistro sole nero. A ciò corrisponde un profondo squilibrio perché, se l’uomo religioso nell&#8217;interpretare il mondo cercava di armonizzare fede e ragione, l’uomo scientifico non ammette coscientemente che la polarità del razionale. La fede è divenuta in lui un’ombra maligna, il doppio misterioso che lo accompagna e lo porta a credere ingenuamente in un mondo fatto solo di eventi misurabili. Ai suoi occhi, lo spirito, che elude ogni misura, non può dunque esistere. La psiche è ridotta a groviglio neurologico, l&#8217;essere coincide con un corpo deperibile che il tempo annichilisce. I vecchi scrupoli relativi al destino dell’anima si convertono in ossessione biologica e sanitaria. L’uomo non si preoccupa più di indimostrabili aldilà ma, con la fede di una beghina medievale, crede ai farmaci, agli esami diagnostici, come a nuovi sacramenti. Se un tempo non si discuteva la parola di Dio, apodittico oggi è ciò che è &#8220;<em>scientificamente dimostrato&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo rapido rannuvolamento dell&#8217;orizzonte metafisico ha segnato un tramonto dell&#8217;arte, della vita morale, dei valori. La scienza dei &#8216;fatti&#8217;, dei fenomeni, non può dire nulla sul ‘valore’, su ciò che per sua natura è inattingibile alla razionalità scientifica. Per questo, nel momento in cui diviene un inconscio dogma metafisico, o un idolo culturale, la scienza inaridisce le energie spirituali di una civiltà, condanna i suoi sensi etici ed estetici a una progressiva atrofia e degenerazione. Perché l&#8217;opzione che si pone alla coscienza moderna è quella di sottoporre anche il bene e il bello ad analisi scientifica, ossia di tradurne in quantità la qualità, il che ne distrugge l&#8217;essenza. O di considerarli espressioni di una soggettività irrazionale o di convenienze sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero scientifico non può conciliarsi con ideali etici senza entrare in contraddizione con sé stesso. La metafisica può concepire una società basata sull’amore e sulla libertà. Il modello scientifico, se coerentemente applicato, porta alla negazione di ogni <em>pietas</em>. In una cosmologia fatta di numeri, forze e determinismi, non v’è atto, per quanto efferato, che non si possa giustificare con l&#8217;indifferente amoralità delle leggi naturali, e nulla che possa fondare l&#8217;idea di libertà. Ogni tentativo di dare all&#8217;etica basi puramente razionali, ignorando le sue radici metafisiche, porta al collasso dei suoi stessi principi. Non sorprende neppure che l&#8217;affermarsi di un certo pensiero scientifico, statistico, proceda parallelo a quello di regimi democratici appiattiti su relazioni numeriche e il cui esito è una plutocrazia, cioè una dittatura di forze finanziarie inoppugnabili quanto la forza di gravità o elettromagnetica. I nostri valori estetici, etici e giuridici, il nostro dibattere sul significato del bello o della dignità, del rispetto o della giustizia, si rivelano allora i relitti di un passato metafisico, la cui logica è in radicale conflitto con la logica della scienza, anche se di tale dissidio non ci accorgiamo. Non possiamo essere etici e scientifici nello stesso tempo. Possiamo oscillare tra etica e scienza, cambiando d&#8217;abito secondo le circostanze, senza poter ricomporre la loro frattura. L’unico modo per uscire dall’<em>impasse</em> è recuperare una intuizione metafisica, che saldi scienza ed etica in un&#8217;unica Totalità o Fondamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero moderno conosce solo l&#8217;ombra dell&#8217;uomo. Cercare l’Uomo reale, espressione di un cosmo metafisico, essere “che vive di grazia e aspira alla redenzione”, significa tornare a pensare spiritualmente. Ma noi oggi rifiutiamo l’idea di dipendere da una ‘grazia’ su cui non abbiamo alcun controllo, né pensiamo vi sia una redenzione cui aspirare. Il concetto di peccato ci scandalizza come una sorta di oscenità intellettuale. La nostra libertà, i nostri desideri, sono per noi fattori di progresso e, nel nostro culto di miti laici e democratici, non vediamo alcuna necessità di rifondare le strutture del sacro “per poter vivere ancora in comunità ordinata”. L’economia, la scienza, la tecnica, sono le fondamenta su cui, senza alcun bisogno di prospettive metafisiche, poggiamo la nostra illusoria sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, se la necessità di una coscienza metafisica “finisce per imporsi a chiunque studi la civiltà”, temo che, osservando il nostro secolo, lo storico futuro non vi vedrà alcuna civiltà degna di tal nome. Oppure vi vedrà una pseudo-civiltà fondata metafisicamente sulle sue stesse ideologie anti-metafisiche. Di fatto, come non possiamo non essere umani, non possiamo non essere metafisici, solo avere una buona o una cattiva metafisica. La nostra società, sforzandosi di essere anti-dogmatica e di emanciparsi da antichi tabù, ha solo prodotto nuovi dogmi e tabù. Sforzandosi di essere concreta, si è circondata di astrazioni e smaterializzazioni vertiginose. Intelligenze artificiali, forme di comunicazione virtuali, teoremi sociali, fanno ormai evaporare il mondo a noi noto, le nostre naturali interazioni con la vita, la sessualità, la famiglia, diventano volatili fantasmi. E il denaro, bene mondano per eccellenza, è diventato un simulacro della trascendenza. Forse solo in queste forme alienate l’uomo riesce oggi a esprimere la sua natura metafisica. Senza saperlo, cerca un invisibile oltre nei riti di questa neo-religione laica, nella sua stessa caducità, nelle sue potenti illusioni.</p>

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		<title>Proibire la stretta di mano significa proibire la Civiltà &#8211; Emanuele Franz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2020 13:22:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizione]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Franz]]></category>
		<category><![CDATA[mano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Le mosse incontro. dolcemente ei strinse con l’una mano la mano della Dea” (Omero, Odissea I, 138) Sono svariate le misure prese per contrastare il diffondersi dell’epidemia da coronavirus e lascia basiti non tanto la quanto doverosa cautela e prudenza di tali misure, quanto la scala delle priorità e la gerarchia di importanza che si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“<em>Le mosse incontro. dolcemente ei strinse</em><br />
<em>con l’una mano la mano della Dea</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">(Omero, Odissea I, 138)</p>
<p style="text-align: justify;">Sono svariate le misure prese per contrastare il diffondersi dell’epidemia da coronavirus e lascia basiti non tanto la quanto doverosa cautela e prudenza di tali misure, quanto la scala delle priorità e la gerarchia di importanza che si è imposta su ciò che è rilevante e ciò che non lo è, ciò che è da sacrificare e ciò che è da conservare. Servizi assicurativi aperti, Chiese chiuse, banche e poste aperte al pubblico, giardini pubblici sbarrati, fabbriche aperte, mentre il bambino e l’anziano sono segregati in casa.  Lampante quanto chiaro: ciò che produce si conserva, ciò che non produce si sacrifica. Ma le conseguenze di tali provvedimenti, presi dall’unica prospettiva materialista, sono amari anche per ciò che concerne un linguaggio non verbale che da millenni ci caratterizza come esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo ad esempio la stretta di mano. Ai più appare un gesto semplice, perfino non ci facciamo caso, un gesto all’apparenza ininfluente. Eppure ha una importanza immane, molto più grande di quanto si possa pensare. La dexiosis (δεξίωσις) ovvero dare la mano destra, ha origine antichissima e si conoscono bassorilievi di quasi mille anni prima di Cristo a Nimrud in cui gli uomini stringono la mano alla divinità. Ma l’uso della stretta di mano è ancora più antica, i geroglifici egizi la attestano a più di 5000 anni fa. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/F-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-44262 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/04/F-2-1-248x300.jpg" alt="" width="248" height="300" /></a>Non era un semplice saluto, ma uno scambio di forza, un atto vivente, in cui ci si mostrava, ci si scopriva. Non dimentichiamo che al polso passano le vene e l’uso romano era congiungere i due polsi e stringere l’avambraccio, ovvero, unire i due cuori delle persone, unire il polso era unire il cuore, in altre parole la stretta di mano, oltre che un Simbolo, era tutto fuorché un semplice atto formale, era mantenere in vita una relazione, un Entità ovvero una unione fra due o più uomini. Un vero essere vivente, indipendente dagli uomini, ma sgorgato dalla loro unione, per millenni si è mantenuto vivo da miliardi e miliardi di strette di mano. Rituale che ha travalicato differenze e culture, millenni ed epoche, codice sovraterreno che è ascritto all’umanità stessa. Gesto sacro, che unisce gli uomini in un solo organismo sovra individuale e sovra materiale, ora messo fuorilegge da un governo, da una classe politica che nulla sa dei millenni, che nulla sa delle Ere e della Tradizione. Non solo retaggio, non formalità vuote, ma un Vivente è quello che veniva mantenuto, e che ora è sotto attacco. Agli ultimi, ai pochi, ai singoli: resistete, se ascoltate questo messaggio siete la resistenza. E con le mani è stato bandito anche l’abbraccio fra gli uomini. L’intero corpo è stato estromesso da un mondo che, per sconfiggere un male del corpo, sta dissolvendo non la fonte del male, ma l’unica sua sola possibilità di guarigione. La tendenza, vieppiù crescente, è quella di una continua e ossimorica dematerializzazione di ogni contatto fisico fra gli uomini. Visite mediche on line, lavoro on line, amicizie on line. Da decenni il corpo è stato espropriato della sua capacità di iterazione con gli altri, eppure, i Saggi di ogni tempo lo hanno conosciuto come Tempio, come opificio di un mistero altissimo, che ha sede nel corpo e non altrove. Il nefasto morbo che ha colpito l’umanità è la conseguenza di una politica di relegazione dei corpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo è sempre e comunque veritiero, è un Tempio perfetto, una cellula umana contiene l’informazione di tutto l’universo, solo un mitocondrio o un batterio ciliato sono un esempio di una complessità che ha del miracoloso, eppure non posseggono “coscienza” nel senso ordinario cui siamo abituati a pensarla. Per cui è la mancanza di ascolto dei corpi, semmai, l’origine della catastrofe. La Natura intera, se vediamo bene, non si è affatto fermata di fronte a questa pandemia, essa conosce ciò che è istintivo, formiche, api, pollini, insetti e cervi, ripopolano le vallate ed anzi beneficiano di questa crisi del tutto umana, ma perché appunto essi non conoscono “coscienza”, l’uomo ha il torto di aver tradito il corpo. Le esigenze liberali, lo scambio di merci e persone, l’iper-produzione, le forme consumo odierne, hanno immensamente indebolito il corpo, e di conseguenza il sistema immunitario. Non mi rimane che lanciare un ultimo appello ai pochi uomini liberi rimasti: abbracciatevi.</p>
<p>Emanuele Franz</p>

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