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	<title>Azione Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>Azione Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Il fremito le bandiere il vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 07:23:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando il 15 ottobre del 1960 mi iscrissi alla Giovane Italia, in via Quattro Fontane, mi venne consegnato il distintivo da portare all’occhiello della giacca, variando il colore secondo il ruolo di competenza (io divenni fiduciario del mio liceo e, mi sembra, il suo colore fosse il giallo), e la tessera. E ricordo ancora come vi fosse stampigliato, al suo interno, il motto ‘noi abbiamo ancora una bandiera da levare al sole e una canzone da gettare al vento’. Quanta giovinezza generosa e amara e quanto tempo è trascorso, ma di tutto o quasi non serbo rancore rimorso rimpianto…</p>
<p style="text-align: justify;">M’è tornato a mente – e voglia di scriverne –, accendendo il computer questa mattina intorno alle 5,30, con la tazza di tè fumante e un cucchiaino di miele al limone. L’amico Giacinto aveva postato (?) la foto della palazzina di quattro piani nella città curda di Kobane, in Siria ai confini con la Turchia, svettante la bandiera nera del Califfato. Intitolando il suo breve commento (invidio la sua dote d’essere sintetico) Il sapore delle vecchie cose’… E’ vero che siamo entrambi pensionati, ma qui nulla c’entrano i centri anziani le partite di bocce o tresette il ballo liscio o altre menate consimili. Fummo, a diverso titolo, consapevoli e coinvolti in battaglie a cui abbiamo donato la mente il cuore e quel po’ di vigoria fisica che la natura ci ha concesso, egli a Bari, io a Roma, e senza metafore o metanoie non rinneghiamo nulla e nessuno. E ci ostiniamo, testardi come sono i vecchi a mantenerci fedeli a letture della nostra giovanile militanza e a quelle successive e a quelle attuali e ci piace, crediamo fermamente ne valga la pena, condividerle anche attraverso lo strumento un po’ cialtrone di fb di internet e dintorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella bandiera nera, indipendentemente dal suo attuale contesto e agli specifici riferimenti, rimanda alla bandiera rossa piantata dai sovietici ai primi di maggio del ‘45 sulla Cancelleria (forse il riferimento voleva essere al Reichstag) di Berlino. Come scriveva Adriano Romualdi ne Le ultime ore dell’Europa, ‘Dopo feroci corpo a corpo, anche il secondo piano del Reichstag ha ceduto. La via del tetto è ormai libera. I soldati Jegorov e Kantanija vi si arrampicano. Di là, vedono Berlino come un mare di fiamme nella notte. Accanto, la Porta di Brandeburgo. Più oltre la Cancelleria, dove le ceneri di Hitler già posano spente. Spiegano la bandiera rossa affidata dal Comando della Terza Armata d’Assalto e la issano nel cielo notturno. Stalin trionfa sulla Germania e sull’Europa’. (In effetti la celebre fotografia venne scattata successivamente per evitare le fasi concitate dell’azione, quando ancora c’erano nuclei di resistenza così come è posticcia la fotografia, altrettanto celebre, dei marines he piantano la bandiera a stelle e strisce nell’isola di Jwo Jima, anche questa citata da Giacinto. Foto storiche, epiche e fasulle che, però, erano in sé ‘poesia’).</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiunge, nel suo commento, immagini a noi care: l’ultimo alzabandiera a Giarabub e quelle bandiere, quei drappi e labari tagliuzzati in mille piccoli frammenti affinché ciascuno di quei combattenti della RSI portasse sul cuore il ricordo della ‘bella’ battaglia per l’Onore d’Italia. Non ho visto il film, del 1942, intitolato proprio all’oasi dove avvennero i fatti, cioè Giarabub, regia di Goffredo Alessandrini e interpretato da Carlo Ninchi e Doris Duranti (l’attrice amata da Alessandro Pavolini), con un esordiente Alberto Sordi. Ho letto e possiedo, però, La difesa di Giarabub, ed. Longanesi 1967, del colonnello Salvatore Castagna a comando del presidio, la sua resistenza allo strapotere di forze inglesi fino alla resa nel marzo 1941. E leggo pag. 214: ‘La bandiera che da dieci mesi sventolava sulla torre della ridotta Marcucci venne abbassata e bruciata al cospetto del nemico, che concentrò le sue ultime raffiche sui soldati che avevano l’incarico di compiere questo estremo gesto. Da ogni petto uscì un grido: viva l’Italia!’. (Come sovente gli inglesi, qui in particolare gli australiani si dimostrarono ‘cavallereschi’ come consuetudine militare alla resa del nemico valoroso…).</p>
<p style="text-align: justify;">Conservo un cartoncino con il frammento dell’orifiamma nera e in rosso ricamato un minuscolo simbolo della X mas e le lettere g (incompleta) e una o, a firma Cencio (Giulio Cencetti, ultimo comandante del btg. Barbarigo), indirizzato a Fede Arnaud, fondatrice del SAF della Decima. Vi è scritto: ‘Ventidue anni riportano a Fede un pizzico di Bandiera, conservato con la Fede che potrà arrestare solo Chi accende ogni fiamma e spegne ogni cuore. Bandiera che nacque nel suo SAF e continua, spezzettata, a splendere orgogliosa in tanti sperduti angoli d’Italia, tra i superstiti marò del Barbarigo che ricevettero l’onore delle armi dal nemico straniero soverchiante, sbalordito da tanta disperata tenacia. Unde eo omnia’. (Senza commento che non si necessita anche per evitare rinnovate e recenti polemiche dai toni sguaiati e indecenti… Parole e gesti come pietre, levigate nel sangue di Anzio del Piemonte sul Senio nella ritirata fino alle porte di Padova, raccolte ora al Campo della Memoria).</p>
<p style="text-align: justify;">Romanticismo, ben venga… Romanticismo fascista, certo… Rispetto alla tecnologia impiegata, aerei bombe missili, che si pavoneggiano d’essere risolutori e, al contrario, sembrano impotenti di fronte all’avanzata dell’ISIS, feroce determinata fanatica ma pur sempre di uomini con una ‘fede’, bene, aggiunge e conclude Giacinto ‘… il fremito che al cuore può dare solo una bandiera che garrisce al vento’. Forse i nostri figli, i possibili nipoti non intendono l’immagine con cui conclude la sua riflessione, il suo esternare una sentita e reiterata emozione. Cosa è una bandiera al vento, a parte quelle della propria squadra del cuore agitate negli stadi, cosa racconta? Noi, anche se Giacinto è più giovane, siamo cresciuti nei piccoli cinema con il panino e la mortadella i lupini le fusaje e le rotelle di liquirizia, con i nostri coetanei le domestiche i soldati in libera uscita, tutti ad applaudire l’arrivo dei ‘nostri’ (presto ci liberammo di quegli eroi e scegliemmo di parteggiare per i Confederati gli Apaches i tedeschi e i giapponesi, insomma per i perdenti, i cattivi). Ombre rosse e La carica dei seicento, ‘faccia al sole e in culo al mondo’, ‘gli eroi sono tutti giovani e belli’, il bene vince sempre contro il male ecc. ecc. e le bandiere al vento, tante bandiere, tanto vento…</p>
<p style="text-align: justify;">Già, il vento – nel 1991 gli Skorpions cantavano, a ridosso del crollo del muro di Berlino, Wind of change, ma noi da lunga data avevamo abbandonato i lidi dei nostri primi ‘eroi’ e ci siamo trovati a costruire, poco più che adolescenti, le fondamenta per la mente ad altro rivolta e per un cuore pulsante per altro amore… ‘che ragazze,/ che ragazzi,/ portan’ il nero!’… Ogni bandiera è una storia, è sangue versato, idea fattasi carne, giuramento (come il passamontagna di Mikis Mantakas che Franco Anselmi bagnò del sangue sparso sull’asfalto di Stefano Recchioni). Ecco perché, suggerisce Rodolfo, la bandiera della UE è brutta in quanto non è stato versato per essa del sangue e nessuno, credo, per essa intende versarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">A Sant’Angelo in Formis è stato costituito un sacrario, a cui ho collaborato, a memoria dei giovani volontari della RSI, sabotatori oltre le linee e qui fucilati nell’aprile del’44. E’ possibile vedere il momento della esecuzione tramite filmati americani di tre di loro (ne ho parlato più volte e ricordato come sia in mio possesso, simile a reliquia, un frammento di camicia nera di uno di loro). Ebbene, dalle interviste raccolte emerge come alcuni di questi giovani si annodassero alla vita, sotto i vestiti, la camicia nera per essere con essa fucilati in caso di cattura. Sono certo che essa equivalga a bandiera agitata dal vento… Una bandiera, il tricolore, svetta alto nel cielo dell’Istria – un giovane s’è adoperato a farlo sventolare, cade trafitto per mano slava… A Nassiriya, Iraq, 12 novembre 2003, sulla branda di uno dei soldati caduti nell’attentato c’è, piccolo rettangolo, la bandiera della RSI…</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva sentenziato Max Stirner che non necessitava di una bandiera per trovare altri ‘unici’ che si unissero a lui per la comune battaglia (la notte precedente Valle Giulia concordammo con i nostri coetanei dell’altra sponda che in piazza non vi sarebbero state bandiere rosse o nere e così fu). Eppure… a un giornalista che ironizzava sulla presenza di don Giulio Tam alla foiba di Basovizza, il sacerdote, noto per le sue posizioni, rispose che la sua tonaca altro non era che ‘una camicia nera allungata’… al ritorno in Italia della salma di Marcello Lelli, professore all’università, già segretario della FGCI, fra i promotori de Il Manifesto, morto in Brasile per un attacco cardiaco, io andai e indossai la camicia nera fra bandiere rosse e mazzi di garofani rossi ad attestare il rispetto per un avversario che mi fu amico e testimone leale al mio processo…</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno ha tanta storia, mi sembra s’intitoli così un libro di Carlo Mazzantini, e all’ombra di un vessillo trova il luogo ove riconoscersi e motivare se stesso (piantando il labaro della legione fra le rovine di Roma ‘hic manebimus optime’ e Roma risorse a nuova gloria). Il fremito, di cui si accennava, non è la coltre melensa e buonista che oggi ha sostituito lo scontro a difesa di idee e visioni del mondo. Al contrario è il sereno virile riconoscimento verso coloro che, i ‘nostri’ o gli altri, conoscono la fede il coraggio l’entusiasmo il sacrificio a cui noi stessi ci predisponiamo ogni giorno, nell’attesa forse sciocca forse illusa forse ormai fuori tempo massimo (anagrafe e dintorni), per la ‘bella’ battaglia. Come Nietzsche insegnava… lo stile…</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Michele Merlino</p>

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		<title>Identita’, essenza e forma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2014 09:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Identità]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Vitali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Juan Pablo Vitali La storia non indietreggia. E’ duro ammetterlo, una cosa è ciò in cui crediamo e un’altra è ciò che siamo. Le forme devono mutare nell’essenziale, ma a volte la cosa più difficile è distinguere la dimensione della forma. Le forme sono strumentali ma senza di loro l’essenziale non si sviluppa. Una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/01/Ereticamente_Identita_essenza_forma.png" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img decoding="async" border="0" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/01/Ereticamente_Identita_essenza_forma.png" /></a></div>
<div align="right" style="text-align: right;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-family: &quot;Cambria&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%; mso-ascii-theme-font: major-latin; mso-bidi-font-family: &quot;Times New Roman&quot;; mso-hansi-theme-font: major-latin;">Di Juan Pablo Vitali</span></b></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">La storia non indietreggia. E’ duro ammetterlo, una cosa è ciò in cui crediamo e un’altra è ciò che siamo.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Le forme devono mutare nell’essenziale, ma a volte la cosa più difficile è distinguere la dimensione della forma. Le forme sono strumentali ma senza di loro l’essenziale non si sviluppa. Una parola non ha un solo significato. Nella sua forma di base ognuno giudica come essenziale quello che gli sembra meglio. “<b>La Romanità</b>”, ad esempio, se è una parola viva, non può rimanere in silenzio. Il suo significato essenziale per alcuni è religioso, per altri geografico, razziale o storico. Ma attorno ad un tavolo, parlando di essa, la parola perderà il suo significato univoco.</span></div>
<p><a name='more'></a></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Il fatto è che le parole hanno bisogno di muscolatura. La teoria ha un limite e la storia pure. Soltanto quando la parola è un qualcosa sostenuto da un contenuto vitale, essa acquisisce un vero significato.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Quello che siamo, lo siamo sempre rispetto a qualcosa. Abbiamo bisogno di coordinate esatte e irripetibili. La poesia ha la virtù di stabilire queste coordinate, lo stesso vale per l’azione. La sua bellezza è comparabile e compatibile. La parola come teoria o come intenzione, scevra del simbolo poetico o dell’azione, non ha bellezza e forse nemmeno un significato.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Solo chi crede può generare nuove forme per mantenere viva l’essenza. Le definizioni sono, nell’istante che vengono enunciate, già parte del passato. Ma qualsiasi definizione di “<b>Romanità</b>”, per proseguire esemplificando con questa parola così significativa, non la si può fare soltanto riferendoci alle cose del passato. Le costellazioni politiche e spirituali hanno cambiato posto, il potere e il sentire si sono spostati e dobbiamo trovare un nuovo significato all’essenza della vecchia Romanità, nel nuovo cielo del mondo.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Spengler lo chiamava “<i>stare in forma</i>”. Lo spiegarono a loro modo anche Nietzsche e Heidegger. Ma a rigor di termine è un qualcosa di inspiegabile. E’ il creatore individuale e collettivo che lo spiega per il proprio movimento. La ricerca dell’unità fra l’essenza e la forma tramite l’azione e tramite il simbolo, si realizza tramite l’egemonia (leadership, ndt), come la capacità poetica di esprimere certe cose. Si realizza mediante la realizzazione stessa.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Come in un caleidoscopio, gli elementi permanenti di una essenza si articolano attorno ad un centro. Qual è questo centro? Non lo troveremo nelle forme del passato. Sarà inutile. Le identità si ricostruiscono a partire dal loro centro, ma assumono la forma che gli dei le concedono in ogni epoca, in ogni spazio, in ogni relazione di forze.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Materia e spirito di una identità sono a rigor di termine<span style="mso-spacerun: yes;">&nbsp; </span>abbastanza silenziosi. Sono fatti di simboli convocanti, di relazioni segrete, di affinità selettive. Si tratta di un mistero che viene dal mistero.<span style="mso-spacerun: yes;">&nbsp; </span>In questa direzione si muovono le mani degli dei, del poeta, delle guide dei popoli.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Mani che non hanno bisogno di definizioni.</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Fonte: <a href="http://vitaliblog.blogspot.com.ar/2014/01/identidad-esencia-y-forma-html">http://vitaliblog.blogspot.com.ar/2014/01/identidad-esencia-y-forma-html</a></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Traduzione a cura di Gian Franco Spotti</span></div>

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		<title>La paura di dimostrare paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Oct 2013 08:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Amm. Cagni]]></category>
		<category><![CDATA[Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Azione]]></category>
		<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Merlino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario M. Merlino Il poeta Giovanni Pascoli gli dedicò dei versi a ricordo del tentativo di raggiungere il Polo Nord, tentativo fallito, ma che lo vide percorrere ben 1400 chilometri con compagni un marinaio e due guide valdostane una slitta e la muta di cani, nel silenzio e nell’oscurità e nel deserto di ghiacci, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="clear: both; text-align: center;"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/10/Ereticamente_Cagni-gruppo.jpg" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"><img decoding="async" border="0" height="136" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2013/10/Ereticamente_Cagni-gruppo-300x204.jpg" width="200" /></a></div>
<div align="right" style="text-align: right;"><b><i><span style="font-family: &quot;Georgia&quot;,&quot;serif&quot;; font-size: 13.0pt;">di Mario M. Merlino<o:p></o:p></span></i></b></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Il poeta Giovanni Pascoli gli dedicò dei versi a ricordo del tentativo di raggiungere il Polo Nord, tentativo fallito, ma che lo vide percorrere ben <st1:metricconverter product w:st="on">1400 chilometri</st1:metricconverter> con compagni un marinaio e due guide valdostane una slitta e la muta di cani, nel silenzio e nell’oscurità e nel deserto di ghiacci, partendo dalla baia di Teplitz (nell’isola del Principe Rodolfo, la più a settentrione dell’Europa) e qui ritornando dopo centoquattro giorni (11 marzo – 23 giugno), approssimandosi alla meta, distante ormai meno di quattrocento chilometri. ‘…la nostra bandiera – sta sopra indicibili lande… &#8211; aurighi d’alivola slitta, &#8211; tra un rauco anelare di cani – parevano un arido volo – di foglie, che piccolo e solo – va con la bufera’. Era l’anno 1900. Autore dell’impresa l’ammiraglio Umberto Cagni.</span></div>
<p><a name='more'></a><o:p></o:p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Poi la guerra italo-turca del 1911 alla conquista della Tripolitania e della Cirenaica, <st1:personname product w:st="on">la Libia</st1:personname>, sotto il dominio ottomano. E l’ammiraglio Cagni si distinse con lo sbarco e la conquista di Tripoli, munita fortezza turca, con sole poche centinaia di uomini. Raccontava mio padre, così amante degli aneddoti, come egli, ben consapevole che il nemico controllava i suoi movimenti, facesse sbarcare sfilare imbarcarsi e di nuovo scendere a terra i marinai, sempre gli stessi, modificando loro l’uniforme – invernale estiva un po’ dell’una e dell’altra – dando così l’impressione di un numero più alto di truppe.<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">(Secondo lo storico Zen Sternhell, ne La nascita dell’ideologia fascista, fu questa l’occasione nella quale si trovarono i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari &nbsp;sul medesimo fronte, cioè entrambi favorevoli pur se con diverse motivazioni. Si sarebbero ritrovati, entrambi interventisti, nei mesi antecedenti l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, crogiolo da cui sarebbe scaturito il Fascismo. Un complesso coacervo di eterogenee forze di cui, appunto, il nazionalismo e il sindacalismo rivoluzionario ebbero un ruolo principe in idee e uomini).<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Infine, durante <st1:personname product w:st="on"><st1:personname product w:st="on">la Prima</st1:personname> Guerra</st1:personname>Mondiale, prima a Brindisi e poi a <st1:personname product w:st="on">La  Spezia</st1:personname>, a comando della flotta di incrociatori. Senatore del Regno fin dal 1919, nominato conte e morto nel <st1:metricconverter product w:st="on">1932 a</st1:metricconverter> Genova.<o:p></o:p></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Raccontava sempre mio padre, preziosa memoria, di cui mi sono servito per rendere meno pesanti (?) le lezioni di storia, – e da questo aneddoto si ricava il senso del presente intervento, dopo il mio solito girovagare di qua e di là, sovente a vuoto –. Insomma. Durante uno dei rari scontri navali tra italiani ed austro-ungarici, nelle acque dell’Adriatico, un giovane ufficiale si pavoneggiava sul ponte di comando, diritto come un fuso e ripetendo ad alta voce di non aver paura. Asciutto, Cagni: ‘Io, invece, ce l’ho, ma me la tengo’…<o:p></o:p></span></div>
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<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">(Oggi l’aneddotica è vista con condiscendenza, roba per bambini alle prime armi, dai soloni dell’insegnamento della storia. L’importante sono i dati statistici, quelli sociologici, l’economia e il tutto patinato da arcaismi ideologici. Un paragrafo de Il Capitale di Marx suscita gridolini di gioia nei professori e uno sbadiglio fra gli alunni. Napoleone a Waterloo non è la caduta degli dei, in una somma di particolari (accidenti secondo Hegel), ma la dialettica in atto della Ragione o lo scontro tra esigenze del capitale inglese, liberale, e quello continentale, monopolistico (di fatto entrambi alla ricerca della supremazia nell’eterno conflitto mare-terra, per dirla con Carl Schmitt, che è ben più interessante ed efficace, ma messo a tacere per le sue note simpatie verso il nazional-socialismo).<o:p></o:p></span></div>
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<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">C’è, però, un modo d’intendere l’episodio, la capacità cioè di elevarlo a testimone con cui confrontarci, in una sorta di specchio ove esso ci esorta e ci guida e noi, dal canto nostro, abbiamo il potere di appropriarcene o di farne a meno. Allora non conta essere sulla tolda dell’incrociatore mentre arrivano bordate dalle navi avversarie, si può ignorare lo stesso nome di Umberto Cagni, ma si può far sua l’esclamazione – ‘io ne ho tanta eppure sono capace di dominarla’…<o:p></o:p></span></div>
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<p></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Prima azione con i camerati, quartiere San Lorenzo, di fronte redazione e tipografia de L’Unità e del Paese Sera. Si va allo scontro. Io sono stato relegato in seconda fila, troppo esile nel fisico e troppo inesperto (in effetti avrebbero voluto che me ne restassi a casa), con un bastone che oscilla fra le mani sudate. Non sono un ammiraglio, al massimo un mozzo alle prime armi, ma, sì, sono rimasto… e, chissà, devo ancora dire grazie a mio padre d’avermi narrato – ed educato – ad una storia di uomini…<o:p></o:p></span></div>

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