12 Gennaio 2026
Appunti di Storia

Un duplice omicidio: Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. Parte Prima

di Gianluca Padovan

Una Domenica del passato.

Un conoscente mi “passa” una fotocopia di una rivista del passato ed io non posso fare a meno di considerarla per buttare giù due righe di ricordo. Si tratta della rivista La Domenica del Corriere, Supplemento illustrato del “Corriere della Sera”, Anno 46, N. 24, 11 Giugno, Torino 1944.

Il disegno a colori della prima pagina è di Walter Molino, il quale ritrae l’attore Osvaldo Valenti e recita: «In una via di Mantova alcune signorinette hanno avvicinato l’attore cinematografico Osvaldo Valenti, ora ufficiale della X Flottiglia M.A.S., per chiedergli un autografo: ma egli ha risposto: “Sentite, ragazze, ora c’è la guerra e non sono tempi per queste cose. Bisogna pensare, come ho già pensato io, a fare la guerra. Cercate di pensarci anche voi…”».

Chi li ricorda?

Luisa Ferida, nome d’arte di Luigia Manfrini Farné (Castel San Pietro Terme 1914 – Milano 30 aprile 1945) è ammazzata da killer definiti “partigiani” assieme al proprio convivente e futuro marito Osvaldo Valenti (Costantinopoli [Istambul] 1906 – Milano 30 aprile 1945). Costui è un attore italiano arruolatosi volontario nella Xa Flottiglia M.A.S. e fa parte anche del Battaglione Vega.

Per quale motivo sono trucidati?

Il fascista trasformatosi in comunista con l’8 settembre 1943 e dal nome noto, Giorgio Bocca, scrive: «Torturatori e viziosi: il cocainomane Koch, la morfinomane Tamara, i cocainomani Osvaldo Valenti, Luisa Ferida» (Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana settembre 1943 – maggio 1945, Feltrinelli, Milano 2012, p. 502).

Scrive Emma Morriconi: «37 anni Osvaldo, 29 Luisa. Innocenti, perché se si parlò di presunti contatti con la famigerata banda Koch, di un coinvolgimento dei due nelle truci vicende della banda non si sono mai trovate prove. Serviva una scusa, per ucciderli a sangue freddo dietro una parvenza di giustificazione. Quando Valenti capisce che le cose si stanno mettendo male, decide di consegnarsi ai partigiani, a Nino Pulejo della Brigata Matteotti, che però se ne libera consegnando lui e Luisa al comandante della Divisione Pasubio Marozin. Marozin è un personaggio crudele ed è ricercato dal CLN del Veneto, che ha emesso nei suoi confronti una condanna a morte, per aver commesso crimini atroci. A Marozin Sandro Pertini dice: “A proposito, tu hai prigioniero anche Valenti?”. Marozin riferisce di avere anche Luisa Ferida. “Allora fucilali, e non perdere tempo. Questo è un ordine tassativo del CLN. Vedi di ricordartene”» (Tratto da: Emma Morriconi, I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Osvaldo Valenti, in Il Giornale d’Italia, 6 giugno 2014. Sito Web: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/la-nostra-storia/855507/-I-partigiani-della-Pasubio-hanno.html).

“PARTEGGIANTI!”: ovvero le grandi imprese militari nel dopoguerra italiano.

Ecco il succinto resoconto della classica operazione “parteggiante”.

Odoardo Reggiani racconta che ad uccidere Luisa Ferida e Osvaldo Valenti sono materialmente Ettore Corazza detto Marius e Giovanni Turra detto Poker a raffiche di mitra: «Luisa singhiozzava angosciosamente ripetendo, come incredula della sua sorte, “Perché devo morire?”. Non si rassegnava a morire, a trentun anni, ma non tentò nemmeno di salvarsi. “Se Luisa avesse chiesto di andarsene”, disse il partigiano Gian Antonio Tonon “Taylor”, braccio destro di Marozin, in una intervista, “nessuno glielo avrebbe impedito”. Ma Luisa non pensò mai, un solo momento, di abbandonare il suo uomo (…). Dopo aver sparato l’ultima raffica, Corazza andò nella macchina della Pasubio e prese due cartelli di cartone bianco, preparati nel pomeriggio; un cordone legato a due fori fungeva da sostegno. Sui cartelli c’era scritto con vernice rossa: “I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Osvaldo Valenti”, “I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Luisa Ferida”. Applicarono i cartelli al collo dei due cadaveri» (Odoardo Reggiani, Luisa Ferida Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema, Editrice Spirali, Milano 2007, pp. 273-274).

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Campo X.

Per quanto riguarda Luisa Ferida l’accusa di collaborazionismo è decisamente smentita a seguito dell’inchiesta dei Carabinieri di Milano, tanto che alla madre è assegnata la pensione di guerra. Entrambi gli attori sono sepolti al “Campo X” del Cimitero Maggiore di Milano. Ma cos’è “Campo X”? Si tratta di uno specifico “campo” tra i tanti che compongono il Cimitero di Musocco, meglio noto come Cimitero Maggiore di Milano. Nel dopoguerra si costituisce ufficialmente l’UNCRSI (Unione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana) e Vincenzo Costa s’impegna nella nascita del “Comitato ricerca e onoranze dei caduti della RSI” per la ricerca dei Caduti della Repubblica Sociale e la traslazione delle loro salme in un unico “campo militare”, “Campo X” per l’appunto.

Alla data del 2000 si sono contati 1566 sepolti, di cui 40 appartenenti alla Xa Flottiglia M.A.S. e si ricorda una Volontaria per tutti: «ELEONORA SOMMARIVA (917) / AUSILIARIA / nata a Milano nel 1926 / Caduta a Thiene (VI) il 29 aprile 1945 / Studentessa. In servizio presso la X Flottiglia Mas. Caduta nel corso di un’imboscata effettuata da elementi partigiani» (Associazione d’Arma Fiamme Nere, Campo X. Il Campo dell’Onore, Primo e Secondo Volume, Ritter, Milano 2000, p. 382).

Al di là del fatto che i Caduti fossero o meno tesserati del P.N.F. prima e del P.F.R. poi (e molti non lo erano), si tratta di militi che hanno combattuto per un ideale e come tali vanno ricordati: «Migliaia di giovani e di giovanissimi, il cui unico torto era stato quello di rimanere fedeli alla Patria e di aver servito in armi un governo a tutti gli effetti legittimo nella speranza di riscattare con il loro sacrificio l’onore perduto dopo il vile voltafaccia dell’8 settembre 1943, furono arrestati, torturati, fucilati. I più “fortunati” caddero nelle mani degli alleati o dei partigiani non comunisti e andarono a ingolfare, a centinaia, le celle del carcere di San Vittore. Ma le vittime della ferocia partigiana non ebbero pace neppure dopo la morte. I loro cadaveri vennero buttati per strada, nei fossi, nei Navigli, quando non addirittura negli altiforni della Breda. Ancora fino a qualche anno fa i campi a est di Milano, tra le località di Lambrate e di Segrate, venivano chiamati “prato tombaia”, per il gran numero di cadaveri di fascisti che vi furono rinvenuti» (Ibidem, p. XI).

Una aggiunta alle note di merito sui “parteggianti”.

Una quindicina d’anni fa ho avuto accesso all’interno dell’area dismessa delle acciaierie Falk di Sesto San Giovanni e per l’esattezza a quella che si affaccia su Via Alberto Falck. Sono stato accompagnato da un dirigente di Rifondazione Comunista, già dirigente del Partito Comunista Italiano, assieme ad un paio di persone di sua fiducia, di Rifondazione. Illustrandomi l’area mi disse che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale molti “fascisti” sono stati uccisi e i loro corpi fatti sparire nei “forni”. Ci tenne a precisare che lui non aveva visto materialmente ciò che mi aveva raccontato perché all’epoca dei fatti era bambino.

Questa “piega della storia” e su cui nessuno ha voluto indagare potrebbe andare a “braccetto” con un precedente dato di fatto: le Acciaierie Falck di Sesto San Giovanni non sono state minimamente bombardate dagli angloamericani, contrariamente al centro storico di Milano, di cui solo un terzo o poco meno degli edifici è rimasto illeso.

Il peggio del peggio: i detrattori.

Il detrattore è quell’individuo incapace di agire in prima persona, pertanto con una tessera in tasca e magari anche altro si fa assegnare un posto da dove possa (a comando dei suoi padroni) gettare fango ora su questo ora su quello. Meglio se chi riceve fango è già morto, perché così non può replicare. In buona sostanza: i pennivendoli “fanno sempre cassetta”.

Ad esempio, sul materiale d’epoca appaiono vari attacchi ai combattenti della Xa Flottiglia M.A.S., in cui li si accusa di reiterati furti di materiale. Uno di questi attacchi è stato rivolto, in più momenti e soprattutto nel dopoguerra, ad Osvaldo Valenti. Magari i fatti possono essere veri e ad ogni buon conto giustificati: furti avvengono -o possono avvenire- perché i combattenti della Decima si procurano armi, munizioni, viveri e materiale di casermaggio che serve a loro per combattere e che il Governo lesina o addirittura nega, pur a fronte delle richieste ufficiali e dell’indiscutibile impegno al fronte. Certamente negli Atti dei Tribunali appaiono anche soldati implicati in comuni e meschini furti, ma questo serve solo a taluni per gettare discredito sugli uomini del Comandante. Non si tratta pertanto di ruberie indiscriminate, per altro ben presenti sull’altro “fronte”.

Un inciso: che cos’è presente sull’altro “fronte”?

Scrive Guido Minzoni a proposito delle gloriose operazioni militari partigiane in terra di Romagna: «Malgrado le roboanti testimonianze di tutti gli eroi comparsi a schiere dopo la fine del conflitto, all’Istituto Storico della Resistenza le azioni di maggior rilievo portate a termine in quell’epoca di transizione furono gli espropri proletari, o “colpi di recupero” che dir si voglia. Chi non si piegava al ricatto veniva il più delle volte massacrato come successe al direttore della Cassa di Risparmio di Lavezzola Ivo Mannini. Il comitato militare provinciale diramava in proposito la seguente circolare: A tutti i comitati militari di zona e di paese della Provincia di Ravenna – loro sedi. “Il ripetersi un po’ ovunque di colpi di recupero, sia di denaro che di altri generi e soprattutto l’indisciplina nella distribuzione, molte volte arbitraria, dei generi recuperati, come viene fatta dai compagni stessi, sta generando uno stato di cose che non può oltre tollerarsi. Non si può ammettere, per nessuna ragione che alcuni compagni approfittino dell’azione per impossessarsi indebitamente di una cosa o di un’altra. È semplicemente vergognoso che tali fatti vadano ripetendosi. Quei pochi compagni che tentano, con un atto incosciente o di basso interesse, di gettare una macchia sulla bandiera del nostro partito non sono degni di militare nelle file comuniste. Il partito comunista non è una associazione a delinquere, né un’associazione di mano nera, come alcuni pensano, ma è il partito d’avanguardia delle masse proletarie e contadine che oggi lottano con ogni mezzo per liberare l’Italia dal tedesco e dal traditore fascista. I colpi di recupero sono stati autorizzati ed anzi promossi, per sostenere il partito che non ha dovizia di mezzi e in particolare per assicurare l’esistenza dei patrioti, che non hanno né soldo governativo né banche finanziatrici, ma non si è inteso con i colpi di recupero di far regalare la catenina alla moglie o di guarnire il guardaroba di un qualsiasi compagno [etc.]» (Guido Minzoni, Il “Triangolo degli ignoti”. Stragi in Romagna durante e dopo la guerra civile, Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi R.S.I., L’Ultima Crociata Editrice, Rimini 1997, pp. 31-32).

Sulle imprese militari dei “parteggianti” vedere utilmente su ERETICAMENTE le sei puntate di: “Esalogia. Parteggiants Wars – La guerra dei parteggianti”.

Fine prima parte.

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