Afflitto da una mentalità coloniale dura a morire, l’occidentale contemporaneo tende a guardare dall’alto in basso chi non gli assomiglia, ivi compresi i suoi stessi antenati, bollati come ignoranti e «primitivi», nonostante si ponessero le stesse domande esistenziali che assillano i loro discendenti: “Da dove veniamo?“, “Qual è lo scopo della vita?“, “Cosa accade dopo la morte?“.
Con l’avvento della digitalizzazione, le manifestazioni di suprematismo non sono diminuite ma, paradossalmente, aumentate poiché la presunta paternità dei dispositivi tecnologici e del progresso scientifico viene addotta come prova di una superiorità innata. Proliferano, di conseguenza, i messaggi che celebrano le magnifiche sorti e progressive, derivati dall’ideologia secondo cui:
• l’intelligenza artificiale generale (AGI) supererà l’intelligenza umana, auto-migliorandosi in modo esponenziale;
• l’industria del tech (es. nanotecnologie, biotecnologie, interfacce cervello-computer) progredirà a ritmi incomprensibili per l’uomo attuale;
• la Singolarità Tecnologica creerà una discontinuità storica, dopo la quale il futuro diventerà imprevedibile (come un buco nero nella fisica).
Nel frattempo, i dilemmi del «primitivo» continuano. A cominciare dal principale: “Cosa sarà di noi dopo la morte?” Non sapendo che pesci pigliare, la Singolarità in veste di henosis gnostica (unione mistica con il divino) ha riciclato così le metafore religiose che alludono a resurrezione e immortalità da raggiungersi, nella fattispecie, attraverso mezzi tecnologici.
Per questo la struttura concettuale che sostiene la teoria della Singolarità assomiglia tanto all’antica concezione ciclica espressa nella tradizione celtica dal simbolo del triskele (nascita → vita → morte), emblema del moto inarrestabile delle tre energie dinamiche – disegnate come spirali o frecce curve – che irradiandosi da un centro girano in senso circolare, orario e/o antiorario.
Nella versione transumanista ogni singola energia rappresenta una fase specifica (Coscienza → Transizione → Singolarità), quindi il «processo» ipotizzato dai teorici e auspicato dai fedeli sarebbe il seguente:
• Coscienza → Mind Uploading.
Ammesso che la coscienza sia puramente computazionale (ipotesi del computazionalismo), e quindi possa essere replicata in silicio. In caso contrario, l’uploading produrrebbe solo un «simulacro» privo di esperienza.
• Mind Uploading → Singolarità.
Ammesso che le menti digitali possano potenziare l’IA, creando un ciclo di auto-miglioramento diretto verso la Singolarità.
• Singolarità → Coscienza.
Ammesso che l’IA superintelligente si leghi all’uomo in un nodo di luce, o fractal, simbolo di infinito e super-intelligenza. In caso contrario, la macchina creerebbe nuove forme di coscienza non umana.
Entrambe le visioni, la vecchia e la nuova, fondano la propria ragione di essere sull’evento salvifico che “rimetterà ogni cosa a posto“. Con la differenza che l’IA non ha volontà né intenzioni (coscienza), perciò il suo comportamento è un’incognita, senza contare che in qualsiasi momento potrebbe dissolversi in una bolla di sapone.
Ottimisticamente, comunque, i seguaci di Ray Kurzweil prevedono entro il 2045 l’uploading che darà impulso alla Singolarità fino a creare menti digitali, le quali, operando a velocità supersonica in collaborazione con le IA, si fonderanno con esse.
Siamo a metà strada tra la fantasia religiosa e l’utopia.
Eppure, milioni di fedeli singolaritani credono veramente che “la Singolarità cancellerà i confini tra uomo e macchina, superando il problema della morte” (Vernor Vinge, 1993), nonostante nessun modello di IA risulti al momento autocosciente, né sia chiaro se potrà mai esserlo.
Dunque, la «curva esponenziale» alla base del moto della girandola è un atto di fede che ignora o minimizza sia i limiti fisici (energia, hardware) sia la possibilità che il mondo venga distrutto da guerre totali che farebbero scivolare la sopravvivenza delle IA in fondo alla lista delle priorità. In buona sostanza, siamo in presenza dell’ennesimo «punto teorico» secondo cui l’intelligenza artificiale dovrebbe, ma di preciso non si sa, superare quella umana, innescando un progresso tecnologico esponenziale e imprevedibile.
Mentre gli annunci arricchiscono le big-tech, non è chiaro chi/cosa porterà a termine la titanica impresa (cioè, il mind uploading = trasferimento della coscienza da un cervello biologico a un substrato digitale), non essendoci nell’attuale gregge globale impavidi eroi mitologici.
La circostanza non turba minimamente i sonni dei fedeli, che attendono – come il millenarismo evangelico attendeva il paradiso in terra – l’avvento del «paradiso computazionale». Se solo non partissero dal presupposto di essere all’apice dell’evoluzione, si sarebbero accorti da un pezzo che il mind uploading e la Singolarità sono versioni high-tech degli elisir di lunga vita e dei filtri magici.
Più incerta appare l’onestà intellettuale dei loro sacerdoti, o tecno-maghi, i quali si muovono utilizzando i simboli esoterici tradizionali (es. piramidi, eliche celtiche, cubi neri, torri high-tech) come nuovi talismani di potere e identità. Approfittano di mitologie consolidate per avvalorare la loro narrazione, o crederanno davvero nella liberazione dalla carne (uploading, immortalità) e nella rivelazione tecnologica (Singolarità)? Mantenendo la propria posizione di potere, penseranno sul serio che la morte è un fallimento tecnologico?
Il filosofo Max More, per esempio, parla della morte come di una «tragedia». Un’ingiustizia da eradicare. L’equivalente del peccato e dell’ignoranza nelle religioni tradizionali. È falso che l’anima fuoriesca dal corpo per ricongiungersi con il divino (monoteismi), né si può pensare che il pneuma sopravviva alla fine del ciclo biologico (gnosticismo), quindi la morte è un «problema tecnico» a cui la Singolarità porrà rimedio (es. “morte opzionale”).
La morte, eterno cruccio.
Si dirà che qualsiasi visione teleologica (verso un fine ultimo) ha affrontato il problema, perciò i transumanisti – uscendo dalla sfera metafisica e incatenandosi all’immanentismo radicale – non avevano scelta. Manifestano, infatti, uno spirito gnos(t)ico dove l’Io fattosi Dio si attiva per superare i propri limiti creaturali con l’uso della tecnologia.
D’altronde, nessun buon cristiano pensa che Gesù Cristo sia morto e sepolto, ma crede nella sua resurrezione, condividendo con il buon musulmano l’attesa del Giorno del Giudizio e dei giardini del Paradiso. Il superamento dell’idea paurosa della morte, o la sua trascendenza, è l’architrave su cui poggiano la maggior parte dei sistemi di significato umani, sebbene ognuno la veda a modo suo.
Ad esempio, il credente tradizionale la considera un passaggio governato dal divino, il filosofo orientale parla di un’illusione da superare, il transumanista la tratta come una malattia da debellare attraverso la ricerca tecno-scientifica. Indistintamente tutti, comunque, riservano gli «antidoti» a pochi privilegiati, altrimenti la Terra esploderebbe a causa della sovrappopolazione.
E qui, casca l’asino. O, per meglio dire, la perfezione simbolica espressa dal triskele cade miseramente sulla piramide, scivolando verso il meno nobile elitismo antropologico. Si tratta di una vecchia storia, riconducibile all’epoca in cui gli «dèi» riservavano unicamente alla propria cerchia l’accesso all’elisir di lunga vita.
Celebri «esclusi» furono personaggi illustri come Adapa (figlio illegittimo di Ea-Enki) e Gilgamesh (figlio di un uomo e di una dea), i meriti personali dei quali non riuscirono a cancellare il sacrilegio commesso dai genitori, ovvero la violazione del tabù del sangue misto.
Dopo aver perso tutto, meditando sulla riva del lago, Gilgamesh ebbe tuttavia un ripensamento. La vera immortalità stava nel corpo o nella fama, ovvero nel nome e nelle opere? Il messaggio del poema è proprio questo: la ricerca della vita eterna è un’ossessione futile e autodistruttiva poiché la grandezza di un uomo si misura con l’accettazione attiva della condizione mortale, ovvero nella capacità dell’individuo di trovare un significato alla propria vita attraverso le azioni, le relazioni e le eredità spirituali che sopravvivono alla sua morte fisica.
Forse, il re di Uruk non aveva tutti i torti: è un attimo farsi abbagliare dall’ultima invenzione, scambiando una subdola prigione dell’essere per un orizzonte di eternità. Anche questa, in fondo, è una forma di hybris, figlia di una più profonda incomprensione di se stessi e di una colpevole sottovalutazione dei suoi rischi esistenziali.
Ma i consigli, si sa, sono le lezioni più ignorate della Storia.
Se così non fosse, oggi i miliardari della Valle del Silicio non investirebbero cifre da capogiro nella criogenia e nella ricerca di rimedi tesi a «sconfiggere la morte biologica». Chissà, rifletteranno mai su cosa diventeranno, dopo aver sostituito gran parte del loro corpo biologico con protesi e innesti sintetici? Basta, la giustificazione che spaccia gli “organ-on-a-chip” per «strumenti etici»? Ma, soprattutto: quando i vari interventi esterni li avranno trasformati in mere «entità», in collezioni di dati e hardware, chi o cosa potrà considerarsi l’erede della loro coscienza?
La questione era già dibattuta ai tempi del cosiddetto «paradosso della nave di Teseo» (attribuito a Plutarco, I-II secolo d.C.): se una nave viene gradualmente riparata e tutti i suoi componenti, uno ad uno, vengono sostituiti, una volta uscita dal cantiere quella nave sarà ancora la stessa di prima (Hobbes)? Qualora si riutilizzassero i pezzi originali scartati per costruire un’altra nave, quale delle due sarebbe la «vera» nave di Teseo?
Il transumanista propende per Leibniz: la nave di Teseo non sarà strettamente la stessa a livello materiale, tuttavia potrebbe esserlo a un livello metafisico, nel caso in cui conservi un’unità sostanziale (es. la sua forma, o la destinazione d’uso).
La risposta aggira il paradosso, ma non lo risolve.
Anzi, sposta il concetto di identità dal piano fisico a quello ontologico: appurato che la materia è instabile e insufficiente a garantire la persistenza nel tempo, il livello più profondo (coscienza) può darle unità e continuità. Ma l’uomo-macchina aumenta le implicazioni filosofiche (es. Donna Haraway, Manifesto Cyborg), moltiplicando le domande:
• Morte digitale: cosa succede ai dati, alle memorie e alle identità online dopo la morte biologica di chi li ha caricati?
• La persistenza dei dati, può creare l’illusione che la persona sia ancora «accessibile» in qualche forma, portando a una ri-lettura del fine vita?
• Come verrà elaborato il lutto digitale, ossia il dolore legato alla morte di una persona, stante la sua presenza digitale (social media, account online, chatbot, memorie virtuali)?
• Accendere candele virtuali, postare messaggi sui profili dei defunti, visitare cimiteri digitali (es. Virtual Memorials), non finisce per prolungare inutilmente la sofferenza dei congiunti ancora in vita?
Alcuni teorici parlano apertamente di «dualismo digitale» (permanenza di una copia informatica dell’identità reale), altri di «fantasmi algoritmici». Ma quando il dato reale e il fattore virtuale coesistono, come si gestisce l’elaborazione del lutto? Cosa accade ai vivi, se il prolungamento dell’illusione di presenza impedisce l’accettazione dell’assenza?
Non che il transumanesimo si ponga domande diverse dai suoi predecessori. Già gli Indoeuropei credevano nella «morte non definitiva», cioè nella «non-morte». A quei tempi, però, l’intera struttura concettuale poggiava su solide basi etiche e sociali, c’era una maggiore coesione, mentre il lutto digitale fluttua nel nulla, rendendo solo più lungo e doloroso il lutto reale. Calando un velo pietoso sulle iniziative commerciali che speculano sul dolore, come i memoriali su Second Life in ricordo dei cari defunti o le applicazioni di Replika che ricreano le conversazioni tra il vivo e lo scomparso.
I loro architetti tecnologici, si chiederanno mai cosa vogliono i trapassati? Magari, preferirebbero tagliare il cordone ombelicale con Madre Terra e andarsene in santa pace in un posto migliore, reclamando il loro sacrosanto «diritto all’oblio». Alla fine dei conti, esiste una sola singolarità: quella dell’anima, che nessun algoritmo potrà mai replicare.


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