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	<title>Società Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>Società Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Messa in scena – Lorenzo Merlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 04:55:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uomini terminali della natura, non detentori di vita. Ci identifichiamo con ciò che crediamo di essere o, altrimenti detto, con la parte che rappresentiamo, qualunque sia. Non l’abbiamo scelta tra le molte presenti nei copioni dell’esistenza. È come se cultura, educazione, credenze e circostanze d’ordine vario ci avessero assegnato il ruolo che esprimiamo. Ce ne [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Uomini terminali della natura, non detentori di vita.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci identifichiamo con ciò che crediamo di essere o, altrimenti detto, con la parte che rappresentiamo, qualunque sia. Non l’abbiamo scelta tra le molte presenti nei copioni dell’esistenza. È come se cultura, educazione, credenze e circostanze d’ordine vario ci avessero assegnato il ruolo che esprimiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce ne identifichiamo al punto che non possiamo dire si tratti di una rappresentazione, ma della vera realtà, quantomeno la nostra, quella che chiamiamo proprio così, “vera realtà”. Non vediamo né il palcoscenico sul cui ci muoviamo, ne la recita altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accredito che attribuiamo inconsapevolmente al ruolo e alla <em>vera realtà</em> è assoluto, tanto che, senza bisogno di volontà, è spontaneamente difeso in tutte le occasioni in cui le vediamo criticare e negare. Una reazione certa, una difesa feroce come si fa per ogni aspetto dell’esistenza che consideriamo sacro, ovvero che è vissuto, ancora inconsapevolmente, come una parte, un’estensione di noi stessi. L’incantesimo dell’identificazione ci prende integralmente a partire a partire da bambini, dall’età della ragione o dell’abbandono di quella psicomotoria. Da quel momento, ogni comportamento, affermazione e pensiero sono vissuti come assolutamente nostri, il mondo diviene egocentrico e così rimane finché non si riconosce la stregoneria che ci aveva preso.</p>
<p style="text-align: justify;">Condizioni patologiche e anzianità a parte, tutti sosteniamo noi stessi senza esclusione di stato e condizione fintantoché, per lo scatto di qualche serendipica molla interiore, solleviamo il coperchio della scatola in cui si svolgevano le recite mondane, e scopriamo orizzonti insospettabili. Crinali dai quali “si domina la valle” (1) cosparsa di teatrini, in ognuno dei quali avevamo calcato l’assito con la determinazione e l’efficacia del protagonista e l’incertezza e la marginalità della comparsa. Recitavamo ruoli abietti e nobili, eroici e meschini, di assassini e di filantropi, di professori e di ignoranti, di scienziati e di eretici, di preti e pedofili, di papi e di re, di primi e di ultimi, vanitosi e umili, superbi e gentili, adirati e quieti, suscettibili e tolleranti, maestri e discepoli, bugiardi e onesti, vittime e carnefici, bellicisti e pacifisti, saggi e pedestri.</p>
<p style="text-align: justify;">E ci meravigliava e sorprendeva incontrando qualche attore che non voleva più uscire dal camerino, in cui lo trovavamo nudo, non a guardarsi allo specchio e a truccarsi, ma a contemplare Socrate, la sua bellezza, la sua altezza e a riflettere sulla profusa profanazione del suo messaggio che, invece di essere presente in noi, comporta l’esonero dalla congrega sociale di chi lo pratica. Dura lex dell’importanza personale, sed lex.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’alto delle cime vediamo noi stessi e i nostri simili minuti come formiche intente nella loro incessante opera, che nulla riesce ad arrestare e che ogni evento sospinge. Vediamo la ripetitività del nostro fare, lo scambio delle parti, le gioie e i dolori che, inevitabilmente come fiocchi della sorte, cadevano su alcuni e non su altri, per poi, in quella valle “dove gorgoglia il tempo” (1), osservare come le casacche si invertano, le parabole delle fortune scemino e quelle della pena sorgano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’incessante frenesia i costumi di scena sbiadiscono e si lacerano, portando all’evidenza il sortilegio che tutti avviluppa e che, a tutti si nasconde, pure a chi declama le parole dell’apota.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’incantesimo tutti si credono individui separati dal resto del mondo, con diritti, che in nome e sotto l’egida di ideologie autoreferenziali –considerati universali – chiamano inalienabili. E l’incantesimo dell’egocentrismo che tutto ha a che vedere con quello dell’antropocentrismo. Ovvero ad una concezione del mondo obbligata all’affermazione di sé e alla difesa della propria morale, cioè del proprio giudizio. Obbligata all’inconsapevolezza dell’eiaculazione di autoreferenzialità con la quale investe tutto e tutto insemina.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò non vuole culminare in un superamento della storia, ma di una modalità per spingerla in una direzione a misura d’uomo, non dei suoi vizi. Un uomo che incarna la vita ma non ne è il proprietario, che vivrebbe la gioia e la meraviglia dell’esistenza, senza più consumarla nella pena e alla famelica ricerca dei piaceri cosiddetti mondani. Un uomo con la cultura dell’ascolto a bilanciare quella dell’affermazione, capace di distinguere tra saperi tecnici, quelli che stanno nei libri e nelle scuole e conoscenza, che sta nel riconoscere cosa significa “non ingannarmi con false immagini<br />
ma lascia che io veda la verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">di lorenzo merlo ekarrrt – 140926</p>
<p style="text-align: justify;">Note</p>
<p style="text-align: justify;">.1 <em>In Volo</em>, Banco del mutuo soccorso (musica V. Nocenzi, testo F. Di Giacomo, V. Nocenzi).</p>
<p style="text-align: justify;">Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,<br />
e sfrena il tuo volo dove più ferve l&#8217;opera dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Però non ingannarmi con false immagini<br />
ma lascia che io veda la verità<br />
e possa poi toccare il giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui, messere, si domina la valle<br />
ciò che si vede, è.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se l&#8217;imago è scarna al vostro occhio<br />
scendiamo a rimirarla da più in basso<br />
e planeremo in un galoppo alato<br />
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>FATA – Lorenzo Merlo</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/fata/</link>
					<comments>https://www.ereticamente.net/fata/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 04:56:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conoscenza degli uomini e del loro fare secondo una disciplina scientificamente approvata e secondo una scientisticamente radiata. Come la psicologia ha nominato i caratteri delle personalità umane, qualcosa di simile è avvenuto in ambito astrologico. Come tutti gli uomini possono riconoscere la varietà di atteggiamenti nei confronti degli eventi della vita dei loro prossimi – [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Conoscenza degli uomini e del loro fare secondo una disciplina scientificamente approvata e secondo una scientisticamente radiata.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come la psicologia ha nominato i caratteri delle personalità umane, qualcosa di simile è avvenuto in ambito astrologico. Come tutti gli uomini possono riconoscere la varietà di atteggiamenti nei confronti degli eventi della vita dei loro prossimi – nonché quelle degli animali a sangue caldo, in particolare domestici – così si può osservare come i vari tipi di caratteri facciano da sottofondo alle personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">In ambito psicologico si fa spesso riferimento al criterio detto Jung Type Indicator (JTI). La proposta junghiana sintetizza le personalità in quattro metatipi di base e altrettanti relativi al modo di relazionarsi alle vicende dell’esistenza. Dalla coniugazione tra natura di base (estroverso, introverso, giudicante, percettivo) e atteggiamento relazionale (sensazione, intuizione, pensiero, sentimento) emergono 16 metatipi di caratteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Riconoscere nel bailamme del comportamento di una persona il relativo profilo psicologico permette di accedere alle ragioni del suo fare, alle forme del suo mondo, alla visione del suo universo. Ciò implica l’emancipazione dalla prevaricazione del proprio giudizio, ghigliottina della conoscenza relazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In ambito astrologico si osserva una similitudine con quanto previsto dal JTI.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuoco, Acqua, Terra, Aria e sono i riferimenti dei quattro Elementi basilari, dalle quali emergono comportamenti e scelte. In ogni persona è prevalente lo spirito di uno dei quattro elementi. Spirito di facile identificazione, qui ridotto all’essenziale: a Terra corrisponde un genere concreto e pedestre, a Aria uno sognatore e instabile, a Acqua uno esplorativo e inaffidabile, a Fuoco uno determinato e prepotente. La diade degli opposti si orienterà facendo prevalere, occasione per occasione, la virtù o la vergogna in funzione di innumerevoli spinte circostanziali e morali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni psicologo e ogni astrologo tenderà a leggere il comportamento delle persone secondo le caratteristiche delle gerarchie delle relative tassonomie, aggiungendo via via interpretazioni sempre più puntuali. Le circostanze di educazione, aspettative, paura, stress, esaltazione e depressione per la psicologia, sono alcuni dei corpi energetici che affardellano e sospingono i comportamenti in una o altra direzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la tassonomia astrologica, ognuno dei quattro elementi si esprime con tre sottocategorie dette Segni. All’elemento Terra fanno capo il segno del Toro, della Vergine e del Capricorno; all’Aria Gemelli, Bilancia, Acquario; all’Acqua Cancro, Scorpione, Pesci; al Fuoco Ariete, Leone, Sagittario.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ognuno dei quattro elementi esprime tre segni di natura corrispondente, si conta un totale di 12 segni zodiacali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per continuare con la similitudine tra psicologia e astrologia, per quest’ultima, vanno ricordati gli Ascendenti e poi la simbologia dei Pianeti contemplati, la relazione tra questi e molto altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto cogliere la natura psicologica e astrologica di una persona sia di variabile difficoltà in funzione dello stato sentimentale ed emozionale del momento sia della persona che dell’analista e, per quanto sia tendenzialmente richiesta una dote percettivo-intuitiva, cioè di percezione energetica o capacità di ascolto delle frequenze più lunghe spesso nascoste dalla frenesia di miriadi di fibrillazioni, una volta colta la natura-matrice, le ragioni del comportamento delle persone tendono a divenire lapalissiane e prevedibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Se gli psicologi tengono sullo sfondo della pratica terapeutica le categorie JTI e altre di loro preferenza, mentre sono alla ricerca di moventi via via più puntuali e circostanziali che, lo sanno, possono anche contraddire il carattere fondamentale che ordina e filtra la visione del mondo della persona, così fanno gli astrologi di fronte all’interpretazione di un tema natale. E così fa pure ogni componente di una relazione. Lo fa la madre, lo fa il maestro, la fidanzata e l’amico, eccetera. In pratica, genetica psicologica o astrologica che sia e relativa epigenetica emergono dal pare del presente. Non solo, l’interpretatore sa che quelle espressioni non sono unidirezionali. Esse possono rivelare il cuore della persona tanto nella declinazione virtuosa, quanto in quella abietta.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scettici nei confronti della psicologia e/o dell’astrologia hanno tutte le ragioni per esserlo. Entrambe le discipline sono spesso presentate e trattate superficialmente se non con sarcasmo e derisione, ma sono proprio questi che aprirebbero se stessi a concezioni del mondo e del prossimo se solo uscissero dal gruppo e si chiedessero: “Come mai ho dato per verità scontata quanto mi hanno sempre detto sull’astrologia?”</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Ma come, il discorso non valeva anche per la psicologia?</li>
<li>Era uno scherzo. Della psicologia ti hanno sempre parlato bene e male dell’astrologia e ci hai creduto.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Sebbene una non sia più dell’altra, entrambe rivelano in funzione di chi guarda, della capacità di coniugare le tendenze di base, fino a alle declinazioni contestuali e relazionali del presente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>FATA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’elemento <strong>F</strong>uoco, passionale, intuitivo, dominio delle situazioni, annientamento e trasformazione dei contesti. Nonché violenza e sopraffazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>A</strong>cqua, sentimentale, emotivo, mutevole, trasformativo, capacità di scoperta, occulta perseveranza. Nonché disponibilità alla millantazione e alla menzogna.</p>
<p style="text-align: justify;">L’elemento <strong>T</strong>erra allude ad un atteggiamento orientato alla stabilità e alla concretezza materiale. Nonché ad ottusa cocciutaggine e pedestre replica del conosciuto, alla rigida strutturazione del reale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>A</strong>ria, mentale, volubilità, cambiamento di vita, inseguimento di sogni, viaggi, comunicazione empatica. Nonché inconcludenza e inaffidabilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di lorenzo merlo ekarrrt – 070926</p>

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		<title>Casellario altrui – Lorenzo Merlo</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/casellario-altrui/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 04:57:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Autoreferenzialità della realtà. Come bimbi felici che danno forma al loro castello di sabbia, così noi costruiamo, ugualmente rapiti dalle nostre visioni, la nostra realtà, ugualmente autoreferenziale al gioco sulla battigia. Realtà che ci appare forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta. Una sorta di giubbotto antiproiettile cognitivo che inconsapevolmente indossiamo ogni volta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Autoreferenzialità della realtà.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Come bimbi felici che danno forma al loro castello di sabbia, così noi costruiamo, ugualmente rapiti dalle nostre visioni, la nostra realtà, ugualmente autoreferenziale al gioco sulla battigia.</p>
<p style="text-align: justify;">Realtà che ci appare forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta. Una sorta di giubbotto antiproiettile cognitivo che inconsapevolmente indossiamo ogni volta che ci troviamo in stato di veglia. Vale per chi procede spavaldo, ma anche per le psicologie affaticate dalla pena dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se servisse un campione a sostegno dell’idea che “la mappa non è il territorio” (Alfred Korzybski, 1879-1950. Concetto ripreso e reso più noto da Gregory Bateson, 1904-1980), il castello di sabbia svolgerebbe egregiamente la funzione. Concetto sostanzialmente sovrapponibile a quello del mito della caverna di Platone (428/7-348/7 a.c.).</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante l’enorme valore pedagogico contenuto nella formula del pensatore e matematico polacco, niente di questo è presente nella cultura che respiriamo. Tracce e coltivazioni sono limitate entro alcuni settori, tra cui quello terapeutico, psicomotorio, esistenziale evolutivo, psico-neuro-endocrino-immunologico, programmazione neuro-linguistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra l’altro, si tratta di settori che, invece di farsi portabandiera politica di quell’enorme valore formativo e relazionale, se ne stanno nel loro cantuccio come ragni sulla tela in attesa del paziente-preda. Ruolo che le persone non rivestirebbero se cresciute con la consapevolezza che la mappa non è il territorio, ovvero che la loro realtà è arbitraria al pari di quella altrui e che difenderla fino a morire o a dare la morte corrisponde con precisione al carburante necessario a mantenere e mantenersi nella realtà conflittuale, cioè nella dimensione in cui il conflitto di ogni schiatta è legittimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non possiamo consumare l’esistenza senza un’identità forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta e il relativo senso delle cose, possiamo però sfruttare le occasioni disseminate su tutti i sentieri della vita, per passare da uno stato profondo di affermazione di noi stessi, della nostra importanza personale, ad uno di ascolto, in cui tralasciarci, per scoprire l’universo presente dietro le quinte delle mappe altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche questo passaggio è precluso dalla cultura che inneggia alla competitività in cui conta solo emergere. La medesima cultura che agevola l’afflizione nelle vite di chi resta sotto a fare da tappeto a quelli il cui castello di sabbia non è ancora crollato sotto l’onda delle burrasche della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Scambiare la mappa per il territorio corrisponde a muoversi sulla mappa credendo sia il territorio, tanto che la mappa autoreferenziale assume inconsapevolmente in noi lo stato di territorio. Una sorta di rimpiattino dovuto all’inconsapevolezza, dalle latenti sorprese per lo più in forma di scontro frontale, con degenze più o meno lunghe, ammesso d’essere sopravvissuti. Un’inconsapevolezza che, da un lato riguarda le necessità del proprio sostentamento e dall’altro cosa tali necessità comportano a noi e al prossimo se e quando vengono affermate secondo le modalità del maglio sull’acciaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Se, con parole gentili si può dire che <em>fraintendere</em> mappa e territorio significa tenere accesa la miccia di una bomba a orologeria di cui siamo ignari, si può traslare la confusione nella figura del casellario. Un insieme di scomparti creati alla bisogna – senza necessità di razionalizzazione – quali contrafforti per sostenere il nostro fragile castello.</p>
<p style="text-align: justify;">Casella dopo casella componiamo con ordine cartesiano i criteri della vita. Un ordine che, non di rado, visto dal prossimo, ci appare come un rebus troppo difficile per accedere alla conoscenza dell’altro, del suo universo, delle sue coordinate di lunga e breve frequenza. È quest’ultimo un epilogo che non aggiunge né toglie niente a quanto già appena detto, fatto salvo per coloro che, per una volta, invece di utilizzare il proprio casellario di sabbia, vomitatore di giudizi e interpretazioni lontane dal significato originario di queste righe, si fermino un istante e provino a vedere come la propria mappa o interpretazione del mondo non fosse che un fragile castello di sabbia. Che cessino di vedere la verità nel proprio casellario e scoprano in che termini è presente anche in quello altrui. E anche che la realtà, che si impegnavano a descrivere più minuziosamente possibile, di fatto non c’è, almeno finché non ci siamo noi, e il nostro casellario, a descriverla.</p>
<p style="text-align: justify;">“<strong>Non esiste esperienza oggettiva</strong></p>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;]</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l&#8217;esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi, almeno nella <a href="https://www.riflessioni.it/enciclopedia/cultura-civilta.htm">cultura</a> occidentale, dubitano dell&#8217;oggettività di dati sensoriali come il dolore o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà è profondamente basata su questa illusione”.</p>
<p style="text-align: justify;">di lorenzo merlo ekarrrt – 050926</p>
<p style="text-align: justify;">Gregory Bateson, <em>Mente e natura</em>, 1991, Milano, Adelphi, p. 49.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Maghi sotto copertura – Lorenzo Merlo</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/maghi-sotto-copertura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 04:58:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proprio sotto il naso e non vederlo. Escursione su sentieri poco battuti che portano a riconoscerne il perché.   La visione o la vita Senza una visione da descrivere, la tela resta bianca e anche il foglio. E così il discorso resta muto, la scelta, l’atto, l’azione non avvengono. Al loro posto, l’assenza di iniziativa, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Proprio sotto il naso e non vederlo. Escursione su sentieri poco battuti che portano a riconoscerne il perché.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La visione o la vita</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza una visione da descrivere, la tela resta bianca e anche il foglio. E così il discorso resta muto, la scelta, l’atto, l’azione non avvengono. Al loro posto, l’assenza di iniziativa, l’inconcludenza, la noia, la depressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cosiddetto senso delle cose è il latte materno di un’esistenza percepita come nostra; è l’antidoto all’alienazione. Malfattori o santi non fa differenza, ne cercano la mammella e lo succhiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercare, con avidità occulta, il senso delle cose è il corpo della condizione esistenziale duale e positiva. Una dimensione che ci sospinge, senza incertezza alcuna, verso una descrizione del mondo concepita come oggettiva, coerente con il nostro senso delle cose e quindi accettata, o incoerente, e quindi scartata. Accettazione e rifiuto che corrispondono al nostro insindacabile giudizio, predilezione o condanna; che, rispettosi della morale che ci affardella, corrispondono perciò al bene e al male <em>de noantri</em>, fatto in casa, autoreferenziale fino al midollo anche se mimetizzato nella consuetudine del così fan tutti. Significa che ci si muove nell’esistenza, come se la realtà fosse un museo che stiamo visitando con assoluto diritto di giudizio. carico di diritto di vita e di morte, delle opere esposte. Allontanarsi, emanciparsi dall’idea dell’oggettività, cioè che il mondo è fuori da noi, non riguarda tutti e spaventa molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il semino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, senza incertezza alcuna, avanziamo petto in fuori pronunciando affermazioni varie sempre sensate per noi, sempre – “incomprensibilmente”, diciamo a noi stessi – insensate per altri. Una conclusione nota a tutti, alla quale, secondo circostanza, si resta stupiti, allibiti, basiti, adirati, eccetera, quale conseguenza dell’inconsapevolezza del potere magico di cui disponiamo, che conforma a noi la realtà e le sue verità, che impone una descrizione a noi coerente, sempre opposta a quella di altri visitatori del museo, che girovaga tra le sale con la mappa di altra coerenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Come seme pronto a schiudersi in ogni persona, la consapevolezza di tale magia e relativo potere giace sotto strati di morali, di dati, di saperi, di superstizioni scientifiche. Bagaglio appresso che impedisce la conoscenza del sentire, energetica, sottile. Che impedisce la visione energetica delle dinamiche che popolano e animano la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il visitatore del museo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una stratificazione consistente, non demolibile a suon di argomentazioni logico-razionali, nient’altro che inadeguati colpi con un piccone di gomma contro la più resistente delle materie, l’identità risiedente nelle nostre affermazioni. Tuttavia, quando – apparentemente – avviene che dette argomentazioni sbriciolino il plinto sul quale appoggiamo la nostra esistenza, si avvia dipendenza da quale dottrina, ideologia, religione e guru, e non evoluzione e autonomia, scoperta della propria magia e di come impiegarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Concentrati sull’accumulo di dati e sulla celebrazione di competenze tecniche, quest’ultimo aspetto, corrisponde a una ciarlatanata, della quale è opportuno non solo non occuparsi, ma bandirla, censurarla. Così ci dice veementemente il visitatore ordinario del museo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nessuna una per tutti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che sfaldabile, il pesante spessore della falsa conoscenza e del falso progresso è saltabile&#8230; a piedi pari, sempre a mezzo di una magia. Falsa conoscenza in quanto soltanto tecnica e soltanto valida entro il campo che l’ha generata, falso progresso in quanto non comporta alcuna consapevolezza della propria magia – o potere creativo o assunzione id responsabilità di tutto – e trattiene nel malessere del proprio giudizio.</p>
<p style="text-align: justify;">La natura pesante e solida della massa opprimente perdura solo e soltanto entro la dimensione oggettiva e materiale della realtà-museo, regno della quantità, del positivo, della misurazione e della pedestre dimostrazione, quest’ultima concepita quale suprema garanzia di verità assoluta. Se la dimostrazione è funzionale in campo chiuso o tecnico, è riduttiva e fuorviante in campo aperto/umanistico.</p>
<p style="text-align: justify;">È a mezzo di consapevolezze varie che riconosciamo nel museo le proiezioni di noi stessi, che prendiamo coscienza della osservato-osservatore. Consapevolezze dall’innesco imprevedibile, serendipidico, per ognuno diverso, non massificabili in una formula né in una dialettica razionale. Non è per questo che possiamo leggere tra le parole del nostro bambino o del nostro amico la storpiatura, a loro coerente, dei fatti presenti nella loro narrazione?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ah ah</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come fare per saltare a piedi pari il cavolo o il macigno culturale sotto il quale siamo nati? La domanda pare legittima e volenterosa, ma non lo è. Il <em>come fare</em> non esiste neppure nel giardino del re delle latenti consapevolezze. Le dinamiche che conducono ad una presa di coscienza non hanno natura meccanica, quindi massiva, addestrativa. Anche se i figli di questa cultura si comportano come se credessero il contrario, le persone non sono uniformi nelle loro reazioni, narrazioni, sentimenti. Ad ognuna serve una precisa emozione che non può essere pianificabile, identificabile, provocabile, confezionabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’emozione, come e più di un fulmine, percorre linee che ridono dell’eloquenza razionale a cavallo della quale avevamo scoccato i nostri migliori e lineari argomenti, convinti che avrebbero cambiato le persone. Anche, soprattutto e nonostante le formule meccanicistiche – <em>devi, bisogna, ti dimostro, è chiaro che&#8230;, eccetera</em> – che di frequente si trovano nei discorsi e nei libri, che vorrebbero spiegarci (ah ah) cosa fare per evolvere verso la saggezza, verso il benessere, verso il sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante lo spadroneggiamento di razionalisti e scientisti, che sanno dire tutto della materia, della materia e della superficie e niente della poesia, il tappeto volante del razionale può trasportare un potere il cui valore è simile a un fiato nella burrasca dell’infinito. Affidarcisi è sfacciataggine babelesca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Foglia nella corrente</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In merito all’emozione o colpo di fulmine, quale brillamento di consapevolezza e levitazione, conseguente alla demolizione del macigno culturale, che pensavamo contenesse tutta la realtà e tutta la verità, va fatto cenno all’accredito, quale condicio sine qua non dell’uscita dal cerchio autarchico nel quale ci eravamo rinchiusi ricchi e vanitosi per i nostri sussidiari di medicina, di filosofia, di economia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando famelici si seguono le dottrine di guru e santoni d’ogni schiatta, la demolizione tarda o non avviene. Ciò, a causa del contesto comando-dipendenza in cui si sviluppa la relazione tenuta unita da un guinzaglio: dove va il padrone, va l’animale. Il primo carattere che ci convince della bontà del nostro fare è l’accredito nei confronti di chi promuove quel fare. Anelare a possedere una borsa di Gucci richiede un inconsapevole accredito del presunto valore di ritorno che investirebbe chi la possiede. Ciò che avviene entro il circolo magico dell’accredito è identico a quello del bimbo che, con “l’ha detto la mia mamma” prende posizione nel momento in cui pronuncia la formula, di fatto, magica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Uscita”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza cambiare una virgola, quanto detto finora, è anche ciò che avviene quando ci si libera da una dipendenza, siano le sigarette, sia una relazione penosa, eccetera, financo nei confronti di una malattia. Se questa corrisponde spesso alla somatizzazione fisica e psicologica, cioè generata dall’inconsapevolezza di essere semplici terminali della vita e corpo unico con la natura, appesantita dalla presunzione di credersi individui con diritto di autonomia e verità e arricchita da una immancabile spruzzata di prezzemolo vittimistico, possiamo rompere il cerchio o uscire dal museo entro cui ci eravamo rinchiusi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre il cerchio si assiste alla <em>reificazione</em> della realtà imposta da ogni nostro sguardo, osservazione, emozione. Come se da un iperuranio nel quale tutto è già presente, ognuno cogliesse senza avvedersene quanto serve per, un istante dopo, poterne affermare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dottorino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un processo che avviene costantemente e che da un secolo, con l’avvento della fisica quantistica e, in particolare, con la filosofia che ne consegue, ha anche una forma accettabile o accreditabile, da una piccola parte della cultura razionale.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui che il cambio di emozione non è più distinguibile dal salto da un campo quantico ad un altro. Campi o emozioni entro i quali esiste una ed una sola realtà, quella che descriviamo. Ce lo avevano detto Jung, Watzlawick, Wittgenstein, Von Foerster, Von Glasersfeld, Maturana, Varela, Feyeraeand, Bateson, Foucault, Watts e certamente altri, nonché tutte le tradizioni sapienziali della terra, ma non è bastato se non a chi, per qualche motivo, è stato colpito dal fulmine che, invece di annientarlo, gli ha bruciato il recinto dove brucava la solita cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la magia era malamente e inappropriatamente maltrattata dai razionalisti, dai materialisti, dai meccanicisti, dagli scientisti, ora, forse ma forse, emozione permettendo essa da perseguibile superstizione potrebbe passare a consapevolezza e potere in mano a tutti noi, ignari maghi sotto copertura, utile a gestire le relazioni, indispensabile alla guarigione e al benessere, ben più di quanto possa un dottorino da sotto il suo macigno.</p>
<p>di lorenzo merlo ekarrrt – 270826</p>

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		<title>Gesù, i pani, i pesci e l&#8217;idiota collettivo &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 17:21:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Talvolta le vignette raccontano il nostro tempo meglio di intere biblioteche. Gira un disegno a fumetti, probabilmente realizzato con l’Intelligenza Artificiale, con didascalie in perfetto latino, in cui Gesù Cristo mostra a una piccola folla pane e pesci, evocazione del famoso miracolo della moltiplicazione. Abbigliati con indumenti d’ epoca, i presenti, con aria perplessa, non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Talvolta le vignette raccontano il nostro tempo meglio di intere biblioteche. Gira un disegno a fumetti, probabilmente realizzato con l’Intelligenza Artificiale, con didascalie in perfetto latino, in cui Gesù Cristo mostra a una piccola folla pane e pesci, evocazione del famoso miracolo della moltiplicazione. Abbigliati con indumenti d’ epoca, i presenti, con aria perplessa, non mostrano particolare interesse per il Redentore. Un uomo chiede se il pane contenga glutine. Un altro, con fiero cipiglio, afferma di non voler mangiare pesce: <em>veganus sum</em>. Una donna sospettosa domanda: il pesce non conterrà mercurio?</p>
<p style="text-align: justify;">La vignetta – involontario apologo della postmodernità – ha più chiavi di lettura. Viene alla mente lo straordinario racconto del Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Ivan, il più tormentato, narra ad Alioscia un sogno febbrile: Gesù torna sulla terra nella Siviglia dell’Inquisizione. Senza che si sveli, tutti lo riconoscono, implorando miracoli e salvezza. Un vegliardo cardinale, l’Inquisitore, lo fa arrestare dopo avergli rimproverato di aver portato la libertà al popolo incapace di usufruirne. Dopo la sua venuta sulla terra, spiega, è stata la Chiesa a farsi carico di rendere felici gli uomini. Il suo ritorno turba l’ordine faticosamente raggiunto. La domanda dell’Inquisitore è glaciale: perché sei venuto a infastidirci?</p>
<p style="text-align: justify;">La persona di Gesù, la sua predicazione, i suoi precetti interrogano l’umanità di ogni tempo. O meglio, la interrogavano. Oggi viviamo un’epoca non solo post religiosa, ma post umana. Gesù infastidisce come ogni domanda di senso, ma ormai non è più riconosciuto, nella vignetta e nella realtà. Fu profetico egli stesso, ponendo la domanda decisiva nel Vangelo di Luca (18,8): quando tornerà, il figlio dell’uomo troverà la fede sulla terra? La risposta è negativa, almeno nello spicchio di mondo chiamato Occidente, altezzosamente chiuso nella superstizione scientista, che considera superstizione, sciocca credenza, primitivismo, tutto quanto eccede la dimensione materiale dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come l’Inquisitore accusa Gesù redivivo di turbare l’ordine costituito, la vignetta lo sospetta di offrire un cibo spirituale avariato, simboleggiato da beni materiali come il pane e i pesci . Soprattutto, colpisce l’indifferenza di chi vede ed ascolta Cristo. La folla, antica ma modernissima, appare insensibile, disinteressata a chi sia l’uomo barbuto dinanzi a lei; finisce per porre domande ed esprimere valori privi di consistenza. E’ l’idiota collettivo postmoderno cresciuto a pubblicità, consumo, ideuzze, piaceri volgari, novità assunte quasi religiosamente, sostitute del Verbo. E tutti, gattopardi, sciacalli e pecore, continuano a credersi il sale della terra, come disse il disincantato Principe di Salina all’inviato dei Savoia, rifiutandone le promesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Sale della terra: una citazione evangelica, ma quanti la riconoscono come tale, nel deserto degli analfabeti funzionali muniti di titolo di studio? Il povero Gesù, forse scambiato per venditore maldestro o predicatore con vassoio per le offerte, non viene rifiutato: peggio, è ignorato. Le domande dei postmoderni in abiti antichi sono quelle di chi non vuole capire. Generazioni di signorini soddisfatti guardiamo il dito che indica la luna senza mai elevare lo sguardo. Liberati dal bisogno immediato, aderiamo a mode sostitute della morale e siamo preda dei timori più vari, rappresentati nella vignetta dalla richiesta di cibo senza glutine e di pesci che non accumulino mercurio come in natura. Fragile salutismo indotto dal circo del consumo, unito all’ecologismo d’accatto e alle idiosincrasie alimentate da giganteschi interessi la cui portata sfugge ai superficiali che abboccano a qualunque novità, spacciata per cultura, fuoriuscita dall’ignoranza di ieri per entrare nel luccicante regno delle magnifiche sorti e progressive. Diventiamo civili, colti e razionali se non mangiamo carni e prodotti di origine animale per non sfruttare altre creature, ma non battiamo ciglio sullo sfruttamento vecchio e nuovo dell’uomo. Gusti indotti scambiati per avanzata civiltà, dimentichi che la natura ignora le ubbie moralistiche dei popoli in declino.</p>
<p style="text-align: justify;">Prestiamo fede a qualsiasi narrazione provenga dal baccano orchestrato dal potere senza vedere l’essenziale, “invisibile agli occhi” (Il piccolo principe) ma non all’anima. Anima? Che cosa significa, che rappresenta? Nulla, agli occhi dell’omuncolo postmoderno. Non si può compravendere, toccare o pesare, non ha codice QR. Quindi, non esiste. Chi vi fa appello, come Gesù, non è creduto né riconosciuto. Tutt’al più è un breve intermezzo nella corsa quotidiana, soggetto alla derisione, all’incredulità. Che ne dice la Scienza, sempre con la maiuscola? Se tace o nega, meglio abbandonarlo al suo destino o smascherarlo – noi astuti, scafati, emancipati – con futili domande. Gli abbiamo già dedicato fin troppo del nostro preziosissimo tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non stiamo meglio di quando credevamo in Dio. Non è che manchi la fede: è stata sostituita dai Diritti, dal Progresso, dalla Scienza, dalla Ragione. Potenza di calcolo, mancanza di senso. In mezzo egoismo, disumanità, vuoto interiore. Una vita senza glutine, ossia senza ciò che unisce. L’ Inquisitore che lo arrestava perché pericoloso aveva più rispetto per Gesù della folla postmoderna che lo rifiuta (non posso mangiare il tuo pane: sono vegano !) o gli pone condizioni (il pesce senza mercurio). Un prodotto tra gli altri sullo scaffale del supermercato. A che cosa serve, pensa l’Idiota Collettivo?</p>

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		<title>Sfera di cristallo – Lorenzo Merlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 04:58:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un pressoché invisibile contenitore del nostro pensiero che, in quanto tale, ci fa credere di progredire nella conoscenza mentre, di fatto, comporta il permanere nella cosiddetta ignoranza, ovvero nella dimensione materiale, analitica e oggettiva di una realtà separata da noi. L’incantesimo conclamato dell’egocentrismo impedisce di osservare e fare scuola della identicità e reciprocità di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; padding-left: 40px; padding-right: 40px;"><em>C’è un pressoché invisibile contenitore del nostro pensiero che, in quanto tale, ci fa credere di progredire nella conoscenza mentre, di fatto, comporta il permanere nella cosiddetta ignoranza, ovvero nella dimensione materiale, analitica e oggettiva di una realtà separata da noi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’incantesimo conclamato dell’egocentrismo impedisce di osservare e fare scuola della identicità e reciprocità di noi, delle nostre forme fisiche, delle nostre affermazioni, siano da bar sporta o auliche. Ponendo al centro dell’esistenza il totem dell’importanza personale e tutto ciò che questo comporta, ci troviamo ad essere anche cronocentrici. Noi affermiamo ciò che è prima e ciò che è dopo, come fossimo l’immoto faro al centro dell’oceano del tempo, che vede passare i vascelli delle esperienze, ma non vede quanto queste non siano che la proiezione del proprio sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questa base culturale comune, inconsapevole, comunque indiscussa e, così, resa vera e unica, deambulano gli uomini e i loro pensieri, inclusi quelli rivolti alla conoscenza. Serpenti nella teca. È, infatti, una base circoscritta, della quale non hanno contezza. Pochi hanno osservato il limitare di quella piatta landa ricoperta da fittizie differenze di forme, adorate da singoli, gruppi e moltitudini.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre che in forma di base, l’ambito di vita detto egocentrismo può essere chiamato <em>volume</em>. Questo è figurabile da quelle bocce di vetro, spesso natalizie che, quando agitate, sollevano rutilanti particelle bianche simili a fiocchi di neve che pervadono la sfera di cristallo entro cui hanno libertà di muoversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni fiocco, nel nostro caso ogni uomo, ogni pensiero, ogni scelta ed azione, ogni sentimento ed emozione, ogni affermazione, occupa un punto del volume, al pari di ogni altro. Ciò permette di cogliere due aspetti della condizione egocentrica. Il primo, l’ineludibilità della parzialità delle affermazioni di chiunque. Il secondo, che tali affermazioni prorompono dall’autore – individuo, gruppo e moltitudine – nel momento in cui dal punto di vista che occupa e concepisce come fisso – ma a rotazione disponibile a chiunque – vede allineati i puntini necessari alla generazione della visione, della verità, per poi, senza apparente consequenzialità, pronunciarla forte e chiara, ignaro degli aggiustamenti <em>fisiologici</em> con cui la impasta per consolidare il proprio piedistallo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’insorgenza e l’esigenza dell’affermazione di matrice egocentrica si presta ad essere descritta anche in altro modo. Questa, infatti, avviene solo e soltanto quando il fiocco rutilante, ovvero il soggetto, coglie dal bailamme della sfera di cristallo o iperuranio in cui sono presenti tutte le idee pure, quelle utili al proprio intento o al sostentamento di sé stesso, della propria biografia. Idee opportunamente agghindate secondo il proprio gusto di coerenza e di necessità che, come gocce di ossigeno, briciole di Pollicino, fili di Arianna, mantengono l’emozione di esistenza e sono necessari per tornare sempre a casa, su sé stessi, gongolanti nella propria ragione, credo, abitudine e consuetudine. Sebbene ciò corrisponda al mantenimento dell’identità, in tale atteggiamento va anche riconosciuta immobilità, che altro non è che la mammella dalla quale lo status quo succhia nutrimento. Uno status impotente d’evoluzione ed emancipazione personale nei confronti dei modelli appresi, che ricalchiamo, infatti, come individui programmati a farlo. Uno status d’inettitudine nei confronti della propria infinita creatività, autoguarigione, benessere, salute.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivendo inconsapevoli entro lo spazio esistenziale della boccia, vantiamo uno svergognato, ma presunto, libero arbitrio, una fantomatica libertà e una incendiaria tendenza ad universalità varie che, ad ogni ciclo della microbica storia umana, sbraitiamo nel nostro piccolo o grande ambito d’azione come indemoniati cavalieri lancia in resta.</p>
<p style="text-align: justify;">Volendo, con forse inopportuna indulgenza, si può comprendere l’insistenza della coatta condizione umana con la giustificazione dell’impercettibilità del cristallo diamantino che ci contiene.</p>
<p style="text-align: justify;">L’astrazione permette di cogliere lo spirito unico presente in forme diverse e offre potere magico alla metafora. È un espediente del pensiero alogico con cui si può saltare da una forma (contesto) ad un’altra, a mezzo del quale è possibile muoversi entro il tempo. Ma non è carta in mano a tutti i giocatori presenti nella dura sfera. Serve un percorso personale, dunque una volontà – identica a quella della passione che ci porta ad essere ciò che non eravamo – per arrivare a toccare l’orizzonte terrapiattistico della cultura intellettualistica o impotente, per trovare come andarne oltre o osservare il vetro della boccia di cui eravamo fiocco rutilante. Per constatare quanto quella perfetta trasparenza che ce lo occultava fosse tale a causa dell’arrogante presunzione di conoscenza definitiva che ci muove, fossimo malviventi o premi Nobel.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troveremmo dunque in un <em>cul de sac</em>, ovvero in una concezione della realtà, di noi e della verità, che riciclandosi perpetuamente, nasconde a noi stessi l’elemento intoccabile detto logica, che rende il mondo una catasta di oggetti da organizzare, fossero anche concetti, e la sfera praticamente indistruttibile. La sfera o il volume o l’esistenza degli uomini sono quindi contenute, soggiogate e sottomesse al dolce dominio duale della logica, prediletta sovrana di tutti i suoi sudditi. Se a ciò si aggiunge l’esigenza diffusa di capipopolo, la regina aristotelica ben si presta a tale scopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, quando leggi certi commenti (1, 2, 3, 4) [che, per scelta, riporto senza riferire la fonte; nda] rilasciati nei confronti di qualche mio articolo, come si fa a non vedere ben prima della critica che esprimono, la camicia di forza o sfera di cristallo in cui possono esistere e prosperare? In cui possono con lancia in resta scagliarsi contro ciò che non intendono? Che, nel frullatore del <em>reductio ad unum</em>, vedono applicato il tutto a sé stessi? Tuttavia, come non essere indulgenti nei confronti di tanta inconsapevolezza della base, del volume, della sfera, della teca, della voliera nonché del regno del conflitto, della guerra e della sofferenza? Chi possono colpire se non un altro a loro simile che gira intorno al totem del proprio egocentrismo?</p>
<p style="text-align: justify;">Commenti e critiche che comportano tanto la replicazione dell’esistente quanto l’assenza e la negazione della ricerca della verità dell’esistente e quella personale – specificamente quella che si muove chiedendosi in che termini ciò a cui assiste porta verità –, quella che permette di comprendere e tollerare gli uomini e che esclude perciò la condanna del giudizio quale separazione di sé stessi dal mondo contenuto nella sfera di cristallo. Affidare la verità al proprio giudizio interrompe la conoscenza e alimenta il conflitto. Un po’ come dire, con sarcasmo, supponenza o ira “ma era ovvio” di fronte a qualcuno che l’ovvio non l’ha proprio visto. Quella che, costretta dalla propria logica, è incapace di constatare che un fiocco non può avere più diritto di altri. Oppure il tiglio ne ha più del gincobiloba? Quella che, in quel fiocco criticato, non vede sé stessa. Come se il cirmolo non vedesse anche nel pino loricato, l’albero che è.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dire loro che solo l’inconsapevolezza di egocentrismo e importanza personale permette l’arroganza del vero e del falso e contemporaneamente impedisce la lucidità che non c’è il vero e il falso se non per sé stessi e sodali, nonché entro i piccoli campi chiusi della tecnica e del gioco, e che il pertugio per uscire dalla sfera, il trucco per aprire le fibbie della camicia di forza, sta nel riconoscere che la domanda è: in che termini quell’affermazione è vera? E in quale è falsa?</p>
<p style="text-align: justify;">di lorenzo merlo ekarrrt – 180826</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Note</em></p>
<p style="text-align: justify;">.1 “Io mi rifiuto di leggere scritti di interpretazione ambigua, con vocaboli volutamente oscuri, fumosi o troppo generici; scritti che sfoggiano termini inutilmente eruditi, che spesso giudico fuori luogo; scritti che richiedono tempo e sforzi per tentare di tradurli in un linguaggio comprensibile.<br />
Poi magari, alla fine, ne scopro la banalità delle argomentazioni o addirittura l’assurdità delle tesi”.</p>
<p style="text-align: justify;">.2 “E oggi, L. Merlo mi viene a dire:<br />
‘Le attuali ed epocali dinamiche di pensiero soggiogate dall’egregora razionalista – ovvero dall’idea della superiorità della ragione quale unica via alla verità – ci impediscono di riconoscere che ogni discorso contiene la sua verità, che ogni affermazione è una prevaricazione, che la verità avviene entro campi chiusi, sempre e tutti sostanzialmente uguali a quello della nostra valle’.<br />
Merlo, ma vaffa..ulo! Sembra che la TUA VALLE non sia la NOSTRA, ma TUA soltanto!”</p>
<p style="text-align: justify;">.3 “Glossario spicciolo di propaganda gnostica. Lorenzo Merlo è convinto che ripetendo le stesse cose ad ogni articolo qualche lettore finisca col dargli retta. La pubblicità è l’anima del commercio, no? Incluso il… commercio col Diavolo. Anche Goebbels raccomandava l’uso di simili tecniche ripetitive. A furia di sentir ripetere menzogne, apparentemente verosimili, la gente dovrebbe convincersi che sono vere. Io, no [&#8230;]”.</p>
<p style="text-align: justify;">.4 “Sono spicciolate di massoneria che degradano le buone intenzioni del sito, ma tant’è. [&#8230;].</p>
<p style="text-align: justify;">Però dai, non mi mettere nemmeno in paragone un Grande come Goebbels con un piccolissimo merlo qualsiasi”.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>L&#8217;algoritmo faustiano (II^ parte) &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 17:18:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;intelligenza artificiale si erge come compimento della tecno civiltà faustiana occidentale, nel frattempo minacciata dall’irruzione fulminea dell’oriente cinese. Più che una forza di vero rinnovamento, l&#8217;automazione algoritmica rappresenta la mummificazione della nostra società. Delegando all’apparato elettronico, alla mente artificiale la creazione artistica, la scrittura, l&#8217;analisi giuridica, la decisione, il pensiero critico, l’apprendimento, abdichiamo alla vitalità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;intelligenza artificiale si erge come compimento della tecno civiltà faustiana occidentale, nel frattempo minacciata dall’irruzione fulminea dell’oriente cinese. Più che una forza di vero rinnovamento, l&#8217;automazione algoritmica rappresenta la mummificazione della nostra società. Delegando all’apparato elettronico, alla mente artificiale la creazione artistica, la scrittura, l&#8217;analisi giuridica, la decisione, il pensiero critico, l’apprendimento, abdichiamo alla vitalità organica. I suoi modelli linguistici (LLM) non generano nuovi simboli viventi; si limitano a elaborare e ricombinare statisticamente i detriti del nostro passato culturale. Il genio creativo è sostituito dall&#8217;efficienza dell&#8217;elaborazione dei dati, un&#8217;intelligenza insensibile emersa con forza travolgente quando il cuore spirituale della cultura ha cessato di battere. Per Jacquel Ellul, sociologo ma anche teologo, la tecnica è il rischio del secolo, la modalità attraverso cui il moloch tecnologico abbatte ogni ostacolo in nome dell’utilità e dell’efficienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei nodi tragici consiste in quello che Spengler definì il tradimento della tecnologia moderna, creata dall’umanità occidentale con l&#8217;inequivocabile scopo di sottomettere la natura. La storia insegna che lo strumento finisce invariabilmente per schiavizzare il suo inventore. Il paradosso potrebbe manifestarsi nelle reti neurali artificiali che mutano, apprendono e assumono decisioni autonome a velocità misurabili in millisecondi, una scala temporale neppure pensabile dal cervello biologico. Abbiamo costruito un ambiente di flussi globali tanto complesso che la mente umana non è più in grado di gestirlo senza il supporto dell&#8217;intelligenza artificiale. Ci troviamo al punto di non ritorno in cui il sistema, gli Stati, i mercati, le grandi infrastrutture, dipendono totalmente da questa trama artificiale impossibile da disattivare senza causare l&#8217;immediato collasso dell’intero sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Il patto faustiano si consuma con la rinuncia all’autonomia umana in cambio della capacità di calcolo, la volontà di potenza postmoderna. Il fenomeno ha una dimensione geopolitica destabilizzante. Spengler in <em>Anni della decisione</em>, spiega che l&#8217;Occidente ha commesso l&#8217;errore di esportare la propria tecnologia in altre civiltà in nome del profitto a breve termine e di una provvisoria egemonia. Globalizzandosi verso oriente, la tecnologia si è resa indipendente dai suoi ideatori. Gli strumenti di dominio creati dall&#8217;anima faustiana sono passati nelle mani di culture che non condividono la struttura psichica e gli imperativi etici dell&#8217;Occidente, ma che hanno imparato a usarli con notevole efficacia.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attuale corsa per la supremazia tecnologica tra Usa e Cina si inserisce nel conflitto di fine civiltà. Il risultato della pulsione universalista non è l’armonia planetaria o un ordine strutturato; il mondo è più frammentato che mai sotto la patina tecnologica, immerso in lotte di potere, ribelle all&#8217;egemonia declinante della civiltà che l’ha plasmata. La degradazione della democrazia formale apre le porte a ciò che Spengler chiamava cesarismo: l&#8217;ascesa di figure autoritarie, amorali, che governano con la forza o con la manipolazione dell&#8217;opinione pubblica. Questo è evidente nel neo confucianesimo cinese, ma avanza nel potere immenso di figure quali Elon Musk, Bill Gates, Peter Thiel, Alex Karp, Sam Altman, i signori di Silicon Valley e dell’Intelligenza Artificiale. Costoro stanno elaborando una specifica ideologia, l’accelerazionismo o illuminismo oscuro che travolge la territorialità, gli Stati, le procedure della democrazia e le regole giuridiche. Si tratta del traguardo finale che oltrepassa la fase tecnocratica per diventare giustificazione tautologica del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei suoi strumenti sono le cosiddette “iperstizioni” (Nick Land), finzioni o idee che si autoavverano attraverso le azioni che ispirano, Diffuse dall’alto per mezzo dei mezzi digitali, del <em>marketing</em> e dalle nuove culture, trasformano la narrazione in fatto incontrovertibile e rendono la virtualità non più distinguibile dalla realtà, capovolgendo credenze e comportamenti. L&#8217;intelligenza artificiale e la progettazione algoritmica sono gli strumenti di controllo sociale più perfetti mai immaginati: producono un livello di monitoraggio, controllo personalizzato e mutazione delle condotte senza precedenti, unito, come dicevamo, alla confusione dolosa tra reale e virtuale, uni-verso e meta-verso. Attraverso gli algoritmi, le piattaforme digitali e la proliferazione di simulazioni che dissolvono la verità fattuale, la realtà è atomizzata, resa malleabile, plastica. Le popolazioni vengono disarmate intellettualmente in un mare di stimolazioni istantanee (<em>frames</em>) promosse dai tecnocrati sulla strada di diventare autocrati. La sovranità è sostituita dalla docilità dell&#8217;utente riformattato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua fase terminale, la cultura occidentale esaurisce le possibilità creative, raggiunge la dimensione planetaria e si libera delle tensioni metafisiche. L’intera umanità rischia di trasformarsi in folla informe di <em>fellah</em>, la parola araba che Spengler usa per designare la massa senza volto che si adatta e sopravvive da una civiltà all&#8217;altra senza appartenere ad alcuna, inconsapevole, estranea ai movimenti della storia, preoccupata solo della sopravvivenza e del benessere materiale. È l&#8217;avvento degli ultimi uomini descritti con disprezzo da Nietzsche, manipolati dalla tecnostruttura e presto direttamente dalla macchina. In questa gabbia digitale globalizzata, l&#8217;esistenza si riduce alla dimensione zoologica vissuta in un ambiente artificiale dove l&#8217;intrattenimento automatizzato guidato da algoritmi “di ricompensa” esaurisce gli orizzonti della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Le persone diventano appendici biologiche di un ecosistema tecnico che decide che cosa consumare, che cosa pensare e in che cosa credere. Di fronte al vuoto lasciato dal declino delle religioni e dall&#8217;esaurimento del razionalismo, emerge uno spurio supermercato dello spirito. La fede di un tempo si dissolve in eclettiche pratiche pseudo spirituali, sincretismi, surrogati di credenze liquidi, transitori. I guru tecnologici si comportano da profeti, o sommi sacerdoti, immaginando l&#8217;avvento di una Singolarità informatica potente come il giudizio finale (Ray Kurzweil), o sono ossessionati dalla figura dell&#8217;Anticristo e del Kathechon, “ciò che trattiene”, la tecnica considerata liberatoria (Peter Thiel). Lucida follia del mondo al contrario. Una tecno fede cieca, irrazionale, sintomo di decadenza poiché si aspetta che la tecnologia ci salvi miracolosamente dalle crisi esistenziali, ecologiche ed economiche causate dalla sua stessa ipertrofia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pericolo apocalittico dell&#8217;algoritmo faustiano sta nel fatto che non è presentato come un&#8217;opzione tra le altre: diventa determinismo inevitabile creduto per l’omogeneizzazione delle menti, la distruzione delle condizioni organiche e la polverizzazione delle radici locali che storicamente hanno permesso la nascita di nuove culture. La Terra è trasformata in immensa fabbrica automatizzata dove tutto ciò che non è quantificabile è condannato all&#8217;irrilevanza. Fedele alla sua visione tragica e ciclica della storia, Spengler non credeva che la megamacchina sarebbe durata in eterno in un progresso indefinito. Al contrario, ne profetizzò il collasso a causa della mancanza di rinnovamento vitale.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua fine contiene la probabilità di una drammatica collisione. Una minoranza prometeica conduce una guerra contro l&#8217;ordine biologico per imporre la propria volontà di potenza, ma la natura è, alla fine, infinitamente più forte. La scarsità di risorse materiali, la legge dell’entropia, la radicale disconnessione dalle strutture organiche della vita, unite all’ inaridimento spirituale, conducono alla catastrofe. Quando la macchina faustiana crollerà per l’ esaurimento psicologico delle élite o di guerre di annientamento, ciò che rimarrà non sarà un territorio vergine per un nuovo inizio. Ciò che attende i superstiti potrebbe essere il deserto. Una volta distrutto il tessuto organico e delegata la capacità di pensare ai freddi circuiti algoritmici, la post umanità potrebbe aver dimenticato come vivere umanamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo forse assistendo al penultimo atto del dramma, in cui l&#8217;umanità osserva affascinata il tremolio di uno schermo che illumina la propria eclissi? Poiché la civiltà faustiana ha portata globale, il suo declino trascinerebbe il mondo in un&#8217;era di sterilità, poiché la morte della cultura implica la fine della storia. Le strutture globali (organizzazioni internazionali, mercati finanziari) potrebbero persistere per inerzia come gusci vuoti ancora a lungo, ma l&#8217;umanità sopravvivrebbe gestendo le rovine tecnologiche senza la capacità – né il desiderio – di generare una nuova cultura. Distopia, suggestione, timore, o realistica prudenza, la nostra? Più necessaria, crediamo, allorché gli stessi banditori mettono in guardia dai rischi, che peraltro non chiariscono, a parte l’accertata autonoma violazione di sistemi informatici complessi. Certo non regge più l’ottimismo a senso unico, l’ eudemonismo con il paraocchi, avvolti nell’ “andrà tutto bene” obbligato dei pifferai.</p>
<p style="text-align: justify;">I mandarini della tecnocrazia ci devono molte spiegazioni, a partire dal rischio della disoccupazione di massa e dalla massificazione integrale delle menti, all’incapacità del diritto di stabilire regole, limiti, determinare responsabilità nell’uso di potentissimi apparati artificiali, dai robot alla sterminata gamma di utilizzazioni dell’I.A, sino alla possibilità che davvero la macchina prenda il sopravvento su chi l’ha inventata e potrebbe non riuscire più a controllarla, neppure per i suoi scopi contrari al resto dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli psicologi avvertono che un numero sempre maggiore di persone, specie giovani, non sa più prendere decisioni- anche elementari- senza consultare la voce non umana della <em>chatbox</em> alimentata dall’ I.A. L’apparato artificiale sostituisce il libero arbitrio. E non è che la punta dell’<em>iceberg</em>. I grandi capi dell’ Intelligenza Artificiale invocano una moratoria: perché, al di là di manovre finanziarie o interessi indicibili? Se la ragione fosse più grave di quanto fanno trapelare? Se anche così non fosse, noi, semplici esseri umani, abbiamo diritto di sapere, capire, decidere, scegliere. Chi dipende da altri uomini è un servo e uno schiavo. Ma è ancora un uomo chi è determinato, agito, sorvegliato, orientato, occupato, comandato da una macchina? “Uomini siate, e non pecore matte”.</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Il nome del micetto – Lorenzo Merlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 04:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Messaggio nella bottiglia e sua possibilità di arenarsi sulla spiaggia in cui ci troviamo. Si sente sempre approcciare il mistero e l’infinito non solo con l’intento di conoscerlo e farlo nostro cioè misurarlo, ma, e inconsapevolmente, come se l’indagine razionale cioè maledettamente e assolutamente umana avesse in sé le doti per farlo. A dire il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-left: 40px; padding-right: 40px; text-align: justify;"><em>Messaggio nella bottiglia e sua possibilità di arenarsi sulla spiaggia in cui ci troviamo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si sente sempre approcciare il mistero e l’infinito non solo con l’intento di conoscerlo e farlo nostro cioè misurarlo, ma, e inconsapevolmente, come se l’indagine razionale cioè maledettamente e assolutamente umana avesse in sé le doti per farlo. A dire il vero le avrebbe se solo si rendesse conto di vivere nell’incantesimo della razionalità quale strumento superiore di conoscenza. Che guaio! Sì, perché in quel modo di procedere, di pensare o di dare per scontato non si può andare oltre ciò che il campo logico-razionale-meccanicistico possa permettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, invece, emancipandosi dalla conoscenza come somma di dati estratti dall’intero a mezzo dell’analisi e considerati acquisiti, nonché esistenti come entità indipendenti, si alza il livello di magia o, per i più scientisti, di sensibilità, che comporta l’accesso ad un piano di lettura del reale non più intellettualmente esaurito, che permette di conoscere il mistero e sentire l’infinito a mezzo della natura ricettiva che siamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un livello di sensibilità che permette l’identificazione e il bilanciamento tra conoscenza analitica e conoscenza già presente in noi. Soprattutto che permette di constatare quanto e come si è creduta la conoscenza analitica e cognitiva, quale reale e sola autentica conoscenza. Che è quella che ci ha portato a realizzare una storia di sofferenza e di raccapriccianti politiche quali quelle in corso, entro le quali si è pure scambiato l’abbondanza come benessere, l’avanzamento tecnologico come progresso, il denaro come chiesa e il relativo diritto di sopraffazione dei suoi fedeli come crociata sterminatrice e convertitrice. Una vita d’inferno. Questo significa aver scambiato il sapere analitico-cognitivo per conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il livello di sensibilità a cui ci riferiamo permette di osservare la magia della realtà. Ovvero in che termini la realtà decanta in noi, così come la descriviamo. Questa, oltre che esserci stata offerta da qualsivoglia tradizione sapienziale emersa da migliaia di anni dalle culture della terra intera, ci è ora (dai primi decenni del secolo scorso) fatta presente anche dalla fisica quantistica o, meglio, dalla relativa filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gatto di Schrödinger (vedi), che sarebbe contemporaneamente e, secondo le regole della logica, inaccettabilmente vivo e morto, almeno finché qualcuno non apre la scatola e constata in quale stato si trovi effettivamente il micetto, può essere utile al caso nostro, cioè a riconoscere in che termini la realtà è magica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche dall’esperimento logico di Schrödinger si può astrarre la filosofia che permette di constatare come ogni realtà appaia al cospetto di colui che ne apre la scatola entro cui stava in tutte le sue infinite potenzialità. Essa infatti viene rispettosamente descritta secondo la condizione del momento in cui versiamo. Così un amico muta in nemico e un nemico in amico finché un legame sentimentale di attrazione o repulsione terrà unite le parti. Così ad un micetto si darà quel nome e non un altro. Basta fare una breve gita entro la nostra biografia per osservare come il mondo sia in nostra funzione. Come un amore corrisposto o non corrisposto ci cambiasse i pensieri e con questi il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò si verifica e si mostra anche secondo quantità. L’adesione consapevole o meno nei confronti di un’ideologia, permette a tutti gli adepti di trovare nella scatola la medesima realtà. Un evento che non avviene se ad aprirla è un seguace di altra od opposta ideologia. L’idea di realtà di noi occidentali non è condivisa da chiunque si trovi entro il campo in cui essa è descritta in altro modo. Ma ci si abitua a tutto. Produci, consuma, crepa, per esempio, non è solo uno slogan dei disadattati e una realtà fatta e finità, purché la si veda.</p>
<p style="text-align: justify;">Per spiegare – non esageriamo! – come avviene un cambio di realtà trovato aprendo la medesima scatola si può fare riferimento al cosiddetto salto quantico. Questo è banalmente rappresentabile da un cambio di emozione. Ognuna di queste impone una realtà soltanto. Così l’entusiasta di un tempo trova le condizioni della depressione in un altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce n’è ancora. La razionalità stessa, o ciò che così definiamo, non è che un’emozione che la rende esistente. Così, cammin facendo, ognuno definisce il mondo secondo la bolla emozionale o campo entro cui si trova, passando da uno all’altro, anche opposto, senza avvertire alcuna contraddizione. Una magia dovuta all’emozione di sentirci sempre e comunque la medesima persona.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di lorenzo merlo ekarrrt – 150826</p>

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		<title>L&#8217;algoritmo faustiano (I parte) &#8211; Roberto Pecchioli</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/lalgoritmo-faustiano-i-parte-roberto-pecchioli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 05:48:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></category>
		<category><![CDATA[tecnocrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La messa in guardia contro i pericoli dello sviluppo impetuoso, rapidissimo, rizomatico, dell’Intelligenza Artificiale, arriva adesso anche dai suoi signori e padroni. Si moltiplicano le dichiarazioni di scienziati, accademici e ricercatori delle grandi imprese private fintech,  e addirittura dei fondatori e maggiori azionisti di giganti ipercapitalizzati come Open A.I. e Anthropic. C’è chi ipotizza scenari [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La messa in guardia contro i pericoli dello sviluppo impetuoso, rapidissimo, rizomatico, dell’Intelligenza Artificiale, arriva adesso anche dai suoi signori e padroni. Si moltiplicano le dichiarazioni di scienziati, accademici e ricercatori delle grandi imprese private <em>fintech, </em> e addirittura dei fondatori e maggiori azionisti di giganti ipercapitalizzati come Open A.I. e Anthropic. C’è chi ipotizza scenari apocalittici: l’I.A. potrebbe farla finita con la specie umana entro un decennio. Alcuni <em>insiders</em> allarmati chiedono una moratoria. Preso atto che la tecnica non si ferma per decreto e che certe prese di posizione sembrano rispondere più a esigenze di mercato (il sistema di controllo dell’I.A. è un notevole <em>business</em>) e a logiche di concorrenza che a sincero allarme; riconosciuto che la corsa dell’I.A. è un campo di battaglia della guerra ibrida per il dominio combattuta tra Stati Uniti e Cina in assenza del fanalino di coda europeo; tenuto conto che il potere politico americano e i suoi terminali tecnologici &#8211; Musk, Palantir &#8211; non intendono fermarsi per motivi imperiali e che la Cina avanza senza preoccupazioni etiche o cautele umanitarie, resta l’agitazione per una tecnologia di cui sappiamo poco, se non che modificherà per sempre le nostre esistenze, il nostro modo di pensare, giudicare, stare nel mondo; l’”esserci” (<em>dasein</em>) della creatura umana, per dirla con Martin Heidegger.</p>
<p style="text-align: justify;">Il filosofo di Essere e tempo fu il primo a interrogarsi, nel secolo passato, sul ruolo rivoluzionario della tecnica. La civiltà degli algoritmi – i modelli matematici fatti di sequenze di istruzioni che permettono di risolvere problemi, compiere operazioni complesse su base predittiva, è il compimento – e forse l’ultima alta prestazione cognitiva – dell’uomo che Oswald Spengler chiamò faustiano. Faust, il personaggio reso universale dal poema di Goethe, disposto a vendere l’anima al diavolo, simbolizza l&#8217;essere umano teso a superare ogni limite terreno per inseguire conoscenza, potere, azione senza fine. Rappresenta lo spirito, la mentalità, la pratica febbrile della civiltà occidentale nella sua fase culminante. In principio era l’azione, esclama Faust, correggendo l’<em>incipit</em> del Vangelo di Giovanni: in principio era il Verbo, cioè Dio. L’assoggettamento all’uomo delle forze naturali era il progetto di Francis Bacon, fondatore della scienza moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">Dinanzi al nuovo leviatano che incombe si concretizza il dominio planetario dell’algoritmo faustiano. Nulla o quasi sarà come prima. Quanto meno, prepariamoci, a partire dal giudizio sul primato della tecnica a spese di ogni altra conoscenza umana. Per Heidegger l&#8217;essenza della tecnica moderna non è qualcosa di puramente tecnico, ma la modalità fondamentale del disvelamento dell&#8217;essere, la forma visibile con cui le cose si manifestano all&#8217;uomo. La visione strumentale che si fa errore esiziale considera la tecnica un mezzo per raggiungere dei fini, un’attività umana tra le altre. Questa concezione non ne coglie l&#8217;essenza. Ridurla a semplice strumento ci impedisce di giudicarla, dominarla, prenderne le distanze. La non neutralità della tecnica contemporanea è la sua caratteristica fondamentale, come compresero pensatori del calibro di Carl Schmitt e Jacques Ellul. Oggi è anche magistero di Papa Leone XIV.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Heidegger l’essenza della tecnica è di essere insieme impianto e imposizione, <em>gestell</em> nell’immaginifico lessico del gigante di Messkirch. Mentre nell’antichità la tecnica assecondava la natura, oggi la aggredisce, la considera un fondo di riserva (<em>bestand</em>), un insieme di energia e materiali pronti a essere catalogati, sfruttati e consumati a comando . La conseguenza è il nichilismo, poiché la tecnica riduce tutto, compresi gli esseri umani, a oggetti, risorse di consumo, destituendoli di ogni altro senso o fine. L&#8217;uomo è ridotto a funzione: crede di dominare la tecnica, in realtà ne diventa appendice e poi schiavo,  intrappolato nel pensiero puramente calcolante. Con linguaggi e presupposti diversi, fu il medesimo approccio dell’ Ernst Junger maturo e di Walter Benjamin. Al tempo dell’ I.A., temiamo la completa abdicazione umana al pensiero sino alla decisione devoluta alla tecnica perfino nelle più minute questioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è nell’essere umano una inadeguatezza costitutiva di fronte alla tecnica, che Gunther Anders definì dislivello prometeico, il divario tra il talento di inventare e produrre macchine e la capacità di immaginarne gli effetti per padroneggiarli. L’uomo di Anders diventa “antiquato” perché è inferiore ai prodotti della sua intelligenza, individuale e collettiva. La riflessione di Heidegger si spinge più in là; l&#8217;uomo moderno si trova profondamente impreparato di fronte alla tecnica perché commette l&#8217;errore di considerarla uno strumento sotto il suo controllo. I risultati dell’I.A. dicono il contrario e i rischi paventati da alcuni dei suoi banditori lo dimostrano sinistramente. Ne La <em>questione della tecnica </em>Heidegger spiegò che l&#8217;illusione più pericolosa dell&#8217;essere umano è  di essere il signore della terra, convinto che i dispositivi tecnologici siano mezzi da usare e dominare a piacimento. L’ essenza della tecnica è un orizzonte di pensiero neo gnostico che soffoca l&#8217;uomo. Nel caso dell’Intelligenza Artificiale inquieta la possibilità di ibridare l’umanità con la macchina (i sostenitori direbbero di incrementarne la dotazione) o “aumentarla“ con i chip e altre derive trans e postumane: la condizione intuita dal filosofo diventa dura realtà .</p>
<p style="text-align: justify;">La ragione profonda  della sconfitta dell’uomo faustiano nel momento del suo trionfale  dominio delle forze della natura è l’illusione strumentale che lo consegna cieco e senza difese interiori al primato della tecnica. Il <em>Gestell</em> è un dispositivo che costringe l&#8217;uomo a guardare la natura esclusivamente come riserva infinita (nel mondo finito!) di energia e materiali da sfruttare. La natura, spiega Heidegger, non viene più contemplata, ma provocata. L&#8217;uomo stesso è ridotto a “fondo”. Convinto di dominare la macchina, non si accorge di venire a sua volta catalogato, modificato, standardizzato dal sistema tecnico. Diventa egli stesso materiale di consumo. I padroni della tecnica si incaricano di renderlo inconsapevole, indifferente. Davanti al flusso incessante dell&#8217;innovazione, l&#8217;uomo abdica al pensiero meditante: non riflette più su se stesso né sulle conseguenze dei suoi atti<em>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Poiché tuttavia la tecnica è il nostro destino, l&#8217;unica salvezza risiede nel trovare il coraggio di interrogarsi sulla sua essenza. Solo riscoprendo la capacità di domandare e guardando all&#8217;arte (che i greci chiamavano <em>techne) </em>l&#8217;uomo può smettere di subire passivamente la tecnologia e sviluppare con essa un rapporto consapevole. Lo stesso Heidegger, che non ebbe il tempo di conoscere Internet, lo sviluppo del computer, lo <em>smartphone</em> e l’Intelligenza Artificiale, al termine della vita, arrivò ad affermare: solo un dio ci potrà salvare. Lasciò un filo di speranza citando un verso del poemetto <em>Patmos </em>del poeta romantico Friedrich Hoelderlin: “ma dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Ossia, nel caso della tecnica padrona, il pensiero critico, il giudizio etico, in ultima analisi il senso del limite, ovvero la sconfitta finale dell’uomo faustiano ad opera dell’ <em>homo sapiens</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Oswald Spengler l&#8217;espansione della tecnologia, guidata dalla civiltà occidentale, non rappresenta il culmine della razionalità umana, bensì un crocevia tragico. Molte sue intuizioni e deduzioni si sono rivelate illuminanti per l&#8217;analisi delle tendenze presenti. Ne L’ uomo e la tecnica (1931 !) previde con sorprendente precisione lo scenario che si sta dispiegando oggi davanti ai nostri occhi. La tecnologia, nata dalle profondità dell&#8217;anima occidentale, caratterizzata da un&#8217;insaziabile sete di innovazione, illimitatezza e sfruttamento radicale delle forze della natura, si  distacca dalle sue origini territoriali diventando fenomeno planetario.</p>
<p style="text-align: justify;">L’antica sete di conoscenza e conquista presente nelle ardite spedizioni marittime, nelle esplorazioni, nelle scoperte scientifiche e nelle rivoluzioni industriali, sociali e politiche, è mutata; ha abbandonato il mondo materiale per insediarsi nell&#8217;ubiquità di reti virtuali, in una struttura invisibile, onnipresente e astratta, l’ algoritmo. Parlare di algoritmo faustiano significa riconoscere la fase terminale, definitiva della tecnologia occidentale, il suo irrevocabile compimento. È il passaggio dal controllo sulla materia all&#8217;imperativo del codice, una forza che aspira all&#8217;onniscienza e all&#8217;onnipotenza convertendo la contingenza aleatoria della vita in calcolo deterministico. Il timore è che la struttura digitale finisca per saturare completamente il globo, impedendo irreversibilmente la nascita di qualsiasi altra cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;umanità si troverebbe trascinata in una mutazione senza precedenti: una civiltà tecnicamente onnipotente, spiritualmente morta, che marcia a capofitto verso la pietrificazione. Per comprendere la portata dell’ ordine algoritmico, occorre rivolgersi alla morfologia della storia di Spengler, consistente non  in un progresso lineare, cumulativo, ma nel susseguirsi di diverse culture che nascono, maturano, invecchiano e muoiono, ognuna delle quali rappresenta un modo specifico di vedere il mondo. L’ anima apollinea della cultura greco-romana provava orrore per l&#8217;illimitato, identificava la perfezione con la proporzione e l’equilibrio. L’anima faustiana è caratterizzata dall’ ossessione per lo spazio infinito, dal puro dinamismo e dall’ insaziabile volontà di potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto questa prospettiva metafisica, l&#8217;intelligenza artificiale non è un incidente storico o un mero progresso ingegneristico; è il destino inevitabile, l&#8217;ineluttabile conseguenza dell&#8217;anima faustiana. Rappresenta il tentativo dell&#8217;uomo occidentale di separare l&#8217;intelletto dalla materia biologica, un prometeismo che trascende i limiti dello spazio e del tempo. Mentre la tecnologia industriale classica rimaneva dipendente dalla materia e dal corpo, l&#8217;algoritmo crea e gestisce informazioni, colonizza il futuro attraverso la massiccia previsione prodotta dall’incrocio di dati e metadati. Questo cambio di paradigma segna l&#8217;affondamento di ciò che Spengler chiamava civiltà. La Cultura rappresenta la fase creativa, organica, naturale e spirituale di un popolo; la Civiltà lo stadio tardo, meccanico, artificiale e decadente, in cui l&#8217;intelletto freddo sostituisce l&#8217;anima calda, e ciò che attiene alla qualità si scioglie nel regno della quantità . E adesso, dei dati e della tecnocrazia. (continua)</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>La Compagnia della Buona Morte &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pecchioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 20:14:45 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Compagnia della Buona Morte era una confraternita il cui scopo era garantire a tutti una degna sepoltura ed assistere spiritualmente e materialmente i morenti. I membri indossavano sai e cappucci per sottolineare che la morte azzera le differenze tra nobili e umili, ricchi e poveri. Erano tempi in cui si pensava che la vita appartenesse a Dio e che nel trapasso di dovesse esprimere il destino trascendente della creatura umana. Brutti tempi: superstizione, false credenze, illusioni alimentate dalla religione alleata con il potere. Oggi è molto meglio: la Compagnia della Buona Morte resiste in forme diverse. Si chiama eutanasia, disprezzo e indifferenza per la vita. Ai suoi massimi banditori come Emma Bonino sono riconosciuti funerali di Stato. Solidarietà necrofila: aborto non come possibilità in casi specifici, ma diritto universale; morte di Stato; infanticidio in via di sdoganamento in alcune legislazioni; tendenza a giustificare l’omicidio dei figli, se commesso da madri in crisi. Il processo a Lindsay Clancy, l’americana che ha ammazzato i suoi tre bambini, si è concluso senza un verdetto.</p>
<p style="text-align: justify;">La sepoltura cade in disuso: l’<em>homo sapiens</em> odia talmente se stesso da distruggere il corpo defunto. Chi opta per disperdere le ceneri, chi preferisce diventare compostaggio, chi conserva i resti in un’urna sul comò. La morte viene nascosta nel gelido scenario di ospedali, amministrata igienicamente in camice bianco da personale specializzato, somministrata come liberazione da vite “non degne di essere vissute “. La pratica dell’eutanasia – buona morte, dal greco – è vista come atto supremo di civilizzazione dell’animale sapiente che annulla se stesso. Il consenso è ampiamente maggioritario, come sull’aborto e sulla disponibilità del corpo morente a diventare un magazzino di pezzi da asportare. Nell’era del materialismo compiuto che non rispetta alcunché se può servire al mercato misura di tutte le cose, l’essere umano vale meno del maiale, di cui non si butta via niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Abolito il concetto di anima, su cui tace anche la chiesa, resta l’ingombro del corpo, il fastidio della malattia, della vecchiaia, del declino mentale. Oplà, la soluzione è pronta, civilissima, igienica, altruistica. La Compagnia della Buona Morte ci fa morire a richiesta, previa compilazione di un modulo scaricabile <em>online</em> . Con sprezzo della realtà – grande assente nel manicomio occidente – la corte costituzionale ha stabilito che non si può accedere al suicidio assistito (l’officina della neolingua è sempre attiva) se non si è considerati dagli “esperti” convocati alla bisogna, la necro burocrazia, capaci di intendere e volere. Come se la condizione di chi rifiuta la vita fosse uguale a quella di chi è sano e felice. Il sistema ha avvelenato tutti i pozzi e la grande maggioranza è convinta che aborto e eutanasia siano avanzamenti di civiltà. I temi sono troppo profondi e delicati, attengono alle fibre più drammatiche e alle angosce più profonde per essere trattati con negazioni assolute o applausi scroscianti. E’ proprio la semplificazione, la convinzione che l’esistenza valga solo a determinate condizioni e addirittura si abbia il diritto a decidere anche sugli altri – i non nati, i malati gravi, gli invalidi – a sconcertare chi ancora si interroga sui fondamenti dell’esistenza. Nessuno stupore se avanza la sottocultura della morte amministrata, scelta, talora perfino pretesa come atto supremo di potere su se stessi. La Compagnia della Buona Morte ha prima cambiato il senso della vita e le priorità dei sudditi chiamati cittadini, poi ha sferrato l’attacco. Il sistema dominante possiede le tecnologie, ha scoperto molte leggi della natura e della fisica. Gran parte dell’umanità è un ingombro, fastidioso bestiame dotato di cervello, parola, diritti. Non più quelli naturali alla vita e alla dignità, ma quelli inventati dal sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver convinto che avere figli è un fastidio, una responsabilità insopportabile, un peso per la libertà, la realizzazione individuale, il piacere e il consumo, è stato facile chiamare diritto sopprimere chi non potrà nascere. Il feto viene smaltito come rifiuto organico oppure utilizzato in alcune lavorazioni industriali. L’<em>homo oeconomicus </em>non butta via ciò che può essere venduto all’ <em>homo consumens</em>. Si comincia a giustificare addirittura la soppressione del figlio, se la madre vive il disagio post parto, molto diffuso nelle società individualiste in cui non esiste più famiglia o comunità che condivide, allevia, accoglie il nuovo nato. Diventati adulti, entriamo trionfanti nel girone del consumo e delle dipendenze. Inevitabilmente, arrivano delusioni, tragedie esistenziali, malattie, sconfitte. La terapia è il suicidio. Puoi sparire da solo – quattromila suicidi all’anno in Italia – o con la fattiva collaborazione delle istituzioni e dei suoi agenti, il boia collettivo. Il sistema prospetta la “buona” morte come soluzione. A una giovane canadese paraplegica è stato proposto il suicidio come alternativa alla costosa rimozione delle barriere architettoniche. Tutte le campagne eutanasiche sono state finanziate dal potere economico. Siamo un costo, un fardello insostenibile: meglio convincere a togliersi definitivamente dai piedi. Incredibile è chi ci riesca: ben scavato, vecchia talpa. Così esclamò Amleto salutando il fantasma del padre che aveva rivelato gli inganni della corte; così ripeté Marx descrivendo il cammino sotterraneo della rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura del consumo, dell’attimo da cogliere a ogni costo ed esaurire nel nonsenso quando non siamo più giovani, performanti, sani, ha per conseguenza il disprezzo della vita. Diventati fragili o malati, meglio levare il disturbo. Disturbiamo il bilancio pubblico, il profitto del sistema assicurativo e sanitario, sconvolgiamo la vita di chi ci circonda, quando c’è. Dietro le luci abbaglianti del gran teatro si ammassano i detriti di una civiltà che non vuole saperne di rinunciare allo spettacolo. Chi non può o non vuole partecipare, si accomodi all’uscita. Nelle società benestanti abbiamo conquistato il diritto di morire; in quelle povere la preoccupazione è la sopravvivenza. Si chiama progresso. Si aggira in Occidente lo spettro di un benessere indolore, di una società senza sofferenza, di una vita senza agonia. Le élite dominanti non saranno sostituite, i proprietari dei mezzi di produzione non cambieranno, i conflitti non cesseranno, ma il nuovo capitalismo, autodefinito inclusivo e sostenibile, fornirà i mezzi per evitare disperazione, dolore, afflizione, a chi è stato persuaso di non valere e non essere nulla, se non massa biologica da sostenere con sostanze chimiche per vivere senza lamentarsi e per morire senza protestare. In qualche paese sopprimono anche i bambini: dicono che lo hanno scelto loro, all’età in cui non si è ancora elaborato bene e male, vita e morte. Se non hai un futuro, se non sei utile a lungo termine o il dolore è troppo grande, c’è la soluzione che tutto azzera. Se la chimica che dà la vita non basta più, abbiamo a disposizione la chimica letale. Se nessuno può garantire una vita dignitosa – la promessa dello Stato sociale – possiamo però avere la morte amministrata senza rimorso a norma di legge, previo verbale delle operazioni svolte.</p>
<p style="text-align: justify;"> Malati e disabili, depressi ed emarginati, giovani senza futuro e anziani decrepiti, poveri e disoccupati: se lo Stato non si cura di loro e il Mercato li ignora per scarso potere d&#8217;acquisto, basterà una semplice iniezione per smettere di soffrire, piangere e lottare quando il corpo si deteriora, la mente si affievolisce e non si è utili per lavorare, consumare, rivendicare “diritti”. La buona morte sarà inclusiva: potremo richiederla per esercitare il diritto a non disturbare, a non essere un peso, a non soffrire. È a disposizione qualcosa di più sofisticato del soma, la droga euforizzante del Mondo Nuovo di Aldous Huxley; dobbiamo approfittarne. Contribuiremo a salvare il pianeta sfoltendo l’umanità eccedente, sgradite alle élite divenute progressiste. Avere figli è inutile, il tempo delle rivoluzioni è passato. Senza la coscienza di essere schiavi fungibili, sopportiamo senza reagire. Ai sopravvissuti continuerà a essere detto che le innumerevoli dipendenze fornite dal sistema, nonostante gli effetti indesiderati, rappresentano la salvezza dal buio passato e la promessa di libertà del futuro. Ci hanno convinti che ognuno è dio di se stesso; uccidere per “compassione” sarà legale, un diritto inalienabile in continua evoluzione. Prima per coloro che non hanno speranza, poi per i fragili, infine per tutti gli altri. O una vita funzionale o la morte di Stato. Se il consumismo non permette più di sfuggire ai problemi, se ti stanchi di usare e buttare via cose e relazioni, se le dipendenze mostrano il loro vero volto, se nessuno ti sostiene quando il corpo cede e la mente vacilla, una semplice, economica iniezione ti fornirà la perfetta soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il materialismo adempirà la sua profezia: non saremo uguali nella vita, ma nella morte. Selezione naturale. L&#8217;eugenetica, in versione democratica e umanitaria, ha spianato la strada. Con i diritti civili di nuova generazione il darwinismo sociale raggiungerà livelli senza precedenti: colpirà malati depressi, bambini depressi, anziani depressi. L’eutanasia è applicata in modo discreto e rapido: nessuno ascolterà l’ultimo sospiro. Nessuno deve soffrire, nessuno può dettare le nostre scelte, nessuno deve dirci come lasciare questo mondo; possono toglierci i mezzi di produzione, ma non quelli di distruzione. La morte assistita è un tuo diritto e devi esigerlo: un servizio pubblico gratuito erogato senza indugio. Non ci saranno classi sociali nell&#8217;eutanasia. Smetteremo di essere imperfetti in un mondo che vende la perfezione, disfunzionali in un meccanismo funzionale, sconfiggeremo il dolore con l’ analgesico definitivo. Che bellezza morire per sfuggire la sofferenza che non riusciamo a sopportare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cinema, controllato dall’oligarchia dominante che sparge il seme dei nuovi valori, anticipa i tempi . Nel film I figli degli uomini (2006) si parla di Quietus, la pillola per il suicidio, commercializzata legalmente, sponsorizzata dallo Stato e pubblicizzata in TV. Non finiremo all&#8217;inferno. Nessun Dio può giudicarci per una scelta sovrana. È la “mia” fine, nient’altro, di un qualsiasi prodotto con data di scadenza legalmente definita o obsolescenza programmata. Marx insegnava che l&#8217;uomo è l&#8217;essere supremo per l&#8217;uomo. Lo hanno preso in parola seguaci e avversari. Non siamo liberi nell’esistenza, però possiamo decidere quando fare l&#8217;iniezione letale, anzi liberatrice. Di fronte al declino della vita, legalmente saremo eguali: chiunque, sena dolore, potrà essere trasformato in polvere. La Compagnia della Buona Morte comanda di sparire “con dignità”. Niente cure palliative, affetto, assistenza spirituale. Nell’obitorio progressista siamo semplici prodotti. Scarti, falliti, sofferenti, non aspiriamo a vivere meglio dei vostri genitori, ma a morire meglio di loro.</p>

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