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	<title>Sartre Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Sartre Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Sartre e la postverità – Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 07:00:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La menzogna, specie quella storica e giornalistica, da qualche anno ha un nuovo nome, post verità. Strano destino del tempo nostro, definito non per se stesso, ma in relazione a qualcos’altro: post modernità, post verità, in attesa di post umanità. Veniamo “dopo”, siamo solo posteri, imitatori estenuati, gli ultimi di ieri, ritardatari della storia come i manieristi dell’arte, cui la sorte riservò lo scomodo ruolo di successori del Rinascimento e di Caravaggio. La post verità, tuttavia, resta il travestimento di chi mente sapendo di mentire.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo giornalismo riesce a raggiungere vette di spudoratezza e falsificazione che destano meraviglia. Il quotidiano locale della Liguria, schieratissimo a sinistra, ha pubblicato una locandina esilarante, autentico compendio di post verità. “Genova in piazza contro il decreto sicurezza”, per annunciare l’adunata di un manipolo di soliti noti contro Salvini. Poiché odiare fa bene ai sinistri, lo scrittore Sandro Veronesi, autore di Caos calmo, ha educatamente dato dell’animale al capo leghista. La palma per la migliore prestazione intellettuale di post verità spetta alla copertina del settimanale più radicale e progressista che c’è. “Fasci protetti”, a significare che l’uomo nero non solo è tra noi, ma gode di amicizie e complicità indicibili, svelate con grande sprezzo del pericolo (e del ridicolo) dai coraggiosi paladini della democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnica di confondere vittime e aggressori è antica, ma funziona ancora. L’elenco è lungo, l’ingegno dei mentitori professionali a fini di progresso si esercita soprattutto sul tema dell’immigrazione, a comprova che la lingua dei loro padroni batte dove il dente duole. Non paghi delle immagini lacrimevoli di bambini profughi che qualche volta si rivelano montature, l’articolista di un giornalone assai impegnato nella causa pro immigrazione si chiedeva, a proposito dei passeggeri della nave Sea Watch fermata a Malta: e se tra loro ci fosse un altro Einstein?</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo abbandonato la chiesa durante l’omelia di un parroco che accusava i fedeli contrari all’accoglienza indiscriminata di essere cattivi cristiani. Il sacerdote, proprietario della (post) verità, si è sostituito a Dio nel giudizio. Non diversamente si comportavano certi pacifisti tacciando di guerrafondaio chi non esponeva il drappo arcobaleno, complice malvagio di ogni massacro. Simile è l’attitudine di chi accusa di antisemitismo chi dissente dalla politica israeliana e diventa perciò complice morale dell’Olocausto, il demonio massimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fascista o comunista, a seconda delle idiosincrasie dell’accusatore, è chiunque non sia d’accordo con il neoliberismo, complottista chi evoca il potere della finanza, omofobo il difensore della famiglia naturale, maschilista il malcapitato che obietta contro il concetto di violenza di genere e così via. E’ la post verità, alleata naturale del linguaggio politicamente corretto. Vietato ricordare la nazionalità di molti stupratori, assassini e spacciatori, è nemico delle donne chi è contrario all’aborto, si è oscurantisti e avversari della scienza se non si applaude la procreazione assistita, è additato come un povero scemo chi si azzarda a ricordare che i sessi sono due e i bambini hanno bisogno di un padre e una madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il predominio sulle parole garantisce il potere e ipoteca il futuro. I progressisti lo sanno molto bene, hanno avuto maestri straordinari nell’inversione della verità. Uno di loro fu Jean Paul Sartre, l’intellettuale parigino monumento vivente dell’intellighenzia di sinistra, alla sua epoca apertamente comunista. I suoi scritti, accolti come oracoli in vita, rivelano la polvere del tempo, ma hanno purtroppo raggiunto il loro scopo nichilista e distruttivo. Sartre scrisse anche per il teatro, una sola delle sue piéces è una commedia, ma ci piace ricordarla come perfetto esempio di post verità, una dura satira contro il giornalismo corrotto; basta sostituire la destra, oggetto dell’attacco del compagno al caviale, con la sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di Nekrasov, commedia in due atti scritta in piena guerra fredda, nel 1955. Venne dopo l’adattamento dell’opera di Alexandre Dumas padre sulla vita del grande attore inglese Edmund Kean, genio e sregolatezza, e prima dei Sequestrati di Altona, testo antinazista e sottilmente antitedesco da cui fu tratto un film di Vittorio De Sica. Nekrasov è un perfetto esempio di uso della drammaturgia per fini politici contingenti, in cui il tema e le conclusioni possono essere facilmente capovolte. Resta la post verità.</p>
<p style="text-align: justify;">La trama è eloquente. Un giornale di destra, Le Soir à Paris, diretto da Jules Palotin, burattino del losco editore Mouton vicino al governo reazionario, è in crisi di vendite e di idee. Il suo compito è di inventare, diffondere e far digerire al pubblico le idee anticomuniste che interessano il potere. Milioni di cittadini vivono nell’imbroglio della verità contraffatta di quel giornale, strumento di un potere ingannatore. Palotin, un autentico boss senza scrupoli, si serve del giornalista Sibilot per le sue più oscure campagne di disinformazione. Si avvicinano le elezioni e Sibilot è a un bivio: o troverà qulacosa per rianimare le battaglie del giornale o sarà licenziato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il destino si manifesta nella persona di un truffatore ricercato dalla polizia, De Valera, un personaggio molto sartreano. L’idea di De Valera salverà entrambi; si farà passare per Nekrasov, ministro dell’Interno sovietico fuggito dalla cortina di ferro e scomparso misteriosamente. Lo scoop è sensazionale, tutti vogliono ascoltare Nekrasov, nobili, giornalisti, funzionari dei servizi segreti. L’abile impostore mette in scena un ordito di mezze verità che lo trasforma in eroe. Manipolatore a sua volta manipolato, dimostra che a nessuno importa la verità, ma solo il tornaconto che ciascuno ne può trarre. Sartre pretese di svolgere operazioni in chiave marxista una critica feroce alla stampa e ai condizionamenti che subiva e praticava per convenienze economiche o politiche.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-31964 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/01/Jean-Paul_Sartre_in_Venice.jpg" alt="" width="220" height="292" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ne sapeva qualcosa Raymond Aron, il filosofo e sociologo suo contemporaneo che scrisse l’anno successivo all’uscita di Nekrasov un ritratto demolitore della sinistra intellettuale europea, L’oppio degli intellettuali, in cui la accusava di abbracciare le tesi sovietiche e comuniste, pur conoscendone perfettamente la falsità. La maggioranza preferì sbagliare con Sartre che stare dalla parte della verità con Aron. Restò famosa la visita di Sartre a Cuba nel 1960, insieme con la sua musa e compagna di vita Simone De Beauvoir, autrice de Il secondo sesso, per anni Bibbia del femminismo radicale, con la fotografia-icona di Che Guevara che accende un sigaro al filosofo engagé parigino.</p>
<p style="text-align: justify;">All’epoca, Sartre era una specie di faro che illuminava la cultura. In Nekrasov descriveva un mondo in cui egli si muoveva come un pesce nell’acqua, ma che non possedeva i titoli morali per giudicare, imputando agli avversari condotte e menzogne di cui egli stesso era promotore, protagonista e complice. Nekrasov pretese di essere una critica feroce al quarto potere e al posizionamento ideologico frutto di interessi. Chi non aderiva al comunismo poteva essere solo in malafede o traviato dalle forze oscure della reazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giudizio più tagliente fu quello di Arthur Koestler, secondo cui Sartre non era che un geniale sofista. Fu invece un plumbeo nichilista, come dimostrò la sua intera opera, a cominciare dall’oscuro L’essere e il nulla (1943), ma soprattutto il pessimo maestro di una generazione le cui bugie e i cui clamorosi abbagli spargono ancora veleni sul presente. Fu altresì il più tipico comunista da quartieri alti, convinto intellettualisticamente di aver trovato il buon selvaggio di Rousseau nel buon rivoluzionario della Sierra Maestra cubana e della lunga marcia cinese. Fu Tom Wolfe, nel Falò delle vanità, a fare giustizia del disgustoso tipo umano da quartieri alti schierato a sinistra di cui Jean Paul Sartre era il simbolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché un uomo è la sua biografia, non va dimenticata la dipendenza da droghe come la mescalina, con gravi allucinazioni che preoccuparono lo psicanalista marxista Jacques Lacan che lo ebbe in cura, nonché il torbido rapporto con la Beauvoir e le donne che lei stessa gli procurava.</p>
<p style="text-align: justify;">Da che pulpito viene la predica sulla disinformazione, la post verità e il cinismo del potere mediatico! Negli anni Trenta, il giovane Sartre fu un ammiratore della fenomenologia, la scuola filosofica nata a Berlino attorno alla figura di Edmund Husserl. Nella sua lettura, che si trasformò presto in esistenzialismo ateo, varie suggestioni si univano in una libertà programmaticamente priva di limiti, combinata con una parvenza di autenticità (l’istintività del Buon Selvaggio) e con l’edonismo considerato esperienza umanistica. Tutto ciò si riversò nel maggio francese del ‘68 e divenne cultura di massa. Peccato che si basasse su falsità e su un manicheismo arrogante travestito da superiorità antropologica. Quello è il lascito devastante della stagione intellettuale di cui è frutto Nekrasov. Le casacche ideologiche imposte da Sartre si sono invertite, il prodotto non è cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Soir à Paris e Palotin sono i simboli del giornalista collettivo schierato per convenienza; ieri fingeva di credere all’impostore De Valera, oggi attacca i nuovi devianti, Salvini, i difensori della famiglia, gli antiabortisti, i sostenitori delle identità. Il maccartismo culturale è identico, uguale la cattiva fede. Oggi è ridicolizzato chi contrasta il potere della finanza egemone sino a negare l’evidenza: per costoro, la Banca d’Italia è un ente pubblico, il mercato è sovrano e l’Unione Europea il paradiso, e sono gli stessi che sostenevano il comunismo e lo statalismo. Usano le notizie come clave, chiamano bufere mediatiche le campagne di discredito orchestrate da loro stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avversari di turno sono sempre degli sciocchi a cui possono credere altri sprovveduti. La democrazia è un totem indiscusso finché riescono a manipolarla a favore degli interessi che servono. In caso contrario, i cittadini diventano plebe, popolaccio da rieducare. Il metodo è sempre quello: spacciare per vero ciò che conviene. I titoli della cosiddetta grande stampa e i contenuti delle tribune televisive sono imbarazzanti, un concentrato di maldicenze, insulti e mediocrità. Si è tentati di sintonizzarsi sulle televendite.</p>
<p style="text-align: justify;">Nekrasov/De Valera, impostore di mestiere, conosce tutte le sfumature della sua professione, usa ogni trucco psicologico riuscendo a ingannare le persone più diverse. Soprattutto sa che la maggioranza ascolta ciò che è indotta ad ascoltare e trascura il resto. E’ evidente la simpatia di Sartre per il suo personaggio, che considera marxisticamente uno sfruttato della società borghese, così come il disprezzo per il servile Sibilot e il cinico Palotin. Noi la pensiamo diversamente: l’imbroglione, il mentitore non è una vittima, né è migliore di chi lo utilizza. Recitano ruoli distinti nella stessa rappresentazione il cui obiettivo è il potere e il pubblico pagante è il truffato. In Italia la commedia di Sartre è poco rappresentata. Curioso che il primo ad ospitarla, nel 2008, sia stato il piccolo, delizioso Teatro dei Rassicurati di Montecarlo, in Lucchesia. Un nome, un presagio…</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, la post verità, cioè la cosciente manipolazione del prossimo, è sempre esistita. La differenza rispetto al passato è il successo di pessimi maestri come Sartre, Freud, Marcuse, i francofortesi, i “decostruttori” alla Derrida e tanti altri, che ha destituito di senso il principio etico e negato in radice l’esistenza della verità. Ridotta a opinione soggettiva, nessuna idea, nessun fatto è verità. Tutt’al più è rappresentazione, interpretazione, attimo fuggente. Resta la malafede, il cinismo amorale di chi orienta l’opinione sapendo di servire interessi, pronunciare menzogne, diffamare l’avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">Nekrasov, in fondo, con buona pace di Sartre che non lo fa mai apparire in scena, era l’ex ministro degli interni di una feroce dittatura, un repressore senza scrupoli. Non poteva scegliere la libertà, come si diceva allora, ma solo mentire diversamente. Quanto assomiglia, come De Valera, Silibot, Palotin ai protagonisti di oggi, i servi che non raccontano più balle, ma diffondono post verità sotto le bandiere del relativismo spacciato per civiltà. Come il gatto di Schrodinger della fisica, contemporaneamente vivo e morto, mentono e dicono il vero, capovolgendo i significati e manipolando le parole. Duemilacinquecento anni fa, i sofisti greci si facevano pagare per sostenere una causa o il suo contrario. Indifferentemente, al miglior offerente. La post verità è vecchia e sempre nuova, Nekrasov- De Valera è il suo eroe negativo senza tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">ROBERTO PECCHIOLI</p>

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		<title>Fratelli in Dio, ma non in torta &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Aug 2017 06:00:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un vecchio racconto popolare narra di un pover’uomo che in una freddissima domenica d’inverno, per difendersi dalla tempesta, entrò in una chiesa di paese ed ascoltò l’accorata predica del parroco, tutta ispirata alla condivisione, alla generosità e alla fraternità. Tornato fuori al gelo, all’ora di pranzo vide la canonica aperta e vi si rifugiò. Una splendida torta faceva bella mostra di sé in sala da pranzo. L’affamato cominciò a mangiare, ma all’arrivo del prete ricevette un sacco di sganassoni. “Non aveva detto in chiesa che siamo tutti fratelli?” cercò di difendersi il poveraccio, ma il parroco, con un ultimo ceffone recuperò il cibo e rispose: “Fratelli in Dio, ma non in torta!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là del grossolano anticlericalismo, “<em>de te fabula narratur</em>”. L’uomo contemporaneo vive infatti una scissione profonda tra astratto e concreto, tra ciò che è detto e ciò che è fatto, tra vicino e lontano. E’ l’esito della distruzione dei legami comunitari e del fallimento della stessa idea di società, in cui si è insieme fintanto e perché conviene, e ogni rapporto è filtrato o imposto dalla legge scritta. Noi individui o atomi solitari, davvero non siamo fratelli, e neppure più concittadini, tutt’al più apparteniamo a qualcuna delle innumerevoli tribù metropolitane reciprocamente ostili costrette a condividere tempo e spazio. Prevale l’astratto, idee enormi eppure leggere come piume, l’umanità, la fratellanza universale, il cosmopolitismo. Tranquillizzata l’anima con la bontà e la solidarietà a buon mercato, rivolta prevalentemente a chi è lontano e sconosciuto, difendiamo con gli artigli ed i codici legali la nostra fetta di torta, cercando di sottrarre, in tutto o in parte, quella degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo caduti nella trappola di chi ci ha messo gli uni contro gli altri, nel lavoro, nella società, nelle scelte politiche, nei diritti sociali. L’essenziale è condividere superficialmente i luoghi comuni della società dello spettacolo che cela la mercificazione di tutto, specie dei sentimenti. E’ facile e costa pochissimo stare dalla parte dei Buoni, dei Benintenzionati, di quelli che sono d’accordo con la corrente, chiamata pomposamente buon senso. Basta assistere ad una riunione di condominio, oppure osservare un gruppo di persone all’arrivo del tram o del treno, per verificare miseri egoismi,<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/07/P-2-2.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img decoding="async" class="alignright wp-image-23392 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/07/P-2-2.jpg" alt="" width="220" height="232" /></a> meschinità, arroganza, e soprattutto una competitività esasperata, aggravata dalla futilità della posta in palio. Ma tant’è, nell’era dei diritti, l’un contro l’altro armati, combattiamo sospettosi per quello spicchio di torta che, ci hanno convinti, è nostra di diritto, la magica parola che apre tutte le porte, scalda tutti i cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">Un aspetto particolare di tale attitudine, tipica della venerata “società civile”, è la tendenza a riunirsi, a formare comitati civici e coordinamenti (la <em>clase discutidora </em>di Dònoso Cortés) allorché un problema qualsiasi si avvicina pericolosamente al nostro territorio. Accorciate le distanze, si ridiventa ciò che si è<em>. Nimby</em> è l’acronimo anglosassone, <em>not in my backyard</em>, non nel mio cortile! Devono installare un’antenna per telefonia, così temiamo per le radiazioni; di solito l’altruistica argomentazione degli oppositori è la salute dei bambini, l’antenna è necessaria, ma si faccia da qualche altra parte, nel cortile di qualcun altro, che, ovviamente, ripeterà parole per parola le obiezioni mosse altrove. Occorre sistemare gli immigrati clandestini, che, naturalmente, sono “esseri umani come noi”, vanno aiutati, ma qui da noi non va bene, c’è l’asilo, o un parco pubblico, o qualunque altra cosa. In Puglia non vogliono il terminal per il gas naturale e si battono fingendo di avere a cuore le piante di ulivi, ma nessuno spiega come vivere al modo odierno (questo significa moderno!) senza disporre di fonti energetiche, a parte le giudiziose narrazioni sull’energia solare o eolica. Ipocrisia in dosi industriali.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti vogliamo la frittata, ma guai a rompere le uova, o semplicemente far presente che non si fanno frittate senza uova. Ma almeno, conclude il conformista post moderno tutto razionalità e controllo della situazione, che siano di qualcun altro e la loro rottura avvenga lontano dalle nostre deboli pupille. Pretendiamo il prosciutto magro e la carne tenera, per questo ci raccomandiamo al macellaio, ma che orrore il mattatoio, che vergogna gli allevamenti. Un tempo di struzzi con le teste nascoste sotto terra per non vedere. Belle le luci della ribalta, il boccascena ed il palcoscenico, ma che non ci mostrino ciò che avviene dietro le quinte della rappresentazione!</p>
<p style="text-align: justify;">Non intendiamo affatto cambiare il nostro pessimo sistema di vita, ma odiamo affrontarne le conseguenze, anzi, facciamo ogni sforzo per ignorarle, rifiutarle, attribuirle ad errori o scelte che, immancabilmente, sono sempre altrui. Siamo tutti fratelli, che diamine, ma nessuno metta di mezzo la torta, che è mia e la difenderò con tutte le forze. Sono lotte grottesche quando non francamente ridicole, quelle dei buoni cittadini civili, riflessivi e cosmopoliti. Provate a guardarli, nei fine settimana estivi, quando, accaldati e già stremati dalla coda e dalla ricerca del parcheggio, piantano trionfanti l’ombrellone sul pezzetto di spiaggia conquistato. Segnano il territorio con gioia selvaggia, allontano con sguardo truce e gesti decisi i potenziali invasori: sembrano i pionieri del vecchio West, questa terra è la mia terra! Tutti contro tutti, e se Hobbes fece un errore fu quello di pensare all’<em>homo homini lupus</em> – l’uomo che è lupo a se stesso- trascurando l’attitudine dello sciacallo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le civiltà hanno cercato di rimediare ai lati negativi della natura umana, ognuna a suo modo. Religione, usanze, costumi, tabù, principi morali, anche le superstizioni e i pregiudizi, hanno cercato di orientare l’uomo a comportamenti morali. Solo il nostro tempo ha preso la via contraria. Questo è il tempo dei diritti individuali, della santificazione dei capricci e dell’esaltazione delle pulsioni. Anzi, attraverso Freud, è l’epoca che ha inventato le pulsioni, giustificando ogni eccesso in loro nome.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esito appare ormai infausto. Le civilizzazioni occidentali tardo moderne sono state persuase da un clero di stregoni e di imbroglioni dell’esistenza di principi astratti, ma di potentissima suggestione, come l’umanità, il cosmopolitismo, la civiltà, la democrazia, l’uguaglianza e la fraternità. Mandanti i padroni del mondo, gli artefici della forma-merce che possiedono ogni cosa, a partire dal controllo di milioni di menti. Aveva messo in guardia tutti Carl Schmitt, allorché, in Dottrina della Costituzione, aveva lucidamente osservato che “la nozione essenziale della democrazia è il popolo, non l’umanità. Se la democrazia deve restare una forma politica, ci sono solo democrazie del popolo e non una democrazia dell’umanità. “</p>
<p style="text-align: justify;">Invano: oggi ascoltiamo quasi esclusivamente discorsi sui massimi sistemi. L’universo dei diritti non accetta limitazioni e nemmeno obiezioni: è la marcia trionfale della “civiltà”.  Ci viene spiegato con la mano sul cuore che il matrimonio tra persone dello stesso sesso (anzi, del medesimo genere) è civiltà, nel nome del diritto ad amare chi ci pare e, concretamente, ottenere la pensione di reversibilità, le prestazioni sanitarie e le detrazioni fiscali. Del pari, opporsi a leggi devastanti per la propria nazione come lo <em>ius soli</em> significa andare contro la civiltà (Renzi <em>dixit</em>, ed uguali argomenti abbiamo letto in un documento strappalacrime di sindacaliste della CGIL).</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/07/P-3.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-23393 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/07/P-3-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>vano rammentare che la grande maggioranza delle culture non condividono tali concetti e che noi stessi li abbiamo avversati per millenni. La risposta è semplicissima, con lo sguardo di chi davvero compatisce la nostra stupidità: è il progresso, sono i tempi, prima non capivano, noi ci siamo liberati dai pregiudizi! E’ il frusto argomento di Immanuel Kant a favore dell’illuminismo, che avrebbe tratto l’umanità da un’infanzia millenaria per proiettarlo nei cieli stellati della conoscenza e dell’età adulta. Fratelli in Dio, o meglio nell’umanità, era ora! Non li sfiora neppure il sospetto che se siamo gli unici “civili” ci sono soltanto due alternative. La prima prevede l’esistenza di un’unica civiltà, al singolare, da imporre con tutti i mezzi a chi la rifiuta, anche con la forza. E’ un etnocentrismo mascherato, con robuste dosi di razzismo subconscio. L’incivile, il selvaggio – buono per definizione, peraltro, secondo il verbo di Jean Jacques Rousseau -, oggi ci avversa per ignoranza o infanzia intellettuale, (il comportamento prelogico dei primitivi teorizzato da Lévy –Bruhl), ma domani ci ringrazierà, ed è totalitarismo puro, dietro la maschera benigna, umanitaria e dispensatrice di nuovi diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra possibilità è che esistano le civiltà, al plurale, e che dunque ciascuna abbia una scala di valori, un sistema di principi, di credenze, distinte idee del bene e del male. Insomma, spetta a noi “migliori”, “avanzati” accettare un po’ di sano relativismo, o semplicemente riconoscere l’alterità, da opporre allo sgangherato progressismo che sa soltanto salmodiare l’elogio del nuovo, dimentico che già domani sarà superato dal nuovissimo. Forse fu giusta l’intuizione di uno dei più negativi intellettuali del secolo passato, Jean Paul Sartre, a proposito del movimento a perdifiato dell’uomo moderno, della sua smania per il nuovo e la speculare repulsione per il vecchio, il “dejà vu”, di cui peraltro l’autore di L’Essere e il Nulla fu banditore e maestro. “Corriamo verso di noi, e per questo siamo l’essere che non può mai raggiungersi.”</p>
<p style="text-align: justify;">La lezione dei peggiori decostruttori (oltre a Sartre, i francofortesi, Wilhelm Reich, Derrida e troppi altri) è stata messa a frutto dai loro apparenti avversari, ovvero i padroni della società capitalistica. Polverizzate le comunità, poste sul piedistallo le pulsioni inventate dalla psicoanalisi, ci hanno messi in competizione su tutto. Nel mondo del lavoro, incarichi, benefici o privilegi spesso piccolissimi sono messi in palio scatenando il peggio dell’animo umano: maldicenza, delazione, inganno, cinismo. Tutto serve alla produzione, alla <em>performance</em>, ai mitologici “obiettivi” dell’azienda o dell’amministrazione. I piani alti si fregano le mani, tutti gli altri sopravvivono malamente, milioni di ragionier Fantozzi pronti a tutto per il premio, l’avanzamento, la nomina a sottocapo di qualunque cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Poche migliaia di persone e famiglie possiedono beni e denaro pari a ad alcuni miliardi di esseri umani. Eppure, siamo bombardati giornalmente da parole di uguaglianza, di fratellanza, universalità, cosmopolitismo. E poiché i mezzi, i media che comunicano il messaggio (cioè, secondo Mc Luhan, il messaggio stesso) sono di proprietà di quei pochi potentissimi padroni globali, è del tutto evidente che la fonte del bombardamento mediatico sono proprio loro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ossessione dell’identico è funzionale da un lato alla mistica dei diritti individuali – sostitutiva di quelli comunitari e sociali – dall’altro alla creazione del consumatore globale, latore di gusti unificati funzionali all’economia di scala. La raffinatezza è stata averci convinti di essere miliardi di <em>unicum</em>, ciascuno un individuo liberissimo e speciale le cui scelte e decisioni sono prese in autonomia e totale libertà. Il perfetto libero schiavo intuito da Goethe…  La fratellanza universale convergente nel consumatore unico proprietario di diritti viene dunque veicolata, anzi imposta da coloro che ci dominano e possiedono tutto, proprio tutto, a partire dai nostri cervelli e, attraverso le tecnoscienze ed i <em>social media</em>, hanno realizzato con il nostro consenso entusiasta il massimo controllo su popoli ed individui mai ottenuto nella storia umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bello è che siamo d’accordo. Non c’è alternativa, ci hanno persuaso. Non si può sfuggire all’<em>homo aequalis</em> del consumo, un gregge gaio condotto lietamente al mattatoio, in comode rate mensili. Fratelli in Dio, ma non in torta!</p>
<p><strong>ROBERTO PECCHIOLI</strong></p>

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