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		<title>Fiume, l’urlo del futuro: quando Rossi e Neri marciarono assieme – Umberto Bianchi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Sep 2019 11:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Correva l’anno di grazia 1919, la Grande Guerra era finita da poco lasciando dietro di sé lutti e rovine, non solo esteriori, ma anche, specialmente interiori, nell’animo dei popoli che erano stati travolti dall’onda di quella guerra definita, per l’appunto Grande, perché per la prima volta nella Storia, aveva visto irrompere quella tecnologia, frutto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Correva l’anno di grazia 1919, la Grande Guerra era finita da poco lasciando dietro di sé lutti e rovine, non solo esteriori, ma anche, specialmente interiori, nell’animo dei popoli che erano stati travolti dall’onda di quella guerra definita, per l’appunto Grande, perché per la prima volta nella Storia, aveva visto irrompere quella tecnologia, frutto di una spettacolare industrializzazione, sullo scenario di una guerra globale, causando terrificanti devastazioni. Causa scatenante dell’immane conflitto, le tante, troppe, questioni nazionali che la caduta degli Imperi (asburgico, ottomano, germanico e russo), lasciavano ancora irrisolte. Nel caso in esame, l’Italia (una delle grandi nazioni d’Europa, assieme alla Germania guglielmina, il cui processo di unificazione si era compiuto da poco tempo!) portava avanti tutta una serie di rivendicazioni territoriali che riguardavano, anzitutto, la presenza di popolazioni di lingua italiana presenti in un contesto che andava dal Trentino Alto Adige alla Venezia-Giulia (con Trento e Trieste), sin quasi all’entroterra balcanico, toccando Lubiana ed i territori della Slavonia, passando dalla fascia costiera istriano-dalmata sino all’Albania ed alle isole greche, Dodecanneso incluso, oltre all’esigenza del controllo strategico di alcune zone della Turchia ed al riaggiustamento delle frontiere dei territori coloniali d’Africa, dalla Libia alla Somalia, dall’Eritrea sino alle rivendicazioni sull’Etiopia. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-2-1.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-38724 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-2-1-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a>Nel primo caso, però, le rivendicazioni italiane erano frutto della storia di un’antica presenza delle popolazioni latine nel contesto mediterraneo, che trovava nella colonizzazione romana il suo principale antefatto storico e successivamente nella plurisecolare presenza delle repubbliche marinare (Venezia in primis), con un massiccio apporto di popolazione in quei territori, la causa scatenante dell’intera questione. Nel seguire un quanto mai antico e collaudato copione, le potenze vincitrici del conflitto (Gran Bretagna, Francia, Usa, Italia ed altri ancora) si erano date appuntamento in quel di Parigi per mettere su carta e ratificare quanto promesso in gran segreto ai vari alleati, con gli accordi di Londra del 1915. In quel contesto, però, l’Italia fu trattata come un alleato di serie B.</p>
<p style="text-align: justify;">L’americano Wilson, il britannico Lloyd George ed il francese Clemenceau cercarono subito di ridimensionare notevolmente le rivendicazioni italiane, cominciando proprio dalla città di Fiume, incastonata nello stretto istmo tra Istria e Dalmazia, sino ad allora parte del Regno d’Ungheria, ma prevalentemente abitata da italiani e da una minoranza di lingua croata ed ungherese. Il presidente americano Wilson, in particolare, aveva manifestato tutta la sua ostilità al ritorno della città all’Italia, perché così facendo, a suo dire, si sarebbe violato il diritto all’autodeterminazione delle minoranze slave ed ungheresi lì presenti ma, in verità, si intendeva garantire uno sbocco al mare al neonato Regno di Jugoslavia, (a sua volta frutto di un accordo tra le tre principali potenze vincitrici, tendente a controllare le istanze nazionaliste degli Slavi del Sud, attraverso la creazione di uno stato a capo del quale era stata messa la dinastia serba dei Karageorgevic, sic!). L’idea di una “Vittoria mutilata” percorse come un fulmine l’intera opinione pubblica italiana. L’atteggiamento imbelle del governo italiano davanti all’arroganza dei francesi e degli anglo americani, contribuì ad esacerbare oltre misura quegli animi già provati da anni di guerra e durissime privazioni economiche. Va detto che, già nell&#8217;ottobre<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1918">1918</a> a Fiume si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l&#8217;annessione all&#8217;Italia,<u><sup>[</sup></u>a capo del quale era stato nominato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Grossich">Antonio Grossich</a>. Questo, mentre i rappresentanti italiani a Parigi, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Emanuele_Orlando">Vittorio Emanuele Orlando</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sidney_Sonnino">Sidney Sonnino</a>, dopo aver abbandonato il tavolo delle trattative in polemica con le altre potenze vincitrici e non avendo ottenuto i risultati sperati vi fecero, poco dopo, sommessamente ritorno. A rendere più incandescente la situazione, la creazione di una “Legione Fiumana” da parte di Giovanni Horst Venturi e Giovanni Giuriati, in una città sempre più sconvolta dalle manifestazioni nazionaliste della popolazione e dagli incidenti tra i reparti delle potenze vincitrici lì acquartierati, in special modo tra il contingente francese, distintosi tra i più filo-jugoslavi ed i nostrani Granatieri. Fatti questi, che spalancheranno la strada ad una soluzione inaspettata. Difatti, acquartieratisi a Ronchi, sette ufficiali dei Granatieri scriveranno a Gabriele D’Annunzio, chiedendone l’intervento. D’Annunzio era il Vate, il poeta, massimo portavoce di un decadentismo intriso di niccianesimo adeguato ai parametri dell’estetica nostrana. Folle, spendaccione, esibizionista, volubile anche nelle scelte politiche (eletto deputato, in un impeto di impazienza, non aveva esitato a trasmigare dagli scranni della destra, ritenuti troppo conservatori, a quelli, a suo dire, più vitali della sinistra), non aveva però esitato a buttarsi anima e corpo nel conflitto. Il protagonista della “Beffa di Buccari” e del volo su Vienna, ora stava per immortalarsi con un’impresa veramente degna del suo nome. Difatti, a seguito della missiva di Ronchi, senza alcuna esitazione D’Annunzio lancia la sua offensiva propagandistica, recandosi a Roma per raccogliere adesioni e consensi alla causa fiumana. Poi il grande salto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’11 Settembre di quello stesso anno, partito da Ronchi, il Vate si mise alla testa di una eterogenea colonna di volontari, formata da reduci rimasti disoccupati, reparti di Granatieri, unità di bersaglieri (lì mandati a fermare D’Annunzio, ma poi entusiasticamente passati dall’altra parte), gli uomini di Horst Venturi e tanti altri entusiasti volontari. Quella che, alla storia passò come “La Marcia di Ronchi”, fu in verità un cammino trionfale. Lo stesso Generale Pittaluga messo con le sue truppe, a guardia del confine orientale, accolse con favore il passaggio dei volontari di D’Annunzio. Il 12 Settembre 1919, fu solennemente proclamata l’annessione di Fiume all’Italia assieme alla costituzione, per l’occorrenza, di un “Gabinetto di Comando” a capo del quale il Vate collocò Giovanni Giuriati. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-4.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-38726 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-4-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a>Il giorno seguente, il contingente anglo fancese dopo alcuni scontri con i legionari (con vari morti da una parte e dall’altra), al fine di evitare uno scontro dagli esiti incerti, preferì ritirarsi dalla città. Nel frattempo, l’iniziativa di D’Annunzio continuava a riscuotere sempre più consensi. Questo, nonostante le scomuniche dell’imbelle ed arrendevole governo Nitti che, per questa ragione, decise di nominare Pietro Badoglio ( un oscuro personaggio che aveva già dato prova di pericolosa incapacità e conclamata mala fede, durante la prima fase del terribile conflitto appena terminato, sic!) a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Commissario_straordinario">Commissario straordinario</a> per la Venezia-Giulia. Come primo atto, il Badoglio fece lanciare dei volantini su Fiume, minacciando accuse di diserzione per tutti i legionari. Visto che l&#8217;ultimatum di Badoglio rimase lettera morta, il governo Nitti decise di prendere la città per fame, ponendola sotto assedio, bloccando l&#8217;afflusso di viveri e generi di prima necessità. Per tutta risposta, il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/22_settembre">22 settembre</a> la Nave della Regia Marina &#8220;Cortellazzo&#8221; si unì ai legionari, mentre il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/25_settembre">25 settembre</a> tre battaglioni di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bersaglieri">bersaglieri</a> mandati ad assediare della città, disertarono per passare con D’Annunzio. In preda allo sconforto e con la paura di divenire il capro espiatorio per gli insuccessi della politica estera italiana, Badoglio tentò di rassegnare le dimissioni, che furono però fermamente respinte. Tra una novità e l’altra, la questione fiumana andava pericolosamente montando, finendo con il coinvolgere tutte le componenti della politica nazionale, anche quelle di più recente costituzione, come quella che faceva capo a Benito Mussolini. Questi, pubblicamente accusato da una missiva del Vate, di tenere rispetto all’intera questione un atteggiamento di eccessivo attendismo, (e sotto le spinte della base del movimento fascista), dopo aver organizzato una raccolta di fondi, si recò a Fiume per incontrare D’Annunzio, tentando in qualche modo di mediare tra le esigenze di “realpolitik” connaturate all’ingresso del neonato movimento fascista nel proscenio della politica italiana e le simpatie che andavano montando verso le istanze ribelliste del movimento legionario fiumano. Ma a Fiume la “realpolitik” sembrava, in quel momento, non esser proprio di casa, anzi. Il 10 Ottobre, una nave carica di armi e munizioni, fu assaltata dagli uomini di D’Annunzio che, per quell’occasione, avevano costituito un battaglione di “Uscocchi”, che intendeva nel nome richiamarsi agli antichi corsari dell’Adriatico. Gli stessi colloqui tra D’Annunzio e Badoglio, caldeggiati da Nitti al fine di arrivare ad una soluzione diplomatica della crisi, portarono ad un nulla di fatto. Il 26 Ottobre le elezioni di Fiume videro la vittoria schiacciante della lista annessionista guidata da Riccardo Gigante, che divenne sindaco della città, con il 77% dei consensi, contro la lista autonomista di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Zanella">Riccardo Zanella</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa visita di D’Annunzio a Zara assieme a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Keller">Guido Keller</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giuriati">Giovanni Giuriati</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Host-Venturi">Giovanni Host-Venturi</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Rizzo">Luigi Rizzo</a> all’ammiraglio Luigi Millo, governatore di quei territori, riveste un significato tutt’altro che occasionale. L’incendio fiumano andava rapidamente estendendosi anche all’intera Dalmazia e cominciava a creare dei seri grattacapi alla diplomazia internazionale, intenta al tentativo di edificare un nuovo equilibrio nell’Europa post bellica. L’occasione per tentare di porre un freno all’intera vicenda, fu rappresentato dalle elezioni politiche italiane del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/16_novembre">16 novembre</a> 1919, che videro la riconferma al governo dell’imbelle Nitti, dal D’Annunzio soprannominato “cagoia”. Il primo atto del neonato governo, fu quello di tentare di sottoporre al Vate un nuovo accordo-compromesso (“modus vivendi”), a seguito del quale il governo italiano si impegnava ad impedire che la città potesse essere annessa allo stato jugoslavo e ad ottenere per essa lo status di &#8216;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A0_libera">città libera</a>&#8216;. Il rifiuto di D’Annunzio non si fece attendere ma, contrariamente alle aspettative, con un inaspettato colpo di mano, il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/15_dicembre">15 Dicembre</a>, il Consiglio nazionale della città di Fiume approvò le proposte del governo italiano, sollevando le proteste di gran parte della popolazione e dei legionari. Per il18 Dicembre, fu indetto dal Vate un plebiscito, immediatamente annullato da questi a causa delle numerose e manifeste irregolarità, che ne stavano vistosamente adulterando il risultato, orientandolo verso il “sì” all’accordo. Le sdegnate dimissioni di Giovanni Giuriati da capo di Gabinetto, imprimono all’intera vicenda fiumana, un’improvvisa accelerazione nella direzione di una soluzione rivoluzionaria, che trovò il proprio coronamento nella successiva nomina nel Gennaio del 1920, a capo di gabinetto, del sindacalista rivoluzionario ed interventista Alceste De Ambris. A Roma tale gesto è visto con timore dal governo liberale e dalle forze “moderate”, da esso rappresentate. L’abbandono della città da parte di alcuni ufficiali dei carabinieri e delle forze armate più legati alla monarchia e lo sciopero generale del 22 Aprile proclamato dagli autonomisti e dai socialisti, legati a doppio filo agli interessi delle potenze occupanti, non fermarono il nuovo corso fiumano, anzi. Con la proclamazione della Reggenza del Carnaro, il 12 Agosto 1920 e con l’ingresso al governo di personalità come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Host-Venturi">Giovanni Horst-Venturi</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Maffeo_Pantaleoni">Maffeo Pantaleoni</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Icilio_Bacci">Icilio Bacci</a>, si arriva ad un punto di non ritorno. La proclamazione della Reggenza del Carnaro, lungi dall’essere frutto di una casualità o dell’estemporanea uscita di alcuni “estremisti”, rappresenta il coronamento finale di tutta una serie di istanze eterodosse rappresentate dal sindacalismo rivoluzionario e da un certo nazionalismo, che la “Marcia di Ronchi” intese rappresentare sin dall’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">La successiva promulgazione dell’avanzatissima Carta del Carnaro, in data 8 Settembre, rappresenta la concreta espressione di quelle istanze. Ben al di là della semplice rivendicazione territoriale, Fiume finisce per l’assumere la valenza di laboratorio per un esperimento rivoluzionario che avrebbe dovuto successivamente essere esportato in tutta Italia e, (perché no?), nell’Occidente intero. Un laboratorio che vede la partecipazione di numerosi intellettuali “creativi” che, inizialmente su posizioni bolsceviche e libertarie, passeranno poi al Fascismo, come nel caso di Mario Carli, fondatore della “Testa di Ferro”, inizialmente tra i fondatori degli “Arditi del Popolo”, firmatario del manifesto futurista, poi passato al PNF, quale fascista “di sinistra”, o il caso del libertario Guido Keller e la sua associazione Yoga, anch’egli in seguito aderente al Fascismo, solo per citarne alcuni. Allo stesso modo, personalità come Alceste De Ambris, inizialmente su posizioni di acceso nazionalismo interventista, passeranno in seguito alle fila dell’antifascismo. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-3-1.jpg"><img decoding="async" class="alignright wp-image-38725 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-3-1.jpg" alt="" width="182" height="277" /></a>Interessante, tra l’altro, il riconoscimento della neonata Unione Sovietica, verso la quale l’opinione pubblica di allora nutriva un sentimento ambivalente, diviso, da una parte, tra l’interesse per “il nuovo”, e dall’altra dalla paura dei “sovversivi”. In anni successivi, lo stato sovietico verrà fatto oggetto del medesimo sentimento di simpatia, anche da parte dei nazional bolscevichi tedeschi come E. Niekisch e Karl Paetel. La firma del Trattato di Rapallo, tra Italia e Jugoslavia, il 12 Novembre 1920, sancirà, di lì a poco, la fine dell’esperimento fiumano.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo trattato, approvato dalla gran parte di quell’opinione pubblica legata ai settori più moderati e caldeggiato sulle pagine de “Il Popolo d’Italia” dallo stesso Mussolini, sarà invece osteggiato sia dalla base dei Fasci di Combattimento, impegnati a soccorrere la popolazione fiumana, gravata dalla penuria di alimenti provocata dal blocco in corso da un anno e più, che da settori della sinistra massimalista ed anarchica. Il fermo atteggiamento di diniego del Vate e dei suoi uomini, provocherà da parte del nuovo governo di Giovanni Giolitti l’ultimatum e l’attacco di Fiume durante la Vigilia di Natale del 1920, il cosiddetto Natale di Sangue. Il 26 Dicembre il maresciallo Caviglia, darà via alle ostilità con il bombardamento navale della città da parte della Andrea Doria, sino al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/27_dicembre">27 dicembre</a>. Gli scontri che ne seguiranno, lasceranno sul terreno alcune decine di morti da entrambe le parti. Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/28_dicembre">28 dicembre</a>, D&#8217;Annunzio accetterà i termini del Trattato di Rapallo, rassegnando contemporaneamente le proprie dimissioni, con una lettera fatta consegnare dal comandante dei legionari <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Host-Venturi">Giovanni Host-Venturi</a> e dal sindaco <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Gigante">Riccardo Gigante</a>. L’avventura di Fiume si concluderà nel gennaio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1921">1921</a>, con il definitivo abbandono di Fiume da parte dei legionari, mentre il Vate, per ultimo, partirà il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/18_gennaio">18 gennaio</a>  per  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Venezia">Venezia</a>. Il neonato “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stato_libero_di_Fiume">Stato libero di Fiume</a>”, dopo appena due anni di vita caratterizzati da profonda instabilità, causata dai contrasti tra annessionisti e scissionisti, verrà definitivamente annesso allo stato italiano da Mussolini, nel 1924. Questi, dunque, i fatti. Al di là dell’arida narrazione di cronaca, dell’esperienza fiumana si può dire che essa rappresentò il momento di massima confluenza e sintesi, di tutte le istanze rivoluzionarie del 19° e dell’inizio del 20° secolo; essa darà anche il “la”, per tutte quelle esperienze del Novecento declinate all’insegna della ribellione e dell’anticonformismo più completi. Fiume è, al tempo stesso, Nietzsche, Bergson, Dilthey, Stirner, Proudhon, Mazzini, Marx, Sorel, Marinetti e tanti altri. Fiume è Woodstock e tutte le occupazioni non conformi. Fiume è, non solo militari e reduci, ma anche artisti, studenti, avventurieri, anarchici e nazionalisti “doc”, accomunati da un’irrefrenabile voglia di vita e di ribellione. Fiume è, con le rapine dei suoi “Uscocchi”, il primo episodio di autofinanziamento per la lotta armata, praticato nel Novecento. Fiume è amore libero, ballo, teatro sperimentale, lettura poetica, all’insegna di uno stato di perenne e generale mobilitazione che, in D’Annunzio, con i propri continui comizi, vedrà il precursore di quei metodi di comunicazione di massa, in seguito tanto cari ad ambedue i totalitarismi. Fiume rappresenta, in definitiva, quell’ invalicabile spartiacque tra coloro che rimarranno per sempre prigionieri delle oramai consolidate logiche ideologiche occidentali destra-sinistra, e coloro che, invece, le vorranno superare nel nome di una inesauribile spinta vitale. Fiume è, da una parte, rossi e neri che marciano assieme, attraverso la solidarietà e la condanna congiunta dei Fasci di Combattimento e dell’Ordine Nuovo di Gramsci, al vigliacco cannoneggiamento del Natale di Sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è anche, dall’altra, la faziosità buonista ed ipocrita di interi settori dell’opinione pubblica controllati dai centri di potere politico ed economico internazionali, il compiacente attendismo, di cui Mussolini pagherà il fio in quel tragico 23 Luglio del ’43. Fiume è l’errore di D’Annunzio di non accettare l’incontro con Gramsci, che avrebbe potuto portare sia la sinistra massimalista che la destra nazionalista a convergere su posizioni comuni, determinando così la nascita di un più ampio e micidiale fronte di lotta all’invadenza del capitalismo mondiale. Fiume è, pertanto, il simbolo della grandezza e della tragedia di un Occidente che, quando vuole, sa ribellarsi alle proprie soffocanti, plurisecolari logiche, salvo poi ricadervi. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-1.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-38723 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/B-1-300x157.png" alt="" width="300" height="157" /></a>Fiume è il simulacro di tutte le rivoluzioni tradite, partendo dalla Comune di Parigi e dal Risorgimento, ma è anche il segnale di una mai sopita rivolta. E’ l’Urlo del Futuro, perchè ci richiama potentemente ad un’idea di “Altra Modernità” che, anche se soppiantata dalla propria adulterata versione “tecno-economica”, cova tuttora sotto le ceneri e, prima o poi, tornerà a far sentire potentemente la propria voce. Anche se le condizioni storiche sono differenti, quello odierno è un altro “momento di rottura” nella trama della Storia. La attuale fase di Globalizzazione sta mostrando tutti i propri limiti. Il percorso ideologico nato con certo Illuminismo e poi via via andatosi sviluppando con il Positivismo, il Liberal-Capitalismo, l’Evoluzionismo, il Marxismo e le sue più tarde filiazioni Liberal-Progressiste, sino all’attuale ciclo all’insegna dell’Ultraliberismo, sta ora mostrando tutti i suoi limiti, incapace di dare delle risposte ad un crisi sistemica, oramai senza uscita. Fiume può allora per noi, rappresentare il punto da cui ripartire, per riprendere un percorso all’insegna di un rinnovato senso di volontarismo, di vitalismo, di irrazionalismo, che dovrebbe stare alla base di quell’ inquieto e proficuo ricercare nuovi orizzonti ideologici, verso cui indirizzare un’azione volta ad edificare “ex novo” il presente ed il futuro.</p>
<p>UMBERTO BIANCHI</p>

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		<title>Studi Evoliani 2016: novità sul pensiero e la biografia di Evola &#8211; Giacomo Rossi</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Nov 2017 07:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Fondazione Evola, anche quest’anno, ha dato alle stampe il proprio Annuario. Si tratta di Studi Evoliani 2016. Evola e la cultura tedesca, nelle librerie per i tipi della Fondazione Evola-Arktos (per ordini: info@edizioniarktos.it, euro 22,00). Negli anni scorsi si era registrato qualche ritardo nella periodicità della pubblicazione, ora il tempo è stato recuperato, per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Fondazione Evola, anche quest’anno, ha dato alle stampe il proprio Annuario. Si tratta di Studi Evoliani 2016. Evola e la cultura tedesca, nelle librerie per i tipi della Fondazione Evola-Arktos (per ordini: info@edizioniarktos.it, euro 22,00). Negli anni scorsi si era registrato qualche ritardo nella periodicità della pubblicazione, ora il tempo è stato recuperato, per cui nel 2018 verrà regolarmente distribuito il numero del 2017, già in preparazione. La prima sezione del volume raccoglie le relazioni degli studiosi che, nel dicembre 2016, a Roma, si incontrarono per il convegno dedicato alla discussione del tema “Evola e la cultura tedesca”. Giovanni Sessa, nel suo scritto, individua nell’idealtipo della “Germania segreta”, di cui sotto il profilo storico si è esemplarmente interessato Ernst Kantorowicz, lo strumento di riferimento di cui il filosofo romano si è avvalso nel suo attraversamento della cultura tedesca. Giovanni Perez, curatore del volume che raccoglie gli scritti evoliani dedicati a Nietzsche, illustra il suo approccio al pensatore tedesco. Massimo Donà, docente di filosofia teoretica presso l’Università “San Raffaele” di Milano, legge in modo inusuale i rapporti Evola-Jünger, servendosi di ampia documentazione, mentre il prof. Antonio Caracciolo, già docente di Filosofia del diritto alla ‘Sapienza’ e traduttore di Schmitt, discute i rapporti tra il tradizionalista e il giurista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per rilevanza biografica dobbiamo segnalare lo scritto dell’avvocato cassazionista Luigi Morrone che, alla luce di vasta documentazione reperita nel Fondo Somenzi, custodito presso l’Archivio del ‘900 del MART, museo di Rovereto, smentisce quanto finora sostenuto sul caso “Evola-Danzi”. Tra i documenti consultati ed inediti, vi sono quelli riguardanti il processo che vide coinvolti i due personaggi, nel novembre 1930. Somenzi, futurista e sodale di Danzi, fu parte in causa nella contesa. Dalla documentazione acquisita risulta che non fu Danzi ad adire le vie legali contro il “vigliacco” Evola, che rifiutò il duello. Al contrario, il processo fu intentato contro Danzi perché il giornalista aveva osato, non potendolo fare a norma di codice, lanciare il cartello di sfida. Inoltre, questi, nella circostanza, diffamò Evola attraverso una lettera circolare. Danzi e Somenzi furono condannati ad un risarcimento pecuniario per i danni causati ad Evola. La situazione è dunque l’esatto contrario di come era stata presentata sino al momento della scoperta di questo nuovo materiale. Morrone chiarisce ogni aspetto della vicenda dal punto di vista storico-giuridico, discute i documenti del processo e individua, con estrema meticolosità, le ragioni giuridiche ostative alla degradazione di Evola per il rifiuto della sfida a duello. La degradazione può plausibilmente essere imputata al dissenso politico nei confronti del Regime manifestato da Evola negli scritti de La Torre. Evola non fu un “vigl<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/S-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-24875 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/S-2-1-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>iacco”, come da più parti si è sostenuto, in quanto non esiste alcuna correlazione tra il mancato duello e la degradazione. Va ricordato anche un altro saggio dell’Annuario, dovuto a Fabrizio Giorgio. Lo studioso ricostruisce attraverso lettere, documenti, testi di natura disparata, la vita e le opere di Evelino Leonardi, nonché i suoi rapporti con Evola. Leonardi va annoverato tra gli esponenti, nell’Italia di allora, della teoria italo-atlantidea. Personaggio versatile ed eterodosso, poco conosciuto dal grande pubblico, la cui biografia intellettuale-spirituale è ricostruita da Giorgio attraverso la presentazione dei tratti salienti delle sue tesi archeologiche, legate alle cosiddette “scienze di confine”, che tanto interessarono anche il tradizionalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti, negli anni scorsi, hanno irriso Evola a proposito della veridicità delle giovanili intenzioni suicide, dovranno ricredersi. Lo dimostra Alessio de Giglio nel suo scritto. In queste pagine si evince un’evidente concordanza fra testi evoliani apparsi sulla rivista Ur, chiarificatori del senso effettivo da attribuirsi all’espressione “suicidio metafisico”, che poco, come il lettore potrà constatare, ha a che fare con un suicidio effettivo. Dall’annuario si viene a conoscenza di un’altra significativa ed inaspettata novità: una voce dedicata ad Evola compare nel Nuovo Dizionario di Mistica, pubblicato, nientemeno, che dalla Libreria Editrice Vaticana. I “nemici di sempre” si interessano ad Evola! La cosa è stata già sottolineata dai critici, soprattutto perché padre Stéphane Oppes OFM, pur incorrendo in qualche veniale svista biografica, complessivamente esprime un giudizio positivo sulla “mistica” evoliana. Dopo la riproduzione della voce redatta dal docente dell’Antonianum di Roma, a proposito della presunta “mistica” evoliana, nel volume trovano spazio gli interventi chiarificatori e le messe a punto in tema di Nuccio D’Anna e Giovanni Sessa. Anche questo episodio conferma, una volta di più, l’impossibilità di ridurre Evola a sterile “immaginetta” sezionale, ad uso e consumo di adoratori superficiali, dato lo spessore della sua proposta e, naturalmente, non si tratta di nessun cedimento della Fondazione alla “neo-sovversione cristiana”, come qualche malevolo osservatore ha voluto asserire.</p>
<p style="text-align: justify;">La sezione saggi è arricchita dal contributo di Giandomenico Casalino, inerente l’esegesi evoliana del pitagorismo, nonché dallo scritto di ambito estetico di Vitaldo Conte, relativo al dada-pensiero evoliano, argomento che il docente dell’Accademia di Roma sta approfondendo da anni. La novità di Studi Evoliani 2016 va colta anche nella sezione, Un filosofo in guerra, in cui compaiono alcune delle recensioni relative all’ultimo libro che il Segretario della Fondazione, Gianfranco de Turris, ha dedicato al filosofo ed uscito per i tipi di Mursia. Il volume ha avuto, in poco tempo, dato il successo di pubblico e di critica, due ristampe e due edizioni, ma già se ne annuncia una terza, arricchita di nuovi documenti e rivelazioni su due anni cruciali, per Evola, l’Europa ed il mondo, il biennio 1943-1945. Era opportuno, quindi, presentare una documentazione degli interventi più significativi prodotti sul libro . La parte conclusiva dell’Annuario contiene la sezione “Rassegne”, che raccoglie una serie di recensioni dedicate a pubblicazioni di argomento evoliano o di indirizzo tradizionale. Studi Evoliani 2016 dimostra quanto intenso sia il lavoro messo in campo dalla Fondazione per diffondere, come stabilito dal suo statuto, l’opera e il pensiero di Julius Evola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giacomo Rossi</p>

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		<title>Studi Evoliani 2014 &#8211; L’annuario del quarantennale evoliano  &#8211; Giacomo Rossi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Valentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 08:09:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Julius Evola]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizione]]></category>
		<category><![CDATA[2014]]></category>
		<category><![CDATA[lannuario]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Valentini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>    La Fondazione Julius Evola ha recentemente dato alle stampe per i tipi di Arktos editore, Studi Evoliani 2014. L’annuario è in gran parte dedicato al quarantennale della morte del filosofo romano (per ordini: info@edizioniarktos, euro 22,00) e risulta strumento indispensabile per quanti abbiano a cuore il dibattito, sempre più stimolante, prodotto dall’opera del pensatore [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/studi-evoliani-2014-lannuario-del-quarantennale-evoliano-giacomo-rossi/">Studi Evoliani 2014 &#8211; L’annuario del quarantennale evoliano  &#8211; Giacomo Rossi</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">    La Fondazione Julius Evola ha recentemente dato alle stampe per i tipi di Arktos editore, <em>Studi Evoliani 2014</em>. L’annuario è in gran parte dedicato al quarantennale della morte del filosofo romano (per ordini: info@edizioniarktos, euro 22,00) e risulta strumento indispensabile per quanti abbiano a cuore il dibattito, sempre più stimolante, prodotto dall’opera del pensatore tradizionalista. Il volume è aperto dalle relazioni tenute da quattro noti esegeti evoliani in occasione del convegno di studi  <em>Ottant’anni di “Rivolta contro il mondo moderno”</em>, tenutosi a Roma il 7 giugno 2014: Nuccio D’Anna, Luca Valentini, Giovanni Sessa e Stefano Arcella. Il primo analizza, con estrema lucidità e accortezza filologica, l’alternativa di civiltà che il filosofo presentò nella sua opera capitale, sottolineando come per la prospettiva evoliana, elemento essenziale sia il rintracciare nelle diverse tradizioni emerse nel  percorso storico, l’origine comune, la Tradizione una. Luca Valentini, di rimando, si occupa di visione prospettica e terza dimensione della storia, rimarcando come tale ambito renda estremamente attuale <em>Rivolta</em>. Infatti, le pagine di Evola possono, per chi lo voglia “<em>realizzare quell’opera di sapienziale anamnesi…tramite il simbolo e tramite la disamina metapolitica del divenire storico</em>” (p. 27). Giovanni Sessa affronta una problematica più specifica, quella relativa a spazio, tempo e terra in <em>Rivolta</em>, rintracciando e presentando le fonti filosofiche presenti nel testo del tradizionalista e sottolineandone la contiguità con pensatori di primo piano del Novecento. Infine, Stefano Arcella pone a confronto le conclusioni metastoriche di <em>Rivolta</em> con quanto sostenuto da Evola nel saggio <em>Americanismo e bolscevismo</em>, rilevando nelle posizioni del tradizionalista assonanze con l’antroposofia.</p>
<p style="text-align: justify;">    Tra i <em>Saggi</em> vanno segnalati gli interventi di Nunziante Albano e di Giovanni Damiano. Il primo presenta in modo compiuto ed organico i rapporti tra Evola ed Otto Rahn, soffermandosi, in particolare, sulle implicazioni spirituali e metapolitiche del tema del Graal. Damiano si confronta con il dionisismo e la sua presenza nell’opera evoliana, cogliendo il differenziarsi interpretativo del tradizionalista nel corso del tempo, ma sostenendo che il <em>dio ambiguo</em> è la chiave di volta per l’effettiva comprensione della filosofia della libertà di Evola. Nella stessa sezione dell’annuario Giandomenico Casalino definisce la quint’essenza della Tradizione, Riccardo Rosati presenta gli aspetti di maggior rilievo dell’antiamericanismo di Evola, mentre Alessio de Giglio, con prosa caustica ed essenziale, entra nel vivo delle argomentazioni che sostengono <em>La Crisi</em> di Guénon. Meritorio, infine, il ricordo di Gaspare Cannizzo, fondatore della nota rivista <em>Vie della Tradizione</em>, che si sviluppa nelle pagine successive, grazie agli interventi della figlia Anna e di Manlio Triggiani, chiuse dalla pubblicazione di un breve saggio dello stesso Cannizzo dedicato ad Evola.</p>
<p style="text-align: justify;">     In <em>Inediti e rari</em> compare un lungo scritto di Otto Rahn tratto da <em>Regime corporativo</em> del febbraio del 1935, significativamente titolato <em>La leggenda del Graal fu una creazione eretica?</em>In esso lo studioso affronta le relazioni sussistenti tra cerca del Graal e catarismo. Nella medesima sezione compare, tratto dall’edizione Hoepli di <em>Rivolta </em>del 1934, il capitolo 10, dal titolo <em>Vita e morte delle civiltà</em>, da cui Heidegger trasse l’appunto recentemente ritrovato dal ricercatore tedesco Thomas Vasek. Le polemiche suscitate dal sorprendente ritrovamento, hanno aperto il dibattito su ciò che accomunerebbe i due pensatori: vale a dire, secondo il consueto <em>cliché</em> interpretativo, l’ antisemitismo. Giovanni Sessa in <em>Heidegger lettore di Evola</em>, rileva invece come tale tesi, alla luce del testo di <em>Rivolta</em> citato da Heidegger, non sia filologicamente sostenibile e rileva, con persuasività di accenti ed argomentazioni, che la prossimità dei due filosofi deve essere rintracciata, al contrario, nell’antimodernismo.</p>
<p style="text-align: justify;">    Molto ricca la sezione <em>Cronache e polemiche</em>, aperta da un ampio scritto di Corrado Federici in cui vengono presentati ed analizzati i diversi convegni tenutisi in Italia per il quarantennale della morte di Evola. Le conclusioni cui lo studioso perviene, rispondendo a chi insorse in quell’occasione, di fronte al ritorno di Evola al centro del dibattito culturale nel nostro paese, sia a destra che a manca, sia nel mondo accademico che in quello propriamente “militante”, dimostrano che il pensiero del tradizionalista è più vivo che mai e imprescindibile al fine di fornire risposte concrete alla crisi spirituale e pratica in cui si dibatte la società contemporanea. Nelle pagine seguenti, Giovanni Sessa discute, in uno scritto compiuto ed articolato, i libri di argomento evoliano usciti in prossimità del quarantennale ed evidenzia quelli che, a suo dire, sono i pregi o i limiti esegetici degli stessi. Segue, infine, una serie circostanziata di risposte fornite da Nunziante Albano, Gianfranco de Turris, Giovanni Monastra, ad affermazioni quantomeno ambigue riguardanti aspetti della biografia intellettuale di Evola comparse in un volume di Luciano Pirrotta. In particolare, essi si occupano di <em>Evola e la prima guerra mondiale</em>, <em>Evola e la Germania</em>, <em>Evola e il Minculpop</em>, <em>Evola e la Pali Society</em>. Chiude la sezione un saggio scritto a due mani da de Giglio e Sessa, in cui vengono smontate le strumentali critiche rivolte ad Evola da Piero Vassallo, ma anche il tentativo messo in atto da quest’ultimo di presentare il contributo critico di ambito evoliano di Gian Franco Lami,   teso a ridurre il ruolo intellettuale del filosofo. I due autori conobbero a fondo il filosofo politico della “Sapienza” di Roma e con lui collaborarono, per la qual cosa la loro risposta è estremamente dettagliata. Ampia e articolata la sezione <em>Rassegne</em>, che chiude questo interessante Annuario.</p>
<p style="text-align: justify;">   In conclusione <em>Studi Evoliani 2014</em> ha un duplice valore: da un lato fornisce indicazioni e spunti teorici significativi per comprendere l’importanza del pensiero di Evola nel mondo contemporaneo, dall’altro fa chiarezza in merito alle polemiche e alle false dicerie, riprese o create <em>ex novo</em> nell’ultimo periodo, attorno alla sua persona, da interpreti malevoli e prevenuti, provenienti da destra quanto da sinistra. Ci auguriamo che presto, attorno al nome e all’ opera di Evola, si crei un clima diverso, <em>sine ira et studio</em>, che consenta di rilevare la straordinarietà della sua esperienza esistenziale e spirituale.</p>
<p>Giacomo Rossi</p>

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		<title>Marmo e Volontà &#8211; Foto della conferenza a Casaggì Firenze con Maurizio Rossi &#8211; 28 Ottobre 2015</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2015 14:00:54 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/marmo-e-volonta-foto-della-conferenza-a-casaggi-firenze-con-maurizio-rossi-28-ottobre-2015/">Marmo e Volontà &#8211; Foto della conferenza a Casaggì Firenze con Maurizio Rossi &#8211; 28 Ottobre 2015</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si è svolta nella serata di ieri, 28 Ottobre 2015, presso la sede di Casaggì Firenze, la conferenza di Maurizio Rossi sulla Scuola di Mistica Fascista. Nonostante il tempo avverso sull&#8217;intera Toscana, vi è stata una massiva partecipazione di militanti e di pubblico interessato, ad ascoltare una relazione di alto profilo storico e metapolitico, che ha appassionato tutti gli astanti. Sia gli organizzatori, sia il relatore, hanno gentilmente evidenziato ai partecipanti la presenza di Ereticamente e la pubblicazione sul nostro sito della relazione in riferimento all&#8217;evento. Le foto che di seguito sono visibili, senza troppi commenti, testimoniano la piena riuscita di una lodevolissima iniziativa.</p>
<p style="text-align: justify;">La Redazione di Ereticamente ringrazia per la fraterna ospitalità l&#8217;intera comunità militante fiorentina e l&#8217;amico Maurizio Rossi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-8328 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa1-300x222.jpg" alt="casa1" width="300" height="222" /></a> <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-8329 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa2-300x225.jpg" alt="casa2" width="300" height="225" /></a> <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa3.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-8330 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa3-300x225.jpg" alt="casa3" width="300" height="225" /></a> <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa4.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-8331 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/casa4-300x225.jpg" alt="casa4" width="300" height="225" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Solstizio d&#8217;Estate parte prima ∼ La gioiosa festa di Helios</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2015 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Solstizio]]></category>
		<category><![CDATA[helios. Arya]]></category>
		<category><![CDATA[rossi]]></category>
		<category><![CDATA[specialeSolstizio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>   La riscoperta delle Origini e l’affermazione identitaria.   “L’aria che tu respiri porta al tuo cuore un sangue più ricco. Più ricco di profumo di rose, di ronzio di api, di calore salutare che penetra nella terra inebriata di fecondità. Gioia dell’estate. Certezza dell’estate. Ecco che dal rogo sale la fiamma trionfante che illuminerà [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<h2 style="text-align: center;"><strong> La riscoperta delle Origini e l’affermazione identitaria.</strong></h2>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“L’aria che tu respiri porta al tuo cuore un sangue più ricco. Più ricco di profumo di rose, di ronzio di api, di calore salutare che penetra nella terra inebriata di fecondità. Gioia dell’estate. Certezza dell’estate. Ecco che dal rogo sale la fiamma trionfante che illuminerà la notte fino all’ardente aurora del prossimo mattino. Lo stesso calore riscalda i nostri cuori. La stessa luce illumina i nostri occhi. La stessa volontà arde nei nostri cuori. La stessa speranza si infonde nei nostri spiriti. Gioia del fuoco. Certezza del fuoco. I germogli sono fioriti. Gli uccelli hanno cantato. Sale la grande fiamma di gioia. Salgono nel cielo d’Occidente le fiamme della speranza. Sale trionfante, dal più profondo del nostro essere, il sangue dei nostri antenati. La loro fede esaltante e generosa. Gioia della vita. Certezza della vita.” (Jean Favre)</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Da tempi immemori, attorno alla data del 21 giugno il Sole, Helios, celebra il suo magnifico trionfo, ma allo stesso tempo prepara anche l&#8217;inizio del suo inesorabile reclinare, fino al culmine del Solstizio d’inverno, il preludio del <em> Natalis Solis Invicti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">I due Solstizi: complementari, ma differenti. Ambedue carichi di aspettative. Ambedue significativi nell’ordinata scansione ciclica della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Solstizio – <em>il Sole si ferma</em> – è il momento dove diventa possibile ricevere il massimo della potenza solare: la mistica forza che unisce il cielo alla terra si manifesta più forte – non a caso nelle credenze germaniche la raffigurazione di tale unione, la congiunzione organica del cielo con la terra, era ben presente nell’iconografia dell’<em>Irminsul</em>, il maestoso Albero della vita le cui possenti radici affondavano fino alle viscere della terra e la sua folta e ramificata chioma sorreggeva stabilmente la volta celeste. Attorno alle secolari querce, che nell’immaginario popolare delle comunità germaniche riproponevano la sacralità protettrice dell’<em>Irminsul</em>, si celebravano solennemente le ricorrenze solstiziali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Solstizio corrisponde anche alla festa di S. Giovanni battista celebrata per l’appunto il 24 giugno, sei mesi prima della nascita del Cristo, sei mesi prima del <em>Deus Sol Invictus</em>, l’altro Solstizio – un riassorbimento operato dal cristianesimo nei confronti di quelle festività solari e pagane che erano da sempre particolarmente radicate nel costume popolare, fedelmente tramandate di generazione in generazione, gelosamente custodite nell’intima anima del popolo. E non sarà certo l’unico caso conosciuto di riadattamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Si passò gradualmente dalla feroce persecuzione delle credenze e ritualità pagane alla loro strumentale assimilazione. Ci appare significativo ed illuminante questo passaggio giustificativo riportato dal padre benedettino Dom Henri Leclercq e presente nel suo dizionario di archeologia cristiana e liturgia del 1903: <em>“Essendo Cristo concepito come il vero dio della luce e il creatore del Sole, in cui ha stabilito la sua dimora, vediamo come nei primi secoli dell’era cristiana il dio Sole si trasformi nel Cristo.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Solstizio d’estate vuole rappresentare la pregnante manifestazione della potenza solare del divino, l’affermazione sacra e ciclica della vita per mano dell’uomo e della donna, di tutto ciò che è sano, giusto e bello – eticamente sano e giusto, della natura sbocciata, della fertilità della terra e della procreazione che daranno nuova vita in maniera altrettanto ciclica, della gioia, della spensieratezza e dell’amore, della Comunità e delle famiglie che riscoprono lo spirito originario della festa, l’importanza del retaggio degli antenati e degli speciali vincoli che a loro ci legano, la riconferma del necessario perdurare dell’esistenza e dei caratteri del nostro popolo, della nostra peculiare identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso, proprio attraverso il coinvolgimento consapevolmente partecipativo al suggestivo momento comunitario del Solstizio diviene possibile, per una data Comunità particolarmente attenta, poter attingere ai profondi e primordiali depositi identitari contenuti nel prezioso scrigno della memoria più intima e ancestrale del popolo e richiamare a sé il suo rimosso inconscio collettivo, che altro non è se non l’originario codice spirituale e bio-psichico della stirpe, un codice non scritto che nonostante le tante avversità riesce ancora a tramandarsi generosamente nel tempo e nelle generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Solstizio d’estate è il cerchio della vita alimentato dalla sacralità benefica del Sole che rappresenta il centro della vita, il momento dove il divino viene felicemente incontro agli uomini, i fuochi solstiziali non rappresentano altro che una sacra incandescenza che – come la potenza divina del Sole – non avrà mai fine, non cesserà mai di ardere, sconfiggendo le forze oscure e telluriche, scacciando le tenebre lontano dal mondo degli uomini.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“Noi salutiamo il Solstizio fecondo, Noi salutiamo la luce, Noi apriamo i nostri cuori, Noi alziamo le nostre mani. Sali fiamma! Sali! Noi salutiamo il Sole, Noi salutiamo la vita, Noi salutiamo colui che fu l’inizio”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Partendo da una visione tradizionale, comprendiamo altresì come nel Solstizio siano contemporaneamente presenti sia un ordinamento di natura fisica e sia un ordinamento di natura metafisica, come d’altronde esistono una distinta natura mortale e una distinta natura immortale, come é da sempre presente la ragione superiore dell’essere, principio e vera iniziazione verso il sovramondo e quella infera del divenire, purtroppo oggi drammaticamente dominante nelle sue peggiori forme caricaturali.</p>
<p style="text-align: justify;">Essendo il Solstizio per eccellenza la porta cosmica che apre all’incontro fra l’umano e il divino occorre anche il manifestarsi di una consapevolezza cosciente, una consapevolezza spirituale nel senso più ampio, non solamente intellettuale, affinché si possa giungere alla comprensione del macrocosmo all’interno del quale ci riflettiamo, cioè la direzione verso la riscoperta della fede nella vita pensata e vissuta in completa armonia con le forze della natura e dello Spirito. Una vita organicamente intesa, estranea alle innumerevoli miserie di questo presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Volle così descriverlo lo scrittore francese Jean Mabire, rimarcando la speranza e la fedeltà al principio originario: <em>“Contro le dee della notte e della luna, gli dèi del Nord si imponevano alla luce del giorno e del Sole. Il Sacro si esprimeva nel culto del fuoco e si infiammava durante le grandi feste pagane del Solstizio d’Inverno e del Solstizio d’Estate. I templi non erano caverne scure nelle quali regnavano le tenebre, bensì recinti sacri, costruiti su luoghi elevati, in balìa del vento, sferzati dalla pioggia e bruciati dal Sole. (…) Ciò che rinascerà non è un ricordo storico, bensì la fede dell’eterna Iperborea. Noi ritroveremo, nella certezza e nella fedeltà, le azioni dei nostri antenati. Annunceremo a tutti la buona novella del ritorno del Sole. Accenderemo il fuoco nei nostri camini e prepareremo i fuochi sulle colline.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un altro scrittore sempre francese, Henry de Montherlant, ce ne confermerà invece l’aspetto ciclico e governante l’esistenza umana: “<em>La vittoria della ruota solare non è soltanto la vittoria del Sole, la vittoria della paganìa. E’ la vittoria del principio solare che è eterno ritorno – la ruota gira, dice la gente. In questo giorno vedo trionfare il principio di cui sono imbevuto, che ho cantato, che, con estrema coscienza, sento governare la mia vita. L’alternanza. Tutto ciò che sottostà all’alternanza. Chi comprende ciò ha compreso tutto. I greci l’hanno perfettamente assimilato.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Allora, per comprendere appieno l’anima del Solstizio è necessario quindi allargare lo sguardo verso orizzonti più vasti e più lontani, verso un passato arcaico, ma non per questo a noi meno vicino, per poter arrivare a comprendere le comuni e specifiche origini culturali, etniche e spirituali della nostra patria continentale europea: <em>gli europei sono divisi da un po’ di storia e uniti da molta Storia</em>, scriveva Drieu La Rochelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno solstiziale alla memoria ancestrale delle Origini, alle sorgenti, allo spazio e alla dimensione delle Origini.</p>
<p style="text-align: justify;">Le tante culture che arricchirono la storia conosciuta dell’Europa – quella celta, quella germanica, quella latina, quella ellenica e quella slava – appartennero a popolazioni che si formarono nel corso di secoli a seguito di più diramazioni provenienti da un medesimo ceppo, da una stessa e vasta famiglia di sangue: una stirpe originaria e unitaria, un <em>Urvolk</em> che condivideva la medesima <em>Koinè</em>, la medesima organizzazione sociale e politica, la medesima concezione solare del mondo, della vita e del sacro, precise forme spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono la stirpe dell’ascia, della luce e del fuoco, i popoli destinati per vocazione superiore, per diritto/dovere a portare il <em>Lògos</em>, la Legge e a ripristinare il <em>Kòsmos</em>, l’Ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Costoro appartennero alla stirpe indoeuropea – <em>Vagina gentium</em>, così li qualificheranno gli storici romani: l’utero dei popoli europei – la fonte germinale dei nostri padri, furono loro quindi i nostri antichi e comuni progenitori, i migliori rappresentanti dell’<em>homo europaeus</em>. Da loro noi discendiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Da loro abbiamo appreso la visione virile e sovrannaturale della lotta come fondamento dell’esistenza. Da loro abbiamo ricevuto in dono il Solstizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le più grandi e importanti migrazioni indoeuropee iniziarono tra il quarto e il terzo millennio a.C., all’indomani del definitivo riassorbimento dell’ultimo periodo glaciale. Ampie comunità organizzate di agricoltori, allevatori e guerrieri, masse ingenti di popoli nuovamente ricompattate, iniziarono a mettersi in marcia partendo dal loro focolare, una vasta area nordica che, secondo le interpretazioni più attendibili, si estendeva nello spazio compreso tra la Scandinavia, le rive meridionali e orientali del Baltico e i territori occidentali del caucaso, manifestando nel corso della loro impetuosa e inarrestabile marcia indiscutibili capacità militari e determinando anche il sorgere di nuove Civiltà, da quella indiana della narrazione sanscrita del <em>Rig-Veda</em> che ci racconta la conquista del Punjab da parte dei nobili e valorosi Arii giunti da Nord, da terre lontane attorno al 1000 a.C. fino a quella iranico-persiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Dappertutto in Europa l’irradiamento delle stirpi iperboree portatori del Sole invincibile abbatterà le stratificazioni sociali e politiche precedenti, imponendo nuovi modelli di autorità e rappresentazione e lasciando impronte indelebili, sorgeranno nuove forme comunitarie e statuali e verranno imposti nuovi simbolismi verticalizzanti, la severa selezione dei migliori, il rito della cremazione verrà privilegiato al posto dell’inumazione, rivelando al contempo una nuova visione della vita e della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’immagine del mondo che, nel complesso, si manifestava attraverso impostazioni e ritualità tipicamente solari orientate verso le dimensioni superiori del cielo e della luce, come anche la purificazione dello spirito dal peso della terra e la sua liberazione in una pura sostanza di fuoco esprimevano la qualificante chiave di lettura di una nuova concezione del simbolismo divino identificante di quei popoli: il cerchio solare, la croce celtica, il disco puntato, la ruota raggiata, il carro solare che verrà poi riproposto nel mito ellenico del dio Apollo dimorante nella patria celeste degli iperborei, i cigni trainanti la nave del Sole che ritroveremo nella saga del Graal e poi le asce bipenni e a compimento di tutto questo le importanti ricorrenze solstiziali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Solstizio d’inverno e il Solstizio d’estate: ambedue solenni ierofanie, manifestazioni del sacro in forma sensibile e autentiche teofanie nella percezione del divino.</p>
<p style="text-align: justify;">Porteranno con sé, nella loro lunga marcia, anche particolari immagini caricate di grande forza e solarità riflettenti la natura e il mondo animale, ricordi e immagini di terre lontane che raffigureranno con profondo rispetto nei loro manufatti e che rimarranno impresse nel tempo, come indelebili riferimenti, nella memoria della cultura popolare: la foresta, la quercia e la betulla, il lupo e l’orso, il cinghiale, il cervo e il cavallo, l’aquila e il cigno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non certo per assolvere a vaghe, primitive e indistinte esigenze di matrice naturalistica, quanto invece per esternare una particolare sensibilità e uno spontaneo rispetto nei confronti dell’organicità dell’insieme della vita, fosse essa umana, animale o vegetale, poiché tutte queste altro non potevano essere che manifestazioni armonicamente complementari e sensibili di un superiore Ordine divino e metafisico – l’essenza del Tutto – e pertanto a loro volta possibili veicoli, segni e simboli sacralizzanti di un irradiamento spirituale proveniente dall’alto, di un armonioso ordinamento di natura cosmogonica e naturale dell’esistenza in ogni sua espressione: il <em>Kòsmos</em> visibile e quello invisibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo altresì parlare anche di una sorta di virile cameratismo spirituale rivolto verso tutti quegli elementi e manifestazioni, anche viventi, che vennero ritenuti di collegamento e di compenetrazione tra il mondo sensibile e quello sovrasensibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ispirandosi ad una sensibilità severa, asciutta e misurata e a forme rigidamente composte e disciplinatamente strutturate, l’arrivo delle nuove stirpi indoeuropee corrisponderà poi alla fondazione di comunità patriarcali, guerriere e gerarchiche, custodi di vera giustizia e del più autentico spirito solare e apollineo. Lo stile e la legge degli Arii modellerà il volto dell’Europa, dando nuovi contenuti alla sua sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie a loro nascerà l’Europa e il mito della ninfa fanciulla che cavalca il toro bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso più ondate – Adriano Romualdi parlerà di una conclusiva <em>grosse Dorische Wanderung</em>, la calata dorica, il ritorno dei figli di Eracle – l’Europa verrà completamente sottoposta al processo di indoeuropeizzazione, annunciando così il sorgere del ciclo ellenico-romano: dalla dorica Sparta alle ferree virtù civiche di Roma, dall’originaria Tradizione di sangue, spirito e suolo fino ai valori qualitativi, gerarchici, eroici e agonistici che furono alla base della nostra Civiltà. Le forme pure e originarie della <em>Kultur </em>europea, nel senso spengleriano del termine.</p>
<p style="text-align: justify;">Un consapevole riconoscimento dei valori in cui aveva preso forma la Tradizione spirituale originaria nel percorso storico della Civiltà europea, rimarcando orgogliosamente che era esistita un’unità spirituale che andava dalla nordica Islanda all’India vedica, che ha lasciato la sua potente impronta nell’Ellade arcaica, nella Sparta dorica, a Roma, nelle terre celtiche in India e nel mondo germanico, in monumenti epici come l’<em>Iliade</em>, l’<em>Odissea</em>, l’<em>Eneide</em>, il <em>Mahābhārata, </em>il <em>Nibelungenlied</em> e <em>l’Edda di Snorri</em>, e nell’insegnamento di Platone, di Eraclito, di Seneca.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa unità spirituale originaria e ai suoi frutti nel processo di indoeuropeizzazione, Savitri Devi Mukherji, riconoscendone le verità e la grandiosità, dedicherà parole calde e appassionate: <em>“Gli Arya &#8230; Grecia, India, Germania: queste sono le pietre miliari della storia della mia vita. Proprio come le altre donne amano diversi uomini, di seguito, così io ho amato l’essenza di diverse culture, l’anima di almeno queste tre nazioni. Ma, in tutte e tre, ed al di sopra di esse, vi è la perfezione essenziale dell’arianità, che io ho visto e celebrato, adorandola per tutta la mia vita.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la sacralità evocatoria del Solstizio, la Comunità del popolo ritorna quindi a casa propria, alle Origini della stirpe, riscoprendone i valori fondanti, l’immagine del mondo e le verticalità spirituali: <em>“Un anno è per gli Dèi un solo giorno ed una sola notte. Per una metà dell’anno, mentre il sole procede verso Nord, è il loro giorno, per l’altra metà, mentre procede verso Sud, è la loro notte.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i popoli devono trovare giustificazione e nutrimento nei loro miti: I miti di fondazione li costruiscono, ne compongono la sostanza, ne strutturano la dimensione etico-spirituale, ne delineano il carattere e indicano loro il destino da perseguire.</p>
<p style="text-align: justify;">Era infatti una giusta convinzione di Johann Gottlieb Fichte che:<em> “Nelle qualità nascoste delle nazioni, in quelle di cui esse stesse non hanno coscienza, ma mediante le quali esse comunicano con le sorgenti della loro vita primordiale, risiede la garanzia della loro dignità presente e futura, della loro virtù e del loro merito.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">I miti di fondazione – l’Origine, nella sua piena dimensione metastorica – forniscono ai popoli la necessaria coesione identitaria, quella speciale specificità che li rende unici, li predispongono alla conquista del loro futuro e quando essi svaniscono cala la morte spirituale e di conseguenza i popoli si frantumano allontanandosi dalle loro sorgenti: niente più li unisce, poiché non sono più in condizione di distinguere un origine comune, la sua incommensurabile ricchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dissolvono inesorabilmente il senso di appartenenza e la consapevolezza dell’essere Popolo, dell’essere Comunità, le memorie condivise e quindi l’esistenza stessa, quell’attitudine totale ed eroica nell’affrontare quanto riserva il destino, le radici più intime, le stesse forme identitarie, quelle specifiche <em>forme di vita</em> con tutti i loro nessi interiori e superiori che le ordinano; mettendo così a repentaglio la stessa sopravvivenza culturale, spirituale ed etnica modificando quel paesaggio che per secoli lo ha visto protagonista e artefice del proprio destino, insomma tutti quei caratteri che lo mantengono e lo conservano, dando così forma compiuta e sostanza reale alla sua identità spirituale e culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Popolo si degrada e si trasforma in una massa anonima priva di volto, una svirilizzata e docile comparsa sul palcoscenico delle società mercantilistiche, una morte lenta e apparentemente inesorabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre, allora, riscoprire il Mito per ritrovare il Popolo e rivitalizzarlo ponendolo in prospettiva con il passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Solstizio vuole e deve essere anche questo: il Mito che si reincarna e si ripropone come vero e la Comunità che ritrovandosi unita nel momento solstiziale ripropone se stessa come architrave politico-spirituale per la rigenerazione del proprio Popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Mito dell’Origine svolge da sempre la funzione di ricordare e di tramandare che le tante manifestazioni del momento contingente non possono rappresentare altro che i singoli segmenti di un eterno divenire, profondamente ricco di molteplici e multiformi rimandi arcaici ed eterni, ma allo stesso tempo anche capace di evocare forme espressive sempre nuove, di generare nuove esperienze mobilitanti per i popoli e per le nazioni, quelle potenti sinergie che le rivoluzioni nazionalpopolari europee del secolo scorso hanno ben saputo manifestare.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la riscoperta del Mito originario la voce dei popoli è quindi in grado di tornare a parlare in tutta la sua pienezza, sappiamo che noi tutti siamo soltanto un anello dell’ininterrotta catena della corrente del sangue, dei valori e della Storia dei nostri antenati, una corrente impetuosa che giunge dall’eternità e deve andare verso l’eternità.</p>
<p style="text-align: justify;">Adoperarsi affinché questa corrente di sangue e di Spirito non si esaurisca mai è il grande compito assegnato dal destino ad ogni popolo che vuole continuare a restare tale, fedele a se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Diceva Johann Wolfgang Goethe, nelle sue massime: <em>“Il mondo contemporaneo non merita che si faccia qualcosa per lui: ciò che esiste oggi, il momento dopo può crollare. Dobbiamo lavorare per il mondo passato e per il futuro: per il primo, per ricostruirne i meriti, per il secondo, per cercare di innalzarne il valore.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Accendiamo allora i fuochi solstiziali, affinché le fiamme li levino alte nel cielo per gioire del trionfo del Sole invincibile, poiché la ruota gira, dice la gente …</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maurizio Rossi</strong></p>

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		<title>21 Maggio 2015 Per non dimenticare chi non volle negoziare sui Valori e sulle Identità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2015 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dominique Venner]]></category>
		<category><![CDATA[in memoriam]]></category>
		<category><![CDATA[rossi]]></category>
		<category><![CDATA[venner]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dominique Venner nacque a Parigi il 16 aprile 1935.</p>
<p style="text-align: justify;">In gioventù volle temprarsi nella militanza nazional-rivoluzionaria e conserverà nel tempo un ricordo più che positivo di quell’esperienza, giungendo a confermare in una delle sue ultime interviste che l’aver vissuto intensamente le vicende e le passioni estreme dell’attivismo politico era stato propedeutico nell’affinare il suo successivo impegno di storico e studioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Fece quindi parte del movimento <em>Jean Nation</em> di Pierre Sidos, svolse il servizio militare come paracadutista in Algeria durante la guerra contro l’FNL, partecipando poi alle pericolose iniziative militanti clandestine dell’OAS.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni successivi sarà anche un attivo sostenitore del movimento <em>Ordre Noveau</em> e subito dopo fondatore e direttore della prestigiosa rivista di cultura politica <em>Europe-Action</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà anche tra i primi patrocinatori del GRECE, inaugurando la nuova stagione degli studi bio-politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Attento studioso della Cultura europea non conformista degli anni 30/40, volle anche riproporre all’attenzione degli ambienti non conformisti quella specifica religiosità indo-europea che aveva incarnato lo spirito originario della nostra Civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà autore di numerose opere di revisione storica che ebbero il merito di contrastare con efficacia la propaganda del pensiero unico omologante liberal-progressista, diventando un attivo promotore di iniziative di mobilitazione culturale e politica contro l’immigrazione terzo-mondista e la deriva culturale cosmopolita e multirazziale che stava minacciando la sopravvivenza delle nazioni europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà infatti tra i primi a denunciare le strategie mondialiste che, attraverso l’utilizzo spegiudicato della demagogia immigrazionista, intendevano pervertire i concetti stessi di sovranità, cittadinanza e appartenenza, snaturandone il significato originario.</p>
<p style="text-align: justify;">Dominique Venner, già dalla fine degli anni settanta dello scorso secolo, aveva previsto tutto questo, tutte le drammatiche ricadute che stiamo subendo: un’impressionante ondata migratoria terzo-mondista la cui definizione, ormai alquanto semplicistica, volutamente semplicistica e banalizzante di ‘”immigrazione” suona patetica e soprattutto ipocrita alla luce della constatabile dimensione degli spostamenti continui di popolazione proveniente dal Nord Africa, dall’Africa nera e dal Medio ed Estremo Oriente e volendoci soffermare esclusivamente alla valutazione quantitativa e strettamente numerica che caratterizzerebbe l’ampiezza e la portata del fenomeno, sarebbe almeno puntuale, logico e maggiormente calzante esprimersi con il termine crudo di “invasione”.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde, il concetto stesso di “invasione”, come era già stato fatto notare da numerosi studiosi e analisti del fenomeno, oltre che da Dominique Venner, non voleva altro significare che l’ingresso di masse cospicue di altre popolazioni nel territorio di un’altra nazione, senza che quest’ultima possa opporsi ad un tale spostamento, a maggior ragione se un tale spostamento viene agevolato, promosso e sostenuto dai governanti delle stesse nazioni che lo subiscono, facendo appello a presunte e discutibili solidarietà nei confronti dei “migranti”, innalzando in termini esponenziali altrettanto discutibili “sensi di colpa” facendoli ricadere sugli europei.</p>
<p style="text-align: justify;">Una criminale e strumentale “carità” istituzionale che ambiguamente ha come fine un preciso obiettivo: disintegrare l’ormai fragile tessuto identitario dei popoli europei per trasformarli in una massa anonima e nomade piegata alla dittatura dei potentati mondialisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto questa immigrazione cospicua, inarrestabile e incontrollata, che l’intera Europa sta subendo, cosa altro può essere se non una autentica invasione programmata delle nostre terre, visto che si presenta in maniera così metodica e capillare?</p>
<p style="text-align: justify;">Una “invasione” ben particolare visto che ha potuto, purtroppo, vantare numerosi <em>sponsors</em> tra coloro che, all’insegna di una non ben chiara, ma certamente deleteria, “cultura della solidarietà e dell’accoglienza” richiedono a gran voce esclusivamente maggiori garanzie e tutele a beneficio degli extracomunitari, per non parlare poi di chi apertamente si è fatto portabandiera di allarmanti proposte che propagandano una auspicabile assimilazione totale e indiscriminata degli stranieri, circostanza che spalancherebbe la porta al fenomeno ancor più drammatico di una  “immigrazione di popolamento”, ovvero di una graduale sostituzione etnica della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi interessati e pressanti inviti che continuamente bombardano la popolazione italiana per una rapida riforma del riconoscimento della cittadinanza mediante l’adozione del principio dello <em>Ius Soli</em>, al posto del più giusto e corretto <em>Ius Sanguinis</em>, sarebbero propedeutici per una mutazione volta in tal senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dominique Venner aveva dedicato tutta la sua nobile esistenza per contrastare questa fatalità, questa profezia di sventura, denunciando coraggiosamente la pericolosità delle strategie di manipolazione culturale messe in campo dalle potenti Lobbies mondialistico-finanziarie contro l’Europa, contro la sua Storia, contro i suoi popoli e le loro magnifiche identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo aveva fatto all’insegna di una visione comunitaria e spirituale che privilegiava il “bene comune” dei popoli europei, le verità e i valori di una Tradizione le cui radici ancestrali affondavano in un arcaico e remoto passato, contrapponendosi alle avvilenti logiche di interesse materiale. Gli interessi sono sempre negoziabili, ma i valori non lo sono mai, e questo Dominique Venner lo sapeva bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questi motivi decise, serenamente e piamente padrone della sua mente e del suo Spirito, di darsi la morte il 21 maggio di due anni fa, in un luogo per lui altamente simbolico: Notre Dame de Paris.</p>
<p style="text-align: justify;">Un gesto estremo che ha scandalizzato l’opinione pubblica mettendo in imbarazzo molti, anche coloro che lo avrebbero dovuto comprendere: si è preferito dimenticare per non dover correre il rischio di interrogare la propria coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Politicamente “scorretto” fino in fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo però altresì certi che il sangue che quel 21 maggio venne generosamente sparso a Notre Dame de Paris non sia stato versato invano, inevitabilmente “concimerà” le aride terre d’Europa per riportarle a nuova vita, ancor di più fluirà come un fiume in piena nelle aride anime di quegli europei che non hanno ancora compreso di trovarsi sull’orlo dell’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo orgogliosamente certi che il sangue sgorgato dal martirio volontario di Dominique Venner genererà immancabilmente i suoi frutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Onore al camerata Dominique Venner. Egli vivrà per sempre!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maurizio Rossi </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le motivazioni di una morte volontaria</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di Dominique Venner</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Sono sano nel corpo e nella mente, e sono pieno di amore per mia moglie e i miei figli. Amo la vita e non mi aspetto nulla nell’Aldilà, se non la perpetuazione della mia Razza e del mio Spirito. Tuttavia, nel crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli che corrono la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire ora che ne ho ancora le forze.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Penso sia necessario sacrificare me stesso per rompere il torpore che ci affligge.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Offro ciò che resta della mia vita con l’intento di lanciare una protesta e una rifondazione. Ho scelto un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre Dame de Paris, che rispetto e ammiro: essa fu costruita dal genio dei miei antenati sul sito di luoghi di culto molto più antichi, ricordando in tal maniera le nostre immemori origini.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mentre molti uomini sono schiavi delle proprie vite, il mio gesto incarna invece un’etica della etica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Io mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze assopite. Mi ribello contro la fatalità del destino.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Insorgo contro i veleni dell&#8217;anima e contro gli invasivi desideri individuali che stanno distruggendo i nostri ancoraggi identitari, prima su tutti la famiglia, intimo fondamento della nostra civiltà millenaria. Mentre difendo l&#8217;identità di tutti i popoli a casa propria, mi ribello nel contempo contro il crimine che mira alla sostituzione dei nostri popoli.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il discorso dominante non può non far trapelare le sue ambiguità tossiche: ora sta agli Europei trarne le dovute conseguenze. In assenza di una religione identitaria cui ancorarci, condividiamo tuttavia da Omero in poi una memoria comune, depositaria di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita, facendola finalmente finita con quella metafisica dell’illimitato e dell’assenza di confini che è la fonte nefasta di tutte le moderne derive.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Chiedo perdono in anticipo a tutti coloro cui la mia morte farà soffrire, e in primo luogo a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici e ai miei sostenitori.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma, una volta attenuatosi il dolore, non metto in dubbio che sia gli uni sia gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e muteranno la loro sofferenza in orgoglio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Spero che tutti loro si uniscano e si mettano d’accordo per resistere e durare. Essi troveranno nei miei scritti più recenti la prefigurazione la spiegazione del mio gesto.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">(Dominique Venner, Parigi, 21/05/2013)</p>

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		<title>La Germania combatte contro i nemici dell’Europa, in difesa della Civiltà, della Cultura e del Socialismo europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2015 07:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Socialismo Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[hitler]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“In un universo composto di mediocri e di nani, noi, animati da una passione ardente, siamo stati dei costruttori di popoli, consapevoli del nostro destino storico. Non degli imbroglioni elettorali, come nella democrazia. Non degli scribi. Non dei parolai. Non dei gestori di ridicoli cantoni. Dei conquistatori, invece, siamo stati: lucidi e risoluti cavalieri che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“In un universo composto di mediocri e di nani, noi, animati da una passione ardente, siamo stati dei costruttori di popoli, consapevoli del nostro destino storico. Non degli imbroglioni elettorali, come nella democrazia. Non degli scribi. Non dei parolai. Non dei gestori di ridicoli cantoni. Dei conquistatori, invece, siamo stati: lucidi e risoluti cavalieri che dall’alto dei loro cavalli fissavano sino all’estremità del cielo l’avvenire che si offriva loro. Guerrieri di una milizia politica e cantori di una epopea che avrebbe potuto salvare, edificare, elevare tutto, come potremmo allora noi rinnegare anche una sola parola di quel che significò la nostra Fede, che ispirò la nostra Vita?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">(Leon Degrelle)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nonostante e a dispetto dei perduranti ricatti di natura esclusivamente politica che dal 1945 ad oggi continuano a condizionare le ricerche, le interpretazioni e le analisi sui complessi avvenimenti che riguardarono la seconda guerra mondiale, un nuovo filone di indagine, animato da una coraggiosa corrente storiografica decisamente controcorrente, comincia sempre più a prendere corpo apportando agli studi interessanti novità riguardanti le reali motivazioni che indussero alcune nazioni europee, in maniera particolare la Gran Bretagna e la Francia, ad inasprire ulteriormente la crisi politica europea in quel fatidico settembre 1939, costringendo di fatto la Germania nazionalsocialista a muovere i primi passi, giungendo così ad affermare che le cause che determinarono l’inizio delle ostilità del secondo conflitto mondiale risiedevano interamente nelle precise volontà politiche, ideologiche ed economiche espressamente anti-europee manifestate, con atti e prese di posizione, da parte delle democrazie liberal-capitalistiche dell’Occidente plutocratico e massonico e, congiuntamente, da parte dell’Unione Sovietica – il focolaio dell’infezione bolscevica che da Oriente minacciosamente premeva contro l’Europa, non vedendo l’ora di poter estendere i propri confini conquistando nuovi territori verso occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Risiedevano, inoltre, nella crescente ostilità maturata dalle consorterie liberal-massoniche e marxiste nei confronti delle legittime aspirazioni dei tedeschi di volere sottoporre a revisione le vessatorie clausole del trattato di Versailles che dal 1919 continuavano a penalizzare la Germania e le popolazioni di cultura e di lingua tedesca costrette arbitrariamente a vivere al di fuori dei suoi confini.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania nazionalsocialista aveva infatti deciso di risolvere il problema e di voler giungere quanto prima al superamento del vieto formalismo giuridico che era servito a legittimare strumentalmente lo status quo che era emerso dalla vergogna di Versailles, pronunciandosi a favore di una nuova concezione del diritto internazionale che tenesse conto delle ragioni bio-politiche dei popoli e affermando il suo sacrosanto diritto di natura <em>Völkisch</em>-razziale di potere estendere la sua protezione su tutte le popolazioni di stirpe germanica aventi cittadinanza straniera, perché esse per innumerevoli e incontestabili motivi culturali, storici ed etnici appartenevano di fatto al suo <em>Grossraum</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cause e le ragioni degli ardenti sostenitori della guerra ad ogni costo risiedevano, soprattutto, nella profonda avversione, apertamente manifestata con violente dichiarazioni, nutrita dalle Oligarchie capitalistiche dell’Alta finanza mondialista convenientemente alleate, per la circostanza, con i cenacoli borghesi del cosmopolitismo marxista e con il bolscevismo sovietico, nei confronti del Nazionalsocialismo che si era vittoriosamente affermato in Germania le cui specifiche caratteristiche, che si trovavano espresse nei numerosi e innovativi interventi volti a qualificare i contenuti e le ambizioni di una nuova politica estera chiaramente revisionista e di una a dir poco rivoluzionaria politica sociale, venivano considerate di gran lunga compromettenti e estremamente dannose per il mantenimento dei loro interessi nel continente europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le politiche sociali e i provvedimenti di natura economica adottati dallo Stato nazionalsocialista furono sempre coerentemente indirizzati a garantire i prioritari interessi della <em>Volksgemeinschaft</em>, la nuova comunità organica del popolo tedesco, interessi che dovevano essere sempre rispettati e privilegiati a fronte delle egoistiche pretese delle classi, delle categorie e dei singoli individui.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Nazionalsocialismo emergeva potentemente la ferma volontà di dare un reale significato e una concreta testimonianza di una rinnovata Civiltà, un segnale rivolto a tutti i popoli dell’Europa dell’avvenuto inizio di una nuova e grande epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il segnale che annunciava la battaglia per un organico sviluppo sociale ed economico a favore della totalità del popolo e della nazione, che andasse ben oltre le ormai superate ed utilitaristiche concezioni economicistiche che caratterizzavano il liberal-capitalismo e il marxismo. Era la battaglia per un’armoniosa crescita culturale a tutto campo che valorizzasse l’anima, lo spirito, l’intelletto e le arti e che la facesse finita, una volta per tutte, con la stagione delle aride derive intellettualistiche e delle bassezze materialistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Era la battaglia per la realizzazione del vero Socialismo, ovvero quello nazionale, comunitario e popolare, la cui dottrina, permeando ogni aspetto della vita civile e sociale, avrebbe consentito al popolo tedesco l’ingresso in una entusiasmante era di coesione, di unità e di solidarietà che non avrebbe mai più conosciuto le lacerazioni e le contrapposizioni di classe.</p>
<p style="text-align: justify;">Era la nobile battaglia del Sangue e del Suolo per la mobilitazione e la rinascita del ceto contadino, che sarebbe ritornato così ad essere il depositario delle radici storiche e spirituali e delle tradizioni del popolo e al contempo costituire di nuovo la sorgente di perenne rinnovamento bio-spirituale della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, tutto questo voleva solamente significare l’affrancamento definitivo di un intero popolo dalle catene imposte, a Versailles, dal Capitalismo internazionale le cui perverse logiche, favorendo le nazioni vincitrici, avevano relegato in un angolo una Germania umiliata facendone una nazione di sfruttati.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal momento in cui gli USA avevano iniziato, nel corso del diciannovesimo secolo, la loro progressiva espansione commerciale e militare nel mondo, un’espansione ufficialmente ben garantita dalla proclamazione della dottrina di <em>Monroe</em> che le permetteva di negare a tutte le nazioni europee la possibilità di un qualsiasi intervento nell’ambito dell’intero continente americano, soltanto la Germania nazionalsocialista ebbe la capacità di comprendere che la minaccia dell’invadenza statunitense non avrebbe riguardato solamente lei stessa e la sua sopravvivenza, ma avrebbe inevitabilmente coinvolto tutta l’Europa e per tutto il continente sarebbe iniziata conseguentemente una fase di progressivo declino, mentre contemporaneamente e smisuratamente sarebbe cresciuta la potenza economica e militare statunitense e di riflesso le sue mire di dominio imperialistico nel mondo e l’allargamento del mercato su scala planetaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’interessata ingerenza degli USA nelle questioni interne europee si era, d’altronde, già chiaramente manifestata durante il primo conflitto mondiale, quando il presidente Thomas Woodrow Wilson annunciò la decisione di dichiarare guerra alla Germania andando così in soccorso della Francia e della Gran Bretagna. Anche allora le influenti <em>Lobbies </em>economico-politiche di<em> Wall Street</em> e di <em>Washington </em>riuscirono a convincere la loro recalcitrante opinione pubblica, maggiormente propensa verso una scelta di neutralità, dichiarando che gli americani erano stati costretti dagli avvenimenti a scendere in campo per difendere i valori delle “libertà democratiche” che sarebbero stati, a detta loro, seriamente minacciati da una eventuale vittoria degli Imperi centrali, aggiungendo inoltre che una vittoria tedesca avrebbe anche messo in serio pericolo gli interessi commerciali americani nel mediterraneo e nel Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1941, gli Stati Uniti avrebbero riproposto puntualmente il medesimo copione.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre la Gran Bretagna non avrebbe mai potuto tollerare la persistenza nel cuore dell’Europa di un soggetto politico talmente forte ed influente avente l’ambizione di essere in grado di modificare le coordinate geo-politiche dell’intero continente e mettere così a repentaglio le delicate strategie politiche ed economiche secolarmente perseguite dall’Impero di Sua Maestà. L’Europa non poteva assolutamente permettersi il lusso di emanciparsi dalla poliziesca tutela imposta dalla talassocrazia britannica. Ed il soggetto politico, la cui potenza turbava il sonno dei politicanti massoni di <em>Westminster</em>, era proprio la Germania nazionalsocialista.</p>
<p style="text-align: justify;">Non poteva, quindi, esserci altro sbocco che la guerra, una guerra decisa a tavolino dai plutocrati e dai mercanti in totale spregio delle proposte avanzate fino ad allora da parte del <em>Reich</em> a favore della pace e del disarmo e a distanza di due decenni dalla fine del primo conflitto mondiale l’Europa sarebbe tornata ad incendiarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’immane conflitto che avrebbe trascinato le nazioni europee a consumarsi nella voragine di un’autentica carneficina e che, fin dall’inizio, venne caratterizzato nella propaganda e nell’immaginario collettivo dei popoli europei come uno scontro all’ultimo sangue fra opposte e irriducibilmente contrastanti <em>Weltanschauungen</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una parte si trovarono schierati ed allineati, coalizzati nel medesimo proposito di annientamento del Nazionalsocialismo, i difensori della democrazia liberale e massonica, del modello di sfruttamento capitalistico, dell’imperialismo commerciale e mercantile di rapina delle risorse del mondo, affiancati dai volenterosi e falsi “evangelizzatori” del verbo marxista e dell’imperialismo sovietico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’altro fronte, trascinata suo malgrado nel conflitto, si collocava la Germania nazionalsocialista, colpevole agli occhi dei “padroni del mondo”, di costituire un cattivo esempio per tutte le popolazioni assoggettate ai capricci dell’Alta finanza mondialista. Proprio perché la Germania, forte della sua ricostituita e formidabile comunità organica popolare che cresceva e si rafforzava con la precisa volontà di perseguire il suo nuovo destino storico all’insegna di un vero cameratismo di popolo, così intensamente percepito tanto da esserne permeata in profondità, e in più orgogliosa dello spirito costruttivo del suo autentico Socialismo tedesco, realmente applicato, le cui fondamenta risiedevano nel sovrano principio nazionalsocialista della prioritaria prevalenza del bene comune del popolo sull’interesse individuale – concezioni che trovavano la loro reciproca legittimazione negli echi profondi dell’idea razziale, sintesi biologica e mistica e nel richiamo alle potenti energie che scaturivano dalle virtù ataviche delle forze della terra e del sangue – rappresentava una minaccia reale per l’orizzonte mercantilistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Una minaccia la cui portata storica era di gran lunga superiore a quella falsamente rappresentata dall’Unione Sovietica e che rappresentava una credibile e soprattutto praticabile alternativa anti-plutocratica e anti-capitalistica. Una speranza di alternativa sociale e politica, il cui messaggio ben presto si sarebbe diffuso ben oltre i confini del <em>Reich.</em> E tutto questo era, per la nomenklatura dei potentati economici, assolutamente inammissibile ed inconcepibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Le reali motivazioni che avevano indotto a muovere guerra contro la Germania erano comunque ben note alla dirigenza nazionalsocialista, e trovarono una puntuale risposta nelle parole pronunciate da Adolf Hitler nel novembre 1939:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“La guerra è venuta semplicemente perché l’Inghilterra l’ha voluta! Noi siamo persuasi che vi saranno sempre guerre finché i beni del mondo non saranno distribuiti equamente, e finché questa distribuzione di beni non sarà fatta volontariamente ed equamente. (…) Anche noi condividiamo l’opinione che bisogna farla finita con questa guerra, e che non deve essere possibile, o lecito, o necessario il suo rinnovarsi ogni pochi anni. Riteniamo per questo indispensabile che a tal uopo le Nazioni si limitino alle loro sfere d’influenza; che, in altre parole, cessi lo stato di cose per il quale un popolo abbia l’arroganza di fare il poliziotto del mondo e di mettere il naso dappertutto. Per quanto riguarda almeno la Germania, il Governo inglese dovrà ancora riconoscere che deve fallire e fallirà il tentativo di erigere sopra a noi una dittatura poliziesca. Nel passato e nel presente non abbiamo fatto mai la conoscenza di governanti britannici in veste di apostoli di civiltà, figuriamoci dunque se potremo sopportarli in veste di poliziotti! I veri moventi della loro condotta si trovano però in un altro campo. Costoro odiano lo spirito sociale della Germania!”</em></strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando il 3 settembre 1939, la Gran Bretagna e la Francia dichiararono aperte le ostilità contro il <em>Reich</em> nazionalsocialista tutto il mondo comprese che le risorse impiegate sarebbero andate ben oltre il mero dato materiale inerente all’entità dei mezzi e dei sofisticati armamenti da mettere in campo, perché nella mobilitazione di tutte le energie disponibili, quelle propriamente intellettuali, anch’esse quanto mai sofisticate e quelle spirituali avrebbero giocato un fondamentale ruolo di primissimo piano, con una intensità tale mai concepita e verificatasi in precedenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opinione pubblica mondiale, nonostante non potesse essere in grado di prevedere e stabilire la portata effettiva degli sviluppi politici e militari della guerra, comprese anche che sarebbe stato tuttavia difficile illudersi che essa potesse essere una guerra limitata, fosse solamente per i profondi significati di cui il conflitto andava strada facendo caricandosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una feroce e sanguinosa guerra civile ideologica avrebbe avuto così inizio e per i soldati tedeschi sarebbe stata una battaglia dettata dalla necessità di garantire la sopravvivenza stessa del loro popolo e delle loro più profonde convinzioni ideali, infatti e non a caso loro stessi definirono il conflitto come <em>Der Kampf um unsere Weltanschauung</em>, a dimostrazione di come avessero acquisito una superiore e matura consapevolezza politica della situazione internazionale e della posta in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">Una eloquente spiegazione di alto profilo, sui motivi per i quali il popolo tedesco era stato chiamato dal destino a doversi fare carico degli immensi sacrifici che una guerra comportava, venne dal più autorevole esponente della cultura nazionalsocialista, l’incaricato per l’educazione ideologica Alfred Rosenberg:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>“<em>Per l’uomo tedesco, ogni lotta è svilita se non è provocata e sostenuta dalla decisione di portare un vero ideale alla vittoria. (…) Dobbiamo sopportare il peso di questa guerra che ci è stata imposta dagli ebrei e dalle potenze plutocratiche. Essi ci invidiavano per tutto ciò che abbiamo laboriosamente ottenuto grazie alla nostra Weltanschauung, mediante lo sforzo tenace e l’incessante lavoro degli individui e del popolo nel suo insieme: la nostra comunità di popolo nazionalsocialista, il nostro Socialismo, i successi del nostro lavoro, le scoperte fatte dalla nostra economia che ha ripreso nuovo vigore, il nostro elevato reddito nazionale, lo stato di salute del nostro popolo, la nostra giovinezza, la nostra potenza militare, in breve tutto quello che avevamo creato per noi stessi, grazie alla nostra forza, nelle più avverse condizioni possibili.”</em></strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sarà, pertanto, la guerra rivoluzionaria del Sangue contro l’Oro, della cultura radicata nel popolo contro i languori decadenti del nomadismo intellettuale, del lavoro produttivo contro la speculazione finanziaria, delle virtù eroiche e idealistiche di una gioventù lanciata verso la conquista del futuro contro il conformismo e la vigliaccheria borghese, della dimensione comunitaria contro l’individualismo egoistico e l’astrattismo societario, del Socialismo nazionale contro il Capitalismo mondialista e l’internazionalismo marxista, del Nuovo Ordine delle nazioni europee contro il caos cosmopolita.</p>
<p style="text-align: justify;">Assolute contrapposizioni ideologiche che saranno poi puntualmente confermate in pieno conflitto bellico dal filosofo nazionalsocialista Alfred Baeumler:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Il Nazionalsocialismo viene combattuto dalla democrazia e dal capitalismo internazionale, che è uguale, perché è risoluto ad attuare la ricostruzione dell’Europa con quelle forze che sono presenti in ogni popolo, di porre fine al falso dominio del denaro e di costruire un nuovo ordine politico sui principi dei caratteri nazionali.”</em></strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le vicende storiche dimostrarono, inequivocabilmente, come i nemici della Germania si fossero rivelati al contempo anche come i più accaniti nemici della millenaria Civiltà dell’Europa, i negatori della sua Tradizione e ancor più di un giusto ordinamento politico e sociale dei popoli europei, coordinato dalla Germania, che avrebbe finalmente sanato le ferite rimaste ancora aperte, prodotte dalle interminabili e secolari “guerre civili” che avevano gradualmente dissanguato l’esausto organismo europeo e affermato congiuntamente una politica di vasto respiro continentale in grado di tenere validamente testa alle trasformazioni dei rapporti internazionali dovute all’irruzione nello scenario mondiale degli USA e dell’URSS.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella cultura politica nazionalsocialista era ben presente, ancor prima dello scoppio della guerra, la dicotomia esistente tra il concetto di Europa, spazio geopolitico culturalmente ed etnicamente ben determinato, inteso come la feconda culla della Civiltà olimpico-solare di matrice nordica e delle sue manifestazioni elleniche, romane e germaniche sviluppatesi nel corso dei secoli ad opera dei discendenti delle originarie migrazioni delle genti indo-europee, e l’Occidente plutocratico visto invece come uno spazio espanso, geograficamente non definibile, semiticamente inquinato e culturalmente cosmopolita.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i nazionalsocialisti esisteva invece uno specifico “modello europeo” che non doveva essere assolutamente equivocato, tantomeno confuso con l’Occidente contrassegnato dalle democrazie capitalistiche, oppure con l’Oriente asiatico-bolscevico.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per difendere la Cultura e la Civiltà del vecchio continente e affinché l’Europa stessa tornasse ad essere padrona della propria Storia, si rivolsero, con un messaggio politico e sociale di ampio respiro, un autentico bando di arruolamento, ai popoli delle nazioni europee affinché aderissero alla comune battaglia, sottolineandone la comune appartenenza razziale e culturale ad un’unica famiglia e qualificando l’Europa stessa come la naturale patria comune di questa unica famiglia. Così facendo la Germania volle porre l’accento sulla stretta parentela <em>Völkisch</em> di tutte le nazioni europee e di conseguenza giungere ad estendere ad esse un sostanziale e comune riconoscimento di omogeneità sul piano della Civiltà e nel rispetto delle singole peculiarità nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso tempo venne posta in evidenza la logica posizione di <em>Leadership </em>politica continentale che la Germania nazionalsocialista avrebbe dovuto continuare a ricoprire per potere, grazie alla sua potenza militare, economica e politica, continuare a sostenere lo sviluppo complessivo dell’Europa e, contemporaneamente, venne annunciata l’urgente necessità politica e strategica di procedere verso la realizzazione di un’unità continentale della Comunità delle nazioni europee da concretizzarsi nell’ambito di un ordinamento politico socialista di natura <em>Völkhaft</em>, ovvero un ordinamento fondato sulle inalienabili basi etniche e rispettoso della specifica natura dei popoli. Si trattava sostanzialmente dell’applicazione di quella potente Idea del Socialismo europeo che era stata intelligentemente e compiutamente elaborata dai più prestigiosi economisti e intellettuali nazionalsocialisti (uomini del calibro di Werner Daitz, Giselher Wirsing, Ferdinand Fried, ecc…) in collaborazione con il <em>Reichsführer </em>SS Heinrich Himmler e i vertici del SS<em> Hauptamt</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non potevano che ritornare quindi alla mente le considerazioni espresse in merito nel 1936, dunque in anni non sospetti, dal noto filosofo nazionalsocialista Hermann Schwarz:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Siamo convinti che il nostro Socialismo basato sulla fratellanza di sangue si diffonderà sugli altri popoli e darà nuova forma anche al rapporto tra le nazioni, giacché esso contiene in sé la promessa di una nuova lega dei popoli, più ricca di sostanza di quella attuale perché fondata su un Socialismo attento all’onore dei popoli.”</em></strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Che la politica europeistica portata avanti dalla Germania venisse presa in seria considerazione venne dimostrato dal gigantesco afflusso di volontari europei disposti ad andare a combattere contro gli anglo-americani e i sovietici vestendo l’uniforme tedesca e dall’adesione entusiastica di numerosi intellettuali, provenienti dai quattro angoli dell’Europa, disposti a credere nel progetto nazionalsocialista dell’unità culturale e politica del continente.</p>
<p style="text-align: justify;">Intellettuali come lo scrittore collaborazionista francese Pierre Drieu La Rochelle che ritenne che fosse finalmente giunto il momento di mettere da parte le vecchie pretese nazionalistiche e dinastiche e di riporre invece la massima fiducia nelle capacità rivoluzionarie e nelle prospettive geopolitiche insite nel programma socialista e identitario di liberazione continentale proposto dalla Germania agli europei e soprattutto, con l’aggiunta di una buona dose di realismo politico, giudicò importante affermare che non vi era assolutamente più tempo da spendere in oziose tergiversazioni ed eventuali polemiche perplessità che mettessero in dubbio la legittimità della funzione egemonica e di guida politica della futura nuova Europa che la Germania avrebbe svolto:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Il Socialismo tedesco distrugge attraverso la guerra la struttura dei capitalismi nazionali. D’altronde il suo concetto di nazionalismo si è ampliato, durante la sua rivoluzione, in modo considerevole per due motivi: Per il fatto stesso che raduna tutti gli appartenenti alla nazione tedesca, costituisce una massa di novanta milioni di uomini la cui statura rende inutile e debole la forza di tutti gli altri gruppi europei, fra i quali il più numeroso ha solo quarantacinque milioni di uomini e i meno numerosi uno o due milioni. Il Socialismo tedesco, basandosi sul razzismo, si fonda su un principio che gli permette di correggere lo squilibrio che crea e di ristabilire su una base valida lo sviluppo futuro della rivoluzione. In Europa il razzismo è l’arianesimo. Ora tutti gli elementi etnici europei sono arii a differenza degli ebrei, dei meticci semiti o negroidi. Da questo punto di vista il germanesimo non è altro che la punta più avanzata dell’europeismo.”</em></strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo puntualmente tutte queste valutazioni e polemiche politiche, assieme a molto altro ancora e il tutto espresso in forma ancora più dettagliata e approfondita, nelle interessanti e coinvolgenti pagine di <strong><em>Per che cosa combattiamo?</em></strong>, un testo di straordinaria importanza storica, una delle migliori e qualificate espressioni della propaganda ideologica nazionalsocialista del periodo della guerra, che per la prima volta viene presentato, fedelmente tradotto a cura dell’<strong>Editrice Thule Italia</strong>, all’attenzione del pubblico italiano.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/01/1image001.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-5434 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/01/1image001-196x300.jpg" alt="1image001" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’opera venne originariamente pubblicata, con una tiratura iniziale di oltre trecentomila copie, nel gennaio 1944 con il titolo di <strong><em>Wofür Kämpfen Wir?</em></strong> e capillarmente diffusa tra i soldati della <em>Wehrmacht, </em>all’interno il testo era preceduto da una presentazione elogiativa di Adolf Hitler che evidenziava l’importanza del contenuto e ne sollecitava la lettura e la diffusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il volere oggi riproporre quest’opera, dall’indiscutibile valore storico, politico e culturale, nella sua versione tradotta che riproduce accuratamente l’edizione originale (comprese le cartine storico-illustrative, le immagini fotografiche allegate e le sottolineature in grassetto che volevano evidenziare, nel corpo del testo, i passaggi ritenuti particolarmente qualificanti e importanti da parte degli autori), costituisce per la Editrice Thule-Italia una significativa dimostrazione di impegno meta-politico e di milizia editoriale rivolta a tutti coloro che manifestano la volontà di volersi disintossicare dalla pseudo-cultura del “pregiudizio” colpevolizzante e andare ben oltre i luoghi comuni e gli stereotipi interpretativi canonizzati dalla propaganda “ufficiale” imposta dai vincitori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per che cosa combattiamo?</em></strong> apparteneva ad una categoria particolare della letteratura politica nazionalsocialista che era dedicata specificatamente a quell’aspetto della propaganda che le autorità nazionalsocialiste, in totale sinergia con gli esponenti dell’<em>Ober Kommando der Wehrmacht</em>, definivano come funzionale e attinente all’educazione ideologica dei soldati tedeschi e al loro orientamento spirituale nei confronti della guerra, questo genere di pubblicazioni venivano anche definite <em>Gedankenführungen</em>, ovvero “guide del pensiero” e dovevano essere anche in grado di offrire interessanti e validi contributi per la tenuta politica e il riarmo spirituale del popolo tedesco affinché fosse sempre in condizione di sostenere attivamente e moralmente il cosiddetto “fronte interno” e sopportare le crescenti asprezze derivanti dalla guerra. Difatti, l’obbiettivo strategico perseguito ossessivamente dagli Anglo-americani di volere spezzare il morale del popolo tedesco ed incrinarne la fedeltà politica attraverso l’utilizzo indiscriminato dei continui bombardamenti terroristici, che radevano al suolo le città e mietevano vittime innocenti fra la popolazione civile, non venne mai raggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intensità e le difficoltà che l’espansione crescente del conflitto determinavano e la mobilitazione umana, materiale e psicologica che la guerra totale comportava e a cui la Germania dovette fare fronte, non costituirono un freno per lo sviluppo ulteriore delle politiche interne nazionalsocialiste, tanto meno indussero il regime nazionalsocialista ad arroccarsi in una posizione di stallo. Tutt’altro!</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra, proprio per il grado elevato di tensione spirituale e di mobilitazione che ingenerava, costituiva già di per sé un importante fattore incentivante per procedere, con radicale coerenza, ancora più speditamente lungo la strada che era stata intrapresa nel 1933 e quindi si rivelò fortemente promotrice di una avanzata modernizzazione strutturale nel campo politico, sociale ed economico che andava felicemente incontro alle aspettative programmatiche ed ideologiche prospettate dal Nazionalsocialismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella dinamica sintesi ideologica nazionalsocialista, l’entusiastica adesione alla guerra totale (sollecitata da Joseph Goebbels nel suo celebre discorso del 18 febbraio 1943, tenutosi all’indomani della tragedia di Stalingrado) non significava altro che il proseguimento della rivoluzione con altri mezzi e l’abbattimento definitivo delle ultime residuali sacche di opposizione interna che ancora sopravvivevano tra le pieghe della società tedesca.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra totale, alla resa dei conti, preparava il terreno della rivoluzione totale.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>Volksgemeinschaft</em>, grazie al benefico effetto prodotto dalla mobilitazione bellica, si trovò quindi nella privilegiata condizione di giungere alla completa identificazione con la <em>Kampfgemeinschaft</em>, la comunità combattente nazionalsocialista, ed essere così pienamente rappresentativa, ancora più di prima, della totalità politica della comunità organica del popolo, una realtà vivente e disciplinatamente disposta al sacrificio esprimente appieno la propria unità socialista di intenti, il comune senso di profonda appartenenza e di riconoscimento con la propria intima visione del mondo espressa all’unisono attraverso un’espressione corale che era come riconducibile ad una sola voce. La realizzata <em>Kampfgemeinschaft</em> nazionalsocialista del popolo tedesco, nella piena e matura consapevolezza della sua natura di organismo comunitario permeato dai principi nazionalsocialisti, scolpito da un severa e spartana etica socialista e saldamente ancorato alla propria dimensione politica, culturale e razziale, si venne a trovare nella possibilità di potere esprimere al meglio la sua formidabile volontà di essere “Nazione” e come tale la unica depositaria di una volontà metastorica realizzabile soltanto attraverso il sacrificio eroico e il virile superamento delle avversità e delle terribili prove che erano state imposte dalla Storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Partito nazionalsocialista, il Fronte del Lavoro, l’Assistenza popolare nazionalsocialista e le altre strutture ad esse collegate si trovarono pertanto nella assoluta condizione per potere dare un’accelerazione definitiva alla spinta rivoluzionaria interna e fare così del Nazionalsocialismo una totalizzante proiezione ideale, avanzando risoluti verso la realizzazione della <em>sozialistische Volkskameradschaft</em>, verso l’attuazione completa delle Idee del Socialismo rivoluzionario in versione hitleriana e portare infine a compimento l’edificazione di quello Stato popolare nazionalista e socialista che era stato particolarmente messo in evidenza da Adolf Hitler nel corso del suo discorso del 30 gennaio 1944:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Quando, undici anni fa, il movimento Nazionalsocialista raggiunse il potere, dopo una lunga lotta con mezzi legali, le condizioni principali per risolvere con successo questi compiti erano già state create. La Volksgemeinschaft tedesca si era incarnata nel movimento stesso. Non fu quindi lo Stato a forgiare il movimento nel corso degli anni successivi. Fu invece il movimento a modellare lo Stato. Sebbene da allora molte grandi cose siano state realizzate, la costruzione della Volksgemeinschaft tedesca è, senza dubbio, in vetta alle imprese della rivoluzione Nazionalsocialista. Essa fu la trasformazione non solo pacifica, ma anche tenace, del precedente Stato classista in un nuovo organismo socialista, un Volksstaat, che solo ha reso possibile al Reich tedesco l’immunizzarsi da tutti i tentativi d’infezione bolscevica. (…) I garanti sono oggi, non soltanto i soldati al fronte, ma anche chi combatte in patria. Giusto come la prima guerra mondiale dette valore al Nazionalsocialismo, così esso si rafforzerà e si fortificherà nella seconda. Non importa quanto sarà arduo. (…) Il tentativo dei nostri nemici di provocare il crollo del popolo e del Reich tedeschi usando bombe incendiarie e ad alto potenziale, avrà come conseguenza ultima soltanto quella di rafforzare ancor di più la sua unità socialista e di creare quel solido Stato cui la Provvidenza ha dato in sorte di modellare la storia d’Europa nei secoli a venire.”</em></strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A maggior ragione anche le unità combattenti della <em>Wehrmacht</em> dovevano essere attraversate dallo stesso fervore rivoluzionario, affinché fossero messe in condizione di maturare una piena ed effettiva coscienza della <em>Weltanschauungskrieg</em> in atto ed eguagliare i medesimi livelli di comprensione e di politicizzazione che erano propri dei combattenti delle Waffen-SS.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ovviare a tali necessità in seno all’<em>OberKommando der Wehrmacht </em>venne istituito uno Stato maggiore nazionalsocialista, il <em>NS-Führungsstab</em>, emanazione diretta del Partito nazionalsocialista, avente lo specifico compito di pianificare in larga scala tutte le iniziative volte al completamento della formazione ideologica delle truppe e quindi procedere verso un’intensificazione dell’indottrinamento mediante un massiccio utilizzo dei migliori strumenti della comunicazione e della propaganda come le trasmissioni radiofoniche, le proiezioni cinematografiche, le conferenze e i dibattiti e soprattutto attraverso la diffusione capillare di specifiche pubblicazioni dal ricco contenuto storico e politico-ideologico, come appunto <em>Per che cosa combattiamo?.</em></p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito, lo Stato maggiore nazionalsocialista si preoccupò anche ad istituire come suoi incaricati le figure degli <em>NSFO </em>i cosiddetti <em>Nationalsozialistischer Führungsoffiziere</em>, gli Ufficiali direttivi nazionalsocialisti (paragonabili in parte ai commissari politici sovietici) che vennero inseriti in organico all’interno delle unità divisionali dell’esercito con il compito di vigilare sulla corretta osservanza delle disposizioni politiche e militari, rinvigorire la tenuta morale e psicologica dei soldati provvedendo direttamente alla loro istruzione ideologica e attraverso il ricorso al dialogo e al confronto diretto (una pratica che venne molto apprezzata dai soldati) sollecitare in loro il manifestarsi di una superiore coscienza che li avrebbe elevati al rango di “soldati-politici” della <em>Weltanschauung</em> nazionalsocialista, sempre più persuasi della grandezza della causa di difensori dell’integrità della Patria e dell’Idea del <em>Reich</em>, dell’ordinamento popolare nazionalsocialista, del progetto di unificazione europea e di quel Socialismo europeo che la Germania portava in dote per il riscatto sociale dei popoli del continente.</p>
<p style="text-align: justify;">La successiva creazione delle <em>Volksgrenadier Divisionen,</em> la fanteria d’assalto della nuova Armata popolare nazionalsocialista, rappresentò il completamento del processo di caratterizzazione politica dell’esercito che era stato anche ulteriormente accentuato dall’epurazione degli ufficiali traditori della <em>Wehrmacht</em> coinvolti nel fallito attentato al <em>Führer</em> del 20 luglio 1944.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo contribuì in maniera determinante a fare dei soldati tedeschi i più coraggiosi combattenti del secondo conflitto mondiale, soldati fortemente motivati e consapevoli della causa ideale per la cui affermazione si batterono con ammirevole tenacia e accanimento immolandosi su tutti i fronti di guerra sparsi ai quattro angoli dell’Europa. Soldati formidabili, meritevoli di tutto il rispetto e l’ammirazione possibile, che furono in grado di accettare, con un profondo senso dell’onore ed una esemplare disciplina, gli immensi sacrifici a cui andavano incontro pur di rappresentare la l’infrangibile barriera difensiva della Civiltà e della Cultura europea ed incarnare così quella speranza di salvezza a cui fece riferimento Adolf Hitler il 26 febbraio 1945, in uno dei suoi ultimi discorsi:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Io sono stato l’ultima speranza dell’Europa. L’Europa non poteva essere unificata per effetto di una riforma volontariamente concertata. Non poteva venire conquistata con il fascino e con la persuasione. Per poterla prendere bisognava violentarla. L’Europa può essere costruita soltanto su rovine. Non su rovine materiali, ma sulla rovina congiunta degli interessi privati, delle coalizioni economiche, sulla rovina delle idee ristrette, dei particolarismi superati e dello stupido spirito di campanile. Bisogna fare l’Europa nell’interesse di tutti e senza risparmiare nessuno.”</em></strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Storia, anche se molti non vogliono ancora ammetterlo, gli avrebbe dato ragione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maurizio Rossi</strong></p>

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		<title>28 Ottobre 1922  La sintesi fascista di squadrismo, gioventù e rivoluzione.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Oct 2014 06:46:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appunti di Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[rossi]]></category>
		<category><![CDATA[Storia del fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>     “Noi siamo in guerra dal 1922, e cioè dal giorno in  cui alzammo contro il mondo massonico, democratico, capitalistico la bandiera della nostra rivoluzione. Da quel giorno il mondo del liberalismo, della democrazia, della plutocrazia ci dichiarò e ci fece la guerra con campagne di stampa, diffusione di calunnie, sabotaggi finanziari, attentati e congiure [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>     “Noi siamo in guerra dal 1922, e cioè dal giorno in  cui alzammo contro il mondo massonico, democratico, capitalistico la bandiera della nostra rivoluzione. Da quel giorno il mondo del liberalismo, della democrazia, della plutocrazia ci dichiarò e ci fece la guerra con campagne di stampa, diffusione di calunnie, sabotaggi finanziari, attentati e congiure anche quando eravamo intenti a quel lavoro di ricostruzione interna che rimarrà nei secoli quale indistruttibile documentazione della nostra volontà creatrice.” </em>(Benito Mussolini)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le conseguenze generate dalla fine della prima guerra mondiale ebbero l’effetto di sconvolgere il mondo intero, creando le condizioni ottimali per un radicale mutamento delle forme politiche e civili delle nazioni europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era infatti definitivamente concluso il periodo della cosiddetta <em>belle époque</em>, erano crollate realtà dinastiche che avevano imperato per secoli e la stessa Europa stava sprofondando in una abissale crisi di valori, apparentemente senza via di uscita,</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa partecipazione militare degli USA al conflitto, con tutto quello che ne sarebbe poi conseguito, congiuntamente alla rivoluzione bolscevica che si imposta in Russia, avevano fatto comprendere, anche ai più ingenui, che la secolare egemonia politica, culturale e militare dell’Europa sul resto del mondo stava volgendo drammaticamente verso il tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorgeva, invece, l’appassionante stagione delle grandi <em>Weltanschauung </em>che si impadronirono della coscienza delle masse europee, dei movimenti a vocazione totalitaria, della militarizzazione della politica e di una gioventù idealistica ansiosa di potersi battere nelle strade. La stagione impetuosa delle grandi rivoluzioni che avrebbero mutato il corso della Storia, determinando i destini dei popoli e delle nazioni: quella bolscevica, quella fascista e quella nazionalsocialista.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde, lo stesso Alessandro Pavolini, quando fu il federale di Firenze, nel suo editoriale dal titolo <em>Rivoluzione di popolo</em>, apparso sul giornale del Fascio fiorentino <em>Il Bargello</em>, del 12 giugno 1932, volle porre entusiasticamente l’accento sul fatto che: <em>“A Mosca, a Berlino, a Roma le vaste folle compatte levano i volti appassionati, le insegne, i canti unanimi. I proiettori della storia e dell’attenzione mondiale le illuminano in pieno.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il crollo delle ormai superate concezioni democratiche e liberali si andava annunciando prepotentemente attraverso il linguaggio del mito eroico, della nazione coniugata con la rivoluzione, del popolo ricondotto nel corpo della nazione, dell’esaltante ed irriverente esuberanza squadristica erede della guerra di popolo combattuta nelle trincee, del disprezzo nei confronti del conformismo borghese e del suo mercimonio affaristico.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso questi motivi, le avanguardie che si riconobbero nel Fascismo, seppero parlare alle masse per educarle ad essere popolo e nazione, restituendole un organico senso di appartenenza condivisa e di solidarietà diffuse, un orientamento e una nuova fiducia nei confronti di una rinnovabile identità collettiva della nazione italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Fascismo ― anch’esso figlio della grande crisi europea, al pari degli altri fermenti rivoluzionari di varia e differente natura ― nutriva l’ambizione di essere il promotore di processi rivoluzionari politici e sociali, delle mentalità e dei costumi, assolutamente all’avanguardia, un’aspirazione rivoluzionaria a vocazione totalitaria destinata ad un totale superamento degli ordinamenti antecedenti, che trovò il suo momento di coagulo nell’adunata del 23 marzo 1919 in Piazza San Sepolcro a Milano, dove Benito Mussolini chiamò a raccolta le migliori energie, ancora frammentate, ma vive e presenti nella nazione italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Offrendo loro, attraverso una innovativa interpretazione della partecipazione politica — i Fasci di Combattimento e le squadre d’azione — le molteplici risposte ai problemi generati dalle identità perdute e dalla crescente volontà di mobilitazione manifestata dalle masse, questioni che si erano già proposte come l’espressione delle crisi prodotte dalla modernità e che la guerra mondiale aveva soltanto radicalizzato ed esasperato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’elemento fondamentale che seppe trasformare un fermento culturale, intellettuale e organizzativo diffuso in una forza politica aggressiva e potente come quella fascista fu la sua capacità di affrontare la politica di massa con la spregiudicatezza tipica delle avanguardie creatrici delle nuove categorie politiche e dei nuovi parametri di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify;">L’innovativa e avanguardistica proposta politica fascista, che emerse nel 1919, seppe imporsi con un incontestabile successo nella società italiana ponendosi in totale contrapposizione con le fallimentari impostazioni dogmatiche dei partiti borghesi tradizionali, incapaci di qualsiasi slancio morale e totalmente privi di una sana e salda coscienza nazionale, e manifestando apertamente un deciso rifiuto dell’Italia giolittiana e di quel ricettacolo di intrighi rappresentato dal parlamentarismo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nuove categorie politiche professate dai fascisti provenivano direttamente dallo spirito del volontariato interventista e quindi da una convinta adesione alle motivazioni della grande guerra che i fascisti, successivamente, vollero interpretare come un grande evento rivoluzionario di popolo, la genesi di un rinnovato sentimento nazionale e di una nuova concezione della vita politica e della milizia politica che avrebbero dovuto essere la proiezione nella vita civile dell’esperienza maturata nelle trincee.</p>
<p style="text-align: justify;">Le masse popolari combattentistiche e in modo particolare le sue componenti giovanili, bramose di ideali coinvolgenti, riportarono nella vita civile l’interpretazione dell’esperienza bellica vissuta come un’esaltante, anche se certamente drammatica, avventura permeata da una elevatissima tensione ideale. Sui campi di battaglia avevano scoperto di poter vivere in un’altra maniera e soprattutto di poter pensare in un’altra maniera, avevano scoperto dei nuovi valori radicati nell’etica della lotta, nel superamento dei limiti umani e nel cameratismo interclassista che aveva accumunato saldamente i combattenti tra di loro, un legame umano e spirituale che era stato cementato dall’orgoglio, dalla tenacia, dall’eroismo e dalla sofferenza che avevano unito nelle trincee uomini di origine politica e sociale diversissima, creando così i presupposti di quel formidabile spirito di solidarietà nazionale che, nelle intenzioni del movimento fascista, avrebbe ristabilito il primato della politica sulle altre questioni — soprattutto su quelle economiche — sarebbe stato alla base della costruzione di un nuova Comunità nazionale e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo, con l’aggiunta di una esasperazione più che legittima, creò una divaricazione insormontabile tra le classi dirigenziali della nazione, trasversali a tutti gli schieramenti politici, che non avevano subito le ricadute del conflitto e le grandi masse popolari che invece avevano provato sulla propria pelle i drammi della guerra e che adesso reclamavano a gran voce il diritto di essere parte attiva nel processo di cambiamento della nazione, rivendicando il ruolo di architrave della rivoluzione nazionale, poiché come aveva giustamente affermato Edmondo Rossoni — che dall’attivismo sindacalista era passato allo squadrismo fascista — la patria doveva essere conquistata con la lotta e mai negata.</p>
<p style="text-align: justify;">Scriverà Benito Mussolini all’indomani della fine del conflitto: <em>“La nostra è stata guerra di popolo, la vittoria è vittoria di popolo. E’ stato un cozzo spaventevole fra le forze del passato e quelle dell’avvenire. L’Italia, la nazione dell’avvenire, ha schiacciato le forze del passato e, divelte le sbarre della vecchia prigione asburgica, ha liberato i popoli. Maggio 1915, ottobre 1918. L’inizio e la fine. La volontà. La costanza. Il sacrificio. La gloria.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Sarà anche Giuseppe Bottai ad esprimere con efficacia i sentimenti e le volontà dei reduci più intransigenti, già moralmente in marcia verso l’avvenire: <em>“Per noi la guerra non è finita il 4 novembre 1918. Le firme apposte sugli stracci di carta (sia per maceri anglosassoni che latini) non ci interessano. Sappiamo che la pace potrà costruirsi sulla vigile, ferma, instancabile volontà di noi combattenti. Scendiamo nelle piazze. Sentiamo ch’è il nostro dovere non tacere e gridare, urlare nelle orecchie di questo sonnolento e dimenticone paese… Non possiamo rinunziare alla politica. Essa è il nostro dovere, il nostro pane quotidiano.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il 23 marzo 1919, con la fondazione dei Fasci di Combattimento, le avanguardie di popolo dei combattenti, i sindacalisti rivoluzionari desiderosi di riconquistare il proletariato alla nazione, i futuristi dissacratori del perbenismo borghese, gli anarchici di matrice stirneriana in cerca di azione e le frange più irrequiete della gioventù si ritrovarono attorno a Benito Mussolini e al suo programma di sintesi sociale e nazionale per iniziare il loro assalto rivoluzionario contro l’edificio del conservatorismo liberale e del marxismo addomesticato nei salotti del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nascerà così la stagione rivoluzionaria dell’avventura squadristica, la testa d’ariete del movimentismo fascista che si mise in condizione di poter rispondere adeguatamente alla violenza degli antifascisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora, molti fra i benpensanti reazionari guardarono al Fascismo speranzosi che la sua azione si limitasse soltanto a soffocare le velleità insurrezionaliste della sinistra più massimalista al fine di restaurare la pienezza dell’autorità dello Stato monarchico, per costoro i fascisti dovevano servire esclusivamente per dare una sonora lezione alle teste calde dei marxisti e meno che mai per dare corso ad una rivoluzione sociale e politica di stampo nazionalpopolare in camicia nera. Di questo Benito Mussolini ne era più che consapevole, tanto da ribattere: <em>“I pavidi borghesi sorridono di compiacenza quando ci vedono rompere il grugno ai socialisti, ma ringhiano di malcontento quando leggono fra i postulati del nostro programma la decimazione di tutte le ricchezze, la confisca dei sovrapprofitti di guerra, la forte tassa sulle eredità.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo, Benito Mussolini, potette così confermare l’originalità del movimentismo fascista, non solamente respingendo l’illazione che esso potesse mai essere uno strumento manipolato dalla reazione borghese, ma anche lanciando appelli alle componenti socialmente più avanzate del sindacalismo, cioè quelle che non volevano accettare i condizionamenti del movimento marxista, affinché riconoscessero nel Fascismo l’unico movimento che avesse sinceramente a cuore non solamente il rinnovamento nazionale, ma ancor di più l’integrazione delle masse lavoratrici nella vita dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso, infatti, anche Niccolò Giani, l’esponente di rilievo della Scuola di Mistica Fascista, non smetterà mai di ricordare che: <em>“La Rivoluzione Fascista infatti non è stata reazione come qualcuno ha creduto in origine e come tuttora si crede da molti all’estero; è stata invece l’ostetrica della nuova storia. Il 28 ottobre 1922 è sorta una nuova civiltà capace di risolvere tutti i problemi della società contemporanea.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dalla fondazione dei Fasci di Combattimento fino alla data fatidica della marcia rivoluzionaria, gli squadristi fascisti dimostrarono con i fatti di essere un’aristocrazia politica e combattente forgiata nella lotta che seppe scrivere, con il proprio sangue, pagine epiche di coraggio e di ardimento, affrontando contemporaneamente e con grinta la violenza degli antifascisti, la repressione governativa dei prefetti e dei gendarmi, e le carcerazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La forza rivoluzionaria squadristica delle camicie nere che il 28 ottobre riversò tutto il suo entusiasmo e la sua volontà di vittoria marciando verso Roma per scardinare definitivamente le infrastrutture di una società politica ormai decrepita e fatiscente, volle portare a compimento le tante aspettative covate dagli attivisti fascisti nel corso di quella violenta e sanguinosa guerra civile che avevano vissuto da protagonisti e che avevano attraversato con un enorme coraggio e spirito di sacrificio, portandone addosso le cicatrici, per rifondare <em>ex novo</em> una nuova società civile e politica, uno Stato forte ed autorevole che fosse in grado di sanare le lacerazioni che affliggevano il corpo della nazione e promuoverne la rigenerazione morale e sociale, il tutto all’insegna di una concezione fascista globale della vita che loro vollero proporre nel suo nucleo più intransigente, più puro ed autentico, senza compromessi e senza mediazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava pertanto di una genuina visione del Fascismo, che chiamava alla mobilitazione non solamente contro la sovversione marxista e in fin dei conti anche contro quella clericale, ma con altrettanto vigore muoveva battaglia contro i settori più egoisti e miopi della ricca borghesia e contro le sue tradizionali rappresentanze massoniche, monarchiche e liberal-democratiche, per giungere infine ad una nuova definizione della concezione stessa della Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il Fascismo militante che esaltava senza tregua l’azione rivoluzionaria in senso anti-borghese e anti-liberale portata avanti dalle squadre d’azione, quel determinato Fascismo definito per l’appunto come “integrale” proprio perché irriducibilmente rivoluzionario, ponendo altresì l’accento sulla nuova aristocrazia del coraggio incarnata dagli squadristi, che allo stesso tempo sapeva essere aristocrazia di popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso e volentieri gli squadristi si fecero anche voce di un anti-modernismo di matrice ruralista che venne interpretato come una risposta organica all’alienazione dell’urbanizzazione e che spesso andava a incontrarsi con il sindacalismo di matrice corridoniana.</p>
<p style="text-align: justify;">Costoro, ponendo l’accento sulla matrice popolaresca, strapaesana e provinciale del moto rivoluzionario fascista — sempre più convinti che la difesa della buona salute del Fascismo non potesse che fare riferimento al genuino spirito rivoluzionario che contrassegnava gli squadristi delle province ed al proficuo raccordo che si era creato fra le avanguardie fasciste e le masse popolari — si trovarono anche a sottolineare che il Fascismo non poteva che essere un movimento avverso ad ogni smodata urbanizzazione che deturpasse l’armonia del paesaggio tradizionale, oltre che ad una industrializzazione senza freni.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, questi rivoluzionari barricadieri, che della feconda sintesi di pensiero ed azione furono i portabandiera, nei loro giornali di lotta scrissero anche acute e velenose pagine sulla civilizzazione americana quale fonte di presunte felicità materialistiche e di reali sfruttamenti capitalistici, anticipando di qualche anno con le loro osservazioni critiche a carattere socio-economico e culturale non solamente le cause del drammatico crollo del 1929 della borsa di <em>Wall Street — </em>che il Duce del Fascismo definirà come uno dei sintomi più evidenti della crisi strutturale del sistema liberal-capitalistico — ma anche tutta una florida ed interessante letteratura politica anti-americana che prese corpo negli anni del regime evidenziando, in tempi non sospetti, la contrapposizione tra l’americanismo e la Civiltà europea e quindi tra il modello liberale americano e il modello fascista, e che si manifestò come una delle più interessanti espressioni culturali ed ideologiche degli ambienti del radicalismo oltranzista fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli USA erano d’altronde la società capitalista per eccellenza, la nuova Babilonia del profitto speculativo, la sintesi perfetta di <em>Demos</em> e oro, gli stessi grattacieli di New York appariranno agli occhi degli intellettuali fascisti come dei campanili privi di campane di una religione materialista del Dio denaro, le rocche baronali della Plutocrazia e a tutto questo contrapporranno il Fascismo, individuato da loro come l’unica strada percorribile per l’uscita dei popoli dalla crisi della civiltà moderna e il più solido baluardo etico, sociale e morale contro l’imperialismo spirituale americano e il suo modello economico. Una coinvolgente chiave di lettura che troverà poi numerose casse di risonanza negli apparati culturali ufficiali del regime fascista e negli scritti degli intellettuali militanti del Fascismo integrale, come nel caso di Romano Bilenchi, uno stretto collaboratore di Berto Ricci: <em>“Non bisogna mai dimenticare, nel giudicare la situazione politica dell’Europa e del mondo, questo: che il fascismo è una rivoluzione in marcia contro il mondo capitalista, liberale, democratico, borghese, materialista, nelle sue forme corporee, cioè nei suoi istituti, e sopra tutto nel suo spirito.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questi esponenti del Fascismo più integrale e radicale si considerarono, molto seriamente, l’avanguardia di una comunità morale che riconosceva, come unici spartiacque, il senso dell’onore, il servizio reso in guerra e le sofferenze patite nelle trincee, la fede nei nuovi valori sorti dall’esperienza combattentistica, i sacrifici imposti dallo sforzo bellico che erano stati accettati volontariamente, e poi l’adesione convinta al Fascismo inteso come il promotore di un nuovo stile di vita e nella militanza quadristica, che questa nuova tenuta esistenziale aveva rappresentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Una presa di posizione che richiamandosi alle virtù rigeneratrici dell’azione fascista, alla pedagogia educativa rivoluzionaria e squadristica, metteva impietosamente alla berlina i vizi borghesi, il lassismo borghese, i più bassi istinti borghesi, la brama speculativa borghese, insomma le tante manifestazioni dello stato d’animo borghese che intorbidivano la nazione italiana inquinando il suo popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa battaglia, dall’intenso valore politico, etico e morale, le migliori penne provenienti dal mondo delle squadre d’azione, come Marcello Gallian, saranno in prima fila: <em>“I più, a orecchio, intendono per borghese l’impiegato con i gomiti sdruciti e la papalina, l’orologio pronto a mezzogiorno e la camomilla la sera. Son pochi quelli che sanno l’impiegato essere il primo gradino d’una lunga scala, non importa se pulita o imbrattata, che ha sulla cima un Rockfeller o un Gillette. Rari, alla fine, sono coloro che credono borghesia essere uno stato d’animo, nel quale gli uomini tutti, sogliono cadere: si può essere leoni durante cent’anni e borghesi durante un’ora sola, ma terribile ora, catastrofica, letale. La borghesia è anche il popolo, il popolo tutto.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Fascismo manifestò apertamente, fin dalle origini diciannoviste, la sua ferma e inderogabile volontà politica di voler perseguire il fine dell’integrazione totale del popolo italiano nel processo rivoluzionario di radicale trasformazione della società in senso fascista, affinché si raggiungesse il completamento culturale e politico della sintesi organica tra Stato, Nazione e popolo. Un tale processo che non poteva quindi prescindere dallo sviluppo e dall’applicazione di un vasto panorama di interventi che dovevano, attraverso la propaganda e l’inquadramento politico dei vari strati della popolazione, sviluppare una nuova coscienza di appartenenza alla Comunità nazionale, ricostruendo l’interezza del tessuto della vita collettiva che le Oligarchie liberali avevano seriamente compromesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il popolo italiano doveva essere educato politicamente, mediante una costante azione di integrazione sociale negli organismi dello Stato e del Partito, affinché riconoscesse nel Fascismo l’entusiasmante e coinvolgente soluzione dei conflitti che avevano lacerato la società moderna, l’aurora di una nuova era di rinascita sociale e di grandezza nazionale, la nascita di una nuova Civiltà destinata a durare nel tempo futuro e a questa forte percezione contribuirono efficacemente la mobilitazione costante delle forze della nazione, l’educazione della gioventù in un clima di elevata tensione idealistica, il culto politico della figura del Duce, il senso del dovere quale fondamentale virtù civica, il disprezzo verso il decadentismo borghese, un sentimento di sacrificio disinteressato volto alla grandezza nazionale, la valorizzazione del culto eroico dei caduti per la causa della Rivoluzione, che incarnavano spiritualmente la perpetuazione mistica della Comunità nazionale e fascista, la testimonianza del sangue versato, della fede nell’opera del Duce e nella missione epocale del Fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il richiamo alla potenza evocatrice del mito avesse avuto un inequivocabile valore fondante nel modo di pensare fascista venne ammesso dallo stesso Benito Mussolini: <em>“Il mito è una fede, una passione. Non è necessario che sia una realtà. E’ una realtà, nel fatto che è pungolo: che è una speranza, che è fede e coraggio.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">La cultura fascista, nelle sue migliori espressioni, pose quindi in essere i fondamenti pedagogici per una selezione diretta alla formazione dell’Uomo Nuovo, che avrebbe coinciso con la concretizzazione vivente del mito attivistico fascista, andando così ad affermare apertamente la necessità di una rivoluzione delle identità, una rivoluzione culturale e una riconversione antropologica e spirituale della persona e di un percorso di crescita e di valorizzazione da attuarsi attraverso una radicale ridefinizione dei valori, dei comportamenti e delle mete del popolo italiano e in senso migliorativo della personalità umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto avrebbe mirato a creare le migliori condizioni propedeutiche all’affermazione dell’uomo integrale fascista, una particolare tipologia umana dalla dimensione generosa, sobriamente virile ed entusiastica, nei confronti della quale si espresse Benito Mussolini parlando nel 1933 all’assemblea delle corporazioni: <em>“L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Evidenziando così quella specifica concezione che il Fascismo aveva dell’Uomo Nuovo, che avrebbe dovuto essere in grado di raccogliere in sé tutte quelle energie creative che la cultura rivoluzionaria fascista aveva così tanto entusiasticamente espresso e che non aveva mai smesso di ricollegare alla stagione eroica dello squadrismo, così intrisa di fede, di sacrificio e di martirio, come lo stesso Mussolini volle sottolineare: <em>“Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il Fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il Fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il Fascismo ha oramai nel mondo l’universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per arrivare infine a quella visione rivoluzionaria, coltivata dal Duce fin dalle origini diciannoviste, di un Uomo Nuovo, fascisticamente concepito, capace di esprimere compiutamente se stesso attraverso la tenuta interiore e la forma esemplare, poiché  sarebbe stato arricchito, nell’anima e nella mente, da tutte quelle virtù eroiche, politiche, spirituali e civiche che il Fascismo volle trasmettere alle generazioni che sarebbero cresciute e maturate all’ombra della Civiltà del Littorio: <em>“Il Fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore di istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuol disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell’unità della forza e della giustizia.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Maurizio Rossi</strong></p>

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		<title>Difendiamo il Lavoro, difendiamo l’Art.18</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2014 11:32:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi come ieri, sempre al fianco della Comunità popolare e dei lavoratori. Difendiamo il Lavoro, difendiamo l’Art.18. Contro il Liberismo capitalista, per il Socialismo Nazionale.     “Il lavoratore non è, come vuole il marxismo, solamente oggetto di sfruttamento. La classe operaia non è la classe dei diseredati che si mobilitano per la lotta universale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;"><strong>Oggi come ieri, sempre al fianco della Comunità popolare e dei lavoratori.</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;"><strong>Difendiamo il Lavoro, difendiamo l’Art.18.</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;"><strong>Contro il Liberismo capitalista, per il Socialismo Nazionale.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il lavoratore non è, come vuole il marxismo, solamente oggetto di sfruttamento. La classe operaia non è la classe dei diseredati che si mobilitano per la lotta universale delle classi. Il lavoro non è solamente l’occasione ed il mezzo per guadagnare un salario. Al contrario: il lavoro è per noi il titolo di ogni attività, e di ogni agire regolato, di cui i singoli, i gruppi e gli Stati assumono la responsabilità ed è per ciò stesso al servizio del popolo. Soltanto così c’è lavoro, e soprattutto lì, dove la libera forza di decisione e di affermazione degli uomini si auto impone, per la realizzazione, una volontà ed un compito. Per questo ogni lavoro, in quanto lavoro, è spirituale!”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">(Martin Heidegger, 1934)</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“Io, d’altro canto, mi sono battuto, con un minimo di intervento e senza distruggere la nostra produzione, per arrivare ad un nuovo ordine socialista in Germania, che non eliminasse solo la disoccupazione ma che permettesse ai lavoratori di ricevere una maggiore partecipazione ai frutti del loro lavoro. La realizzazione di questa politica di ricostruzione nazionale, economica e sociale, che impegnò una vera Comunità popolare a superare divisioni di ceto e di classe, è unica nel mondo odierno.”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">(Adolf Hitler, 1941)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La degenerazione di ogni valenza superiore e l’azzeramento di ogni sistema dottrinale, pianificati dai profeti del Liberalismo, ha permesso che l’unico metro di paragone e di riferimento fosse riportato al libero scambismo, al consumismo e quindi all’esaltazione della società dei consumi, all’irresponsabile utilitarismo e alla sublimazione della brama di profitto, il più egoista e smodato possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, il pervasivo sistema liberale è riuscito a trasformare l’uomo europeo in un passivo e succube fantoccio, una sorta di <em>Golem</em> della modernità, in uno sfruttato, frustrato, ma ingordo consumatore e sperperatore delle risorse naturali. Un docile fruitore di servizi totalmente spoliticizzato e per di più convinto di essere stato liberato dal fardello dalle ideologie, liberato pertanto dall’ingiustizia e dalla sofferenza di doversi preoccupare del destino del proprio popolo e della propria Patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo di fronte alla prima giovane generazione che si ritrova compiutamente al di fuori della cultura del lavoro intesa come radicamento sociale all’interno della propria comunità di appartenenza, come prospettiva di costruzione di un percorso da compiersi per la famiglia e a beneficio del popolo, insomma come possibilità di avere un futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Una generazione quindi completamente precarizzata non solo nella sua proiezione sociale e collocazione produttiva, ma anche nella sua immagine, sempre più sbiadita, del futuro. Questa è una immane tragedia che comprometterà seriamente la stabilità futura del nostro popolo. Occorrerà, per poter contestare questa delirante deriva rimettere l’autentica concezione del Lavoro al centro della scena sociale, affermando di conseguenza che non potrà mai esistere una sana economia nazionale — una economia destinata al soddisfacimento del benessere comune — se non esisterà un autentica concezione del Lavoro produttivo, garantito e protetto dalla legislazione sociale e dallo Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non tornerà ad esistere una economia programmatica vincolata alle necessità della Comunità popolare, una autentica produzione di beni e di servizi, non rimarrà altro spazio che quello dominato da un’economia virtuale di profitto, quella speculativa delle agenzia di <em>rating,</em> dei vigliacchi <em>gangster</em> mascherati da illuminati <em>manager.</em> Rimarrà solamente la bramosia di profitto dei capitalisti che de-localizzano le loro aziende e la loro produzione all’estero per guadagnare di più e spendere di meno — consegnando i lavoratori alla disoccupazione e le famiglie alla disperazione — mentre quelli che rimangono nel territorio nazionale preferiscono utilizzare, come strumento di ricatto contro i lavoratori, le masse ingenti di immigrati, da immettere a basso costo nel mercato del lavoro. Per il semplice fatto che l’invasione migratoria, oltre che minare drammaticamente il nostro paesaggio culturale e popolare e compromettere la possibilità di riproduzione della nostra Identità nazionale e culturale — peculiare nell’immaginario del nostro popolo — servirà in misura sempre maggiore a giustificare gli interessi di macelleria sociale perseguiti dalla casta liberista imprenditoriale e dal Capitalismo mondialista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maurizio Rossi</strong></p>

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