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	<title>rivolta Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>L’inverno del nostro scontento. Ma la rivolta non c’è &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 18:41:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p> Parte I Alla cassa di un supermercato, tre giovani uomini, due con la cappa aziendale e l’altro con la tuta di una cooperativa che trasporta le merci ai punti vendita, commentano la diminuzione delle ore di lavoro dei dipendenti che svolgono i servizi esterni. Parlano con tono sommesso, sembrano rassegnati, senza la passione, la tensione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/linverno-del-nostro-scontento-ma-la-rivolta-non-ce-roberto-pecchioli/">L’inverno del nostro scontento. Ma la rivolta non c’è &#8211; Roberto Pecchioli</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong> Parte I </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alla cassa di un supermercato, tre giovani uomini, due con la cappa aziendale e l’altro con la tuta di una cooperativa che trasporta le merci ai punti vendita, commentano la diminuzione delle ore di lavoro dei dipendenti che svolgono i servizi esterni. Parlano con tono sommesso, sembrano rassegnati, senza la passione, la tensione e l’indignazione delle generazioni precedenti, uno dei tre afferma addirittura che è un “non licenziamento”. Poi, passano a discutere d’altro, eppure la cosa li riguarda, sono loro quelli a cui l’impresa– una delle innumerevoli finte cooperative dedite alla gestione di settori esternalizzati – toglierà una parte del reddito, certamente modesto. Secondo l’Eurispes, sono soprattutto i più giovani a soffrire gli esiti dell’interminabile, ma ciclica crisi del capitalismo terminale.</p>
<p style="text-align: justify;">Viviamo l’inverno del nostro scontento, ma in toni sussurrati, felpati, tra conversazioni rassegnate e scoppi di collera momentanea. Si scuote la testa, ci si dice l’un l’altro che non ne vale la pena, che sono tutti uguali, disagio, rancore, dissenso sono forti, pressoché generali, ma sordi, vissuti individualmente, e non prendono forma, non diventano idea, progetto, tanto meno azione o speranza. Non si odono squilli di rivolta, non scoppia alcuna ribellione, il fuoco è spento, nessuno sa attizzarlo, ben coperto com’è dalla cenere di un mondo che vive a debito, o si arrangia, e comunque non sta, evidentemente, così male. Manca la scintilla che accende, siamo piromani timorosi che vivono da pompieri, si tira avanti, domani sarà un poco peggio di oggi, ma la rana viene bollita a fuoco lento, non se ne avvede, ogni tanto viene estratta dalla pentola per una gita al centro commerciale, per un evento musicale, o per l’immancabile vacanza insieme con la tipa del momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno, alla fine, paga o si intesterà il puffo, poiché la regola ferrea del liberismo è che “non esistono pasti gratis” (Milton Friedman), ma intanto il sistema prende tempo. Finché la barca va, lasciala andare. Anche senza direzione, anche senza remi, bussola e astrolabio. Lo sconcerto aumenta, ma pervade prevalentemente le generazioni formatesi nel XX secolo, si tentano spiegazioni all’inspiegabile, ovvero alla decadenza interminabile, goccia a goccia, una discesa economica, civile, culturale, morale. Una malattia dello spirito e del corpo che raffredda le membra; solo il cuore palpita ancora. L’inverno del nostro scontento non si fa più estate sfolgorante ai raggi del sole di York, come nel celebre monologo del Riccardo III.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-21503" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/01/steimbeck-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo prima del guado, l’inverno del nostro scontento resta nella fase preliminare del romanzo di John Steinbeck dello stesso titolo. Il discendente di un’antica famiglia di balenieri, perduta la fortuna che appartenne ai suoi antenati, si riduce a lavorare come commesso in un negozio che fu di sua proprietà. Vuole riscatto, ritrovare il benessere e l’influenza del passato, ma le sue azioni saranno imbrogli e traffici loschi. Tornerà alla classe sociale perduta, ma al prezzo di una crisi morale senza scampo. Uno spaccato delle molteplici crisi di cui siamo testimoni e protagonisti, ma la crisi del personaggio di Steinbeck non ci convince, o, almeno, non appartiene al cinico presente. Ci appartiene piuttosto il senso imbarazzante di far parte di una contemporaneità che ha smarrito il senso morale, insieme con il sentimento dell’azione. Una massa indistinta ed egoista di Oblomov, l’antieroe immobile e fatalista del romanzo di Aleksandr Goncarov, l’indolente per eccellenza, colui che trascorre la sua vita sdraiato, e finisce per perdere tutto, a partire dal suo stesso destino. Altri diventano lo speculare opposto di Oblomov, vivono in un’agitazione continua e priva di direzione, come il povero criceto corre nel cerchio dentro alla gabbietta.</p>
<p style="text-align: justify;">Così tiriamo avanti, diversamente impotenti e colmi di meraviglia dinanzi a ciò che non accade. Da visionari, viene da pensare che è l’assenza del flogisto ad impedire alla cenere diffusa ma dispersa di produrre scintille destinate a diventare fiamma viva. Non c’è rivolta, neppure ribellione o sdegno, contro ogni logica. Magra consolazione evocare ciò che non esiste! Il flogisto, ovvero ciò che infiamma, fu la denominazione data dai chimici, e prima di loro dagli alchimisti, ad un’ipotetica sostanza imponderabile che si sarebbe dovuta liberare nella combustione e nella calcinazione dei metalli. Gli scienziati del passato erano convinti che i corpi combustibili e i metalli che per riscaldamento dell’aria si ossidano fossero costituiti da almeno due componenti, uno dei quali era il mitico flogisto. Fu poi il padre della chimica moderna, il Lavoisier, a dimostrarne l’inesistenza, nell’ambito delle decisive scoperte sulla conservazione della massa. Di sentimenti tutt’altro che giacobini, lasciò la testa sulla ghigliottina del terrore rivoluzionario all’epoca di Robespierre.</p>
<p style="text-align: justify;">Scartata l’ipotesi flogisto per insussistenza, forse occorre rovesciare il punto di vista, come i fisici teorici, che hanno raggiunto grandi scoperte ragionando in termini anti intuitivi. E se il presente fosse davvero il migliore dei mondi possibili? No, neppure i suoi propagandisti lo affermano. Essi propongono, anzi impongono una visione ben più plumbea: semplicemente, TINA, <em>“there is no alternative</em>” non esistono alternative, quindi nessuna via d’uscita. Sono loro, dunque, ad avere inventato e posto su un piedistallo indiscutibile un nuovo flogisto, tanto infondato ed insussistente quanto quello di Cagliostro e dei chimici del Settecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna costruzione umana vive <em>“sub specie aeternitatis</em>”, tutto può essere revocato in dubbio, rimosso, confutato. Ce lo hanno insegnato loro, con due secoli e più di distruzioni, decostruzioni, demitizzazioni. D’improvviso, il sistema vigente, ovvero l’individualismo utilitario e materialista fondato sull’idea di mercato e sulla libera circolazione di merci, persone, capitali e servizi è divenuto destino, unico, inevitabile, l’<em>”a priori”</em> assoluto, la pietra filosofale o il fantomatico flogisto che genera la scintilla. Nella postmodernità terminale si chiude il cerchio aperto dai pensatori greci presocratici, i primi filosofi che tentavano di individuare l’<em>archè</em>”, il principio originario e creatore. Adesso lo conosciamo, è l’economia di mercato basata sul denaro creato dalle banche private, l’uomo è al mondo per scambiare senza limiti le merci, e tutto è merce, con apposito cartellino e prezzo in numerario. Stop, sospendiamo le ricerche. Davvero strano che sia pervenuta a tale conclusione una civilizzazione che nega e combatte tutto ciò che è natura, in nome del costruttivismo e di quell’ansia inesausta di rifare il creato a propria immagine ogni mattina che Augusto Del Noce chiamò perfettismo e Vilfredo Pareto virtuismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche un’istituzione culturale apparentemente neutra come la prestigiosa rivista internazionale National Geographic nega che “maschio e femmina li creò”- Gaia, ovviamente, nessun altro!- e che esistano identità fisse e naturali. Rivela anche di più, la Bibbia geografica planetaria, ad esempio che esistono dei tizi, da oggi definiti <em>cisgender</em>, “la cui identità di genere coincide con il sesso biologico assegnato alla nascita“. Li abbiamo sempre chiamati normali, ma Dio ci scampi, c’è un’alternativa per tutto, tranne che per la meravigliosa società di mercato e del flogisto. Il punto è che stanno riuscendo nell’intento: esaurite le grandi ideologie, derise le religioni rivelate, resta un’unica autostrada senza caselli d’uscita, il liberalismo dei diritti obbligatorio e primigenio, la società “aperta” che non crede in nulla se non in se stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Marcello Veneziani individua il problema nella dissoluzione del mito. Una società che ha distrutto i simboli, reciso i legami originari e dimenticato, anzi irriso i racconti fondativi non può sopravvivere perché si è tagliata i ponti alle spalle e, contemporaneamente, non possiede più alcuna meta. Vive in un moto perpetuo privo di direzione ed ancor più di motivazione. Renaud Camus, lo scrittore francese cui si deve il concetto di “grande sostituzione” etnica dei popoli europei attraverso l’immigrazione di massa, va più in là, riconoscendo nel presente i tratti di un totalitarismo del tutto nuovo, più forte, ricco e moderno di quelli che l’hanno preceduto, che chiama sostituzionismo, l’ideologia globale dell’uomo fungibile e della intercambiabilità in generale. E’ molto esplicito Camus, dichiarando che “sostituire è il gesto centrale della contemporaneità” e nulla si comprende della Grande Sostituzione di popoli e civiltà attraverso l’immigrazione e il declino etnico demografico dei bianchi europei se non si prende atto che esso è solo una parte di un tutto, il sostituzionismo globale, figlio della fase senile della Rivoluzione industriale, postfordiana, post taylorista, postmoderna e postumanista.</p>
<p style="text-align: justify;">I due punti di vista possono trovare una convergenza. Per un verso, infatti l’umanità privata del mito sopravvive solo nel soggettivismo materialista, giacché ogni mito, ogni narrazione simbolica è inevitabilmente comunitaria, rinvia ad un “noi” che supera, integra e nobilita l’impero dell’”io”. Per l’altro, l’essere umano ha un bisogno di radicamento e di riconoscimento che gli rende intollerabile, nel tempo, l’idea di non essere null’altro che un puntino incolore, mutante e perfettamente scambiabile con milioni di altri. E’ questo il limite di ogni individualismo, anche nella particolare declinazione corrente di soggetto edonista titolare di infiniti e sempre nuovi diritti. Liberato dai miti e identico ad ogni altro puntino con cui viene sostituito, l’uomo atomo, l’individuo diventa per la prima volta giudice di tutto e, inevitabilmente, perde se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Protagora di Abdera il sofista, autore della celebre definizione secondo cui l’uomo è misura di tutte le cose, non intendeva affatto riferirsi ad ogni singolo individuo, bensì all’umanità, prendendo atto che solo la nostra specie possiede una ragione che giudica, distingue e istituisce criteri, da valere nell’ambito di un destino comunitario. Su questo punto ha scritto pagine illuminanti Costanzo Preve. Che fare, dunque, nelle presenti circostanze, in cui sembra di vivere un tempo sospeso, una specie di teleferica che non sale né scende a valle con il suo carico, e lo sguardo di chi è nel vuoto non sa più neppure distinguere l’alto e il basso?</p>
<p style="text-align: justify;">L’astuzia della storia è quella di lasciarci in assenza di alternative. Nei tempi di crisi o di passaggio, due tendenze ugualmente perniciose si contendono l’animo umano: la fuga e l’indifferenza. I padroni della presente fase storica lo sanno, e fanno di tutto affinché l’umore di massa oscilli tra la secessione sdegnosa ma inutile delle minoranze ribelli e l’abbandono ai fatti propri, al “particulare” dei propri istinti ed interessi. Ebbene, è urgente combattere i due opposti individualismi, recuperando la dimensione del mito e del simbolo, unita alla concreta rivendicazione di un senso comune che sia ed appaia all’uomo postmoderno conforme all’ interesse personale ed individuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre rielaborare idee e simboli insieme con il senso dell’importanza di ciascun essere umano, riportato all’onore di persona. La scintilla può essere il radicamento. All’uomo moderno sono state divelte innumerevoli radici. Non è più che un naufrago solitario su una zattera chiamata individualismo, dalle cui assi sgangherate combatte – <em>homo homini lupus</em> – contro altri naufraghi. Dall’instabile barcaccia si precipita inevitabilmente nell’abisso. Diventa quindi urgente trarre a salvamento noi stessi e gli altri, i virgiliani <em>“rari nantes in gurgite vasto</em>”, i pochi sopravvissuti sparsi nel mare, e strappare al nonsenso le nostre vite. Ri- radicarle di nuovo in qualcosa, dopo la frammentazione, la riduzione a segmenti, poi a macchie, puntini, mucillagini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni naufragio nel vasto gorgo reca con sé detriti. Gran parte sono inservibili, ma qualcosa può al contrario diventare pietra angolare. Bisogna rimetterli in forma (Spengler), o vedere in essi l’inizio di cattedrali (Saint Exupéry). Simone Weil fu definitiva, nel suo <em>L’enracinemen</em>t, tradotto improvvidamente da noi come La prima radice. “Il radicamento è forse il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana. E’ tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo della nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, questa è la società autistica per eccellenza, nella quale vengono meno gli ideali che favoriscono l’aggregazione e la vita comunitaria. E’ una società non sociale, in cui si vive isolati, staccati, ma connessi alla rete delle reti, il <em>web</em>! Non resta che ripartire da noi stessi, dalle persone, dagli individui estirpati, sradicati, demitizzati, decostruiti, lasciati soli e nudi, pedoni fungibili, sacrificabili di un mostruoso gioco di guerra. Radicare daccapo ogni uomo nella rete delle relazioni e delle necessità della vita reale e morale. Il narcisismo ci rende sordi all’ascolto dell’altro, ma anche alla parte più nobile di noi stessi; idolatrando se stesso, è una monade dominata dagli impulsi. Una comunione di destini ci impone al contrario di vivere come nostre le esigenze dell’Altro.</p>
<p style="text-align: center;"> <strong>Parte II</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’inverno del nostro scontento è un gelo interiore che va riscaldato con pazienza, senza frettolose fughe in avanti. I reduci di Russia raccontavano di commilitoni colti dal congelamento per una sorta di cortocircuito della circolazione; tenevano gli arti intirizziti accanto al fuoco, dopo estenuanti marce a 30 gradi sotto zero, ma era invece necessario immergere piedi e mani nell’acqua fredda, una tortura che preparava il sangue al calore successivo. Lo scontento, poi, è un sentimento impreciso, obliquo. Non ha un vero obiettivo, non genera fuoco, ma trattiene all’interno gli umori negativi. E’ assai simile all’<em>ennui</em> di Baudelaire, la noia di vivere che si fa sbadiglio, nausea, poi chiusura in se stessi, infine male oscuro.</p>
<p style="text-align: justify;"> Cosi ci hanno voluto, sanno che basta abbassare un poco il gas sotto la pentola perché la rana abbandoni il desiderio di saltare fuori. L’uomo sradicato, poi, sradica a sua volta, si trasforma in solvente universale di tutto ciò che incontra. Il veleno che propaga la malattia è innanzitutto il denaro, che distrugge le radici ovunque penetra, sostituendo ad ogni altro movente il desiderio di guadagno. Vince facilmente tutti gli altri moventi perché richiede uno sforzo di attenzione molto meno grande. Nessun’altra cosa è chiara e semplice come una cifra, osserva Simone Weil.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli occidentali hanno ciecamente distrutto il passato. Ciò che è distrutto non torna più, ed è questo il delitto supremo. Restituire radici all’essere umano è impresa difficile, forse disperata. I frutti, se ci saranno, li vedranno occhi diversi dai nostri, ma è nobile destino piantare alberi per un’altra generazione (Cicerone). Lo sradicamento perseguito ad ogni livello ha generato, dicevamo, un unico fine, il denaro. Il mercantilismo, inteso come adesione ad un pensiero strumentale, ha assunto una tale forza che ogni cosa, più che mai, è merce. Il lavoro dell’uomo, il suo stesso corpo compravenduto e noleggiato variamente, addirittura pezzi ed organi. Dov’è, allora, il progresso, e l’ostentata emancipazione?</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che si è diffusa per rimbalzo quella che Lévi-Bruhl chiamò la mentalità prelogica dei cosiddetti primitivi. Più di loro crediamo nell’efficacia magica della parola ripetuta (pubblicità, propaganda, persuasione sfrontata e non più occulta), nel potere di concetti astratti, come energia o diritti umani. Riscaldare un interminabile inverno è difficile, servono tesori di coraggio, pazienza, prudenza. E se l’uomo ha necessità di radici come del sangue che circola, tra i suoi bisogni vitali ci sono, uniti a quelli materiali, il bisogno di ordine, ovvero un tessuto di relazioni sociali fondate su un’idea di bene condiviso tale che nessuno sia costretto a violare obblighi rigorosi per adempierne altri. Poi la libertà come possibilità effettiva di scelta; la responsabilità, respinta con orrore dalla logica infantile del “lasciateci in pace “. Infine, bisogna tornare all’onore, che è il rispetto conquistato, preteso e dovuto in un concreto ambiente sociale, ed infine al bisogno più sacro di tutti, quello della verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non ci si può radicare nella verità se ci viene assicurato od ingiunto che non esiste, che tutt’al più sussiste l’esattezza tecno scientifica, e comunque, vero è ciò che sembra tale all’individuo, giudice e misura di tutte le cose. Purtroppo, siamo adesso nella fase in cui, estirpate le radici, dispersi i semi, restano qua e là delle piante solitarie. Ebbene, occorre il coraggio di salvarle e piantumarle ovunque, anche se all’inizio sembreranno simili a quegli spazi verdi artificiali ricavati sopra i parcheggi sotterranei. Qualcosa crescerà comunque, non sono i fiori finti di certi salotti borghesi, la natura e la vita sono più potenti dell’uomo distruttore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto, come ha capito Renaud Camus, è che è in corso una terrificante sostituzione. Quella dei nostri popoli con estranei, certo, ma contemporaneamente- e con esiti altrettanto infausti – quella dell’originale con la copia, del naturale con l’artificiale, della campagna con le periferie, della bellezza con il parco tematico o il sito turistico, del reale con il falso, l’artefatto ed il virtuale, dell’occhio umano indagatore con l’informazione standardizzata, dell’esperienza con la statistica, della cultura con il divertimento, del pensiero critico con la sociologia, del gioco, poiché l’uomo è <em>ludens</em> (Johann Huizinga) con la competizione forzata, della complessità con la semplificazione divulgativa, dell’uomo in carne ed ossa con il <em>robot</em>, dell’umanità con una sorta di materiale umano indifferenziato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’omogeneizzazione della materia umana si nutre della diffusione dell’oblio – i più non sanno neppure più di possedere una memoria condivisa – si sviluppa nel rimbambimento di massa attraverso i mezzi di comunicazione che veicolano una nuova lingua, ogni giorno più povera e limitata, che rende difficile esprimere i sentimenti e le infinite sfumature della nostra vita. Cambiare la lingua, i significati significa mutare irrevocabilmente la realtà, parola di Ludwig Wittgenstein. L’uomo fungibile, sostituibile, diventa a sua volta prodotto, ed il cerchio si chiude. Non si è neppure più in grado di indignarci e lottare per sfuggire alla condizione di precari affittati ad ore, o di pezzi di ricambio, giacché, affermano con tutto il volume di fuoco di un potere immenso, non c’è alternativa, il mondo è a taglia e dimensione unica. Non si insorge contro qualcosa di inevitabile, anzi ci si colpevolizza per non essere stati all’altezza della sfida, competitivi e performanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non può essere all’altezza la generazione dei giovani <em>“millennials”</em>, indebolita da alcool, droghe e sballi vari vissuti come trasgressione obbligata (!!!), dipendente dal sesso, più visto e consumato sotto forma di pornografia che praticato, fragile perché mai messa alla prova. Per i metalli c’è la tempra, il brusco raffreddamento teso a conferire la resistenza. Per l’uomo e la donna occidentali c’è una scuola facile e comprensiva che evita di educare; gli esami sono semplici, con il 99 per cento di promossi all’esame di maturità, altra parola-ossimoro della neo lingua. La famiglia, quando c’è, è sin troppo indulgente e protettiva. Non si è mai veramente a cimento, non ci tempra ai rigori inevitabili dell’esistenza, non si accettano più le sconfitte, si è anzi pervasi da un amniotico rifiuto di uscire dal guscio. Platone, nel mito della caverna, aveva messo le carte in tavola due millenni e mezzo fa: solo il confronto con il reale, l’esperienza ci fa capire quanto è deformante l’ombra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esito odierno è l’uggia di massa, il male di vivere per timore di attraversare il vaso mare aperto, che dà forma, nei bassifondi esplorati dalle pseudo scienze psicoanalitiche, allo <em>spleen</em> generalizzato, la narcosi dolciastra di cui sono cure palliative i paradisi artificiali, lo scontento fine a se stesso, non di rado autocommiserativo. Il rimedio è amare senza tornaconto, ma roba concreta, Dio, la famiglia, il lavoro ben fatto, la giustizia, l’Altro, la comunità cui si appartiene, l’identità che trasforma “io” in “noi” per confronto, similitudine, prossimità, conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre, ed è oggi la più difficile acrobazia, ritrovare la nozione di obbligo. Essere obbligati verso qualcosa o qualcuno dà senso alla quotidianità. Scrisse la Weil che il principio di obbligo sovrasta quello di diritto. Un diritto, infatti, non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde. “L’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa. L’obbligo è efficace allorché viene riconosciuto. L’obbligo, anche se non fosse riconosciuto da nessuno, non perderebbe nulla della pienezza del suo essere.” Parole ardue da ascoltare per orecchie contemporanee. Pure, la negazione dell’obbligo è un suicidio spirituale. Per questo è così fragile e malata la nostra società dei diritti. L’uomo è creatura fatta in modo tale che la morte dell’anima si accompagna a gravi malattie psicologiche. Si resiste per istinto di conservazione, ma si viene pervasi da un vuoto che ci trasforma in deserto. La nostra è l’epoca della scientifica edificazione di deserti, oltreché delle più brutali tra le frontiere, quelle che non si vedono, ma separano ognuno dagli altri e ciascuno da se stesso. Da individui a “dividui”. Anche Nietzsche ammonì: guai a chi costruisce deserti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un deserto terribile è quello della razionalità assoluta, la tenace e inesausta ansia di catalogare, organizzare, inserire persone, cose, atti, comportamenti e sentimenti in statistiche, sistemi, insiemi, ed applicare le etichette corrispondenti. Una penosa tassonomia che le scienze della natura hanno trasferito a quelle dello spirito. Siamo stati fatti prigionieri da una logica astratta, e poiché porre etichette è operazione importante, abbiamo categorizzato lo stesso <em>“labelling”</em>, ovvero l’inserimento sociologico e statistico di persone ed attitudini in una delle mille caselle previste. Una volta lo chiamavamo pregiudizio e tiravamo avanti, adesso l’abbiamo criminalizzato come antiscientifico, ma in realtà gli abbiamo dato una veste più prestigiosa ed indiscutibile, il sigillo della scienza. In realtà è solo tecnica, per definizione pensiero che non pensa (più), dopo avere rintracciato, nell’immenso database <em>in progress,</em> la casella cui corrisponde l’etichetta, il codice a barre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è quel codice a barre in ciascuno di noi, segno definitivo, probabilmente diabolico che non ci apparteniamo più. Ma l’uomo reale, quello che vive, respira e muore? Tutto si è rovesciato nel suo contrario, la natura in cultura e poi semplice civilizzazione, o ri-creazione. La comunità si è girata in società, che ha subito preteso di limitare la responsabilità: società anonima a responsabilità limitata alle quote, ove la persona vera si nasconde dietro la <em>persona ficta</em>, finzione giuridica che si ipostatizza, ma solo un po’. Un grandioso, secolare complotto contro l’Uomo, quello che si alza al mattino, agisce, piange, ha fame, odia, ama, cerca i suoi simili ed ha bisogno di un’identità e di un radicamento vivo e tangibile, sentirsi “tra noi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è normale, non è naturale essere sempre connessi. Dobbiamo restare <em>offline</em>, talvolta. Non è naturale né normale vivere come polli d’allevamento, luce accesa h.24 nel capannone intensivo a temperatura costante che è il nostro nuovo universo, consumatori di sensazioni, esperienze, pulsioni, altre volte utenti o propaggini postfordiste di una macchina comandata da remoto, come oggi usa dire. Uomini e donne derubricati ad operatori, soggetti intercambiabili che eseguono gesti previsti ed introiettati, e si comportano come da programmazione e formattazione eseguita da un gigantesco <em>server</em> che è la macchina possente del sistema educativo e mediatico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mondo del lavoro, gli operatori non sono che impiegati d’ordine, esecutivi addetti a qualcosa di cui ignorano il fine, posti in un punto determinato ed ignoto di una catena di cui non conoscono il senso ed il ruolo che vi ricoprono. Non è necessario: sono, siamo sostituibili, intercambiabili, uno vale qualunque altro. Una follia cui pone rimedio peggiore del male il soggettivismo illimitato concesso da lorsignori, la credenza patologica, sostenuta dall’apparato di consumo, dell’unicità. Miliardi di “io” identici, prodotti in serie da un’economia di scala, cui viene fatto credere di essere altrettanti pezzi unici, in quanto identificati da uno specifico <em>barcode</em>. Quel codice a barre o quel <em>chip</em> è mio e solo mio, come le impronte digitali, ma solo in quanto assegnato da un potere occhiuto ed impersonale.</p>
<p style="text-align: justify;">Insieme con l’alienazione (svendita di sé, il vecchio Marx aveva centrato il bersaglio), lo scontento è la reazione minima, quella che certifica l’esistenza in vita. L’inverno è la stagione programmata per noi dai Superiori; il calore di cui abbiamo necessità deve essere artificiale ed a tariffa, legato a una di quelle connessioni cui ci abilita il maledetto codice a barre. Non usciremo dallo scontento se non accetteremo di affrontare l’inverno, per ritrovare noi stessi nell’obbligo, nell’identificazione con la prossimità, con il nostro simile, la comunità di cui siamo parte, a partire dalla quale confrontarci e misurarci con tutti gli altri. Non c’è alternativa, la tempra è la prova del freddo, costringe a guardare in faccia la realtà e fa amare il calore naturale, quello che non passa attraverso tubi e convettori, ma proviene dal sole della convivialità e dalla riscoperta gioiosa di “noi”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ l’unico flogisto da scoprire, il solo modo affinché lo scontento frigido ed introverso generi la scintilla destinata a propagare l’incendio che libererà, forse, da alcune catene. L’alternativa al presente c’è, può diventare estate gloriosa al sole di un nuovo radicamento, ma la rivolta necessaria dovrà essere ideale e morale, o non sarà che un tumulto, il fuoco appiccato da un piromane pazzo, un incendio che sapranno facilmente domare.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Roberto Pecchioli </strong></p>

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		<title>Non orinare rivolto al sole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2015 08:49:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando, nell’autunno del 1963, mi iscrissi all’Università, facoltà di filosofia, era ancora in atto la festa della matricola, sebbene si notassero i segni della sua crisi, la disaffezione di molti studenti, le premesse di quel vento dei cambiamenti che, pochi anni dopo, soffiò con l’illusione di tutto mutare. Forse si estinsero dei dinosauri, ma la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando, nell’autunno del 1963, mi iscrissi all’Università, facoltà di filosofia, era ancora in atto la festa della matricola, sebbene si notassero i segni della sua crisi, la disaffezione di molti studenti, le premesse di quel vento dei cambiamenti che, pochi anni dopo, soffiò con l’illusione di tutto mutare. Forse si estinsero dei dinosauri, ma la loro ombra perdurò e, al suo riparo, nuovi mostri si generarono… Intanto, sotto il bel sole delle ottobrate romane, si dava caccia alle matricole, s’imponeva loro di versare pegno, si stilavano i papiri, soprattutto ‘fagiolate’ (trappole agli iscritti del secondo anno, costretti a pagare caffè e bibite al bar di viale Margherita) con relative penitenze, alcune fantasiose in stile goliardico altre solo perverse. Ricordo come ad un penitente riottoso furono tolti giacca e pantaloni, appesi ai tram in movimento e in senso opposto, lasciato democraticamente libero di inseguire o l’una o gli altri… Ed anch’io ebbi il battesimo con l’acqua della fontana della Minerva (ripetei il rito quando mio figlio Emanuele si laureò e si sottopose suo malgrado e sforzandosi di stare al gioco) e acquistai, con una ‘cartata’ di paste al cioccolato e alla crema, il papiro che appunto portava, simile a ceralacca, uno sberleffo di crema.</p>
<p style="text-align: justify;">Disegni di donnine dalle grandi tette, procaci e voraci di uomini dal fallo smisurato, con la firma dei goliardi anziani e fuori corso e, rara, quella del pontifex maximus (allora l’ambito titolo era nelle salde mani di uno studente calabrese iscritto a medicina che, dismessa la divisa del vanesio, divenne nostro responsabile e, successivamente, mio medico di base), battute da trivio e motti in un latino, latino maccheronico ed assai azzardato. Fra questi ultimi ne ricordo uno solo ‘noli mingere contra ventos’. Ci si accontentava di poco, in contraddizione con idee che ci impegnavano a divenire adulti ed altri. (Era un universo ancora legato a ondate ormonali, molte delle quali si risolvevano in solitudine, con il monito che facevano male al cuore e alla vista; di militari e servette che si scrutavano si cercavano il giovedì pomeriggio e si strofinavano al buio di modesti cinema parrocchiali; di ragazze di ‘buona’ famiglia – fra costoro le mie tre sorelle, ad esempio, &#8211; che imparavano a ballare in scuole del Centro sotto l’occhio vigile di madri sospettose).</p>
<p style="text-align: justify;">Non pisciare contro il vento, già… La fila di tifosi olandesi contro i muri nei dintorni di piazza di Spagna dopo aver devastato la Barcaccia del Bernini, al Pantheon e in Campo di Fiori, mentre i ‘vespasiani’ troneggiavano prima che, per decoro urbano, venissero tolti alla vista e all’uso liberatorio, immortalati dal grande Antonio de Curtis in una memorabile sequenza di Totò truffa. Oggi, timidamente, le incontinenti vittime dell’età e della prostata ingrossata, fingono di sorseggiare un caffè e corrono lesti alla toilette del bar. Poi dicono che il caffè rende nervosi… E, magari, trovare il cesso occupato o guasto!</p>
<p style="text-align: justify;">(Del caffè iniziai il consumo a Regina Coeli, primi mesi del ’70. Ero da poco passato dalle celle d’isolamento di ‘Villa Triste’ al 2° braccio e dovevo adattarmi alla compagnia degli altri, nell’ora d’aria, avanti e indietro e ancora avanti e indietro, in un cortile destinato ad una quarantina di detenuti e che ne doveva pigiare un centinaio. Tutti erano curiosi di conoscere il ‘bombarolo’, lo studente, di cui i giornali si adoperavano a dire tutto il male possibile e oltre. Molti mi fermavano, magari per chiedere di scrivere loro una lettera alla moglie o alla puttana, per offrirmi una sigaretta e l’unica vera merce di scambio, appunto un caffè. Ed io a rifiutare, cortesemente, ma pur sempre dicendo ad ognuno di no. In cortile avevo conosciuto l’ultimo della banda Giuliano, grande e grosso, sempre con una maglia nera a girocollo, primo utile persuasivo maestro del corretto comportamento da assumere in carcere, di quelle leggi non scritte ma ferree, di cui ero sprovveduto e ignaro. E fu lui a consigliarmi di accettare il caffè, spiegandomi che qualcuno l’aveva a male, supponendo come, da borghese, avessi la puzza al naso. E aggiunse, in modo inequivocabile, che magari a qualcuno passava a mente di sanare l’offesa facendomi uno sgarro con il manico del cucchiaio reso affilato levigandolo alle sbarre della finestra. Capii che era meglio essere nervoso che sfregiato…).</p>
<p style="text-align: justify;">Parentesi, di cui sono abituati i miei estimatori, che oramai sanno che molti di questi articoli sono ‘atti di adorazione’ (titolo di una raccolta di racconti brevi di Mishima) verso il soggetto che scrive e si narra. Vi prego solo di non confonderli con il vomitio sul lettino dello psicanalista…</p>
<p style="text-align: justify;">Giamblico di Calcide, vissuto a cavallo tra il secondo e il terzo secolo D.C. fu filosofo di origine siriaca, dove aprì ad Apamea una scuola si studi neoplatonici, accentuando il divario tra l’anima e il corpo. Partecipò alla tendenza del tempo di ridurre, ad unità organiche e in armonia gerarchica, le componenti della filosofia e del loro subordinarsi alla teurgia, atto sommo del conoscere (ciò spiega la cura con cui Marsilio Ficino ne tradusse gli scritti per poi trarne insegnamento in età umanistica). Grande fu la sua fama e di lui ebbe ad intessere lode Giuliano imperatore (noto fra i cristiani come l’Apostata). Fra le varie opere si ricordano i dieci libri sulla vita e il pensiero di Pitagora, che ci forniscono indicazioni regole modelli di comportamento della scuola di Crotone. Fra cui i Simboli che ho ritrovato l’altra notte accanto a I versi d’oro pitagorei con un saggio introduttivo di Julius Evola. E sotto gli occhi mi cade la prescrizione numero quindici ‘Non orinare rivolto al sole’. (Spiegato, dunque, il repentino passare da amenità autobiografiche a dotti riferimenti alla filosofia antica. Una comune esigenza fisiologica…).</p>
<p style="text-align: justify;">La contrapposizione tra le due affermazioni, l’ingiunzione dell’una e dell’altra, appaiono così evidenti, che oserei dire cadono nel banale… come pioggia soggetta agli spruzzi dettati dall’atmosfera così sfuggire al rischio di trovarsi i pantaloni maculati e bagnati. Un rapporto immediato tra causa ed effetto in cui la carne si omologa ai dettami della natura. Al contrario il culto del Sole richiede riti sacri ed eterei, magari risolti con il sacrificio del sangue ed il cuore offerto al dio perché rinnovi la sua presenza sul mondo. Reductio ad Unum come si rilevava nel Medio Evo. La luce emanata dal sole, i suoi raggi, sono come gradini di una scala, ora discendente ora ascendente e l’essere prossimi o distanti dalla fonte primaria fa la differenza, rende le gerarchie nobili e consolidate. Pitagora l’intese in questo modo? Temette di offendere l’Uno da cui tutto si diparte e a cui tutto aspira? In fondo, a ben guardare, l’avversità che manifestò verso le fave (si narra come preferisse la morte per mano nemica che nascondersi in un loro campo) risponde al medesimo dettato se, nel linguaggio pittoresco e plebeo, vengono omologati… Oppure, ma le citazioni potrebbero essere a iosa, quanto scrive Otto Weininger (Delle cose ultime), questa figura inquieta di giovane ebreo, morto suicida a ventitre anni (gli stessi anni di un altro suicida, anch’egli giovane ebreo e a me caro, Carlo Michelstaedter): ‘l’uomo è debole ed immaturo al punto che non può neppure fissare il sole’.</p>
<p style="text-align: justify;">E se provassimo a rovesciare il sacro ed il profano? Terreno ardito e scivoloso… eppure è proprio questo il compito, pensava Drieu la Rochelle, dell’intellettuale (mi si dirà piccolo borghese, falsamente eretico, in sé arrogante e presuntuoso), andare là dove ancora nessuno s’è collocato. Prime forme, oscure e primitive, di religiosità le rocce i massi erratici le pietre rivolte verso (o contro?) il cielo, erette dalla natura e intese quali stabili erezioni. Il sole feconda la terra, l’uomo la donna. L’India Vedica ed Arya, il kama-sutra le sculture del tempio di Devi Jagadambara a Khajuraho. Un paese sterile e impotente – la civiltà dell’opulenza – destinato all’estinzione nella sua originaria forma identitaria. Sesso libero ed estremo, attuazione di sogni proibiti, in ‘amore’ tutto è lecito, appagamento dei desideri i più sfrenati – come sottrarsi e perché doversi sottrarre al loro richiamo? -, ci penserà il tempo e l’anagrafe. Qui ed ora sta l’eterno. Nell’orgasmo e nella eiaculazione l’urlo e le lacrime, rivolta libertaria e appagamento nella vittoria. Orinare evitando il vento, non soltanto un banale accorgimento, ma il riconoscersi parte integrante integrata e ‘sacra’ della natura…</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le cose sono dei, pensava il savio Talete, nella luminosità e dal calore del sole riscaldate o solo vaganti nel nulla simili a vaghe e pallide ombre di sogno. Blowin’in the wind, cantava Bob Dylan a tempi della mia inquieta e irriverente giovinezza. Questa volta, è proprio il caso di dirlo, ho pisciato fuori dal vaso? Dopo il tentativo di suicidio nell’agosto del ’44, s’era rifugiato in una sorta di terra di confine tra la vita e la morte, precluso al mondo e in attesa di quel totale donarsi all’Essere di cui solo i mistici conoscono l’accesso. Sulla scrivania la traduzione delle Upanishad, esile voce a confortarne i giorni estremi. Così Drieu la Rochelle fino a quel 16 marzo del ’45. Dalla Chandogya-upanishad, terza lettura: ‘è questo atman dentro il mio cuore, che è più piccolo di un grano di riso, di un grano di orzo, di un grano di senape, di un grano di miglio… questo stesso Sé che è dentro il mio cuore è più grande della terra, più grande dello spazio, più grande del cielo…’. Insomma in questo nostro corpo è racchiuso l’inizio la fine e il destino del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciatemi, dunque, pisciare rivolto verso il sole e non contro il vento… Eppure Fedor Dostoevskij, che ha saputo scavare nell’animo umano forse ben più – mi turba ammetterlo – del mio amico Nietzsche, ne I fratelli Karamazov fa dire ad Ivan, accusato e portato in prigione, che lo possono racchiudere nella cella più buia e profonda, ma egli, pur non potendo beneficiare della luce e del calore, sa che vi è il sole…</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Michele Merlino</p>

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		<title>Atrocita’ commesse sul popolo Herero durante la repressione della loro rivolta del 1904-1907 nell’Africa del sud-ovest tedesca?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Aug 2014 15:04:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un analisi delle recenti accuse contro la Germania e un’inchiesta sulla credibilità e sulla giustificazione delle richieste di “aus Nordbruch” Organizzatore dell’evento: European American Culture Council Luogo e data dell’evento: Sacramento (California), 25 Aprile 2004 Gentili Signore e Signori, è un piacere per me ringraziare coloro che hanno avuto il coraggio di organizzare questa magnifica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/atrocita-commesse-sul-popolo-herero-durante-la-repressione-della-loro-rivolta-del-1904-1907-nellafrica-del-sud-ovest-tedesca/">Atrocita’ commesse sul popolo Herero durante la repressione della loro rivolta del 1904-1907 nell’Africa del sud-ovest tedesca?</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Un analisi delle recenti accuse contro la Germania e un’inchiesta sulla credibilità e sulla giustificazione delle richieste di “aus Nordbruch” </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Organizzatore dell’evento: <em>European American Culture Council</em></p>
<p style="text-align: justify;">Luogo e data dell’evento: Sacramento (California), 25 Aprile 2004</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gentili Signore e Signori,</p>
<p style="text-align: justify;">è un piacere per me ringraziare coloro che hanno avuto il coraggio di organizzare questa magnifica conferenza. In particolar modo desidero ringraziare coloro che hanno reso possibile la mia presenza qui. E’ un grande onore per me essere ospite in mezzo a donne e uomini che si sentono consapevolmente impegnati a ricercare la verità storica e, facendo ciò, disposti a farsi carico della relativa incombenza di rischio personale e finanziario e, spesso, persino di attacchi fisicamente duri alla loro salute e alla loro incolumità.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi vorrei parlarvi delle recenti accuse mosse alla Germania: <strong>le presunte atrocità commesse sul popolo Herero nell’Africa del Sud Ovest tedesca nel 1904. </strong>Secondo le accuse le <em>Kaiserliche Schutztruppe </em>(truppe coloniali imperiali) avrebbero massacrato gli Herero dopo “una battaglia di accerchiamento” a Waterberg l’11 Agosto 1904 costringendoli “sistematicamente e spietatamente” a scappare verso il deserto privo di acqua di Omaheke, facendo in modo che non ne uscissero e, quindi, condannandoli a morire atrocemente di fame e di sete. Si ritiene che decine di migliaia di Herero siano stati uccisi. In una qualche misura, i sostenitori di questa accusa affermano che questo “genocidio” sarebbe stato provocato “dall’infame bando” del Generale Lothar von Trotha, comandante in capo delle truppe coloniali nell’Africa tedesca del Sud-Ovest. Queste accuse sono basate sulla verità storica? Esaminiamo i fatti!</p>
<p style="text-align: justify;">Alla <em>Conferenza Mondiale contro il Razzismo, la Discriminazione Razziale, la Xenofobia e Intolleranze Collegate </em>tenutasi in Sud Africa, a Durbam, il 1° di Settembre 2011, Joschka Fischer, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Federale di Germania, proclamò: “<em>Il più terribile crimine del 20° secolo, comunque, ebbe luogo nel mio paese: il genocidio di sei milioni di Ebrei europei, Rom e Sinti. La memoria di questo evento, che non può essere in alcun modo relativizzato e la responsabilità derivante, modellerà per lungo tempo la politica tedesca” </em>(1) Davanti ad un simile assegno in bianco non c’è da sorprendersi che le richieste di “riparazioni e compensazioni” nei confronti della Germania rappresentino ancora oggi un buona natura lucrativa. Perciò non c’è da meravigliarsi nel vedere costantemente nuove richieste basate su presunti incidenti che si suppone abbiano avuto luogo in un passato remoto, per essere precisi, tra il 19° ed il 20° secolo in Africa. Nel Settembre 2001 tale richiesta fu fatta per conto del popolo Herero dell’Africa del Sud Ovest (ora Namibia), dal controverso capotribù Kuaima Riruako. Tramite un’azione legale davanti ad una corte americana, intendeva richiedere quattro miliardi di dollari americani per danni dalla Repubblica Federale Tedesca e da due società tedesche per schiavitù, genocidio e furto. Egli riteneva che le possibilità di successo fossero “<em>fattibili perché stiamo seguendo la stessa strada degli Ebrei. Il genocidio contro il nostro popolo fu un precursore dell’Olocausto” </em>(2). Riruako sostiene “<em>che siccome la Germania ha pagato riparazioni agli Ebrei per la loro sofferenza nell’Olocausto nazista, anche la sua tribù dovrebbe ricevere la compensazione da parte tedesca” </em>(3). Questa forte dichiarazione merita di essere analizzata nei dettagli, in particolare per via del fatto che Riruako ha già minacciato pubblicamente che, nel caso al suo popolo non fossero pagate “<em>le riparazioni per i crimini commessi contro di esso durante l’era coloniale”</em>, si sarebbero “reimpossessati” con la forza delle aziende agricole. “<em>La Germania ci deve delle riparazioni, altrimenti l’unica strada rimasta per noi africani sarà quella percorsa dallo Zimbabwe” </em>(4).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella storiografia dobbiamo chiaramente distinguere fra i due principali gruppi antagonisti: da una parte coloro che accusano qualcuno e sostengono affermazioni o persino dogmi di presunti genocidi e, dall’altra parte coloro che non lo fanno. Questi ultimi in genere tendono a confutare queste accuse avvalendosi della ricerca, preferibilmente tramite ricerca empirica e pubblicazioni accademiche. Lo stesso principio vale per la storiografia dell’Africa del Sud Ovest tedesca. Per semplificare il complesso, chiamiamo i sostenitori della tesi del genocidio degli Herero con nome di “sterminazionisti” . Quelli della controparte li chiameremo “revisionisti” , poiché tentano scientificamente di valutare o di correggere la storiografia predominante. Nell’ambito dell’attuale clima del politicamente corretto, questo status quo può causare problemi, Gunter Spraul, un insegnante tedesco di storia alle scuole superiori, capì chiaramente questo argomento e ammise: “<em>Fin dalla seconda guerra mondiale, la parola GENOCIDIO evoca particolari emozioni e associazioni. Le immagini che evoca sono determinate dalle pratiche dei Nazional Socialisti, così che ogni paragone deve poi sia confrontarsi che competere con esse” </em>(5) Ma in questo modo, signore e signori, la discussione viene abilmente indirizzata in un predeterminato angolo fuori dal quale una libera e reale discussione non è più <em>possibile</em>, perché viene soffocata fin dall’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel Luglio 2011, sul giornale <em>Windhoek Observer</em> apparve un articolo che parlava di una recente tesi di laurea di Klaus Lorenz all’Università di Amburgo (6), gli sterminazionisti si allarmarono. Lorenz mise in dubbio le accuse del cosidetto genocidio Herero. Proprio come fece l’archivista del Windhoek National Brigitte Lau nel suo articolo: <em>Uncertain Certainties </em>(certezze non certe) nel 1989. Secondo gli sterminazionisti quei tipi di pubblicazioni critiche erano una prova di storiografia “di destra” o comunque “apologetica” (7). La libreria svizzera <em>Basler Bibiolgraphie, </em>nota per sostenere “movimenti di liberazione” come l’<em>African National Congress (ANC) </em>oppure il <em>South West African People’s Organisation (SWAPO), </em>riconobbero presto che quegli articoli furono pubblicati in giornali piuttosto conservatori che furono perciò diffamati come “scritti revisionisti” , i quali vennero interpretati come “di destra” e quindi non scientifici. Bene, ma perché gli articoli pubblicati su giornali non marxisti o su giornali non di regime dovrebbero essere considerati meno validi scientificamente degli articoli pubblicati sui media “di sinistra” o anti-tedeschi?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> <strong>Accuse e Rivendicazioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molte pubblicazioni sterminazioniste sono sature di parole abusate e strausate che tendono a zittire, come “genocidio” . “brutalità” , “fascismo” , “tirannia tedesca” , “politiche di sterminio” e, naturalmente, “Olocausto” . Non c’è da meravigliarsi se persino nei cosìdetti libri scolastici trovate frasi come questa ad esempio: “<em>Per von Trotha la sommossa non era altro che un’orda di negri selvaggi la cui ribellione non poteva essere che punita con lo sterminio” .</em> (8) Secondo il settimanale cattolico tedesco DAS SONNTAGSBLATT, il “L’Afrikakorps” (sic!) imperiale tedesco, commise il primo genocidio del 20° secolo. Le truppe coloniali obbligarono gli Herero a scappare nel deserto senza acqua, dove quattro quinti del popolo Herero sarebbero poi morti di sete. (9) Il <em>Fronte di Unificazione Africano </em>descrive il livello di questa presunta atrocità: “<em>Le donne le ragazze Herero e Nama furono internate in campi di concentramento e stuprate dalle truppe tedesche, mentre gli uomini e i ragazzi venivano torturati e ammazzati. Questo trattamento nei confronti degli africani fu più tardi riservato agli Ebrei e altri nemici del regime nazista in Germania e dalle stesse unità militari che praticarono i loro esercizi di morte in Africa” . </em>(10).</p>
<p style="text-align: justify;">Enzo Traverso, che insegna scienze politiche in Francia, sostiene: “<em>Il popolo Herero composto da oltre 80.000 persone all’inizio del 1904 fu ridotto a 8.000 individui alla fine dello stesso anno in seguito a sistematiche azioni di persecuzione, distruzione e deportazione nel deserto, il che fu classificato da alcuni storici come: politica deliberata di genocidio” . </em>(11) Peter Carstens dell’Università di Toronto è totalmente d’accordo, sebbene i suoi numeri differiscono in modo significativo: “<em>Quando la ribellione fu soppressa nel 1907, il loro numero era stato ridotto da 100.000 a 25.000” </em>(12) L’associazione con base a Londra <em>Peace Pledge Union </em>(Unione Impegno per la Pace) asserisce che i soldati tedeschi erano ben pagati per cacciare gli Herero in quella infida landa desolata. Fu loro ordinato di avvelenare le poche pozze d’acqua presenti. Altri misero dei posti di guardia lungo il confine di 150 miglia: ogni Herero che tentava di ritornare veniva ucciso. (13)</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna affermazione sembra essere troppo grottesca, nessuna accusa troppo assurda. Nel 1998, il noto giornalista americano del DALLAS MORNING NEWS, Todd Bensman, scrisse senza alcuna vergogna: “<em>Dal 1904 al 1915 (!), le truppe del Kaiser sterminarono sistematicamente 80.000 Herero, un massacro poco noto di teutonica efficienza che creò campi di lavoro forzato, schiavitù sessuale e i primi ‘studi’ accademici sulla presunta superiorità Ariana” . </em>(14) Lo scrittore socialista Tom Sanders afferma: “<em>Storie raccontate dicono che gli uomini tagliavano le gole ai capi di bestiame per berne il sangue. Degli Herero aprivano le pance delle bestie morte per berne il liquido dello stomaco. Gli uomini che fuggivano dal deserto venivano linciati nello stile del Ku Klux Klan” . </em>(15) Sebbene questa affermazione sia puramente soggettiva, non trovò mai alcun sostegno da parte dei media schierati. Un paio di anni fa la BBC affermò con serietà che “<em>I tedeschi trascinarono gli Herero nel deserto di Omaheke, sigillando le ultime pozze d’acqua e alzando una rete attorno per tenerli lontani” . </em>(16) I sostenitori della tesi dello sterminio affermano che lo “sterminio degli Herero” fu invece “il primo genocidio del 20° secolo” . E’ chiaro che si sta facendo più evidente l’idea che “questi spietati tedeschi in Namibia piantarono i primi semi dai quali Adolf Hitler avrebbe raccolto i frutti per i suoi esperimenti razziali contro gli Ebrei nell’Olocausto Nazista che ebbe luogo 40 anni più tardi” (17). Non stupisce quindi che il movimento per i diritti umani “Società per i Popoli Minacciati” (Society for Threatened Peoples in inglese, oppure, Gesellschaft fuer bedrohte Voelker in tedesco) potesse affermare: “<em>Giudicati con tutti i criteri storici, la rivendicazione degli Herero è la stessa di quella degli Ebrei” . </em>(18).</p>
<p style="text-align: justify;">Come avviene in molti altri casi circa le richieste di “risarcimento” , anche in questo caso il numero delle presunte vittime sembra essere troppo ambiguo. Riruako calcola in modo avventuroso: “<em>Secondo la ricerca, oggi saremmo stati un popolo di 2 milioni di anime, anziché essere invece dai 400 ai 500.000” . </em>(19) Accidenti, è sorprendente! Secondo le rilevazioni ufficiali, la Namibia oggi conta una popolazione di 1,8 milioni di abitanti, dei quali, solo circa 100.000 sono Herero. (20) Nel Gennaio del 2004 Riruako diffuse persino la notizia che un numero di “circa 500.000 persone di origine Herero viveva in Germania” . (21) Non c’è mai stato un censimento ufficiale della popolazione prima della rivolta degli Herero. Cento anni fa, il missionario Friedrich Bernsmann stimò la quantità degli Herero, prima della loro rivolta, in 35.000 unità. Egli inoltre stimò che di questi, dai 23.000 ai 25.000 sopravvissero alla rivolta (22). Sebbene queste cifre sono basate solo su stime, le affermazioni di Bernsmann sono abbastanza vere. Secondo le dichiarazioni fatte dalla RHEINISCHE MISSION, la principale missione cattolica nell’Africa tedesca del Sud Ovest, nell’intero territorio Herero/Damaraland, alla fine del 1901 furono battezzati circa 4.400 nativi, 3.000 dei quali erano Herero. (23) Se si da credito alla relativa documentazione che indica che al tempo della rivolta circa il 10% della popolazione locale era stata convertita al cristianesimo, il calcolo porta ad un totale di circa 30.000 individui del popolo Herero. Inoltre, l’ex Giudice della Corte Suprema dell’Africa del Sud Ovest, Israel Goldblatt, valuta, nel suo libro <em>History of South West Africa</em> del 1921 cioè 15 anni dopo la guerra, il numero della popolazione Herero appena sopra le 31.000 unità. Nei quattro successivi decenni il numero aumentò superando appena le 35.000 unità. (24) Questo naturale tasso di crescita dimostra chiaramente che era biologicamente impossibile per gli “Herero sopravvissuti” triplicarsi o addirittura quadruplicarsi nel giro di meno di una generazione, ciò che comunque potrebbero aver fatto se i numeri dati dagli sterminazionisti fossero giusti. Basandoci su dati demografici di cui poterci fidare, nel 1904 c’erano al massimo 30.000 Herero. Non tutti parteciparono alla rivolta. A Waterberg si adunarono circa 22.000 Herero, incluse donne e bambini. Queste sono le cifre reali con le quali dobbiamo confrontarci e non le accuse astronomicamente esagerate e politicamente motivate, presentate dai sostenitori della leggenda del genocidio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> <strong>L’azione legale da parte della Herero People’s Reparations Corporation</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> (Ente per gli Indennizzi al Popolo Herero)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia il capo tribù degli Herero, Kuaima Riruako, sostiene sfacciatamente che la soppressione della rivolta sarebbe stata “una guerra di genocidio” nella quale più di 80.000 Herero furono decimati in una “mattanza stile Nazista nei confronti degli Ebrei” . Senza esitazione paragona questo, ciò che lui definisce “crudeltà tedesca” , all’Olocausto e dichiara: “<em>Noi siamo come gli Ebrei che furono distrutti. I tedeschi hanno pagato per aver versato il sangue ebraico. Noi diciamo: risarcite anche noi! E’ tempo di guarire la ferita” </em>(25) Nel Settembre del 2011, una richiesta di indennizzo fu ufficialmente consegnata dal cosidetto Ente per gli Indennizzi del Popolo Herero che è presieduto da Riruako. In tribunale “l’ente” è rappresentato dallo studio di avvocati con base a Washington Musolino and Dessel i quali sostengono: “<em>Presagendo con impressionante precisione l’imperdonabile orrore dell’Olocausto Europeo soltanto qualche decade più tardi, gli imputati e la Germania imperiale crearono un’impresa commerciale tedesca che si avvalse di sterminio a sangue freddo esplicitamente sanzionato, la distruzione dell’organizzazione sociale e della cultura tribale, campi di concentramento, lavoro forzato, esperimenti medici e lo sfruttamento di donne e bambini in modo da favorire i loro comuni interessi finanziari” . </em>(26) I sostenitori della tesi del genocidio furono sorpresi. Sidney Harring, un “esperto legale” americano di sinistra, ad esempio, confermò rapidamente che queste accuse erano vere. “<em>La richiesta di indennizzo degli Herero è direttamente motivata nella caratterizzazione della storia della Germania come particolarmente violenta e come una ex potenza coloniale imperialista e razzista; il pagamento di indennizzi è la conferma dell’ammissione di questa violenza. In verità c’è la prova che il razzismo virulento che portò all’olocausto non solo caratterizzò la colonizzazione tedesca dell’Africa ma in parte fu formato laggiù” </em>(27)</p>
<p style="text-align: justify;">Signore e Signori! La maggior parte di questi giudizi frettolosi e diffamatori:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;        si basano in primo luogo sulla letteratura coloniale della Germania Imperiale in genere priva di senso</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;        in secondo luogo sono radicati nelle pubblicazioni della propaganda britannica del periodo della Prima Guerra Mondiale, come, ad esempio, l’infame BLUE BOOK (libro azzurro)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;        in terzo luogo sono basati su accuse mosse principalmente da storici marxisti della Repubblica Democratica Tedesca che costruirono le voci sul genocidio, in particolare la “leggenda dell’Omaheke” .</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi queste accuse dominano la storiografia ufficiale che si adatta senza senso allo <em>spirito del tempo</em>, nonché al giornalismo politicamente corretto. Questo avviene per lo più perché gli storici non marxisti si sono adattati alle pubblicazioni dei loro colleghi della Germania dell’Est senza verificare dettagliatamente i fatti. In questo modo, le opinioni marxiste ebbero modo di entrare nella scuola e nei libri di testo in tutto il mondo. Se preferite potete chiamarle “opinioni progressiste” le quali spesso finiscono per diventare tipicamente anti-tedesche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ci sono intellettuali che non hanno mai cessato di istruirsi. Questo vale, ad esempio, per Olga Levinson, allora Presidente dell’Associazione Sudafricana delle Arti (SWA). All’inizio degli anni sessanta, questa donna intellettuale ebrea credeva che i tedeschi avessero “messo in pratica le politiche di sterminio” in base alle quali ogni uomo Herero, ogni donna Herero e ogni bambino doveva essere “ucciso senza pietà” . (28) Bene, 40 anni fa alla popolazione non era stato ancora fatto il lavaggio del cervello come al giorno d’oggi. Le dichiarazioni anti-tedesche non basate su fatti ricevevano una marea di proteste nelle pagine delle lettere dei giornali del Sudafrica e dell’Africa del Sudovest. Al contrario di altri intellettuali, la Sig.ra Levinson fu abbastanza integra da rivedere le proprie opinioni per confrontarsi con la verità storica. Alla fine delle discussioni essa ammise di aver considerato “l’ordine di sterminio” come un “nudo fatto di storia” e che non avrebbe mai pensato che una fonte ufficiale come il Blue Book fosse “inaffidabile” . La Sig.ra Levinson alla fine si convinse e dichiarò: “<em>Col mio libro eliminerò una volta per tutte le vecchie accuse che purtroppo vengono ancora credute dalla maggior parte dei sudafricani e in altre parti del mondo” . </em>(29)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> <strong>La battaglia di Waterberg</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come stanno allora storicamente le cose? Nell’Agosto 1904 22.000 appartenenti alla tribù degli Herero, incluse donne e bambini, si radunarono a Waterberg. Essi non furono affatto sconfitti e non intendevano tantomeno arrendersi. Da un punto di vista storico non è vero asserire che l’11 Agosto si sarebbe verificata una sola decisiva battaglia. Infatti ci furono un paio di battaglie e di scaramucce, separate una dall’altra da una distanza di 50 kilometri. La più importante di tutte fu quella dei pozzi d’acqua di Hamakari che si tradusse quasi in un disastro per i tedeschi. Durante tutte le battaglie, gli Herero non rinunciarono mai all’iniziativa. Imbattuti e senza essere in definitiva minacciati, il loro leader, capotribù Samuel Maharero, prese comunque una decisione fatale la notte seguente. Gli Herero si dispersero in tutte le direzioni, la maggior parte di loro verso sudest in direzione del deserto di Omaheke. Le truppe imperiali furono incapaci di impedirlo, in particolare fu loro impossibile seguirli. Sia uomini che cavalli erano entrambi sfiniti. Le pattuglie tedesche che tentarono di seguire gli Herero dovettero fare ritorno dopo solo pochi giorni. Quindi gli Herero riuscirono a muoversi velocemente in gruppi di persone ma completamente indisturbati dai tedeschi. Solo dopo settimane le forze militari tedesche furono in grado di darsi all’inseguimento. Questa non fu una caccia ma piuttosto uno strenuo inseguimento sulle tracce degli Herero. Non ci fu nessuna “costrizione nei loro confronti ai margini del deserto di sabbia” come affermano gli sterminazionisti. Quando il Generale von Trotha alla fine raggiunse Osombo Windimbe, il luogo dove pronunciò la sua dichiarazione ad alcuni ritardatari e sbandati il 2 Ottobre, gli Herero rimasero dispersi nell’intera area per lungo tempo. Samuel Maharero e i suoi seguaci, ad esempio, si rifugiarono nel Beciuanaland Britannico (il Botswana odierno) fin dall’ultima settimana di Settembre. Altri puntarono verso sud e tornarono alle loro terre persino su a Walvis Bay. Altri ancora fuggirono verso nord nella Ovamboland. La maggior parte di loro scomparve nella savana. Non ha assolutamente senso ritenere che gli Herero in quel periodo fossero ancora nell’Omaheke. Non c’era la benché minima possibilità per loro di “ripiegare” dal deserto “verso le linee tedesche” .</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia non c’è dubbio sul fatto che gli Herero abbiano avuto un terribile destino. Nell’attraversare la distesa di sabbia e i lunghi periodi senza acqua, persero la stragrande maggioranza del loro bestiame ed anche molti di loro perirono. Comunque la ritirata degli Herero in direzione sudest non fu ne forzata ne scelta casualmente, ma ben programmata. Molto tempo prima che la rivolta scoppiasse, Maharero ebbe assicurato l’appoggio britannico promettendo di risparmiare vite britanniche e sudafricane da qualsiasi attacco o incidente. Come contromossa, gli fu permesso di ritirarsi nel protettorato britannico del Beciuanaland (30). Infatti la migrazione laggiù degli Herero era già iniziata un paio di mesi prima della rivolta (31), persino decenni prima che le battaglie di Waterberg ebbero luogo (32). Il percorso sicuro attraverso il deserto di Omaheke, chiamato il sentiero Ngami, era ben conosciuto dagli Herero già da molti anni. Conoscevano i sentieri, nascondigli segreti e pozze d’acqua. La vera tragedia fu che nel 1904 era piovuto molto meno nell’Omaheke di quanto avvenne nel resto del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> Il “Vernichtungsbefehl” (ordine di sterminio)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente ad ogni aspettativa, gli sterminazionisti sostengono che i tedeschi avevano continuato a spingere gli Herero e il loro bestiame nel deserto, circondato tutte le strade di fuga ed obbligandoli alla fine a morire facendo loro mancare l’acqua. Poi, ritengono che il Gen. Von Trotha diede l’infame “ordine di sterminio” il 2 Ottobre 1904 per mettere in atto la soluzione finale (33). Siamo seri! E’ poco conosciuto il fatto che non c’è un vero e proprio documento di quella dichiarazione. Il testo non è reperibile in nessuna pubblicazione ufficiale o semi-ufficiale. Si dice che l’originale sia andato perso! Le versioni conosciute differiscono in modo significativo l’una dall’altra. La prima versione della dichiarazione fu pubblicata solo un anno dopo, nel 1905, senza citare alcuna fonte, dall’editore del WINDHUKER NACHRICHTEN, Conrad Rust. Alla fine di quell’anno fu anche pubblicata nel giornale social-democratico VORWAERTS (che significa: Avanti). Giusto per evitare accuse di parzialità, non ho dubbi che il Gen. Von Trotha abbia effettivamente emesso un proclama circa le procedure da adottare contro gli Herero armati, ma le circostanze che circondano l’evento sono alquanto misteriose. Una copia del relativo testo conservato negli Archivi Nazionali di Windhoek afferma (traduzione mia) quanto segue, che però, guarda caso, differisce dal testo conservato negli archivi di Potsdam:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Io, il grande generale dei soldati tedeschi, indirizzo questo messaggio al popolo Herero. Gli Herero non sono più dei soggetti tedeschi. Essi hanno assassinato e rubato, hanno tagliato orecchi e nasi e altri parti del corpo a soldati feriti ed ora non vogliono più combattere per codardia. Io dico al popolo: chiunque consegni un capo riceverà 1.000 Marchi, colui che porterà Samuel in persona riceverà 5.000 Marchi. La nazione Herero deve lasciare il paese. Se non lo farà la obbligheremo con la forza. All’interno dei confini tedeschi, ogni appartenente agli Herero, armato o disarmato, con o senza bestiame, verrà fucilato. Nessuna donna o bambino verranno ammessi nel territorio: saranno respinti o verrà aperto il fuoco su di loro. Queste sono le mie parole al popolo Herero.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Grande Generale de Potente Kaiser, Generale Lothar von Trotha. 2 Ottobre 1904” </em></p>
<p style="text-align: justify;">A mio avviso, signore e signori, l’intenzione di questa dichiarazione piuttosto arrogante e altezzosa va spiegata innanzitutto in termini psicologici. La scelta della sola patetica parola lo giustifica. Lo scopo dell’esercito tedesco era di minacciare che bande di Herero che imperversavano, oppure come la storica americana Karla Poewe riassume: “<em>L’intenzione era di tenere le piccole bande di guerriglieri lontano dalle truppe tedesche” </em>(34) Anche la teatralità dell’esercito tedesco a quel tempo suggerisce tale deterrenza: il tribunale militare condannò due Herero a morte che furono poi impiccati davanti a 30 prigionieri. Dopo l’esecuzione, la dichiarazione fu loro letta nella loro lingua Otjiherero. I prigionieri furono poi rilasciati garantendo così che il contenuto della dichiarazione sarebbe stato divulgato persino nei più remoti nascondigli degli Herero.</p>
<p style="text-align: justify;">Von Trotha giustificò parimenti la sua condotta di guerra nel DEUTSCHE ZEITUNG: “<em>Il comportamento delle tribù africane era insito in esse fino alla sconfitta. Questo doveva succedere anche in questo caso. E’ ovvio che la guerra in Africa non è in linea con la Convenzione di Ginevra. Fu doloroso per me riportare indietro le donne dai pozzi d’acqua del Kalahari, ma le mie truppe si trovavano di fronte ad una catastrofe. Se avessi reso accessibile anche la più piccola pozza d’acqua alle donne, mi sarei trovato ad affrontare una Beresina africana” </em>(35) Qui il Generale von Trotha allude alla ritirata di Napoleone da Mosca nel 1912 e alla tragica traversata del fiume della sua <em>Grande Armata.</em> Pare che il Generale volesse porre fine alla guerra nel modo più rapido ed efficiente possibile, evitando ogni futura rivolta da parte del nemico ed assicurare un pacifico e duraturo sviluppo del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è inoltre un’altra ragione psicologica dietro alla dichiarazione e che non può essere ignorata. Al contrario dei combattenti europei, gli Herero non portavano uniformi ma indossavano i loro tradizionali abiti civili. Essi erano ovunque, nella folta savana e nelle fattorie, giorno e notte, era impossibile distinguere se si trattava di un civile o di un rivoltoso. Ci furono molte pattuglie tedesche che persero la loro vita in modo spaventoso a causa di queste bande di ribelli. Tortura e mutilazione erano abitudini comuni. Gli Herero non facevano mai prigionieri. Per cui, la dichiarazione del Generale è anche da intendersi come misura di tutela per le sue truppe. (36)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> <strong>Il reale significato di <em>Vernichtung </em>(sterminio)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa veramente il termine <em>Vernichtung</em> usato dai tedeschi durante la campagna militare nell’Africa del Sudovest nel 1904? Come spiega giustamente la storica americana Karla Poewe: “<em>L’uso del verbo “vernichten” che la gente inconsapevolmente traduce con “sterminio” , significa infatti, nel suo uso nei tempi, rottura della resistenza militare, nazionale o economica” </em>(37). In effetti l’ambiente militare tedesco intendeva e intende ancora oggi il termine “Vernichtung” nel senso di “eliminazione” , in altre parole, la neutralizzazione, la rottura della resistenza del nemico e della sua capacità di continuare a combattere. Nient’altro emerge dalla strategia di von Trotha: “<em>Il mio piano adottato inizialmente per le operazioni era quello di accerchiare gli Herero a Waterberg e di eliminare la massa con un attacco, per poi stabilire posti operativi individuali dove trovare e disarmare i fuggitivi, con taglie sulle teste dei comandanti da essere condotti sotto il mio controllo e poi punirli con la pena di morte” </em>(38). Gli Herero quindi non dovevano essere “sterminati”, ma al contrario, dopo essere stati disarmati, dovevano essere fatti prigionieri e sedati. Per questa ragione furono allestiti campi di prigionia per migliaia di persone (39). Possiamo quindi ragionevolmente concludere che la dichiarazione del Generale Lothar von Trotha al popolo Herero del 2 Ottobre 1904 non fu un “ordine di genocidio” ma un annuncio motivato da ragioni logistiche e psicologiche, formulato con parole penose. Inoltre è poco noto il fatto che la dichiarazione fu seguita da un vero e proprio ordine alle truppe che getta un ulteriore luce negativa sul valore propagandistico del proclama dal sapore barbaro. Questo successivo ordine, ovviamente, non fu reso pubblico:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Questo proclama va trasmesso alle truppe durante lo schieramento con l’aggiunta che qualsiasi soldato che cattura un capo nemico riceverà la ricompensa e che fare fuoco su donne e bambini è da intendersi sparare sopra le loro teste così da obbligarli a fuggire. Sono certo che questo proclama non porterà più alla cattura di prigionieri maschi, ma anche che non ci saranno atti di crudeltà verso donne e bambini. Essi si metteranno a correre se verranno sparati un paio di colpi sopra di loro. La truppa rimarrà conscia del buon nome dei soldati tedeschi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Comandante</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Firmato: v. Trotha, Generale” </em>(40)</p>
<p style="text-align: justify;">Questo successivo ordine indica chiaramente che il Generale von Trotha proibì esplicitamente l’uccisione di donne e bambini. Questo si addiceva anche all’etica dell’ufficiale Prussiano. Un ordine di uccidere donne e bambini era contro il codice d’onore dell’ufficiale tedesco, senza menzionare le tradizionali norme generali di condotta applicabili ai soldati tedeschi in guerra. Forse considero questo in un modo da occhi troppo azzurri? Diamo ora uno sguardo al</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>trattamento degli Herero da parte dei tedeschi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In una lettera all’editore del quotidiano di Windhoek ALLGEMEINE ZEITUNG del 28 Luglio 1961, il Sig. R. Sarnow, un ex soldato che servì nelle truppe coloniali durante la rivolta degli Herero, affermò: “<em>che ogni Herero maschio, donna o bambino che si arrendeva, veniva inviato alla missione e vi si provvedeva. Noi soldati tedeschi non eravamo soldataglia indisciplinata che uccideva senza motivo, ma eravamo una truppa assolutamente disciplinata che non ha mai fatto del male a nessun Herero disarmato” . </em>Gli storici marxisti, ovviamente, ne sanno di più. Il noto storico comunista Horst Drechsler, ad esempio, afferma: “<em>In realtà la differenza di trattamento tra uomini da una parte e donne e bambini dall’altra non fu mai fatta. Tutti gli Herero, indipendentemente dal fatto se erano uomini, donne o bambini, venivano uccisi ogni volta che cadevano nelle mani dei soldati tedeschi” </em>(41). Tali affermazioni, vendute come fatti storici, si trovano spesso sui media. Il giornale tedesco di sinistra JUNGE WELT, ad esempio, scriveva: “<em>Esecuzioni di massa di prigionieri e la decimazione degli Herero feriti era all’ordine del giorno. Persino donne e bambini venivano uccisi durante queste battaglie, talvolta persino bruciati vivi” </em>(42). Quelli che fra voi conoscono la storia, ed in particolare la storiografia di regime, ricorderanno le storie dell’orrore della propaganda della Prima Guerra Mondiale (bambini con le mani tagliate) oppure ricorderanno la guerra Irak-Kuwait (neonati strappati dalle loro incubatrici). Il contenuto di verità di queste storie è simile a quello del gossip dei tedeschi che macellano gli Herero. In pratica è evidente che solo gli Herero armati incontravano i fucili dei tedeschi. Nessuna delle unità combattenti degli Herero è stata “falciata” , ma venivano fatti prigionieri se i tedeschi riuscivano a catturarli. L’atteggiamento umano di base dei soldati tedeschi nei confronti dei loro prigionieri sfiniti, affamati e assetati, viene descritta dal soldato Paul Harrland, ad esempio, che nel 1905 accompagnò questo trasporto da Otjimbinde a Okahandja: “<em>La buona natura del soldato tedesco emerge quando lui stesso condivide ogni cosa con questa gente, come la fame. Avemmo pietà dei poveri bambini i quali non avevano colpa di nulla. C’era in particolare una smunta giovane ragazza che ebbe tutta la nostra solidarietà. Con un amore infantile fece stendere sua madre cieca su una striscia di cuoio” </em>(43). Nessuno meglio del Colonnello Deimling, che dopo la Prima Guerra Mondiale divenne un pacifista di sinistra, ebbe a confermare che, nonostante la bestiale crudezza che gli Herero mostravano verso i soldati tedeschi feriti, migliaia di Herero furono fatti prigionieri e trattati con umanità: “<em>Prigionieri e donne innocenti e indifesi furono trattati umanamente e con molta pazienza; spesso vidi come la nostra gente condivideva con i prigionieri la poca acqua e cibo che avevano” </em>(44). In effetti, nelle fonti autentiche di prima mano, capitiamo spesso in racconti nei quali i soldati tedeschi, in particolare verso i bambini, erano umani nel senso più vero della parola. Il Capitano Bayer, ad esempio, riportò un altro classico esempio, emerso durante un inseguimento degli herero e che può essere considerato come un tipico comportamento: “<em>Un bambino Herero di circa 4 anni era seduto vicino a duna pozza d’acqua e ci guardava con occhi grandi e sorpresi. Dovevamo fermarci per un po’ di tempo. I nostri soldati se ne stavano attorno al bambino e si chiedevano come poteva essere salvato da morte certa. Alla fine qualcuno decise: abbiamo bisogno di trovare una madre a questo bambino! Velocemente alcuni uomini corsero nella savana e riuscirono a trovare una vecchia Herero, tutta avvizzita, sul cui grembo appoggiarono il bambino. Poi presero una capra e qualcuno iniziò a mungerla. Dalle mammelle quasi vuote uscì un quarto di tazza di latte che fu data al bambino. Legarono una corda attorno al collo della capra e la diedero alla vecchia. Fu un quadro meraviglioso: la vecchia Herero sorridente, il bambino e la capra da latte e davanti a loro i nostri soldati che si godevano questa bellissima scena” </em>(45). Il Tenente Erich von Salzmann riferì di un altro caratteristico esempio. Vicino alla pozza d’acqua Owikokorero i tedeschi individuarono due donne indigene: “<em>Una aveva un bimbo di circa una settimana e sembrava messo molto male. Lei notò che provavamo pena per lei poiché i suoi tentativi di chiedere l’elemosina ebbero successo. Le demmo infatti della carne di manzo in scatola che trangugiò molto rapidamente” </em>(46). L’atteggiamento umano dei soldati tedeschi era noto fra gli Herero che si arrendevano o venivano fatti prigionieri. Ci sono persino delle importanti e autentiche fonti Herero che lo confermano. L’evangelista Andreas Kukuri, ad esempio, che era tra quelli che attraversarono il deserto Omaheke nel Settembre 1904, ammise, quando lui e il suo gruppo furono catturati, furono mandati dal missionario Eich, il quale disse: “<em>Ora facciamo la pace vera!” </em>dopodiché “<em>ritornammo nelle nostre zone nei nostri territori” </em>(47). Del tutto simili sono le dichiarazioni fatte da importanti saggi Herero nelle interviste fatte dal <em>Michael Scott Project </em>agli inizi degli anni ottanta (48). Ma forse quella che più colpisce di tutte è la testimonianza di Amanda, la figlia istruita e beneducata del Capitano Zacharias dell’Otjimbingwe. Ammise di essersi consegnata personalmente ai tedeschi perché sapeva che i tedeschi non facevano del male alle donne Herero (49). Questi fatti storici dimostrabili, signore e signori, dimostrano senza dubbio l’irreprensibile atteggiamento dei soldati tedeschi, i quali in genere non si lasciavano mai andare a maltrattamenti brutali o peggio nei confronti della popolazione locale nell’Africa del Sudovest tedesca. Hans Germani, giornalista di fama mondiale del quotidiano tedesco DIE WELT parlò al capotribù Clemens Kapuuo, leader degli Herero negli anni settanta. Germani chiese al noto Herero qual’era il suo atteggiamento vero i tedeschi che furono accusati di aver commesso il genocidio del suo popolo: “<em>Vede, questa è una vera sciocchezza. Siamo entrambi popoli guerrieri, i migliori qui nell’Africa del Sudovest. All’epoca ci combattevano reciprocamente e voi siete stati i più forti. E’ vero, molti di noi morirono nella lunga fuga nel deserto, ma questo che cosa dovrebbe significare? Dovremmo evitare di scavare nelle vecchie tombe perché questo non creerà mai un futuro. Dia un’occhiata ai miei Herero. In occasione delle loro commemorazioni annuali indossano vecchie uniformi tedesche e si decorano con gradi militari, la cui terminologia è ereditata direttamente dal tedesco, come ad esempio: “Leutnanti” (sottotenente), “Oberleutnanti” (Tenente), “Hoppmann” (Comandante), “Majora” (Maggiore). Fondamentalmente abbiamo un profondo rispetto per i tedeschi” </em>(50). Kapuuo comunque escluse espressamente i tedesco-federali (i cosìdetti “Bonner Deutsche” , cioè i tedeschi di Bonn).</p>
<p style="text-align: justify;">Signore e signori, lasciate finire le mie spiegazioni con un ultimo sensazionale argomento. Durante la rivolta l’addetto militare britannico Colonnello Trench accompagnò l’alto comando tedesco durante le sue azioni militari (51). Fece la conoscenza di quasi tutti gli ufficiali tedeschi e di tutti i luoghi dove si svolsero le azioni militari. Era il testimone oculare neutrale <em>per eccellenza</em>. Chi altro, se non questo ufficiale britannico, non avrebbe redatto un rapporto dettagliato sulle violazioni dei diritti umani? Comunque in nessun archivio fondamentale (ne a Windhoek, ne a Londra o a Pretoria) sono stati trovati documenti del genere o che possano dare il minimo sospetto circa rapporti negativi inoltrati da questo qualificato ufficiale ai suoi superiori a Londra. Ciò è di vitale importanza in quanto si può dare per scontato che, se ci fossero stati incidenti che potevano essere collegati col benché minimo sospetto di violenze o genocidio, Trench li avrebbe senz’altro denunciati ai suoi superiori come atti illegali o crimini. Non li avrebbe certo occultati. Il fatto che non ci siano tali rapporti o denunce è logico perché non c’era niente da riportare o denunciare in quel senso, in quanto i tedeschi non hanno commesso alcuna atrocità o alcun genocidio sul popolo Herero nel 1904.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa conferenza è basata sui libri dell’oratore: Der Hereroaufstand 1904 (la rivolta Herero del 1904) (Stegen 2002, ISBN 3-934531-11-3) e Voelkermord an den Herero in Deustch-Suedwestafrika? (genocidio degli Herero nell’Africa del Sudovest tedesca?) (Tuebingen 2004, ISBN 3-87847-210-2).</p>
<p style="text-align: justify;">1 – http://auswaertiges-amt.de/www/en/infoservice/presse/index</p>
<p style="text-align: justify;">2 – Die Welt, 8 Settembre 2001</p>
<p style="text-align: justify;">3 – Massacre returns to haunt Germans (il massacro che torna a tormentare i tedeschi), The Sydney Morning Herald, 28 Luglio 1990</p>
<p style="text-align: justify;">4 – Land pressure mounting in Namibia (la pressione sulle terre sale in Namibia), in <a href="http://www.bbc.co.uk/">www.bbc.co.uk</a>, del 28 Agosto 2002</p>
<p style="text-align: justify;">5 – Gunter Spraul, Der “Voelkermord” an den Herero (il “genocidio” degli Herero), in Geschichte in Wissenschaft und Unterricht, Vol. 39/1988, pag. 726</p>
<p style="text-align: justify;">6 – Researcher into the Waterberg tragedy in 1904 presents a new radical version (ricercatore sulla tragedia di Waterberg nel 1904 espone una versione completamente diversa), The Windhoek Observer, 21 Luglio 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">7 – Jeremy Silvester, Werner Hillebrecht &amp; Casper Herichsten, The Herero Holocaust? (l’Olocausto Herero?), The Namibian Weekender, 10 Agosto 2001. (<a href="http://www.namibweb.com/hererohol.htm">http://www.namibweb.com/hererohol.htm</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">8 &#8211; Wolfgang Mayer: Schwarz-Weiss-Rot in Afrika (nero-bianco-rosso in Africa), Puchheim 1985, pag. 183</p>
<p style="text-align: justify;">9 – Thomas Bastar, Laender, die im Dunkeln bleiben (Paesi che rimangono nell’oscurità), Das Sonntagsblatt, 4 Aprile 1997</p>
<p style="text-align: justify;">10 – <a href="http://www.africafront.com/">www.africafront.com</a></p>
<p style="text-align: justify;">11 – Enzo Traverso, Die Moderne und die Barbarei (il moderno e la barbarie), Sozialistische Zeitung, 7 Dicembre 2000</p>
<p style="text-align: justify;">12 – Enciclopedia Americana, Vol. 14, New York 1971, pag. 137</p>
<p style="text-align: justify;">13 – http://www.ppu.org.uk/genocide/g_namibia1.html</p>
<p style="text-align: justify;">14 – Todd Bensman, Forgotten Victims: African Tribe Wants Apology (vittime dimenticate: tribù africana vuole le scuse), nel Dallas Morning News, citato da http://www.pewfellowships.org/stories/namibia/forgotten_victims.html</p>
<p style="text-align: justify;">15 – Tom Sanders, Imperialism and Genocide in Namibia (imperialism e genocidio in Namibia), Socialist Action, Vol. Aprile 1999</p>
<p style="text-align: justify;">16 – Tax wars, in http://www.bbc.co.uk/worldservice/africa/features/storyofafrica/11chapter10.shtml</p>
<p style="text-align: justify;">17 – The tribe Germany wants to forget (la tribù che la Germania vuole dimenticare), in New African, Vol. Marzo 2000</p>
<p style="text-align: justify;">18 – German Government must apologise for genocide of the Herero (Namibia) (il governo tedesco deve scusarsi per il genocidio degli Herero in Namibia), comunicato stampo del 31 Agosto 2001</p>
<p style="text-align: justify;">19 – Herero-Haeuptling fordert von Deutschland Entschaedigung (capotribù Herero pretende indennizzo dalla Germania), in Die Welt, 3 Settembre 2001</p>
<p style="text-align: justify;">20 – <a href="http://www.namibian.org/travel/namibia/population/">http://www.namibian.org/travel/namibia/population/</a></p>
<p style="text-align: justify;">21 – Namibia recalls Herero uprising (la Namibia ricorda la rivolta Herero), in Argus (Città del Capo), 10 Gennaio 2004</p>
<p style="text-align: justify;">22 – Vedi allegato No. 3 della conferenza dei missionari Herero a Otjibingue nel Settembre 1906 (Archivi della Rheinische Mission, Barmen), citato in N. Mossolow, Waterberg, Windhoek, 2°ed. pag. 42</p>
<p style="text-align: justify;">23 – Vedi Berichte der Rheinischen Missions-Gesellschaft 1902 (rapporti della società della Rheinische Mission 1902), Barmen o.J. pag. 228. Questa relatività sembra essere vera. L’allora segretario governativo dell’Ufficio Coloniale Imperiale Wilhelm Solf faceva riferimento alle statistiche di entrambe le missioni cattoliche che dicevano che nel 1914, cioè 10 anni dopo la guerra, circa 32.200 nativi erano stati convertiti al cristianesimo. (vedi Wilhelm Solf, Die Missionen in den deutschen Schutzgebieten (le missioni nei territori protetti della Germania), Berlino 1918, pag. 43</p>
<p style="text-align: justify;">24 – I. Goldblatt, History of South West Africa (storia dell’Africa del Sudovest), Città del Capo/Johannesburg 1971, pag. 265</p>
<p style="text-align: justify;">25 – Citato da Todd Bensman, Forgotten Victims: African Tribe Wants Apology (vittime dimenticate: tribù Africana vuole le scuse), Dallas Morning News, http://pewfellowships.org/stories/namibia/forgotten_victims.html</p>
<p style="text-align: justify;">26 – Christof Maletsky, Herero up the ante in reparations drives (gli Herero alzano la posta nella richiesta di risarcimento), The Namibian, 5 Settembre 2001</p>
<p style="text-align: justify;">27 – Sidney Harring, The Legal Claim for German Reparations to the Herero Nation (la richiesta legittima di indennizzi tedeschi alla nazione Herero), (Estratto da: Sidney Harring, The Legal Claim for Reparations to the Herero Nation: an Assertion of Herero Nationhood in the Path of Namibian Development? ), 104 West Virginia Law Review 393-497, 393-398, 401-410 (Winter 2002)</p>
<p style="text-align: justify;">28 – Olga Levinson, Aus der Geschichte Suedwestafrikas (dalla storia dell’Africa del Sudovest), in Allgemeine Zeitung, 21 Luglio 1961, pag. 4</p>
<p style="text-align: justify;">29 – Olga Levinson, Der Wahrheit die Ehre, (l’onore della verità), in Allgemeine Zeitung, 2 Agosto 1961, pag. 4</p>
<p style="text-align: justify;">30 – Vgl. Gerhardus Pool, Die Herero- Opstand 1904-1907 (la rivolta degli Herero 1904-1907), Città del Capo/Pretoria 1979, S. 63</p>
<p style="text-align: justify;">31 – Uber die vielfaeltigen Abwanderungen der Herero ins Betschuanaland, aber auch ins Ovamboland und Kavangoland, siehe den ueberaus informativen Aufsatz von Maria Fisch: “Zum Genozid an den Herero” in: Befunde und Berichte zur Deutschen Kolonialgeschichte (sui molteplici esodi degli Herero nel Beciuanaland ma anche nell’Ovamboland e nel Kavangoland, vedere lo studio estremamente informativo di Maria Fisch: “Genocidio degli Herero” in: reperti e rapporti sulla storia coloniale tedesca), Quaderno 1/2001, S. 27-38</p>
<p style="text-align: justify;">32 – Peter H. Katjavivi berichtet von ensprechenden Verbindungen zwischen Herero und Tswana im Nordwesten Betschuanaland bereits zur Zeit von Chief Maharero einserseits und Haeuptling Letsholathebe I. (circa 1847-1874) anderseits. (Peter H. Katjavivi informa dei relativi contatti fra gli Herero e gli Tswana nel Beciuanaland del Nordovest all’epoca del capotribù Maherero da una parte, e del capotribù Letsholathebe I. dall’altra (circa 1847-1874). Vgl. Peter H. Katjavivi, The Rise of Nationalism in Namibia and its International Dimensions (l’ascesa del nazionalismo in Namibia et le sue dimensioni internazionali), tesi di laurea all’Università di Oxford 1986, S. 106</p>
<p style="text-align: justify;">33 – Nate Weston, Vernichtungsbefehl: German Colonization and Tribal Resistance in South West Africa, 1884-1914 (ordine di sterminio: colonizzazione tedesca e resistenza tribale nell’Africa del Sudovest 1884-1914), citato da: http://www.seattlecentral.org/gedt/docs/vernichtungsbefehl.html</p>
<p style="text-align: justify;">34 – Karla Poewe, The Namibian Herero. A History of their psychosocial disintegration and survival (gli Herero della Namibia. Storia della loro sopravvivenza e disintegrazione psicosociale), Lewiston/Queenston 1985, pag. 65</p>
<p style="text-align: justify;">35 – Citato da Walter Rahn, servizio sanitario delle truppe coloniali nell’Africa del Sudovest durante le rivolte del 1904-1907 e la spedizione del Kalahari del 1908, in Beitraege zur deutschen Kolonialgeschichte 1997, pag. 83 (contributo alla storia coloniale tedesca)</p>
<p style="text-align: justify;">36 – Vedi Gert Sudholt, Die deutsche Eingeborenenpolitik in Suedwestafrika (la politica tedesca nei confronti dei nativi nell’Africa del Sudovest), Hildesheim 1975, pag. 189</p>
<p style="text-align: justify;">37 – Kalra Poewe, The Namibian Herero, op. cit. pag. 60</p>
<p style="text-align: justify;">38 – Transcrizione del diario di von Trotha come citato da Gerhard Pool, Samuel Maharero, Windhoek 1991, pag. 268</p>
<p style="text-align: justify;">39 – Vedi Paul Rohrbach, Aus Suedwest-Afrika schiere Tagen (giorni difficili dall’Africa del Sudovest), Berlino 1909, pag. 167 (nel suo libro: Deutsche Kolonialwirtschaft (economia coloniale tedesca), a pag. 342 Rohrbach scrive che il campo aveva spazio per ospitare 8.000 persone).</p>
<p style="text-align: justify;">40 – Archivio di Stato Centrale Potsdam, Stock Reichskolonialamt (RKA), no. 2089, pag. 7. Citato da Gunter Spraul: Der “Voelkermord” an den Herero, in Geschichte in Wissenschaft und Unterricht (il “genocidio” degli Herero, nella storia, nell’economia e nell’insegnamento), Vol. 39/1988, pag. 728</p>
<p style="text-align: justify;">41 – Horst Drechsler, Aufstaende in Suedwestafrika (rivolte nell’Africa del Sudovest), Berlino 1984, pag. 81</p>
<p style="text-align: justify;">42 – Gerd Bedszent, Terror und Enteignung (terrore ed esproprio), in Junge Welt, 13 Marzo 1998</p>
<p style="text-align: justify;">43 – Paul Harrland, Zwei Wochen aus dem Tagebuche eines Gefreiten bei der Kolonne (due settimane di diario di un caporale al seguito delle truppe), in Deutsche Reiter, pag. 288</p>
<p style="text-align: justify;">44 – Berthold von Deimling, Aus der alten in die neuen Zeit (dall’epoca vecchia a quella nuova), Berlino 1930, pag. 69</p>
<p style="text-align: justify;">45 – Maximilian Bayer, Mit dem Hauptquartier in Suedwestafrika (col quartier generale nell’Africa del Sudovest), Lipsia 1909, 2a. ed., pag. 164</p>
<p style="text-align: justify;">46 – Erich von Salzmann, Im Kampfe gegen die Herero (in lotta contro gli Herero), Berlino 1905, 2a. ed. pag. 186</p>
<p style="text-align: justify;">47 – Vedi Andreas Kukuri, Herero-Texte (testi Herero), (tradotti in tedesco e pubblicati da Ernst Dammann), Berlino 1983, pag. 51</p>
<p style="text-align: justify;">48 – Vedi Annemarie Heywood: Warriors leaders sages and outcasts in the Namibian past (guerrieri, capi, saggi e banditi nel passato della Namibia), Windhoek 1992</p>
<p style="text-align: justify;">49 – Vedi Claus Nordbruch, Der Hereroaufstand 1904 (la rivolta Herero 1904), Stegen 2002, pag. 114</p>
<p style="text-align: justify;">50 – Hans Germani, Rettet Suedwest (salvate il Sudovest), Monaco/Berlino 1982, pag. 74 (traduzione mia)</p>
<p style="text-align: justify;">51 – vedi Maximilian Bayer, Mit dem Hauptquartier in Suedwestafrika (con il quartier generale nell’Africa del Sudovest), op. cit. pag. 269</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.nordbruch.org/there-was-no-genocide-committed-herero-german-south-west-africa">www.nordbruch.org/there-was-no-genocide-committed-herero-german-south-west-africa</a></p>
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		<title>Un militante in cammino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2014 19:20:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato 2 agosto, nella ricorrenza della strage alla stazione di Bologna – ma, qui, è solo casuale –, sono stato invitato alla prima festa di Brescia Identitaria a parlare di passato e futuro di una rivoluzione possibile. Gli organizzatori, gli stessi che, un paio di mesi fa, mi invitarono a tenere una conversazione intorno a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sabato 2 agosto, nella ricorrenza della strage alla stazione di Bologna – ma, qui, è solo casuale –, sono stato invitato alla prima festa di Brescia Identitaria a parlare di passato e futuro di una rivoluzione possibile. Gli organizzatori, gli stessi che, un paio di mesi fa, mi invitarono a tenere una conversazione intorno a Robert Brasillach, tema a me caro. Buona presenza di pubblico, capacità d’ascolto, piacere di incontrare vecchi camerati di Brescia, città dove non ero mai stato, una ausiliaria della GNR ed Emilio Maluta, marò del btg.Lupo. Ospitalità e visita al castello. Viaggio faticoso, sebbene non fossi io alla guida (oramai e da anni non possiedo più patente e automobile): partiti alle 10 del mattino da Roma, arrivati nei pressi di Brescia verso le 16, ripartiti a sera per trovarmi sotto il portone di casa alle 5 del mattino. E, dopo due giorni, sono ancora coinvolto dal sonno che mi assale quando a lui aggrada e non nelle ore canoniche. Ore che, per me che soffro d’insonnia, sono le più impertinenti e discontinue… Ne valeva, però, la pena.</p>
<p style="text-align: justify;">In un ampio capannone, solitamente adibito ad intrattenimento per bambini, lunghi tavoli e panche, sedie, esposizione di libri CD t-shirts, il banco mescita, la grigliata per salcicce polenta formaggio alla piastra, alle pareti le bandiere. Molti i giovani, quasi la totalità dei presenti, teste rasate tatuaggi pantaloni al ginocchio mimetici, espressione di più comunità, attenti partecipi interessati, circa due ore di dibattito. Questo è il senso del territorio, la sua capacità di essere presente di identificarsi di voler essere operativo; questa è la cultura che unifica propone progetta crea identità pur nella differenza di sigle e rimandi. Senza tutto ciò il viaggio le parole i boccali di birra i capelli bianchi, stonati forse, sarebbero cosa inutile…</p>
<p style="text-align: justify;">Il vezzo del vecchio professore, la citazione classica di una pagina del filosofo Hegel sulla distinzione fra i vecchi, che egli sopravaluta quali detentori del sapere vissuto rispetto ai giovani entusiasti ingenui privi di una visione complessiva di ciò che, per loro, deve ancora farsi atto compiuto (rovesciamo, in linea con la feconda ideologia del primo ‘900, perché di mummie non sappiamo che farne se esauriscono se stessi nel dettare pontificare suggerire sconsigliare impedire il rinnovamento l’osare l’andare oltre. Paralisi e sclerosi e immobilismo e olezzo di putrefazione…). Cosa lasciare a testamento, di che natura il testimone, cosa dare ancora e se vi è qualcosa su cui poggiare il senso di se stessi nell’oggi? Lettera a un soldato della classe ’40: ‘Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che abbiamo sognato al di là di ogni disaccordo (Brasillach rifletteva sulla ‘collaborazione’ franco-tedesca, ma ben si può adattare agli esordi del ’68 le occupazioni le bandiere nere e quelle rosse Valle Giulia l’amore fra Sandro e Laura ciò che poteva essere e non è stato), e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza’. Già, la fierezza quale riconoscimento della propria identità, la coerenza se si vuole o, utilizzando un termine da ‘scuola di guerra’, la strategia; la speranza, che – va da sé – non si confonda con un ‘gratta e vinci’ o il guardare dal buco della serratura la domestica e masturbarsi sognando di portarsela a letto, ma l’utopia della realtà, l’immaginazione al potere, la tattica che consente avvicinarsi all’obbiettivo. Cantava Bob Dylan: ‘Conserva forti fondamenta quando verranno i venti del cambiamento’…</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ed altro. Quando Pier Paolo Pasolini chiese ad Ezra Pound di rivolgersi a quei molti giovani che, per la prima volta, lo vedevano e ne sentivano la voce in televisione (intervista voluta da Pasolini, poco prima che entrambi morissero, quasi a sanare una sorta di dimenticanza, di troppo a lungo coltivata inimicizia), il poeta dei Cantos e combattente all’usuracrazia, rispose reiterando due volte: ‘Curiosità, curiosità’. Che è non soltanto atto di onestà intellettuale, ma interiore ricchezza per se stessi e verso il mondo. Senza la quale la fierezza corre il rischio di trasformarsi in testarda ostinazione e la speranza in vanità. E tornano le parole di Martin Heidegger ‘colui che pensa nella grandezza, nella grandezza costui è costretto ad errare’ (dove errare non equivale soltanto a cadere in errore, ma anche e soprattutto smarrirsi nel cercare il senso del viaggio e della meta. Prima di lui Nietzsche ammoniva come ‘grandezza vuol dire dare una direzione’ – compito questo che spetta a noi ‘vecchi’, non maestri ma discepoli del presente, non a guida ma a servizio di coloro che hanno scelto di mettersi sul nostro stesso cammino, di andare là dove avremmo voluto noi stessi arrivare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Venerdì di nuovo in viaggio. In aereo di buon mattino direzione Sardegna. Nell’interno, poco distante da Cagliari, località Capoterra, l’annuale festa dal titolo felice e irridente Sei diventata nera. Sono gli skins ad organizzarla, ormai da diversi anni e sono ormai tre o quattro volte che sono invitato. (Ovviamente ad una sola condizione e, cioè, non essere ‘scotennato’). La prima volta a parlare sul ’68 e Valle Giulia, poi soltanto per un sano cazzeggio birra salcicce musica a palla. Terra sarda, terra amica. Ovunque e sempre trovarsi tra camerati, quelli della mia generazione – sempre meno – e quelli delle generazioni successive – buon segno anche se c’è una certa confusione sotto il cielo (reminiscenza del tempo ‘viva Hitler! Viva Mao! Viva la Rivoluzione!’) – . Questo fa la differenza. Nel mese di agosto sentirsi un militante in cammino, non un turista per caso…</p>
<p style="text-align: justify;">Altri luoghi altri incontri altre conferenze altre presentazioni. Cultura e territorio. Prima di rimettersi sulla via del ritorno, Marcello mi diceva che occorre essere coinvolti in questo impegno di dare attraverso un progetto politico – cultura – una unità d’intenti alle varie comunità sparse, pur senza pretendere alcuno spazio unitario, modello partito nazionalsocialista leninista compagnia di Gesù(come piaceva pensare ad Adriano Romualdi e, in quegli anni, a molti di noi), ma soltanto – e così è stato a conclusione del mio intervento, quel richiamo ai bastoni e alle barricate per evitare che qualcuno si confonda con il tintinnare delle manette e il fumo acre dei lacrimogeni – fidenti che le cose non possono durare, ma che in ciò noi rischiamo d’essere trascinati nell’occhio del ciclone. Un sistema di autodifesa, se si vuole. Nostalgia del futuro… lo so che molti di noi aspettano una parola d’ordine, il richiamo della primigenia foresta, rullo di tamburi e sventolio di bandiere – quelle dai medesimi colori e dal medesimo simbolo di un tempo forse un po’ folle, tragico a momenti, esaltante sempre (e per non essere frainteso i colori e il simbolo che abbiamo ritrovato il 21 giugno!). Certamente nel cuore, ma la mente esita? Eppure abbiamo il diritto di sognare ad occhi aperti e il dovere di tentare affinchè si realizzino… in quanto i nostri sogni non appartengono alla sfera privata di ciascuno di noi, non si dissolvono e si dimenticano con le luci del primo mattino, non sono il frutto a compensare frustrazioni e delusioni personali. Essi, come gli ideali, hanno la forza di preservare in noi l’eterno moto della giovinezza l’intimo sentire della libertà (questo è, mi dico, anarcofascismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo combattuto la bella battaglia, come altri prima e meglio di noi, come altri rabbiosamente dopo di noi, ma forse di questa battaglia manca l’epilogo – non l’esito che è altra cosa e, in qualche modo, intende sottomettersi al giudizio della storia, appartenere alla schiera dei vincitori o dei vinti. L’epilogo è un atto morale, etico – è bene tutto ciò che mi eleva, è male tutto ciò che mi degrada, rifletteva Oswald Spengler –, dove il cuore la mente la volontà sono i bastioni a difesa. (Il giorno della commemorazione funebre di Paolo Rossi si rimase in tredici, spalle al muro della casermetta e qualche migliaio di compagni che arrivavano di corsa e in ordine sparso al grido di ‘Assassini! Assassini!’, perché Cataldo, mentre ci defilavamo, ebbe ad urlar che a lui non andava di scappare…). Essere ancora qui, in prima fila, con la nostra coerenza, la nostra storia, le nostre idee. Chi vuole si serva pure. Chi è in mala fede nel pregiudizio nel sospetto nella infamia si faccia da parte con i suoi alibi, i suoi deliri di onnipotenza… Noi siamo qui e qui, ‘optime’, rimarremo…</p>
<p style="text-align: justify;">Va be’, un po’ troppo enfatico? Patetico? Istrione? Stravagante? Me la suono e me la canto da solo. Poi il tempo – breve o lungo che sia – verrà a sciogliere ogni incertezza dubbio inquietudine, simile al nodo di Gordio, mi auguro solo di ‘esserci’…</p>

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		<title>&#8220;Ottant&#8217;anni di Rivolta contro il mondo moderno&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2014 09:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fabio Mazza]]></category>
		<category><![CDATA[Julius Evola]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabio Mazza Il 7 Giugno si è tenuta a Roma, un’interessante conferenza organizzata dalla Fondazione Evola, dalla Scuola Romana di Filosofia politica e dalle Edizioni Mediterranee, presso la Sala de “L’Universale” Libreria/Galleria delle Arti, e presentata dal dott. Gianfranco De Turris, nel quarantennale della scomparsa terrena di Julius Evola. Questo è uno dei molteplici [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="clear: both; text-align: center;"><a style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;" href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/06/3162-rivolta-contro-il-mondo-moderno-5B1-5D.jpg"><img decoding="async" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2014/06/3162-rivolta-contro-il-mondo-moderno-5B1-5D.jpg" alt="" width="139" height="200" border="0" /></a></div>
<div style="text-align: right;" align="right"><b><span style="color: #333333; font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">di Fabio Mazza</span></b><b></b></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Il 7 Giugno si è tenuta a Roma, un’interessante conferenza organizzata dalla Fondazione Evola, dalla Scuola Romana di Filosofia politica e dalle Edizioni Mediterranee, presso la Sala de “L’Universale” Libreria/Galleria delle Arti, e presentata dal dott. Gianfranco De Turris, nel quarantennale della scomparsa terrena di Julius Evola. Questo è uno dei molteplici convegni che sono stati organizzati, in questi giorni, da diverse personalità ed associazioni culturali, per ricordare la vita e le opere del Barone. La particolarità di quella in oggetto è indubbiamente quella di provenire dalla Fondazione che lo stesso Evola volle nelle sue ultime volontà e nel voler discutere sulla valenza attuale di una delle sue opere più famose cioè, <i>Rivolta contro il mondo moderno</i>. E d’altro canto, la caratura dei relatori non ha davvero deluso le aspettative del pubblico accorso, piuttosto interessato.</span></div>
<p><a name="more"></a></p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Dopo la breve introduzione di De Turris, si è avuto subito un intervento importante da parte di Luca Valentini, collaboratore di Ereticamente, di Vie della Tradizione e di Elixir, nonché libero cercatore dello Spirito. Valentini ha sottolineato l’importanza di Rivolta come fonte contemporanea indispensabile per la formazione di una visione tradizionale del mondo, senza la quale tale idealità non avrebbe avuto lo sviluppo che conosciamo. Una visione che non si limita ad una “filosofia”, ma chiede ed esige una realizzazione effettiva, un “Opus” che cambi in primis la visione globale dell’esistente e dell’uomo, e in secondo luogo che dia modo di rendersi conto di quella che viene definita “terza dimensione della storia”, ossia la certezza che dietro agli eventi storici, che costellano il destino e la vita delle società e delle civiltà, non vi è nulla di “casuale”, quanto piuttosto un azione di influenze contrapposte, un “gioco cosmico” che vede scontrarsi due fronti “luce ed ombra”, tradizione ed anti-tradizione. Fronti che costituiscono, è vero, due parti della medesima realtà cosmogonica (e in questo Valentini sottolinea l’infondatezza della teoria dell’Evola “dualista”), entrambi necessari ad un certo livello del manifestato, ma che non devono far dimenticare l’importanza della lotta e del contrasto a determinate correnti apparentemente casuali, che sono invece determinate dalla “contro-tradizione”. Appunto correnti di pensiero, idee, psichismi, ideologie e convinzioni irresistibili, atavismi: tutto ciò che si può chiamare “anima di popolo o di stirpe”, e che cangia e muta non per “caso”. Esemplificativo è il riferimento al gay pride in corso nella capitale nello stesso giorno. Se c’è qualcuno che ancora si oppone a determinate derive, ciò significa che ancora una visione di Luce non è stata sconfitta definitivamente. </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Successivamente è stato il turno del Prof. Giovanni Sessa, il cui intervento sull’importanza dell’Evola filosofo e artista si è snodato nei suoi rapporti con Schelling e con il romanticismo, fino ad inquadrare Evola come un continuatore, o meglio ravvivatore del pensiero idealista in Italia. Chiarissimo nell’esposizione e con un eloquio e una proprietà di linguaggio davvero invidiabili, non può però chi scrive non esternare l’irrilevanza, a suo parere di quegli aspetti di Evola trattati, che sono effettivamente marginali e sono gli unici presi in considerazione dai “filosofi” e dagli accademici, che dimenticano che se Evola fu qualcosa, di certo non fu filosofo, se non nel senso antico e vero del termine, o nell’accezione che di sé intesero dare gli ermetisti, quando si definirono “filosofi ermetici”, non certo nel senso corrente, ossia di dissertatore di opinioni, di cui spesso si esaltano gli intellettuali. Evola fu tanto poco filosofo, quanto molto più aristocrate, guerriero e mago. Ciò non toglie che il contributo del Sessa abbia aperto un interessante spiraglio su determinati aspetti “tecnici” del primo Evola.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">L’intervento seguente di Stefano Arcella, ci sia consentito dirlo senza tanti giri di parole, è stato di gran lunga il più intenso. Ciò perché si è avvertito, fin dall’inizio il peso di un esperienza “diretta”, di una pratica e di una visione “operativa”, dietro alle parole pronunciate. I riferimenti puntuali alle connessioni dell’opera e del pensiero evoliani con l’opera di Rudolf Steiner, e del suo epigono italiano Massimo Scaligero, sono stati calzanti e hanno aperto, per chi sa e vuole vedere, nuove prospettive nella ricerca sull’integrazione di questi autori, che sono, per chi scrive, assolutamente complementari e indispensabili reciprocamente. L’opera di Evola ha avuto il merito di aprire il varco all’Idea e alle forze dell’Io, di una spiritualità non panteistica e sfaldata, ad un moto non cercante l’estinzione in un indefinito e mistico “tutto”, ma piuttosto un’affermazione di personalità nobilitata e divinizzata, un moto verso la super-personalità, piuttosto che al sub-personale ove spesso conducono molte vie cosiddette “spirituali”. Presupposto per capire il pensiero evoliano è, nell’analisi di Arcella, la consapevolezza della vis immaginativa, ossia della forza del pensiero creatore. Pensiero “magico”, il cui primo aspetto è il “pensiero vivente”, di cui Evola non sentiva il bisogno di parlare, in quanto egli lo possedeva naturalmente: era, per citare le parole di un illustre esponente del pensiero vivente in Italia, Pio Filippani Ronconi, un “mago nato”, ossia aveva già per dignità naturale ciò che per altri è terreno di dura lotta e conquista.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Per concludere, vi è stato l’intervento di Nuccio D’Anna, storico delle religioni, autore di notevoli pubblicazioni sulla spiritualità del mondo greco-romano, ha analizzato la questione della funzione di Rivolta contro il mondo moderno in relazione alla visione tradizionale dell’Ellade e di Roma, sottolineando come, a suo avviso, il pensiero evoliano su tali civiltà sia stato inficiato da un “dualismo” derivatogli da autori ottocenteschi come Bachofen. Interessanti le citazioni sulle civiltà estremo orientali nella dissertazione, a dire il vero poco lineare e vertente su molteplici aspetti,non sempre integrati in un discorso organico.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;">Al termine notevole entusiasmo del pubblico, che ha rivolto domande ai relatori. Dagli interventi posti in essere è parso evidente però come ognuno abbia capito delle esposizioni in primis, e dell’opera di Evola in secondo luogo, ciò che voleva (o forse poteva) capire, e che conforta i suoi assunti personali. In secondo luogo è parso evidente come un certo ambiente, composto da persone che spesso conobbero per età anagrafica Julius Evola, decisamente poco abbia capito di lui e della sua opera. Fa specie che questi signori, sicuramente vissuti in periodo storico difficile, ma che avrebbero dovuto passare il testimone alle nuove generazioni, si siano smarriti in rivoli e correnti che con l’opera e il pensiero evolvano non hanno nulla a che vedere. Ci si lamenta della mancanza di giovani in simili conferenze, ma ci si dimentica la triste realtà: nel “sottobosco” evoliano si agitano personaggi di dubbio valore intellettuale quando non anche morale. Si passa dai massoni pagani, che evidentemente dovrebbero rileggere l’opera del Barone per ripassare cosa egli pensasse della massoneria, fino ai cattolici tradizionalisti, che vedono nelle parole di Evola in maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo e del cammino del cinabro, una sorta di legittimazione del cattolicesimo, quando la verità è tutt’altra trattandosi piuttosto di una presa d’atto del “meno peggio” esistente, per finire alla maggioranza che ha fatto di Evola un “maestro”, cosa che egli stesso avrebbe aborrito, perché il percorso spirituale ha guide e individui di valore, mai maestri e “guru”.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman','serif'; font-size: 13.0pt; line-height: 115%;"> </span></div>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 13pt; line-height: 115%; text-align: justify;">A ben vedere sarebbe auspicabile un’opera di diffusione del pensiero evoliano pura, schietta e senza sovrastrutture ideologiche, di modo che sia il lettore a poter comprendere, più per intuizione che per ragionamento speculativo, il senso, il valore e il compito che l’opera di Julius Evola a quarant’anni dalla sua morte, ci ha lasciato. E pensare, con le parole di Leon Degrelle, che “seppur morto, egli arde”.</span></p>

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