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	<title>religio Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Unità di Dio nel mondo pagano – Stefano Moggio</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Sep 2019 13:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Paganesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La loro fondamentale credenza è che nulla per sé esiste eccetto Dio; che l’anima umana è una emanazione della essenza di lui, la quale, benché dalla sua sorgente rimanga per un periodo divisa, pure sarà ad essa finalmente ricongiunta” (1). In un nostro precedente lavoro (2), a cui rimandiamo per ulteriori approfondimenti, abbiamo mostrato che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>“La loro fondamentale credenza è che nulla per sé esiste eccetto Dio; che l’anima umana è una emanazione della essenza di lui, la quale, benché dalla sua sorgente rimanga per un periodo divisa, pure sarà ad essa finalmente ricongiunta”</em> (1).</p>
<p style="text-align: justify;">In un nostro precedente lavoro (2), a cui rimandiamo per ulteriori approfondimenti, abbiamo mostrato che la dualità dei princìpi divini presenti nelle culture arcaiche, come Sole-Luna o Cielo-Terra, nonché la pluralità degli Dèi, siano fasi successive – e quindi decadenti – della conoscenza primordiale ovvero del sapere tradizionale arcaico, il quale vede l’unità nella diversi<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/M-2.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-39020 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/M-2.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a>tà di ogni ente, essendo i vari Dèi, spiriti, dèmoni e altre creature, soltanto rappresentazioni pittoresche di aspetti dell’Unico Dio, o Uno, o Essere Supremo, il quale in sé contiene ogni cosa e che regge e governa la vita di ogni creatura. Tale dottrina era professata nel cuore dei templi del paganesimo mediterraneo, delle correnti tradizionali indiane, dei boschi del nord Europa dai druidi, in Estremo Oriente e ovunque la Tradizione Perenne si sia manifestata. Come ricorda il Rossetti a proposito dell’induismo, citando il bramino Rajah Rammohun Roy, “<em>quelle tante deità maschie e femine, per le quali propugna, non son altro che accidenti dell’Essere Supremo</em>; ma vorrebbe che tali <em>accidenti</em>, fossero venerati come veraci dal volgo, poiché il ciò fare è <em>imposto a coloro che, per mancanza di retta intelligenza, non possono comprendere che Dio esiste in ogni cosa; cosicché questi tali debbono adorar Dio per mezzo di alcuni oggetti creati</em>.” (3). Così un tempo il politeismo fu l’aspetto essoterico del monoteismo: il volgo si appoggiava alla forma degli Dèi esteriori, gli iniziati la penetravano e comprendevano che essi altro non furono che le tante braccia dell’unica Essenza, scomposta in individui, animali, piante, cose, nature. Tale Essenza macrocosmica viene riflessa nel soggetto umano, il quale è immagine microcosmica dell’Uno.</p>
<p style="text-align: justify;">Come l’Uno contiene in sé ogni cosa, anche nell’uomo vi è ogni essenza in potenza: in taluni predominano certe energie, in talaltri altre, ma in tutti sono commiste e ciò che varia da individuo ad individuo, caratterizzandone forma fisica e temperamento, è la <em>misura </em>di ogni archetipo o influsso contenuto nel soggetto umano. Le dodici potenze zodiacali e le sette planetarie – più le due del cielo delle Stelle Fisse e del Primo Mobile – altro non sono che aspetti dell’unico Essere: essi si trovano nell’uomo in combinazioni e gradazioni differenti, così come nella natura: da tali potenze dipendono gli umori, i temperamenti, le attrazioni e le repulsioni, le arti, le scienze, i vizi, le virtù. Ad esempio sette (<em>Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno</em>) più due (<em>Cielo delle Stelle fisse </em>e <em>Primo Mobile</em>), per un totale di nove, furono i cieli danteschi e della sapienza arcaica, avvolgenti la terra, così sette furono le scienze del <em>Trivio </em>e del <em>Quadrivio </em>(<em>Grammatica, Dialettica, Rettorica, Aritmetica, Musica, Geometria, Astrologia</em>) coronate da <em>Fisica </em>e <em>Metafisica</em>, ognuna di queste corrispondenti al rispettivo cielo e sotto la tutela di una delle nove muse. Ogni cielo, pianeta, divinità, musa e via discorrendo, corrisponde ad un archetipo, una forza di cui è intrisa la natura, una manifestazione sensibile di un’essenza invisibile che modella e plasma la creazione. Ma tale essenza che si dona reggendo una fetta della Manifestazione, è parte integrante ed emanazione di un <em>Ente </em>più vasto, abbracciante ogni minuscolo frammento di vita che si manifesti in questo mondo. L’Essenza Suprema racchiude in sé caratteristiche e tendenze diverse, anche opposte secondo la visione umana, ma operanti per il conseguimento di un unico fine nel loro dispiegamento nel divenire. Tale fine è intrinseco nell’Unità che tutto racchiude: in esso non succede ma <em>è </em>ciò che nel divenire si consegue secondo il numero e il ritmo in una scansione che “riproduce plasticamente e in movimento ciò che nell’eternità non succede né si svolge, in quanto unità chiusa in Se stessa.” (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo dire che ciò che nel divenire si manifesta in quanto conflitto ed armoniosa lotta fra opposte e distinte forze, nell’Uno è rinchiuso ed amalgamato come <em>unicità inseparabile</em>. Tale unicità deve scindersi per poter essere esperita dai propri sottomultipli percettivi, ovvero i vari enti che popolano il cosmo, e tale scissione comporta la parcellizzazione degli aspetti che fanno dell’Uno l’Uno e la loro apparente lotta. La lotta eterna di queste parti è in realtà una cooperazione che crea la <em>dynamis </em>che permette al mondo di essere, all’universo di esistere, alla manifestazione di dispiegarsi, all’anima caduta nel corpo di prender coscienza di Sé. Dice un frammento di Eraclito che “<em>Pòlemos </em>di tutte le cose è padre: gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi.” (5). <em>Pòlemos </em>fu il nome che i greci diedero alla Contesa, personificazione della legge che muove il divenire cosmico nel suo cangiare e mutare d’aspetto. Se non vi fosse Contesa, ovvero lotta fra gli opposti e attrito tra gli enti, non si creerebbe la <em>dynamis </em>atta a far procedere il disegno cosmico. Soltanto nell’Uno, nell’Indifferenziato, nell’Unità Assoluta il conflitto cessa di esistere e la lotta tra gli opposti si risolve per quello che essenzialmente è, ovvero <em>illusione</em>. <em>Pòlemos </em>è una delle emanazioni dell’Assoluto, dèmone che agisce sotto l’influsso di Ares, il dio della guerra, il quale è sempre un’emanazione dell’Assoluto. Se Ares è uno degli <em>archetipi primi</em>, <em>Pòlemos </em>è uno degli <em>archetipi secondi</em>, ovvero una legge e una forza intrinseca nel divenire marchiata dalla segnatura marziale – Ares. Questa forza regge i rapporti tra gli enti e sostiene le dinamiche della vita naturale, dispiegantesi secondo l’archetipo marziale. Quindi l’Assoluto emana i <em>princìpi primi</em>, dai quali vengono emanati i <em>princìpi secondi </em>e così via, in una cascata discendente, ontologicamente sempre in atto. Queste emanazioni si allontanano sempre più dall’Essere che le contiene e da cui provengono, si attualizzano nel mondo secondo il loro ruolo o finalità intrinseca, rispondono soltanto al Disegno Supremo che è messa in atto secondo tempo, numero, ordine, ritmo e misura di ciò che l’Unità contiene in sé e per sé. I brevi cenni che abbiamo fatto riguardo <em>Pòlemos </em>ed <em>Ares</em>, potranno essere fatti parimenti su tutte le divinità maggiori e minori dell’Olimpo o di qualsiasi altro <em>pantheon</em>: si vedrà così che non tanti dèi ma un unico Dio, con innumerevoli attributi ed onnipervadente la Creazione, era il vero oggetto del culto degli antichi. Si badi che quando diciamo “unico Dio” non ci stiamo riferendo né ad un essere antropomorfo né alle concezioni cattoliche e bigotte del concetto di Divinità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella vita di ognuno, vi è un collegamento intimo di simboli tra avvenimenti, incontri e fatti di qualsiasi tipo, da quelli apparentemente più insignificanti a quelli più complessi, poiché in realtà tutto ciò che crediamo reciprocamente diverso e lontano, è in realtà la parte di un Tutto legato in sé e per sé da divina armonia. Questo Tutto impalpabile ma intuibile, ha “occhi ovunque” e agisce in ogni dove per le vie più misteriose: tale è il senso dell’onniveggenza divina. “Lui che con lo sguardo abbraccia l’universo intero […] Lui che in ogni dove ha gli occhi, in ogni dove il volto, in ogni dove le braccia e in ogni dove i piedi” (6) è detto in un inno del <em>Rigveda</em>, richiamando una concezione anche islamica di Dio, in particolare appartenente alla tradizione sufica, secondo cui Allah è ovunque:<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/M-4.png"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-39022 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/M-4.png" alt="" width="189" height="267" /></a> ogni cosa sarebbe un’ espressione formalizzata nello spazio e nel tempo della Essenza Suprema, inconoscibile, che si manifesta tramite le forme apparenti del divenire le quali, per loro stessa natura, prima o poi scompariranno, ritornando a solversi nell’Origine senza forma e senza nome (7). Similmente Iho, “Dio supremo dei polinesiani, è eterno e onnisciente; è grande e forte, è l’origine di tutte le cose, la fonte di ogni conoscenza sacra e occulta, e così via.” (8). Varuna, in un inno che lo celebra come divinità creatrice, è detto che “conosce la rotta degli uccelli che volano nel cielo […] conosce la rotta del vento […] lui che sa tutto, spia tutte le cose segrete, tutte le azioni e le intenzioni” (9),. E nell’<em>Atharva Veda </em>è detto che Egli “ha contato anche i battiti d’occhi degli uomini” (10). I testi che parlano del persiano Ahura Mazda ci dicono essere onnisciente, “colui che conosce”, “dotato di un’intelligenza infallibile, onnisciente”. Nel testo tantrico del <em>Kularnava-tantra </em>troviamo che “Shiva è onnisciente e semplice, è il supremo Brahman e il creatore di tutto. Maya non lo altera e di ogni cosa egli è Signore. Solo e senza un secondo, egli è la Luce stessa. Nessun cangiamento in lui, nessun principio, nessuna fine. Egli è senza attributi e ancor più alto che il sommo. Essere, coscienza e estasi, di lui tutti gli esseri non sono che partizioni.” (11). Nei <em>Frammenti Orfici </em>è detto che “Uno solo è Zeus, Ade, Elios, Dioniso: un sol Dio è in tutti.” (12). Potremmo portare innumerevoli altri esempi e citazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni Divinità cosiddetta pagana rappresentava una scienza, un’arte, una forza naturale, una tendenza animica, una potenza sottile intellettualizzata e resa tangibile alla facoltà immaginativa umana. Infatti i miti sull’origine del mondo di moltissime tradizioni mostrano come un immenso essere si <em>sacrifichi </em>dando via alla creazione, spargendosi in essa, essendo ogni elemento in natura un suo membro. Nell’inno X, 81 del <em>Rigveda </em>troviamo Visvakarman, una sorta di artigiano universale, il quale crea ogni cosa ed ogni essere per mezzo di quanto viene chiamato “oblazione” o “sacrificio”: smembrandosi, egli dà vita al mondo: frammentando la propria essenza, unica e totalitaria, dà origine alle forme differenziate di vita, che altro non sarebbero se non parti del suo corpo. Allo stesso modo Ymir, il gigante primordiale della tradizione norrena, è causa della vita di ogni altro essere per mezzo del proprio smembramento (13). Queste note bastino da orientamento per chi voglia approfondire il tema del monoteismo e del politeismo alla luce della sapienza misterica. Aggiungeremo soltanto alcune precisazioni di carattere generale: il fatto che venga detto che Dio ha occhi e orecchi ovunque, che “non si muove foglia che Dio non voglia” e via discorrendo, non significa altro se non che <em>esiste un’unica legge regolatrice della vita degli esseri, a cui ogni cosa è sottoposta</em>, ed essendo tale legge SCIENTIFICA, ad essa non si può sfuggire, poiché si muove secondo una necessità inesorabile (<em>Anánkē</em>), per quanto i parametri e i ritmi di questa legge unica non siano conosciuti dalla maggioranza degli uomini. Questa Eterna Legge che regola la vita degli esseri e il dispiegamento di ogni evento è un’<em>Intelligenza </em>insita nella vita stessa: essa dispone eventi e situazioni affinché la Legge stessa si attui in ogni istante; fà ciò per mezzo di forze che sono parti di se stessa e che hanno preso il nome degli Dèi e dei dèmoni dei vari <em>pantheon</em>. Ma tale <em>Intelligenza Suprema </em>o <em>Essere </em>o Dio che racchiude tanti Dèi, altro non è se non il riflesso intelligibile o intuibile dell’Assoluto immanifesto, è il <em>Brahman </em>di <em>Parabrahman</em>, è l’<em>Ain Soph </em>che emana da <em>Ain Soph Aur</em>, è un’emanazione manifesta e intelligibile della Realtà Suprema che è immanifesta ed inintelligibile. Dèi, uomini, dèmoni e ogni altra creatura è come fossero, per usare una rappresentazione, lo stesso Assoluto che si specchia in uno specchio rotto: ogni frammento è una sua parte ma non è lui, ogni scheggia dello specchio ne riflette un’immagine distorta, un’effige che esiste ma non è reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che per il popolo è verità dommatica, è invece rivelazione di un arcano della legge eterna per l’intelligenza sintetica che ne penetri il senso. Ogni religione ha il proprio senso recondito e occulto che è sublimazione e penetrazione del senso manifesto. Così anche l’arcano del monoteismo, dopo essere stato reso manifesto dalle religioni abramitiche, è stato frainteso e vituperato dalle masse le quali, per inesorabile legge cosmica, non possono appropinquarsi alle verità sempiterne – almeno non in questa epoca, non nel <em>kali-yuga</em>: esse non hanno inteso il mistero dell’Essere o Dio unico nelle cui sparse membra “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (14). Certo è che il <em>monoteismo </em>va inteso per quello che esotericamente indica, non certo per le mistificazioni e le deformazioni apportate dal pensiero moderno e dal cattolicesimo. Il rito e la religione sono per la massa petulante e pettegola che deve essere tenuta impegnata finché non squarci il velo del simbolo e dal peristilio del tempio non penetri al suo interno con l’occhio dell’intelletto aperto ed illuminato: allora ogni rito cesserà d’aver senso, ogni <em>religio </em>sarà compresa per i messaggi esoterici che porta seco e sarà quindi trascesa. Dichiara una sentenza tantrica che “dopo che si è conseguita la cognizione dell’Ente Supremo, cessa ogni bisogno delle cerimonie previste dai <em>shastri </em>(libri rituali)”. E il bramino Rajah Rammohun Roy aggiunge che</p>
<p style="text-align: justify;">“l’uomo può acquistare la vera cognizione di Dio, anche senza osservare le regole e le cerimonie prescritte dai <em>Veda </em>per ciascuna condizione; poiché troviamo nei <em>Veda </em>medesimi che molte persone le quali trasandarono l’osservanza de’ riti religiosi, col solo dirigere la loro costante attenzione ad adorare l’Essere Supremo, acquistarono la vera cognizione di esso.[…] Occorrono frequenti esempi nei <em>Veda </em>di persone le quali, quantunque trascurassero l’osservanza de’ riti religiosi e delle sacre cerimonie, pure conseguirono la cognizione di Dio e l’assorbimento in lui, col solo vigilare sulle loro passioni, regolare i lor sensi e contemplare il regolatore dell’universo” (15).</p>
<p style="text-align: justify;">Come nota il Rossetti, “questi ed altri passi dicon chiaro e ripetono che, compresa una volta l’essenza vera di Dio, cessa la necessità del culto esterno: conseguito il fine, si tralasciano i mezzi.” (16). Tale Dio abbiamo detto essere l’<em>Intelligenza Suprema</em>, non localizzata ma disciolta ovunque, sempre presente nella propria pienezza, come una “sfera il cui centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo”, e l’uomo è immagine microcosmica di questo Essere macrocosmico. L’uomo è commistione delle forze naturali e di quelle divine, unica sintesi dei mondi inferiori e di quelli superni, esso ha in sé la natura <em>minerale </em>tramite il sistema osseo, la natura <em>vegetale </em>per via del sistema vegetativo, la natura <em>animale </em>con i suoi istinti e pulsioni e la natura <em>divina </em>in potenza nelle facoltà intellettive: egli è al gradino più alto nel mondo animale-naturale, al gradino più basso nel mondo divino, sintesi media che tiene insieme il cielo e la terra, capace di elevarsi verso le più sublimi altezze noetiche così come abile ad imbruttirsi e divenire simile alle bestie. Ciò che lo rende simile all’Essere Supremo e sua più similare immagine in terra, sono le facoltà intellettive (sulla differenza tra <em>intelletto </em>e <em>ragione</em>, rimandiamo al nostro precedente articolo dal titolo <em>Sulla Luce Intellegibile: Nous, Spirito, Destino </em>https://www.ereticamente.net/2019/03/sulla-luce-intellegibile-nous-spirito-destino-stefano-moggio.html) le quali da <em>potenza </em>devono divenire <em>atto</em>. La mente del dio microcosmico, ovvero dell’uomo, è uno specchio che riflette: o gli appetiti dei sensi, o i sussurri dello spirito. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/M-3.jpg"><img decoding="async" class="alignright wp-image-39021 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/09/M-3.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a>La mente dell’umanità profana è specchio dei sensi, ovvero identificata con una falsa coscienza costruita dall’identificazione di sé con gli stimoli sensoriali che costruiscono un senso dell’io fittizio che potremmo chiamare anche “io-animale”, poiché riflesso della parte animale e istintiva del composto umano. A differenza loro, nella mente dei Sapienti (17) si riflette lo spirito assoluto secondo il loro proprio grado d’assorbimento e intesa dello stesso. <em>Mens</em>, ovvero <em>mente</em>, starebbe per <em>meus ens</em>, “mio ente”, ovvero il grado d’assorbimento proprio e personale di un individuo dotato di facoltà cognitive e intellettive nei confronti dell’<em>Essere</em>, ovvero di Dio, ovvero del Tutto che l’attornia, il quale diventa <em>ente </em>dal momento che la mente lo “stacca”, per così dire, dall’<em>Essere</em>, particolarizzandolo e rendendolo parte d’un’esperienza di soggettività (da cui <em>meus</em>). Le menti degli uomini, seguendo il ragionamento, sono il grado di quanto gli enti particolari umani siano riusciti ad assorbire ed integrare dell’<em>Essere </em>Assoluto. L’ente è l’essere <em>divenuto</em>, o <em>diveniente</em>, ovvero cristallizzato in una forma transitoria, soggetta al divenire. La possibilità di tale assorbimento, da parte della mente umana, dell’Essere in cui si è immersi, è pressoché illimitata poiché in potenza le facoltà intellettive non hanno limiti e possono giungere all’intendimento del divino. L’arcano del dio unico che segretamente veniva svelato agli adepti nei templi dell’antichità enunciava tali verità, nonché che, ad un certo grado, Dio e l’Uomo coincidono. Per quanto l’arcano della Vita, dell’Uomo e del mistero divino sia fitto ed intricato, non è del tutto insondabile dall’anelito umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiuderemo con questa nota: sia chi oggi si definisce <em>pagano </em>rigettando l’idea di un “Dio unico”, sia il bigotto credente in un non ben identificato unico Dio a volte castigatore e a volte misericordioso, si sbagliano. Entrambi non hanno penetrato gli enigmi delle sfingi che portano alla comprensione dell’unità dei messaggi occulti delle religioni, nonché alla convivenza del politeismo nel monoteismo: gli uni gettano via il <em>secretum magnum </em>per agganciarsi alle effigi dei tanti idoli che l’ignoranza erge a divinità assolute, gli altri è come se tagliassero gli arti e le membra di loro stessi. Per comprendere ciò è necessaria una certa finezza d’intelletto, insieme allo studio delle tradizioni, dei miti, dei culti del mondo arcaico, affinché ogni tassello del panorama tradizionale sia tenuto insieme secondo una logica impeccabile. Di base, la cognizione precisa e limpida di certe verità, avviene tramite una presa di consapevolezza interiore, poiché il grado d’intendimento dei misteri dell’esistenza è pari al grado d’assorbimento del proprio Nume, ovvero, possiamo dire, dello Spirito che aleggia attorno alle vite degli umani esseri, aspettando soltanto di essere afferrato e fatto carne affinché la stessa carne divenga Spirito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1 &#8211; Sir W. Jones, <em>On the Mystical Poetry of the Persians and Hindus</em>.</p>
<p>2 &#8211; Vedi S. Moggio, <em>L’uomo alla Luce delle Cosmogonie Arcaiche</em>, capitolo II.</p>
<p>3 &#8211; G. Rossetti, <em>Il Mistero dell’Amore Platonico del Medioevo</em>, vol. I, p. 66.</p>
<p>4 &#8211; L. M. A. Viola, <em>Religio Aeterna</em>, vol. II.</p>
<p>5 &#8211; Eraclito, Fr. B 53.</p>
<p>6 &#8211; <em>Rigveda, </em>x, 81.</p>
<p>7 &#8211; Cfr. ad es. Leo Schaya, <em>La dottrina sufica dell’unità</em>, Edizioni Mediterranee, Roma 2012 (I ed. 1962, Parigi) e il nostro già citato <em>L’uomo alla Luce delle Cosmogonie Arcaiche</em>, capitolo II.</p>
<p>8 &#8211; M. Eliade, <em>Miti, sogni, misteri</em>, p. 173.</p>
<p>9 &#8211; <em>Rigveda</em>, I, 25, 7 e sgg.</p>
<p>10 &#8211; <em>Atharva Veda</em>, IV, 16.</p>
<p>11 &#8211; <em>Kularnava-tantra</em>, traduzione di Arthur Avalon presente in <em>Introduzione alla Magia</em>, vol. I, p. 77-78.</p>
<p>12 &#8211; <em>Frammenti Orfici</em>, 239b.</p>
<p>13 &#8211; Vedi <em>Edda</em>.</p>
<p>14 &#8211; <em>Atti</em>, 17, 28.</p>
<p>15 &#8211; Citato in G. Rossetti, <em>op. cit</em>., vol. I, p. 79-80.</p>
<p>16 &#8211; <em>Idem</em>.</p>
<p>17 &#8211; Sophoi” come li chiamerebbe Eraclito, ovvero gli uomini che hanno incarnato la Sofia, la Conoscenza trascendente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stefano Moggio</p>

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		<title>Contro i Galilei! &#8211; L’azione di preservazione del Mos Maiorum di Flavio Claudio Giuliano Augusto: principi ispiratori e strategie d’azione – 1^ parte &#8211; Tommaso Indelli</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/contro-i-galilei-lazione-di-preservazione-del-mos-maiorum-di-flavio-claudio-giuliano-augusto-principi-ispiratori-e-strategie-dazione-1-parte-tommaso-indelli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2018 05:51:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia delle Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizione Classica]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizione Romana]]></category>
		<category><![CDATA[Costantino]]></category>
		<category><![CDATA[Cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Imperatore]]></category>
		<category><![CDATA[religio]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Indelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I) La politica di Costantino I verso il Cristianesimo. Su Flavio Caudio Giuliano (331-363 d. C.), sulla sua biografia e sulle sue imprese militari ci si è già soffermati a suo tempo -in un altro contributo pubblicato in questa sede -pertanto, qui di seguito, ci si concentrerà unicamente sull’esame di alcuni aspetti della sua azione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I) La politica di Costantino I verso il Cristianesimo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Su Flavio Caudio Giuliano (331-363 d. C.), sulla sua biografia e sulle sue imprese militari ci si è già soffermati a suo tempo -in un altro contributo pubblicato in questa sede -pertanto, qui di seguito, ci si concentrerà unicamente sull’esame di alcuni aspetti della sua azione politica, volta a contrastare la diffusione del cristianesimo nell’impero e a favorire la restaurazione della religione dei padri, il cosiddetto “paganesimo”. Si badi che gli appellativi di “pagano” e “politeista” &#8211; che pure saranno, convenzionalmente, utilizzati nel corso dell’indagine &#8211; per indicare gli appartenenti alla religione ufficiale dell’impero romano, <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-2-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-29376 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-2-2-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" /></a>sono assolutamente impropri e fuorvianti, oltre che dispregiativi. L’uso di tale terminologia è frutto della pubblicistica apologetica cristiana del III-IV secolo d. C. e, prima di essa, di quella giudaica (1). Fu proprio la politica di Restauratio religiosa a fare di Giuliano un protagonista indiscusso del IV secolo, procurandogli la fama di “Apostata”, cioè “Rinnegatore della fede”. Quando Giuliano divenne imperatore, nel 361 d. C., l’impero romano era ormai mutato, nelle sue strutture sociali, economiche e amministrative, rispetto all’epoca augustea, e uno dei promotori di tale rinnovamento fu senz’altro Costantino(306-337 d. C.), il primo imperatore cristiano (2). Tuttavia, non è possibile comprendere le scelte attuate, in campo religioso, da Giuliano, se non ci si sofferma un attimo sulla politica costantiniana, grazie alla quale il cristianesimo cessò di essere considerato &#8211; da un punto di vista legale e morale &#8211; una superstitioillicita e si accinse a diventare religione ufficiale dello stato romano (3). La politica di Costantino a favore del cristianesimo trovò attuazione solo dopoche la battaglia di Ponte Milvio (312 d. C.) &#8211; detta anche di Saxa Rubra &#8211; sancìla fine del regime tetrachico, consegnando l’intero orbe romano nelle sue mani (4). La “miracolosa” conversione del primo imperatore cristiano -secondo la tradizione &#8211; avvenne proprio nell’imminenza di tale battaglia,combattuta il 28 ottobre del 312 d. C., a nord di Roma, contro l’Augusto Massenzio (306-312 d. C.) che, in quell’occasione, trovò la morte (5). Alla vigilia dello scontro, Costantino, a seguito di un sogno o di una visione miracolosa, si sarebbe convertito al cristianesimo:l’apparizione miracolosa o il sogno l’avrebbero spinto ad apporre sugli scudi dei soldati un’insegna con le due lettere iniziali del nome di Cristo in greco &#8211; Χ (chi) e Ῥ (rho), Χριστὸς- tra loro intersecate. L’insegna, trasformata più tardi in vessillo, prese il nome ufficiale di Labarum (6). Fosse o meno sinceramente cristiano &#8211; problema dibattuto da secoli e, ancora oggi, insoluto &#8211; Costantino fu, nel corso della sua vita, un autentico esempio di ipocrisia (7). Nulla della sua esistenza, infatti, rispecchiò i reali principi della religione alla quale aveva aderito. La sua vita familiare, poi, fu un disastro. Nel 326d. C., fece assassinare, a Pola, la moglie Fausta, sorella di Massenzio, e il primogenito, Crispo, avuto da una precedente moglie o concubina, Minervina (†307d. C.), probabilmente di origini galliche. I due furono accusati di incesto, ma, forse, le ragioni dell’uccisione furono politiche. E’ noto, inoltre, che l’imperatore rimandò il suo battesimo fino alla vigilia della morte, nel 337 d. C. (8) All’indomani di Ponte Milvio, nonostante fosse stato, in gioventù, un adepto del culto solare -introdotto ufficialmente, a Roma, dall’imperatore Lucio Domizio Aureliano (270-275 d. C.) &#8211; Costantino aveva fatto la sua scelta definitiva a favore del cristianesimo (9).Nel febbraio del 313 d. C., il novello Augusto emanò,a Milano, un editto di tolleranza nei confronti dei cristiani che sospendeva ogni misura persecutoria nei loro confronti, riconoscendo la loro religione come religio licita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’editto riconobbe alla Chiesa piena personalità giuridica e stabilì anche la restituzione dei beni, mobili e immobili, confiscati nel corso delle precedenti persecuzioni, creando, così, le premesse per il decollo economico dell’istituzione ecclesiastica (10). Molto si è <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-3-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-29377 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-3-2-273x300.jpg" alt="" width="273" height="300" /></a>detto e scritto sull’editto di Costantino e sulla frattura che avrebbe rappresentato, sotto tutti i punti di vista, con la legislazione e la politica dei precedenti imperatori (11). In realtà, questa visione va decisamente ridimensionata perché, se si esclude la grande persecuzione dell’imperatore Diocleziano del 303-304 d. C., molte delle disposizioni di Costantino erano già contenute in due provvedimenti normativi di imperatori precedenti e, cioè, negli editti di Publio Licinio Egnazio Gallieno (253-268d. C) e di Gaio Aurelio Valerio Galerio (305-311d. C), promulgati, rispettivamente, nel 260 e nel 311d. C. (12). Fatte queste considerazioni, bisogna sottolineare che, teoricamente, in virtù dell’editto del 313d. C., il cristianesimo doveva semplicemente godere, nell’impero, degli stessi diritti delle altre confessioni religiose, ma le cose presero una piega diversa, perché Costantino, tra il 316 e il 321d. C., promulgò altre leggi con cui rafforzò la posizione sociale della Chiesa, conferendole particolari privilegi in campo fiscale, economico e giuridico (13). Ad esempio, il clero fu esentato dal pagamento di imposte e dalla giurisdizione ordinaria &#8211; rispondendo di eventuali illeciti unicamente di fronte ai tribunali ecclesiastici &#8211; i tribunali vescovili furono autorizzati ad emanare sentenze nelle controversie tra laici – episcopalis audientia &#8211; fu riconosciuto il diritto delle chiese di ricevere eredità e donazioni, il diritto dei vescovi di servirsi del servizio di posta imperiale &#8211; cursus publicus &#8211; il giorno di festa cristiano &#8211; la domenica-fu riconosciuto come giorno festivo per tutto l’impero e fu attribuita efficacia giuridica alla manumissio in ecclesia, ossia all’affrancamento dei servi effettuato alla presenza del vescovo, di fronte al capitolo sacerdotale (14). Grazie alla politica di tolleranza costantiniana, le città dell’impero diventarono il fulcro dell’organizzazione ecclesiastica, basata sulla diocesi e sulle sue ripartizioni interne, come le parrocchie. La diocesi &#8211; che ricalcava, in parte, l’omonima distrettuazione amministrativa imperiale del IV secolo &#8211; era l’organizzazione di base per l’inquadramento dei fedeli, per l’amministrazione dei sacramenti e per ogni adempimento liturgico. Il clero era articolato in una gerarchia di uffici: al vertice, il vescovo o arcivescovo – in Oriente, eparca &#8211; a seconda che fosse preposto o non ad a una metropoli ecclesiastica – in Oriente, eparchia &#8211; ovvero ad una provincia comprensiva di più diocesi suffraganee, subordinate al metropolita. Al di sotto dei vescovi stavano i presbiteri e i diaconi, questi ultimi con funzioni di assistenza ai vescovi e ai presbiteri, e con mansioni di tutela del patrimonio ecclesiastico e di assistenza ai bisognosi. Seguivano i suddiaconi, gli ostiari, gli esorcisti, i lettori e gli accoliti &#8211; che appartenevano agli ordini minori &#8211; il grado più basso della gerarchia, con compiti di assistenza liturgica degli ordini maggiori. Il conferimento degli ordini spettava al vescovo, che era scelto dal clero della diocesi, escludendo il popolo, che si limitava ad approvare per acclamazione. L’elezione del vescovo era al centro di importanti trattative tra i ceti dirigenti della città e i vertici del potere politico, generalmente l’imperatore o i suoi rappresentanti &#8211; come i governatori provinciali &#8211; anche perché i vescovi, nel IV secolo, acquisirono, proprio grazie alla legislazione costantiniana, competenze sempre più vaste anche in materia di assistenza sociale a vedove, anziani e orfani, di sorveglianza delle carceri e assistenza ai detenuti e persino in materia di bilancio delle amministrazioni cittadine e di approvvigionamento granario delle popolazioni (15).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nell’esercizio di queste funzioni, l’operato dei vescovi era da esempio per i poteri civili. Una volta eletto, il vescovo suffraganeo era consacrato dal proprio metropolita, mentre il metropolita era consacrato da almeno tre vescovi suffraganei della propria metropoli. Tuttavia, nonostante l’importanza crescente della carica episcopale, fino alla metà <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-5.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-29378 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-5-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></a>del V secolo, l’organizzazione complessiva della Chiesa fu ancora collegiale, ovvero basata sull’accordo dei vescovi, espresso in sede sinodale, mentre il vescovo di Roma &#8211; il papa &#8211; conservava solo un primato morale, ma non giurisdizionale, conferitogli dal prestigio della sua diocesi che ospitava le reliquie di Pietro e Paolo, principes Apostolorum (16). La Weltanschauung cristiana influenzò ogni aspetto della legislazione costantiniana e non soltanto la normativa esplicitamente riservata alle questioni religiose e alla definizione dei privilegi del clero. Infatti, la nuova fede permeò anche la nuova disciplina dei rapporti giuridici tra soggetti privati, come le relazioni coniugali o genitoriali e le successioni ereditarie. Ad esempio, Costantino impedì il matrimonio dei cattolici con eretici e scismatici e quello tra cristiani ed Ebrei. Da quel momento, inoltre, gli Ebrei non poterono più avere servi o personale di fede cristiana al loro servizio. Gli eretici e gli scismatici furono colpiti anche dalla perdita della testamenti factio attiva e passiva, cioè della capacità di fare testamento o di ereditare, mentre i loro beni furono devoluti al fisco, alla stregua dibona caduca. Il divorzio fu reso più difficile e concesso in caso di grave inadempimento degli obblighi coniugali &#8211; divortium ex iusta causa &#8211; o in presenza di eventi di forza maggiore o caso fortuito (divortium ex bona gratia). Anche le facoltà giuridiche insite nella patria potestas del pater familias furono progressivamente limitate. Costantino proibì l’omicidio volontario del filiuso del servus- che rientrava nello ius vitae acnecisdel pater &#8211; la facoltà di esporre i neonati indesiderati – ius exponendi &#8211; e lo ius vendendi &#8211; la facoltà del padre di vendere i propri figli &#8211; fu limitato ai casi tassativamente previsti dalla legge. Nel campo del diritto penale, la legislazione costantiniana abolì la crocefissione &#8211; in omaggio alla passione di Cristo &#8211; e la marchiatura a fuoco sul volto, ma inasprì le pene contro i reati “sessuali” o offensivi del pubblico pudore, come l’infedeltà coniugale e l’omosessualità (17). La nuova politica costantiniana di tolleranza favorì anche l’edificazione di nuovi edifici di culto cristiani, di cimiteri e il riadattamento di edifici precedenti &#8211; in genere templi &#8211; agli usi sacri imposti dalla nuova religione. All’iniziativa edilizia costantiniana è da attribuire la costruzione delle basiliche romane di S. Giovanni in Laterano &#8211; a sud est di Roma &#8211; di S. Pietro &#8211; presso il colle Vaticano, sulla riva destra del Tevere &#8211; e di S. Lorenzo al Verano, sulla via Tiburtina. Ad Elena, madre di Costantino, è da attribuire l’edificazione della basilica di S. Croce in Gerusalemme, a Roma, presso il palatium imperiale &#8211; detto Sessorianum o Sessorium &#8211; e, in Palestina, delle basiliche del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, e della Natività, a Betlemme. S. Giovanni e S. Pietro furono, certamente, gli edifici più importanti costruiti grazie al patronato imperiale e destinati, rispettivamente, a cattedrale dell’arcidiocesi romana e a tempio del culto della Chiesa universale. S. Giovanni fu edificato nell’area occupata dagli Horti Laterani che, acquisiti al demanio imperiale, furono destinati ad ospitare la domus Faustae &#8211; residenza ufficiale di Fausta, moglie di Costantino &#8211; e la caserma degli equites singulares Augusti, cavalieri che costituivano la guardia personale dell’imperatore. Accanto a S. Giovanni furono edificati anche un battistero e un palazzo – patriarchio lateranense – sede ufficiale del papa e degli uffici della curia romana (18). S. Pietro fu edificato sul colle Vaticano, area non urbanizzata e in prevalenza boscosa che ospitava una necropoli cristiana, dove era collocata, fin dal II secolo, un’edicola funeraria che custodiva le spoglie dell’apostolo Pietro, martirizzato &#8211; secondo la tradizione agiografica &#8211; proprio in quel luogo, nel 67 d.C., sotto il principato di Nerone (54-68 d. C.). Tutte le basiliche costantiniane furono dotate di un ingente patrimonio immobiliare, fonte di rendite sostanziose, pertanto, può sostenersi, senza ombra di dubbio, che la “Roma cristiana” nacque, topograficamente, proprio con Costantino (19).</p>
<p style="text-align: justify;">Note:</p>
<p style="text-align: justify;">1 &#8211; Si veda, in proposito, il contributo Giuliano l’Apostata, un rivoluzionario al potere, pubblicato in questo sito.<br />
2 &#8211; Costantino era nato in Mesia, a Naisso &#8211; attuale Niš, in Serbia &#8211; intorno al 270 d. C., ed era figlio, forse illegittimo, di Flavio Costanzo, generale di origine balcanica e, in seguito, imperatore, e di una locandiera, Elena (†336 d. C.), poi venerata come santa dalla Chiesa.<br />
3 &#8211; Ufficialmente, ciò avvenne solo nel 380 d.C., con l’emanazione dell’Editto di Tessalonica, ad opera dell’Augusto Flavio Teodosio I (379-395 d. C.).<br />
4 &#8211; La tetrarchia era un sistema di governo messo a punto dall’imperatore Gaio Aurelio Valerio Diocleziano (†315 d. C.), tra il 285 e il 293 d. C. Ufficiale della guardia imperiale di origine dalmata &#8211; Valerio Diocle &#8211; meglio conosciuto col nome di Diocleziano, salì al potere il 20 novembre del 284 d. C. A partire dal 285 d. C., Diocleziano si dedicò al riordinamento amministrativo dell’impero, promuovendo importanti riforme costituzionali come l’istituzione della tetrarchia. Tra il 286 e il 293 d. C., infatti, Diocleziano associò al potere altri quattro imperatori, tutti uomini d’arme provenienti dall’Illirico; a se stesso e a Marco Aurelio Valerio Massimiano riservò il ruolo di Augusto e il governo dell’Oriente e dell’Occidente, agli altri due, Costanzo (†306 d. C.) &#8211; detto “Cloro”, cioè “Pallido” &#8211; e Galerio (†311 d. C.), il ruolo subordinato di Cesare. Con quattro imperatori ai vertici dello stato, Diocleziano credeva di aver risolto alcuni importanti problemi che affliggevano lo stato romano. Quattro imperatori, infatti, potevano accorrere sulle frontiere minacciate dai “barbari” con più facilità di uno solo e potevano sedare anche eventuali ribellioni locali, senza la necessità di spostare eserciti da un capo all’altro dell’impero. Il ruolo dei Cesari, inoltre, era quello di potenziali successori degli Augusti, perché Diocleziano aveva stabilito che, in caso di morte o abdicazione di un Augusto, il rispettivo Cesare gli subentrava, nominando, a sua volta, un potenziale successore. In tal modo si evitava anche ogni soluzione di continuità nell’avvicendamento al potere imperiale, uno dei maggiori problemi del III secolo. Per questi eventi, L. De Salvo – C. Neri, Storia di Roma.L’età tardo-antica, vol. I, Roma 2010.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-6.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-29379 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/07/I-6-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><br />
5 &#8211; Massenzio era il figlio dell’Augusto Massimiano (†310 d. C.), suocero di Costantino e membro della tetrarchia. La guerra civile tra Costantino e Massenzio era esplosa nel 306 d. C. Infatti, nel 303 d. C., dopo la celebrazione dei suoi Vicennalia &#8211; anniversario dei vent’anni di regno &#8211; Diocleziano decise di abdicare, imponendo questa scelta anche al collega Massimiano. L’abdicazione fu fissata per il primo maggio del 305 d. C. e, secondo gli accordi, subentrarono nel ruolo di Augusti i rispettivi Cesari, Costanzo Cloro, per l’Occidente, e Galerio, per l’Oriente, che, a loro volta, designarono come Cesari, Valerio Severo e Massimino Daia. La situazione presto degenerò e si giunse nuovamente alla guerra civile: il 25 luglio del 306 d. C., infatti, Costanzo morì in Britannia e il figlio, Costantino, fu acclamato Augusto dalle truppe. A Roma, nel frattempo, Massimiano e suo figlio, Massenzio, furono proclamati Augusti il 28 ottobre. Valerio Severo, nel 307 d. C., penetrò in Italia, per domare la ribellione di Massenzio, ma fu sconfitto e ucciso poco tempo dopo. Nel 308 d. C., allora, Diocleziano abbandonò il suo ritiro di Spalato e intervenne nell’assise di Carnuntum, in Pannonia, convocata da Galerio per riportare ordine tra i contendenti. Massimiano e Massenzio furono esclusi da ogni incarico, Galerio e Massimino conservarono il loro ruolo in Oriente, rispettivamente, di Augusto e di Cesare, mentre, in Occidente, furono designati &#8211; come Augusto e Cesare &#8211; Licinio Liciniano e Costantino: Licinio ottenne l’Italia, l’Africa e la Pannonia e Costantino la Spagna, la Gallia e la Britannia. La guerra civile, però, riesplose e continuò fino al 313 d. C. Massimiano fu soppresso da Costantino nel 310 d. C., probabilmente a Marsiglia, Galerio morì, di morte naturale, nel 311 d. C. Massenzio &#8211; che non voleva rinunciare al titolo di Augusto &#8211; fu sconfitto nella battaglia di Ponte Milvio da Costantino, il 28 ottobre del 312 d. C., e morì annegato nel Tevere. Massimino Daia morì, nel 313 d. C., ucciso da Licinio. Licinio Liciniano, a sua volta, fu ucciso nel 325 d. C. da Costantino che divenne, così, l’unico imperatore. Per questi eventi, L. De Salvo – C. Neri, cit.<br />
6 &#8211; Per la conversione di Ponte Milvio, Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, a cura di L. Franco, Milano 2009, I, 28-30, Lattanzio, Come muoiono i persecutori, a cura di M. Spinelli, Roma 2005, XLV, 5.<br />
7 &#8211; Nonostante ciò, Costantino è venerato, ancora oggi, come santo dalla Chiesa ortodossa.<br />
8 &#8211; G. Marasco, Costantino e le uccisioni di Crispo e Fausta, in «Rivista di Filologia e Istruzione Classica», CXXI, (1993). H. A. Pohlsander, Crispus: Brillant Career and tragic End, in «Historia», XXXIII, (1984).<br />
9 &#8211; Il culto solare fu introdotto a Roma, ufficialmente, il 25 dicembre del 274 d. C., poi diventato diesnatalis Solis Invicti. Sulla figura di Aureliano e sulla sua politica religiosa, B. M. di Dario, Il Sole Invincibile. Aureliano riformatore politico e religioso, Padova 2002.<br />
10 &#8211; Per il testo dell’Editto, Lattanzio, o. c.,XLVIII. Sulla conversione costantiniana al cristianesimo, M. Amerise, Il battesimo di Costantino il Grande. Storia di una scomoda eredità, Stuttgart 2005.<br />
11 &#8211; A. Marcone, Pagano e cristiano: vita e mito di Costantino, Roma 2002.<br />
12 &#8211; Tra il 303 e il 304, furono emanati &#8211; per volontà di Diocleziano &#8211; quattro editti con cui, in un crescendo di sanzioni, si imponeva a tutti i cristiani residenti nell’impero, laici ed ecclesiastici, la consegna dei libri, degli arredi sacri e l’abiura, a pena di esili, condanne ai lavori forzati o alla morte. Le chiese cristiane furono distrutte &#8211; o convertite in templi pagani &#8211; e i cimiteri chiusi. La persecuzione, che infuriò più in Oriente che in Occidente, fece qualche migliaio di vittime. Per il testo dell’editto di Galerio, promulgato a Serdica, attuale Sofia, nell’aprile del 311, Eusebio di Cesarea, Storia cit.,VIII, 17, Lattanzio, o. c., XXXIV, 1-5.<br />
13 &#8211; Sull’importanza dell’editto costantiniano, A. Corbin, Storia del Cristianesimo, Milano 2007, M. Guidetti, Costantino e il suo secolo. L’editto di Milano e le religioni, Milano 2013, C. Moreschini, Cristianesimo e Impero, Firenze 1973, E. Percivaldi, Fu vero editto? Costantino e il Cristianesimo tra storia e leggenda, Milano 2012.<br />
14 &#8211; Sull’episcopalis audientia, M. R. Cimma, L’episcopalis audientia nelle costituzioni imperiali da Costantino a Giustiniano, Torino 1989. Sui privilegi ecclesiastici, in generale, G. M. Vian, La donazione di Costantino, Bologna 2004.<br />
15 &#8211; Sui poteri pubblici dei vescovi nella Tarda Antichità, si veda Codex Iustinianus, recensit P. Krueger, Berolini 1906, I, 3, 28, V, 4, 19.<br />
16 &#8211; Per questi aspetti organizzativi della Chiesa del IV secolo, H. Drake, Constantine and the Bishops. The politics of Intollerance, Baltimore-London 2000.<br />
17 &#8211; Sulla legislazione costantiniana, A. Guarino, Storia del diritto romano, Napoli 1997.<br />
18 &#8211; H. Rahner, Chiesa e struttura politica nel cristianesimo primitivo, Milano 1970.<br />
19 &#8211; Per la politica edilizia di Costantino, L. De Salvo – C. Neri, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso Indelli,</p>
<p style="text-align: justify;">assegnista di Ricerca in Storia Medievale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno.</p>

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		<title>Pietas et Religio (sive Superstitio) &#8211; Elio Ermete</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Aug 2017 16:33:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizione Romana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli antichi romani sostenevano una forte distinzione tra pietas e religio, considerando le due cose di per sé in maniera alquanto differente rispetto ai nostri concetti di pietà e religione. La pietas romana è il rispetto della tradizione, delle regole del diritto sacro che sancisce la pace tra gli uomini e le divinità. Colui il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gli antichi romani sostenevano una forte distinzione tra pietas e religio, considerando le due cose di per sé in maniera alquanto differente rispetto ai nostri concetti di pietà e religione. La pietas romana è il rispetto della tradizione, delle regole del diritto sacro che sancisce la pace tra gli uomini e le divinità. Colui il quale rispetterà i giorni sacri del calendario romano, osservando diligentemente la rituaria preposta e le regole è un pio. Chi invece svolgerà un’ecatombe per far piacere agli dei, quando questa non fosse prescritta, egli sarà tacciato di religiosità, allo stesso modo chi non dovesse rispettare i dettami prescritti dal diritto sacro verrà considerato un empio (1). Il religioso è visto dal romano come un superstizioso, perché in realtà gli antichi sanno benissimo che le divinità altro non sono che una proiezione che nasce da noi stessi. Certo è difficile dire chi realmente avesse una coscienza culturale del sé a Roma, ma rimane ovvio che i dettami del diritto sacro davano la completa possibilità di comprendere gli arcani più alti. L’uomo pio è un tipo morigerato, egli divide la sua vita tra la famiglia, il lavoro, la pietas e l’attività civica. Nella casa vi è un angolo molto intimo, dove il pater familias svolge i doveri rituali a lui assegnati, rispettando le regole del culto gentilizio cui appartiene. In questo angolo è posto il larario, la riproduzione di un tempio o di un’edicola in piccole misure, dove collocare all’interno le immagini e le figurine degli antenati e degli dei onorati dalla famiglia (i Lari e i Penati). Sempre in quest’ angolo è solitamente posto un tripode o un braciere, per accendere il fuoco in cui si gettano le offerte per gli dei: questi pare che si manifestino nella fiamma stessa e che attraverso di essa comunichino e abbiano contatti con gli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rito viene svolto al mattino, quando il Sole/coscienza si eleva nel cielo. L’apertura viene effettuata a Giano, si svolge la preghiera alla divinità del luogo o della casa (spesso i Lari e gli antenati) e si esegue poi il rituale prescritto, non tralasciando la salutatio alla divinità gentilizia e al proprio Genio. La chiusura può essere preceduta o meno da una formula piacolare che permetta di non scontare colpe nell’eventualità di errori accidentali durante il rito. L’apertura prevedeva il beneplacito del dio che presiede alle porte di ogni cosa (2), l’antico Giano, il dio bifronte che fa si che l’uomo esca dal caos della vita materiale per entrare, durante il rito, nella sintonia con gli dei affinché essi lo ascoltino. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/08/P-2-2.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-23795 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/08/P-2-2-244x300.jpg" alt="" width="244" height="300" /></a>Perché non interferisse al risultato del rito, e permettesse la comunicazione coi divini, ci si propiziava anche la genialità del luogo. L’intelligenza del luogo potrebbe essere anche uno spirito elementare (degli elementi) come un elfo, uno gnomo, un nano, o una ninfa. Comunque sia l’intervento di questi è necessario perché non si manifestino similnature astrali, cioè entità che si spaccino per la divinità che noi cerchiamo di evocare. Così come la divinità è presente in noi, lo è anche fuori, ed essa è un’energia della natura con una specifica funzione. L’orazione alla genialità della propria gens avveniva solamente dopo essersi assicurati i primi beneplaciti. Ma perché eventuali risultati non restassero infruttuosi, ci si assicurava anche alla propria divinità, che presiede allo sviluppo personale, affinché non si opponesse a fenomeni di luce psichica derivanti dall’operare i misteri di Ercole cosicché, se la si conosceva (e solamente gli iniziati sono in grado di conoscere il proprio Genio), le si chiedeva d’esser propizia in cambio di un grano d’incenso o di quanto altro le aggradasse. E per riconfermare la volontà del beneplacito divino si chiudeva con la detta formula “ciò sia buono e fausto. Così è”. L’ita est, a differenza del “così sia” cristiano non è una speranza di buoni auguri, bensì è la certezza dell’aver operato nel giusto e dello aver seguito i dettami della pietas. Certo il pio non è solamente colui che comprende le leggi del diritto sacro, ma lo è pure colui che le mette in atto anche senza conoscerle, essendo queste una conquista di consapevolezza personale. Lo svolgere il rituale, perfino senza comprenderlo nei suoi significati ermetici, è pietas; il cambiarlo sulla base del sentimento mistico è religio, e la religio è superstitio, poiché la religione lega due volte (re-ligo = ri-lego = lego ancora) quella che è la reale essenza delle cose e quello che è il sapere mantenuto dalle alte caste sacerdotali che l’alimentano. La legge si comprende solamente quando vi si entra in sintonia purificandosi da tutto, non solamente dalle impurità, ma anche dalle impressioni assorbite sul corpo lunare, come per esempio le convinzioni religiose, che ci legano alla coscienza razionale impedendoci di spostarla sul cuore, dove Anco Marzio ci farebbe dono di comprenderla. I sacerdoti assegnavano ai gentili le pratiche da eseguire, se questi operavano secondo i dettami, piamente, raggiungevano la purificazione dell’anima ed erano poi in grado di raggiungere diversi livelli di consapevolezza e di comprensione delle cose. Ovviamente tali pratiche potevano essere sostenute solamente rispettando le regole del diritto sacro: nei determinati giorni prescritti, astenendosi da Venere il giorno precedente e seguendo un eventuale regime alimentare prescritto, come ci insegna anche Macrobio nei “Saturnalia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Tempio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Templum romano è un luogo di contatto tra l’umano e il divino. Esso è un quadrato, forma geometrica derivante dall’idea (ripresa anche dai pitagorici) di riordino dei quattro elementi della natura. Ogni lato del quadrato indica uno degli elementi della natura separati e distinti, e lo spazio che esso circonda è permeato dal rimanente quinto elemento (3), essenza che permette il contatto tra il mondo umano e divino. Per tale sua qualità il templum in terra veniva usato dagli auguri per la tratta degli auspici, i messaggi divini interpretati sulla base del volo degli uccelli. All’università di Roma “La Sapienza”, l’archeologo Andrea Carandini, così come l’epigrafista Silvio Panciera, hanno svolto alcuni studi su tali pratiche antiche. Grazie alle fonti si conosce il modo di svolgimento dell’augurio, ma non erano risaputi i valori d’interpretazione fin quando non si è ritrovato un templum in terra con nove cippi, uno al centro indicante il sole ed altri otto delimitatori indicanti i principali punti cardinali. Nella mostra di Andrea Carandini sulla fondazione di Roma, svoltasi nel 2753 ab urbe condita nelle terme di Diocleziano, è stato ricostruito l’esempio di un templum augurale con la riproposizione rituale della tratta auspicale. Al templum in terra corrisponde un analogo templum in coelo: esso è il riflesso del primo, ed è la porzione di cielo nella quale si manifestano i segni divini, interpretati dall’augure. Gli auspici venivano consultati dai magistrati prima d’intraprendere qualunque decisione importante ed ogni qual volta dovessero passare la linea del pomerium, limite tra l’imperium domi e l’imperium maius, quindi prima d’intraprendere campagne militari o di svolgere funzioni politiche in città; similmente altre volte si consultavano i libri sibillini. Tito Livio ci tramanda che Numa Pompilio, prima di assumere la carica di re, avesse tratto gli auspici per mezzo di un augure:</p>
<p style="text-align: justify;">“fatto venire a Roma, come Romolo nel fondar la città aveva assunto il regno dopo aver tratto gli auspici, così volle che anche per lui si consultassero gli dei. Onde fu da un augure […] condotto su la rocca e fatto sedere sopra una pietra, volto verso il mezzogiorno. L’augure sedette alla sua sinistra, con la testa velata e in mano un bastoncino adunco senza nodi, che fu chiamato lìtuo. Indi, poiché, abbracciate con lo sguardo la città e le campagne, e invocati gli dei, ebbe segnato lo spazio da oriente ad occidente, e proclamate fauste le parti verso mezzogiorno, infauste quelle verso settentrione, determinò mentalmente innanzi a sé un punto, il più lontano a cui potessero giungere gli occhi; allora passato il lituo nella mano sinistra e imposta la mano destra sul capo di Numa, così pregò: Iuppiter Pater, si est fas hunc Numam Pompilium, cuius ego caput teneo, regem Romae esse, uti tu signa nobis certa adclarassis inter eos fines, quos feci. (4) Enunciò poi gli auspici che desiderava ricevere, e avutili, Numa discese dal luogo augurale proclamato re”. (5)</p>
<p style="text-align: justify;">L’esempio qui riportato, tratto dalla storia di Roma di Tito Livio, ci fa comprendere la funzione del templum in terra e del templum in coelo, nei cui limiti si esprimono gli dei. Ma il templum può essere usato in altri modi, per qualunque altro rituale da qualunque sacerdote. Ai profani è vietato entrare nei quadrati inaugurati, appunto i templi, poiché con le loro impurità potrebbero contaminarlo e fargli perdere la sua funzione magica. Fra il tempio architettonico e quello augurale, un semplice quadrato recintato, non esiste nessuna differenza, se non quella che il tempio architettonico si trova sempre su un podio rialzato e che in questo, a causa della presenza delle mura, non è possibile sedersi e volgere lo sguardo all’orizzonte per poter trarre gli auspici. Ma nei templi architettonici l’interpretazione del consenso divino avviene in altri modi, di efficace interpretazione quanto per gli auspici. Gli aruspici erano in grado di leggere il futuro tramite le viscere delle vittime sacrificate per i banchetti rituali. Su tale arte sacra ritorneremo più avanti. Il tempio è quindi un luogo fisico di contatto colle dimensioni supere ed infere. I templi dedicati ad Ade si trovavano a ridosso di grotte o in ambienti semi-ipogei. La cosa non dovrebbe sorprendere e l’osservazione nostra non deve fermarsi sulla semplice e superstiziosa convinzione del contatto con le entità che abitano l’interno della terra o degli inferi: questi luoghi non esistono nella nostra realtà esterna, bensì in un mondo secreto difficile da percepire e da penetrare, ma tale dimensione è più vicina a noi di quanto possiamo pensare: Ulisse trova facilmente una porta per andare a sacrificare un ariete nero agli dei inferi. Oltre ai luoghi fisici, creati nei luoghi dove gli dei hanno manifestato i loro favori, vi è una creatura nella natura capace di penetrare il mondo secreto, che è permeata dall’essenza divina attiva più di quanto la nostra mente o i nostri sogni possano immaginare; questa creatura è il punto d’incontro tra il pan e gli astri divini più alti e più lontani dal nostro pianeta, invisibili perfino ai nostri telescopi, ella ha in sé la potenzialità dell’androginato e del divino per eccellenza: questi è l’uomo. Con le sue capacità di adattamento e di modificare la natura circostante perché a lui si adatti, l’essere umano è stato considerato dagli antichi la creatura perfetta, l’eccellente creazione degli dei olimpici, la potenzialità del divino. Ed è sull’uomo, da quanto ci tramanda Vitruvio nel suo De Architettura, che l’ordine dorico basa le sue proporzioni, così come invece il più leggiadro, snello e delicato ordine ionico basa le sue proporzioni sulle dimensioni della donna, meno imponente dell’uomo nel suo corpo(6). La necessità, quindi, di rendere il luogo dove presiede il divino perfetto, ha fatto sì che gli antichi trovassero la perfezione nell’essere dominante per eccellenza la natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai sacerdoti, nei templi romani potevano entrare anche i senatori, i quali erano liberi svolgervi riunioni e prendere decisioni alla presenza delle divinità. Un consiglio di guerra si sarebbe facilmente tenuto nel tempio di Marte, poiché l’esperto per eccellenza in questo campo, avrebbe giustamente ispirato coloro i quali si fossero riuniti nella cella del suo tempio. Così fece ad esempio Cicerone, che dovendo disporre in difesa dei rodii, i quali nonostante la loro fedeltà a Roma rischiarono di perdere la propria libertà, decise di convocare il Senato nel tempio di Giove Statore, al quale dio, in precedenza Romolo fece voto d’erezione del tempio affinché i romani, durante la battaglia mitica svoltasi in città contro i sabini, non indietreggiassero ma mantenessero con orgoglio e fede la posizione. Allo stesso modo i rodii si mantennero fedeli a Roma, e chiesero al famoso oratore di prendere le loro difese: e proprio in quel tempio Cicerone convinse i padri romani della causa rodia con la famosa oratio pro Rohdiensibus. Come già accennato il tempio veniva fondato e dedicato ad una divinità nel luogo in cui questa si manifestasse, o tramite un’apparizione (epifania) o tramite un suo favore, come per esempio realizzare immediatamente la richiesta di un fedele. Altre volte i templi vengono fondati per la necessità di avere un luogo di contatto con le dimensioni superiori. Queste ultime sono ben descritte nel Somnium Scipionis di Cicerone. Per prima cosa, quando si decideva di erigere un tempio romano, un augure doveva esorcizzare il luogo da qualunque tipo d’impurità, per poi tracciare e consacrare il quadrato ove si sarebbe poi costruita la cella. Veniva quindi realizzata l’opera architettonica, sempre secondo dei criteri esoterici perché il luogo sacro portasse in sé simboli sacri. Il tempio poteva essere dedicato ad una o più divinità, e in questo si svolgevano i riti appropriati alle suddette, dai sacerdoti appositamente preposti. Fondazione rituale e organizzazione del tempio veniva decisa dai pontefici, detentori delle regole e delle leggi del sacro.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/08/P-3.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-23797 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/08/P-3-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esoterismo ed Exoterismo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il termine esoterismo è di origine greca e viene ben spiegato da Platone il quale lo contrappone all’exoterismo. La parola ermetismo è il sinonimo più vicino al significato che Socrate volle attribuire a esoterismo. Ciò consiste nella reale interpretazione dei simboli, spesso manifestati nelle ritualità pubbliche, come nelle processioni delle Dionisie (7) o in quelle Eleusine, e sempre presenti nei miti. Il filosofo greco è molto sicuro di sé quando dice che i miti non sono per tutti. Un laico od un fervente cristiano, direbbero che la mitologia è cosa per bambini e, come hanno scritto molti storici delle religioni un po’ faziosi, che è solamente il prodotto di menti primitive e superstiziose. Certamente siamo tutti concordi nel dire che solamente delle menti primitive possano aver concepito dei sistemi sociali come la democrazia greca e la repubblica romana, certamente siamo tutti quanti concordi nel considerare primitive delle civiltà che sono riuscite a portare l’acqua nel deserto (8), quando oggi l’umanità non è in grado di affrontare la siccità perenne di alcuni luoghi del mondo odierno. Il diritto romano è la base del diritto moderno, la filosofia antica è stata la prima vera ricerca razionale che l’uomo abbia mai affrontato sulle cose che lo circondano e lo permeano ed esiste qualcuno che osa affermare che questi uomini siano stati dei primitivi…E la filosofia degli antichi non ha delle basi semplicistiche, poiché ciò che dicono i greci, cioè che l’uomo è formato da quattro elementi di base è verità pura: noi siamo fatti di “terra”, cioè di un corpo fisico; di “acqua”, cioè di un’anima che come i fluidi entra nei recipienti (i corpi fisici); di “aria”, cioè dell’intelligenza che è ancora più impalpabile dell’anima; e di “fuoco”, cioè dello spirito, che quando si manifesta in noi lo fa attraverso il calore… e così come ho potuto verificare personalmente, pertanto parlo per esperienza e non per cultura fatta, anche voi potete verificare autonomamente l’esistenza di questi corpi lavorando sulla vostra persona: svolgendo orazioni nei periodo giusti, astenendosi dai cibi e dalla venere quando è necessario, mantenendosi in un equilibrio esterno ed interno, porterà al momento in cui si risveglierà la coscienza dei corpi sottili, e potrete confermare a voi stessi che l’antico sapere del mediterraneo fosse permeato di verità, purtroppo poi travisate da coloro i quali hanno preferito la creazione di religioni servili, per poter meglio controllare il potere sul volgo… che vergogna! Uomini liberatevi, non rimanete nel significato exoterico delle cose, cioè in quello simbolico, come il calice del Cristo che conteneva il sangue del figlio di Dio… perché Ponzio Pilato dice: “preferite che io liberi Barabba… o Gesù il nazareno, figlio dell’uomo?” Ma non era figlio di Dio? San Giovanni sembra molto curioso quando gli chiede: “chi sei veramente ?” ed egli è molto esplicito nel rispondergli pressappoco: “io sono figlio di Dio, ed io e il padre siamo la stessa cosa, e voi siete i mie fratelli…”. Ecco il mistero ermetico…</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni simbolo ha dunque un doppio significato: uno exoterico, cioè per l’esterno, per coloro i quali non sono iniziati, ed uno esoterico, indirizzato a coloro i quali vengono iniziati ai misteri. Prendiamo qualche esempio banale. Romolo exotericamente rappresenta il bene e la giustizia nel dualismo universale, esotericamente rappresenta la prima delle sette rotae, il primo chakra degli yogi. Così Penelope exotericamente rappresenta la fedeltà coniugale, ma nella realtà ermetica delle cose, cioè esotericamente parlando, lei è l’anima pura che l’iniziato eroe deve ritrovare e riabbracciare, ma prima di ciò deve affrontare una sequela di prove. Allo stesso modo il viaggio di Odisseo rappresenta la ricerca della verità da parte dell’uomo, ma esotericamente l’Odissea, libro sacro della cultura greca (successivamente adottato anche dai latini per la sua estrema dovizia di particolari veritieri), rappresenta una serie di ritualità e di prove che l’iniziato/eroe deve affrontare, per potere realizzare la prima parte dell’opera. Tutt’ oggi esistono correnti esoteriche che diffondono verità per simboli celati, pertanto è necessario andare sempre oltre il simbolo, per poter penetrare la verità esoterica delle cose, percepibile solo nel mondo delle idee.</p>
<p style="text-align: justify;">Note:</p>
<p style="text-align: justify;">1 &#8211; Il figlio di Pompeo offrì un’ecatombe di tori a Nettuno sperando così di avere il favore nelle naumachie contro Ottaviano, ma la cosa non gli diede ampi risultati, poiché svolse il rito nel momento sbagliato, quando non era prescritto, forzando determinate energie e creando uno squilibrio che cedette di fronte alla potenza sprigionata dalla pietas di Augusto, suo fattore vincente nella lotta al potere di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">2 &#8211; Il dio Giano potrebbe essere ben paragonato al S. Pietro dei cristiani, detentore delle chiavi del paradiso, e al guardiano della soglia degli steineriani;</p>
<p style="text-align: justify;">3 &#8211; Motivo per il quale il tempio era definito abitazione fisica della divinità cui era dedicato;</p>
<p style="text-align: justify;">4 &#8211; “Giove Padre, se è divino decreto che questo Numa Pompilio, di cui tocco il capo, sia re di Roma, voglia tu manifestarci sicuri segni tra quei limiti che io ho tracciati”;</p>
<p style="text-align: justify;">5 &#8211; Tito Livio, Ab Urbe Condita, I, XVIII;</p>
<p style="text-align: justify;">6 &#8211; Vitruvio, De Architettura, IV, 15.</p>
<p style="text-align: justify;">7 &#8211; Le Dionisie erano le feste dedicate a Dioniso (particolarmente sentite ad Atene), durante le quali si svolgevano prima una serie di rituali pubblici ed una processione in cui venivano esposti i simboli sacri, come per esempio le viti in terra cotta e le erme e il cratere del vino. Si svolgevano poi una serie di attività culturali agonistiche di tipo teatrale, come cori, commedie e tragedie, dove originariamente venivano rappresentati temi inerenti al mito del dio.</p>
<p style="text-align: justify;">8 &#8211; Si vedano città dell’impero romano come Palmira, o i numerosi centri sparsi nella Meseta spagnola, fornite costantemente di acqua grazie alle imponenti opere idrauliche che questi uomini “primitivi”(come vergognosamente vengono definiti dagli studiosi faziosi) erano in grado di costruire.</p>
<p>Estratto dal testo “Aspetti Esoterici nella Tradizione Romana Gentile”, di Elio Ermete.<br />
Ringraziamo l’autore per la gentile concessione.</p>

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