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	<title>problema Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>problema Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>La strada sbagliata – Lorenzo Merlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2024 05:43:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Merlo]]></category>
		<category><![CDATA[problema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante l’impegno che ognuno può mettere per migliorare lo stato della storia, seguendo strade sbagliate, non potrà che viverne la mortificazione. &#160; &#160; Non si può risolvere un problema con gli strumenti che l’hanno creato, pare sia un’affermazione di Einstein (1879-1955). Ipotizzando che il fisico tedesco fosse un cosiddetto genio – ma pare abbia anche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Nonostante l’impegno che ognuno può mettere per migliorare lo stato della storia, seguendo strade sbagliate, non potrà che viverne la mortificazione.</em></p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non si può risolvere un problema con gli strumenti che l’hanno creato</em>, pare sia un’affermazione di Einstein (1879-1955). Ipotizzando che il fisico tedesco fosse un cosiddetto genio – ma pare abbia anche detto che <em>tutti siamo geni</em> – penso che la sua affermazione, sia un culmine al quale chiunque può arrivare. Tuttavia, secondo il principio che <em>capire non conta nulla</em>, in chiunque condivida il motto del noto scienziato della linguaccia, certamente non scaturirà un aggiornamento del proprio comportamento. Vale a dire che, nel suo fare, non cesserà di contraddirlo. Mentre chiunque, nel rispetto di un secondo principio che <em>ricreare è necessario</em>, inizierà ad osservare la realtà per riconoscere in che termini la formula einsteiniana corrisponde a verità. Un atteggiamento che lo porterà ad escogitare modalità differenti dalle consuetudinarie, cioè egocentriche, per eludere all’origine il problema.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dei problemi che si tenta di risolvere con i mezzi che l’hanno generato, Ronald David Laing (1927-1989) ne ha dato una rappresentazione nelle sue pubblicazioni. Lo psichiatra scozzese ne evidenzia un quadro osservando la realtà delle relazioni interpersonali. Nelle situazioni di conflitto (problema) ambo le parti, sostenendo la propria posizione nel tentativo di ridurre il nodo, di fatto, lo alimentano. La lettura della questione da una prospettiva egocentrica, necessariamente nega l’altra se di pari posizione. L’ingarbuglio diviene quindi sempre più profondo, fino alla sofferenza reciproca, primo combustibile dell’esplosione violenta rivolta a sé o al prossimo. Impotenza, prevaricazione, collera, prostrazione, vendetta, cattivi pensieri sono le emozioni che vanno a riempire di sé la realtà delle parti. Ovvero, nonostante il tentativo di fuggirla, la ingarbugliano in una morsa penosa, che si serrerà via via di più finché l’ottica che ne ha avviato la stretta, non cesserà di venire impiegata.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-10.jpeg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-66030" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-10-239x300.jpeg" alt="" width="239" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-10-239x300.jpeg 239w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-10.jpeg 480w" sizes="(max-width: 239px) 100vw, 239px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Giovanni         Il tuo guaio è che sei invidiosa di me.</p>
<p>Maria                Il tuo guaio è che tu la pensi così.</p>
<p>Giovanni           Non mi dai credito di nulla.</p>
<p>Non sopporti d’ammettere che me ne spetti.</p>
<p>Maria                È qui dove ti sbagli. Non sopporti d’ammettere che non me ne importa.</p>
<p>Giovanni           Sei proprio come mia madre.</p>
<p>Maria                È certo che mi tratti come lei.</p>
<p>Giovanni           Be’ allora non comportarti come lei.</p>
<p>Maria                Cerchi di distruggere me <em>perché</em> odi lei.</p>
<p>Giovanni           Perché non la smetti di proiettarti. Sei tu la frigida.</p>
<p>Maria                Quando ti ho conosciuto non lo ero.</p>
<p>Giovanni           Potresti fare a meno di non morderti la fica nel disprezzare il mio cazzo.</p>
<p>Maria                Quando la metti su questo piano mi perdo d’animo.</p>
<p>Giovanni           È comunque un inizio. È questa la prima volta oggi che ammetti un minimo di inadeguatezza.</p>
<p>Maria                Proprio non si può essere amici?</p>
<p>Giovanni           Certo. Non ho mai smesso d’esserti amico”. (1)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Raggiungere la consapevolezza di fondare la realtà su una concezione soggettiva, autoreferenziale, egocentrica è la premessa alla soluzione e prevenzione dei nodi. Colui che rispetta ed è capace di amore incondizionato l’ha già in sé. Con essa, possiamo prendere coscienza, trovare evidente, che solo lasciando perdere o dando dignità all’affermazione altrui, il seme del problema non ha di che schiudersi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il penoso confronto tra le parti viene meno, quando dalla reazione si passa all’ascolto, che significa presa in considerazione dell’altro, interrompere la prevaricazione del proprio giudizio, lasciare spazio all’assertività e alla lettura fenomenologica. L’arrocco sulla propria verità cessa di venire difeso. L’orgoglio mostra il suo dannoso lato B. L’importanza personale che ci attribuiamo, evidenzia la nuce del nodo. L’assunzione di responsabilità, da – secondo i canoni comuni – dimostrazione di debolezza, muta in forza e potere. L’energia che sperperavamo pur di averla vinta, diviene a disposizione per seguire strade nuove che portano alla rivoluzione del mondo, delle relazioni, alla bellezza, alla serenità, alla salute.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-4.jpeg"><img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-66027" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-4-300x217.jpeg" alt="" width="300" height="217" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-4-300x217.jpeg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-4-160x117.jpeg 160w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-4.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Anche se la cultura ci spinge alla competizione fino ad ammettere la sopraffazione, così come osservato per la relazioni interpersonali, la medesima considerazione è mutuabile ad ogni problema diretto e indiretto. Al fine di eluderlo, serve una prospettiva differente da quello che l’ha generato. È una verità che vale dall’aritmetica – ipotetico terreno di realtà elementare – fino a qualunque altro maggiormente complesso. Uno di questi, potrebbe riguardare la realtà nella sua totalità, nella misura in cui accreditiamo la scienza, quale unico strumento in grado di definirla e di estrapolare da essa, le uniche cosiddette verità. Tuttavia, il suo criterio d’indagine, la sua prospettiva, si dipana su un terreno che essa stessa ha, autoreferenzialmente, circoscritto ed eletto a superiore. Si tratta del grande campo logico-razionale. Grande, ma non unico. Nonostante il suo inconsapevole impegno a crederlo e a farcelo credere, esso non è che la <em>metà</em> dell’infinito volume che contiene tutti i pensieri e le azioni degli uomini. Tra i <em>mille</em> che se potrebbero citare, ne sono campioni <a href="https://luogocomune.net/scienza-e-tecnologia/l-universo-%C3%A8-un-ologramma" target="_blank" rel="noopener">questo</a> articolo, commenti inclusi, e <a href="https://www.fisicaquantistica.it/paranormale/destro-e-sinistro-due-mondi-separati" target="_blank" rel="noopener">quest’altro</a>, in cui, ogni riga si muove e fa riferimento al piano logico-razionale-dimostrativo. Il pezzo tratta della <em>costituzione</em> dell’universo e perciò, anche della realtà e di noi tutti. Una questione dalla quale niente del volume dovrebbe essere escluso. Tuttavia, in nessuna riga fa capolino il piano esistenziale, che chiamiamo emozionale e sentimentale, mai quantitativamente misurabile, nonostante sia il solo dal quale può fiorire il mondo e ogni sua descrizione. Uno spazio che non è governato dalla ragione e neppure dalla logica, più rappresentabile dal quantistico che dal meccanicistico. In esso, infatti, diversamente da quanto accade in terreno meccanicistico-deterministico, la prevedibilità tende a ridursi e a restare in balia della probabilità, un’area vagolante, in cui il deus ex machina del causa-effetto cede il passo al miracolo, all’impossibile, alla serendipità, alla variabilità e circolarità del tempo, all’assenza dello spazio, alla contiguità di tutto, all’evidenza che l’altro è un noi in altro tempo e modo, che – fatto salvo gli ambiti chiusi, quelli in cui tutti sanno tutto e condividono il <em>gioco</em> – la comunicazione non è lineare ma circolare. Di più, in esso, logica e dimostrazione i due pilastri, dell’apparente incrollabile edificio della scienza, non esistono proprio, e la realtà non c’è più, se non nelle nostre visioni. L’assolutismo dell’oggettività si palesa come dogma, miraggio, chimera. Quando si vuole assoggettare l’esistenziale al loro dominio, è come immettere tossine che generano problemi irrisolvibili con gli strumenti che li hanno generati, che castrano la bellezza e la creatività evolutiva, sola strada giusta verso la vita serena.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-5.jpeg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66028 alignleft" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-5-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-5-300x300.jpeg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-5-150x150.jpeg 150w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-5-200x200.jpeg 200w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2024/11/La-strada-sbagliata-5.jpeg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tanto l’uomo comune, quanto il ricercatore, ma anche il sociologo e qualunque studioso, consumano l’energia della vita per dedicarsi a statistiche, algoritmi, percentuali, intelligenza artificiale e chatgpt. Lo fanno con serietà, come è serio il bigotto religioso. Loro idolatrano però la scienza. Sono cioè scientisti – come chiunque formato da questa cultura – ovvero coloro che considerano la cosiddetta scienza quale solo ambito capace di generare verità, tra cui la sola attendibile descrizione del reale. Uomini sulla strada sbagliata, che corrono certi di se stessi e delle loro munizione di logica, raziocinio e nominalismo, a velocità ora digitale, cioè senza alcuna possibilità di relazione e controllo con il criterio che li domina, ma in totale dipendenza dalla tecnologia. Moltitudini che pretendono la dimostrazione per accreditare qualsivoglia voce estranea al loro monoteismo meccanicistico, che non sospettano niente di quanto è conoscenza oltre il proprio steccato ricamato da riconoscimenti accademici, da ossequi popolani, da carriere dispiegate al mondo. Nel rispetto dell’educazione ricevuta e mai messa in discussione, come frotte fanatiche, percorrono il rettilineo del buon senso, della scienza e della ragione senza mai fermarsi, né lasciarlo. Seguitando a vedere il mondo come un oggetto e mai come relazione. Il percorso è fornito di tutto ciò che serve alla vita. Una strada dritta, costruita con le teste appiattite di cui i magazzini del progresso straboccano. Sfrecciano attraverso gallerie scavate in montagne di corpi <em>esanguati</em> dal mercato, dalle sue leggi, dalla sua tirannia. Gli acritici eroi di se stessi, sono lanciati a velocità che nascondono la rete di conoscenza composta da viottoli, carrozzabili, piste polverose, tratturi sconnessi, selciati storici, ciottolati artistici. A loro non importa, e ridono di chi li ammonisce, di chi li redarguisce sul senso a fondo cieco che hanno imboccato; di chi sventola la bandiera analogica, pregna di misura d’uomo. Anzi, dalla loro strada sbagliata, dalle loro deccapottabili, con diritto d’aguzzino, li denigrano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Logica e razionalità non hanno a che vedere con emozioni e sentimenti, i quali svolazzano in un cielo alogico e irrazionale, privo di materia, pregno di flussi energetici ancestrali, nel quale mente, coscienza, e universo non sono elementi separati, individualmente analizzabili, ma la realtà stessa, riflessi della coscienza. Per accedere al mistero del mondo, i gelidi strumenti meccanici non possono produrre alcuna convincente soluzione. Fatto salvo le esigenze storico-organizzative, la dimensione umana, il suo nucleo creatore, non rispetta alcuna legge materiale. Non comprenderlo, non ricreare questa verità, ci porta a seguitare su strade sbagliate che, nel tentativo di migliorare la nostra condizione, alimenta lo stato di prostrazione, di cui il presente, cui stiamo assistendo, ne è campione esemplare.</p>
<p>di lorenzo merlo ekarrrt – 101024</p>
<p>Nota</p>
<ol>
<li>D. Laing, <em>Nodi</em>, Torino, Einaudi, 1974, p. 29.</li>
</ol>

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		<title>Immigrazione: all&#8217;origine di un problema &#8211; Umberto Bianchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 15:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[origine]]></category>
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		<category><![CDATA[umberto bianchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’ è chi dice che, quello delle cosiddette migrazioni, è un inarrestabile fenomeno storico; una specie di nemesi che fa pagare alla ricca e benestante Europa i peccati di un passato coloniale e dunque, giù con buonismi, accettazioni, solidarietà a iosa, alla cieca. C’è invece, chi, nel fenomeno, vede un’invasione che mette a pericolo il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’ è chi dice che, quello delle cosiddette migrazioni, è un inarrestabile fenomeno storico; una specie di nemesi che fa pagare alla ricca e benestante Europa i peccati di un passato coloniale e dunque, giù con buonismi, accettazioni, solidarietà a iosa, alla cieca. C’è invece, chi, nel fenomeno, vede un’invasione che mette a pericolo il proprio benessere ed il proprio quieto vivere e pertanto, preconizza una chiusura tout court delle frontiere. C’è poi, chi dice che “immigrazione sì, ma sino ad un certo punto”; ovvero più controlli alle frontiere, ma sino ad un certo punto, tanto per non turbare la propria perbenistica coscienza. Tutti e tre questi atteggiamenti, non portano da nessuna parte e lasciano aperto il problema, in quanto difettano di un’analisi di base, senza la quale , non si potrà mai effettuare una corretta lettura del fenomeno. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/10/U-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-40502 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/10/U-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a> La mia generazione ha vissuto, dagli anni’60, sino alla metà degli anni ’80, all’insegna della litania dell’autodeterminazione del Terzo Mondo. Erano gli anni ruggenti del guevarismo, delle rivolte giovanili, ma anche del blocco dei “non-allineati”, ovverosia di tutto quell’assieme di nazioni del Terzo Mondo che, fresche di decolonizzazione dall’odioso Occidente, avevano deciso di non farsi mettere sotto tutela da nessuno dei due allora grandi blocchi geopolitici, animati da altrettante narrazioni ideologiche occidentali, ovverosia gli Usa capitalisti e l’Urss marxista. La Cina maoista, l’India di Indira Gandhi, l’Indonesia di Suharto, al pari di molte nazioni dell’Africa e dell’America Latina, aderirono entusiasticamente all’idea di poter costruire modelli di sviluppo, adeguando i parametri delle ideologie occidentali, alle realtà locali. Furono i ruggenti anni dell’Egitto populista di Nasser e della Rau, delle rivendicazioni dell’Olp palestinese, delle suggestioni del Peronismo argentino e del Sandinismo in Nicaragua, del modello di Nkrumah in Guinea, di Kenneth Kaunda in Zambia. Erano anni di rivolta e guerriglia, ma anche di crescita improvvisa ed impetuosa di molti paesi del Terzo Mondo. Paesi come Brasile, Argentina, Venezuela, Messico, ma anche Libano, Sud Africa, Costa d’Avorio, al pari di molte altre nazioni del Terzo Mondo, conobbero una crescita che sembrava preconizzare per gli anni a venire, il sorpasso economico della vecchia e stanca Europa e la creazione di un solido bastione geopolitico ed economico alle aspirazioni imperialiste in primis degli Usa e secondo poi, di quell’Unione Sovietica che da paesi come la Jugoslavia titoista o dall’Albania maoista di Enver Hoxha, aveva ricevuto i primi calci in bocca. Al di là di slogan, banalità e menzognere distorsioni, non pochi giovani di quell’area della destra radicale, spesso accusata di ottusità e di esser portatrice di un becero razzismo, accarezzarono con simpatia ed interesse il progetto di un blocco “terzaforzista”, che vedesse una sinergia tra l’emergente Terzo Mondo non allineato ed un’ Europa che, a detta delle parole di un Jean Thiriart, si sarebbe dovuta estendere dall’Atlantico agli Urali, nel nome di un rinnovato Stato imperiale. A</p>
<p style="text-align: justify;">nni di kefiah e kalashnikov, anni di aspirazioni nazionaliste e di toni forti che, ben presto, si spensero davanti alla dura realtà di un debito estero che cresceva a dismisura. La corruttela delle classi dominanti, sempre più asservite ai centri di potere economico e finanziario globale, unite ad una manifesta incapacità a gestire quei tanto impetuosi cambiamenti, determinarono il “default” del sogno terzomondista. Furono i difficili ’80 e ’90, furono gli anni delle moratorie dei debiti esteri, dei ricatti e dei definitivi asservimenti ai diktat di quell’Fmi, divenuto ancor più potente, grazie alla caduta del fatidico Muro. Grazie a quell’evento, molte nazioni del Terzo Mondo, furono costrette ad adottare le ricette neoliberiste dei Chicago Boys di Rudiger Dornbsuch e compagnia bella, che accelerarono non poco il disastro. Se, da una parte, è vero che la cosiddetta “immigrazione” è frutto di questa situazione, dall’altra, in base a questa considerazione, è necessario effettuare un più che doveroso e necessario chiarimento. Nella stramaggior parte dei casi, quello della cosiddetta “immigrazione”, è un fenomeno indotto, eterodiretto. Andrebbe anzitutto ricordato che, sino a poco tempo fa e ad oggi ancora, la maggior parte degli abitanti di questi paesi aveva una scarsissima e pressoché nulla conoscenza del Primo Mondo, se non un generico e vago affastellarsi di immagini e racconti. Con l’arrivo dei mezzi di comunicazione e della rivoluzione informatica, tale livello di conoscenza è aumentato in maniera assolutamente irrilevante. Molti di questi paesi hanno vissuto per lo più all’interno di vere e proprie “cortine di ferro” di natura politica ed economica, per cui, raggiungere Europa o Nord America, era ed è, ad oggi, per un abitante del Terzo Mondo molto difficile ed oltremodo dispendioso. A svolgere un ruolo principe in questa storia, sono state e sono, tuttora, tutte quelle organizzazioni “umanitarie”, o presunte tali, dalle varie Ong, all’Onu ed alla Fao, alle missioni cattoliche ed evangeliche, alle rappresentanze di alcune multinazionali, che hanno negli anni svolto una mefitica opera di persuasione occulta tra queste popolazioni, facendo loro balenare l’idea che il Primo Mondo fosse il paradiso in terra, una specie di Bengodi, in cui avrebbero potuto vivere e prosperare senza problema alcuno. A questa silenziosa opera di indottrinamento, ne è seguita una ulteriore, ancor più deleteria e criminale: quella della vera e propria organizzazione di “viaggi della speranza”, in gran parte foraggiati da quelle medesime menti, che fanno trovare ai “profughi” in gommone, delle imbarcazioni di fronte alle coste libiche o in pieno Mediterraneo, pronte ad accoglierli ed a traghettarli, a mò di taxi, verso gli italici lidi, tanto per cambiare. Il problema, dunque, non sta all’arrivo in pieno Mediterraneo, bensì in quel del Terzo Mondo, ove loschi figuri si muovono per persuadere, istigare masse di illusi, sbandati, criminali d’ogni sorta e risma ed organizzare per costoro, grazie ad occulti sponsor, i famosi “viaggi della speranza”. In base a quali prove, effettuiamo queste considerazioni? Anzitutto, la maggior parte dei livelli di reddito, di determinate aree del Terzo Mondo, non permettono di poter impunemente pagare cifre che vanno dai tremila ai cinquemila dollari come nulla fosse. Pertanto, è inutile girarci attorno, siamo di fronte ad una precisa volontà politica, volta a fomentare ed a foraggiare l’immigrazione. Fondazioni cosiddette “no profit”, Ong ad alto livello ed i loro coordinatori, tra cui molti nomi sconosciuti ma, su tutti uno arcifamoso, il solito immarcescente George Soros, brigano per fare dell’Europa e dell’Occidente intero, un mercato di poveri schiavi, diseredati e sfruttati, atti a consumare codinamente tutto ciò che a loro venisse offerto.</p>
<p style="text-align: justify;">Prove per queste asserzioni? I racconti dei “rifugiati”, anzitutto. Seguiti dalle testimonianze e dai troppi “si dice” di una variegata umanità: si va dall’operatore economico europeo in loco, a qualche funzionario di ambasciata, non senza passare per quegli stessi operatori umanitari in buona fede, sino a qualche rappresentante della stampa estera o locale; tutte fonti la cui attendibilità viene subito messa a tacere dal muro di silenzio che i media “embedded” gettano su queste storie. Non sappiamo esattamente quante persone tra i rappresentanti delle categorie che abbiamo poc’anzi citato, siano state uccise per quel che sapevano o stavano per rivelare. Fatte sovente passare per vittime del terrorismo, di qualche criminale comune, di una mina antiuomo o di strani e mai verificati incidenti, questa silenziosa massa di testimonianze, deve ancora fuoruscire dal forzoso anonimato, in cui sono state relegate. Ed a riprova che, in tutto questo, “gatta ci cova”, la strana impunità di cui le Ong godono. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/10/U-3.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-40503 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/10/U-3-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>La violazione del confine di un Paese, il far entrare persone senza passaporto, il sostituirsi praticamente alla pubblica autorità, costituiscono dei flagranti “vulnus” all’integrità territoriale di uno stato, ma tant’è. Tutto Tace. Il problema, come si può vedere, è molto più esteso di quanto si potrebbe credere e dovrebbe prevedere una serie di soluzioni ad ampio respiro e non solo timidi e goffi tentativi. Il blocco navale sì, ma anche una più decisiva azione contro chi, come il famigerato Fmi, continua a strangolare questi paesi, proponendo delle suicide ricette economiche. Secondo poi. Non si possono continuare a mandare soldi a raggiera per cooperazioni e pagliacciate varie, a paesi caratterizzati da paurose sperequazioni sociali. Ove i soldi arrivano ai pochi ricchi, che li utilizzano per scatenare orride guerre etniche o per metterseli al riparo in Svizzera, lasciando i propri paesi in braghe di tela. Altra nota dolens. Non si può permettere a paesi come Cina, Francia o Usa di comperarsi interi continenti , come nel caso dell’Africa e spingere le popolazioni locali all’abbandono delle proprie terre. Una politica di dure sanzioni e di rinnovato protezionismo, scoraggerebbe certe forme di colonialismo economico e finanziario. Un’ Europa “altra”, un’unione di nazioni libere e decise, dovrebbe però, affacciarsi sul proscenio.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’Europa che sappia battere il pugno sul tavolo. E tanto per guardare alle cose di casa nostra. Se un auspicabile blocco navale, potrebbe avere i suoi effetti nell’immediato, ancor più potrebbero dei mezzi di dissuasione economica come, per esempio l’idea dell’introduzione di una bella e pesante tassa sull’immigrazione da far pagare ai “migrantes”, oltrechè a chi da loro lavoro. Una seconda iniziativa, ancor più incisiva nel medio e lungo termine, sarebbe quella di far proibire il business dell’uscita del denaro dei “migrantes”, verso i paesi d’origine. Se gli slogan urlati e le parole forti, sortiscono un effetto molto limitato, il più delle volte reso inefficace dal pronto intervento delle prefiche del buonismo d’accatto, senza urli né strilli, con determinate iniziative, toccando ciò che per certe persone è più sacro e cioè il portafoglio, “immigrare” qui da noi, potrebbe divenire un affare davvero poco conveniente e molto anti economico. Tutto questo, per rispondere a quelli che cerca ancora di convincere qualcuno della “ineluttabilità” del fenomeno “migratorio”, oppure a tutti coloro che ci parlano di un’ immigrazione “controllata”. Non finiremo mai di dirlo: l’immigrazione fa il gioco del grande capitale finanziario e depriva il Terzo Mondo delle sue migliori risorse umane, contribuendo a creare miseria, sperequazione sociale e destabilizzazione in Europa. Libano, Bosnia, Ruanda ed altri ancora, sono scenari oramai non più così lontani, dalla nostra quotidianità. In Occidente il fallimento della società multietnica è sotto gli occhi di tutti: quartieri ghetto, emarginazione sociale, criminalità, terrorismo a getto continuo, prima unicamente da parte degli “immigrati” o dei loro figli, ora anche da parte degli autoctoni, come a Cristchurch o l’altro giorno in quel di Halle, in Germania…Dateci retta: siamo ancora in tempo per evitare che la Storia d’Europa ripercorra i tragici scenari a cui, nei secoli, troppo spesso ci ha abituato. Basta solo ritornare al buon senso ed alla chiara e lucida coscienza che, così, non si può più andare avanti. “Historia magistra vitae”. E con questo antico e sempre attualissimo proverbio, speriamo di sollecitare una positiva riflessione in tutti. Anche in chi non la pensa come noi.</p>
<p>UMBERTO BIANCHI</p>

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		<title>Sul problema del potere temporale e dell’autorità spirituale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2014 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. De Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizione]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La cancellazione dell’Ordine del Tempio rappresenta la frattura dell’Occidente con la propria Tradizione – una tradizione che era religiosa e guerriera al tempo stesso, mediatrice tra il Potere Temporale e l’Autorità Spirituale.” Renè Guenon, Autorità spirituale e Potere temporale, Luni, 2005. Una delle questioni più controverse ma allo stesso tempo più decisive e fondamentali per la costituzione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/sul-problema-del-potere-temporale-e/">Sul problema del potere temporale e dell’autorità spirituale</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;">
“<em>La cancellazione dell’Ordine del Tempio rappresenta la frattura dell’Occidente con la propria Tradizione – una tradizione che era religiosa e guerriera al tempo stesso, mediatrice tra il Potere Temporale e l’Autorità Spirituale</em>.” Renè Guenon, <em>Autorità spirituale e Potere temporale</em>, <em>Luni, 2005</em>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong></p>
<p></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle questioni più controverse ma allo stesso tempo più decisive e fondamentali per la costituzione e l’equilibrio di una società normale, ovvero tradizionale, è quella dell’autorità spirituale e del potere temporale, sulla quale invero è stato scritto fin troppo e fin troppo inutilmente, spesso senza neppure avvicinarsi al centro reale del problema. In realtà è questo uno dei vari problemi che, avendo veramente presente le dottrine tradizionali, non dovrebbe neppure porsi. In ogni caso, essendo la questione dell’ordinamento gerarchico legittimo essenziale e imprescindibile, un chiarimento su quest’ultima potrà risultare non privo di una qualche utilità. Secondo la tradizione indù vi fu, in un’era diversa dalla nostra, ovvero durante il <em>Treta yuga</em>, l’Età dell’argento della tradizione esiodea,<em> </em>una rivolta degli <em>kshatriya</em>, guerrieri detentori di un potere in origine sacro ma oramai corrotto in un senso “titanico”, contro i <em>brahmani</em>, detentori dell’autorità spirituale. <em>Parashurama</em>, sesto <em>Avatara</em> di <em>Vishnu, </em>in veste di <em>brahma-kshatriya, </em>ovvero di “sacerdote-guerriero”, avrebbe sterminato le innumerevoli schiere degli <em>kshatriya</em> ribelli, ripristinando così l’equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso concetto è in fondo rinvenibile, nella mitologia greca, nell’episodio relativo alla caccia del cinghiale calidonio. In tale mito il cinghiale rappresenta l’autorità spirituale originaria, legata alla mitica terra polare di <em>Hyperborea</em>, equivalente alla <em>Varahi</em>degli indù e alla <em>Inis na Muice</em> degli antichi irlandesi, tutti termini che etimologicamente sono in relazione col maiale e/o cinghiale[1]. Questa lotta tra <em>Brahmani</em> e <em>Kshatriya</em> è segnata dalla sovrapposizione simbolica avutasi, col predominio dei secondi, tra il Cinghiale e l’Orso in riferimento alla terra delle origini[2]. Secondo la mitologia greca l’animale, che doveva essere, cosa particolarmente significativa, di colore bianco[3], fu inviato da Artemide per via dell’empietà religiosa (similmente, ricorda Esiodo, la stirpe dell’età argentea fu annientata da Zeus per via della sua empietà) di un re, Oineo, che decise di liberarsene utilizzando i più valorosi eroi (potere guerriero ribelle) tra cui, significativamente, Atalanta, figura accostabile nel panorama ciclico all’Atlantide. Non a caso, ciò è intelligibile da quanto riporta Platone sulla mitica isola[4], tale rivolta degenerò successivamente in un ciclo titanico e brutale, ovvero nel <em>Dwapara</em> <em>yuga</em> o Età del bronzo, per via del venir meno della natura divina degli atlantidei<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ora, sebbene in tale rivolta vi possa essere almeno qualcosa di comprensibile, specialmente per via della degenerazione dell’autorità spirituale originaria in un senso “femminile” e “lunare”, non per questo, in via di principio, un tale atto può apparire giustificato, essendo proprio a partire da allora che iniziarono a verificarsi tutte le rivolte e le degenerazioni successive, sostanzialmente tutte dovute alla confusione dei rapporti gerarchici originali e legittimi, confusione che a sua volta è ascrivibile, in definitiva, alla scomparsa della purezza spirituale originaria e unitaria conservatasi, in maggiore o minore misura, presso la casta sacerdotale e presso quella guerriera.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ora, in origine, come in ogni civiltà tradizionale di tipo superiore, la casta sacerdotale non si è mai ridotta a semplice intermediaria passiva delle influenze divine, ma era diretta conoscitrice dei Misteri e delle Essenze divine, e quindi partecipe di esse. È per questo che, ad esempio, presso i germani una medesima radice <em>*Gud-</em> valeva a designare gli dei e i sacerdoti, e lo stesso potrebbe dirsi per molti altri casi, come per il sanscrito <em>Brahman </em>e <em>brahmanah, </em>rispettivamente Dio e sacerdote. Questo ruolo sommamente attivo contrasta non di poco con l’immagine debole e sbiadita che generalmente se ne fanno i moderni, che a riguardo hanno in mente solo il tipo del “prete” e del “chierico” o, al massimo, dell’asceta rinunciatario e quasi nemico del mondo. In effetti, secondo la concezione gerarchica tradizionale, il sacerdote era tenuto a impersonare quanto di più vicino vi fosse all’ “Uomo Primordiale” in quanto intermediario tra Cielo e Terra, e mentre l’attività del guerriero era essenzialmente rivolta verso l’esterno, la sua era rivolta massimamente verso l’interno; era dunque “attività interiore”. Con ciò non vogliamo affatto dire che la realtà dell’azione del guerriero debba necessariamente esaurirsi nell’effimera esteriorità del contingente, ma che quantomeno sia normalmente orientata verso il “mondano”, mentre, come secondo la tradizione taoista, l’attività del Cielo è non-agente (<em>wou wei</em>), il sacerdote, in quanto incarnazione del polo positivo <em>Yang</em>, l’aspetto luminoso dell’Essere, non agisce esteriormente, ma interiormente, e per questo è, in fondo, più integralmente “attivo” del guerriero tipo. È poi logico e necessario che la funzione del guerriero sia quella di Signore e Guardiano del mondo degli uomini, mentre quella del sacerdote riguardi essenzialmente i mondi superni divini. Si potrebbero fare qui vari esempi di questo rapporto, uno di questi è quello tra “piccoli” e “grandi” misteri, i quali sono in rapporto rispettivamente con i guerrieri e con i sacerdoti. Infatti gli uni agiscono per la ricostituzione del “paradiso terrestre” e dello stato “centrale” originario, gli altri per l’elevazione verso gli stati superiori, ovvero per la conquista della “Gerusalemme celeste”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questo per quanto riguarda il rapporto normale tra guerrieri e sacerdoti. Tuttavia si deve però anche prendere in considerazione il rapporto che può intercorrere tra i primi e un qualcosa come un “clero” o un sacerdozio di natura alterata, “lunare” o “riflessiva”, ovvero non avente più una natura “centrale” e “solare”; in tal caso affermiamo che non vi è dubbio circa la superiorità dei guerrieri e della spiritualità guerriera. È proprio in virtù di queste considerazioni che si può correttamente dire che esiste, in linea di principio, un sacerdozio autentico e originario, che a buon diritto può definirsi “polare” e un sacerdozio “derivato”, se non cronologicamente almeno logicamente e ontologicamente, che può essere definito “lunare” secondo ciò che potremmo definire una gnoseologia delle tipologie dello Spirito. La relazione gerarchica complessiva normale e legittima viene dunque a configurarsi in questi termini: il guerriero è gerarchicamente subordinato al sacerdote del primo tipo, non così però a quello del secondo tipo, giacché in tal caso gli si deve riconoscere una dignità spirituale maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’ultimo punto che va chiarito riguarda la concezione tradizionale della regalità, concepita nella sua varietà di manifestazioni. Anzitutto bisogna far riferimento all’ideale supremo della regalità, ovvero quello del “re pontefice”. Presso i romani esisteva ancora la concezione del <em>“Rex sacrorum”</em>o del <em>“Pontifex maximus”</em>, che verosimilmente, almeno nel primo caso, ricalcava un’istituzione monarchica, per i greci c’era il “<em>(W)anax”</em>, re sacrale e supremo, superiore al <em>Basileus</em>, presso gli egizi il re Faraone, supremo sacerdote, presso gli antichi germani il <em>*Kuningas</em>, o ancora presso i cinesi il <em>“Wang”</em>, “Imperatore del Mezzo”, presso i giapponesi il <em>“Tenno”</em>, imperatore celeste, noto anche come <em>“Mikado”</em>, ovvero come “augusta porta” verso i mondi superiori. È cosa molto interessante notare che presso gli antichi germani, i costumi dei quali riflettono piuttosto fedelmente quelli degli indoeuropei originari, la nobiltà manteneva ancora i due poteri indivisi, come dimostra il ruolo dello <em>*erilas</em>, insieme condottiero, sacerdote e saggio maestro di rune.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Da tutto ciò è evidente come la più antica istituzione monarchica fosse in stretta relazione con il sacerdozio stesso e contenesse in maniera indivisa i due poteri, per ciò stesso configurandosi come l’autorità suprema. Si può inoltre parlare a buon diritto di due tipi di regalità, “temporale” e guerriera l’una, più spiccatamente spirituale e sacerdotale l’altra, e che perciò il secondo tipo è anteriore al primo e lo comprende in sé, entrambi i tipi potendo ciononostante convivere in un medesimo contesto tradizionale (si pensi a civiltà di tipo imperiali, come quella del Sacro Romano Impero di nazione germanica, avente, allo stesso tempo, un’autorità regale centrale dalla forte impronta sacrale e diverse autorità regali subordinate, a carattere territoriale, dalle connotazioni meno auguste). Questa seconda e, per così dire, “derivata” figura regale presenta caratteristiche anzitutto guerriere e militari, ma non di rado si accompagna a manifestazioni carismatiche di non poco conto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A questo riguardo ci vengono in aiuto le celebri leggende di Artù e Merlino. Qui Artù in alcuni racconti appare come un’immagine dell’Imperatore del Mezzo o, per dirla in termini indù, del <em>Chakravartin</em>, specie in quanto figlio di <em>Uther</em> <em>Pendragon</em>, il “capo dei cinque”, ovvero il re supremo che risiede nel “quinto regno”, in celtico “<em>Mide</em>”, il regno posto al centro dei quattro punti cardinali[5]. Tuttavia Artù rappresenta il re guerriero per eccellenza, ovvero l’Orso, in celtico <em>Arthos</em>, mentre Merlino è il prototipo del sacerdote/druido, che i celti chiamavano anche Cinghiale, il dominatore solitario della foresta. Come chiarire tutto ciò? Vi sono infatti tradizioni, sopravvissute fino ai nostri tempi in forma di fiabe e racconti popolari, come quella della foresta incantata di Broceliande o Brocelandia, in Normandia, in cui il “regno terreno” di Artù appare in fondo come effimero rispetto al “regno sopramondano” dell’isola di <em>Aval</em>, che sembra, per così dire, una versione trasfigurata e ancora più elevata dello stesso potere. Questa ambiguità possiamo trovarla anche in tradizioni a noi più prossime, come quella romana, in cui, com’è noto, il titolo di <em>imperator</em>, pure utilizzato per designare una sovranità indiscutibilmente sacrale e suprema, aveva origine militare. La chiave di interpretazione, a nostro giudizio, risiede nel fatto che qui abbiamo essenzialmente a che fare con classi e funzioni che, originariamente, erano votate alla trascendenza, ovvero ad un costante auto-superamento, dunque come dei “modelli derivati” in cerca della conquista dell’archetipo originario, punto di unione di sacerdoti e guerrieri. Per questa semplice quanto ignorata ragione è possibile che, in apparente ambiguità, le funzioni del “re guerriero” e del “re sacrale” vengano a trovarsi in una medesima figura mitica o leggendaria. Ma questo non deve però indurre a confusioni circa l’ordine gerarchico legittimo generale. Tale coesistenza può appunto essere spiegata considerando che entrambi i tipi di regalità sono simbolicamente “centrali”, ma l’uno è più elevato e originario dell’altro. Questa “centralità” comune ad entrambe le regalità può aver indotto a sovrapporre e finanche a confondere questi tipi in una molto generica quanto confusa idea di sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Non bisogna però commettere l’errore di pensare che, secondo quanto abbiamo appena esposto, l’ambito della casta guerriera e del sovrano cosiddetto “temporale” sia un qualcosa che col sacro non abbia quasi nulla a che vedere, e infatti una simile idea può portare a confusioni non da poco. Sfortunatamente in Occidente, già a partire dal Medioevo, ma poi ancor più nei secoli successivi, si è verificata una certa confusione che continua a disorientare i più. Questa confusione ha le sue radici in parte nella pretesa, potremmo dire “titanica”, da parte del potere semplicemente temporale di assurgere a potere supremo, in parte nella decadenza dell’autorità spirituale, la prima avendo generato, partendo dalle rivolte dei comuni contro il Barbarossa, il concetto tutto moderno di “stato laico”, la seconda avendo prodotto idee quale quella del “papa re”, che in fondo altro non fanno che pretendere di attribuire al clero cattolico poteri che non gli sono mai stati propri o che quantomeno non gli si addicono per natura. A nostro personale avviso non uno scarso ruolo ha giocato, in tale confusione, il sovrapporsi della religione cristiana a quelle europee preesistenti, essendo in fondo l’autorità spirituale di tipo papale e, in genere, clericale quanto di più lontano dallo spirito autenticamente romano. Il risultato fu una snaturalizzazione profonda dello spirito europeo, che dovette adeguarsi, cosa davvero tragica, a un sentire interamente diverso ed estremamente lontano dal proprio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="padding-left: 30px; text-align: justify;">Citando Wagner:</p>
<blockquote><p>“<em>per quanto l’innesto sulle proprie radici di una cultura che le è estranea abbia prodotto frutti di altissima civiltà, esso è costato e continua a costare innumerevoli sofferenze all’anima dell’Europa</em>”<em>.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Queste considerazioni ci portano ad analizzare un po’ più da vicino l’importante problema delle degenerazioni “laiche” e “clericali” del Potere, e appunto diciamo qui Potere e non potere o poteri perché esso in fondo è unico, come unica è la sua autentica radice, cambiando solo la modalità della sua rappresentazione, più o meno vicina al modello originario. Propriamente parlando non esiste né può in alcun modo esistere alcun “potere laico”, se con potere si intende quel che tradizionalmente si è sempre inteso, ovvero una Forza trascendente proveniente dall’alto assunta attivamente. Già da questo ci si può rendere conto del vero e proprio abisso che separa la concezione sacrale da quella “formale” e “laica” del potere, quest’ultima basata solo su consensi e interessi di natura umana, senza alcun riguardo per l’effettiva qualifica di un capo al comando. Esattamente per la stessa ragione non si può neppure parlare di “autorità spirituale” per quanto riguarda il clero cristiano e almeno gran parte dei moderni sacerdozi di altre religioni, giacché questi sono oramai più o meno privi di ciò che abitualmente si suole chiamare “spiritualità”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tornando alla questione dei “piccoli misteri” e dei “grandi misteri”, se li riferiamo rispettivamente a guerrieri e a sacerdoti, ciò è solo una constatazione di ordine assolutamente generale e non esclude affatto possibilità superiori per la spiritualità di tipo guerriero; basti pensare che lo stesso Gautama Buddha, non unico tra diversi maestri spirituali della storia, nacque di stirpe guerriera (<em>kshatriya)</em>. Potenzialmente, infatti, un guerriero può benissimo raggiungere un “livello interiore” pari o anche superiore a quello di un sacerdote, e perciò non è detto che il suo ambito non possa anche essere, in una certa misura, quello dell’autorità spirituale. Non mancano infatti casi, nella storia indù, di <em>kshatriya </em>istruttori di <em>brahmani</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque, in definitiva, questi due tipi non sono che due diversi modi d’essere dell’aristocrazia in generale, ed entrambi possono perciò essere qualificati come “interiormente attivi”, ammesso di tenerne presenti i modelli reali, sebbene l’attività degli uni sia principalmente rivolta verso l’esterno e quella degli altri versi l’interno. Bisogna però dire che sono esistite vere e proprie “ascesi guerriere” nell’antichità, e il testo più celebre a riguardo è senz’altro la <em>“Bhagavad-Gita”</em>, il cui eroe protagonista, <em>Arjuna</em>, è guidato alla guerra dal dio <em>Krishna</em>, che rappresenta il Sé divino profondo, guerra qui vista anzitutto come guerra interiore, verso le proprie macchie e i propri difetti, insomma come una vera e propria opera di purificazione interiore mirante alla “liberazione”, ovvero al <em>“moksha”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Infine potremmo dire, in sintesi, che è essenzialmente il potere temporale ad essere subordinato all’autorità spirituale, e che quest’ultima, sebbene principalmente associata ai sacerdoti, non sia loro monopolio, e possa essere eventualmente associata anche ai guerrieri migliori, nei quali l’atteggiamento semplicemente guerresco sia subordinato a qualcosa di più elevato, al principio dello Spirito. Abbiamo poi anche chiarito che non necessariamente il re è da considerarsi solo come <em>“dux”</em>, condottiero e capo militare, al limite dotato di un carisma e di un ascendente particolare, ma può eventualmente avere un carattere più spiccatamente sacrale, e abbiamo indicato tale ruolo in quello rivestito in varie civiltà tradizionali da un tipo umano più elevato, in cui in realtà rimane ben poco di propriamente umano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È quindi chiaro che a dover essere subordinato e consacrato da un sacerdote è solo il “re guerriero”, mentre per il “re supremo” o “sacrale” che dir si voglia non vi dovrebbe essere alcuna subordinazione, né consacrazione (e non avrebbe in effetti molto senso), essendo egli stesso il vertice della scala gerarchica nonché sommo sacerdote, incarnante in maniera vivente e reale il principio divino presso la sua comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">G. Arminio De Falco
</p>
<p style="text-align: justify;">NOTE</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">[1] Si veda, ad esempio, quanto scrive Guènon in “<em>Simboli della scienza sacra</em>”, Adelphi, 2011, alla voce “<em>Il Cinghiale e l’Orsa</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">[2] R. Guènon, <em>Ibidem</em>, p. 148.</p>
<p style="text-align: justify;">[3] Ateneo, <em>Deipnosophistarum</em>, IX, 13. Il cinghiale calidonio appare dunque come l’equivalente dello <em>Shweta</em>&#8211;<em>varaha</em> indù.</p>
<p style="text-align: justify;">[4] <em>Crizia,</em> 120d-121c.</p>
<p style="text-align: justify;">[5] Fatto interessante è che i celti usavano ancora recarsi, fino all’epoca della conquista di Cesare, al centro esatto della Gallia, considerato luogo sacro per eccellenza, in determinati periodi, per celebrare riti solenni. Una simile usanza era quella irlandese di dividere in quattro l’isola, al centro della quale era situata la dimora del re supremo di tutte le tribù, che veniva eletto per responso di una mitica pietra, detta <em>LiaFail</em>, secondo la leggenda uno dei quattro tesori portati dai divini <em>Tuathadè</em> <em>Danann</em> dalla loro remota sede nordica. Tale pietra avrebbe “urlato” quando un legittimo re si fosse seduto su di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">

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