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	<title>post verità Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>post verità Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Mascherine, museruole e post verità – Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 14:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Esci di casa e, se hai ancora gli occhi collegati al cervello, ti è tutto chiaro. All’angolo, la coda per entrare al supermercato, gente rassegnata, silenziosa e distanziata; un incaricato della catena di distribuzione fa il caporale di giornata, allontana chi si approssima e impedisce, inflessibile, l’accesso. Si gode il suo grottesco potere, come in un vecchio film di Totò, Siamo uomini o caporali. Caporali, principe De Curtis, non dubiti. Tra la gente, prevalgono i volti coperti da mascherine; più in là, una signora di cui si distinguono solo i capelli, tra maschera e occhialoni, porta in giro il cane con guinzaglio e museruola. Mascherine e museruole, ecco l’immagine, unita a quella degli sgherri felici di poter, finalmente, mettere in fila i loro simili. Fai qualche altro metro, e una pattuglia di vigili urbani chiede con fiero cipiglio a un vecchio dove stia andando. Ha due sacchetti dell’immondizia, scuote la testa e con ammirevole presenza di spirito propone ai cantonieri di gettare essi stessi la spazzatura nei vicini cassonetti, badando a separare i rifiuti misti da quelli di carta e cartone.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo è ridotto l’orgoglioso <em>homo sapiens</em>, con tutta la sua scienza, la supponenza e l’immensa superiorità che ostentava sino un mese e mezzo fa. Accetta di non vivere – qui e adesso – per non morire (forse). Tutta colpa di un virus, certo, ma le cose sono un po’ più complicate. Maschere che diventano museruole, caporali che impartiscono ordini, città spettrali, la paura, uomini e topi, e il sorriso amaro di chi, invecchiato, canticchia come all’asilo: casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. Non mettiamo in dubbio la necessità dell’attuale serrata generale: da che mondo è mondo, davanti alle malattie contagiose, i sani si rinserrano, rinchiudono i contagiati, costruiscono muri. Un amico ci ha mostrato un avviso relativo alla tragica <em>“grippe</em>” del 1918, che sterminò più europei della guerra in corso. Le stesse prescrizioni, i medesimi consigli con un secolo di anticipo, meno la chiusura del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe uno spettacolo istruttivo, se non ci fossero i lutti e le sofferenze al tempo del moto perpetuo, dei ponti da costruire e dei muri da abbattere, della retorica cosmopolita e della libera circolazione obbligatoria, metafora della felice condizione del migliore dei mondi possibili. Puff, tutto svanito, una gigantesca bolla di sapone, il virus corre a 5G e non esiste comando della Matrix globale in grado di bloccarlo. Si aspetta il miracolo: <em>habemus vaccinum</em>, presto qualcuno, un nome a caso, Bill Gates, darà l’annuncio. Chissà quali sostanze, quali intrugli con effetti a lungo termine sui popoli aggiungeranno alla prodigiosa pozione. Ma che importa, tutti in fila a braccio scoperto in attesa della siringa liberatrice, meglio se accompagnata da qualche <em>chip</em> a radiofrequenza, così, tanto per monitorare, verbo <em>passepartout</em>, parolina magica che apre ogni porta e cela indicibili verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora, siamo tutti fieri difensori del nostro <em>lebensraum</em>, lo spazio vitale, grottesca geopolitica di salvaguardia individuale. L’uomo torna ai fondamentali, la lotta per la sopravvivenza, la paura, il vicino è un nemico, il respiro altrui preoccupa. Tutto vero, ma, “benché il parlar sia indarno”, si rende necessario ridare fiato al pensiero critico, abbandonare la stupida retorica ufficiale dell’”andrà tutto bene”, la più comica, rassicurante <em>fake news </em>clamorosamente contraddetta dai bollettini quotidiani e dal fondato terrore di una spaventosa crisi economica. Per una volta, usciti di casa e osservato il desolato panorama, pensiamo anche al dopo, se potremo viverlo. Le mascherine si trasformano in museruole, nella marcia trionfale della post-verità. Dovunque nel mondo, in sinistra contemporaneità e con modalità pressoché identiche, i governi chiamano menzogna ogni notizia non filtrata da loro e dalle sacre “istituzioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">La censura e la sorveglianza intensificate mirano a controllare le masse e non sono destinate a sparire quando la minaccia sparirà. Non stiamo per strada, le comunicazioni sono limitate, i dispositivi che portiamo in tasca sono soggetti a sorveglianza sempre più invasiva. Naturalmente ci sono persone in buona fede che vogliono proteggere le persone dal virus, ma dove c&#8217;è potere e paura, esiste un programma per togliere la libertà. Messaggio difficile da far pervenire alle masse terrorizzate, ridotte a istinto di conservazione, nuda vita biologica, ma in tempi di menzogna, dire la verità è un atto rivoluzionario. La narrazione ufficiale è la seguente: I metodi di sorveglianza di massa potrebbero salvare vite umane in tutto il mondo, consentendo alle autorità di tracciare e frenare la diffusione del nuovo coronavirus con velocità e precisione senza precedenti. Lo dissero anche a proposito delle misure eccezionali contro il terrorismo, con i risultati che conosciamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ugo Mattei, teorico dei “beni comuni”, ha descritto i droni che volteggiano sopra le nostre teste con una felice immagine: uccelli che ti fotografano a tua insaputa. Spiano non terroristi o malviventi, non trafficanti di uomini ma pescatori, cercatori di funghi, uomini e donne a passeggio. I commenti sulle reti sociali fanno presagire un ulteriore degrado civile: maledizioni, delazioni, auguri di morte. Tempo di sicofanti che accusano il vicino, il conoscente, il collega. Nei momenti gravi, emerge il meglio e il peggio della natura umana. Rimaniamo disgustati, anzi demoralizzati dall’egoismo da ratti di tanti criceti in gabbia. Il presente è la concretizzazione delle peggiori distopie letterarie, ma corrisponde agli auspici dei potenti, i Rothschild, Soros, Bill Gates, che intimano controllo, isolamento e vaccini con supporto di microchip.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non significa una lettura complottistica per attribuire loro tutte le nostre disgrazie. Significa che l’oligarchia dominante approfitta della situazione – le tragedie sono sempre una magnifica occasione per qualcuno – per far avanzare la sua agenda di controllo e dominazione. Le campagne governative, dietro le quali c’è la manona del livello alto del potere, avvertono di notizie false, “bufale” che circolano in rete, (dis)informazioni pericolose sul contagi. Facebook è in grado di controllare la circolazione di certi messaggi su Whatsapp, in maniera da limitarne la diffusione. Basta poco: la messaggeria fa sì che una comunicazione si possa condividere con uno solo dei contatti, anziché cinque. Il gigante di Zuckerberg non legge, né seleziona i messaggi, almeno così assicura: sarebbe censura! Può limitarsi a quelli che stanno diventando, come si dice, “virali”. Qualcuno farà circolare l’ultima barzelletta o una fotografia piccante, ma i più sono messaggi critici con i governi e il potere in tempo di coronavirus. Così, pervertendo la realtà, considerando <em>fake news</em>, bufala, ciò che diventa voce di popolo, arriva, senza parere, la censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle mascherine si passa alle museruole, tra gli applausi di masse raggelate dalla paura della morte – tornata alla ribalta dopo essere stata nascosta, silenziata, negata per decenni – e la collaborazione attiva dei delatori appollaiati sul balcone. Un libro fortunatissimo è Venti lezioni, dell’americano Timothy Snyder. La prima delle lezioni, il cui titolo originale è <em>On tiranny</em>, Sulla tirannia, prescrive di non obbedire in anticipo. “Un cittadino che si comporta in questa maniera sta insegnando al potere ciò che esso sarà capace di fare.” E’ assolutamente vero. La tirannia più insidiosa non s’impone con la violenza, ma acquista potere attraverso i nostri cedimenti progressivi. La rana bollita a fuoco lento non si avvede del suo destino e reagisce quando è troppo tardi. Snyder avverte che chiunque sia in grado di fare breccia nella nostra sfera privata può umiliarci e distruggere a suo piacimento le nostre relazioni. Abbandonare i fatti è abbandonare la libertà, dice, concludendo però con una frase grottesca: la post-verità è pre-fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahi, ahi, ci risiamo con il fascismo immenso ed eterno, sentina di ogni male, definizione buona per tutto ciò che non piace, metafora del Male, nero come la morte. Come sempre, chi è padrone del linguaggio, se la canta e se la suona. Battere il nemico assente è un gioco da ragazzi. Se tuttavia osserviamo in controluce, ci accorgiamo che talvolta confessano. Post-verità fu eletta parola dell’anno nel 2016 dall’Oxford Dictionary. Da allora non si fa che parlare di false notizie, ossia di vere menzogne. Il potere attribuisce la falsificazione ai suoi oppositori, agendo come ci avesse aperto gli occhi all’improvviso sul potere dell’informazione e della disinformazione; sull’uso che se ne può fare a livello politico ed economico; sulle potenzialità e i rischi legati ai nuovi media e alle nuove tecnologie. In sostanza, ammette l’imbroglio, semplicemente spostandolo al lato opposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro fascismo eterno, l’urfascismo di Umberto Eco, ha un padre, l’antagonista di Socrate in un dialogo della Repubblica di Platone, Trasimaco, il quale, da disincantato uomo politico, definisce la verità come l’utile di chi è potente. Il potere ha la forza per imporre la sua versione, che diventa verità. Nel mondo di oggi, peraltro, la verità è bandita in favore dell’opinione, dell’interpretazione, del relativismo; è sostituita dall’esattezza scientifica, dalla tecnica, dal modello matematico. Il potere ne dispone, dunque esso stesso è la verità. Possiede le conoscenze psicologiche e antropologiche per ingannare, ricorrendo ai meccanismi neurocognitivi alla base delle trappole mentali che ci portano a distorcere i dati di fatto. Lo sapeva benissimo Lee Mc Intyre, autore del saggio intitolato Post verità, l’inventore del termine. E’, se letto in filigrana, una vera e propria confessione. La post verità si rivela per quello che è: un contesto in cui la falsificazione vince in quanto a nessuno – tanto meno al potere – interessa la verità. Quando si mente, si cerca di convincere qualcuno che quel che si sostiene è vero. Con la post-verità, ciò è irrilevante. Non occorre sforzarsi di ingannare. Non si devono costruire prove false. Quel che conta è avere la forza di imporre la propria versione, indipendentemente dai fatti. Basta ripetere concetti semplici e accattivanti, anche se infondati, con tutta la forza della comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ ciò che il potere fa da sempre, dai tempi di Platone e dell’argomento di Trasimaco. Mc Intyre finge di svelare l’arcano della post verità, ma in realtà gioca nella squadra dell’oligarchia, di cui è membro influente. La sua conclusione è chiara: bisogna credere solo alla scienza. Nessuno neghi l’evoluzione, la natura antropica del cambio climatico o si azzardi a sospettare di certi vaccini. Post verità, per lui, è tutto ciò che non si accorda con l’orchestra ufficiale. Basta con le affermazioni non provate, con le opinioni al posto dei dati. Anche chi vuole più sicurezza mente: distorce i dati sulla criminalità. Salga dunque al potere la statistica, specie se può essere controllata, adattata, piegata a modelli matematici – i nuovi evangeli – in grado di sostenere le tesi del potere che, si badi, non sono più tesi, ma verità. La post verità sfocia in un nuovo, obbligatorio illuminismo scientista, che rigetta lo statuto di ideologia, rovesciandolo sull’avversario. Ideologico è il dissidente, ovvero il portatore di post verità; noi, il potere, il sistema, siamo scienza, oggettività, esattezza. Mc Intyre sta per dare alle stampe un nuovo testo, intitolato <em>Scientific Attitude</em>, metodo scientifico. Il cuore della scienza è l’esattezza che si fa verità, asserisce, nessuna teoria, al contrario dell’ideologia che anima le post verità (altrui).</p>
<p style="text-align: justify;">Chi nega le verità scientifiche o sostiene pseudoscienze può negare anche qualsiasi altro dato di realtà. Chi è attaccato a un’ideologia farà qualunque cosa per difendere dalle critiche le idee a cui è affezionato. Per questo occorre diffondere l’<em>attitudine scientifica</em>, ossia l’adesione ai fatti per contrastare la post verità anche in ambito politico, conclude. Chi controlla la catena dell’informazione e della cultura, non casualmente è anche proprietario delle più importanti tecnologie, impone il linguaggio e decide quali sono i fatti. A tutti gli altri, la trascurabile maggioranza, resta la scelta tra l’adesione acritica o l’ingresso nel girone infernale dei mentitori, dei diffusori di false notizie, dei venditori di post verità. L’inversione è compiuta, i ruoli si rovesciano, il perdente, nella lotta per la “narrazione” non ha semplicemente torto, è un malvagio, un immorale da bandire in nome della verità. Quella di Trasimaco.</p>
<p style="text-align: justify;">Al tempo del coronavirus, chiunque dissenta, chieda di conoscere i dati sulla mortalità negli anni precedenti all’attuale, non sia convinto dell’origine del contagio da un pipistrello dispettoso, non sia d’accordo con le misure dei governi – pressoché identiche ovunque, dunque almeno sospettabili di una regia occulta – va bandito e condannato. E’ un nemico pubblico, addirittura un nemico della vita, forse un potenziale genocida. I Buoni insorgono, arriva la cavalleria, come nei vecchi film <em>western</em>, e tutto è pronto per il lieto fine in cui “andrà tutto bene”. Avremo il vaccino, sarà obbligatorio, nessuno chieda la vera composizione, salverà grandi e piccini, i malvagi saranno puniti. Lo sapeva un vero giacobino, un devoto della Dea Ragione, il Saint Just, a cui è attribuita la frase, rivolta al re detronizzato, “non siamo qui per giudicarvi, ma per condannarvi”.</p>
<p style="text-align: justify;">E intanto trascorre un altro giorno di blocco totale. CI siamo adeguati alla mascherina, ci abitueranno facilmente alla museruola, il distanziamento sociale avrà la forma e la lunghezza di un guinzaglio. <em>In virus, post veritas</em>, nel virus, la loro post verità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.iltascabile.com/societa/la-verita-in-dubbio/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Fonte immagine</strong></a></p>

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		<title>Sartre e la postverità – Roberto Pecchioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 07:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[post verità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La menzogna, specie quella storica e giornalistica, da qualche anno ha un nuovo nome, post verità. Strano destino del tempo nostro, definito non per se stesso, ma in relazione a qualcos’altro: post modernità, post verità, in attesa di post umanità. Veniamo “dopo”, siamo solo posteri, imitatori estenuati, gli ultimi di ieri, ritardatari della storia come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La menzogna, specie quella storica e giornalistica, da qualche anno ha un nuovo nome, post verità. Strano destino del tempo nostro, definito non per se stesso, ma in relazione a qualcos’altro: post modernità, post verità, in attesa di post umanità. Veniamo “dopo”, siamo solo posteri, imitatori estenuati, gli ultimi di ieri, ritardatari della storia come i manieristi dell’arte, cui la sorte riservò lo scomodo ruolo di successori del Rinascimento e di Caravaggio. La post verità, tuttavia, resta il travestimento di chi mente sapendo di mentire.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo giornalismo riesce a raggiungere vette di spudoratezza e falsificazione che destano meraviglia. Il quotidiano locale della Liguria, schieratissimo a sinistra, ha pubblicato una locandina esilarante, autentico compendio di post verità. “Genova in piazza contro il decreto sicurezza”, per annunciare l’adunata di un manipolo di soliti noti contro Salvini. Poiché odiare fa bene ai sinistri, lo scrittore Sandro Veronesi, autore di Caos calmo, ha educatamente dato dell’animale al capo leghista. La palma per la migliore prestazione intellettuale di post verità spetta alla copertina del settimanale più radicale e progressista che c’è. “Fasci protetti”, a significare che l’uomo nero non solo è tra noi, ma gode di amicizie e complicità indicibili, svelate con grande sprezzo del pericolo (e del ridicolo) dai coraggiosi paladini della democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnica di confondere vittime e aggressori è antica, ma funziona ancora. L’elenco è lungo, l’ingegno dei mentitori professionali a fini di progresso si esercita soprattutto sul tema dell’immigrazione, a comprova che la lingua dei loro padroni batte dove il dente duole. Non paghi delle immagini lacrimevoli di bambini profughi che qualche volta si rivelano montature, l’articolista di un giornalone assai impegnato nella causa pro immigrazione si chiedeva, a proposito dei passeggeri della nave Sea Watch fermata a Malta: e se tra loro ci fosse un altro Einstein?</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo abbandonato la chiesa durante l’omelia di un parroco che accusava i fedeli contrari all’accoglienza indiscriminata di essere cattivi cristiani. Il sacerdote, proprietario della (post) verità, si è sostituito a Dio nel giudizio. Non diversamente si comportavano certi pacifisti tacciando di guerrafondaio chi non esponeva il drappo arcobaleno, complice malvagio di ogni massacro. Simile è l’attitudine di chi accusa di antisemitismo chi dissente dalla politica israeliana e diventa perciò complice morale dell’Olocausto, il demonio massimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fascista o comunista, a seconda delle idiosincrasie dell’accusatore, è chiunque non sia d’accordo con il neoliberismo, complottista chi evoca il potere della finanza, omofobo il difensore della famiglia naturale, maschilista il malcapitato che obietta contro il concetto di violenza di genere e così via. E’ la post verità, alleata naturale del linguaggio politicamente corretto. Vietato ricordare la nazionalità di molti stupratori, assassini e spacciatori, è nemico delle donne chi è contrario all’aborto, si è oscurantisti e avversari della scienza se non si applaude la procreazione assistita, è additato come un povero scemo chi si azzarda a ricordare che i sessi sono due e i bambini hanno bisogno di un padre e una madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il predominio sulle parole garantisce il potere e ipoteca il futuro. I progressisti lo sanno molto bene, hanno avuto maestri straordinari nell’inversione della verità. Uno di loro fu Jean Paul Sartre, l’intellettuale parigino monumento vivente dell’intellighenzia di sinistra, alla sua epoca apertamente comunista. I suoi scritti, accolti come oracoli in vita, rivelano la polvere del tempo, ma hanno purtroppo raggiunto il loro scopo nichilista e distruttivo. Sartre scrisse anche per il teatro, una sola delle sue piéces è una commedia, ma ci piace ricordarla come perfetto esempio di post verità, una dura satira contro il giornalismo corrotto; basta sostituire la destra, oggetto dell’attacco del compagno al caviale, con la sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di Nekrasov, commedia in due atti scritta in piena guerra fredda, nel 1955. Venne dopo l’adattamento dell’opera di Alexandre Dumas padre sulla vita del grande attore inglese Edmund Kean, genio e sregolatezza, e prima dei Sequestrati di Altona, testo antinazista e sottilmente antitedesco da cui fu tratto un film di Vittorio De Sica. Nekrasov è un perfetto esempio di uso della drammaturgia per fini politici contingenti, in cui il tema e le conclusioni possono essere facilmente capovolte. Resta la post verità.</p>
<p style="text-align: justify;">La trama è eloquente. Un giornale di destra, Le Soir à Paris, diretto da Jules Palotin, burattino del losco editore Mouton vicino al governo reazionario, è in crisi di vendite e di idee. Il suo compito è di inventare, diffondere e far digerire al pubblico le idee anticomuniste che interessano il potere. Milioni di cittadini vivono nell’imbroglio della verità contraffatta di quel giornale, strumento di un potere ingannatore. Palotin, un autentico boss senza scrupoli, si serve del giornalista Sibilot per le sue più oscure campagne di disinformazione. Si avvicinano le elezioni e Sibilot è a un bivio: o troverà qulacosa per rianimare le battaglie del giornale o sarà licenziato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il destino si manifesta nella persona di un truffatore ricercato dalla polizia, De Valera, un personaggio molto sartreano. L’idea di De Valera salverà entrambi; si farà passare per Nekrasov, ministro dell’Interno sovietico fuggito dalla cortina di ferro e scomparso misteriosamente. Lo scoop è sensazionale, tutti vogliono ascoltare Nekrasov, nobili, giornalisti, funzionari dei servizi segreti. L’abile impostore mette in scena un ordito di mezze verità che lo trasforma in eroe. Manipolatore a sua volta manipolato, dimostra che a nessuno importa la verità, ma solo il tornaconto che ciascuno ne può trarre. Sartre pretese di svolgere operazioni in chiave marxista una critica feroce alla stampa e ai condizionamenti che subiva e praticava per convenienze economiche o politiche.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-31964 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/01/Jean-Paul_Sartre_in_Venice.jpg" alt="" width="220" height="292" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ne sapeva qualcosa Raymond Aron, il filosofo e sociologo suo contemporaneo che scrisse l’anno successivo all’uscita di Nekrasov un ritratto demolitore della sinistra intellettuale europea, L’oppio degli intellettuali, in cui la accusava di abbracciare le tesi sovietiche e comuniste, pur conoscendone perfettamente la falsità. La maggioranza preferì sbagliare con Sartre che stare dalla parte della verità con Aron. Restò famosa la visita di Sartre a Cuba nel 1960, insieme con la sua musa e compagna di vita Simone De Beauvoir, autrice de Il secondo sesso, per anni Bibbia del femminismo radicale, con la fotografia-icona di Che Guevara che accende un sigaro al filosofo engagé parigino.</p>
<p style="text-align: justify;">All’epoca, Sartre era una specie di faro che illuminava la cultura. In Nekrasov descriveva un mondo in cui egli si muoveva come un pesce nell’acqua, ma che non possedeva i titoli morali per giudicare, imputando agli avversari condotte e menzogne di cui egli stesso era promotore, protagonista e complice. Nekrasov pretese di essere una critica feroce al quarto potere e al posizionamento ideologico frutto di interessi. Chi non aderiva al comunismo poteva essere solo in malafede o traviato dalle forze oscure della reazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giudizio più tagliente fu quello di Arthur Koestler, secondo cui Sartre non era che un geniale sofista. Fu invece un plumbeo nichilista, come dimostrò la sua intera opera, a cominciare dall’oscuro L’essere e il nulla (1943), ma soprattutto il pessimo maestro di una generazione le cui bugie e i cui clamorosi abbagli spargono ancora veleni sul presente. Fu altresì il più tipico comunista da quartieri alti, convinto intellettualisticamente di aver trovato il buon selvaggio di Rousseau nel buon rivoluzionario della Sierra Maestra cubana e della lunga marcia cinese. Fu Tom Wolfe, nel Falò delle vanità, a fare giustizia del disgustoso tipo umano da quartieri alti schierato a sinistra di cui Jean Paul Sartre era il simbolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché un uomo è la sua biografia, non va dimenticata la dipendenza da droghe come la mescalina, con gravi allucinazioni che preoccuparono lo psicanalista marxista Jacques Lacan che lo ebbe in cura, nonché il torbido rapporto con la Beauvoir e le donne che lei stessa gli procurava.</p>
<p style="text-align: justify;">Da che pulpito viene la predica sulla disinformazione, la post verità e il cinismo del potere mediatico! Negli anni Trenta, il giovane Sartre fu un ammiratore della fenomenologia, la scuola filosofica nata a Berlino attorno alla figura di Edmund Husserl. Nella sua lettura, che si trasformò presto in esistenzialismo ateo, varie suggestioni si univano in una libertà programmaticamente priva di limiti, combinata con una parvenza di autenticità (l’istintività del Buon Selvaggio) e con l’edonismo considerato esperienza umanistica. Tutto ciò si riversò nel maggio francese del ‘68 e divenne cultura di massa. Peccato che si basasse su falsità e su un manicheismo arrogante travestito da superiorità antropologica. Quello è il lascito devastante della stagione intellettuale di cui è frutto Nekrasov. Le casacche ideologiche imposte da Sartre si sono invertite, il prodotto non è cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Soir à Paris e Palotin sono i simboli del giornalista collettivo schierato per convenienza; ieri fingeva di credere all’impostore De Valera, oggi attacca i nuovi devianti, Salvini, i difensori della famiglia, gli antiabortisti, i sostenitori delle identità. Il maccartismo culturale è identico, uguale la cattiva fede. Oggi è ridicolizzato chi contrasta il potere della finanza egemone sino a negare l’evidenza: per costoro, la Banca d’Italia è un ente pubblico, il mercato è sovrano e l’Unione Europea il paradiso, e sono gli stessi che sostenevano il comunismo e lo statalismo. Usano le notizie come clave, chiamano bufere mediatiche le campagne di discredito orchestrate da loro stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avversari di turno sono sempre degli sciocchi a cui possono credere altri sprovveduti. La democrazia è un totem indiscusso finché riescono a manipolarla a favore degli interessi che servono. In caso contrario, i cittadini diventano plebe, popolaccio da rieducare. Il metodo è sempre quello: spacciare per vero ciò che conviene. I titoli della cosiddetta grande stampa e i contenuti delle tribune televisive sono imbarazzanti, un concentrato di maldicenze, insulti e mediocrità. Si è tentati di sintonizzarsi sulle televendite.</p>
<p style="text-align: justify;">Nekrasov/De Valera, impostore di mestiere, conosce tutte le sfumature della sua professione, usa ogni trucco psicologico riuscendo a ingannare le persone più diverse. Soprattutto sa che la maggioranza ascolta ciò che è indotta ad ascoltare e trascura il resto. E’ evidente la simpatia di Sartre per il suo personaggio, che considera marxisticamente uno sfruttato della società borghese, così come il disprezzo per il servile Sibilot e il cinico Palotin. Noi la pensiamo diversamente: l’imbroglione, il mentitore non è una vittima, né è migliore di chi lo utilizza. Recitano ruoli distinti nella stessa rappresentazione il cui obiettivo è il potere e il pubblico pagante è il truffato. In Italia la commedia di Sartre è poco rappresentata. Curioso che il primo ad ospitarla, nel 2008, sia stato il piccolo, delizioso Teatro dei Rassicurati di Montecarlo, in Lucchesia. Un nome, un presagio…</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, la post verità, cioè la cosciente manipolazione del prossimo, è sempre esistita. La differenza rispetto al passato è il successo di pessimi maestri come Sartre, Freud, Marcuse, i francofortesi, i “decostruttori” alla Derrida e tanti altri, che ha destituito di senso il principio etico e negato in radice l’esistenza della verità. Ridotta a opinione soggettiva, nessuna idea, nessun fatto è verità. Tutt’al più è rappresentazione, interpretazione, attimo fuggente. Resta la malafede, il cinismo amorale di chi orienta l’opinione sapendo di servire interessi, pronunciare menzogne, diffamare l’avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">Nekrasov, in fondo, con buona pace di Sartre che non lo fa mai apparire in scena, era l’ex ministro degli interni di una feroce dittatura, un repressore senza scrupoli. Non poteva scegliere la libertà, come si diceva allora, ma solo mentire diversamente. Quanto assomiglia, come De Valera, Silibot, Palotin ai protagonisti di oggi, i servi che non raccontano più balle, ma diffondono post verità sotto le bandiere del relativismo spacciato per civiltà. Come il gatto di Schrodinger della fisica, contemporaneamente vivo e morto, mentono e dicono il vero, capovolgendo i significati e manipolando le parole. Duemilacinquecento anni fa, i sofisti greci si facevano pagare per sostenere una causa o il suo contrario. Indifferentemente, al miglior offerente. La post verità è vecchia e sempre nuova, Nekrasov- De Valera è il suo eroe negativo senza tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">ROBERTO PECCHIOLI</p>

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