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	<title>Pericle Archivi - EreticaMente</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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	<title>Pericle Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>La democrazia di Atene: storia di un mito &#8211; Alessandra Iacono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 14:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizione Classica]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Iacono]]></category>
		<category><![CDATA[atene]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[Pericle]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Su tutta la terra la componente migliore della società si oppone alla democrazia»  (Costituzione degli Ateniesi I,5) «Amo con passione la libertà ma non la democrazia» (Alexis de Tocqueville) Chiunque abbia avuto tra le mani (e davanti agli occhi) un qualsiasi manuale di storia greca sa bene che la democrazia ateniese non fu, mai, nemmeno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«<em>Su tutta la terra </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>la componente migliore della società </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>si oppone alla democrazia</em>»</p>
<p style="text-align: justify;"> (Costituzione degli Ateniesi I,5)</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Amo con passione la libertà </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>ma non la democrazia</em>»</p>
<p style="text-align: justify;">(Alexis de Tocqueville)</p>
<p style="text-align: justify;">Chiunque abbia avuto tra le mani (e davanti agli occhi) un qualsiasi manuale di storia greca sa bene che la democrazia ateniese non fu, mai, nemmeno sotto il Pericle del demagogico, populistico, propagandistico e abusatissimo “noi-ad-Atene-facciamo-così”, una dittatura del proletariato; tanto meno fu il regime liberal-social-popolare che il progressismo moderno vorrebbe, oggi, avocare a sé. Occorre allora dirlo, chiaro e tondo, una volta per tutte: la <em>polis</em> ateniese, così spesso idealizzata dai  demo-sfegatati, era in realtà un circolo molto esclusivo. Tratti distintivi e <em>condiciones sine qua non</em> per fregiarsi del titolo di <strong><em>polítes</em></strong> (cittadino) erano il possesso della terra, la militanza nell&#8217;esercito, l&#8217;<em>isegor</em><em>ía</em> – la libertà di parola in assemblea –, diritti riservati ai soli maschi adulti e liberi: donne, minori, stranieri e schiavi ne resteranno sempre esclusi. Lo storico Tucidide arriva a definire il governo pericleo “una <em>demokrat</em><em>ía</em> solo di nome, ma di fatto il potere di un primo cittadino”.</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Nonostante si ricada spesso nella prospettiva ideologica dell&#8217;antichità ascrivendo Pericle alla fazione democratica e contrapponendogli trinariciuti oligarchi illiberali, va da sé che la sua azione fu un&#8217;ulteriore prova della natura elitaria del governo ateniese, al di là dell&#8217;assetto democratico dello Stato. Non era un regime nato ed alimentato dalla partecipazione attiva delle masse: non nasceva dal basso, ma fu sin dagli inizi una costruzione dall&#8217;alto</em>». Ecco, dunque, l&#8217;essenza della democrazia ateniese, ben condensata in queste parole del classicista e filelleno Francesco Colafemmina, autore dello splendido saggio “<strong><em>La democrazia di Atene. Storia di un mito</em></strong>”, edito da Passaggio al Bosco.</p>
<p style="text-align: center;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-48306 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/01/A-2-300x149.jpg" alt="" width="376" height="187" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/01/A-2-300x149.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/01/A-2-768x382.jpg 768w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/01/A-2.jpg 800w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Colafemmina, prendendo le mosse dalla <em>Costituzione degli Ateniesi</em> dello Pseudo-Senofonte – e propro qui ne propone una nuova traduzione –, ripercorre le tappe principali della sofisticata ed appassionante storia greca, attraverso l&#8217;analisi e l&#8217;evoluzione delle istituzioni politiche (politico-militar-religiose, per la precisione) elleniche. Una parabola politica che, stringi stringi, potrebbe ri[con]dursi all&#8217;eterna lotta dei principî aristocratici – tradizionali, sacrali, solari – contro gli impulsi democratici – pseudo-progressisti, umanitari, terreni –, e dunque tra le fazioni che di volta in volta incarnarono quei valori.</p>
<p style="text-align: justify;">La dimensione sacrale del potere aristocratico contro la saggezza urania del potere delle legge, «<em>un contrasto fra due economie e due stili di vita in opposizione tra loro che si traduce, da una parte in una esaltazione della vita dei padri, fatta di parsimonia e lavoro nei campi, e di quelle società che, come la spartana, continuavano a rappresentare un modello di tale vita (il miraggio spartiata), dall&#8217;altra l&#8217;esaltazione del consumismo, in un&#8217;economia di mercato che rompeva gli argini dell&#8217;Attica, stabiliva relazioni con il resto del mondo greco e non greco, e favoriva implicitamente in questa visione mercantilistica il superamento insieme dell&#8217;autarchia e del nazionalismo greco, e il superamento dell&#8217;antitesi fra Greco e barbaro, fra Greco e straniero </em>[…]<em> questo contrasto fra due etiche, fra due visioni diverse del passato e del presente</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea che i moderni si sono fatti dell&#8217;Atene del V secolo ruota intorno alla figura di Pericle, lo <em>strategós</em> che nell&#8217;immaginario collettivo è assurto a sovrano illuminato, progressista e paladino delle masse. Va fatta una premessa. Ad Atene non esistevano politici di professione. La <em>strategía</em> era una carica militare, gli strateghi comandanti militari, responsabili del destino della <em>polis</em> e dei suoi cittadini; se all&#8217;altezza del compito, essi potevano essere eletti per molti anni consecutivi, e chi ricopriva a lungo la strategia dominava di fatto la scena politica. Dunque <em>–</em> se permanessero dubbi in tal senso <em>–</em> l&#8217;Atene classica, sebbene democratica, è <strong><em>ancora </em></strong>una società basata sulla guerra,  conserva <strong><em>ancora </em></strong>un importante germe tradizionale nel suo ventre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo, con la primazia dello stratego Pericle rispetto alle lotte politiche del tempo, «<em>la rottura della struttura aristocratica della </em>paidéia<em>, compiuta sotto la spinta della sofistica con il suo carico di scetticismo nei riguardi del divino e di esaltazione dell&#8217;individualismo </em>[…] <em>finì col diventare il bagaglio insostituibile dell&#8217;ideologia democratica</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Con senno di poi e vocabolario moderno, potremmo quindi dire che la natura della democrazia ateniese era “transnazionale”, come lo erano gli esponenti della nuova cultura, sofisti e naturalisti; e persino “globalizzata”, anti-identitaria, avendo perso il suo centro ed essendosi allontanata dai valori religiosi tradizionali. Ed ecco una prima, grande differenza col mondo spartano.</p>
<p style="text-align: justify;">Se, come sostiene l&#8217;Autore, nell&#8217;ambito del grande conflitto civile che li oppose agli Ateniesi, l&#8217;intento degli Spartani non era di contrapporre una visione alternativa, l&#8217;operato di Pericle testimonia, invece, oltre a una maggior consapevolezza dei rivolgimenti in atto, «<em>lo scivolamento delle élites cittadine verso nuovi valori, nuovi modi di pensare in aperto contrasto col passato, sintetizzabili nel ripudio progressivo di forme di religiosità ufficiale e di etica tradizionale – un&#8217;etica rurale –, a favore di una sempre maggiore spregiudicatezza del pensiero e in nome di una fiducia nel progresso</em>». Abbagliata dal “sol dell&#8217;avvenir”, «<em>per quella generazione l&#8217;età dell&#8217;oro non era il paradiso perduto di un nebuloso passato, come aveva creduto Esiodo; per loro l&#8217;età dell&#8217;oro era nell&#8217;avvenire, e in un avvenire non troppo lontano</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Superata e “sconfitta” l&#8217;era dei tiranni, ad Atene permane lo spauracchio del potere autoritario di un singolo, un incubo ricorrente del <em>démos</em>, tanto che Aristofane si farà beffe di questa costante paura popolare della tirannide. Pericle, l&#8217; “aristocratico <em>trasgressivo</em> che diede pieno compimento alla democrazia”, non era tuttavia uomo del popolo; anzi, la dimensione mimetica tra <em>leader </em>di estrazione niente affatto democratica e massa popolare è tratto saliente e contraddizione insita nella democrazia; senza dubbio in quella ateniese, di cui qui si ragiona, ma con buona probabilità nel concetto stesso di democrazia. Come bene illustra Colafemmina, l&#8217;accesso delle masse alla gestione dello Stato nasceva per concessione delle <em>élites:</em> «<em>Solo le élites  razionaliste potevano illudersi di troncare la relazione fra il popolo e quell&#8217;insieme di credenze, riti e abitudini irrazionali sedimentate nell&#8217;identità ellenica </em>[…]<em> La società democratica acquisisce come propria regola interna quella della sollecitazione e dell&#8217;ampliamento dei piaceri: è il meccanismo di controllo più efficace e meno costoso per ogni forma di élite dominante, cui fa seguito la crescita a dismisura della città rispetto alla campagna</em>». Tuttavia, continua l&#8217;Autore, «<em>certo, è espressione della retorica democratica l&#8217;identificazione dell&#8217;élite filodemocratica con “i più” e della ridotta élite anti-moderna con una oligarchia: in entrambi i casi a dividersi sul regime da promuovere erano sempre gli </em>olígoi<em>, non di certo le masse</em>». Dunque, niente altro che un&#8217;illusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte di questo <em>popolo</em> trasformato in <em>massa</em>, funzionale al regime democratico, non tarderà la reazione all&#8217; “illuminismo” dell&#8217;età periclea: «<em>è infatti tipico delle epoche &#8216;illuministiche&#8217;  e di &#8216;liberalismo razionalistico&#8217; il fatto che producano individui eticamente assai elevati, grandi e appassionati idealisti, che lottano contro il pregiudizio e l&#8217;ingiustizia. Ma essi non possono sostituire la religione nella mente del popolo, così che quelle idee e quegli ideali razionalistici soccombono ad opera di forze irrazionali</em>». L&#8217;uomo greco proverà a colmare un vuoto improvviso con nuove forme – bizzarre ed estreme – di religiosità.</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>L&#8217;etica eroica è tramontata, il mito si stacca come un mosaico non più tenuto dalla malta, resta il rifugio nell&#8217;arte e nella bellezza quasi a voler trattenere nell&#8217;eterno una realtà inafferrabile e sfuggente. Il sovvertimento dei valori dell&#8217;aristocrazia tradizionale non poteva prescindere da una profonda revisione dell&#8217;immaginario religioso popolare, così la messa in discussione della tradizione </em>[…]<em> si associava inevitabilmente all&#8217;accrescimento di uno iato fra mondo materiale e spirituale</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Il conflitto fra tradizione e modernità, dunque, risale <strong><em>almeno</em></strong> all&#8217;Atene del V secolo, risiedendo la natura di tale conflitto in uno scontro di visioni, ideali e valori attuale in ogni epoca, e proprio per questo cristallizzato nel mito ciclico di decadenze e rinnovamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Già a quel tempo non mancarono voci autorevoli, se non esplicitamente in difesa della <em>Tradizione</em>, senza dubbio inequivocabilmente critiche verso la democrazia. Fanno scuola il già citato Aristofane, Isocrate, Erodoto, Senofonte, Socrate, l&#8217;Anonimo pseudo-Senofonte della <em>Costituzione </em><em>– </em>opera fondamentale di cui si raccomanda la lettura integrale, insieme al circostanziato commento dell&#8217;Autore Colafemmina – e, naturalmente, Platone: rimangono indenni, a distanza di secoli, l&#8217;inestimabile valore intellettuale e letterario di quella che potremmo considerare la prima vera articolata teoria politica della storia, espressa nella <em>Politéia</em>, e il mito di Atlantide contenuto in <em>Timeo</em> e <em>Crizia</em>. Sarà lo stesso Platone, nell&#8217;<em>Alcibiade maggiore</em>, l&#8217;unico a tentare la via della riconciliazione  del <em>pensiero </em>con la tradizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i moderni anti-moderni – si perdoni il gioco di parole – il nostro autore riserba, giustamente, un posto d&#8217;onore a Yukio Mishima, nel quale ritroviamo intatti tutti i <em>t</em><em>ópoi</em> della lotta alla modernità già presenti nell&#8217;Atene classica, a partire dall&#8217;<em>isegor</em><em>ía</em>, «<em>la licenza nel parlare, camuffata da libertà</em>»; il vacillare dell&#8217;<em>aidós</em>, il pudore, nei costumi sessuali, lo porterà a profetizzare che «<em>la nostra si avvia a diventare l&#8217;epoca della cosiddetta neutralità</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è da dire che qualche altro provocatorio paragone tra la <em>polis</em> dell&#8217;Attica e le democrazie moderne si può ben azzardare: i tribunali erano sovraccarichi esattamente come oggi, e come oggi serpeggiava una tendenza al sadismo giustizialista, specie tra le classi meno abbienti, non a caso chiamate a partecipare come “giuria popolare” ai processi pubblici e privati in cambio di un misero compenso, e per tal ragione facilmente corruttibili&#8230; Come oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">La grande differenza con l&#8217;oggi sta, semmai, nella consistenza intellettuale, nella statura politica, nella competenza amministrativa degli esponenti delle <em>élites </em>dominanti (di una fazione o dell&#8217;altra, poco importa): «<em>la genialità del programma culturale pericleo mirante a trasformare Atene nella &#8216;scuola dell&#8217;Ellade&#8217; e a scatenare le energie creative</em>» oggi ce la sogniamo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">“Come potrebbe pilotare uno stato, un cittadino che non sa neanche padroneggiare un discorso?”, si domanda retoricamente Euripide nelle <em>Supplici. </em>Già, come può? Davanti ai politicanti del nostro secolo Euripide si caverebbe gli occhi e si taglierebbe lo orecchie. Comprensibilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione, però: si badi – per carità! – di non calcare troppo la mano con questi Antichi, di non scivolare in parallelismi antistorici: la mentalità antica rimane diversa, distante da quella moderna. Due esempi a caso. Uno, è la differente concezione della pederastia, marginalizzata nella dimensione democratica ateniese, in quanto considerata una «<em>pratica elitaria estranea all&#8217;impeto omogeneizzante della democrazia ateniese</em>», costume sentito come fortemente reazionario, riservato alla sfera privata, relegato all&#8217;ambito aristocratico, iniziatico, esoterico; mentre oggi lo sdoganamento di qualunque forma di omosessualità con tutte le sue derivazioni (e degenerazioni) appartiene al sentire della massa democratica, progressista, modernista, è ostentato in pubblico, ostinatamente proteso al riconoscimento normativo e istituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro è il rapporto con <em>xénoi </em>e<em> bárbaroi</em>, gli stranieri. Sappiamo già che a chiunque non avesse genitori ateniesi purosangue erano negati i diritti politici, conseguenza – non causa – del sospetto, anzi dell&#8217;ostilità, con cui gli Ateniesi guardavano fuori dai propri confini: gelosi del loro diritto di cittadinanza, essi si sentivano parte di quella comunità esclusiva in cui gli stranieri non erano ben visti; ed anche la <em>xenía</em>, la legge dell&#8217;ospitalità, era più un ideale che un dato di fatto: non, quindi, una generica propensione dei greci ad accogliere l&#8217;altro, piuttosto – così lontanamente dalla concezione oggi volgarmente invalsa – una forma di mutuo soccorso tra gli aristocratici delle città greche (<em>xénos</em> è infatti, propriamente, l&#8217;ospite, lo straniero di origine greca, contrapposto al <em>bárbaros</em> non-greco), che si riconoscono tra loro come affini, “pari”, al di là dell&#8217;appartenenza alle singole <em>póleis</em>. C&#8217;era, insomma, la forte consapevolezza di una comune <strong><em>identità </em></strong>greca, a cui gli Ateniesi aggiungevano un elemento specifico: il mito dell&#8217;autoctonia, cioè la  pretesa di essere da sempre originari della propria terra e di non essere mai stati contaminati da presenze allotrie. E Atene si vantava di codesta purezza etnica, tanto che Platone nel <em>Menesseno</em> può candidamente affermare che “i greci sono puri e senza mescolanza con i barbari”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando al nostro saggio, per illustrare un quadro più preciso possibile dell&#8217;Atene del V secolo, l&#8217;Autore si districa egregiamente attraverso storia, filosofia, religione, mito, politica e geopolitica, economia, psicologia, letteratura, musica e arti figurative; e fa bene, perché sono ambiti inevitabilmente interconnessi, in maniera palese per ciò che attiene all&#8217;antichità, e in gran misura anche oggi, sebbene si sia un po&#8217; perso di vista il filo rosso che le lega insieme.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-48308 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/01/A-3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/01/A-3-300x200.jpg 300w, https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2021/01/A-3.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Colafemmina indaga tutte queste discipline, conosce la lingua greca e le fonti antiche, tesse una tela che attraversa la Storia: dall&#8217;antica Grecia, all&#8217;Occidente moderno e contemporaneo, fino ai nostri giorni – forse il passaggio finale, fin all&#8217;attualità più recente, è lasciato al buon Lettore, che viene tuttavia accompagnato con la manina e rinfrancato da un invidiabile ottimismo: «<em>La verticalità del miglioramento dell&#8217;uomo, la dimensione morale dell&#8217;agire individuale e il rapporto col divino, non sono incompatibili con la reale impostazione elitaria di ogni democrazia. Lo sono, piuttosto, con l&#8217;ideologia democratica fondata sull&#8217;assoluta libertà dell&#8217;uomo da ogni passato, da ogni tradizione, da ogni canone estetico o spirituale, fino a renderlo schiavo della sua </em>hýbris»  – per sfociare infine in una riflessione aporetica: «<em>Se davvero la costruzione democratica è un processo che nasce all&#8217;interno di élites trasgressive, non occorrerà forse smontare opportunamente la costruzione ideologica che vi si annida e ripristinare una aristocrazia spirituale nelle nostre società in bilico tra anarchia e occhiute tirannidi? Tutto dipende, forse, dalla posizione che il potere definisce per l&#8217;uomo in una data epoca. Il nostro </em>nómos<em> sarà quello della terra di Sparta o quello del mare di Atene? O sarà diverso da entrambi?</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere: di quest&#8217;opera si può senz&#8217;altro affermare che è un saggio rigoroso, che lascia spazio anche a riflessioni di stringente attualità, come ampiamente osservato. Se da un lato si dà per scontata la conoscenza della storia greca almeno per grandi linee, dall&#8217;altro esso può costituire un validissimo strumento di supporto alla storia greca, intesa come disciplina universitaria (non osiamo spingerci fino alle scuole, visto lo stato deteriore in cui versano oggi),  per comprendere a fondo la natura delle istituzioni politiche ateniesi, in relazione a quelle moderne, in ispecie occidentali. L&#8217;Autore, se applica il rigore del filologo, la precisione dello storico e l&#8217;argutezza del politologo, alleggerisce l&#8217;opera nella comprensione del pubblico e ne agevola la lettura grazie a uno stile di scrittura classicheggiante, sì, ma letterario, molto più che piacevole, una delizia per l&#8217;occhio del Lettore – se ce n&#8217;è rimasto ancora qualcuno – che abbia nostalgia della lingua italiana, della sua bellezza, del polisindeto e di un vocabolario ricercato, data la degenerazione linguistica – orale e scrittoria – a cui assistiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie, Colafemmina: l&#8217;ammiriamo per questo prezioso lavoro, per ciò che ha scritto e per come lo ha scritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandra Iacono</p>

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		<title>Elogio della democrazia – Franco Severini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2018 18:47:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Severini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo alcuni intellettuali la democrazia sarebbe la peggiore forma di governo ma si racconta che, in risposta a questa considerazione, Winston Churchill ribattesse che, comunque, non conosceva un’altra forma di governo che fosse migliore. Pare, però, che in altra occasione, egli si sia pronunciato in tal modo : “La democrazia funziona quando a decidere siamo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Secondo alcuni intellettuali la democrazia sarebbe la peggiore forma di governo ma si racconta che, in risposta a questa considerazione, Winston Churchill ribattesse che, comunque, non conosceva un’altra forma di governo che fosse migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare, però, che in altra occasione, egli si sia pronunciato in tal modo : “La democrazia funziona quando a decidere siamo in due e l’altro è malato”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ possibile che in un momento di democratico sconforto, il grande statista si sia abbandonato a qualche giudizio non certamente protocollare.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene diffusamente e giustamente proclamato che la democrazia sia la dimensione sociale nella quale tutti sono considerati uguali. Questo postulato ha la funzione di risolvere le problematiche più complesse all’interno del cosiddetto contratto sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Generalmente, i postulati reggono le scienze matematiche ma ciò non significa che non si possano operare delle trasposizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, un cumulo di patate è costituito da elementi uguali che possono essere sommati. Se al cumulo di patate si aggiungono cipolle, melanzane, zucche e carote, allora, in matematica, la somma non è più possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti gli elementi che costituiscono un insieme devono essere omogenei. Le patate non sono uguali alle melanzane o alle cipolle. Tuttavia per renderle uguali, basta fare una operazione di insiemistica. Si costituisce un insieme più grande denominato “Ortaggi” nel quale, assieme alle patate, possono tranquillamente confluire anche le carote, le cipolle e le melanzane. A questo punto le differenze scompaiono. Sono tutti ortaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando il popolo viene chiamato alle urne, votano gli intelligenti e gli imbecilli, gli istruiti e gli analfabeti, i colti e gli ignoranti, i premi Nobel e gli idioti. Anche in tal caso la somma non sarebbe possibile a causa della disomogeneità e della estrema differenziazione degli elementi. Ma questo problema viene risolto facendo confluire tutti questi elementi in un insieme più grande che viene denominato “Elettorato”. In questo insieme tutti sono elettori e, quindi, sono tutti uguali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo la democrazia rappresenta il sommo bene. In democrazia deve regnare indisturbata la totale e completa uguaglianza.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia realizzazione della democratizzazione del popolo e della completa uguaglianza deve attraversare vari livelli risolutivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo livello è rappresentato dalla esigenza impellente di trasformare la lingua come strumento di comunicazione. Essa deve essere semplice, chiara ed elementare per cui è meglio se le proposizioni non contengano delle subordinate in quanto queste potrebbero rendere più difficile la comprensione. Nello stesso tempo, è sempre auspicabile che le proposizioni non presentino articolazioni ed elaborazioni complesse e terminologie troppo accurate perché ciò allontanerebbe la gente dalla comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema di italiano che gli studenti sono costretti a svolgere durante gli esami rappresenta, secondo alcuni, una cancrena che dovrebbe essere eliminata al più presto. Bisogna tenere sempre presente, dunque, che il popolo non è un circolo di intellettuali o di scienziati. Il popolo è rappresentato, in misura rilevante, da gente che lavora e poi trascorre il tempo libero frequentando i bar o le discoteche, guardando le partite di calcio oppure le fiction di RAI-1 che sono delle vere e proprie opere d’arte che rappresentano degnamente una società che vive in una felice democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è stato un momento in cui, in conseguenza delle varie direttive ministeriali, le generazioni che affollavano le scuole del primo quinquennio del 2000, venivano informate che esisteva una nuova trinità, la trinità delle tre “i”: inglese, impresa, informatica. Poi, purtroppo, è successo che l’inglese non lo ha imparato quasi nessuno, l’impresa è stata sfortunata perché i fondi strutturali hanno preso altre vie e, per quanto riguarda l’informatica, stiamo ancora aspettando. La teoria delle tre “i” fu, pertanto,un tentativo fallito di egalitarismo culturale. Ma non bisogna stupirsi. Ciò può succedere nelle migliori democrazie.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo livello risolutivo è rappresentato dalla esigenza di trovare un comune denominatore che riduca al minimo le differenze individuali. Infatti, è proprio questo il compito fondamentale della democrazia. Bisogna assolutamente evitare che emergano delle caratteristiche umane che non siano comuni a tutti. Ora, la base comune a tutti gli uomini che, nello stesso tempo, manifesta differenze meno significative o, comunque, più trascurabili è sicuramente quella emozionale. Per questo motivo, il messaggio comunicato utilizzando al massimo il potenziale emotivo, risulta essere il più comprensibile a tutti, non solo, ma determina una partecipazione estesa e capillare che è appunto il fondamento e il compito della democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è la ragione per la quale nelle comunicazioni e nei dibattiti politici non viene mai richiesta l’osservanza della logica del principio di non contraddizione. Infatti, se venisse utilizzato tale principio, la comprensione da parte di chi ascolta diventerebbe disuguale e differenziante e, quindi, la democrazia potrebbe soffrirne.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il terzo livello, vengono avviate le soluzioni che riguardano la struttura culturale complessiva del popolo. La cultura democratica deve essere impostata sul rinnovamento. La vecchia cultura stantia, obsoleta e polverosa deve essere sostituita con una cultura moderna adeguata ai tempi, aperta alle masse e priva di significati che necessitano di faticose e complesse elaborazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario tener conto degli insegnamenti degli uomini saggi come, ad esempio, del discorso di un democratico ministro del tesoro durante il quale ha concluso che con la cultura non si mangia ma bisogna rifarsi anche a quel messaggio evangelico secondo il quale i poveri di spirito sono beati perché, in tal caso, a questi appartiene la democrazia. Comunque, nella cultura democratica, i concetti, i significati, le inferenze e gli enunciati devono essere rapidamente comprensibili e facilmente fruibili. In questa azione di svecchiamento, il simbolo iconico, l’immagine, l’illustrazione riescono a comunicare più di quanto possa fare un complicato discorso. Perché la comprensione dei significati, delle cose e degli eventi raggiunga strati sempre più vasti della popolazione, i giornali, le riviste e i libri devono utilizzare il maggior numero di immagini possibili. L’esempio che può fungere da modello è rappresentato, ad esempio, dalla rivista “Grand Hotel” che riesce, per mezzo di discorsi semplici e significative immagini, a conquistare milioni di persone, incrementando non solo la circolazione del denaro ma dimostrando, nello stesso tempo, quale sia il suo enorme potenziale comunicativo. Non a caso, infatti, la televisione è quella che raccoglie un pubblico più vasto e un maggior numero di consensi rispetto ad un giornale e, specialmente, rispetto ad un libro. Con questo, i sostenitori della democrazia non vogliono concludere che i libri non abbiano la loro importante funzione. Tuttavia mettono in evidenza che “Grand Hotel”, “L’uomo ragno”, Affari tuoi” la “Divina Commedia” o la “Teoria della relatività” sono tutte idee che possiedono democraticamente pari dignità e, pertanto, sono tutte uguali come uguali sono quelli che le hanno prodotte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo, l’uomo che legge può essere sostituito tranquillamente con l’uomo che guarda. D’altra parte, il compendio dell’universo e l’enciclopedia dei saperi sono già tutti contenuti nelle trasmissioni televisive. E tanto basta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel quarto livello, infine, il regime democratico si preoccupa di rendere più semplici concetti, significati e funzioni della politica, sfrondandoli da obsoleti luoghi comuni che ne inficiano la comprensione e confutando, nel frattempo, anche le obiezioni.<br />
In primo luogo, si occupa di scegliere gli eventi più importanti da comunicare al popolo. Prendendo come modello RAI-1 che ha dimostrato di essere la rete televisiva antesignana della moderna comunicazione politica, si è deciso di evitare di rendere pubbliche le notizie che possono turbare l’animo dei cittadini. All’apertura del telegiornale, improntando tutto alla semplificazione democratica, è sempre meglio non parlare di crisi e recessioni, non solo perché i ristoranti sono sempre pieni, ma anche perché risulta più funzionale parlare dei pirati della strada o del rapporto di coppia, argomenti questi che tengono incollato il pubblico allo schermo televisivo, impedendo che esso venga frastornato da cattive notizie.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario, soprattutto, diffondere in modo intensivo ed estensivo che la democrazia si batte strenuamente contro la dittatura che rappresenta il peggiore dei mali che possa affliggere una società. La dittatura è la fine di ogni libertà e soprattutto essa si macchia del sacrilego delitto di reprimere la libertà di stampa e, quindi, la libera circolazione delle idee. Quando un capo di governo impone ad un giornalista di scrivere un articolo secondo quanto gli viene suggerito e ordinato, viene compiuto uno dei più orrendi misfatti contro l’umanità perché in quel momento impone il devastante potere dell’uomo sull’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno obietta che anche le aziende proprietarie dei giornali, specialmente quando si avvicinano le elezioni, chiedono ai propri giornalisti, di scrivere un articolo in un determinato modo e insistono, facendo trapelare, al limite, anche la probabilità di un licenziamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è una democratica differenza.</p>
<p style="text-align: justify;">In tal caso, non si tratta di una imposizione ma di un suggerimento autorevole da parte del capo dell’azienda ad un suo dipendente al quale, oltretutto, ha generosamente fornito un posto di lavoro. L’altra differenza, ancora più significativa, consiste nel fatto che, mentre l’imposizione operata dal capo di un governo totalitario, è monocratica e, quindi, espressione di un regime assolutistico e dispotico, l’azione del capo dell’azienda è espressione di una ideologia pluralista in quanto le aziende sono tante e partecipano attivamente a difendere la democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente, il giornalista ostinato a scrivere sempre secondo le proprie vedute, senza ascoltare preziosi suggerimenti, corre il rischio di perdere il posto di lavoro. Ma anche questo fa parte del gioco democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Si obietta ancora che, durante la campagna elettorale, alcune persone che aderiscono ai vari partiti, bussano alle porte delle case degli elettori per chiedere il voto. Questo sarebbe un pessimo modo di condurre il gioco democratico in quanto esso potrebbe assumere le forme di un plagio, di un compromesso o di un ricatto.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, le cose vanno viste da un altro angolo di visuale. Quelle persone che girano faticosamente, anche di notte, sono da paragonarsi ai frati domenicani che cercano incessantemente di fare in modo che gli uomini trovino la via della verità e, soprattutto, cercano di recuperare le pecorelle smarrite. Dunque, a maggior ragione, questo operare fa anche dignitosamente parte della deontologia democratica. E può bastare.</p>
<p style="text-align: justify;">Si racconta che il mitico Procuste misurasse accuratamente la statura dei viandanti ai quali concedeva l’uso di un suo letto. Egli accorciava quelli che erano troppo alti e allungava quelli che erano troppo bassi in modo che essi fossero amabilmente tutti della stessa statura. Questo è uno dei più antichi e notevoli esempi di democratizzazione che tendeva a sopprimere fastidiose quanto pericolose disuguaglianze. Questa funzione procustiana caratterizza sommamente la nostra democrazia che deve essere rispettata e venerata con tutta la considerazione e la stima che essa merita.</p>

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		<title>Democrazia, democrazia, è cosa vostra, non è mia? &#8211; Prima Parte &#8211; Roberto Pecchioli</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 06:39:01 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/democrazia-democrazia-e-cosa-vostra-non-e-mia-prima-parte-roberto-pecchioli/">Democrazia, democrazia, è cosa vostra, non è mia? &#8211; Prima Parte &#8211; Roberto Pecchioli</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Democrazia, democrazia, è cosa vostra, non è mia” . Così cantava, nel lontano 1975, la Compagnia dell’Anello nella “ Ballata del Nero”, una canzone culto per noi ragazzi dell’epoca, stretti tra l’odio del sinistrismo apparentemente trionfante e la repressione degli organi dello stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, io mi permetto di aggiungere alla frase un punto interrogativo, per argomentare una tesi condivisa ormai da molti, ben al di là dell’area del dissenso nazionalpopolare, ma soprattutto al fine di svolgere un ragionamento strategico per il futuro del nostro popolo, nella prospettiva comunitarista , che non può eludere un rapporto dialettico con la democrazia-parola e concetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Che la “democrazia”, intesa come governo, potere (crazia) del popolo (il demos) attraversi una crisi profondissima è sotto gli occhi di chiunque :  potere della finanza, delle banche, delle organizzazioni transnazionali, di logge e gruppi riservati di varia natura , ricatti , vergognose operazioni finanziarie volte a ribaltare la volontà popolare, minacce militari, sistema di comunicazione ed intrattenimento in mano di pochi potentissimi, propaganda incessante , compulsiva , delle magnifiche sorti e progressive, anzi dell’unicità ed inevitabilità del sistema vigente. Noam Chomsky ha osservato che la propaganda è in democrazia quello che il randello è in uno stato totalitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso processo elettorale, il momento in cui il “popolo” può esprimersi  e scegliere il proprio futuro , è  inquinato, destituito di valore, screditato . Già Jean Jacques Rousseau, nel 1762 (Contratto Sociale) , rivolgendosi agli inglesi, affermava  che essi si credevano liberi, ma lo erano solo nel giorno delle elezioni, per ridiventare sudditi il giorno successivo, dopo aver scelto un pugno di “rappresentanti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’infelice terzo millennio dell’era (ex) cristiana, le cose vanno molto, molto peggio. Infatti, ammesso che un movimento nuovo riesca a presentarsi alle elezioni ( deve sottostare ad una serie infinita di adempimenti burocratici, quindi all’ esibizione di un numero esorbitante di firme certificate di elettori a sostegno – e tutti conosciamo le generali illegalità commesse , conosciute e tollerate per lorsignori &#8211; ) , non è poi in grado di farsi ascoltare.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, non può neppure presentare i candidati che vuole, giacché deve rispettare le quote di “genere”, e presto forse ci saranno quote anche per finocchi, immigrati naturalizzati o per qualche altra bizzarra minoranza protetta; quindi, dopo aver speso il proprio denaro per pagare bolli, notai e cancellieri, deve riuscire a perforare il muro di silenzio ostile dei mezzi di comunicazione .</p>
<p style="text-align: justify;">Un sociologo francese ha affermato, con sottile umorismo, che il vincitore delle elezioni si individua ben prima del responso delle urne, ed è colui che ha ottenuto i maggiori finanziamenti , e quindi la possibilità di svolgere una campagna fatta di propaganda massiva, presenze televisive e radiofoniche e quant’altro consenta  di martellare il pubblico con il messaggio voluto. E , davvero, il mezzo è il messaggio, come capì Marshall Mac Luhan.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle elezioni presidenziali americane del 2012, Obama ebbe finanziamenti per circa  un miliardo di dollari, provenienti soprattutto da entità finanziarie, industrie , multinazionali. L’ avversario repubblicano raccolse una cifra inferiore, versata peraltro in gran parte dagli stessi che contemporaneamente finanziavano Obama. E’ la democrazia , bellezza, tu vota chi ti pare, che tanto vinciamo sempre noi !</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 1998, un grande intellettuale come Giano Accame, spesso inascoltato dalla destra questurina e conservatrice, scriveva un saggio intitolato “Il potere del denaro svuota le democrazie “. Una delle constatazioni di Accame è che , dopo la fine del comunismo reale novecentesco , la cosiddetta democrazia occidentale non presenta più una competizione tra progetti, idee del mondo e, soprattutto, dei rapporti economici , alternativi. Tutti condividono, a partire dagli ex comunisti divenuti i più sfegatati partigiani della mondializzazione neo capitalista, lo stesso orizzonte, tutti convivono sotto il medesimo capiente ombrello del liberismo reale.  La democrazia si riduce a dialogo sui minimi sistemi, sull’amministrazione del condominio secondo regole già date, all’ombra del grande fratello Mercato, che, indiscutibile dominus del nuovo mondo, regna con la sua mano (invisibile?), i suoi listini, le sue leggi assurte a comandamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alternanza senza alternativa, è la felice formula coniata da Jean Claude Michéa, filosofo francese comunitarista proveniente da sinistra.  Del resto, se la democrazia contemporanea si fonda sul principio di maggioranza ( la metà più uno dei cittadini), sono le stesse tecniche elettorali a smentirne il rispetto.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/Pec-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-8063 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/Pec-2-300x225.jpg" alt="Pec 2" width="401" height="301" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Negli Usa, luogo del cuore dei democratici, progressisti , multietnici, multirazziali e multitutto, i presidenti vengono eletti da alcune centinaia di “grandi elettori” dei cinquanta Stati, e Bush figlio, ad esempio, fu presidente degli Stati Uniti – l’uomo politicamente più potente del mondo – avendo ottenuto meno voti del suo antagonista John Kerry, ma un numero superiore di grandi elettori. Entrambi, comunque, non avevano assommato il consenso di più del 25 per cento degli elettori, poiché in America il tasso di partecipazione raramente supera la metà degli aventi diritto. Quanto all’Inghilterra, patria della democrazia moderna ( ma anche dello schiavismo, del lavoro minorile , del potere bancario ) il sistema dei collegi in cui il meglio piazzato vince a prescindere , produce maggioranze parlamentari che sono regolarmente minoranze elettorali: Cameron ha “trionfato” nelle ultime consultazioni e formato un governo con il 36 ( trentasei) per cento dei voti. In Francia, il sistema a doppio turno ha spesso effetti moltiplicatori, per cui il partito vincente di pochissimi punti consegue un numero immenso di seggi, rendendo minima la rappresentanza parlamentare delle opposizioni. E’ ben noto che il Front National, titolare di un gran numero di voti, non ottiene seggi per il suo debole potere di coalizione. Quanto all’Italia, dopo la fine del sistema proporzionale, morto insieme con la prima repubblica, il Mattarellum prima, il cosiddetto “porcellum” ora , smentiscono clamorosamente il principio di maggioranza. L’attuale parlamento nazionale, al netto delle centinaia di voltagabbana , ha consegnato ad un partito votato da un quarto degli elettori votanti, il PD, il sessanta per cento dei seggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, uno dei motivi per cui la liberal-democrazia si considera il più perfetto dei sistemi politici inventati dall’umanità nella sua vicenda storica, è proprio il vantato rispetto delle minoranze unito con il criterio di valorizzazione della maggioranza !</p>
<p style="text-align: justify;">Contestare la democrazia, dunque, è esercizio sempre più facile, già a partire dalle procedure e delle tecniche  che utilizza. Gli argomenti “seri”, poi, sono davvero moltissimi, e mi limito ad enunciarne uno che mi sembra il più solido ed il più difficile da respingere : ciò che è bene, ciò che è vero e corrisponde a verità non si può mettere ai voti.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per questa ragione, un difensore contemporaneo del principio democratico, il giurista “positivista” Hans Kelsen ha sostenuto che l’unico autentico presupposto filosofico della democrazia è il relativismo assoluto, ossia la negazione dell’esistenza di qualcosa detto verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Incidentalmente, ricordo che il più sopravvalutato esponente della cultura italiana del secondo Novecento, Norberto Bobbio , ebbe, come unica prestazione intellettuale di qualche rilievo, l’importazione in Italia delle idee di Kelsen, concludendo infine, dopo decenni di studi seriosissimi e di apodittiche sentenze ex cathedra, che la democrazia è solo …. una procedura.  Molto rumore per nulla, si potrebbe dire con Shakespeare …</p>
<p style="text-align: justify;">Noi però non siamo relativisti, non condividiamo l’idea dell’inesistenza della verità, anzi affermiamo che esiste una corrispondenza tra la verità e la nostra intelligenza che la coglie, ed ancora che “verum et bonum convertuntur” , il vero ed il bene finiscono con il coincidere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dubbio senno dei più ci fa inorridire, ed il postulato delle scelte della maggioranza declinato come metodo universale per la scelta di classi dirigenti destinate a determinare il destino comune,  ovvero di “decisori” ben più che rappresentanti , ci appare quanto meno inadeguato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per di più, se è vero, e lo è, che il potere del denaro svuota le democrazie, e che quindi partecipano al gioco cosiddetto democratico con speranze di successo soprattutto i ricchi o chi è sostenuto dalle oligarchie del denaro, non dovremmo avere alcun dubbio : no e poi no alla democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo una intuizione, tra le molte, di Tocqueville: “La democrazia è il potere di un popolo informato “. In questo conciso giudizio, e fulminante apoftegma, ci sono  solo tre parole, ma tutte sono decisive: la democrazia è  “potere”, dunque non semplice principio o metodo, ma un fatto concreto con precise conseguenze ; per avere un “potere” democratico ci vuole un “popolo”, ed è necessario che sia “informato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come spesso capita studiando Tocqueville, considerato un teorico del liberalismo e della democrazia, se ne scopre la vera indole di pensatore solidamente realista , concreto, nemico delle ubriacature retoriche e dunque tendenzialmente elitista, per quanto rassegnato alle società di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il potere di un popolo informato” è oggi un’utopia talmente lontana dal vero da non essere più creduta neppure dai più accesi partigiani del sistema democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Gustavo Zagrebelski, giurista, esponente di quel bieco partito torinese di ascendenza azionista che intossica da settant’anni  il dibattito istituzionale italiano, gran ciambellano della “costituzione più bella del mondo”, ha scritto un libro per denunciare la maschera democratica dell’oligarchia, anche se sembrerebbe più corretto attaccare l’effetto opposto, cioè la deriva oligarchica della democrazia. Quanto a Luciano Gallino, altro esponente del filone laicista progressista della cultura dominante, è ancora più preoccupato, ed afferma senza mezzi termini che è in atto un colpo si Stato di banche e governi contro la democrazia , al servizio di quello che egli chiama giustamente finanzcapitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gallino si spinge sino a denunciare il potere di creare denaro da parte delle banche private e rispolvera lo stesso concetto di lotta di classe, riconoscendo che l’iniziativa è ormai da oltre vent’anni in mano alle oligarchie economiche, le quali hanno travolto le conquiste economiche e politiche che la democrazia sembrava aver acquisito definitivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un pensatore belga, David Van Reybrouck, ha scritto un libro di recente apparso anche in Italia, dal titolo dirompente , “Contro le elezioni”, in cui smonta pezzo per pezzo tutto la mitologia  del meccano elettorale, proponendo addirittura il sorteggio per le cariche pubbliche, e divulgando un’idea dell’americano James Fishkin , che sul modello sociologico dei gruppi  rappresentativi, ha teorizzato una democrazia affidata a assemblee di cittadini scelti , o sorteggiati, per deliberare su questioni specifiche , che egli chiama democrazia deliberativa, ma che tutto sommato è solo un espediente verbale per non chiamarla diretta o partecipativa . Insomma, le critiche al Logos democratico  si moltiplicano ed arrivano dalle direzioni più impensate.</p>
<p style="text-align: justify;">Democrazia , dunque, come guscio vuoto, o specchietto per le allodole, gigantesco inganno subito dai popoli . Dovremmo rallegrarci , come esponenti di un sentimento  avverso al dominio della massa, alla dittatura del numero, al regno della quantità ( Guénon) , alla possibilità per chiunque di opinare senza alcuna conoscenza su qualsiasi aspetto della realtà, al tempo degli ultimi uomini fattisi moltitudine urlante e , quindi, temibile forza storica.</p>
<p style="text-align: justify;">In una prospettiva storica comunitarista, tuttavia, le cose stanno ben diversamente . Essere comunità significa condividere naturalmente un certo numero di idee, comportamenti, atteggiamenti cui si finisce per attribuire valore normativo, prescrittivo, in ultima analisi, politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il declino della democrazia, persino di <em>questa </em>democrazia  invertebrata, sia che ne enfatizziamo il carattere di metodo o criterio, sia che ne evidenziamo piuttosto la natura di principio generale, è un male anche per noi, forse soprattutto per noi, in quanto apre la strada ad un nuovo totalitarismo, quello della tecnocrazia alleata della ricchezza. Crematistica , l’ha denominata Aristotele, il gigante stagirita che si avvide per primo che l’uomo è animale politico, cioè comunitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può anzi azzardare che la stessa filosofia greca sorga, da Parmenide in poi, come reazione alla minacciosa assenza di senso della vita individuale ed associata risultante dalla prima dissoluzione  delle forme comunitarie precedenti, caratterizzate dal mito e tenute insieme dalle cerimonie e dalle ritualità familiari e religiose ; tali modalità di riproduzione sociale risultavano attaccate , indebolite già allora da un fatto assolutamente nuovo , il potere dissolutore del denaro. Di qui la genesi del fatto storico della democrazia ateniese.</p>
<p style="text-align: justify;">La formidabile forza manipolativa della parola “democrazia”, la sua incredibile genericità, ma anche la possente carica evocativa , liberatoria ed utopica del termine sono forse il primo innesco dei sentimenti di avversione che i filoni culturali “nostri” hanno sempre opposto al significante ed al significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo Maurras ( “La democrazia è il male”), ma anche, al più alto livello spirituale, un Goethe ( “ogni cosa intelligente sta nella minoranza”) o un Kierkegaard ( “il numero è la negazione della verità”).</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo anche citare la cinica, apparentemente qualunquista, ma pregnante definizione di Massimo Fini, secondo cui la democrazia è il sistema in cui “il popolo lo prende nel culo con il suo consenso”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto rigorosamente vero, e corrispondente al profondo, direi alle viscere dei nostri convincimenti . Eppure, eppure…   Ascoltiamo il giudizio sofferto di un comunista , Alexander Dubcek, che ha tentato di unire il diavolo e l’acquasanta nell’esperimento praghese del “comunismo dal volto umano” del 1968, finito tra i carri armati sovietici : “La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere , la possibilità per ciascuno di avere una parte nelle decisioni “ .</p>
<p style="text-align: justify;">Qui , davvero, casca l’asino, qui, ci deve essere il soprassalto, il nocciolo di una riflessione “nostra” , oltre le ideologie, le idiosincrasie, soprattutto oltre le definizioni di stampo otto o novecentesco. La guerra delle parole l’abbiamo perduta da tempo, e, come scoprì Orwell, chi controlla il passato, controlla il presente e possiede il futuro. Il fallimento conclamato dell’esperimento democratico, di cui descriviamo le fasi, infatti, non riconduce alla supremazia di una aristocrazia del pensiero, della moralità, dell’intelligenza e della qualità. Non vi è nulla di Platone nei tempi ultimi, ma un’ immensa terra desolata in cui ha agito un diserbante più potente di quelli di Monsanto : la nuova antropologia individualista, atea, ostile ai legami, alla famiglia, al duraturo, all’onorevole, al bello, al senso morale , all’idea del dovere , alla gioia di “costruire alberi per un’altra generazione” (Cicerone), prigioniera dell’effimero, del capriccio, dell’egoismo, del consumo, del brutto, dell’indifferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo mai dimenticare che siamo immersi in un sistema indifferente alla verità, poiché il capitalismo ultimo non ha bisogno di conoscere o indagare la verità, in quanto nichilista all’origine, immerso com’è nella forma-merce che lo possiede.  Non può dunque che vivere di merce, compravendita, mode, pubblicità, continui spostamenti di valori, pavlovianamente, senza orientamento, induzione a comportamenti massificati e irragionevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo che ci circonda ama rappresentarsi come una liberal-democrazia fondata sulla religione universalistica dei cosiddetti diritti umani, ma è in realtà un totalitarismo dell’economia e del denaro gestito da un’oligarchia politica di terz’ordine che si legittima attraverso referendum periodici largamente truccati, definiti libere elezioni , che presuppongono la totale impotenza progettuale degli oppositori. Infatti il sistema proclama se stesso come fine e scopo della storia , realizzazione di un asserito dato di natura della vita umana, quello dello scambio economico come movente unico dell’agire.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/Pec-3.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-8062 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/Pec-3.png" alt="Pec 3" width="435" height="277" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">A questo specchio deformante, a questo prisma rovesciato, occorre rispondere con scelte personali che si trasformino in azioni collettive.  Allora, forse, l’atto faticoso di ricostruire una comunità a partire dal senso del lavorare insieme , della decisione condivisa, della responsabilità, della convivialità quotidiana in cui ci si riconosce parte di un’identità collettiva, passerà, o potrebbe passare, anche dalla costruzione di un’idea nuova di democrazia , accogliendone l’alone positivo, persino il contenuto morale di cui la parola è circonfusa agli occhi dei più.</p>
<p style="text-align: justify;">“E’ tale la potenza della parola democrazia, che nessun governo, nessun partito osa vivere, né pensa di poterlo fare, senza iscrivere questo termine sulla bandiera. “, scrive, addirittura nel 1849, agli albori dell’epoca “democratica”, François Guizot, che fu anche primo ministro di Francia, e abolì il lavoro dei bimbi di meno di 8 anni (!!!!). Quanto al Novecento, fu Thomas Stearns Eliot , gran conservatore e forse massimo poeta del secolo, ad osservare “Quando un vocabolo viene gratificato  di un carattere così universalmente consacrato, come accade oggi alla democrazia, io comincio a chiedermi se, a forza di significare tutto ciò che si vuole che significhi, esso significhi ancora qualcosa “ . Insomma , ed è l’acuto rilievo di Bertrand de Jouvenel, è inutile discutere la democrazia, dal momento che non si sa neppure di che cosa si parli. Il  grande sociologo francese  si chiede altresì quale importanza attribuire allo stesso suffragio  universale, giacché rappresentare una volontà su trenta, quaranta milioni condanna all’assoluta insignificanza individuale.   Eppure, si stupisce il già citato David Van Reybrouck, noi disprezziamo gli eletti, ma veneriamo le elezioni , considerandole il momento più alto del processo democratico!</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, nella democrazia e nei suoi riti c’è un che di magico, o almeno qualcosa che eccede il senso comune. Inutile, quindi, ostinarsi in dispute intellettuali sui mali, evidenti, del criterio e del metodo democratico. Meglio, molto meglio, cavalcare la tigre, e non ingaggiare battaglie verbali di retroguardia con un sistema di comunicazione immensamente più forte di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">In altre occasioni, ho avuto modo di affermare, e lo ribadisco, che, al di là della conclamata inservibilità delle categorie di destra  e sinistra per descrivere conflitti e linee di divisione ideale del Terzo Millennio, è del tutto evidente che solo la parola “sinistra” ha una valenza percepita come positiva, per cui dichiararsi di destra è votarsi alla sconfitta pratica, non certo per assenza di argomenti, ma per l’impossibilità di superare indenni il fuoco di sbarramento del luogo comune e delle idee ricevute ,quasi inavvertitamente, dai più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché è bene dirsi , a nostro modo, democratici: è quello che fanno tutti, in genere  con assoluta faccia tosta. Ma ben più importante, oltreché intellettualmente onesto e moralmente necessario, è riempire di contenuto questo vocabolo <em>omnibus</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendo convincere chi legge che occorre legare la richiesta di democrazia alla grande assente del nostro tempo, la sovranità e ad un’ altrettanto ignorata , anzi sconsigliata e screditata idea forza , la partecipazione diretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo argomento a favore della democrazia discende dall’irrevocabile scelta comunitarista: noi non possiamo situare il bene comune in una comunità data, detentrice di un’identità e di una tradizione, ed espropriare la comunità stessa dal diritto di prendere in mano il proprio destino , attraverso le decisioni che la riguardano. Sarebbe una contraddizione insanabile, peggio, una menzogna.</p>
<p style="text-align: justify;">E noi abbiamo affermato , contro l’atomismo liberale e il nichilismo neocapitalista, che la verità esiste e può essere riconosciuta; avversario della verità è l’errore, che si può correggere, ma nemica è la menzogna !</p>
<p style="text-align: justify;">Se poi combattiamo le oligarchie del denaro oggi dominanti, non possiamo immaginare di sostituirle con altri gruppi ristretti di “illuminati”: popolo siamo tutti, da Marchionne ( purtroppo..) al disoccupato , alla giovane madre alle prese con il dilemma se far nascere o meno il bimbo che porta in grembo.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro è il problema della competenza a prendere decisioni giuste, altro è anche il freddo legalismo di chi afferma che l’essenziale è che una scelta “democratica” sia tale in quanto assunta attraverso le procedure vigenti in quel momento storico. Basterebbe rispolverare un po’ di storia antica, per rammentare che Atene decise, con tutti i crismi della legalità democratica della sua costituzione, di sterminare tutti gli abitanti della sconfitta isola di Milo . Inoltre, noi affermiamo che l’idea di popolo è una categoria fondamentale della storia , ergo non possiamo respingere l’idea che la comunità – nazionale e popolare – costituisca la fonte della legittimità politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può, evidentemente, fare del popolo una nozione centrale del proprio sistema di valori, e, contemporaneamente, rigettare ogni forma di democrazia, ossia di “potere del popolo”!</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, l’idea di popolo che sosteniamo oltrepassa largamente le individualità che lo compongono, sino a formare un tutto organico, che ha in se stesso, nelle sue concrete caratteristiche e culture, la propria specificità. Non è massa, alla marxista, in quanto si muove di vita propria, non ha bisogno dell’”intellettuale collettivo “ che lo diriga, e dispone di un sentimento ( un “duende” , un istinto guida, lo definirebbero in lingua spagnola) che è anche, se non innanzitutto, raziocinante capacità di individuare il proprio bene , e, di conseguenza, decidere del futuro. Né, tantomeno, è ovviamente, somma aritmetica di individui solitari, autistici, semplici consumatori ed abitatori casuali di questo o quel territorio, estranei alla verità, adepti del culto dell’interesse materiale come nella drammatica imposizione liberale ( un ossimoro che ci vuole !). (Continua).</p>

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