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	<title>Merlino Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Merlino Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Myrddin, l’ultimo mago – Rita Remagnino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rita Remagnino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 May 2021 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[New Age]]></category>
		<category><![CDATA[druidismo]]></category>
		<category><![CDATA[fantasy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contrariamente a quanto si crede, il «tempo della magia» non è scomparso insieme agli scaramantici Caldei ma nelle nostre modernissime città qualcuno cerca ancora di controllare le onde elettromagnetiche e di manipolare la materia usando i «metodi antichi». Non è sicuro ma assai probabile che gruppi ristretti di iniziati garantiscano la sopravvivenza di eggregore, cioè [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quanto si crede, il «tempo della magia» non è scomparso insieme agli scaramantici Caldei ma nelle nostre modernissime città qualcuno cerca ancora di controllare le onde elettromagnetiche e di manipolare la materia usando i «metodi antichi». Non è sicuro ma assai probabile che gruppi ristretti di iniziati garantiscano la sopravvivenza di eggregore, cioè di «esseri fittizi» costituiti grazie all’accumulo di «cariche psichiche» umane. Il che significa che sopra le nostre teste gravitano entità di vario genere, dato che la gioia alimenta «masse energetiche» di un certo tipo mentre la paura ne genera altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò premesso, e senza entrare nel merito di questioni inadatte alla presente narrazione, mi limito a constatare che questi fenomeni esistono perché le odierne conoscenze tecnoscientifiche non appagano completamente la sete di potere (scambiato per sapere) dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente non era assillato da siffatti dilemmi l’uomo-dio-natura delle Origini, il quale agiva in un perenne stato di subcoscienza. Ma in seguito alla nascita della coscienza (stimata attorno al 1000 a.C.) andò formandosi un individuo spiritualmente provato, psicologicamente matrizzato e costantemente perseguitato dai «mostri» della mente che si perse nel labirinto dei pensieri, finendo per anteporre i desideri materiali alle necessità dello Spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chissà che una consapevolezza autenticamente ecologica, cioè lontana dal «green» senza sostanza che quotidianamente ci viene sbandierato sotto il naso, non aiuti l’umanità del futuro a scavare sotto lo strato della coscienza soggettiva, così da trovare la forza di ri-convertire l’arte magica (o scientista) in arte naturalistica, quella che personalmente preferisco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’attesa mi assumo la responsabilità di prendere ad esempio quale «ultimo mago» (senza offesa per gli altri) una figura emblematica proveniente da quella che viene considerata da più parti «l’ultima stirpe dello spirito», i Celti, i quali attraverso il druidismo ebbero il merito di portare fino alle soglie dell’Europa storica l’antico sciamanismo ecologista largamente diffuso nel passato preistorico dell’emisfero settentrionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Myrddin, colui che ride</em></p>
<p style="text-align: justify;">Prima ancora di essere un «mago» depositario di saperi ancestrali, il Druido era un «uomo dei boschi» intimamente legato alla Natura. Bene lo rappresenta il mitico Myrddin, bardo e indovino, saggio e sapiente, trasformato dagli autori medioevali in Merlino, fidato consigliere del leggendario sovrano della tavola rotonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel regno gallese di Dyfed da una famiglia di ceto elevato, forse di sangue reale, Myrddin entrò in scena come figlio d’arte poiché suo padre, Morvryn, era un noto visionario e chiaroveggente. Un particolare che eccitò parecchio la fantasia dei monaci medievali, i quali scrissero che «Merlino era figlio di una vergine e del diavolo».</p>
<p style="text-align: justify;">All’età di nove anni &#8211; 3 volte 3 uguale 9, il «divino occulto» &#8211; gli fu imposto il nome nell’ambito di un rito a cui parteciparono i capi dell’esercito, che erano i nobili del suo tempo. Nove anni era l’età, secondo i Celti, in cui si concludeva la prima fase della vita. Una consuetudine seguita anche dall’altra parte del globo dai Pellerossa, che imponevano il nome ai ragazzi al raggiungimento di un certo traguardo anagrafico. La comunità, in pratica, si riservava tutto il tempo di osservare il nuovo elemento, valutandone il carattere sotto ogni aspetto. L’accettazione nel clan non era mai scontata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tradotto dal britonico in italiano Myrddin significa «colui che ride», un indizio che fa pensare a un ragazzino vivace, aperto e solare, cioè al lato positivo dell’immagine di «ambiguo incantatore» costruita dal Medioevo cristiano. Ma, d’altra parte, vanno capiti anche quei bravi monaci costretti a tracciare la figura di un figlio del demonio dovendone accentuare l’anima nera.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito dopo la cerimonia del nome, il ragazzo iniziò il suo addestramento a Mona. L’isola sacra difesa fino allo stremo dall’ultima regina celtica, Boudica, nella sua disperata lotta per la libertà, e risorta sotto l’egida del Drago Rosso dopo la ritirata dei Romani dalla Britannia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Piccoli druidi crescono</em></p>
<p style="text-align: justify;">A Mona l’istruzione delle matricole era imperniata sullo sviluppo delle abilità intuitive e sullo studio delle scienze naturali. Potevano volerci anche vent’anni prima che all’aspirante druido fosse conferito lo status di Grande Sapiente in una delle cinque qualifiche: filosofo naturalista e metafisico, bardo e profeta, medico e farmacologo, astronomo e insegnante, giudice e consigliere del re.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si sa quanto tempo impiegò il giovane Myrddin a «diplomarsi», tutto lascia supporre tuttavia che il ragazzo fosse un fuoriclasse, visto che riuscì a specializzarsi contemporaneamente in tutt’e cinque le materie. Un traguardo che gli permise di entrare in grande stile nella Storia del suo tempo, per essere infine consacrato alla leggenda come uno di quei rari esempi umani in grado di cambiare radicalmente il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’era nel costume dei Druidi, e degli sciamani paleolitici prima di loro, Myrddin esercitò le capacità precognitive di cui era dotato ad esclusivo vantaggio del suo popolo. Celebri divennero alcune visioni entrate in seguito nella Storia, come ad esempio la «Profezia dei Draghi», che prevedeva per l’Europa conflitti interni disgreganti (tuttora in corso) prima di poter assistere a una rinascita della celticità, cioè alla ripresa di una solida spiritualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrettanto famosa fu la profezia che annunciava l’avvento del «Cinghiale della Cornovaglia» che avrebbe liberato la Britannia dai suoi oppressori, concretizzatasi più tardi con la comparsa di Artù, il grande re europeo di cui Myrddin fu la guida spirituale, morale, culturale e strategica.</p>
<p style="text-align: justify;">I bardi più vicini al Druido a livello temporale, e perciò attendibili riguardo la registrazione dei fatti della propria epoca, narrarono che prima di assumere la direzione di un rituale importante egli si ritirava per tre giorni e tre notti in una caverna al fine di acquisire la forza spirituale necessaria a superare felicemente la prova.</p>
<p style="text-align: justify;">Come non riconoscere in simili tecniche il retaggio degli sciamani paleolitici, che dopo essersi calati in qualche oscura cavità assumevano pozioni a base di allucinogeni vegetali e poi partivano per i loro «voli astrali», addentrandosi negli universi paralleli abitati dagli Spiriti. Ancora oggi a Tintagel, in Cornovaglia, frotte di turisti in cerca di un brandello di celticità visitano l’imponente «grotta di Merlino», che nei momenti di bassa marea si può raggiungere a piedi passando attraverso un lembo di sabbia dalla forma di mezzaluna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ecologia profonda</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’arco di una vita dedicata al sapere magico Myrddin collezionò numerosi successi, ma dovette incassare anche dolorose sconfitte. Aveva forse sessant’anni quando decise di ritirarsi dal mondo, rifugiandosi nelle Cheviot Hills, un territorio anticamente occupato dalle fitte foreste della Caledonia e oggi ricoperto al massimo di erica e muschio.</p>
<p style="text-align: justify;">Stando ai racconti dei bardi, per un lungo periodo il suo unico compagno fu un cinghiale. Ma il cameo dell’animale selvatico nella sua biografia potrebbe essere un semplice stratagemma narrativo usato per spiegare che in questo luogo Myrddin instaurò un legame metafisico con l’aspetto giovane della Triplice Dea, simboleggiato appunto dal cinghiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Immerso nei boschi il Druido passava le giornate meditando sotto i meli selvatici in armonia con la potente forza trina della Terra (vita, morte, rinascita) e componendo in forma poetica varie profezie. Al termine del periodo sabbatico egli tornò quindi al sud, dirigendosi verso il Gwynedd gallese, dove incontrò la donna saggia che lo avrebbe accompagnato durante il suo ultimo viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte malignità sono state scritte dai monaci medievali sulla terza età del Druido. Prima si insinuò che a Myrddin la vita selvaggia avesse dato alla testa, poi che la giovane e bella Niniane fosse una profittatrice entrata nella sua vita allo scopo di carpirgli i segreti magici più preziosi, infine che lei utilizzò quelle formule per farlo fuori, trasformandolo in una roccia inanimata.</p>
<p style="text-align: justify;">Verosimilmente Niniane non fu mai l’amante di Myrddin bensì un’esperta Druidessa, forse una delle nove donne sagge di Avalon. Il vegliardo la prese con sé quando comprese che la vita terrena stava per abbandonarlo. Esalò l’ultimo respiro tra le sue braccia sull’isola di Ynys Enlli, dove la cosmologia druidica indicava la presenza di una «porta» d’accesso per entrare nella quarta dimensione, e lo fece sapendo che la donna che aveva accanto sarebbe stata in grado di proteggere il suo spirito, conoscendo alla perfezione il rituale necessario a traghettare un’anima nell’Oltremondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il trapasso Niniane depose il corpo inanimato di Myrddin in una caverna in cui agivano forti energie cosmiche. Piantò sulla soglia della grotta funeraria un biancospino, cioè un arbusto al quale era attribuita la speciale capacità di accogliere in sé l’essenza del defunto, e così facendo offrì al grande Druido una degna dimora nella dimensione terrena mentre il suo spirito si attrezzava per trasmigrare in quella ultraterrena.</p>
<p style="text-align: justify;">La perfetta esecuzione del rituale consentì all’anima di Myrddin di non uscire definitivamente dal mondo dei vivi (riecco il concetto di non-morte della tradizione indoeuropea) pur essendosi «tecnicamente» trasferita nello spazio che si trovava al di là di esso, ma di rimanere attiva in entrambe le dimensioni continuando a vegliare sul suo popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vuole la leggenda che qualche tempo dopo un gruppo di Druidi trasportasse a Brocéliande, una località a circa 40 km da Rennes, i semi delle piante cresciute sull’<em>humus</em> del biancospino di Ynys Enlli per dare vita anche nel continente a un’estesa foresta sacra. Da allora il luogo è meta privilegiata di iniziati e di curiosi provenienti da tutto il mondo, ma si dice che solo i visitatori dotati di una subcoscienza attiva possano percepire la presenza di Myrddin. Colui che fu, è, sarà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ultimi fuochi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Così Brian Bates, in <em>The Way of Wyrd</em>, ha ricostruito la visione del mondo di un antico mago-sciamano europeo partendo da un manoscritto conservato al British Museum: <em>“Essi vedevano l’universo, dagli dèi agli inferi, collegato da un enorme sistema di fibre che arrivava ovunque, un po’ come una ragnatela tridimensionale. Ogni cosa era collegata da fili fibrosi alla trama che avvolgeva tutto. Quanto ad ambizione, questa immagine supera di gran lunga le nostre attuali concezioni dell’ecologia, nelle quali abbiamo esteso le nozioni di causa ed effetto, finendo con l’includere sempre di più nel mondo naturale catene indirette di influenza. La trama di fibre dell’antico druido offre invece un modello ecologico che racchiude tanto gli eventi della vita individuale quanto i fenomeni generali fisici e biologici, sia gli eventi non-materiali che materiali, e mette in discussione le stesse catene di causa ed effetto sulle quali fanno assegnamento le nostre teorie ecologiche.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">La conquista romana della Britannia fece tabula rasa del naturalismo magico ancora presente in modo residuale nel settentrione europeo, e il seguito lo conosciamo. Gli ultimi medici-sapienti-maghi vennero perseguitati da un potere ottusamente confessionale e poi incolpati di «ingannare le persone con stratagemmi satanici». Bussava alla porta di casa-Europa l’epoca torbida dei diavoli e delle streghe, alla quale sarebbe seguita quella fintamente democratica della gnosi scientista, nemica giurata dell’«ignoranza superstiziosa».</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima parola (ancora valida) spettò all’Illuminismo: l’uomo era libero di pensarla come voleva, a patto che non andasse contro l’ideologia del progresso, altrimenti era da considerarsi un analfabeta scaramantico le cui parole non valevano nulla. Ma allora, tutti quei bei discorsi sulla libertà di pensiero? Come poteva essere libero l’atto del pensare se il pensiero stesso non partiva più dalle sue autentiche basi, che erano spirituali?</p>
<p style="text-align: justify;">Le risposte sono ancora in viaggio, e intanto il pensiero meccanicista non smette un attimo di vedere la Natura come una gigantesca macchina. La materia genera il cervello, il cervello produce la mente, la mente crea il pensiero. Elementare, Watson! E per favore si lasci perdere la «magia», che è sinonimo di ritorno a un passato di barbarie, al «buio Medioevo» in cui gli uomini erano impantanati in vaneggiamenti metafisici, non avendo abbastanza dimestichezza con lo strumento della ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ incomprensibile come nella loro foga riformatrice i progressisti non considerino la possibilità che la mente non sia una funzione del cervello, né l’eventualità che il cervello costituisca semplicemente il supporto fisico e temporaneo di una funzione che può esistere anche <em>senza</em> di esso, e continuerà ad esistere anche <em>dopo</em> di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Cacciata dalla porta, comunque, la metafisica è rientrata prepotentemente dalla finestra sotto forma di principi tanto indimostrabili quanto le vecchie e deprecate «superstizioni». Il bello della Storia delle Idee sta proprio nel modo unico e instancabile delle visioni umane di girare sempre attorno allo stesso perno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Magismo tecnologico</em></p>
<p style="text-align: justify;">Se la <em>slat an draoichta</em>, cioè la «verga del Druido», era costituita da un ramo di frassino o di nocciolo cui erano appesi con nastri multicolori dei piccoli oggetti tintinnanti, la bacchetta magica dell’illusionista del XXI secolo si chiama smartphone, o tablet, ed è anch’essa una fonte inesauribile di suoni e di colori.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo fatto dei passi avanti? Mah! … Ci sono numerose affinità tra l’infanzia guidata da individui potenti e carismatici (i maghi) che avevano il dono di comprendere conoscenze «superiori» e l’infanzia tecnologica diretta dai Ceo della Silicon Valley, anch’essa capace di trasportare in altri mondi e in altre situazioni, di connettersi a distanza, di farsi racconto e figura.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre d’infanzia si tratta, ancora non siamo diventati (o ritornati) adulti. Sebbene si debba riconoscere per onestà intellettuale che il magismo naturalistico chiamava direttamente in causa le capacità percettive dell’individuo, il suo Spirito, mentre la tecnologia si accontenta di proporre dei prodotti commerciali a settori specifici di soggetti passivi. Appare dunque poco probabile che la cosiddetta «rivoluzione digitale» riesca ad affrontare dignitosamente i principali problemi dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma forse l’hanno capito anche i suoi protagonisti, che negli ultimi tempi si autoaccusano dei danni sociali e psicologici provocati dai processi innescati nella società umana dai loro giochi virtuali. Nei primi anni abbiamo guadagnato una montagna di soldi, ammettono gongolanti, ma adesso è chiaro che, come nel caso del gioco d’azzardo, della nicotina, dell’alcol e dell’eroina, anche Facebook e Google producono la felicità di un attimo al prezzo di pesanti conseguenze negative.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti se la magia degenerata dell’ultimo periodo non era «la soluzione», nel senso che i suoi rituali hanno finito per diventare autoreferenziali, la tecnologia avanzata sembra possedere una spiccata pericolosità perché certi processi una volta avviati diventano inarrestabili e irreversibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutte le «invenzioni» dell’uomo hanno purtroppo un difetto congenito: nell’immediato sembrano produrre apparenti miglioramenti, poi però complicano enormemente la vita umana, rendendola talvolta insopportabile. Non c’è invenzione che una volta annunciata non sembri una trovata formidabile, decisiva e risolutiva, ma è raro che il suo inventore ne preveda le conseguenze, o comunque le tace perché quando emergeranno lui sarà morto. Scriveva Nietzsche: “<em>In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della storia del mondo</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Rita Remagnino</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Platone e l&#8217;Amore &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Apr 2019 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Merlino]]></category>
		<category><![CDATA[Mitologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Platone c’insegna che con Amore non si scherza. Se ci afferra, dispettoso fanciullo, demone nell’accezione antica, cioè tra la divinità e l’uomo, non ci molla ci travolge ci stravolge. Ecco perché l’oggetto del nostro amore è sempre bello, mentre colui che ama è sempre brutto. Cesare Pavese: ‘E’ buio il mattino che passa senza la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Platone c’insegna che con Amore non si scherza. Se ci afferra, dispettoso fanciullo, demone nell’accezione antica, cioè tra la divinità e l’uomo, non ci molla ci travolge ci stravolge. Ecco perché l’oggetto del nostro amore è sempre bello, mentre colui che ama è sempre brutto. Cesare Pavese: ‘E’ buio il mattino che passa senza la luce dei tuoi occhi’… Banchettano gli dei, se la spassano come comuni esseri mortali, e Poros (l’Espediente, il Possesso), avendo assai bevuto, si sdraia sul prato per farsi un sonnellino e digerire, magari tra un rutto e l’altro, cibo e vino. Ecco che, allora, se ne approfitta Penia (la Povertà), quella che nessuno invita perché troppo racchia e guastafeste. Fino a quel momento ad elemosinare gli avanzi, essa giace a lui accanto e si fa possedere. Così, nel giorno del compleanno d’Afrodite, venne concepito Eros, amante della bellezza e dedito a generare amore. Platone, grande costruttore di miti. Così: ‘E’ bello ciò che piace’, dicono trovando conforto sfigati falliti allupati e non solo loro…<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/04/M-2-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-34014 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/04/M-2-2-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a></p>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">(Avevo un amico, scapolone impertinente, su in Romagna, dove ho trascorso tanta parte della mia giovinezza. L’estate scorrazzava sulla spiaggia nei dancing a fare la posta davanti agli alberghi. Erano gli anni delle tedesche, bionde alte coscia lunga carnagione fior di latte, in cerca di sole mare pizza e magari un flirt guardando le stelle mentre facevano scivolare le mutandine sulla sabbia. Non alto, i capelli arruffati, senza una lira, con una Vespa scrostata e in cerca perenne di un po’ di miscela. Eppure era il nostro mito. Sempre con ragazze top-model… Beh, ormai avendo superato i quarant’anni, una sera al bar Canasta ci raggiunge e fa esplodere la notizia shock: ‘Mi sono sposato. Domani sera tutti a cena da me che ve la presento. E’ uno schianto, mai avuta una donna così bella e brava…’. Bottiglia di spumante paste fiori camicia pulita pantaloni stirati. Ci apre l’eroe dei nostri sogni di erotismo estremo, mentre dalle scale scende un essere alieno e amorfo, insomma un cesso, ‘na cozza. Ammutoliti sconcertati sconvolti ci guardiamo fra noi e lui, serafico con voce modulata e soave: ‘Ragazzi, ho sempre amato i quadri di Picasso!’).</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Torno sul dialogo <em>Il Simposio</em> perché è quello più distante dall’immagine a tutto tondo del filosofo che della razionalità si fa arma per distruggere gli odiati sofisti e costruire un grande affresco sistematico. ‘Solo la bellezza ci salverà’: è Dostoevskij che parla e aggiunge, nel suo libro più famoso, dopo aver riconosciuto come ‘il mondo è costruito sulle assurdità. Non comprendo nulla, e non voglio comprendere nulla’, che si resta in esso ‘per la furiosa e scostumata sete di vivere’. Grande, troppo grande… E Platone introduce, da narratore esperto, l’arrivo di Alcibiade, il bello invidiato desiderato Alcibiade, a cui tutto è concesso e a cui tutti vorrebbero concedersi. Folle ed ebbro di desiderio per Socrate… consentendo, con il rifiuto di quest’ultimo nell’accettare l’offerta del corpo giovane e prestante, di elevare la bellezza all’Idea del Bello, percorso privilegiato per accedere alla visione universale e necessaria. Mentre la ragione si vede costretta procedere per gradi relazioni connessioni, in una sorta di gioco dell’oca o del gambero – che palle! -, un passo avanti due indietro e ancora un passo…</span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Shakespeare, nel Romeo e Giulietta: ‘Chi è che ama se non al primo sguardo’. Su una panchina, nel giardino del castello di Gradara, Paolo e Francesca si smarriscono e si trovano tramite un libro che parla d’amore. In fondo il dialogare intorno alle ‘cose d’amore’ e immergersi nell’arte della seduzione amorosa possiedono labili confini. Il corpo con il sudore e lo sperma, l’animo con i suoi timori e tremori… Prima venne la poesia, ciò per cui si conserva il nome – in Grecia fu Omero, ad esempio, descrivendo Ettore e Andromaca alle porte Scee (qui, su Ereticamente, una delle prime punte di freccia scagliate dall’arco della mia genialità!) -, poi il volo al tramonto dell’uccello caro alla dea Athena, come affermava nei rari momenti lirici il pedante Hegel. Nella cella dei condannati a morte, nella notte del 5 febbraio 1945, il mio fratello più caro verga questi ultimi versi: ‘Les derniers coups de feu continuent de briller/ dans le jour indistinct où sont tombés les nòtres./ sur onze ans de retard, serai-je donc des vòtres?/ je pense à vous ce soir, ò morts de Février’.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/04/M-3-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-34015 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2019/04/M-3-2-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt;">Ecco: anch’io, alle prime luci di questo giorno in cui si rinnova il ricordo di quelle dodici bocche avide del tuo sangue, là, nel forte di Montrouge, avverto più prepotentemente lo strazio della tua carne strappata, Robert Brasillach. E avverto come siamo venuti meno in tanti, in troppi, alle virtù della fierezza e della speranza che volesti lasciarci a testamento. E rammento come Jean Anouilh, il commediografo che s’era adoperato a raccogliere le firme degli intellettuali francesi per chiedere la grazia, respinta, al generale de Gaulle, passeggiando con l’amico e attore Paul Fresnay, apprendendo della sua fucilazione, esclamò: ‘Anche noi faremo la nostra lista (di proscrizione)!’. Spiegando che sarebbe stata ‘la lista di coloro a cui non stringeremo più la mano’. E conservo i tuoi Poemi di Frèsnes, che non volli farmi mandare nel carcere di Regina Coeli perché dovevo ritrovarli fra i miei libri come segno della libertà riconquistata. Quelle poesie, strazianti e rasserenanti, che sono la vittoria dell’amore sull’odio, del vinto(?) sull’arroganza del vincitore(?)… e che elevano il poeta là dove Platone collocava la Bellezza tramite Eros…<br />
<br style="mso-special-character: line-break;" /></span></div>
<div>Mario Michele Merlino</div>
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		<title>Memorie di un covo, aria di rivoluzione &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jan 2018 07:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci si ritrovava, a sera, all’interno della sezione, ricavata tra i ruderi delle Terme di Traiano, al parco del Colle Oppio. A fumare delle sigarette aspre e comprate sciolte, tre o quattro, le più economiche, a bere gazzosa o vino di pessima qualità, che lasciava la bocca impastata e stringeva lo stomaco. Intitolata alle terre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci si ritrovava, a sera, all’interno della sezione, ricavata tra i ruderi delle Terme di Traiano, al parco del Colle Oppio. A fumare delle sigarette aspre e comprate sciolte, tre o quattro, le più economiche, a bere gazzosa o vino di pessima qualità, che lasciava la bocca impastata e stringeva lo stomaco. Intitolata alle terre redente e perdute d’Istria e Dalmazia, ma da tutti noi chiamata ‘Il Covo’, a memoria di quello storico in via Paolo da Cannobio 35, dove c’era la redazione de Il Popolo d’Italia e la stanzetta del futuro Duce con la bandiera degli arditi alla parete e sulla scrivania revolver e bomba a mano. ‘… fra le grigie facciate tutte botteghe e finestre aperte nella greve atmosfera di quelle strade popolane che attraversa un rione angusto e senza respiro di piazze’, come Giorgio Pini lo descriveva nel 1984, egli che l’aveva condiviso. Ceduto negli anni Trenta alla Scuola di Mistica Fascista. Da dove tutto era cominciato e a cui noi si guardava con partecipe nostalgia. Aveva, in quei giorni d’ardenti passioni e storiche decisioni, ammonito Mussolini ‘I vinti avranno una storia, gli assenti no. … Chi tiene troppo alla sua pelle non andrà nelle trincee, ma non lo troverete certo nemmeno il giorno della battaglia nelle strade’. E così fu. E allora noi, ondate ormonali appagate da bastoni e barricate (a cui, nonostante tutto, rimango, anacronistico e patetico, fedele pur con gli occhi stanchi e il passo incerto), a confondere le nostre bravate davanti alle scuole e in piazza con lo squadrismo, i suoi BL 18 ‘bombe a mano e carezze col pugnal…’, a rendere la cronaca sciatta dei primi anni Sessanta simile alla storia di furore epico ed esaltante del nascente Fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sezione appariva un sacrario, chiesa catacombale di una religione in armi. Due busti in bronzo del Duce che in quattro di noi si faticava a sollevare dal piedistallo ove erano collocati. Si raccontava che, il più pesante, l’avesse portato in spalla Zambo e con una mano in tasca stringendo la bomba a mano a difesa. Grande grosso i capelli ricci il volto di carnagione scura e i tratti robusti. Era stato bersagliere sul fronte russo, da cui era ritornato con i piedi congelati. Lento, di conseguenza, nei movimenti, ma di una forza prodigiosa. E di Fede, umile e intransigente. Quando il corpo di Mussolini venne restituito alla famiglia, a Predappio, un giornale svedese pubblicò due foto di Zambo (non ho mai conosciuto il suo vero nome) in ginocchio e il volto rigato di lacrime. Sotto, a didascalia, qualcosa del genere ‘il gigante buono piange il suo Duce’… Vestiva di stracci dormiva sulle panchine &#8211; solo nelle notti di particolare freddo stendeva le coperte sul biliardo della sezione – si lavava alle fontanelle. Ed era pronto a battersi. Una notte lo vidi togliersi il sangue, che gli colava da uno squarcio in testa, probabilmente da una bastonata, con l’acqua fredda della fontana. E, in altra occasione, prese me e un giovane profugo istriano a colpi di giubbotto arrotolato perché leggevamo a voce alta versi del poeta russo Vladimir Majakovskij ove s’inneggiava a Lenin. ‘Partigiani! Merde!’, lo sentimmo inveirci contro, mentre lesti ci si teneva alla larga in attesa che l’’ira funesta’ si calmasse.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/M-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-25432 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/M-2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Erano questo tipo di camerati che non ti arricchivano nelle conoscenze non ti davano indicazioni su come schierarsi di fronte alle dinamiche sociali e politiche non si distinguevano negli annosi e sovente sterili dibattiti a favore di Evola contro Gentile o tra nuovi pagani e cattolici osservanti e neppure, le più pragmatiche, scelte se restare fedele espressione ed eredi della Repubblica Sociale o aprirsi ad una Destra con monarchici e frange liberali. Erano però il cuore, forse la pancia, di un popolo che s’era illuso di poter essere grande – le bonifiche la conquista <em>dell’Impero i milioni di baionette -, di poter essere pari agli Stati, l’Inghilterra in primis, che la facevano da padroni in Europa e nel mondo, e non si riconoscevano nel tradimento del 25 luglio e nella vergogna dell’8 settembre. Non c’era ragione storica o qualsiasi altra motivazione che potesse sradicarne il senso di appartenere ancora e sempre ad una comunità ideale, quella che s’era stretta a raccolta sotto il balcone di Piazza Venezia. E c</em>on il tempo comprendi come siano sempre quelle emozioni ad antecedere ogni tuo ragionamento. Ho appreso, rendendolo valore in sé, come la carne sia forte (tutto il contrario della debolezza di cui i cristiani fanno lezione) ed è la mente, arrogante e presuntuosa, ad essere fragile o capace di edificare alibi a se stessa. Forse un paradosso per chi e per quaranta anni ha incespicato, in cattedra e fra i banchi, nel mondo delle idee… Alle pareti, tinteggiate in modo grossolano e di colore rosso mattone, riquadri di vernice bianca con frasi dell’ultimo Mussolini. ‘Non dovete essere i testimoni della disfatta, ma artefici della rivincita’, cito con incerta memoria. Appunto, lesti e furbetti, via la camicia nera i saluti romani i ‘Viva il Duce!’… Quando s’è sbaraccato tutto l’armamentario di un ingombrante passato non so dirlo. Forse anni Ottanta. I nuovi – ed ultimi – gestori della sezione hanno, previdenti e preveggenti, compreso come, prima o poi, sarebbe disceso – non da qualche nuvoletta, ma prosaico dalla sua villa di Arcore – il traghettatore verso i salotti bene nella rispettabilità borghese offrire posti in qualche consiglio d’amministrazione e, sommo gaudio, scranni da ministri e sottosegretari. E avrebbe imposto loro giacca e cravatta, ripuliti fuori e mondi nella mente e nel cuore. Proni sempre e comunque. Senza traumi freudiani e rimpianti e rancori e, ancor meno, quelle idee storte di radicali alternative. Oggi, parabola discendente, una sindaca in cerca di teatrino, essendo priva di competenze e di capacità (i cassonetti trasudano sul marciapiede sacchetti d’immondizia, gli autobus sono presenza evanescente, zingari e migranti si predispongono a spadroneggiare), di soppiatto, come ladri nella notte, ha mandato vigili armati di catene e lucchetti…</p>
<p style="text-align: justify;"> Era l’autunno dell’anno 1969. Dopo la breve stagione gioiosa e di rivolta generazionale del ’68, simile a meteora all’università di Roma – e ne sanno qualcosa i dirigenti del MSI del PCI e del Ministero degli Interni &#8211; , si profilava la stagione di bande l’una contro l’altra armate, di improbabili strategie quando non si traducevano in ammiccamenti servili – entusiasmo voglia di cambiamento resa dei conti finirono ad essere simili a ‘ruggito del topo’ (facile oggi trarne le inevitabili conseguenze. Allora fu sangue generoso versato da entrambi i fronti e sbarre chiavistelli latitanza) -. Ultimo ricordo, qui, del Covo dove ero approdato nel ’62 e da cui me n’ero andato nell’estate del ’65, subito dopo il Congresso di Pescara. Aria di rivoluzione, per dirla con il titolo di una canzone di Franco Battiato, ma questa è altra storia. Si risale per il Colle Oppio, non ricordo da quale manifestazione venivamo. Siamo un gruppetto di anarchici, compreso quel ‘compagno’ Andrea proveniente da Genova, identificato poi quale agente di polizia. Si arriva all’altezza della sezione. A qualcuno viene l’idea – nulla in sé di originale in quei tempi di ordinario disordine (un Chaos, in verità, incapacitante di partorire ‘stelle danzanti’) – di lanciarvi dentro una molotov. Una bottiglia di vetro e della benzina del motorino e del terriccio da fare spessore. Rudimentale prodotto di ragazzotti estrosi ed esaltati. Andrea si propone chè vuole sperimentare l’emozione e ‘l’effetto che fa’. Una misera macchia di bruciato sul pavimento del salone, il risultato. Nessuno se n’accorse e nessuno sarebbe venuto a saperlo se… durante le indagini su Piazza Fontana – io già a misurare tre metri per sei &#8211; Andrea (credo) se ne uscì attribuendomi ideazione preparazione esecuzione. Come se non bastasse il mandato di cattura per strage con il suo carico di morti e carni lacerate. Conclusione: mi trovai un secondo capo d’accusa con l’aggravante. Oggi vi posso sorridere (e riflettere su giustizia e strategie di Stato, ma anche queste sono altra storia) e preservare memoria, la sola che conta, di Zambo delle pareti scrostate e muffe del busto del Duce di quell’atmosfera cospiratoria di giovinezza ardente e amara. Senza metafore e metanoie…</p>
<p>Mario Michele Merlino</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Aneddoti e misteri in giorni di un lontano dicembre &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Dec 2017 09:03:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mio padre aveva il posto a capotavola, due delle mie sorelle ad un lato, l’altra ed io dall’altro. Mia madre sedeva in fondo là dove si apriva la porta per la cucina. La prima ad alzarsi, l’ultima a sedersi. Accanto al piatto ognuno di noi riconosceva il portatovagliolo di un bel colore fiammante (l’uso di quelli di carta e, poi, dei piatti in plastica tardò a venire, come segni di rigetto del consumismo e di quanto ‘puzzasse’ di americanismo, ivi compresa la televisione). Era un rito consolidato sicuro stabile. Primo ad essere servito mio padre, in successione noi figli. Non c’era, in verità, nessuna regola scritta risalente al tempo arcaico di quel mondo contadino, quando gli uomini si sedevano a tavola tenendosi il cappello, come il re con la corona, per riaffermare d’essere essi i ‘domini’. Confesso che entrambi, i miei genitori, furono comunque in anticipo coi tempi come consentire alle mie sorelle di poter viaggiare anche all’estero. Mio padre, un sedentario che conosceva il mondo e ogni paese il più lontano tramite la geografia dei libri, per ciò che non era stato e avrebbe voluto essere (credo), mia madre, che aveva, in nome della famiglia, rinunciato al suo spirito ardito (a ventidue anni se n’era andata in Francia ad insegnare nelle scuole del Fascismo all’estero, dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza in collegio), per riversarne sui figli (credo). Amavano, però, senza spocchia, le ‘sane’ abitudini di cui pranzo e cena erano componente essenziale. Il ‘decoro’ che noi s’irrideva ed oggi, forse, si rimpiange…</p>
<p style="text-align: justify;">Mio padre era un grande affabulatore, lettore vorace e di memoria granitica (sarebbe stato, di sicuro, un professore di valore e amato dai suoi allievi, se non si fosse immerso in studi giuridici), in ufficio affettuosamente soprannominato ‘Treccani’. Un sapere enciclopedico, soprattutto di carattere storico (avendo studiato al prestigioso, allora, liceo Tasso aveva tratto dagli studi umanistici quella linfa vitale che – ad esempio, secondo la riforma di Giovanni Gentile – avrebbe dovuto forgiare la futura classe dirigente). E questo sapere lo riversava a noi figli, anche durante i pasti (suppongo per piacere personale per educarci e, nei primi tempi, per compensare il piatto scarso negli anni successivi la guerra. Non la miseria, ma modeste condizioni e un sobrio intento di vita). Quel valore dell’esistenza che era in procinto d’essere spazzato via dal nuovo modello ‘lavora produci consuma’ di cui, in qualche misura, siamo ormai tutti vittime e carnefici. Così, fin da bambini, con un linguaggio piano e adatto, ci introduceva nel mondo ampio e lontano ove nascevano le antiche civiltà Roma il Medio Evo il Risorgimento, a lui particolarmente caro, la Grande Guerra, che aveva vissuto da bambino attraverso i bollettini di guerra, trasmessi dalla radio, e da mio nonno, interventista sabaudo. Qui si fermava per non imporre – a suo dire – scelte e valutazioni su uomini e vicende troppo prossimi. Gli piaceva arricchire il raccontare, simile a fiaba e romanzo e quadro in movimento, con tutta una serie di aneddoti. Confesso che di molti mi sono servito nelle mie lezioni a scuola. Una storia di uomini, con eroismo o debolezze comprese. E mi rendo conto d’esserne stato forgiato. L’aderire, a sedici anni, ad un tempo eroico di uomini in piedi fra le rovine, sognatori e costruttori, illusi forse, ma sempre carne ossa e sangue di un ideale ‘di credenti e combattenti’. Perdenti e pur vincitori. Di uno di questi aneddoti, oggi, intendo qui riportarne il contenuto. Raccontava, dunque, mio padre come, durante una seduta del Parlamento del Regno d’Italia, il deputato radicale Felice Cavallotti (celebre avvocato grande oratore estroso nel vestire e nei modi duellante imperterrito tanto da essere ucciso al trentatreesimo, mi pare, duello con la sciabola) si rivolgesse a Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio, rimproverandogli come i suoi interventi fossero scarni, privi di passione, un elenco di cifre e di dati, mai un tono acceso coinvolto e coinvolgente. E Giolitti, senza neppure alzare il capo e guardarlo in faccia: ‘Io quando non ho nulla da dire taccio…’.</p>
<figure id="attachment_25226" aria-describedby="caption-attachment-25226" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/M-2.png" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-25226 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/12/M-2-300x157.png" alt="" width="300" height="157" /></a><figcaption id="caption-attachment-25226" class="wp-caption-text">Adriano Romualdi</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">M’è tornato a mente di recente. Nell’anniversario del 12 dicembre, data della strage di Piazza Fontana. Quarantotto anni sono trascorsi da quel venerdì quando, alle otto di sera, tre agenti dell’Ufficio Politico suonano alla porta di casa e, con il pretesto di dover essere sottoposto ad un confronto, mi impongono seguirli in questura. Mentre mio padre, accesa la televisione (comprata pochi mesi prima su insistenza di mia madre, convinta così di trattenermi a sera in casa) mi annuncia di una bomba esplosa a Milano e mia madre di tenermi in caldo la minestra. Ne ho scritto, poche righe, sul mio profilo fb. E, di prassi, ho raccolto alcune centinaia tra commenti condivisioni ‘mi piace’ reazioni fra coloro che mi seguono e di cui, in gran parte, ignoro tutto o quasi. Questa è la realtà virtuale, di un mondo che mi appare, anche fuori da schermo e tastiera, ormai virtuale (senza scomodare figure quali Platone o Shakespeare)… Non ne traggo riflessioni filosofiche (da circa dieci anni sono in pensione), non di certo morali (ho superato le icone del sacro e l’estetico non mi offre salvezza), non esistenziali (le mie fondamenta sono riposte sul nulla, per dirla con gli amici Stirner e Nietzsche), ne traggo solo il modo per trascorrere lunghi e pigri e noiosi pomeriggi onde evitare come la cappa grigia del tempo s’irradi fino a penetrare nella mente confusa e nel cuore stanco. Ahahah… mi dico d’essere irriverente e strafottente, ma prendete sempre con cautela la veridicità delle mie affermazioni! Fra i commenti qualcuno – non ho annotato il nome – ha espresso il suo ‘dispiacere’ perché poco o nulla ho parlato della vicenda, se non per episodi minuti e mai dando una mia chiave d’interpretazione. La storia tramite particolari, mio padre; l’aneddoto intorno a Felice Cavallotti, nello specifico. Furono anni, quelli che si snodarono da Piazza Fontana, che s’accompagnarono, nella ferocia e nell’odio dell’uno contro l’altro armati, con il sospetto le ombre l’inquietudine di trame e di teoremi i ‘grandi vecchi’ i servizi segreti, deviati, le inquisizioni i linciaggi fiumi di parole montagne di cartapesta liste di proscrizione. E solo il sangue versato le sbarre e i chiavistelli la latitanza sembrarono essere cifra e misura. Nietzsche invita a prendere le distanze – e si potrebbe citare il ‘cavalcare la tigre’ o il ‘lasciare la presa’ della tradizione orientale; Giolitti a tacere se non a parlare solo sul concreto… Ed io, per sopravvivere, ‘faccia al sole e in culo al mondo!’.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una risposta, lo so. Non me ne compiaccio, non me ne dolgo. Il domandare, già, del pensiero contro il dare risposta, preda del contingente dell’utile dell’inganno. Quando vennero a prendermi e, poi, nei giorni successivi, ero convinto – ingenuo, illuso – che sarei stato rilasciato entro pochi giorni. Nonostante che mi avessero trasferito dalla Questura al carcere di Regina Coeli, in cella d’isolamento. Qui, il 21 dicembre, mi venne consegnato il mandato di cattura dal capitano dei carabinieri Varisco, profugo dalmata e ucciso anni dopo dalle Brigate Rosse. Una vicenda che si è trascinata, per quanto mi riguarda, fino al gennaio del 1987 quando la Cassazione ha posto fine al balletto dei processi. Roma Milano Catanzaro Bari. Fine, va da sé, solo d’ordine giudiziario, perché altro è vivere la ‘propria’ storia ed essere segnato (a dito, anche, e le scritte sui muri e gli slogan durante i cortei dei ‘rossi’ e il bisbiglio fra colleghi e il loro disprezzo – ricambiato – altra la misura del tempo e dei giorni la ricerca di volti parole occasioni perdute). Basta; ‘uno schianto non una lagna’… Ecco: taccio perché, nel mio universo tolemaico, entra soltanto ‘la torre del nostro orgoglio e della nostra disperazione’ mentre m’annoia e resta fuori ogni interpretazione che pretende essere alta nobile esaustiva grintosa intelligente ultima definitiva e che, al contrario, m’appare il ruggito del topo…</p>
<p style="text-align: justify;">Taccio perché nulla ho da dire; taccio perché non m’interessa più quello che potrei o meno avere da dire; taccio perché è trattasi di consegna che mi sono dato (a me stesso per sopravvivere, costruendomi mura di silenzio e non per adeguarmi ad una sorta d’ordine omertoso). E con ciò potrei chiudere qui, ma no, ancora un ricordo…Adriano Romualdi mi fu amico, nonostante le strade si diversificassero con la scelta, che non condivideva, di essere componente riconosciuta legittima auspicata in quella mattina di anticipata primavera che fu il 1 marzo del ’68 a Valle Giulia. Fu Adriano ad educarci al solstizio d’inverno, quando i popoli arya, nella notte più lunga, accendevano roghi a forma di ruota e di svastica. E la lezione ci rimase segno indelebile, rinnovata – per la militanza più giovane – da Peppe Dimitri. I Monti Lepini, il fontanile, il cerchio magico, i canti, l’attesa dell’aurora, faccia al sole e braccio teso. Oggi nella mia stanza, popolata nonostante tutto di miti di eroi di visioni di volti amici di una comunità, dispersa, ma viva nella memoria… E quella cella d’isolamento, note del 21 dicembre ’69 (a ridosso, dunque, di quell’attesa di ‘renovatio’). Sono rivolto verso la parete, sporca e trasudante umidità, sul letto i fogli del mandato di cattura, l’orrore e l’ingiustizia e l’angoscia di non trovare le energie atte ad affrontare il rovinio, il corpo fragile che domina ogni sforzo di essere placato, il pianto come solo da bambino ero capace d’avvertire. E l’idea della morte, consolatrice… Di altra consolazione in quella notte eco di lontani miti di misteri d’evocazioni di richiami di presenze, forse, non posso dare nome alle emozioni ai sentimenti, non do nome a quanto in quella notte avvenne e di Lei il fruscio dei capelli sulla mia schiena l’odore della carne la forma dei piccoli seni e, in un italiano stentato, il rassicurarmi. Mi addormento, profondo quieto ristorato. Al risveglio so che, comunque vada, non mi vedranno vinto, non sarò mai un vinto. Ho rispettato la consegna?</p>
<p>Mario Michele Merlino</p>

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		<title>Il bottino di un mercenario &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 07:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nome in codice è ‘Dragon Rouge’. Ufficiali americani e belgi, con base a Bruxelles, ne hanno studiato e programmato l’operazione. Dodici giganteschi C-130E sono a disposizione per il trasporto di paracadutisti al comando del colonnello Charles Lau-rent. Aerei Usa, truppa belga. Intervento legittimato, si fa per dire, dal governo del Congo (dove la legalità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il nome in codice è ‘Dragon Rouge’. Ufficiali americani e belgi, con base a Bruxelles, ne hanno studiato e programmato l’operazione. Dodici giganteschi C-130E sono a disposizione per il trasporto di paracadutisti al comando del colonnello Charles Lau-rent. Aerei Usa, truppa belga. Intervento legittimato, si fa per dire, dal governo del Congo (dove la legalità è un eufemismo da quando l’ex colonia ha ottenuto il 30 giugno del 1960 l’indipendenza); motivato da scopi umanitari (magari sottacendo gli e-normi interessi economici per un territorio ricco di risorse minerarie e, al contempo, neutralizzare ogni ingerenza sovietica), tesi a liberare gli ostaggi ‘bianchi’ in mano ai ribelli simba. Meta: la città di Stanleyville.</p>
<p style="text-align: justify;">“Faremo dei feticci con il cuore degli americani e dei belgi e ci vestiremo con la loro pelle”, dichiara Christophe Gbenye, seguace di Lumumba e suo erede, e dalla radio ribelle “In caso di bombardamento mangeremo tutti gli ostaggi”. Minacce concrete – quando erano entrati in città, guidati dal generale Olenga, vi si trovavano ancora in mille e seicento non congolesi di varia nazionalità, in gran parte belgi, monaci suore addetti d’ambasciata commercianti famiglie nate e vissute da sempre in quei luoghi. Immediatamente prelevati dalle loro abitazioni e rinchiusi in attesa d’essere finiti in ‘in un bagno di sangue’. E ne avevano dato prova. Nella marcia d’avvicinamento, in località quali Bambesa o Bunia, le donne bianche erano state stuprate (e la monaca, suor Maria Teresa,uccisa a colpi di baionetta per aver dato uno schiaffo ad un nero che voleva violarla), gli uomini torturati e massacrati e, particolare accanimento, era stato riservato ai frati.Alle prime luci dell’alba dei 24 novembre 1964, i primi cinque aerei sorvolano la città e, in soli sessanta secondi, si lanciano sull’aeroporto trecentoventi paracadutisti con lo stesso colonnello Laurent a comando. Compito prioritario sgombrare la pista dagli ostacoli ammucchiati di vario genere e consentire così, in rapida successione, ad altri sette aeroplani di atterrare con duecentoventicinque uomini e due jeeps armate di mitragliatrici. Intorno alle sette del mattino l’aeroporto è in loro possesso e, a passo di corsa, i reparti si muovono in direzione della città. Non basta ad impedire come, prelevati una parte dei prigionieri – in fila per tre e in numero di duecentoquaranta – i simba li spingano, servendosene quale scudo umano, alla periferia là da dove si stanno avvicinando i ‘liberatori’. Di fronte, però, all’arrivo dei parà aprano il fuoco e poi, dato mano al coltello, fare scempio dei corpi e darsi alla fuga. Ventidue, fra cui quattro donne e due bambine, i cadaveri insanguinati; altri centotrenta assassinati e straziati saranno ritrovati in diverse zone di Stanleyville. Poche ore dopo fa ingresso in città la colonna di Michael Hoare che, a marce forzate, hanno liberato Kibombo (quattro dei cinque residenti europei sono stati ammazzati) e Kindu, in modo così fulmineo, che i ribelli non sono riusciti nell’intento di scannare i centoventicinque bianchi in loro mano. Ed ora inveiscono contro gli USA e i belgi perché, è la loro opinione, si sarebbero potute risparmiare maggiori vite se l’operazione fosse statacondotta solo per via di terra e a loro affidata. I simba, sempre a loro dire, si sarebbero allertati alla vista degli aeroplani, di cui hanno particolare terrore, molto meno per l’avanzare di una colonna in marcia.Si sa, del resto, come tra le truppe dell’ONU e affini e i mercenari – gli affreux (gli orribil<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/013.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-24938 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/013-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" /></a>i) in gergo – non corre particolare simpatia. Uno dei loro comandanti, Michael Hoare, appunto, è cittadino sudafricano, odia tanto i nazionalisti neri del suo paese quanto osteggia il comunismo sotto ogni veste si manifesti. Così i suoi uomini, tante le nazionalità, ma, accanto all’anticomunismo, sono accomunati nel combattere la svendita che, di fatto, l’Europa sta facendo della propria funzione secolare in Africa,di civiltà e primato dell’uomo bianco, del suo porsi prona ai dettami dell’ONU e nel farsi sostituire dagli interessi USA. Vi è poi spirito d’avventura sfida al pericolo rifiuto dell’esistenza borghese… Fra questi ultimi, ‘con la sua fedele 12,7’ – mitragliatrice pesante montata su una ca-mionetta Ford – <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/M-2-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-24937" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/M-2-1.jpg" alt="" width="1" height="1" /></a>c’è Girolamo Simonetti. ‘Noni’, come veniva soprannominato. Con dei lineamenti fini e pur decisi, il fisico asciutto e robusto. Dava l’impressione essere un po’ sbruffone, l’aria e il gesto strafottenti, a nascondere l’inquietudine che si por-tava dentro e caratterizzava molti di noi. Simili a pulcini bagnati, usciti dal guscio di una esistenza, ‘aurea prigione’, famiglie piccolo-borghesi di cui ci sentivamo come in gabbia, troppo protetti e vincolati a principi esangui e formali. L’insofferenza tanta, compagna dell’adolescenza come i brufoli e la prima macchia bianca sul lenzuolo. Poi, con gli anni, la si tacita le si fa il verso – amara l’ironia &#8211; ci si convive con‘mutua, televisore, salotto e doppio mento’ e qualche compromesso di troppo.(Oggi, nella volgarità dilatata e onnivora del presente, mi viene sovente da pensare che forse quella educazione rappresentava, con il suo insistere su decoro ed onestà, l’estrema trincea di un mondo in estinzione. Eravamo, illusi, alla ricerca del lucernaio da dove sentirci prossimi alle stelle, siamo sprofondati nelle fogne in compagnia di topi e liquame).</p>
<p style="text-align: justify;">Girolamo, no. Senza chiasso, roboanti proclami, gli occhi dilatati verso sogni di terre lontane, fedele alla giovinezza eterna – là dove l’eco della Tigre di Mompracem e del Corsaro Nero non s’erano spenti, prese il treno per Bruxelles e, ‘solo verso sera che, sotto una pioggia battente, entriamo nel bar Le fantassin&#8230;’. Il resto lo si può leggere ne Il bottino del mercenario, pubblicato anni dopo (1987), che sa preservare il clima d’avventura e lo spiritaccio che l’animava. Fedele, dunque. Ottobre 1960, gli studenti in agitazione e in sciopero e, in massa, in lunghi cortei a difesa dell’italianità dell’Alto Adige – a ripensarci, tardivo senno del poi, battaglia di retroguardia, sentimenti d’ardente giovinezza per eco di un nazionalismo anch’esso tardo a morire. A Villa Borghese le cariche della celere. Sedici anni. Mi trovo a fianco Roberto e Girolamo in fuga nei prati e fra le panchine del Parco dei daini. Ci si lega – anni dopo leggerò in Gilles di Drieu la Rochelle come l’amicizia sia figlia del pericolo. Il 15 ottobre, tutti e tre si va in via Quattro Fontane, a Palazzo Del Drago, dove sono i locali della Giovane Italia. Inizio formale di militanza mai dismessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Con Roberto siamo rimasti in contatto. Girolamo ad altro orizzonte aveva deciso di spendere gli anni della giovinezza… Stanleyville, come s’è detto, era nelle mani degli uomini di Antoine Gizenga e Pierre Mulele, proclamatisi i simba (cioè leoni), armati di modernissimi mitragliatori cinesi ed esaltati dalla ‘mai Mulele’(l’acqua di Mulele), una postura magica e capace di trasformare le pallottole del nemico in inoffensive gocce d’acqua. Guidate da Mike Mad Hoare e Jean Schramme, un colono belga che all’aratro aveva sostituito il mitra, due colonne di poche centinaia di ardimentosi ciascuna, mercenari bianchi e Katanghesi rimasti fedeli a Moise Ciombè, in esilio dorato in Spagna, si erano mosse a tenaglia e aprendosi la strada sparando su chiunque ten-tasse di impedirne il cammino. Sorta di gara per chi arrivasse primo.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni successivi, quando rientrava a Roma, spendeva tutti i soldi guadagnati con il sangue anche proprio (era stato ferito nei pressi del lago Tanganika, mi sembra) disinvolto e generoso; affastellava cimeli del folklore africano alle pareti dell’appartamento di via Montebello, che condivideva con la madre; arricchiva la sua collezione di fotografie. Rari i momenti d’incontro. L’ultimo in Calabria, a Briatico, dove trascorrevo le vacanze nell’agosto dell’’89 o del ’90. Asciutto e taciturno. Da tempo viveva in Argentina e si apprestava a tornarvi. Si congedò con un rude abbraccio una stretta di mano un ‘addio’ a cui non diedi importanza. Mi hanno riferito come, pochi mesi dopo, abbia deciso liberamente di uscire di scena, nella consapevolezza o nel timore di portarsi dentro uno di quei mali che non danno scampo. Per ‘entrare nella morte ad occhi aperti’, come suggerisce Adriano, l’Imperatore…</p>
<p style="text-align: justify;">Sfoglio Il bottino del mercenario e, ancora una volta, mi soffermo là dove egli scrive: ‘ … una foresta africana, una pozza d’acqua salmastra per dissetarci, una logora divi-sa kaki che rappresenti qualcosa di nostro’ (e mi vengono a mente questi pochi versi di Cesare Mazza, già Scuola di Mistica fascista: ‘Così ho sempre voluto vivere. – Così voglio morire – come un povero – in cammino, &#8211; con pane e dinamite nella bisaccia’) e ‘fermamente determinati nel lasciare, quanto prima, questo pianeta da cui ci sentiamo del tutto estranei’. Presago. Ed io non oso guardare allo specchio i miei capelli la barba bianca gli occhi stanchi il viso rugoso e l’incedere malfermo…</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Michele Merlino</p>

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		<title>Vittorie dello Spirito &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Nov 2017 17:00:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non ritornerò sull’anniversario del 28 ottobre. Ne ho scritto qui, su Ereticamente, e tanto basta. Forse no, tanto e di più vi sarebbe da aggiungere. Poesia e linguaggio del corpo, che privilegio, sono un piatto delicato e, al contempo, non digeribile per tutti. Palato raffinato e stomaco robusto. Dovrei ripercorrere qualche tappa storica a ricordare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non ritornerò sull’anniversario del 28 ottobre. Ne ho scritto qui, su Ereticamente, e tanto basta. Forse no, tanto e di più vi sarebbe da aggiungere. Poesia e linguaggio del corpo, che privilegio, sono un piatto delicato e, al contempo, non digeribile per tutti. Palato raffinato e stomaco robusto. Dovrei ripercorrere qualche tappa storica a ricordare a me stesso che svolsi per quarant’anni il ruolo di professore e a beneficio di bidelli e (pseudo) in-segnanti che, in verità, di segni ne lasciano ben pochi se non la bava della loro miserabilità. Mi basta, però, aver rammemorato come gli uomini siano prima emozioni poi pensiero e, infine, tardiva riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">(Hegel, macigno imponente del pensiero riflettente, ricordava d’aver visto passare sotto la sua finestra, dopo la battaglia di Jena, Napoleone a cavallo, definendolo ‘lo spirito del mondo’. Citazione riportata in ogni mediocre testo ad uso della cretineria dietro la cattedra e per i banchi. Non oso contare quanti si siano soffermati sul fatto che Napoleone sia a cavallo, forse un po’ tronfio e bolso, mentre il filosofo l’osserva dagli scuretti, in un misto ammirato e fisico timore. Azione e pensiero. Marx saetta strali contro il capitale in pagine vergate con inchiostro misto a vanità e rancori, ma è Lenin, dal volto spigoloso e lo sguardo da tartaro crudele, a saettare i bolscevichi, ancora incerti e pavidi, a mettersi a guida della rivoluzione per non essere da essa travolti. Azione e pensiero, appunto).<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/M-1.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-24585 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/M-1-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non si cada in errore. Non si prendano le mie parole come un peana verso ‘l’animale che mi porto dentro me’ (Franco Battiato), l’irrazionale divenire di uomini e cose, un misto del cazzotto futurista e del santo manganello, quel ‘prima mena e poi discuti’ di cui Angelino Rossi (pugile dal fisico gigantesco e dal cuore nero) mi diede pratica dimostrazione in un tardo pomeriggio, inizio anni ’60, a piazzale Prenestino, allora iotimido sbarbatello, studente di famiglia borghese, alle prime armi di cinquantennale carriera (modesta) d’attivista.Lasciando, però, in perenne eredità schizzi immediati di adrenalina anche oggi che ci vedo poco e poco mi reggo in piedi. Amo quando il pensare si rende analogo ad atmosfera rarefatta nello scalare una cima aspra e dura il fiato si smorza il sudore cola lungo la schiena i muscoli s’induriscono la tentazione di volgersi verso il basso e tornarsene fra nanerottoli e orchetti… Solo, come il poeta Ezra Pound, mi riconosco in idee che si rendono azione o, in fondo è solo questione di prospettiva storica ed esistenziale, dalle azioni germinano idee per andare oltre. E il sudore e lo sperma si fanno visioni universali e necessarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1977 lo scrittore francese Jean Cau pubblica il libro più coinvolgente commosso affascinante Il cavaliere, la morte e il diavolo – un dialogo tra lo scrittore stesso e la xilografia (1513) del pittore tedesco Albrecht Durer, un tentativo riuscito di leggere nell’animo stesso di questa figura di ferro rivestita che incede, solitaria, nel bosco e si fa incurante della morte (una donna dalla barba caprigna) e il diavolo tentatore (il volto simile ad un maiale). Libro che ha rappresentato un punto di riferimento – più sovente di non ritorno – per una generazione folle e disperata (come I proscritti di Ernst von Salomon e Il trattato del ribelle di Juenger). Entrare nella foresta e rendere il sentiero le ombre gli alberi il tappeto di foglie il proprio destino, senza meta alcuna o causa da difendere vessillo o ideale per cui battersi, né vincitore né vinto, nulla di ciò contando.<br />
Da Oriente proviene; volge ad Occidente. Da quali stragi, artefice, è scampato non lo sapremo mai; a quali battaglie s’accinge a portare lancia e spada non conosceremo e il rosso sangue e l’acciaio temprato. E il volto – quel volto scolpito come pietra aspra e refrattaria – nulla lascia trasparire di nobili fattezze ed intenti. L’arte sfugge, però, al suo maestro. Il Duerer, vissuto tra il quindicesimo e sedicesimo secolo, intendeva – sostengono i critici, turba presuntuosa &#8211; mostrare la fine di un mondo, inteso rozzo e brutale (il Medioevo), a cui contrapporre la cultura della Rinascenza (la città è sullo sfondo, in alto, luminosa). Forse. Che importa? Importa solo che fu sangue generoso e sbarre e chiavistelli per coloro che lo scelsero quale compagnia e modello di quella nobiltà della sconfitta che s’accompagna all’etica del bushido…</p>
<p style="text-align: justify;">(Gesto bello e inutile. Tentare di srotolare e sventolare in piazza Montecitorio quella bandiera di quella Repubblica, unica, di cui ci preme proteggere memoria di uomini e donne idee valori prospettive nella mente e nel cuore. Gesto bello e inutile, che mi permetto qui di raccogliere e rispettare, nonostante sia stato – e rimango – critico di tanti altri gesti antecedenti che non mi hanno consentito condividere e difendere). Eppure quel cavaliere, con unica compagnia d’un agile cane, è solitario testimone di chissà quante guerre e scontri, lancia e spada a cozzare contro lancia e spada, erede estremo di un’epoca al tramonto, non appartiene alla schiera dei dannati dei vinti. Come il Don Chisciotte del Cervantes, destinato dal suo creatore ad essere derisione e monito contro poemi epici e guerresche leggende, si trasforma – eternizzandosi –in figura amata da tutti coloro che non si rinnegano ai sogni, proteggendoli ché al mattino non svaniscano, ma intendono viverli ad occhi aperti e, se occorre, entrare, simili ad Adriano Imperatore, allo stesso modo nella morte.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/M-3.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-24587 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2017/11/M-3.jpg" alt="" width="201" height="299" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La sua stessa solitudine, il silenzio del bosco – ‘nel cuore della foresta germanica gli uccelli tacciono. Nella macchia, i daini pietrificati tremano sulle zampe vitree; nello specchio dei larghi occhi dalle ciglia brevi, naviga il cavaliere di ferro e di spavento’ -, la forza del braccio e il cavallo sicuro, rappresentano una vittoria che appartiene ai pochi ed è, doverosamente, di pochi. ‘… Tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare’ perché ‘arduo, in verità, deve essere ciò che tanto raramente si trova’. Così chiudeva il filosofo Spinoza l’opera sua, Ethica, ove la morale e la conoscenza si facevano un tutt’uno. L’azione della spada; l’inchiostro del pensiero.Possono i due essere momenti in nome dell’unicità dell’Essere fondersi come linguaggio del corpo, linguaggio della mente? Per Mishima solo nella morte – Sole e Acciaio – il Nulla… Abbandoniamo il terreno viscido e malsano del domandare. Qui abbiamo il cavaliere – offertoci ad immagine di sconfitta epocale, di un mondo di rovine –, al contrario e inaspettatamente, ci appare da vincitore – il terrore della morte e la tentazione della bramosia insana nulla possono distrarlo. Sarà la modernità che, in un fallace mito di giovinezza eterna, tenterà invano di esorcizzare la morte (il vanto dei capelli lunghi e dei blue-jeans) e si abbandonerà ad ogni forma effimera di desiderio, dandole nome di libertà e democrazia. Egli, forse, non conosce Causa e Meta. E così si libera d’ogni contingenza, appunto, una xilografia per chi abbia gli occhi capaci di penetrare nella profondità ed oltre. Scrive l’autore: ‘… E mi accade a volte di credere che il coraggio e l’allegria sgorghino dalla stessa sorgente’. Ed ancora: ‘Ho udito gli eroi ridere nei combattimenti’. Erano anticonformisti antiborghesi irriverenti (definizione di Brasillach, a me cara) i giovani squadristi che, appollaiati sui BL 18, sfidavano il freddo della notte, l’imboscata dei ‘rossi’, le randellate e i colpi di revolver. Agli esordi in pochi contro tanti. Simile a un gioco, o quasi. E cantavano stornelli strafottenti. Eredi, essi, i soli, di quel cavaliere e della morte e del diavolo. A contrapporre ad una modernità vile ed infida, esangue, un mondo che avrebbe voluto coniugare antichi valori e lo sguardo proiettato verso il futuro. Da coloro che ne raccolgono il testimone la misura della vittoria.Questo fu il senso dell’opera pubblicata postuma di Giano Accame, La morte dei fascisti, una morte irrisa sbeffeggiata a far da ‘civetta in mezzo alla battaglia’.Un vincitore, comunque. E ciò in quanto ‘Dal momento che tu ti inoltri in quella via, sarai tu la freccia e la direzione. Tu non segui l’esempio. Sei l’esempio’. Quante eco e quanti i rimandi… Il sentiero nel bosco diviene il cammino ove Codreanu, rivolgendo la parola ai giovani legionari, li esorta in tempi di cambiamento a non cercare chi sia per loro testimone a cui affidarsi ma essere essi stessi testimoni del tempo presente; e Nietzsche che indica nel dare una direzione il senso della grandezza; non guardare il bersaglio ma avvertire mente braccio freccia divenire un tutt’uno insegna lo Zen e il tiro con l’arco; e l’aristocrazia che combatte anche da sola. Vittorie dello Spirito, in ogni caso, nonostante tutto e comunque. Quello Spirito che è scritto con il sangue e scoprirsi essere ossa carne sangue, appunto. ‘… Odore di cuoio e di foresta’. Non più ad osservare l’opera del Durer, spettatore esterno, ma essere in te l’opera, essere tu stesso opera – ‘Faccia al sole e in culo al mondo!’.</p>
<p>Mario Michele Merlino</p>

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		<title>Giovinezza, giovinezza &#8230; &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Aug 2017 15:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Benito Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[D'annunzio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le giornate – definite, poi, radiose (termine quest’ultimo ripetuto di prepotenza e di ignominia per quelle di fine aprile del ’45) – del maggio 1915 diedero l’immagine di una Italia, giovane entusiasta determinata, che chiedeva in piazza la fine di troppe e vili indecisioni e l’entrata in guerra. Guerra quale compimento del Risorgimento per alcuni; [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le giornate – definite, poi, radiose (termine quest’ultimo ripetuto di prepotenza e di ignominia per quelle di fine aprile del ’45) – del maggio 1915 diedero l’immagine di una Italia, giovane entusiasta determinata, che chiedeva in piazza la fine di troppe e vili indecisioni e l’entrata in guerra. Guerra quale compimento del Risorgimento per alcuni; per altri scontro tra nazioni democratiche e stati retti da monarchie assolute e, per altri ancora, lo spazio atto a realizzare un lavacro purificatore ove la giustizia in nome del lavoro avrebbe cambiato il volto delle masse europee. Giovani erano i futuristi giovani sarebbero stati gli arditi e giovanissimi i ‘ragazzi del ‘99’ a forgiarsi nelle trincee del Carso lungo le rive dell’Isonzo e del Piave giovani i legionari con D’Annunzio a Fiume giovani gli squadristi sul BL 18, bombe a mano e robusti randelli e capeggiati da giovani come Italo Balbo e Roberto Farinacci, ad esempio. Poi, per vent’anni, Giovinezza cantata e, se non inno ufficiale (la Marcia Reale – purtroppo – rimase quello d’ogni pubblica manifestazione), spirito di ciò che ci si illudeva essere il futuro di un paese ‘proletario e fascista’.Da qualche parte Drieu la Rochelle scrive – e certo in modo più egregio ed esaustivo di quanto possa fare io, citandolo – come per realizzare una rivoluzione ci vogliano la giovinezza e uno stomaco vuoto. E’ una visione romantica, da bastoni e barricate,e così mi getto nel vivo della mischia, senza pudore verginale o asettica accademia, con quelle frasi che mi piacciono tanto. Da 14 luglio 1789, data della presa della Bastiglia (!), senza scomodare complottismi massonici illuminismo e segrete mire del mondo moderno. I poteri oscuri dei ‘nasoni’ e della finanza e dei Soros di turno, se ci sono – ed è difficile non percepirne l’ombra &#8211; , li lasciamo questa volta (forse) fuori. Oggi sono privi del biglietto e non si godono lo spettacolo. Non conta come quelle giornate di maggio – l’inizio, come detto – fossero ben cosa piccola rispetto all’ottemperare le clausole del Patto di Londra al Re che minaccia di dimettersi al governo Salandra e al Giolitti, riottoso, a imporre il suo peso politico sul parlamento e sulla decisione finale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mondo di vecchi e di vecchie logiche, eternità il suo essere simile all’ombra del dinosauro… Mussolini e lo squadrismo a chiedere la ‘seconda ondata’, nei giorni incerti dopo l’assassinio di Matteotti. E già prima quel compromesso con la Monarchia il Vaticano, i vecchi tromboni del parlamentarismo liberale con i Blocchi nazionali, e perché la Marcia su Roma non trasformasse bagno di sangue quanto in altre sedi ormai appariva la soluzione. Le camicie nere erano la giovinezza l’entusiasmo la purezza, libera e incosciente, con il sudore le notti insonni ‘la zuppa magra’ sotto la pioggia fitta e oppressiva. Costoro sono i nostri referenti, il resto agli storici saccenti e vili. Come lo sono i ‘balilla che andarono a Salò’ – per l’Onore d’Italia con o senza il nero a fare di se stessi partitodi ‘credenti e combattenti’ prima della mattanza oscena e orrida. Non le congiure di palazzo, i pulcinella del 25 luglio, Badoglio traditore dell’8 settembre e tremebondo di fronte al ferrigno feldgrau, mandante dell’assassinio di Ettore Muti, della fuga a Brindisi, ignominiosa e ridicola.</p>
<p style="text-align: justify;">E – l’abbiamo scritto e con animo stretto &#8211; lo sono i ‘franchi tiratori’ i ‘ribelli siamo noi’ gli anonimi con o senza la camicia nera le anime ardenti gli occhi limpidi il corpo eretto e non i capi in fuga o protetti da coloro che stavano trasformando il nostro paese in proconsolato a stelle e strisce… (Tra le massime, vere presunte decisamente fasulle, del presidente Mao – andava di moda citarle anno ’68 e dintorni – si raccontava come egli ritenesse i popoli che fan-no uso di peperoncino propensi a darsi alla rivoluzione, con l’esclusione dell’Italia… anche se, poi, la rivoluzione culturale, ‘le biciclette di Shangai’, e tutto il fascino che proveniva dalla Cina si dimostrarono un bluff, una lotta di potere in vista della suc-cessione al vecchio ‘grande timoniere’. Valle Giulia, 1 marzo, in una mano ciò che resta dell’asse di una panchina e nell’altra la bottiglia – questo è ciò che conta, ciò che permane. E contano e permangono i coetanei e camerati che mi furono a fianco primo fra tutti il mitico Tonino Fiore). (Storie miserrime di questo paese, di un’area che si diceva erede e testimone di un tempo eroico per vendersi, in nome della sopravvivenza politica, di un partitello, di una manciata di voti da barattare sotto banco. Congresso di Pescara, 1965, botte in strada con i comunisti, botte all’interno fra i partecipanti. Almirante s’è accordato con Michelini, dopo aver coagulato opposizione e speranze, sputi insulti lancio di monetine lo accolgono. Non ce l’ha mai perdonato… Anni dopo manderà a dire che se Stefano si rimangia la testimonianza in mio favore, gli farà ritirare il mandato di cattura. Con quale autorità? Storie miserrime, appunto, di vecchi tromboni, ormai rassegnati alla democrazia delle urne e alle sue logiche di corruzione, e dei giovani pieni d’ardore e forse un po’ stronzi). ‘Gli eroi sono tutti giovani e belli’, canta Francesco Guccini, narrando il gesto folle e disperato del ferroviere anarchico ne La locomotiva, con cui concludeva ogni suo concerto. Lo so: per gli eredi, saccenti e pigri, del professore Renzo De Felice cosa ci riguarda Addio Lugano bella ed Ernesto Che Guevara sul cavallo di Don Chisciotte e, gesto di disapprovazione, ‘la mia patria è là dove si combatte per le mie idee’. Basta declamare sulle radici disprezzare il mondo attuale (sovente come ottimo alibi per non mettersi in gioco) ed essere presenti ove si può non dimenticare e rinnovare la lezioncina saccente ed inutile mentre, in concreto, si tradisce la propria giovinezza (ammesso che se n’é avuta una da ricordare). Mi sono spinto, e me ne rendo conto, troppo avanti; non intendo apparire polemico e, ancor meno, offensivo verso persone, alcune delle quali mi sono amiche e alcune delle quali hanno la mia stima.Se, però, non ci si può sottrarre alla forza di gravità e al proprio tempo (saggezza mediata dal vecchio Hegel), in che modo in quale spazio quando c’è dato essere non solo biliosi testimoni e rinunciatari, ma illusi partecipi di un cammino a travalicare ed essere contro ogni confine?</p>
<p style="text-align: justify;">Troppo a lungo, forse poco consapevoli, siamo stati artefici di annose battaglie di retroguardia, difesa di quanto è pavido ed esangue, il modo borghese. E, così facendo, tradivamo proprio lo spirito di irrequieta e irriverente giovinezza che era la nostra storia e il dato anagrafico. Mi sono lasciato andare al malumore all’opprimente afa di questi giorni a quanto di me stesso va deteriorandosi e dissolvendosi. Chiedo venia, soprattutto, alla memo-ria viva della mia giovinezza a cui ho giurato di restare fedele. Rimane, nonostante tutto e comunque, la domanda inevasa. Nostalgia del futuro, potrei dire… Se nel Fa-scismo fu la promessa di dare alla gioventù la nota dominante, allora ogni oggi è per noi lotta e il domani ci appartiene (vittoria o disfatta impostori entrambi). Risguardo doveroso a coloro che ci hanno preceduto, mai però mito in sé incapacitante. Vale sempre l’ammonimento di Codreanu: cercare certo gli esempi ma divenire noi stessi esempi. I ragazzi che l’altra sera hanno reso doveroso omaggio alla memoria di Ettore Muti sono i medesimi che vivono la strada e i bisogni del quartiere e il disagio di anziani di carenza di asili nido l’assenza generalizzata di servizi i mezzi pubblici discontinui e la microcriminalità lo spaccio della droga. Cultura e territorio, per citarmi. Il ricordo si rende stile e lo stile quotidiano esperire. I ragazzi dell’altra sera sono i medesimi che si ritrovano, ad esempio, a Capoterra in tante parti d’Italia e d’Europa quale unitaria voce di una comunità d’intenti e di affetti. Cultura e territorio. Non hanno vissuto il tempo eroico della prima metà del Novecento – ne traggono, stupiti, il vero volto -; non hanno vissuto gli anni tragici e brutali della P38 – sono smarriti di fronte a quella stagione -; a volte si sentono orfani vivere in questa stagione retta dall’indifferenza e dall’egoismo dalla corsa cieca verso il superfluo. E sbagliano. Perché sono, anch’essi, in piedi tra le rovine. Essere eroi in trincea ‘pugnal fra i denti, le bombe a mano’ sui cieli di Spagna nel deserto o nella steppa innevata ‘le donne non ci vogliono più bene’ nelle valli e sui monti forse rende più facile non tirarsi indietro essere spalla a spalla versare il proprio sangue in nome del comune Ideale. Oggi si va ad attaccare i manifesti pacchi di viveri per i meno abbienti raccogliere fondi per il restauro della tomba di Claretta Petacci, mentre i coetanei scelgono il pub e la discoteca. Anche qui il sacrificio che differenzia, che nobilita… Anche questo è il Fascismo ‘immenso e rosso’ oltre il limite che gli storici – e i loro accoliti &#8211; si ostinano a marcare come cani in calore. ‘Non parole, un gesto’.</p>
<p>Mario Michele Merlino</p>

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		<title>Manifesti &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 May 2016 07:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[destra. politica]]></category>
		<category><![CDATA[Julius Evola]]></category>
		<category><![CDATA[manifesti]]></category>
		<category><![CDATA[mario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Suona il citofono.   Uno squillo, due. Pausa. Il terzo prolungato. ‘Che palle!’, a mezza voce, percorrendo il corridoio. ‘Sali’, tanto sa già che si tratta del Piccolotto. Solo lui s’inventa codici e modelli tutti suoi come fosse James Bond, l’agente 007 al servizio di Sua Maestà. E’ sera. Buio e freddo fuori. La mamma sta finendo di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Suona il citofono.</p>
<p style="text-align: justify;">  Uno squillo, due. Pausa. Il terzo prolungato. ‘Che palle!’, a mezza voce, percorrendo il corridoio. ‘Sali’, tanto sa già che si tratta del Piccolotto. Solo lui s’inventa codici e modelli tutti suoi come fosse James Bond, l’agente 007 al servizio di Sua Maestà. E’ sera. Buio e freddo fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">La mamma sta finendo di sparecchiare. Il padre, già in poltrona, ascolta la musica classica. L’unica di suo gradimento e che impone al resto della famiglia. Un quartetto di Haydn. Lo riconosce dallo stile melodioso, idilliaco, con il violino che irrompe e si espande con sequenze liriche dominanti. Sbadiglia sbuffa ma la musica gli è dentro. Si dice: ‘quartetto per archi n.63 in re maggiore chiamato L’allodola’.</p>
<p style="text-align: justify;">  Apre la porta.  Il Piccolotto entra con il passo deciso dondolandosi sulle gambe tozze e storte. Agita le braccia lungo i fianchi come se dovesse scattare e balzare improvviso da liana in liana. Gli ricorda uno dei protagonisti di Prima di Adamo, quello meno evoluto della specie, più simile alle scimmie. Sulla scrivania ha ancora il romanzo di Jack London, accanto a Rivolta contro il mondo moderno di Evola.</p>
<p style="text-align: justify;"> Un po’ di Chaos nelle letture si adatta al disordine del suo carattere. Curiosità o solo attesa di stelle danzanti? Chissà. Prima o poi, ‘quando diventerò grande’, ironizza, ‘farò ordine anche nei libri che leggo, mettendo il Barone fra i ricordi dell’infanzia’… Troppe discussioni pro e contro, chiacchiere incapacitanti, mentre fuori ci si arma e già s’avvicina il tempo ove compariranno le pistole e i coltelli a sostituire la spranga e i bastoni.</p>
<p style="text-align: justify;"> Indossa l’immancabile maglione nero con il filo rosso al collo e ai polsi. I colori della Repubblica, lo va ripetendo ad ogni occasione. Il suo Fascismo non va molto oltre ma tanto basta. In piazza sono il coraggio e i pugni che contano e non gli mancano né l’uno né gli altri. Poi, quando un commissario ha cercato di fermarlo strattonandolo per la giacca, ha tirato fuori dalla cinta dei pantaloni una mazzetta da cinque chili e l’ha tramortito sul marciapiede. Sei mesi di Regina Coeli ed è stato fortunato che il magistrato gli ha derubricato il reato di tentato omicidio in lesioni gravi.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/05/Merlino-2.jpg" target="_blank" rel="attachment wp-att-15230 noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-15230 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2016/05/Merlino-2-228x300.jpg" alt="Merlino 2" width="228" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"> ‘Posso entrare?’, quando già s’è sbracato sul letto in camera sua. Ride, o meglio è un ghigno, per la battuta.  ‘E tua mamma?’. Anche questa è una domanda scontata.  E sua madre si presenta, premurosa, con la tazza di latte caldo e tanto zucchero.                 Il Piccolotto ha l’ulcera e mai una lira.</p>
<p style="text-align: justify;"> ‘Non me lo portare sulla cattiva strada…’. Esce e chiude la porta. ‘Sono passato a prenderti. Si va ad attaccare manifesti…’. A Mario proprio non va. Rivestirsi inventare una scusa rientrare a notte inoltrata con i vestiti sporchi di colla le mani gelate gli occhi impastati di sonno. Per delle parole che nessuno si ferma a leggere, magari con i compagni che li strappano dopo pochi minuti, parole che s’oppongono al mondo ostile o, peggio, indifferente. Battaglie perse in partenza. Mentre i suoi coetanei se ne vanno con la ragazza, allo stadio, in discoteca, loro si masturbano sull’Europa delle patrie sul mito di Berlino in un mare di fiamme e di macerie danno e prendono legnate da zecche e sbirri…</p>
<p style="text-align: justify;">E’ stanco infreddolito, in questo grande appartamento dai muri spessi e il soffitto alto senza riscaldamento; ha voglia di mettersi a letto con un buon libro. Nietzsche ed Evola, lampi di verità assolute, i francesi sempre affascinanti della collaborazione e, perché no, il Corsaro Nero che piange o I pirati della Malesia di Emilio Salgari, letti fin da bambino da adolescente ed ora quasi ventenne, che ti fanno sempre sognare d’essere altro e altrove.</p>
<p style="text-align: justify;"> Brutta razza gli intellettuali, lo sa bene, patetici con se stessi o cotti nella broda delle parole rubate dai libri e riverniciate come proprie… Il Piccolotto incalza, dopo un rutto di compiacimento, deponendo tazza e piattino sul pavimento. Lui, sì, che ha una fede da smuovere le montagne. Viva il Duce e carica. I suoi compagni di classe del liceo-bene al centro di Roma, giacca e cravatta d’obbligo, ne farebbero scempio, minimo dandogli dell’ottuso. Tutta colpa di Giovanni Gentile, il filosofo della riforma scolastica, con quella presunzione di rendere gli studenti del Classico premessa della nuova classe dirigente della Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">‘Cazzate…’, pensa fra sé sfogliando la vecchia edizione di Rivolta fattasi rilegare da una famiglia di sordomuti, camerati. Gentile, per pigra ignoranza, piace poco e ancor meno è letto. Troppo compromesso con il Regime. Eppure a Firenze, aprile del ’44, mentre rientrava a casa, l’attende un commando gappista e lo stende a colpi di rivoltella ‘Allora?’ – insiste – ‘Che fai? Te la dormi? Ho lasciato sul pianerottolo rotolo colla e il secchio’.</p>
<p style="text-align: justify;">  ‘Non trovi qualcun altro?’, si azzarda. Porta la mano alla gola e si sforza in un colpo di tosse credibile ma che avverte ridicolo. Sa che lo sta facendo incazzare. Un sì o un no, niente vie di mezzo. Infatti, ora il Piccolotto è in piedi, stringe i pugni, lo fulmina con lo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">‘Ci si caga sotto, eh? Tutti bravi. A chiacchiere. Che ti credi che ho bisogno, io, di te o di qualche studentello a farmi compagnia? Io vado anche da solo…’.Fa il gesto di andarsene. Un po’ teatrale, ma ne è capace. Raccontano che era da solo quando è incappato in un gruppo di comunisti intenti anch’essi all’affissione. Uno di costoro, per farsi grande, protetto dal numero, gli ha strappato l’ultimo manifesto incollato, quasi sotto il naso. S’è trovato con il secchio ancora mezzo pieno d’acqua e colla a cappello, poi con il manico di scopa, srotolati i restanti manifesti, al grido di ‘All’armi!’ s’è scagliato contro gli altri che pensavano di godersi la scena e si sono trovati una gragnola di randellate. Quando hanno reagito, certo, l’hanno lasciato sul marciapiede con tutte le ossa sconnesse, lividi escoriazioni ferite varie, ma ancor più fiero e determinato.</p>
<p style="text-align: justify;">‘Dai. Scherzavo’. Prova a pacificarsi. Nessuno dei due è rancoroso e, in fondo, sanno d’essere legati fra loro, cameratismo e amicizia. Mario s’è sempre chiesto come mai, pur di famiglia di estrazione borghese, attenta nei modi e nelle frequentazioni, con la cultura e i titoli accademici a vanto, prediliga un tipo umano tanto a lui distante. Fin da ragazzetto con il figlio del macellaio o il garzone degli alimentari.  ‘L’Italia proletaria e fascista…’, l’ha sempre colpito come Mussolini, parlando dal ‘fatidico’ balcone di piazza Venezia il 10 giugno 1940, abbia anteposto il termine ‘proletario’ a ‘fascista’. A rimarcare le origini e la vocazione socialiste contro quelle potenze – Inghilterra e Francia- governate dal grande capitale. Forse per misurare le proprie forze, per un vezzo intellettuale verso coloro che dei libri non si fanno cura prediligendo pugni e calci, per uscire dal guscio e, al bordo del nido protettivo, spiccare il volo. ‘Fammi imbragare con i blue jeans e il maglione rattoppato… che la notte è giovane e noi siamo i più fighi’.</p>
<p style="text-align: justify;">   ‘Stronzo’, sintetico il Piccolotto, che gongola tutto. Si sente vincitore. E lo è. Si cambia in fretta. Da sotto l’armadio, in un incavo ricavato appositamente tira fuori il manganello snodabile, portatosi dalla Germania, dove certi arnesi si comprano in armeria senza dover mostrare documenti. Precauzione. I tempi si stanno rendendo difficili. E’ vero: le botte si danno e si prendono, ma sempre meglio attrezzarsi data la disparità dei numeri.</p>
<p style="text-align: justify;">Escono cercando di fare il meno rumore possibile nel chiudere la porta. Come se sua madre non se ne fosse accorta e, dalla finestra, li vede incamminarsi verso il buio con tutto l’armamentario per l’affissione. Un’altra notte, l’ennesima, di apprensione. Da quando aveva sedici anni, quell’unico figlio maschio, è andato a inquadrarsi con i ‘fascisti’ e s’è subito messo in prima fila. Già un paio di volte portato in Questura; già un paio di volte è tornato con i segni dello scontro…</p>

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		<title>Oltre il Tempo, oltre l&#8217;Estetica – Mario Michele Merlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2015 09:18:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Punte di Freccia]]></category>
		<category><![CDATA[Brasillach]]></category>
		<category><![CDATA[dostojevsky]]></category>
		<category><![CDATA[Julius Evola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrive Drieu la Rochelle: ‘Quando ero adolescente, ho giurato di restare fedele alla giovinezza: un giorno, mi sono sforzato di mantenere la parola’. All’età di sedici anni ebbi l’intuizione, certo confusa e alquanto retorica, come ogni mio gesto parola agire si determinasse sotto il dominio della politica. E, negli anni ’70, divenne slogan trito e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Scrive Drieu la Rochelle: </em></p>
<blockquote><p><em>‘Quando ero adolescente, ho giurato di restare fedele alla giovinezza: un giorno, mi sono sforzato di mantenere la parola’. </em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">All’età di sedici anni ebbi l’intuizione, certo confusa e alquanto retorica, come ogni mio gesto parola agire si determinasse sotto il dominio della politica. E, negli anni ’70, divenne slogan trito e abusato della sinistra in cerca di affermazioni dal gusto forte capaci di legittimare l’attesa messianica di quel sol dell’avvenire, tanto prossimo in collettivi deliri quanto sempre più distante – simile a linea d’orizzonte – nella realtà della storia con i suoi accadimenti e dinamiche. Sempre Drieu aveva confidato d’essere diventato fascista per mettere a confronto le proprie forze, se stesso e ‘i progressi della decadenza’. (‘Ho visto nel fascismo il solo mezzo per frenare e arrestare questa decadenza’). Così, sempre a sedici anni, mi iscrissi alla Giovane Italia e, munito di martello, resi con gli interessi l’aggressione subita sotto casa. Inizio di un’avventura goliardica picaresca – i miei idoli divennero Cyrano de Bergerac e Don Chisciotte – tra bastoni e barricate molotov e lacrimogeni sbarre e chiavistelli e le letture in cui Robert Brasillach (i Poemi di Fresnes trovati – per caso o per destino – sulle bancarelle di piazza Fontanella Borghese assieme a I proscritti di Ernst von Salomon e di F. Nietzsche il Così parlò Zarathustra) andava sostituendo inesorabile Sandokan e il Corsaro Nero di Emilio Salgari.</p>
<p style="text-align: justify;">Intuizione non arbitraria, ragionevole, superiore ai troppi dogmi sul primato, ad esempio, dell’economia in apparente conflitto e sostanziale sintonia del marxismo e delle teorie liberiste. Certo oggi ‘i politici sono i camerieri dei banchieri’ (da Lavoro e usura di Pound a Giacinto Auriti, con cui tenni una conferenza presso l’aula consiliare del comune di Civitavecchia). Ciò, però, non fa altro che rafforzare il senso di disgusto e di dissenso con l’oggi, estraneità e opposizione. E ristabilire quali furono le gerarchie autentiche, la presenza del perverso magma del potere con le sue implicazioni visibili e quelle oscure e proporre uno stile di vita e una scelta all’interno di un cerchio magico, interiore e non, di sano e salutare aristocratico anarchismo – di cui l’anarco-fascismo è il volto… Gli uomini sono ventri gonfi dilatati avidi – si pensi a tanto Céline – oppure sbavano e si contraggono per appagare i succhi gastrici, perversioni mentali aberrazioni sogni di sesso nel chiuso del cesso, istinto di morte oscena e spettacolo di caleidoscopio inganno ed illusione. Solo questo? Il vento e l’onda sono nelle mani di Dio, dice un antico proverbio germanico, ma il timone e la vela sono nelle mani dell’uomo. Vi sono e vi saranno uomini in cammino, uomini contro.</p>
<p style="text-align: justify;">E così, collegandomi idealmente e di fatto, ‘pallida ombra di sogno’, a quel filo rosso e nero che ha segnato il Novecento, almeno la sua prima parte, mi feci testimone dei futuristi chiassosi e creativi, degli arditi con ‘pugnal fra i denti, le bombe a mano’, dei legionari della Fiume dannunziana strafottenti e gioiosi, di quella estrema scelta disperata e folle di quando ‘i balilla andarono a Salò’. Immeritatamente, lo confesso, davanti alla celere a Valle Giulia e, quindici giorni dopo, sulle scale del Rettorato e, poi, imbottigliato nella facoltà di Giurisprudenza ad assistere all’ennesimo sogno infranto (leggasi le speranze e le illusioni di Gilles Gambier nel vivere le ore convulse del 6 febbraio 1934, sempre in Drieu a Rochelle). In buona compagnia, dunque e sempre, mi dicevo. Mi dicevo e mi confortavo camminando avanti e indietro e indietro e avanti in tre metri per sei limitato dalle sbarre della finestra e dal chiavistello della porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure quel ‘tutto è politica’, che si prendeva tanto di me, mostrava crepe e smagliature nell’esistenza del quotidiano – le donne il viaggio letture onnivore –. In principio sottili venature nel muro tanto da non darmi pena, motivo di riflessione, ancora impossibilitato a percepire il sordo brontolio del crollo rovinoso. ‘L’era del cinghiale bianco’, cantata da Franco Battiato, eco di pagine di René Guénon tratte da Autorità spirituale e potere temporale, in contrapposizione e gerarchia con l’orso simbolo dell’ordine guerriero. Non tanto la categoria dell’in-politéia, concetto d’ispirazione evoliana e di cui sono stato sempre ostile apparendomi – forse cadendo in errore – quale mito incapacitante. Errore ed errare, prediligo, alla staticità del vero… Una sera, osservando il tramonto incendiare le arcate del Colosseo dal giardino del Colle Oppio, Sandro mi fece notare che non della bellezza si sarebbe dovuto parlare, ma della sua sacralità. Fu, allora, che mi venne a mente come la vita ricadesse nella pienezza e totalità del sacro.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne, ahimè, a quattordici anni baciai una ragazza di Berlino, in vacanza sulla costa adriatica. A labbra strette, su un pattino. L’amore verso la Germania nacque sulla sabbia dietro i capanni nei dancing gazzosa e twist prima delle notti di Valpurga, Norimberga con un mare di fiaccole inquadrate, la Horst-Wessel-Lied, il fronte dell’Est e le macerie della capitale del Reich, divenuta simbolo estremo dell’Europa precipitata, rogo di tragedia, nell’abisso del Ragnarook. Le donne, non ebbi mai la tentazione di confondere i sentimenti, il cuore che batte forte, la voglia pazza di trasformare due corpi in uno solo, in visioni universali all’ombra di bandiere con i colori dell’arcobaleno. La pacificazione dei sensi, quel ‘il riposo del guerriero’, nulla ha a che vedere con il pacifismo e i suoi derivati. Solo, a volte, l’illusione di rendere la solitudine in dialogo. Cantava Lucio Battisti ‘Mi ritorni in mente, bella come sei…’ ed anche tu mi hai tradito, te ne sei andata. Nel lontano 1967 ‘con la morte a paro a paro’, oggi vai spegnendoti perché ci sono mali che ti divorano dentro. Eppure ancora mi risuonano le parole di Shakesperare nel Romeo e Giulietta ‘Chi non ha amato al primo sguardo?’, quando di mattina scendo in strada al bar sull’autobus…</p>
<p style="text-align: justify;"> Non ho compiuto grandi viaggi, no, ho letto Il giro del mondo in 80 giorni ma non ho attraversato l’India dei misteri o le praterie del Far West, ho letto Emilio Salgari ma come lui non ho difeso Mompracem con i miei ‘tigrotti’ della Malesia dalle brame del Rajah bianco di Sarawack o solcato le acque del mar dei Sargassi in cerca del ‘perfido Olandese’ e compiere così nobile e legittima vendetta. Chi vuole addentrarsi nei percorsi intrapresi può ben leggere Strade d’Europa (libro che non piacque a Giano Accame, ma sono convinto come possieda originalità d’impianto narrativo ed una sua estetica). Viaggi alla ricerca delle tracce della storia dei miti di uomini di edificazioni a sfida dello scorrere del tempo della dimenticanza e della decadenza in nome dell’eternità. Certo le tante sere con boccali di birra e ragazze anch’esse bisognose di compagnia. E quella ciotola di latte, offertami da una sconosciuta contadina olandese, a ricordare il Blut und Boden di un’Europa segreta e misteriosa, palpitante sotto i miasmi mefitici imposti dai ‘vincitori’ e che appartiene solo al nostro cuore alla nostra mente.</p>
<p style="text-align: justify;">I libri, quanto e di quanti vorrei e potrei raccontare. Le bancarelle di piazza Fontanella Borghese, di cui ho scritto sovente e qui sopra; la libreria Rotondi di via Merulana, specializzata in pubblicazioni esoteriche, e dove acquistai l’edizione assai malconcia di Rivolta contro il mondo moderno dei Fratelli Bocca (quella del 1951), sempre all’età di sdici anni; la biblioteca di mio padre con allineati in bell’ordine i saggi storici con la rilegatura in azzurro pallido e i classici della narrativa color mattone. E l’ultimo dei Mohicani, il mio primo libro comprato all’età di otto anni (furono certo la copertina i disegni interni il suggerimento del babbo ha farmi scegliere) e che conservo ancora gelosamente. Poi di Edmond Rostand il Cyrano de Bergerac con la classica traduzione di Mario Giobbe (Natalino Sapegno gli dedica due righe di merito nella sua storia della letteratura solo per questa traduzione) in edizione di pregio e persa chissà come e quando e del Cervantes il Don Chisciotte tenuto assieme dall’affetto chè ormai s’è reso in fogli consunti e slegati. Nel trasloco una parte – credo qualche centinaio – ha arricchito la biblioteca comunale di un paesino presso L’Aquila andata distrutta dal terremoto e gli amici dell’Istituto Storico ‘Carlo Panzarasa’ di Trieste così come quelli di Passe-partout di Littoria. Ora, ciò che resta coprono le pareti del mio solitario regno/della prigione (già a Regina Coeli scrivevo come lontano dalla piazza i nostri cuori battono a rilento)…</p>
<p style="text-align: justify;"> Le letture di Julius Evola (a parte l’unico incontro che ebbi con lui e che si risolse in una sorta di comica e di cui ho raccontato in più occasioni) e di René Guénon mi avevano predisposto a far coabitare, accanto alla priorità della politica (intesa come ‘conquista’ del mondo e sfida con me stesso), un idea di paganesimo, la ricerca di un senso alto ed altro che si risolvesse in me e in ogni cosa, dell’identità di quel patrimonio della cultura romana, indoeuropea (spaziando da Mars Juppiter Quirinus di George Dumézil ai testi dell’amico Adriano Romualdi, ad esempio). Soprattutto la lettura delle Upanishad (‘Di tutte le voci del mondo rimane soltanto, aperta sul tavolo, una traduzione’, 15 marzo del 1945, Drieu la Rochelle, il giorno del suo suicidio) con l’identificazione tra il Brahma e l’Atman – l’infinitamente grande con ‘questo Sé dentro il mio cuore, che è più piccolo di un grano di riso, di un grano di orzo, di un grano di senape, di un grano di miglio, di un nocciolo di un grano di miglio’. Forse, da europeo decadente e narcotizzato (Cristo e Marx e Freud) poter rialzare il capo, ergermi fra le rovine, volgere le braccia verso il risorgente sole (cominciai a trascorrere il solstizio d’inverno in montagna accanto al fuoco e in attesa dell’aurora), sentirmi beneficiato dalla luce e dal calore ed essere io stesso frammento di quella luce e di quel calore… Persi, allora la modestia e scoprii la vanità! ‘Tutto è sacro’, dunque, mi trovai a pensare. Eppure qualcosa mi turbava mi stancava insorgeva, demone presuntuoso e maligno, contro quell’apparente serenità, accusandomi in fondo d’essere avvinto comunque alla catena, aurea sì, ma pur sempre una catena.</p>
<p style="text-align: justify;"> (Un paragrafo per annunciare e mettere da parte il sacro, ahimè, questa è vanità tale di cui anche il mago Merlino, con i suoi filtri formule e artifici, non dovrebbe permettersi, ma mi sono dato spazio e tempo su Ereticamente e non intendo abusarne o derogare. Al lettore completare negli spazi bianchi, riga tra riga, il non-detto).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il principe Miskin ne L’idiota ha pronunciare la celebre frase ‘la bellezza salverà il mondo’ – tema questo che Fédor Dostoevskij riprende e sviluppa ne I fratelli Karamazov. In sanscrito, da cui deriva il termine, essa indica ‘il luogo ove Dio brilla’. E’, dunque, il passare dal sacro all’estetica (e viceversa, va da sé) un passaggio senza traumi e salti? I filosofi lo hanno spesso delineato – penso al Platone del Fedro – questo concorrere al medesimo fine – le Idee sono vere e giuste e belle –, rendere compiuta la visione complessiva della realtà. E’ che si necessita intendere su cosa sia bello… La bellezza per lo scrittore russo sta nella rivelazione stessa di Dio attraverso l’amore la pietà la compassione. Alla domanda dell’ateo Ipolit su come può salvarsi il mondo tramite il bello, il principe Mynski tace ma si reca ad assistere all’agonia di un giovane morente di diciotto anni. La condivisione del dolore svela la bellezza. Così, si tramanda, come Dostoevskij si recasse sovente a Dresda, in contemplazione delle Madonna Sistina di Raffaello esposta nella pinacoteca (la Gemaeldgalerie). Una visione ieratica e terapeutica.</p>
<p style="text-align: justify;">A me viene a mente altra distinzione tra ciò che appartiene alla concezione estetica e a quanto si oppone. Mario Castellacci e il suo La memoria bruciata quando riferisce dell’otto settembre. ‘Premevano nell’idea di ‘bello’ parole fino a quel momento importanti, giunte a quel punto al limite storico estremo di un possibile riscatto: onore, decoro, lealtà, coraggio, patria contrapposti a vergogna, viltà, voltafaccia, sisalvichipuò’. E mi torna a mente il quadro di Van Gogh Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles che tanto piaceva ad Elisabeth. Come le canzoni Ritornerai di Bruno Lauzi e La notte di Adamo e Lontano, lontano di Luigi Tenco che, sempre, rimandano a lei. Eravamo giovani vivevamo nell’eminente dignità del provvisorio, con il Brasillach de La ruota del tempo, intesa quale bellezza, che tanto dispiace ai borghesi, equivalente alla bruttezza. L’estetica oggi da accompagnare, dunque, all’irriverenza al gesto di sfida alla strafottenza della giovinezza lontana e mai perduta. Non delle belle forme immortalate nella staticità (non amo entrare nei musei e, poi, consentitemi un po’ di ironia stolida e maschilista, i Bronzi di Riace dal fisico perfetto rivelano fra le gambe la ‘piccinità’ dell’esistenza!), semmai in quelle dell’azione delle emozioni sentimenti un gioco contro ogni pretesa serietà perbenismo luoghi comuni e consolidati. Da Mishima:‘Non chiedo più nulla. La sola cosa che desidero è che una di queste mattine, mentre i miei occhi sono ancora chiusi, il mondo intero cambi’. Tutto è bello come fu tutto e politico e sacro, dove le contraddizioni partecipano al divenire e non si risolvono nella coerenza d’un gelido ed ipocrita ‘sono’&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre attraverso una vena m’introducono il sondino ad esplorare il cuore e tenere aperte le coronarie che vanno restringendosi, anestesia locale sala gelida lampada sugli occhi, l’intuizione ‘tutto è malattia’, nella materia inerte chissà, nella vita il senso della decadenza (fu così che, per gli antichi greci, Dioniso ed Apollo si coalizzarono e sparsero a piene mani i doni dell’illusione e dell’inganno?) domina a fondo e dietro ogni maschera il brulicare dei vermi. Eppure, in difformità contro la morte quale salvezza, vorrei urlare disperato e fiero la parola (quella parola che dà ad ogni cosa il segreto del suo essere) ‘Sempre!’ a vincere il tempo</p>
<p style="text-align: justify;">

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		<title>Sulla propria identità ideale &#8211; Mario Michele Merlino</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2015 07:30:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono tentato – e non è la prima volta – di condividere quanto affermava, non ricordo in quale programma della televisione, Francesca Mambro e che, cioè, fascisti non si diventa si nasce. Erano gli anni della follia e della disperazione, ove contava tutto o niente, un Sì o un No purchè come voleva Nietzsche assoluti. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono tentato – e non è la prima volta – di condividere quanto affermava, non ricordo in quale programma della televisione, Francesca Mambro e che, cioè, fascisti non si diventa si nasce. Erano gli anni della follia e della disperazione, ove contava tutto o niente, un Sì o un No purchè come voleva Nietzsche assoluti. Poi ‘la quiete dopo la tempesta’ e tanti furono coloro che si diedero ai distinguo ai ripensamenti alle dimenticanze agli avvitamenti alle sfumature che trasformarono il colore rosso del sangue in diverse e grigie tonalità della vergogna. (Questa, però, è altra storia, qui inessenziale o forse no). Ho ritrovato in questi giorni autorevole antecedente. Con il titolo Vecchia Guardia, Ernesto Daquanno tiene un diario su gli anni della nascita del Fascismo fino a quel 29 ottobre del ’22 quando Mussolini parte per Roma, convocato dal Re per formare il governo. Ernesto Daquanno visse tutta la parabola esaltante e tragica del Fascismo come sansepolcrista e fino alla spalletta del lago di Como per essere fucilato con gli ultimi fedelissimi del Duce, in questo suo libro, ristampato di recente, annota in data 5 febbraio 1920 come Mussolini affermasse ‘Io oso dire che si nasce fascisti, ma che è assai difficile diventarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Rileggo quanto da me scritto nel precedente intervento a risposta, un pretesto, a quella sorta di domanda e, al contempo, affermazione se io sia ormai fra la schiera dei rinunciatari (sto diventando permaloso?). E mi rendo conto d’aver detto come sempre cose notevoli – inossidabile la convinzione di essere un ‘grande’ della parola, funambolo, illusionista, un ‘istrione’ aveva cantato Charles Aznavour -, ma di essere rimasto in una sorta di terra di nessuno, tra il compreso il comprensibile l’incerto e il vago. E’ il rischio, sovente l’alibi, dell’intellettuale: non collocarsi là dove altri non s’è ancora addentrato, come l’intendeva Drieu la Rochelle, ma rifugiarsi là dove possa dire agli altri tutto e il suo contrario. Quell’inchiostro che trova nobiltà soltanto quando si trasforma in proprio sangue a pagare il debito.</p>
<p style="text-align: justify;">Nascere – Pindaro afferma che si diviene ciò che si è – quale destino, quell’’amor fati’ per animi aristocratici come ci ha educato Nietzsche o, se si preferisce, andare alla ricerca e scoperta di se stessi che dà un sapore di reminiscenza platonica. Dura pietra, un macigno, da portare come nel mito di Sisifo vanamente in l’alto e dall’alto vedere questa stessa pietra rovinare a fondo. Una, due, cento volte, in eterno, e senza mai potersi disfare dell’ingrato compito, imposto da dei irosi e tracotanti. Da far tremare i polsi, il passo vacilla, il cuore si spaura, nella mente il dubbio s’insinua tanto che lo stesso Nietzsche ebbe la visione de ‘l’eterno ritorno’, un dono quasi, argine saldo la reiterata condizione della nostra esistenza. Insomma simile ad abitudine, il mestiere di vivere perde la sua dimensione effimera e si eleva a vincere tempo e circostanze.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa significa nascere fascisti &#8211; un sentimento dominante che non si placa? L’immutabile temperamento (altro è il carattere che si forgia simile alla spada che va sottratta dal fodero affinché non corra il rischio di arrugginire così come si ammonisce nell’Hagakure)? Oppure meta desiderata e irraggiungibile? Più volte mi sono detto – e ho detto, ad esempio, ai miei alunni – meritare la stima e la simpatia non in quanto io fossi e bravo e disponibile e capace e fondamentalmente diverso da troppi miei colleghi, nonostante i pregiudizi le chiacchiere malevole il bisbiglio alle spalle per le mie scelte ‘politiche’; essere io fascista che mi ha reso tale e non altrimenti… Eppure ho il timore che si dia scontata la propria esistenza, una sorta di alibi, dove facile e comodo diviene il legittimare in un unico calderone sia ciò che ci nobilita sia ciò che ci volgarizza, ciò che ci eleva da ciò che ci degrada? Ogni mio atto ogni mio gesto il mio sentire e la parola sono ‘fascismo’ e così sia – una sorta di inevitabile karma, un marchio indelebile, una kalos-kai-agathia per nascita…</p>
<p style="text-align: justify;">Se nascere fascisti può determinare queste e altre perplessità – una biologia dello spirito? -, rimane però la garanzia che morire da fascisti si può e, osiamo dire, si deve se e quando le circostanze lo reclamano. Vale la pena riprendere in mano alcune delle pagine del libro, pubblicato postumo dalla figlia Barbara, La morte dei fascisti di Giano Accame. Gli esempi riportati sono tanti ed esemplari. A me tornano vivide alcune delle fotografie sulla fucilazione di Achille Starace, ormai messo fuori da ogni incarico e dimenticato all’interno del Fascismo della RSI, figura derisa e criticata per aver trasformato in parodia, avanspettacolo, un possibile auspicabile processo rivoluzionario, dandogli quell’impronta di medaglie uniformi fregi pennacchi così cari a tanta ‘cultura’ italiota. Solitaria figura in dimessa tuta da ginnastica con le pantofole ai piedi (o forse scarpe sgangherate da ginnastica, come sostiene l’amico Giacinto Reale) volle essere fucilato alla schiena per poter rivolgere al Duce, simile a bestia macellata e appesa alla grata del benzinaio là a Piazzale Loreto, l’estremo saluto romano. Ed, anche qui – mi ripeto – non ho alcun dubbio: il sangue è spirito, il sangue porta via con sé ogni scorie, trasmuta in rimedio l’infezione del quotidiano.</p>
<p style="text-align: justify;">In un cassetto, dentro una scatola tenuta ben celata (né Mirella deve rinnovare lo strazio né Cristiano, tanto meno, deve prenderne visione) ho le fotografie di Riccardo disteso nella bara, gli occhi chiusi i capelli mossi i baffi, l’abito buono e il volto, sì, il volto marcato dai segni delle percosse subite (dissero che ti eri suicidato e, al contrario, io so che ‘ti cercarono l’anima a furia di botte’). Nella cella d’isolamento – forse la stessa in cui vi avevo trascorso mesi circa dieci anni prima – due giorni alla tua scarcerazione, quattro a testimoniare in mio favore di fronte ai giudici della Corte d’Assise di Catanzaro. A me sempre caro e il cui ricordo va alla giovinezza sacco in spalla, le ragazze, il pianoforte, Praga invasa dai carri armati e la Romania all’ombra del Capitano… Mi fosti camerata fedele per nascita o lo divenisti perché altro non ti era dato sapere?</p>
<p style="text-align: justify;">(Preliminare su come e perché sia difficile divenire ‘fascista’, premettendo che non possiedo alcuna risposta certa, rigettando ormai quel principio di verità con cui si legittimano le tante nostre cazzate in affermazioni categoriche. Dopo aver costretto il lettore ad introdursi, sempre più perplesso e al contempo avvinto, in un percorso irto di definizioni assiomi proposizioni dimostrazioni corollari e scolii per parlarci di Ethica, titolo della sua opera, il filosofo Benedetto Spinoza – Hegel considerava l’essere ‘spinozisti’ premessa necessaria per introdursi nel mondo della filosofia – così la concludeva: ‘E arduo, in verità, deve essere ciò che tanto raramente si trova. Come infatti potrebbe avvenire, se la salvezza fosse sotto mano e potesse essere ottenuta senza molta fatica, che fosse negletta quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare’… La difficoltà espressa, in altro contesto, da Mussolini forse si chiama ‘stile’).</p>
<p style="text-align: justify;">Nietzsche ammoniva ‘là dove è passato un Capo, là è nato uno Stile’ – e a Mussolini guardiamo come colui che ci ha dato la via e al Fuehrer a Josè Antonio a Corneliu Zelea Codreanu e a tutti coloro, con l’esempio e in armi e con la parola, che ci hanno insegnato ad amare il Fascismo ‘immenso e rosso’. Ho accanto a me, sulla scrivania, computer pubblicazioni penne e pennarelli, la liquerizia di cui sono ghiotto, il libro di Mario Bernardi Guardi dal titolo Fascista da morire, uscito da meno di un mese e – lo confesso – non ancora letto. Un romanzo sui franchi tiratori di Firenze con alcuni personaggi reali e reali accadimenti. Il titolo m’intriga, m’intriga la trama quando vedo, in alcune note, il Curzio Malaparte de La pelle, Berto Ricci e altri studiosi e letterati che hanno trattato il tema. Fascista da morire e non morire da fascista che fa una bella differenza. Sacrificarsi certo per salvare la faccia difendere l’Idea restare fianco a fianco con chi come te non molla ma, altresì, ricordarsi sempre e sempre condividere le parole con cui Robert Brasillach concludeva l’esile saggio su Andrea Chénier, il ‘fratello dal collo mozzato’: ‘Questo non vuol dire che non sarebbe stato preferibile e che lui stesso non si sarebbe augurato quel bene che, da vero erede della Grecia, amava al di sopra di ogni cosa: la vita. E io la penso come lui’. Fierezza e speranza…</p>
<p style="text-align: justify;">Si rinuncia quando non ci si mette più in gioco, liberamente, quando poi è la vita che ci sfugge come acqua fra le dita – altra immagine cara a Brasillach – non siamo noi i rinunciatari… Mi giustifico? Mi assolvo? Aldo Salvo, autore di Morire a Roma (un bel libro con poca fortuna editoriale) e che io portai a scuola a parlare ai miei alunni, scriveva che la retorica te la ficcano dentro a forza fra i denti e che esce pisciando ma ciò che resta è l’essenziale… Lasciatemi, dunque, cazzarare un po’. Mi piace viaggiare in treno guardare il paesaggio dal finestrino, le nuvole in cielo gli alberi le case sparse le macchine sull’autostrada, ma so che questo è il destino dello scrittore e che si vive quando s’è dentro le cose. Ecco perché porto i capelli e la barba lunghi e bianchi indosso ancora la giacca militare e la camicia fuori dai calzoni mi trattengo perché mi viene voglia di fare baruffa bastoni e barricate guardo le donne giovani m’innamoro una volta al giorno scrivo ‘cose che voi umani…’ i miei punti di riferimento li ho citati più volte, primo fra tutti Cyrano de Bergerac dal grande naso e la spada veloce, Che altro aggiungere?… Incerto inquieto irriverente, lo confesso, devo ancora decidere cosa farò da grande! Basta? Tanto mi basta. Rinunciatario?</p>

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