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	<title>Homo Sapiens Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Homo Sapiens Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Considerazioni su “Ma davvero veniamo dall’Africa?” di Fabio Calabrese (2^Parte) – A cura di Michele Ruzzai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jul 2022 04:17:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Genetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; Come avevamo concluso nella prima parte di questo commento al libro “Ma davvero veniamo dall’Africa” di Fabio Calabrese, i dati del genoma umano evidenziano una chiara separazione tra gli africani da un lato e tutte le altre popolazioni dall’altro. Dicevamo che una possibile spiegazione di tale netta biforcazione potrebbe essere motivata da almeno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Come avevamo concluso nella prima parte di questo commento al libro “Ma davvero veniamo dall’Africa” di Fabio Calabrese, i dati del genoma umano evidenziano una chiara separazione tra gli africani da un lato e tutte le altre popolazioni dall’altro. Dicevamo che una possibile spiegazione di tale netta biforcazione potrebbe essere motivata da almeno due ragioni, ovvero un diverso ancoramento geografico dell’albero filogenetico mondiale, ed una certa eterogeneità dei substrati che Homo Sapiens incontrò nella sua prima colonizzazione planetaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo punto, in pratica, va nella stessa direzione che in precedenza avevamo anticipato sul caso particolare degli alberi mitocondriali e, partendo da assunti logici diversi da quelli del tasso di mutazione unico e costante, sulla possibilità di collocarne la radice primaria in Eurasia e non in Africa, con l’ovvia conseguenza di una diversa mappatura delle migrazioni umane intercontinentali. A questo proposito, giustamente Calabrese segnala la ricerca condotta da Maria Matinòn-Torres, paleobiologa del Centro Nazionale di Ricerca sull&#8217;Evoluzione Umana di Burgos (Spagna) sulle corone dentarie delle popolazioni mondiali, che suggerirebbe un’origine umana non africana ma eurasiatica. Inoltre, in questa stessa direzione, possiamo aggiungere anche la teoria del professor Úlfur Árnason dell’Università di Lund in Svezia, che ha proposto un’ipotesi “Out of Eurasia”, in sintesi OOE (nota 47) la quale, pur condividendo gli stessi presupposti evoluzionistici della OOA, è in ogni caso di grande interesse in quanto testimonia come le evidenze molecolari e paleoantropologiche possono essere coerentemente lette anche in contesti interpretativi non necessariamente afrocentrici: il che, per inciso, fa il paio con l’onesta ammissione di Guido Barbujani sul fatto che il nudo dato genetico può prestare il fianco a fin troppe ipotesi e troppe possibili spiegazioni, tutte ammissibili in linea teorica, ma di per sé non è sufficiente a delineare in modo univoco una storia umana, perché necessita di una teoria di più ampio respiro all’interno della quale può essere utilmente collocato (nota 48). Comunque Árnason, in estrema sintesi, sostiene che già la sola presenza delle forme Neanderthal e Denisova in area eurasiatica, e la loro assenza in quella africana (sia in termini paleoantropologici, sia come frequenze molecolari negli odierni subsahariani), costituisca un importantissimo elemento per sostenere che anche l’area di origine della specie “sorella”, Homo Sapiens, dovrebbe essere collocata negli stessi quadranti (nota 49). Árnason rileva inoltre come la prospettiva OOE spiegherebbe molto meglio dell’OOA la presenza in Asia Orientale, fin da tempi estremamente antichi (ricordavamo in precedenza i ritrovamenti cinesi), di esseri umani quasi identici a quelli delle popolazioni attuali, nonché l’interscambio genetico avvenuto tra Sapiens e Neanderthal più di 200.000 anni fa. Secondo la OOE, in tempi molto remoti alcuni gruppi Sapiens si sarebbero staccati dalla popolazione primaria eurasiatica per migrare in Africa, costituendone la prima ondata colonizzatrice, oggi riconoscibile nei Khoisan (fondamentalmente Boscimani ed Ottentotti) e, forse a breve distanza, nei pigmei Mbuti; in tempi ancora successivi potrebbero invece essere giunti nel continente nero gli antenati di gruppi quali gli Yoruba afro-occidentali. Il tutto attraverso percorsi geografici diversificati, dallo stretto di Bab el Mandeb (tra Yemen, Gibuti e Somalia) alla penisola del Sinai. In effetti, anche a prescindere dalla teoria OOE, va detto che altri autori hanno contemplato la possibilità di massicci ingressi di gruppi eurasiatici nel continente nero (nota 50) i quali, tra circa 70.000 e 40.000 anni fa, potrebbero aver rappresentato un importante fattore (ma, come vedremo, non l’unico) alla base della forte eterogeneità molecolare africana (nota 51). Ricordiamo che si tratta di ipotesi tutte compatibili con le frequenze rilevate, se è vero che Cavalli Sforza non può esimersi dal riconoscere – similmente a Barbujani – come gli alberi filogenetici elaborati, evidenziando la netta separazione tra le popolazioni africane e quelle extra-africane, non dicono se i primi uomini fossero africani e si diffusero verso l’Asia <em>o viceversa</em> (nota 52). Inoltre, un recente studio (nota 53), elaborato con un nuovo approccio metodologico ed algoritmi induttivi particolarmente sofisticati, rivisita ancora più a fondo le implicazioni genetiche della teoria OOA II e, nelle analisi dei ricercatori, la biforcazione in area subsahariana tra africani e non africani viene valutata come <em>solo una delle varie possibilità all’esame</em>, non necessariamente quella più parsimoniosa in termini statistici e dai percorsi logici più immediati rispetto ad altre aree geografiche. Ma se in ogni caso è accertato, come dato generale, l’esistenza di due grandi blocchi genetici separati, abbiamo visto che tale evidenza non risulta spiegabile unicamente attraverso l’ipotesi di un’età più elevata degli africani, e quindi di una loro ancestralità rispetto a tutti gli altri, ma anche con una diversa posizione della radice e delle “fissioni” avvenute nel corso della storia umana; inoltre, è sicuramente contemplabile anche un fattore “fusionale” che, per evidenti motivazioni geografiche, sarebbe dovuto al maggior interscambio genetico intercorso nei millenni tra europei ed asiatici (nota 54) che li avrebbe ulteriormente omogeneizzati, ma che non per questo starebbe, analogamente, a significarne <em>una posteriorità temporale rispetto alle genti subsahariane</em>. Tanto, in definitiva, da far affermare al genetista David Reich che “l’Eurasia è stata un epicentro dell’evoluzione umana capace di rivaleggiare con l’Africa” (nota 55).</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo punto al quale abbiamo accennato sopra, riguarda la diversa “qualità” dei vari substrati che i primi Homo Sapiens incontrarono nella loro colonizzazione planetaria e, aggiungiamo, probabilmente anche la diversa “quantità” di introgressione che ricevette il nostro genoma a seguito dei meticciamenti con quei gruppi. E’ intuitivo pensare che, considerando la combinazione di questi due fattori, dovettero derivarne delle conseguenze abbastanza diversificate per i vari rami della nostra specie. Per la parte eurasiatica dell’umanità, pare ormai accertato che si sia verificato, probabilmente in più riprese, un incrocio con i Neanderthal (nota 56) dai quali avremmo ricevuto un contributo pari a circa il 2-3 % del nostro attuale patrimonio molecolare (nota 57), ma anche un meticciamento con i Denisoviani, però riconoscibile soprattutto nelle popolazioni papua-melanesiane, il cui genoma sembrerebbe contenere fino al 6% di frequenze non Sapiens (nota 58). Queste due forme umane che, come avevamo visto, Árnason considera “sorelle” – e quindi relativamente prossime – a Homo Sapiens, non sembrano invece aver lasciato tracce nelle odierne popolazioni del continente nero (se non in misura estremamente ridotta, forse mediate dalle migrazioni Sapiens provenienti dall’Eurasia e delle quali si era detto). Ma da ciò non discende che gli africani siano, quindi, dei “puro-Sapiens” – ci si passi il termine – il cui genoma sarebbe rimasto quasi completamente preservato da introgressioni di linee collaterali: infatti, come giustamente ricorda Calabrese, negli ultimi anni è invece emerso un notevole grado di meticciamento subsahariano con un’altra specie (nota 59), sempre africana e non ancora identificata (”fantasma”, com’è stata definita – nota 60) che è stato confermato anche nell’analisi della proteina salivare MUC7. L’impronta genetica di questi “fantasmi” africani si è confermata sempre di più nel corso del tempo, arrivando a quantificare una probabile introgressione <em>fino addirittura al 19% dell’attuale genoma subsahariano</em> (nota 61) ed evidenziando inoltre ulteriori possibili risvolti, come ad esempio il fatto che tali “fantasmi” (probabilmente un ramo residuale di Homo Erectus) devono aver popolato l’Africa da lunghissimo tempo e che fossero derivati – secondo un’ottica evoluzionistica – da uno snodo filogenetico perfino antecedente a quello che avrebbe generato i neandertaliani: quindi risultando, a confronto di questi ultimi, <em>nettamente più distanti dal ceppo Sapiens</em>. E’ abbastanza intuitivo come tali evidenze non siano facilmente conciliabili con la classica formulazione OOA II. Sembra infatti oggettivamente improbabile che questi Erectus “fantasma” non si siano mai prima incrociati con i Sapiens in Africa – che proprio lì avrebbero in teoria dovuto trovarsi, in lenta gestazione, da qualche centinaio di migliaia di anni – dalla quale sarebbero poi usciti completamente <em>privi di tali frequenze (che infatti in Eurasia non esistono),</em> ma ibridandosi con loro solo in tempi relativamente recenti. Più plausibile ci sembra invece l’ipotesi che la rilevante quantità di frequenze “fantasma” assorbite dai primi uomini giunti in Africa – unitamente alla maggiore distanza genetica dallo stock Sapiens rispetto a quello neandertaliano e denisoviano – possa aver indotto la distorsione concettuale di considerare le odierne popolazioni dal genoma più divergente come quelle più arcaiche e quindi ancestrali rispetto alle altre. Tale aberranza molecolare sarebbe cioè erroneamente interpretata, come anticipavamo, in chiave esclusivamente endogena, cioè derivante solo da un percorso molto lungo e “solitario”, logico risultato di un maggior tempo di separazione dal comune tronco umano, mentre in realtà vi è stato, anche e soprattutto, l&#8217;incontro con uno stock molecolare molto diverso che ne ha notevolmente &#8220;spostato&#8221; il centro genetico. Ebbene, qual è l’attuale popolazione africana che più spesso viene considerata quella di derivazione più antica, rappresentata cioè dal ramo più lungo negli alberi filogenetici? Almeno sul versante del DNA mitocondriale, sono i Khoisan (Boscimani ed Ottentotti) dell’Africa meridionale (nota 62) sulla cui posizione di ancestralità, però, Cavalli Sforza significativamente non concorda in quanto troppo distanti dal tipo africano principale (nota 63). Ed anche, nella stessa direzione, ci sembra molto interessante il fatto che il ricercatore Razib Khan, commentando nel suo blog il recente studio “Revisiting the Out of Africa event with a novel Deep Learning approach” (nota 64), ad una precisa domanda abbia espresso l’idea che i Khoisan siano semplicemente il gruppo umano il cui genoma ha incorporato più di tutti altri subsahariani le frequenze “fantasma”, oltretutto in un contesto nel quale tutte le popolazioni del continente sono comunque pensabili come risultato di varie ibridazioni: ecco dunque un nuovo, significativo, modo di inquadrare la posizione filetica dei Khoisan e di spiegare la loro pronunciata divergenza molecolare non tanto nell’ottica di una maggiore antichità accumulata “in solitaria”, quanto piuttosto in quella di un maggiore meticciamento intervenuto con una specie piuttosto distante da noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre Razib Khan esprime un’altra interessante considerazione, da leggere in parallelo alla nota di Calabrese sul fatto che l’OOA II, o quanto meno la sua divulgazione popolare, lasci sottinteso (volutamente?) che non vi sia distinzione fra “africano” in senso geografico e “nero” in senso razziale: il genetista rileva infatti come le epidermidi fortemente pigmentate siano state selezionate solo in tempi relativamente recenti e quindi non possono essere considerate ancestrali rispetto a tutte le altre del pianeta. Il punto ci sembra particolarmente significativo, perché più che l’OOA in sé, questo dato va a colpire soprattutto un “immaginario” che quasi sempre, nella persona non specialista, automaticamente si associa al tema delle antiche origini africane dell’umanità. Quindi anche ammesso, per pura ipotesi, che l’OOA possa essere minimamente verosimile, bisogna sottolineare che l’Homo Sapiens eventualmente sbucato fuori dal cosiddetto continente nero, ben difficilmente fosse “nero” egli stesso: almeno non secondo il classico stereotipo che oggi abbiamo delle popolazioni melanoderme subsahariane. Infatti, come opportunamente ricorda Calabrese, i “congoidi” secondo la classificazione antropologica che fece Carleton Coon, rappresentano una specializzazione umana ad “evoluzione tardiva”, molto recente e ben poco “primitiva” (nel senso di “originaria”) (nota 65) la cui presenza in Africa è decisamente poco antica e, nei reperti rinvenuti, non sembra essere anteriore ai tempi mesolitici (nota 66): il che, se ci facciamo caso, in ottica OOA è abbastanza paradossale, perché quello che comunemente viene considerato il tipo umano più rappresentativo della vecchia “Madre Africa”, sembra essere molto più recente, ad esempio, del Cro-Magnon europeo.<a href="https://www.mondadoristore.it/davvero-veniamo-dall-Africa-Fabio-Calabrese/eai979125504084/" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-54027 " src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/MA-DAVVERO-VENIAMO-DALLAFRICA-211x300.jpg" alt="" width="255" height="363" /></a></p>
<p>E con questo veniamo, nel libro di Calabrese, al nostro continente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorniamo per un attimo al reperto greco di Apidima 1 di più di 200.000 anni fa: è un ritrovamento del quale possiamo dire che, per le sue importanti caratteristiche Sapiens, stride alquanto con l&#8217;idea di un’antica Europa neandertaliana, culturalmente attardata al Paleolitico Medio – e pure cannibale! (nota 67) – che sarebbe stata spazzata via dalla “new wave” del Paleolitico Superiore, portato finalmente da “uomini anatomicamente moderni” di origine africana e dalla pelle più scura. Invece è in continuo consolidamento un quadro cronologico sempre più remoto per il popolamento Sapiens delle nostre terre, come anche dai reperti recentemente rinvenuti nella Valle del Rodano (nota 68) che, con i loro 54.000 anni, contribuiscono ulteriormente, se ancora ve ne fosse bisogno, ad affossare l’ipotesi OOA II di uscita africana recente (50-60.000 anni fa) basata sulle stime – evidentemente irreali (ma al tempo spacciate per solidissime…) – degli aplotipi Y-DNA. In altri termini, per depotenziare l’OOA, non è necessario appigliarsi all’autoctonìa neandertaliana rivalutando e “de-brutalizzando” i nostri, pur ingiustamente, bistrattati cugini: abbiamo già Sapiens europei antichissimi che testimoniano egregiamente la profondità cronologica delle nostre genti. Quella neandertaliana, al massimo, può valere come “traccia molecolare” di un incontro che essi ebbero – ovviamente prima di estinguersi, circa 40.000 anni fa (nota 69) – con i nostri antenati: quindi la testimonianza indiretta di un ininterrotto popolamento Sapiens in Europa che, peraltro, trova anche un’altra significativa conferma. Calabrese, infatti, ricorda giustamente come vari ricercatori abbiano stimato che proprio dai tempi paleolitici deriverebbe la maggior parte del nostro patrimonio genetico: per alcuni fino al 90%, comunque non meno del 65% per altri (nota 70), quindi, oltretutto, riducendo di molto l’ipotesi inizialmente fatta sul “peso” della più recente componente neolitica, entrata nel genoma europeo dal Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultimo dato ci consente di arrivare ad un ulteriore punto sul quale Calabrese giustamente insiste, ovvero la critica, dopo quella alla teoria OOA, anche al mito dell’ “Ex Oriente lux”, secondo il quale la nostra Europa, e le Stirpi che l’abitarono fin dai suoi albori, sarebbero state quasi del tutto prive di una propria originalità creatrice e perennemente in debito culturale nei confronti di influenze orientali. Se è vero che l’arrivo di buona parte di tali influenze venne immaginato assieme a quello, fisico, di immigrati mediorientali, l’ipotesi viene già a ridimensionarsi di molto con il dato sulle radici prevalentemente paleolitiche, in un quadro demografico fondamentalmente “continuista”, del nostro patrimonio molecolare (nota 71). Per quanto, invece, potrebbe esserci giunto da Oriente solo per via culturale – cioè con la semplice trasmissione delle idee più innovative, ma senza migrazione umana – si può osservare che invece sono moltissime le evidenze dalle quali si deduce che, al contrario, l’Europa non ebbe debiti, o ne ebbe pochissimi, verso chicchessia. Andando a ritroso nel tempo, ad esempio, potremmo ricordare l’enigmatico “disco di Nebra” rinvenuto in Germania e datato a circa 3600 anni fa, che è riconosciuto essere la più antica rappresentazione mondiale del cielo archeologicamente attestata. A seguire, l’Europa può vantare il primo utilizzo dei metalli, dal momento che quello più anticamente usato è il rame, e non sfuggirà l’importanza del fatto che le più datate miniere al mondo di rame si trovano a Rudna Glava nella ex Jugoslavia. Da notare anche la totale originalità del megalitismo europeo che la cosiddetta “rivoluzione del radiocarbonio” ha cronologicamente scollegato da ogni possibile influenza mediorientale, regalandoci siti di una forza e di una magnificenza quali Stonehenge, Newgrange, Externsteine che denotano piuttosto un movimento esercitatosi da ovest verso est (nota 72). Ma anche in precedenza si registrano fermenti del massimo interesse: fin dal settimo/ottavo millennio a.c. – cioè quando la civiltà sumera non esisteva ancora – lungo il corso medio e finale del Danubio, erano infatti presenti tutti i fattori che vengono considerati tipici delle grandi civiltà antiche, ovvero un’economia agricola pienamente sviluppata, un’industria tessile e ceramica, una scala urbana di insediamento, reti commerciali ben organizzate e di vasto raggio, solide istituzioni comunitarie (anche se sotto forma di reti tra villaggi e non di uno Stato centrale), probabilmente il prima sistema al mondo di proto-scrittura incisa nell’argilla delle tavolette di Tǎrtǎria in Romania (nota 73). E’ inoltre probabile anche la primarietà delle popolazioni centro-nordeuropee nella domesticazione degli animali da pascolo e nell’impiego del latte come alimento per gli adulti, dato fortemente suggerito dall’altissima tollerabilità al lattosio che il nostro continente evidenzia a confronto con le altre aree del pianeta (nota 74). La stessa cosiddetta “rivoluzione neolitica” che sarebbe arrivata dal Medio Oriente, in realtà non c’è stata (nota 75), o meglio si è diluita in migliaia di anni, perché sappiamo che già tra i gruppi della cultura paleolitica gravettiana, elementi quali la domesticazione del lupo, una certa semisedentarietà e una rilevante economia di produzione / stoccaggio delle risorse (nota 76) accompagnavano popolazioni notevolmente più dense di quanto un tempo ritenuto (nota 77): <em>il tutto, quindi, nell’ambito di una tradizione autoctona europea ben antecedente alla comparsa dell’agricoltura</em>. Che dunque è molto probabile si sia arricchita con elementi sedimentatisi in un lungo arco di tempo e ben al di qua del Bosforo, oltretutto propagandosi soprattutto per via culturale secondo il modello formulato dall’archeologo Marek Zvelebil (nota 78): modello che, sia alla luce delle preponderanti componenti paleolitiche del genoma europeo, sia da un punto di vista prettamente archeologico (nota 79), sembrerebbe nettamente preferibile a quello della migrazione, massiva e demica, “ad onda di avanzamento” proposto da Ammerman e Cavalli Sforza (nota 80).</p>
<p style="text-align: justify;">In questa scia, Calabrese critica giustamente l’ipotesi formulata negli anni ’80 del secolo scorso dall’archeologo britannico Colin Renfrew, secondo la quale i primi portatori delle lingue indoeuropee nel nostro continente sarebbero coincisi con i primi agricoltori neolitici (ma che, come abbiamo visto, possiamo pensare esser stati in numero piuttosto esiguo) provenienti dall’Anatolia: zona che peraltro dovette rappresentare solo la porzione occidentale di un territorio più esteso, comprendente anche il Levante (Siria-Libano-Palestina) e i Monti Zagros (tra Iran e Iraq), dove sarebbe iniziata la transizione da un’economia di caccia-raccolta (paleo-mesolitica) ad una agricola (neolitica). A ciascuna di queste altre due sotto-zone, secondo l’ipotesi di Renfrew, sarebbe riconducibile l’origine di altrettante famiglie linguistiche, ovvero l’afroasiatica (o “camito-semitica” secondo la denominazione più datata) nel Levante, e molto più a est, tra i Monti Zagros, l’elamo-dravidica (nota 81) orientata verso l’Iran ed il subcontinente indiano. Calabrese rileva come, alla tradizionale tripartizione di chiara origine biblica, focalizzata sui soli popoli gravitanti nell’area del Mediterraneo – quindi limitata a Camiti, Semiti ed Indoeuropei – per completare l’antico quadro etnico europeo in realtà andrebbero aggiunti altri due rami, e cioè uno meridionale / mediterraneo (costituito dalle popolazioni “preindoeuropee” di substrato, come ad esempio gli Etruschi, i Pelasgi, i Minoici…) ed uno settentrionale / ugrofinnico. L’osservazione è senz’altro condivisibile e, a parere di chi scrive, questi altri due rami potrebbero anche essere accorpati a quello indoeuropeo, però in un’ottica leggermente diversa, cioè – ci si passi il termine – di “arianità estesa” e in una prospettiva temporale più profonda di quanto ordinariamente considerato per l’etnogenesi della nostra famiglia linguistica. In tale quadro, il gruppo meridionale costituirebbe una ramo deviante “ario-atlantico” secondo le indicazioni di Julius Evola (nota 82) e quello settentrionale, definibile come “ario-uralico”, sarebbe invece più direttamente residuante da una situazione originaria, che, in analogia alle ipotesi formulate, tra gli altri, soprattutto da Björn Collinder (nota 83), presupporrebbe una precedente Urheimat comune ed una parentela filogenetica tra le due famiglie linguistiche (nota 84) che oltretutto destituirebbe di ogni fondamento qualsivoglia ipotesi di origine anatolica (o anche transcaucasica secondo la prospettiva, ad esempio, di Gamkrelidze e Ivanov – nota 85); infine, quella indoeuropea <em>stricto sensu</em>, rappresenterebbe la linea geograficamente centrale e più recente – “ario-europea” – di questa vasta congerie etnica del nostro continente. Ma si tratta di considerazioni che qui sono state solo accennate perché esposte in modo più esteso nella recensione al precedente libro di Fabio Calabrese “Alla ricerca delle origini” (nota 86) dove vengono approfonditi anche alcuni aspetti relativi alla teoria del “Nostratico”, criticata da Calabrese ma che, a parere di chi scrive, potrebbe invece essere parzialmente accettabile sotto delle precise condizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale prospettiva – più estesa, articolata ed antica – delle origini indoeuropee, riteniamo che potrebbe quindi trovare posto un diverso modo di inquadrare almeno parte delle genti considerate “prearie”, ma che invece potrebbero aver costituito solo una stratificazione più antica dello stesso ceppo etnico in lenta e magmatica formazione. Nel suo libro, infatti, Calabrese, pur criticando gli studi tesi a negare l’invasione indoeuropea del subcontinente indiano, giustamente rileva anche come la stessa Civiltà della Valle dell’Indo, che secondo la visione tradizionale fu, appunto, “preindoeuropea”, era comunque popolata da genti caucasoidi, certamente non afro-melanoderme e delle quali la stessa lingua non è così scontato fosse di ceppo elamo-dravidico. E’ una direzione di ricerca che ci sembra di estremo interesse e, significativamente, trova l’accordo dello stesso Colin Renfrew, il quale arriva addirittura a contemplare la possibilità che gli abitanti di Harappa e Moheno-Daro parlassero una forma arcaica di Indoeuropeo. In effetti abbiamo già visto che l’archeologo britannico propone per l’Europa un modello simile, facendo cioè coincidere l’indoeuropeizzazione del nostro continente con l’avanzata degli ipotetici agricoltori anatolici e la contemporanea diffusione delle tecniche neolitiche. Ma se per l’Europa tale ipotesi, a nostro avviso, non può essere convincente, forse per il subcontinente indiano la teoria potrebbe avere qualche fondamento in più. In quest’ambito Renfrew ritiene che negli “Inni del Rigveda” non vi siano elementi tali da dimostrare inequivocabilmente che la popolazione di lingua vedica (cioè di ceppo indoeuropeo) sia intrusiva nella regione indiana secondo il quadro classico e quindi contempla la possibilità che la Civiltà della Valle dell’Indo abbia già parlato una lingua indoeuropea arcaica, antenata del sanscrito vedico, giunta appunto nell’area sul modello dell’espansione agricolo-neolitica (nota 87). Ipotesi, ad esempio, da valutare assieme a quella formulata a suo tempo da Hrozny e basata su di una certa similitudine riscontrata fra le iscrizioni rinvenute a Mohenjo Daro e quelle di ambito ittita (nota 88) e sulle più recenti osservazioni che, in chiave opposta, avrebbero invece evidenziato una nettissima differenza, soprattutto nei numerali, che la grafia protoindiana denoterebbe con le lingue dravidiche, tanto da escluderne un rapporto filogenetico (nota 89). Come detto, a nostro avviso tale modello potrebbe essere più convincente in questo contesto rispetto a quello europeo: ciò, perché mentre nel nostro continente vi sono diversi elementi – sui quali, per ragioni di lunghezza, non possiamo soffermarci ora – per collocare l’Urheimat indoeuropea molto lontano dall’Anatolia, direttamente in casa nostra e comunque notevolmente più indietro nel tempo rispetto a quanto proposto da Renfrew, le evidenze sono molto diverse per il subcontinente indiano, per il quale anzi ci troviamo davanti a resistenze di ordine opposto, legate alla ormai radicata idea di un’invasione indo-aria molto recente, situabile appena nel II° millennio a.c. Il tema, semmai, è legato all’ethnos degli agricoltori che in India giunsero da occidente. E’ chiaro che su tale aspetto si possono solo avanzare delle mere ipotesi non sussistendo, per l’età neolitica, iscrizioni decifrabili e quindi collocabili nell’alveo di una qualsivoglia famiglia linguistica. Su questo punto, è lo stesso archeologo britannico a proporre diverse possibilità. Posto che le tecniche agricole sembrerebbero giunte nel subcontinente indiano a partire, come abbiamo visto, dal “lobo” dei monti Zagros nell’Iran occidentale, è evidente che tutto dipende da chi furono gli agricoltori che iniziarono ad espandersi da lì verso oriente. Se si trattò di genti parlanti lingue elamo-dravidiche, come nella prima formulazione di Renfrew (nota 90) è molto probabile che dovette essere questo l’idioma della civiltà di Harappa e Mohenjo-Daro, il che sembrerebbe anche coerente con l&#8217;idea, già riscontrata altrove (nota 91) di una provenienza occidentale dei Dravidi. Ma potrebbe anche darsi la possibilità che tali agricoltori iniziali fossero di lingua proto-indoeuropea, e non necessariamente secondo il quadro di Renfrew, nel quale vengono immaginati anche in Anatolia e da lì in marcia verso l’Europa; bensì, esattamente all’opposto, anticamente originari dell’Europa (dove, secondo una prospettiva cronologicamente molto più profonda, sarebbero stati presenti già fin da tempi paleolitici, magari nella loro ramificazione “ario-atlantica” di direzione ovest =&gt; est) che sui Zagros avrebbero avuto tutto il tempo per sviluppare quelle tecniche agricole, le quali sarebbero poi servite per espandersi ulteriormente ad oriente ed arrivare fino ad Harappa e Mohenjo-Daro. In questa cornice, il protoelamita attestato nell’Iran meridionale potrebbe non essere stato autoctono, ma sarebbe invece arrivato per via marina solo successivamente alla diffusione continentale delle lingue protoindoeuropee (nota 92) e così anche il proto dravidico: quindi in coerenza, ad esempio, con le ipotesi di Herman Wirth nel quadro del suo &#8220;ciclo-sudatlantico&#8221; e di una provenienza da una terra occidentale sommersa (nota 93). Ma tuttavia – molto significativamente – Renfrew <em>riconosce di buon grado che questa ipotesi non esclude per forza quella invasionista classica</em> e di indoeuropeizzazione recente, perché il subcontinente indiano potrebbe comunque aver ricevuto in tempi diversi <em>due distinte ondate ariane</em> (nota 94), cioè una più antica, agricola, da ovest ed una più recente, direttamente da nord: ipotesi che in effetti potrebbe rappresentare il miglior compromesso sul tema.</p>
<p>Ma torniamo dalle nostre parti, per concludere.</p>
<p style="text-align: justify;">Inquadrare il tema delle origini indoeuropee in un orizzonte temporalmente più profondo di quello attualmente utilizzato, ci sembra ineludibile. E se, come abbiamo visto sopra, il dato dell’eterogeneità molecolare, di per sé, non è sempre indicatore di maggiore antichità (vedasi il caso dei subsahariani), analogamente, di per sé, non è sempre indicatore di posteriorità temporale l’evidenza di una grandissima omogeneità genetica: ovvero, esattamente quella che noi Europei ci portiamo dentro, come nessun’altra area del mondo può testimoniare (nota 95). Né riteniamo convincente che una analoga, fortissima, omogeneità glottologica – visto che circa il 97% degli abitanti del nostro continente è linguisticamente indoeuropeo, e questo è il quadrante geografico dove, al mondo, vi è il più basso numero di lingue regionali distinte (nota 96) – possa essere stata generata, secondo il quadro tratteggiato da Marija Gimbutas, solo da alcune sporadiche incursioni kurganiche di pochi millenni fa, che ebbero scarso impatto sia demografico che genetico (nota 97). Molto probabilmente la nostra storia è ben più profonda e, per venire alla nostra penisola – visto che giustamente Calabrese tocca anche il tema delle radici italiane – vi è ad esempio chi ritiene che la prima manifestazione di un gruppo italico ormai chiaramente differenziato dagli altri Indoeuropei, potrebbe addirittura essere ravvisabile – in una rivoluzionaria prospettiva “continuista” – già nella cultura epigravettiana di 16.000 anni fa (nota 98). Francamente non sappiamo se ciò possa essere plausibile, ma, per quanto può valere, chi scrive è comunque convinto che le nostre radici etniche vadano in profondità non di millenni, ma di <em>decine</em> di millenni.</p>
<p>E, come ci ricorda il bel libro di Fabio Calabrese, di sicuro non affondano in Africa.</p>
<p><em>Michele Ruzzai </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #000080;">NOTE</span></h2>
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<ul>
<li>Nota 47: Bruce F. Fenton – The Out of Europe/Asia &amp; Into Africa Theory of Human Origins – New Paper Calls for Paradigm Displacement – Ancient News – 16/9/2017 – <a href="http://ancientnews.net/2017/09/16/the-out-of-europeasia-into-africa-theory-of-human-origins-new-paper-calls-for-paradigm-displacement/">http://ancientnews.net/2017/09/16/the-out-of-europeasia-into-africa-theory-of-human-origins-new-paper-calls-for-paradigm-displacement/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 48: Carla Castellacci – Il piacere di raccontare – in: Sapere – Ottobre 2004 – pagg. 68, 69; Guido Barbujani – L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana – Bompiani – 2006 – pag. 95</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 49: Trattasi dell’ipotesi Askur / Embla, Árnason, formulata nel 2016</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 50: Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 361; Harald Haarmann – Storia universale delle lingue. Dalle origini all’era digitale – Bollati Boringhieri – 2021 – pag. 89; Geraldine Magnan – Alla ricerca di Adamo – Scienza e Vita, n. 7 – Luglio 1998 – pag. 54</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 51: Ancient Admixture into Africa from the ancestors of non-Africans – Biorxiv – 1/6/2020 – <a href="https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.06.01.127555v1.full">https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.06.01.127555v1.full</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 52: Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 176</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 53: Revisiting the Out of Africa event with a novel Deep Learning approach – bioRxiv – 14/12/2020 – <a href="https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.12.10.419069v1fbclid=IwAR31vqju3TLvcWQ02sMUdwhpeocxZ0Cy1xJQmHgDhHmrzvhP2_dyeTEIY0Y">https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.12.10.419069v1fbclid=IwAR31vqju3TLvcWQ02sMUdwhpeocxZ0Cy1xJQmHgDhHmrzvhP2_dyeTEIY0Y</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 54: Gianfranco Biondi / Olga Rickards – Uomini per caso. Miti, fossili e molecole nella nostra storia evolutiva – Editori Riuniti – 2004 – pag. 215</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 55: Giovanni Monastra – Rileggere l’antropologia della preistoria europea – in: “Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970”, Julius Evola, a cura di Alberto Lombardo, postfazione di Giovanni Monastra, Quaderni di testi evoliani n. 53, Fondazione Julius Evola, 2020 – pag. 154</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 56: I geni dei Neanderthal che sono in noi – Le Scienze – 29/01/2014 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2014/01/29/news/geni_neanderthal_uomo_moderno_mescolamento_ibridi_malattie_sterilit-1987737/">http://www.lescienze.it/news/2014/01/29/news/geni_neanderthal_uomo_moderno_mescolamento_ibridi_malattie_sterilit-1987737/</a> ; Molto Sapiens, un po’ di Neanderthal e altro ancora – Le Scienze – 06/09/2011 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2011/09/06/news/molto_sapiens_un_po_di_neanderthal_e_altro_ancora-550846/">http://www.lescienze.it/news/2011/09/06/news/molto_sapiens_un_po_di_neanderthal_e_altro_ancora-550846/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 57: Le parentele dei Neanderthal raccontate dal DNA – Le Scienze – 19/12/2013 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2013/12/18/news/confronto_genoma_neanderthal_denisovan_uomo_moderno-1936269/">http://www.lescienze.it/news/2013/12/18/news/confronto_genoma_neanderthal_denisovan_uomo_moderno-1936269/</a> ; Giovanni Monastra – Rileggere l’antropologia della preistoria europea – in: “Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970”, Julius Evola, a cura di Alberto Lombardo, postfazione di Giovanni Monastra, Quaderni di testi evoliani n. 53, Fondazione Julius Evola, 2020 pag. 151</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 58: Il ménage à trois dei nostri antenati – Le Scienze – 19/09/2011 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2011/09/19/news/incrocio_genetico_sapiens_neanderthal_denisova-744081/">http://www.lescienze.it/news/2011/09/19/news/incrocio_genetico_sapiens_neanderthal_denisova-744081/</a> ; In Melanesia le tracce viventi della terza specie di Homo – Le Scienze – 23/12/2010 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2010/12/23/news/in_melanesia_le_tracce_viventi_della_terza_specie_di_homo-553626/">http://www.lescienze.it/news/2010/12/23/news/in_melanesia_le_tracce_viventi_della_terza_specie_di_homo-553626/</a> ; Giorgio Manzi – L’allegro passato di Denisova – Le Scienze – Marzo 2011</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 59: Gary Stix – In Africa i primi umani moderni si incrociarono con altre specie – Le Scienze – 02/08/2012 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2012/08/02/news/primi_uomini_moderni_incrocio_altre_specie_ominidi_africa-1184704/">http://www.lescienze.it/news/2012/08/02/news/primi_uomini_moderni_incrocio_altre_specie_ominidi_africa-1184704/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 60: Nella saliva tracce di un’antica specie umana “fantasma” – Le Scienze – 24/7/2017 – <a href="https://www.lescienze.it/news/2017/07/24/news/proteina_saliva_specie_umana_fantasma-3612050/">https://www.lescienze.it/news/2017/07/24/news/proteina_saliva_specie_umana_fantasma-3612050/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 61: Misteriosi geni arcaici nel genoma delle popolazioni africane – Le Scienze – 13/2/2020 – <a href="https://www.lescienze.it/news/2020/02/13/news/africani_geni_arcaici_ominine_misterioso-4677202/?fbclid=IwAR1DKvCKWs3MvIFmqBiVVYGsidxjcApvBXZMBh37pf9S8yDX7QWFYsD-m98">https://www.lescienze.it/news/2020/02/13/news/africani_geni_arcaici_ominine_misterioso-4677202/?fbclid=IwAR1DKvCKWs3MvIFmqBiVVYGsidxjcApvBXZMBh37pf9S8yDX7QWFYsD-m98</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 62: Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – p 157, 165, 330; Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006 – pag. 87</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 63: Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – p 364, 365</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 64: Revisiting the Out of Africa event with a novel Deep Learning approach – bioRxiv – 14/12/2020 – <a href="https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.12.10.419069v1fbclid=IwAR31vqju3TLvcWQ02sMUdwhpeocxZ0Cy1xJQmHgDhHmrzvhP2_dyeTEIY0Y">https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.12.10.419069v1fbclid=IwAR31vqju3TLvcWQ02sMUdwhpeocxZ0Cy1xJQmHgDhHmrzvhP2_dyeTEIY0Y</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 65: Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 1 – pag. 475; Luigi Brian – Il differenziamento e la sistematica umana in funzione del tempo – Marzorati Editore – 1972 – pag. 429; Mario F. Canella – Razze umane estinte e viventi – Sansoni – 1940 – pag. 111; Carleton S. Coon – L’origine delle razze – Bompiani – 1970 – pagg. 590, 591</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 66: Hugo A. Bernatzik – Popoli e Razze – vol. 1 – Editrice Le Maschere – 1965 – pagg. 479, 626; Pierre Bertaux – Africa. Dalla Preistoria agli stati attuali – in: Storia Universale Feltrinelli – Feltrinelli – 1968 – pagg. 23, 24; Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 3 – pag. 97; Bjorn Kurten – Non dalle scimmie – Einaudi – 1972 – pag. 128</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 67: Il cannibalismo dei Neanderthal – Le Scienze – 11/7/2016 – <a href="https://www.lescienze.it/news/2016/07/11/news/cannibalismo_neanderthal_goyet-3156439/?ref=nl-Le-Scienze_15-07-2016">https://www.lescienze.it/news/2016/07/11/news/cannibalismo_neanderthal_goyet-3156439/?ref=nl-Le-Scienze_15-07-2016</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 68: Luigi Bignami – Homo Sapiens: è arrivato in Europa prima di quanto credessimo – Focus – 19/2/2022 – <a href="https://www.focus.it/scienza/scienze/arrivo-anticipato-homo-sapiens">https://www.focus.it/scienza/scienze/arrivo-anticipato-homo-sapiens</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 69: Andrew Collins – Il mistero del cigno. In cerca degli antichi segreti sull’origine della vita nel Cosmo – Libri per evolvere – 2011 – pag. 324; Una data certa per la scomparsa dei Neanderthal – Le Scienze – 21/08/2014 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2014/08/21/news/data_fine_neanderthal_coesistenza_homo_sapiens-2256444/">http://www.lescienze.it/news/2014/08/21/news/data_fine_neanderthal_coesistenza_homo_sapiens-2256444/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 70: Mario Alinei – Un modello alternativo delle origini dei popoli e delle lingue europee: la “teoria della continuità” – In: “AA.VV (a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti) – Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici – Mondadori – 2001” – pag. 206; Barbara Bramanti – Il DNA antico riscrive l’avventura del Neolitico – in: Darwin – Luglio/Agosto 2006 – pag. 93; Luigi Luca Cavalli Sforza – Il caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica – Di Renzo Editore – 2007 – pag. 64; Elisabeth Hamel / Theo Vennemann / Peter Forster – La lingua degli antichi europei – Le Scienze – Luglio 2002 – pag. 69; Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003 – pagg. 192, 193; Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006 – pag. 211; Gabriele Costa – Continuità e identità nella preistoria indeuropea: verso un nuovo paradigma – in: Quaderni di Semantica, 22 – 2001 – pag. 19 – <a href="http://www.academia.edu/1269673/Continuit%C3%A0_e_identit%C3%A0_nella_preistoria_indeuropea_verso_un_nuovo_paradigma_in_Quaderni_di_Semantica_22_2_2001_pp.215-260">http://www.academia.edu/1269673/Continuit%C3%A0_e_identit%C3%A0_nella_preistoria_indeuropea_verso_un_nuovo_paradigma_in_Quaderni_di_Semantica_22_2_2001_pp.215-260</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 71: Mario Alinei – Le conseguenze per la linguistica corsa delle nuove teorie sulle origini indoeuropee – pag. 6</li>
</ul>
<p><a href="https://www.researchgate.net/publication/242533955_LE_CONSEGUENZE_PER_LA_LINGUISTICA_CORSA_DELLE_NUOVE_TEORIE_SULLE_ORIGINI_INDOEUROPEE">https://www.researchgate.net/publication/242533955_LE_CONSEGUENZE_PER_LA_LINGUISTICA_CORSA_DELLE_NUOVE_TEORIE_SULLE_ORIGINI_INDOEUROPEE</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 72: Mario Alinei / Francesco Benozzo – Origini del megalitismo europeo: un approccio archeo-etno-dialettologico – in: Quaderni di Semantica, 29 – 2008 – pag. 15 – <a href="http://www.continuitas.org/texts/alinei_benozzo_origini.pdf">http://www.continuitas.org/texts/alinei_benozzo_origini.pdf</a>; Le origini della cultura megalitica in Europa – Sito Le Scienze – 12/2/2019 – <a href="https://www.lescienze.it/news/2019/02/12/news/diffusione_megaliti_europa_francia_nord_occidentale-4288665/">https://www.lescienze.it/news/2019/02/12/news/diffusione_megaliti_europa_francia_nord_occidentale-4288665/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 73: Marco Merlini – La scrittura è nata in Europa? – Avverbi edizioni – 2004 – pagg. 279-281</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 74: Marco Mattarollo – L’origine nordica di Adamo – Yume – 2021 – pag. 90</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 75: Gabriele Costa – Continuità e identità nella preistoria indeuropea: verso un nuovo paradigma – in: Quaderni di Semantica, 22 – 2001 – pag. 11 – <a href="http://www.academia.edu/1269673/Continuit%C3%A0_e_identit%C3%A0_nella_preistoria_indeuropea_verso_un_nuovo_paradigma_in_Quaderni_di_Semantica_22_2_2001_pp.215-260">http://www.academia.edu/1269673/Continuit%C3%A0_e_identit%C3%A0_nella_preistoria_indeuropea_verso_un_nuovo_paradigma_in_Quaderni_di_Semantica_22_2_2001_pp.215-260</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 76: Silvana Condemi / Francois Savatier – Noi siamo Sapiens. Alla ricerca delle nostre origini – Bollati Boringhieri – 2019 – pagg. 121-123</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 77: Marek Zvelebil – Caccia e raccolta nelle foreste dell’Europa postglaciale – Le Scienze – luglio 1986 – pag. 78</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 78: Mario Alinei – Origini delle lingue d’Europa. Volume 1: La Teoria della Continuità – Il Mulino – 1996 – pag. 420</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 79: Barbara Bramanti – Il DNA antico riscrive l’avventura del Neolitico – in: Darwin – Luglio/Agosto 2006 – pag. 92</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 80: Albert J. Ammerman / Luigi Luca Cavalli Sforza – La transizione neolitica e la genetica di popolazioni in Europa – Boringhieri – 1986</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 81: Colin Renfrew – Le origini delle lingue indoeuropee – Le Scienze – Dicembre 1989 – pagg. 105, 106</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 82: Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984 – pag. 11; Julius Evola – La Tradizione di Roma – Edizioni di Ar – 1977 – pag. 29; Julius Evola – Panorama razziale dell’Italia preromana – in: La difesa della Razza, n. 16, 1941 (nel fascicolo: Le razze e il mito delle origini di Roma, Sentinella d’Italia, 1977) – pag. 7; Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 244; Julius Evola – Sintesi di dottrina della razza – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 158</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 83: Giacomo Devoto – Origini indeuropee – Sansoni – 1962 – pag. 35; Pia Laviosa Zambotti – Le più antiche civiltà nordiche ed il problema degli Indo-Europei e degli Ugro-Finni – Casa Editrice Giuseppe Principato – 1941 – pagg. 264, 265</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 84: Gabriele Costa – Le origini della lingua poetica indeuropea. Voce, coscienza, transizione neolitica – Olschki Editore – 1998 – pag. 257; Steven Roger Fischer – Breve storia del linguaggio – UTET – 2003 – pag. 68; Madison Grant – Il tramonto della grande razza – Editrice Thule Italia – 2020 – pagg. 214, 215; Iaroslav Lebedynsky – Gli Indoeuropei: fatti, dibattiti, soluzioni – Jaca Book – Milano – 2011 – pag. 120; Giorgio Locchi – Prospettive indoeuropee – Settimo Sigillo – 2010 – pag. 23; P.Mallory – In Search of the Indo-Europeans. Language, Archaeology and Myth – Thames and Hudson – 1992 – pagg. 147-149, 179; Claudio Mutti (a cura) – Kantele e Krez. Antologia del folklore uralico – Edizioni Arthos – 1979 – pag. III; Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978 – pag. 31; Paolo Ettore Santangelo – L’origine del linguaggio – Bompiani – 1949 – pag. 23; P. Michele Schulien – L’unità del genere umano alla luce delle ultime risultanze antropologiche, linguistiche ed etnologiche – Società Editrice Vita e Pensiero – 1946 – pag. 31; Alfredo Trombetti – L’unità d’origine del linguaggio – Libreria Treves di Luigi Beltrami – 1905 – pag. 16</li>
</ul>
<p><strong> </strong></p>
<ul>
<li>Nota 85: Francisco Villar – Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia – Il Mulino – 1997 – pag. 68</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 86: Michele Ruzzai – Recensione a “Alla ricerca delle origini” di Fabio Calabrese &#8211; <a href="https://www.ereticamente.net/2020/07/recensione-a-alla-ricerca-delle-origini-di-fabio-calabrese-a-cura-di-michele-ruzzai.html">https://www.ereticamente.net/2020/07/recensione-a-alla-ricerca-delle-origini-di-fabio-calabrese-a-cura-di-michele-ruzzai.html</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 87: Colin Renfrew – Archeologia e linguaggio – Editori Laterza – 1989 – pagg. 204, 206</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 88: Giacomo Devoto – Origini indeuropee – Sansoni – 1962 – pag. 174</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 89: Emilio Peruzzi – Indoeuropei a Harappa – Macchiaroli Editore – 2002 – pagg. 461, 465, 466</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 90: Colin Renfrew – Le origini delle lingue indoeuropee – Le Scienze – Dicembre 1989 – pagg. 105-106</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 91: Alain Danielou – La Fantasia degli Dei e l’Avventura Umana – CasadeiLibri Editore – 2013 – pag. 62; Domenico Silvestri – La nozione di indomediterraneo in linguistica storica – Macchiaroli – 1974 – pag. 192</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 92: Colin Renfrew – Archeologia e linguaggio – Editori Laterza – 1989 – pag. 216</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 93: Alain Danielou – La Fantasia degli Dei e l’Avventura Umana – CasadeiLibri Editore – 2013 – pagg. 60-62</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 94: Colin Renfrew – Archeologia e linguaggio – Editori Laterza – 1989 – pag. 236</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 95: Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pag. 49</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 96: Harald Haarmann – Storia universale delle lingue. Dalle origini all’era digitale – Bollati Boringhieri – 2021 – pag. 384</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 97: Mario Alinei – Le conseguenze per la linguistica corsa delle nuove teorie sulle origini indoeuropee – pag. 4 – <a href="https://www.researchgate.net/publication/242533955_LE_CONSEGUENZE_PER_LA_LINGUISTICA_CORSA_DELLE_NUOVE_TEORIE_SULLE_ORIGINI_INDOEUROPEE">https://www.researchgate.net/publication/242533955_LE_CONSEGUENZE_PER_LA_LINGUISTICA_CORSA_DELLE_NUOVE_TEORIE_SULLE_ORIGINI_INDOEUROPEE</a>; Gabriele Costa – Continuità e identità nella preistoria indeuropea: verso un nuovo paradigma – in: Quaderni di Semantica, 22 – 2001 – pag. 10 – <a href="http://www.academia.edu/1269673/Continuit%C3%A0_e_identit%C3%A0_nella_preistoria_indeuropea_verso_un_nuovo_paradigma_in_Quaderni_di_Semantica_22_2_2001_pp.215-260">http://www.academia.edu/1269673/Continuit%C3%A0_e_identit%C3%A0_nella_preistoria_indeuropea_verso_un_nuovo_paradigma_in_Quaderni_di_Semantica_22_2_2001_pp.215-260</a>; Gabriele Costa – Linguistica e preistoria. II: linguaggio e creazione del sacro – in: Quaderni di Semantica 27 – 2006 – pag. 6 – <a href="http://www.academia.edu/1269693/Linguistica_e_preistoria._II_linguaggio_e_creazione_del_sacro_in_Quaderni_di_Semantica_27_1-2_2006_pp.199-223">http://www.academia.edu/1269693/Linguistica_e_preistoria._II_linguaggio_e_creazione_del_sacro_in_Quaderni_di_Semantica_27_1-2_2006_pp.199-223</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 98: Mario Alinei – Confini dialettali, confini archeologici: verso una dialettologia interdisciplinare – in: “I confini del dialetto”. Atti del convegno Sappada/Plodn (Belluno), 5-9 luglio 2000 – Unipress – 2001 – Indirizzo internet: <a href="http://www.continuitas.org/texts/alinei_confini.pdf">http://www.continuitas.org/texts/alinei_confini.pdf</a></li>
</ul>
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		<title>Considerazioni su “Ma davvero veniamo dall’Africa?” di Fabio Calabrese – Prima parte a cura di Michele Ruzzai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jul 2022 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Origini]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Calabrese]]></category>
		<category><![CDATA[Genetica]]></category>
		<category><![CDATA[Homo Sapiens]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la pubblicazione del libro “Alla ricerca delle origini” di Fabio Calabrese (Edizioni Ritter, anno 2020) nel quale il nostro caro amico aveva raccolto i tanti articoli che nel corso degli anni erano stati pubblicati su Ereticamente.net, è notizia recente l’uscita di un suo secondo lavoro, “Ma davvero veniamo dall’Africa?”, edito da “Aurora Boreale”. Con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/considerazioni-su-ma-davvero-veniamo-dallafrica-di-fabio-calabrese-prima-parte-a-cura-di-michele-ruzzai/">Considerazioni su “Ma davvero veniamo dall’Africa?” di Fabio Calabrese – Prima parte a cura di Michele Ruzzai</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo la pubblicazione del libro “Alla ricerca delle origini” di Fabio Calabrese (Edizioni Ritter, anno 2020) nel quale il nostro caro amico aveva raccolto i tanti articoli che nel corso degli anni erano stati pubblicati su Ereticamente.net, è notizia recente l’uscita di un suo secondo lavoro, “Ma davvero veniamo dall’Africa?”, edito da “Aurora Boreale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la preziosa prefazione di Eugenio Barraco, vengono qui ripresi molti dei temi toccati nel precedente libro, ora però focalizzandosi soprattutto sulla critica alle teorie afrocentriche relative all’origine di Homo Sapiens. Inutile sottolineare che la nuova fatica di Calabrese è, come la precedente, assolutamente da consigliare per tutti coloro che desiderino approfondire il tema delle nostre origini secondo una chiave di lettura distante dal “politicamente corretto”, purtroppo ormai imperante. Con grande piacere, quindi, raccolgo nuovamente il suo gentile invito per un commento del libro, che non riuscirò di certo a riassumere in tutti gli argomenti trattati – visto che vengono toccati i più disparati temi attinenti alla <em>weltanschauung</em> dell’Autore, dalla politica, alla storia, alla fisica – ma del quale cercherò almeno di sottolineare i passaggi più direttamente collegati al focus principale, permettendomi anche di aggiungere qualche integrazione a margine.<img decoding="async" class="aligncenter wp-image-54141" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/07/Ma-davvero-1-300x195.jpg" alt="" width="625" height="406" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il filo conduttore di Calabrese è certamente quello di una rigorosa critica alla <em>scienza di regime</em>. E ciò, non sicuramente nelle mere ed inoppugnabili evidenze dei dati, ma soprattutto <em>nell’interpretazione</em> che, di questi, viene presentata al pubblico non specialista: interpretazione che purtroppo, come detto, molto spesso paga un pesantissimo tributo al “politicamente corretto” di questi tempi. Una scienza – giustamente rileva Eugenio Barraco nell’introduzione – che quando affronta il tema delle origini umane, è prigioniera del pregiudizio evoluzionistico e completamente chiusa ad ogni possibile riflessione attorno alle concezioni tradizionali di ogni popolo del pianeta: e sono concezioni che, cosmologicamente, ricordano invece una provenienza dell’umano non certo dalla bassa animalità ma da ambiti ben più elevati – essenzialmente sovra-individuali e sovra-biologici – della manifestazione universale. E che, anticipiamo già ora, geograficamente mai ricordano l’Africa come sede primigenia dell’umanità (nota 1). Strano a dirsi, ma la ricerca odierna è piena di “dogmi” ed uno dei più importanti è quello dell’inesistenza delle “razze umane”, che può rappresentare un buon punto di avvio delle nostre considerazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, potremmo anche concordare con una certa critica portata all’antropologia fisica che, nel corso della sua lunga storia, ha proposto un ventaglio piuttosto variegato di classificazioni razziali; ma da questo a concludere che, di conseguenza, qualsiasi concetto relativo alle identità di gruppo sia destituito di ogni fondamento, il salto logico ci sembra francamente inaccettabile. L’Autore ricorda infatti le conclusioni di Richard Lewontin, che sostenevano questa posizione, secondo le quali la parte nettamente predominante della variabilità molecolare umana andrebbe ricercata a livello individuale e non a quello di gruppo. Ricordiamo però che si tratta di tesi sottoposte a stringente critica già da Anthony William Fairbank Edwards che ne contestò la visuale troppo limitata alla variazione dei singoli fattori ed avulsa da ogni analisi di quelle che, invece, sono <em>le più ampie strutture di correlazione</em> dei dati (nota 2) utilizzando le quali emergerebbe invece in modo molto chiaro l’appartenenza di ogni individuo ad una data popolazione radicata ad una precisa area geografica del pianeta. Nella stessa direzione andrebbero anche le analisi di Marcus Feldman su 377 siti del genoma umano, dalle quali verrebbe confermata la suddivisione dell’umanità in cinque grandi sotto-insiemi, localizzati in Africa, Eurasia occidentale (Europa, Medio oriente ed India), Asia orientale, Oceania ed Americhe (nota 3).</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde, si potrebbe anche aggiungere che la stessa, banalissima, osservazione esterna è in grado di fornirci un’indicazione evidente del gruppo di appartenenza delle varie persone, e quindi appare piuttosto sconcertante il contrasto tra l’ordinario…“buonsenso” – che ci dice chiaramente se, ad esempio, un individuo è un Nativo americano, un Orientale, un Europeo o un Subsahariano – e l’assunto, tanto astratto quanto politicamente corretto, che “le razze non esistono”: suggerendo quindi che l’aspetto esteriore rappresenti un dato del tutto trascurabile nell’analisi della variabilità umana. Un dato che invece, paradossalmente, viene evidenziato con molta enfasi quando ritenuto utile ad attaccare le visuali euro-identitarie: tipici casi, ad esempio, le interessate e deformanti ricostruzioni melanodermiche dell’uomo di Cheddar (le cui frequenze genetiche indicherebbero come la pigmentazione, immaginata relativamente scura, ne sarebbe solo uno dei possibili esiti fenotipici, in un ventaglio ben più ampio) o quella, forse ancora più assurda e risibile, degli Etruschi “negroidi”, chiaramente destituita di ogni fondamento da tutte le testimonianze scritte ed iconografiche del tempo. Se questo è lo stato attuale della divulgazione scientifica, possiamo dire di essere ancora inchiodati alla rappresentazione di quello che a suo tempo era stato erroneamente definito il “negroide” di Grimaldi, reperto di età gravettana del litorale ligure, che analisi successive hanno invece riportato pienamente nell’alveo morfologico cromagnoide, quindi “caucasoide” a tutti gli effetti (nota 4). In definitiva, una buona analogia sul metodo da impostare in merito al tema dell’esistenza, o meno, delle “razze umane” potrebbe essere quello di chiedersi, ad esempio, quante colline vi siano in Istria (mi si conceda un affettuoso rimando alla terra dei miei genitori): è chiaro che la risposta dipenderà dall’altezza-limite che attribuiamo alla collina-tipo. Analogamente, il numero delle “razze umane” dipenderà dal grado di raggruppamento che sceglieremo in partenza, e tre, quattro, cinque, sei o più saranno tutte risposte ragionevoli alla nostra domanda a seconda del presupposto iniziale. Ovvero, il fatto che si possano stabilire a priori dei criteri arbitrari per definire il “valore-soglia” a partire dal quale, nell’ambito di un certo insieme, vogliamo che un dato elemento diventi significativo, non significa che all’interno di questo insieme non esista già, di per sé, una discontinuità in qualche modo misurabile, degli elementi statisticamente definibili come “discreti” ed individuati da picchi e gradienti quantitativi: situazione completamente diversa da quella di un “continuum”, dove le grandezze si modificano con andamento perfettamente lineare da un estremo all’altro del quadro, come in un piano dalla pendenza costante. In caso contrario sarebbe come pensare che, siccome in Istria possiamo arbitrariamente definire “collina” un rilievo alto, ad esempio, più di 200 metri, oppure 300, oppure 400 ecc… (decisione dalla quale, chiaramente, alla fine dipenderà il numero di colline che conteremo), allora sia corretto concludere che tale arbitrarietà implichi la totale convenzionalità del concetto stesso di “collina”, arrivando quindi a dire che in Istria le colline… non esistono! Una deduzione evidentemente illogica e, a prescindere da qualsiasi “valore-soglia” possa essere stato preimpostato per rispondere alla nostra domanda iniziale, <em>contraria alle più elementari evidenze dell’osservazione diretta e alla realtà fattuale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, più o meno lo stesso processo logico viene proposto dal “pensiero unico” in merito al tema dell’esistenza, o meno, delle razze umane.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, come ci ricorda Calabrese citando lo storico australiano Greg Jefferys, è proprio il tentativo di rimozione del concetto di razza che ha prodotto, soprattutto a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, un’importante ricaduta nel campo della ricerca delle origini umane, con l’enucleazione sempre più insistente e pervasiva del mito “Out of Africa” (nel prosieguo, per brevità, OOA), ovvero quella teoria che, secondo la parte maggioritaria dell’attuale ricerca accademica, vedrebbe la culla iniziale della specie Homo Sapiens in Africa, dalla quale sarebbe poi uscito – appunto “out of Africa” – per andare a popolare tutti gli altri continenti del pianeta e così differenziandosi nelle sue varietà locali (quelle che, secondo il “politicamente corretto”, non esisterebbero…).</p>
<p style="text-align: justify;">Cercheremo di ripercorrere, in ordine logico, le considerazioni critiche che l’Autore espone in merito ai vari punti presentati dall’OOA a sostegno della propria costruzione teorica, come detto integrandola con qualche ulteriore e, speriamo, utile annotazione.<a href="https://www.lafeltrinelli.it/ma-davvero-veniamo-dall-africa-libro-fabio-calabrese/e/9791255040842?lgw_code=50948-B9791255040842&amp;awaid=9507&amp;gclid=CjwKCAjwwo-WBhAMEiwAV4dybdgOe2quiqD7gvbLCbgjOgCcaG6SrjJ9_6Pr00ht7PA5hFo-aDN8AxoCM5AQAvD_BwE" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignright wp-image-54027 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2022/06/MA-DAVVERO-VENIAMO-DALLAFRICA-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La prima può essere quella relativa alle specie ominidi ritenute precedenti ed originanti Homo Sapiens e la cui presenza, rilevata soprattutto in Africa, secondo i sostenitori dell’OOA costituirebbe un forte indizio per radicare nel continente nero anche le nostre origini prime (nota 5). Potremmo intanto sottolineare come già l’assunto di partenza sia influenzato – lo ricordavamo sopra – da un chiaro pregiudizio evoluzionistico che, oltre ad ignorare completamente qualsiasi forma di sapienzialità tradizionale (ma questo, purtroppo, lo diamo per scontato), trascura comunque tutta una serie di elementi che sosterrebbero invece la grandissima antichità della forma Sapiens, quindi difficilmente inquadrabile come linea umana derivata da specie ominidi considerate più antiche (ad esempio Homo Habilis, Erectus, Neanderthalensis…). Ora non possiamo dilungarci troppo, ma basti dire che, da un lato, vi è tutta una serie di reperti che presentano una morfologia stranamente “moderna” pur attinenti a contesti stratigrafici di elevatissima antichità, quali ad esempio quelli rinvenuti nell’isola di Giava a Trinil, in Argentina a Miramar, a Buenos Aires e sul Monte Hermoso, in California a Calaveras e Table Mountain, in Inghilterra a Foxhall e Ipswich, in Francia a La Denise e Abbeville, in Svizzera a Delemont, in Spagna a Atapuerca, in Italia a Castenedolo e Savona, nella stessa Africa, in Kenia nei pressi del lago Turkana (cranio “KNM-ER 1470”) ed in Tanzania, con le famose impronte di Laetoli (nota 6) e dei quali la paleoantropologia ufficiale parla piuttosto malvolentieri proprio perché inspiegabili nel suo orizzonte evoluzionista; e dall’altro vi è l’osservazione della netta specializzazione morfologica osservabile nelle linee Habilis, Erectus e Neanderthal, e tanto più nelle scimmie antropomorfe (nota 7), quasi a testimonianza di percorsi laterali e senescenti rispetto ad una posizione più “centrale”, cioè proprio quella Sapiens, dai caratteri invece biologicamente molto più generici ed a-specializzati (ad esempio il cranio sferoidale, la sua posizione in rapporto alla colonna vertebrale, il cervello particolarmente voluminoso, la piccola dimensione dei denti, la conformazione della mano e delle falangi del piede…) e quindi più prototipici, embrionali ed “originari” (nota 8). È una riflessione, questa, che in realtà ha radici lontane – ma non per ciò meno degne di nota – e che prende le mosse dal Protagora, dialogo platonico nel quale si narra il mito della creazione dell’uomo da parte dei due fratelli Titani, Prometeo e Epimeteo: quest’ultimo crea le diverse specie animali dotandole di vari organi di difesa, ma inavvertitamente lascia l’uomo nudo e inerme. Temi simili vennero successivamente toccati da Pico della Mirandola, Herder e Schopenhauer fino ad arrivare alla più recente “antropologia filosofica” di Max Scheler e di Arnold Gehlen: l’uomo vi appare come un essere morfologicamente svincolato dall’ambiente circostante (con pochi appigli da offrire alla selezione naturale, tanto importante per la teoria evoluzionista), quindi “carente”, “manchevole” ed “a-specializzato”, di contro all’animale che invece vi è intrinsecamente condizionato (nota 9). Vedute che non rimasero confinate alla sola riflessione filosofica, ma trovarono in Louis Bolk il tentativo di una sistematizzazione scientifica (nota 10) – arrivando ad influenzare anche lo stesso Konrad Lorenz (nota 11) – con la definizione di quello che pare essere un processo peculiare della nostra specie, la “neotenìa”, ovvero la conservazione anche in età adulta di certe caratteristiche fetali (nota 12).</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque – a parte questa digressione di carattere più antropologico-generale – anche a voler ignorare gli elementi indicanti un’elevatissima antichità di Homo Sapiens per cercarne, evoluzionisticamente, la radice in stirpi ominidi ad esso precedenti, Calabrese giustamente sottolinea la grossa differenza concettuale che vi è tra due diverse declinazioni della teoria OOA, e cioè quella che colloca nel continente nero direttamente l’origine Sapiens (OOA II) e quella che invece lo fa solo per la specie che, in ipotesi, lo avrebbe successivamente originato, cioè Homo Erectus (OOA I): una forma che quindi sarebbe uscita dalla culla africana centinaia di migliaia di anni prima ed avrebbe popolato tutti gli altri continenti del pianeta (escluse le Americhe), solo nei quali si sarebbe poi verificato l’evento di <em>speciazione</em> verso il Sapiens, con modalità separate e in larga parte indipendenti tra loro. È il tema, già toccato nella recensione del precedente “Alla ricerca delle origini” (nota 13), del dibattito tra la visuale “polifiletica – multiregionale” (quest’ultima) e quella “monofiletica – a candelabro” (la OOA II, dove il “candelabro” starebbe a rappresentare la totale sostituzione dei Sapiens africani nei confronti di tutte le coeve linee umane sorte nelle altre aree geografiche, e quindi venute ad estinguersi). E’ un punto sul quale non è quindi opportuno dilungarci nuovamente, se non per esprimere il personale parere che anche se la OOA I può apparentemente presentare il vantaggio di togliere all’Africa il podio di culla Sapiens primigenia ed unitaria, dall’altro però ci costringe ad assumere una posizione che si potrebbe definire “iper-evoluzionista”: ciò, in quanto postula una speciazione verificatosi non solo una, <em>ma addirittura più volte</em> ed in luoghi diversi, ovvero in concomitanza con la “razziogenesi” umana, che avrebbe cioè visto la nascita separata di un Sapiens caucasoide, di un Sapiens mongoloide, di un Sapiens negroide, di un Sapiens australoide, ecc… in sostanziale accordo con quanto ipotizzato a suo tempo, pur con formulazioni ed accenti lievemente diversi, da ricercatori quali Franz Weidenreich, Carleton Coon, Alan Thorne e Milford Wolpoff.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma molto opportunamente Calabrese segnala anche quegli elementi che sembrerebbero porre in seria difficoltà pure alla teoria OOA I, che presuppone una posizione privilegiata del continente africano in relazione alla buona presenza di reperti pitecoidi ed ominidi considerati “pre-Sapiens”: un presupposto che però, soprattutto in tempi recenti, è stato  quanto meno posto in seria discussione con una serie di ritrovamenti, guarda caso europei, come ad esempio il dente-fossile di 9 milioni di anni fa rinvenuto in Germania, nei pressi della città di Eppelsheim (nota 14), i reperti greco-bulgari attribuiti al Graecopithecus Freybergi, ribattezzato “El Greco” e stimati a circa 7,2 milioni di anni fa (nota 15), o le impronte di piedi rinvenute a Creta, Trachilos, e datate a 5,7 milioni di anni fa (nota 16).</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto invece riguarda la OOA II, focalizzata sui reperti prettamente Sapiens e sulla loro presupposta maggior antichità nei contesti africani rispetto al resto del pianeta, Calabrese mette giustamente in luce qualche altro elemento emerso di recente e che rende sempre meno lineare e sempre più problematica l’ipotesi di una culla originaria della nostra specie nel continente nero, almeno secondo le cronologie che si erano consolidate negli ultimi tempi. A tale proposito, potremmo ad esempio ricordare che, come segnala Cavalli Sforza, fino a una quindicina di anni fa sembrava abbastanza condivisa un’ipotesi di uscita di Homo Sapiens dall’Africa in un momento piuttosto recente, grossomodo tra i 50.000 e i 60.000 anni fa (nota 17); era una stima basata su vari elementi, tra i quali la ridatazione del reperto australiano di Lago Mungo (nota 18) e le estrapolazioni genetiche di Francois Balloux (nota 19). Un quadro cronologico che, a dire il vero, già non riusciva a spiegare adeguatamente i reperti Sapiens di Skuhl e Qafzeh in Palestina, risalenti a circa 100.000 anni fa e noti da tempo, ma ciò non aveva comunque impedito di raccogliere, attorno a questa ipotesi, un certo consenso in ambito accademico. Tuttavia, le fragili basi teoriche di questo modello, hanno successivamente spinto i ricercatori ad articolarlo ulteriormente, ipotizzando una migrazione non più singola ma avvenuta in “doppia fase”, con un’ondata più antica che, tra 100.000 e 50.000 anni fa, si sarebbe mossa soprattutto lungo la via costiera verso l’Asia meridionale e l’Australia, ed una seconda più recente e centro-euroasiatica, passata attraverso il Levante, dispiegatasi entro i 50.000 anni da oggi (nota 20); senza però rendersi conto che nemmeno questa nuova formulazione riusciva a spiegare adeguatamente i reperti di Skuhl e Qafzeh e, come poi venne messo in luce almeno per il suo ramo centro-euroasiatico, non collimava nemmeno con le stime genetiche sull’incrocio tra i Sapiens e i neandertaliani, che suggerivano tempistiche molto più profonde (nota 21).</p>
<p style="text-align: justify;">L’impressione generale, quindi, è che i reperti fossili “scomodi” o vengano ignorati, o comunque assestino dei colpi piuttosto pesanti alla narrativa OOA di volta in volta consolidatasi nella sua ultima, provvisoria, versione. Uno di questi, come giustamente segnala Calabre, è l’eccezionale ritrovamento greco di Apidima 1, databile addirittura a circa 210.000 anni fa (nota 22), il quale presenta numerose caratteristiche Sapiens mai prima accettate, per il nostro continente, dalla ricerca accademica e che, tra l’altro, indica come la consueta narrativa di un’Europa compattamente “terra Neanderthal”, che avrebbe pertanto bloccato l’arrivo Sapiens verso nord-ovest per molte decine di millenni (così, inizialmente, costringendone il flusso verso traiettorie più austroasiatiche) sia in verità molto fragile: Apidima 1 è infatti il testimone di una popolazione che avrebbe <em>chiaramente preceduto</em> quella neandertaliana, della quale invece apparirebbero evidenti le caratteristiche nel successivo reperto di Apidima 2, databile a circa 170.000 anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">I teorici dell’OOA non possono quindi fare altro che riconsiderare ogni volta il momento di uscita dell’ipotetico flusso Sapiens dall’Africa, spostando all’indietro date che però, fino a quel momento, consideravano ragionevolmente sicure: un approccio che dimostra come le prove non conciliabili con il precedente quadro cronologico non vengano mai accolte come utile spunto per cambiare totalmente paradigma e ripensare ad altre ipotesi, ma siano affannosamente “reclutate” solo ed unicamente nel quadro di una nuova narrativa OOA riscritta. In questo modo, però, costringendosi a contorsioni e rimaneggiamenti sempre più macchinosi ed articolati. Perché, se non è l’europeo Apidima 1, a scompaginare le carte in tavola sono di volta in volta i reperti arabi di Jebel Faya di 120.000 anni fa (nota 23), o quelli cinesi di Daoxian e Liujiang che potrebbero anch’essi toccare, e forse superare i 120.000 anni (nota 24), o quelli australiani di Kununurru che potrebbero arrivare anche a 174.000 anni fa (nota 25) e quindi, comunque, difficilmente compatibili anche con la stima della migrazione austroasiatica più antica.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, anche quando le caratteristiche Sapiens dei reperti non sono chiare, o appaiono stranamente frammiste a morfologie diverse (non diremo “arcaiche” perché, come accennato sopra, la nostra linea interpretativa presuppone un Sapiens di per sé antichissimo e non derivato da specie ominidi precedenti) la loro stessa presenza in contesti molto datati, pongono comunque più di un interrogativo all’ipotesi OOA II classica: parliamo ad esempio dei ritrovamenti spagnoli di Atapuerca, con il cosiddetto “Homo Antecessor” di almeno 780.000 anni fa che nel volto e nel cranio denota già tratti sorprendentemente moderni, evidenziando quindi il fatto che la forma encefalica così caratteristica dei Neanderthal, da sempre considerata arcaica, sarebbe invece un tratto derivato, sviluppatosi cioè in un’epoca successiva (nota 26). Ma vi sono pure i reperti cinesi di Dali – di 260.000 anni fa (nota 27) – o quelli ancora cinesi di Harbin, che potrebbero superare anche i 300.000 anni (nota 28), entrambi non facilmente conciliabili con la OOA II, e tale è uno dei motivi per i quali, ad esempio, la grandissima maggioranza degli antropologi cinesi rifiuta l’idea di una discendenza degli attuali orientali dagli ipotetici Sapiens africani (nota 29). Il problema, infatti, è che queste strane compresenze di caratteri Sapiens e non Sapiens nei reperti extra africani, nella migliore delle ipotesi potrebbero avallare quelle teorie non afrocentriche che avevamo definito “iper-evoluzioniste”, di impostazione “polifiletico – multiregionale” alla Thorne/Wolpoff, ma in quella più radicale potrebbero invece suggerire un quadro dalle dinamiche marcatamente meticciatorie, con la presenza di varie linee Homo tra loro coeve (quindi, notiamo bene, anche la Sapiens) che si sarebbero incrociate a più riprese, portando quindi ai fenotipi “misti” di cui sopra. In questa seconda direzione, ad esempio, si potrebbe interpretare la recente scoperta nei reperti neandertaliani (nota 30) di frammenti del cromosoma Y, trasmesso solo in linea maschile, provenienti dallo stock Sapiens e definitivamente incamerati nel genoma dei nostri cugini già tra 200.000 e 300.000 anni fa: ma se consideriamo che il Neanderthal, a parte certe caratteristiche riconoscibili nel reperto marocchino di Jebel Irhoud, non è mai stato rinvenuto in Africa (e forse potremmo addirittura azzardare che sia giunto proprio dall’Europa), ne consegue che, molto più probabilmente, l&#8217;incrocio con Homo Sapiens possa essersi verificato nella porzione settentrionale dell’Eurasia, con la conseguenza che quest’ultimo, al tempo, doveva evidentemente già trovarsi dalle nostre parti. E, magari, anche un po’ prima di 300.000 anni fa se ammettiamo un ragionevole lasso di tempo perché il cromosoma Y Sapiens venisse a fissarsi definitivamente nel DNA neandertaliano…</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, è evidente come sia la prospettiva “iper-evoluzionista”, sia quella “meticciatoria”, si distacchino in modo vistoso dalla classica narrativa OOA II. Narrativa che, appunto, poco può giovarsi del summenzionato reperto marocchino di Jebel Irhoud di circa 300.000 anni fa (nota 31), sia perché come detto questo evidenzia, nella forma cranica, rilevanti caratteristiche neandertaliane (nota 32) – quindi derivate e non così schiettamente Sapiens da porlo in netto anticipo rispetto a tutto il resto del pianeta – sia perché rinvenuto in un’area molto lontana da quella che finora l’OOA II ha sempre proposto come culla originaria della nostra specie, ovvero <em>invariabilmente a sud del Sahara</em>, dal Corno d’Africa fino alle aree più meridionali del continente nero. Quindi, oltre l’aspetto cronologico, anche quello geografico sembra mettere l’OOA II sotto la luce di una certa aleatorietà: sempre che non si voglia passare completamente al di sopra del fatto che una località a qualche centinaio di chilometri da Gibilterra non sia esattamente assimilabile al deserto del Kalahari in Sudafrica, praticamente gli antipodi continentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dunque le evidenze primatologiche, paleoantropologiche e paleogenetiche delle specie estinte a noi più vicine non sembrano fornire conferme univoche alla narrativa OOA II, un altro ambito che la ricerca accademica segnala come fortemente indicativo di un’origine umana nel continente nero è quello delle frequenze molecolari rilevate nelle <em>attuali</em> popolazioni africane. Constatando, in queste, una fortissima eterogeneità genetica, si è cioè ipotizzato che il fenomeno dovrebbe significare una maggior antichità del primo nucleo Sapiens comparso nell’area, da dove si sarebbe poi staccato un gruppo più ridotto per dirigersi verso gli altri continenti; nel frattempo i Sapiens rimasti in loco, secondo questa teoria, avrebbero avuto il tempo di continuare a differenziarsi ulteriormente al loro interno, arrivando oggi ad evidenziare tale eterogeneità nelle attuali popolazioni subsahariane. Un dato che, in quest’ottica, sarebbe quindi maturato <em>in modo endogeno ed unicamente in funzione del fattore tempo</em>. Ciò anche in conseguenza di un assunto logico impostato a priori nella costruzione di molti alberi filogenetici, assunto che in verità, come ammesso dallo stesso Cavalli Sforza, è del tutto ipotetico ed assai discutibile (nota 33), ovvero quello di un tasso di mutazione molecolare dalla velocità costante e dalla distribuzione omogenea nel genoma di tutte le popolazioni del pianeta: in tale ottica, i “rami” più lunghi, corrispondenti appunto alle genti subsahariane e dimensionati in proporzione alla maggior quantità di mutazioni rilevate in queste, starebbero quindi ad indicarne, analogamente, una maggiore antichità e, quindi, una loro ancestralità (o, meglio, una loro derivazione diretta dalla popolazione ancestrale protoafricana) rispetto a tutti gli altri Sapiens mondiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo versante, uno studio pionieristico fu quello di Alan Wilson dell’Università di Berkeley, che ebbe come oggetto il DNA mitocondriale, cioè non il DNA del nucleo cellulare vero e proprio ma quello dei mitocondri (organelli ereditati solo per via femminile e presenti nel citoplasma con funzioni essenzialmente di produzione di energia); un lavoro che portò, negli anni ’80 del secolo scorso, alla costruzione del primo albero filogenetico globale basato sulla distribuzione delle mutazioni intervenute in questo DNA tra varie popolazioni umane. Venne infine individuato in Africa un’unica capostipite femminile di tutte le linee riscontrate che fu ben presto ribattezzata – anche con un certo effetto mediatico – “Eva mitocondriale” e si può dire che moltissima della successiva narrativa OOA prese spunto proprio da questa ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna però rilevare che le conclusioni di Alan Wilson, assieme a quelle dei collaboratori Rebecca Cann e Mark Stonecking, si prestarono fin da subito ad una raffica di critiche piuttosto serie e portate da diverse angolature, in parte anche sovrapposte, che senza dilungarci troppo passiamo in rapidissima rassegna: dal tipo di campione scelto, che per le popolazioni subsahariane fu rappresentato quasi del tutto da individui afroamericani, quindi probabilmente traendo soprattutto dal loro meticciamento il summenzionato fattore dell’eterogeneità genetica (nota 34); al fatto che questa potrebbe essere anche il risultato di una distorsione statistica indotta dalla storia demografica del continente nero, almeno in tempi relativamente recenti più popolato di altri, quindi ricettacolo di un maggior numero di diversificazioni molecolari che, al contrario di altre aree del pianeta, avrebbero impiegato molto più tempo per estinguersi (nota 35); alla difficoltà di ancorare gli “orologi biochimici”, collegati all’ipotetico “ritmo” delle mutazioni, a dei chiari snodi evolutivi, con il risultato che le relative estrapolazioni finali potrebbero esserne risultate distorte addirittura <em>di centinaia di migliaia di anni</em> (nota 36); all’assunto teorico di partenza, ovvero il discutibile “principio di parsimonia” che minimizza l’ipotesi delle mutazioni intervenute dall’inizio della storia evolutiva e individua preferenzialmente il percorso più semplice per la ricostruzione della storia filogenetica (nota 37); alla conseguenza che l’albero finale non fu l’unico prodotto grafico proposto dall’elaborazione dei dati, <em>ma venne scelto tra un’infinità di altri possibili</em>, molti dei quali non presentavano affatto una radice primaria collocata in Africa ma in Asia (nota 38), soprattutto quando il criterio di partenza passava dal tasso costante di mutazione genetica all’area con le frequenze molecolari più vicine alla media di tutte le popolazioni mondiali (nota 39).</p>
<p style="text-align: justify;">Senza dimenticare che anche l’analisi di alcune frequenze mitocondriali extra-africane, come ad esempio quella del reperto paleolitico di Lago Mungo in Australia (nota 40), o quelle di alcune attuali popolazioni melanesiane (nota 41) – ma anche l’analoga scoperta, in un asiatico, di una linea particolarmente antica di un gene coinvolto nel metabolismo dello zucchero (nota 42) – hanno evidenziato un andamento talmente deviante e senza riscontri in altre aree del pianeta, da porre seriamente la questione di come queste possano rientrare nel quadro OOA, ovvero, in altri termini, di come gli aplotipi (cioè i gruppi che condividono le stesse mutazioni) ai quali appartengono possano essere considerati dei “sottoinsiemi” e delle derivazioni mutate degli aplotipi africani, che in teoria dovrebbero essere quelli “fondanti” ed originari.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, in buona sostanza, il problema delle ricostruzioni storiche basate sulle evidenze genetiche, parte dalla mappatura dei tanti aplotipi ai quali appartengono le popolazioni odierne e soprattutto dal tentativo di identificarne la filogenesi, cioè <em>i reciproci rapporti di derivazione</em> – la questione del “chi deriva da chi?” – domanda alla quale non è però assolutamente semplice dare una risposta certa. Il fatto di stabilire se, ad esempio, l’aplotipo X è ancestrale all’aplotipo Y (e quindi che Y rappresenta una derivazione, mutata, di X) è chiaramente di fondamentale importanza per provare a delineare, alla fine, una storia generale delle varie popolazioni: e tanta parte della narrazione OOA si appoggia proprio su di una filogenesi di questi che è stata costruita in un certo modo. Ma che, appunto, molto spesso rappresenta una mera costruzione ipotetica, condizionata da alcuni assunti “a priori” <em>che pongono più o meno arbitrariamente alcuni tipi come ancestrali</em> e, di conseguenza, inquadrano gli altri come successivi e derivati (nota 43). Il tema comunque non riguarda solo il DNA mitocondriale, di esclusiva trasmissione femminile, ma anche quello di eredità maschile, cioè legato al cromosoma Y (Y-DNA), che rappresenta un altro importante settore di ricerca paleogenetica: anche se questo, come sopra ricordato da Cavalli Sforza, è proprio il versante di studio che ha portato alla stima di uscita Sapiens dall’Africa appena tra i 50.000 e i 60.000 anni fa (nota 44) poi però duramente scontratasi con tutte le evidenze che abbiamo visto. Non può quindi sorprendere che la conseguente presa d’atto di una ricostruzione ancora molto aleatoria della filogenesi degli aplotipi Y-DNA, abbia spinto alcuni genetisti a tentare delle vie alternative di indagine: è ad esempio il caso, opportunamente ricordato da Calabrese, dei russi Klyosov e Rozhanski, che nel 2012 hanno pubblicato una ricerca (nota 45) nella quale, attraverso una profonda revisione delle precedenti ipotesi di reciproca derivazione degli aplotipi Y-DNA mondiali, sono giunti a negare decisamente – in totale contrasto con la teoria OOA II – la possibilità che gli attuali aplogruppi “tipicamente africani” potessero essere filogeneticamente ancestrali a quelli extra-africani, propendendo invece per una comune discendenza da un gruppo ancora precedente ad entrambe le popolazioni e, oltretutto, ben difficilmente collocabile nel continente nero. Il quadro disegnato da Klyosov e Rozhanski, cioè, <em>conferma la netta separazione genetica tra gli africani da un lato e tutte le altre popolazioni mondiali dall’altro</em> – dato sottolineato anche da Cavalli Sforza (nota 46) – <em>ma non ne fa motivo di ancestralità dei primi sui secondi</em>. Una spiegazione alternativa di tale netta biforcazione potrebbe invece basarsi su almeno un paio di elementi generali: un diverso ancoramento geografico dell’albero filogenetico mondiale ed un diverso substrato che questi avrebbero incontrato nella loro prima colonizzazione planetaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Faremo qualche ulteriore riflessione su questi due punti, e su tutto il resto del libro di Fabio Calabrese, nella seconda parte di questo scritto.</p>
<p>Continua&#8230;</p>
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<h2><span style="color: #0000ff;">NOTE</span></h2>
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<li style="text-align: justify;">Nota 1: Maurizio Blondet – L’Uccellosauro ed altri animali (la catastrofe del darwinismo) – Effedieffe – 2002 – pag. 116</li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 2: Giovanni Monastra – Rileggere l’antropologia della preistoria europea – in: “Il mistero dell’Occidente. Scritti su archeologia, preistoria e Indoeuropei 1934-1970”, Julius Evola, a cura di Alberto Lombardo, postfazione di Giovanni Monastra, Quaderni di testi evoliani n. 53, Fondazione Julius Evola, 2020 – pag. 164</li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 3: Nicholas Wade – All’alba dell’Uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie – Cairo Editore – 2006 – pag. 236</li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 4: AA.VV. (a cura di Fiorenzo Facchini) – Paleoantropologia e Preistoria. Origini, Paleolitico, Mesolitico – Jaca Book – 1993 – pag. 306; Renato Del Ponte – Miti e simboli della Liguria “esoterica” in Evola – in: Arthos, n. 16 – 2008 – pag. 24</li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 5: Bryan Sykes – Le sette figlie di Eva. Le comuni origini genetiche dell’umanità – Mondadori – 2003 – pag. 121</li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 6: Maurizio Blondet – L’Uccellosauro ed altri animali (la catastrofe del darwinismo) – Effedieffe – 2002 – pag. 100; Michael Cremo – Le origini segrete della razza umana – OM Edizioni – 2008- pagg. 25 e segg.; Michael Cremo / Richard Thompson – Archeologia proibita: la storia segreta della razza umana – Gruppo Editoriale Futura – 1997 – 181 e segg.; Giovanni Monastra – Le origini della vita – Il Cerchio – 2000 – pag. 63; Harun Yahya – L’inganno dell’evoluzione – Edizioni Al Hikma – 1999 – pag. 99</li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 7: Bjorn Kurten – Non dalle scimmie – Einaudi – 1972 – pag. 3; Franz Weidenreich – Scimmie, giganti e uomini – Casa Editrice Renzo Cortina – 1956 – pag. 27</li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 8: Antonio Bonifacio – La caverna cosmica. La potenza dello shamanismo nell’arte rupestre paleolitica – Simmetria edizioni – 2005 – pagg. 27 e 28; Alain de Benoist – Le idee a posto – Akropolis – 1983 – pag. 95; Alain de Benoist – Uomini e animali. Il posto dell’uomo nella natura – Diana Edizioni – 2014 – pag. 52; Roberto Fondi / Giuseppe Sermonti – Dopo Darwin. Critica all’evoluzionismo – Rusconi – 1980 – pagg. 287-289; Arnold Gehlen – L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo – Mimesis – 2010 – pag. 171; Giovanni Monastra – Le origini della vita – Il Cerchio – 2000 – pag. 62; Giuseppe Sermonti – Dimenticare Darwin. Ombre sull’evoluzione – Rusconi – 1999 – pagg. 71, 73, 74, 75; Giuseppe Sermonti – La Luna nel bosco. Saggio sull’origine della scimmia – Rusconi – 1985 – pagg. 60-63, 85</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 9: VV. (a cura di Maria Teresa Pansera) – Il paradigma antropologico di Arnold Gehlen – Mimesis – 2005 – pag. 76; Riccardo Martinelli – Uomo, natura, mondo. Il problema antropologico in filosofia – Il Mulino – 2004 – pag. 218 (nota); Eric Voegelin – Razza, storia di un’idea – Medusa – 2006 – pag. 179</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 10: Adolf Portmann – Le forme viventi. Nuove prospettive della biologia – Adelphi Edizioni – 1969 – pag. 295</li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 11: Konrad Lorenz (a cura di Alain de Benoist) – Intervista sull’etologia – Il Labirinto – 1979 – pag. 66</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 12: Louis Bolk – Il problema dell’ominazione – DeriveApprodi – 2006 – pagg. 51, 52; Raffaele Menarini / Gabriella Neroni – Neotenia, dalla psicoanalisi all’antropologia – Borla – 2009 – pagg. 6, 51; Franco Prattico – Eva nera – Codice Edizioni – 2007 – pag. 30</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 13: Michele Ruzzai – Recensione a “Alla ricerca delle origini” di Fabio Calabrese – <a href="https://www.ereticamente.net/2020/07/recensione-a-alla-ricerca-delle-origini-di-fabio-calabrese-a-cura-di-michele-ruzzai.html">https://www.ereticamente.net/2020/07/recensione-a-alla-ricerca-delle-origini-di-fabio-calabrese-a-cura-di-michele-ruzzai.html</a></li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 14: Dente-fossile di 9 milioni di anni fa potrebbe «riscrivere la storia dell’umanità» – Il Corriere della Sera – 21/10/2017 – <a href="https://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_21/germania-dente-fossile-9-milioni-anni-fa-potrebbe-riscrivere-storia-dell-umanita-c7057e04-b64d-11e7-9989-18155f38f5a5.shtml">https://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_21/germania-dente-fossile-9-milioni-anni-fa-potrebbe-riscrivere-storia-dell-umanita-c7057e04-b64d-11e7-9989-18155f38f5a5.shtml</a></li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 15:2-million-year-old pre-human remains found in the Balkans – ScienceDaily – 23/5/2017 – <a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2017/05/170523083548.htm">https://www.sciencedaily.com/releases/2017/05/170523083548.htm</a></li>
</ul>
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<li style="text-align: left;">Nota 16: Matteo Marini – Scoperte a Creta impronte di forma umana risalenti a 5,7 milioni di anni fa – Repubblica – 3/9/2017 – <a href="https://www.repubblica.it/scienze/2017/09/03/news/orme_umane_su_creta_5_7_milioni_di_anni_fa-174544294/">https://www.repubblica.it/scienze/2017/09/03/news/orme_umane_su_creta_5_7_milioni_di_anni_fa-174544294/</a></li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 17: Luigi Luca Cavalli Sforza – Il caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica – Di Renzo Editore – 2007 – pag. 84; Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006 – pag. 85</li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 18: Nicholas Wade – All’alba dell’Uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie – Cairo Editore – 2006 – pag. 47</li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 19: Guido Barbujani – Europei senza se e senza ma. Storie di neandertaliani e di immigrati – Bompiani – 2008 – pag. 117; Guido Barbujani – L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana – Bompiani – 2006 – pag. 124</li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 20: Penny Tweedie – Out of Africa, le due migrazioni dei primi umani – <a href="http://www.lescienze.it">Le Scienze</a> – 22 aprile 2014 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2014/04/22/news/migrazioni_primi_esseri_umani_africa-2108921/?ref=nl-Le-Scienze_25-04-2014">http://www.lescienze.it/news/2014/04/22/news/migrazioni_primi_esseri_umani_africa-2108921/?ref=nl-Le-Scienze_25-04-2014</a>)</li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 21: Più di 100.000 anni fa l&#8217;incrocio tra Sapiens e Neanderthal – Le Scienze – 18/2/2016 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2016/02/18/news/incrocio_homo_sapiens_uomo_di_neanderthal-2975946/?ref=nl-Le-Scienze_19-02-2016">http://www.lescienze.it/news/2016/02/18/news/incrocio_homo_sapiens_uomo_di_neanderthal-2975946/?ref=nl-Le-Scienze_19-02-2016</a>)</li>
</ul>
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<li style="text-align: left;">Nota 22: Apidima Cave fossils provide earliest evidence of Homo sapiens in Eurasia – Nature – 10/7/2019 – <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-019-1376-z?fbclid=IwAR3tDxx9oTagDu0BwN3xCFRLX5L3ccCivDuuALUY0xQLaCwsdHCY7ZDBUdg">https://www.nature.com/articles/s41586-019-1376-z?fbclid=IwAR3tDxx9oTagDu0BwN3xCFRLX5L3ccCivDuuALUY0xQLaCwsdHCY7ZDBUdg</a> ; Homo sapiens in Europa già 210.000 anni fa – Le Scienze – 11/7/2019 – <a href="https://www.lescienze.it/news/2019/07/11/news/presenza_homo_sapiens_eurasia-4477190/?fbclid=IwAR3STVR76EJmOMpV_GQfo5c5kCx_CNyk5bnrB2A8nsFkK9720ibXwIPSVW4">https://www.lescienze.it/news/2019/07/11/news/presenza_homo_sapiens_eurasia-4477190/?fbclid=IwAR3STVR76EJmOMpV_GQfo5c5kCx_CNyk5bnrB2A8nsFkK9720ibXwIPSVW4</a>)</li>
</ul>
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<li style="text-align: justify;">Nota 23: 125.000 anni fa l’esodo dall’Africa dell’uomo moderno – Le Scienze – 28/01/2011 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2011/01/28/news/125_000_anni_fa_l_esodo_dall_africa_dell_uomo_moderno-553223/">http://www.lescienze.it/news/2011/01/28/news/125_000_anni_fa_l_esodo_dall_africa_dell_uomo_moderno-553223/</a> ; Christine Dell’Amore – Sapiens d’Arabia – National Geographic – 28/01/2011 – <a href="http://www.nationalgeographic.it/scienza/2011/01/28/news/uomo_via_dall_africa_era_glaciale-175550/">http://www.nationalgeographic.it/scienza/2011/01/28/news/uomo_via_dall_africa_era_glaciale-175550/</a></li>
</ul>
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<ul>
<li>Nota 24: Elisabetta Intini – I Sapiens in Asia già 100 mila anni fa? – Focus – 15/10/2015 – <a href="https://www.focus.it/cultura/storia/i-sapiens-fuori-dallafrica-gia-100-mila-anni-fa">https://www.focus.it/cultura/storia/i-sapiens-fuori-dallafrica-gia-100-mila-anni-fa</a> ; L’uomo che viene dalla Cina – Le Scienze – 15/1/2003 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2003/01/15/news/l_uomo_che_viene_dalla_cina-588640/">http://www.lescienze.it/news/2003/01/15/news/l_uomo_che_viene_dalla_cina-588640/</a></li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 25: Mario Giannitrapani – Il destino dell’Uomo non è racchiuso nella spirale meccanicistica del Dna – L’Umanità – 22/11/1996</li>
</ul>
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<ul>
<li style="text-align: left;">Nota 26: Homo antecessor, così lontano, così vicino – Le Scienze – 2/4/2020 – <a href="https://www.lescienze.it/news/2020/04/02/news/homo_antecessor_tratti_viso-4707705/">https://www.lescienze.it/news/2020/04/02/news/homo_antecessor_tratti_viso-4707705/</a>; Marco Respinti – Processo a Darwin – Piemme – 2007 – pag. 138</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 27: Nuovo studio: il cranio di Dali ha 260 mila anni. L’Homo Sapiens ha 100 mila anni in più – Epoch Times – 24/11/2017 – <a href="https://www.epochtimes.it/news/il-cranio-misterioso-risalente-a-260-mila-anni-fa/">https://www.epochtimes.it/news/il-cranio-misterioso-risalente-a-260-mila-anni-fa/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 28: Il ‘Dragon Man’ potrebbe riconfigurare l’albero genealogico dell’uomo – National Geografic – 7/7/2021 – <a href="https://www.nationalgeographic.it/storia-e-civilta/2021/07/il-dragon-man-potrebbe-riconfigurare-lalbero-genealogico-delluomo">https://www.nationalgeographic.it/storia-e-civilta/2021/07/il-dragon-man-potrebbe-riconfigurare-lalbero-genealogico-delluomo</a> ; Elisabetta Intini – &#8220;Uomo-drago&#8221;: un nuovo parente stretto dell&#8217;Homo sapiens? – Focus – 28/7/2021 – <a href="https://www.focus.it/scienza/scienze/uomo-drago-nuovo-parente-homo-sapiens">https://www.focus.it/scienza/scienze/uomo-drago-nuovo-parente-homo-sapiens</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 29: Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003 – pag. 141</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 30: Nel DNA dei Neanderthal c’è il cromosoma Y dei Sapiens – Le Scienze – 28/09/2020 – <a href="https://www.lescienze.it/news/2020/09/28/news/neanderthal_incrocio_sapiens_sostituzione_cromosoma_y-4805879/?fbclid=IwAR2pRgb%20g8oN3akgOtCilk2w-DDtiCsFSWZpEwWDk-CqjOuvjLC4OZ8I80FM">https://www.lescienze.it/news/2020/09/28/news/neanderthal_incrocio_sapiens_sostituzione_cromosoma_y-4805879/?fbclid=IwAR2pRgb g8oN3akgOtCilk2w-DDtiCsFSWZpEwWDk-CqjOuvjLC4OZ8I80FM</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 31: Retrodatata l&#8217;origine di Homo Sapiens – Michael Greshko – National Geographic Italia – <a href="http://www.nationalgeographic.it/scienza/2017/06/08/foto/i_nostri_antenati_300mila_anni_fa_ci_assomigliavano-3560100/1/?fbclid=IwAR1VCtbOBBA0lSfkhLvZ9DiHXR2AXX9YwrpWrqxk3fROx14D3Rbj-agv3Sk">http://www.nationalgeographic.it/scienza/2017/06/08/foto/i_nostri_antenati_300mila_anni_fa_ci_assomigliavano-3560100/1/?fbclid=IwAR1VCtbOBBA0lSfkhLvZ9DiHXR2AXX9YwrpWrqxk3fROx14D3Rbj-agv3Sk</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 32: Phillip Valentine Tobias – Paleoantropologia – in: “VV. (a cura di Fiorenzo Facchini) – Paleoantropologia e Preistoria. Origini, Paleolitico, Mesolitico – Jaca Book – 1993” – pag. 55</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 33: Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pag. 137; Luigi Luca Cavalli Sforza – Il caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica – Di Renzo Editore – 2007 – pag. 69; Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pagg. 58, 61, 62 e 175</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 34: Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 160; Richard G. Klein – Il cammino dell’Uomo. Antropologia culturale e biologica – Zanichelli – 1995 – pag. 276</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 35: Paul Jordan – Neandertal. L’origine dell’uomo – Newton &amp; Compton Editori – 2001 – pag. 208; Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003 – pag. 35</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 36: Francesco Fedele – Idee vecchie e nuove sulle nostre origini vicine – in: Le Scienze, Quaderni, n. 73 “L’evoluzione dell’uomo” – Settembre 1993 – p 78-79; Bryan Sykes – Le sette figlie di Eva. Le comuni origini genetiche dell’umanità – Mondadori – 2003 – pag. 166; Alan G. Thorne / Milford H. Wolpoff – Un’evoluzione multiregionale – in: Le Scienze, Quaderni, n. 73 “L’evoluzione dell’uomo” – Settembre 1993 – pag. 91</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 37: Fabrizio Ardito / Daniela Minerva – La ricerca di Eva – Giunti – 1995 – pag. 185</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 38: Roger Lewin – Le origini dell’uomo moderno. Dai primi ominidi a <em>Homo Sapiens</em> – Zanichelli – 1996 – pag. 104</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 39: Christopher B. Stringer – La comparsa dell’uomo moderno – Le Scienze – Febbraio 1991 – pag. 78</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 40: Gianfranco Biondi / Olga Rickards – Uomini per caso. Miti, fossili e molecole nella nostra storia evolutiva – Editori Riuniti – 2004 – pag. 264</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 41: La straordinaria diversità del melanesiani – Le Scienze – 28/2/2007 – <a href="http://www.lescienze.it/news/2007/02/28/news/la_strordinaria_diversita_dei_melanesiani-583318/">http://www.lescienze.it/news/2007/02/28/news/la_strordinaria_diversita_dei_melanesiani-583318/</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 42: Gianfranco Biondi / Olga Rickards – Uomini per caso. Miti, fossili e molecole nella nostra storia evolutiva – Editori Riuniti – 2004 – pag. 213</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 43: Veronique Barriel – L’origine genetica dell’uomo moderno – Le Scienze – Aprile 2000 – pag. 85</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 44: Luigi Luca Cavalli Sforza – Il caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica – Di Renzo Editore – 2007 – pag. 84</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Nota 45: Anatole A. Klyosov e Igor L. Rozhanski – Re-Examining the &#8220;Out of Africa&#8221; Theory and the Origin of Europeoids (Caucasoids) in Light of DNA Genealogy – Scientific Research – <a href="https://www.scirp.org/journal/paperinformation.aspx?paperid=19566">https://www.scirp.org/journal/paperinformation.aspx?paperid=19566</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nota 46: Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 176</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Africa: un “Melting Pot” ante litteram – Michele Ruzzai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Dec 2020 12:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Out Of Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cavalli Sforza]]></category>
		<category><![CDATA[ethnos]]></category>
		<category><![CDATA[Homo Sapiens]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando succede, fa piacere constatare come il tempo porti conferme a ciò che si era ipotizzato in precedenza. Che in tempi preistorici l’Africa possa essere stata “una specie di “melting pot” ante litteram” era un pensiero che avevo buttato giù sei anni fa nell’articolo “Madre Africa?” pubblicato dagli amici di “Ereticamente” e sempre disponibile nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/africa-un-melting-pot-ante-litteram-michele-ruzzai/">Africa: un “Melting Pot” ante litteram – Michele Ruzzai</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando succede, fa piacere constatare come il tempo porti conferme a ciò che si era ipotizzato in precedenza.<br />
Che in tempi preistorici l’Africa possa essere stata <strong>“una specie di “melting pot” <em>ante litteram</em>”</strong> era un pensiero che avevo buttato giù sei anni fa nell’articolo “Madre Africa?” pubblicato dagli amici di “Ereticamente” e sempre disponibile nel sito (1): un’idea fondamentalmente opposta all’imperante teoria “Out of Africa” (in breve OOA) che provava a spiegare – e tenta ancora oggi ma, direi, con sempre meno forza persuasiva – l’origine mondiale della specie Homo Sapiens a partire dal continente nero e la sua successiva migrazione verso le altre aree del pianeta. Come dicevo nel suddetto articolo, uno degli elementi che hanno spinto i ricercatori a formulare questa teoria è di tipo genetico: constatando la fortissima eterogeneità molecolare delle attuali popolazioni africane, si è ipotizzato che ciò stesse a significare una maggior antichità del primo nucleo Sapiens in loco, che in questo quadro sarebbe nato in un’area imprecisata a sud del Sahara, da dove si sarebbe poi staccata una popolazione più ridotta per uscire dall’Africa (“Out of Africa” appunto) e dirigersi verso gli altri continenti. Nel frattempo i Sapiens rimasti in sito avrebbero avuto il tempo di continuare a differenziarsi ulteriormente al loro interno, arrivando oggi ad evidenziare una tale eterogeneità che, in quest’ottica, costituirebbe dunque un’evidenza maturata unicamente in funzione del fattore tempo. Ciò anche in conseguenza di un assunto logico impostato a priori nella costruzione di molti alberi filogenetici, ovvero quello di una tasso di mutazione costante del genoma di tutte le popolazioni del pianeta: i rami più lunghi attribuiti alle popolazioni subsahariane, stimati in proporzione alla maggior quantità di mutazioni intervenute, starebbero quindi ad indicare, analogamente, una loro maggiore antichità e, quindi, una loro ancestralità (o, meglio, una loro derivazione diretta dalla popolazione ancestrale protoafricana) rispetto a tutti gli altri Sapiens mondiali.<br />
Nel mio articolo esprimevo vari dubbi su questi punti, proponendo una prospettiva completamente opposta: non l’Africa come terra di emigrazione ma, piuttosto, area nella quale sarebbe rifluita una tale varietà di gruppi umani (divenendo, appunto, un “melting pot”) da cui l’eterogeneità genetica oggi rilevata, però chiaramente prodotta da un fenomeno praticamente inverso rispetto a quello immaginato dalla ricerca accademica. Ebbene, con il tempo sono effettivamente venuti alla luce alcuni elementi che sembrerebbero andare proprio in questa direzione, spiegando almeno buona parte (l’OOA è ancora un “totem” che scoraggia il ricercatore da un attacco aperto e diretto) dell’eterogeneità molecolare africana attraverso importanti <strong>fenomeni immigratori provenienti dall’Eurasia</strong> e da un ulteriore dato emerso successivamente, ovvero il <strong>fortissimo grado di meticciamento subsahariano con una specie, sempre africana, non ancora identificata</strong> (”fantasma”, com’è stata definita)(2), che è stato riscontrato analizzando la struttura della proteina salivare MUC5. L’impronta genetica di questi “fantasmi” africani si è confermata sempre di più nel corso del tempo (3) e, tra l’altro, la sua crescente rilevanza mi aveva già fatto ribadire, in un post del febbraio scorso nel gruppo Facebook “MANvantara”, la non semplice conciliabilità di questo dato con la formulazione OOA classica: perché se ci viene detto che la presenza in Africa di questi misteriosi ominini data da lunghissimo tempo, in quanto derivanti (secondo un’ottica evoluzionistica) da uno snodo perfino antecedente a quello che avrebbe generato i neandertaliani, la cosa non appariva molto coerente con l’ipotesi che questi non si fossero <strong>mai prima</strong> incontrati con i Sapiens. I quali, stranamente, sarebbero usciti belli, lindi e puliti dal continente nero – quasi un miracoloso &#8220;distillato&#8221; – e si sarebbero uniti ai &#8220;fantasmi&#8221;, come stimato, solo in tempi relativamente recenti; mentre invece, in un quadro genuinamente e coerentemente OOA, sarebbe più logico aspettarsi tracce molecolari di ominini &#8220;fantasma&#8221; anche nelle frequenze extra-africane. Ma, piaccia o non piaccia, così non è.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/12/3d05d285e6999294da3e27b0e22b028f1.png" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-48106 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/12/3d05d285e6999294da3e27b0e22b028f1.png" alt="" width="500" height="500" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ora un recentissimo studio (4), elaborato con un nuovo approccio metodologico ed algoritmi induttivi particolarmente sofisticati, rivisita ancora più a fondo le implicazioni genetiche della teoria OOA e, nelle analisi dei ricercatori, la biforcazione in area subsahariana tra africani e non africani viene valutata come solo una delle varie possibilità all’esame, non necessariamente quella più parsimoniosa in termini statistici e dai percorsi logici più immediati rispetto ad altre aree geografiche. Ma anche interpretandone i dati in una prospettiva afrocentrica, emergono comunque alcuni elementi di notevole interesse, come ad esempio la possibilità che vi possano essere state due diverse uscite Sapiens dall’Africa, una 80.000 e una 60.000 anni fa: però con quella più antica, “paleo-africana”, che stranamente non avrebbe lasciato quasi nessuna discendenza e sarebbe stata rimpiazzata più o meno integralmente dalla seconda, “neo-africana”, non solo negli altri continenti ma anche nell’Africa stessa. Qui, inoltre, si sarebbe riscontrato anche un importante flusso di ritorno Sapiens dalle aree eurasiatiche e, come dicevo sopra, in tempi relativamente recenti l’introgressione di una cospicua quota di frequenze “fantasma”, che a sud del Sahara potrebbero essersi cumulate fino anche a superare il 10% del genoma totale. A parte il fatto che la cesura, molto netta, tra l’evento di 80.000 e quello di 60.000 anni fa (e, guarda caso, quest’ultima data al contrario della precedente è perfettamente inseribile nel quadro dell’attuale Manvantara, stando alla cronologia “Guenon/Georgel”) dovrebbe accendere più di una lampadina in chi ha una visuale storica di tipo ciclico-tradizionale, ritengo anche piuttosto intrigante l’idea che questo dato possa essere messo in relazione con l’introgressione molecolare dei “fantasmi” nei Sapiens “neo-africani”, e cioè: perché, cambiando prospettiva, non ipotizzare che questi ominini &#8220;fantasma&#8221; non fossero altro che un residuo regredito dei Sapiens &#8220;paleo-africani&#8221; relativi al Manvantara precedente al nostro? In quest’ottica, le frequenze arcaiche sarebbero arrivate nei Sapiens nuovi non dai Sapiens più antichi per via diretta (da cui, in pratica, l’assenza di continuità fra le due popolazioni: un “pralaya” in mezzo?), ma tramite l&#8217;intermediario di questi misteriosi “spettri”, cioè quelli che i Sapiens “paleo-africani” potrebbero essere diventati dopo la fine del loro Manvantara a causa dell’inevitabile involuzione biologica che colpisce i gruppi umani dei cicli pregressi (5). Invece, nella fallace ottica “OOA classica” riassunta sopra, la rilevante quantità di tali frequenze “fantasma” assorbite, probabilmente conduce alla distorsione concettuale di considerare i gruppi dal genoma più divergente come quelli più arcaici – e quindi ancestrali rispetto agli altri – interpretando cioè tale aberranza molecolare in chiave esclusivamente endogena: ovvero derivante solo da un percorso molto lungo e “solitario”, logico risultato di un maggior tempo di separazione dal comune tronco umano, mentre invece vi è stato, anche e soprattutto, l&#8217;incontro con uno stock molecolare piuttosto diverso che ne ha notevolmente &#8220;spostato&#8221; il centro genetico. Ebbene, qual è l’attuale popolazione africana che più spesso viene considerata quella di derivazione più antica, cioè che viene rappresentata dal ramo più lungo negli alberi filogenetici? Sono i Khoisan (Boscimani ed Ottentotti) dell’Africa meridionale: e però è davvero molto significato il fatto che il ricercatore Razib Khan, commentando nel suo blog il recente studio pubblicato di cui la nota 4, ad una precisa domanda abbia espresso l’idea che i Khoisan siano semplicemente il gruppo umano il cui genoma <strong>ha incorporato più di tutti altri subsahariani</strong> la vecchie frequenze “paleoafricane”, oltretutto in un contesto nel quale tutte le popolazioni del continente sono comunque pensabili come risultato di varie ibridazioni (6). Ecco dunque un nuovo, significativo, modo di inquadrare la posizione filetica dei Khoisan e di spiegare la loro pronunciata divergenza molecolare non tanto nell’ottica di una maggiore antichità accumulata “in solitaria”, quanto piuttosto in quella di un maggiore meticciamento intervenuto.<br />
Il che <strong>ci riporta dritti dritti al “melting pot” di partenza.</strong><br />
Ma ci si potrebbe chiedere come mai siano stati proprio i Khoisan il gruppo che più di altri ha assorbito le frequenze arcaiche: ed è una domanda che, anche qui, conduce a dei risvolti non molto congruenti con l’ipotesi OOA. Ebbene, a mio avviso ciò è successo perché, almeno in Africa, i Khoisan (o Capoidi, secondo la classificazione di Carleton Coon) è la popolazione che deve aver migrato più di tutte e ciò ha particolarmente esposto il suo genoma ad incontri di ogni tipo. E così, sorprendentemente, scopriamo che la loro remota area di popolamento dovette essere l’Africa settentrionale (7), cioè praticamente agli antipodi continentali della loro attuale sede. Uno stanziamento che interessò soprattutto la parte orientale, probabilmente fino all’Egitto, quindi un quadrante molto prossimo al Vicino Oriente, come rileva Cavalli Sforza (8), il quale infatti ne sottolinea anche la posizione genetica intermedia tra le popolazioni subsahariane e quelle mediorientali, forse addirittura lievemente più vicina a queste ultime (9): si profila quindi l’immagine di una popolazione considerata, secondo l’ottica OOA, come quella più vicina alla protoafricana ancestrale, ma che però – paradossalmente – devia in modo netto dal tipo principale africano (10). Comunque non si può escludere qualche infiltrazione capoide anche più verso occidente, come ad esempio potrebbe desumersi dai tratti del reperto di Asselar nel Mali, risalente a circa 15.000 anni fa, che significativamente evidenzia delle interessanti affinità sia con il tipo khoisanide ma pure con il Cro-Magnon (11): quindi una testimonianza di ulteriori fenomeni meticciatori (come se non bastassero…) dovuti ad infiltrazioni più settentrionali e probabilmente collegabili <strong>all’ingresso nel Maghreb, dall’Europa</strong>, della cultura iberomaurusiana. Questa, iniziata 20-22.000 anni fa (12) ed estesasi nella fascia costiera che corre dalla Tunisia al Marocco, è collegata al tipo umano sinteticamente denominato “Mechta-Afalou”, che significativamente è molto prossimo alla forma Cro-Magnon (13) ed è stato rinvenuto soprattutto nei siti algerini di Mechta-el-Arbi e di Afalou-bou-Rummel. L’accostamento di questo tipo alla linea cromagnoide, proposto da una nutrita schiera di antropologi (14) è altamente indicativo della provenienza europea di tali popolazioni. Il fenotipo di gruppi etnici come Berberi, Cabili e Guanci delle Canarie (15), ma anche di Libici, Egiziani e forse degli Etiopici (16), evidenzia infatti dalle caratteristiche che appaiono non solo chiaramente europoidi, ma anche, in buona parte, significativamente depigmentate: tanto da far concludere a Renato Biasutti che in Nordafrica <strong>l’apporto nordico <em>“dovette essere imponente”</em></strong> (17). È in particolare la presenza del biondismo nel Maghreb che autorizza senz’altro ad ipotizzare ondate migratorie di provenienza settentrionale (18) la cui elevata vetustà, cioè non risalente solo agli ingressi dei Vandali nella tarda antichità, pare confermata dalle pitture rupestri sugli antichi Libici biondi (19) o dai racconti dei Cabili algerini, secondo i quali vi era un tempo una civiltà di cacciatori composta da uomini biondi e dagli occhi azzurri (20).</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi anche in questo settore geografico abbiamo il dato di un ulteriore flusso umano che, in tempi almeno tardo-paleolitici, entra in Africa – non che ne esce – ad arricchire ulteriormente il minestrone&#8230;<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/12/Sacco_-_Homo_Selvadego_81.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-48103 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2020/12/Sacco_-_Homo_Selvadego_81-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma, tornando ai Khoisan, più che verso ovest è maggiormente attestato il movimento verso meridione (21) lungo il corso del Nilo (22), con altre tracce del passaggio avvenuto come, ad esempio, il reperto sudanese tardo-paleolitico di Singa che presenta delle significative caratteristiche capoidi (23). In definitiva, quella khoisanide è una lunghissima corrente <strong>da nord verso sud</strong> che, anche qui, non sembra accordarsi molto bene con le direttrici postulate dall’ipotesi OOA classica e che, secondo qualche autore, avrebbe lasciato negli attuali Boscimani ed Ottentotti un’antichissima “impronta semitica” (24). Ma non sono solo le traiettorie interne al continente africano ed il forte meticciamento dei Capoidi a porre serissimi ostacoli alla teoria OOA: un altro elemento potrebbe essere costituto dalla <strong>loro origine ultima che forse, anche per essi, potrebbe essere extra-africana</strong> riaffermando ancora una volta il carattere di melting pot e di “magazzino di stoccaggio” del continente nero, più che di “<em>vagina gentium</em>” (quella è la Scandinavia, ma ci torneremo un’altra volta). In effetti, per certi versi inaspettatamente, lo stesso ricercatore tedesco-olandese Herman Wirth intravide tra i Boscimani alcuni aspetti figurativi di particolare interesse, trovando peraltro l’accordo di Leo Frobenius: l’etnologo berlinese arrivò infatti a collegarli a un’ondata migratoria del Paleolitico superiore dilagata addirittura da settori artici fino al confine meridionale delle terre abitate (25) della quale potrebbe esserne testimonianza, ad esempio, la pigmentazione cutanea molto meno scura rispetto a quella dei Negridi classici (26). In effetti vi sono anche altri elementi che potrebbero essere interpretati in questa direzione, o quanto meno nell’ottica più generica di una genesi extra-africana dei Capoidi. Ad esempio in ambito glottologico, da Alfredo Trombetti erano giunte delle interessanti ipotesi su un particolare collegamento delle lingue khoisanidi con quelle caucasiche (27), mentre in quello artistico Leroi-Gourhan aveva osservato come l’arte rupestre dei Boscimani sia contrassegnata da aspetti grafici tipici della pittura sciamanica, denotando chiare connessioni con quelle dei Nativi americani e, sorprendentemente, anche con certe rappresentazioni rupestri del Paleolitico europeo (28). Ma l’aspetto forse più intrigante del mondo khoisanide ritengo possa risiedere in un curioso, quanto significativo, precetto culturale presente sia tra gli Ottentotti che tra i Boscimani, ovvero il divieto di consumare la carne dell’anatra, animale considerato messaggero della luna (29). E’, questo, un elemento che potrebbe trovare una spiegazione estremamente interessante se, azzardando un’ipotesi “di frontiera”, proviamo ad inquadrarlo in un contesto nordico, con animali quali l’anatra ed il papero che, tra alcuni popoli artici, rappresentano effettivamente delle regressioni della primordiale figura del cigno (30): evidenziando cioè una dinamica che indica un oscuramento progressivo del tema olimpico originario ed il passaggio della luce solare da simbolo imperituro e sidereo, ad un momento in cui, invece, inizia ad essere condizionata dal flusso temporale (31). Il sacro rispetto per l’antico significato “iperboreo” del volatile, testimoniato dal divieto di consumarne la carne, non impedisce però di scorgerne presso i Capoidi un livello di caduta forse ancora più basso, vista la sua associazione ora nemmeno più con il sole ma con la luna: cioè con una fonte luminosa ormai solo riflessa, indiretta, e, oltretutto, incatenata all’incessante divenire cosmico del quale il mondo sublunare è l’indiscusso ambito (32).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche a non voler seguire una traccia così audace come quella che colloca le radici ultime dei Khoisan tanto a nord, penso ce ne sia comunque a sufficienza per rivederne la collocazione filetica e, di conseguenza, per mettere quanto meno in seria discussione la teoria OOA. L’Africa, per concludere, dovette esser stata molto più terra d’immigrazione che di emigrazione, molto più madre adottiva che genetica o, vedendola in termini domestici, molto più sgabuzzino di masserizie che camera da letto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE:</p>
<ol>
<li>Vedi: <a href="https://www.ereticamente.net/2014/05/madre-africa.html">“Madre Africa”? – Ereticamente.net – 1/5/2014</a></li>
<li>Vedi <a href="http://www.lescienze.it/news/2017/07/24/news/proteina_saliva_specie_umana_fantasma-3612050/?refresh_ce">“Nella saliva tracce di un’antica specie umana “fantasma”” – Le Scienze – 24/7/2017</a></li>
<li>Vedi <a href="https://www.lescienze.it/news/2020/02/13/news/africani_geni_arcaici_ominine_misterioso-4677202/?fbclid=IwAR1DKvCKWs3MvIFmqBiVVYGsidxjcApvBXZMBh37pf9S8yDX7QWFYsD-m98">“Misteriosi geni arcaici nel genoma delle popolazioni africane” – Le Scienze – 13/2/2020</a></li>
<li>Vedi <a href="https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.12.10.419069v1?fbclid=IwAR31vqju3TLvcWQ02sMUdwhpeocxZ0Cy1xJQmHgDhHmrzvhP2_dyeTEIY0Y">“Revisiting the Out of Africa event with a novel Deep Learning approach” – bioRxiv – 14/12/2020</a></li>
<li>Vedi <a href="https://axismundi.blog/2018/11/23/luomo-eterno-e-i-cicli-cosmici/">“L’Uomo eterno e i cicli cosmici” – Axismundi.blog – 23/11/2018</a></li>
<li>“…i khoisan sono solo il lignaggio più arricchito di “paleoafricano”, quindi tutte le popolazioni africane possono essere pensate come miscele e il khoisan diverge di più perché ha di più (l’elemento) paleoafricano”</li>
<li>Maurizio Alessandri – L’animale simile a Dio – Luna Editore – 2000 – pag. 73; Luigi Brian – Il differenziamento e la sistematica umana in funzione del tempo – Marzorati Editore – 1972 – pag. 429</li>
<li>Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 297</li>
<li>Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 328</li>
<li>Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pagg. 364, 365</li>
<li>Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – pag. 43</li>
<li>AA.VV. (a cura di Fiorenzo Facchini) – Paleoantropologia e Preistoria. Origini, Paleolitico, Mesolitico – Jaca Book – 1993 – pag. 321; Michel Barbaza – Dal Paleolitico medio all’Epipaleolitico nel Vecchio Mondo – In: “AA.VV. (a cura Jean Guilaine) – La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995” – pag. 68; Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 297</li>
<li>Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997 – pag. 297</li>
<li>Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 1 – pag. 150; Georg Glowatzki – Le razze umane. Origine e diffusione – Editrice La Scuola – 1977 – pag. 35; Raffaello Parenti – Lezioni di antropologia fisica – Libreria Scientifica Giordano Pellegrini – 1973 – pag. 228</li>
<li>Renato Del Ponte – I Liguri. Etnogenesi di un popolo – ECIG – 1999 – pag. 57</li>
<li>Georg Glowatzki – Le razze umane. Origine e diffusione – Editrice La Scuola – 1977 – pag. 69</li>
<li>Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 3 – pag. 130</li>
<li>Hans F.K. Gunther – Tipologia razziale dell’Europa – Edizioni Ghénos – 2003 – pag. 111</li>
<li>Raffaello Parenti – Lezioni di antropologia fisica – Libreria Scientifica Giordano Pellegrini – 1973 – pag. 227</li>
<li>Leo Frobenius – Storia delle civiltà africane – Bollati Boringhieri – 1991 – pag. 119</li>
<li>Silvano Lorenzoni – Il Selvaggio. Saggio sulla degenerazione umana – Edizioni Ghénos – 2005 – pag. 16</li>
<li>Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 3 – pag. 97</li>
<li>Georg Glowatzki – Le razze umane. Origine e diffusione – Editrice La Scuola – 1977 – pagg. 73, 74; Raffaello Parenti – Lezioni di antropologia fisica – Libreria Scientifica Giordano Pellegrini – 1973 – pag. 238</li>
<li>Richard Henning – Dov’era il Paradiso? – Martello – 1959 – pag. 79</li>
<li>Leo Frobenius – Storia delle civiltà africane – Bollati Boringhieri – 1991 – pagg. 253, 254</li>
<li>Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1967 – vol. 3 – pag. 95</li>
<li>Oddone Assirelli – La dottrina monogenistica di Alfredo Trombetti – F.lli Lega – 1962 – pag. 10</li>
<li>Massimo Centini – Sogno e sciamani – in: Avallon, n. 43 “La sapienza velata. Sogno, visione, oracoli” – 3/1997 – pag. 56</li>
<li>Adolf Ellegard Jensen – Come una cultura primitiva ha concepito il mondo – Edizioni Scientifiche Einaudi – 1952 – pag. 216</li>
<li>Claudio Mutti – Il simbolismo dell’Orso nelle culture artiche – in: Vie della Tradizione n. 16 – ottobre/dicembre 1974 – pag. 188</li>
<li>Claudio Mutti – Il simbolismo del Cigno nella tradizione Ob-Ugrica – in: Vie della Tradizione n. 14 – aprile/giugno 1974 – pag. 101</li>
<li>Mircea Eliade – Trattato di storia delle religioni – Bollati Boringhieri – 1999 – pagg. 138, 156, 160; Renè Guenon – Il Re del mondo – Adelphi – 1997 – pag. 51; Adolf Ellegard Jensen – Come un cultura primitiva ha concepito il mondo – Edizioni Scientifiche Einaudi – 1952 – pag. 195; Silvano Lorenzoni – Cosmologia alternativa – Casa Editrice Primordia – 2010 – pag. 48</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/2/22/Sacco_-_Homo_Selvadego_%288%29.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Fonte copertina</a></p>
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		<title>Una Ahnenerbe casalinga &#8211; Ventesima parte &#8211; Fabio Calabrese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2015 07:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ahnenerbe]]></category>
		<category><![CDATA[etruschi]]></category>
		<category><![CDATA[eugenetica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Calabrese]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.ereticamente.net/una-ahnenerbe-casalinga-ventesima-parte-fabio-calabrese/">Una Ahnenerbe casalinga &#8211; Ventesima parte &#8211; Fabio Calabrese</a> proviene da <a href="https://www.ereticamente.net">EreticaMente</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">https://www.ereticamente.net/wp-admin/link-manager.phpQuota venti. Fino a qualche tempo fa, sarebbe sembrato un obiettivo difficile da raggiungere in questa nostra ricerca delle origini, anche perché questa rubrica (permettetemi di considerarla tale) non è la sola in cui mi sono occupato del tema della ricerca delle origini, della nostra eredità ancestrale come mezzo per comprendere chi veramente siamo, a dispetto di quel che vogliono “democraticamente” farci diventare; forse è il caso di ricordare anche una serie di saggi più specifici che hanno trovato spazio sulle pagine di “Ereticamente”: “Ex oriente lux” innanzi tutto, ampia confutazione della leggenda dell&#8217;origine della civiltà da oriente, in particolare dall&#8217;area mediorientale secondo le favole che la storia ufficiale si ostina a raccontare, mentre in realtà dal mondo mediorientale-semitico non sono venuti all&#8217;Europa altro che fermenti di decadenza, il cristianesimo <em>in primis</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi qualche altro scritto senz&#8217;altro meno corposo, “L&#8217;origine degli indoeuropei” in cui abbiamo visto l&#8217;inconsistenza dell&#8217;altra leggenda che vorrebbe declassare i nostri antenati da conquistatori e guerrieri delle steppe a pacifici agricoltori di origine (guarda un po&#8217; la coincidenza!) mediorientale, e “Sull&#8217;orlo della storia” dove abbiamo cercato di vedere più da vicino i popoli e le culture antiche che la leggenda dell&#8217;origine mediorientale della civiltà lascia nell&#8217;ombra, confina in una sorta di terra di nessuno: gli Etruschi prima di tutti, ma anche Traci e Sarmati. Insomma, e non credo sia presuntuoso dirlo, un bel po&#8217; di lavoro, un lungo viaggio che abbiamo fatto assieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, a questo punto, è forse sorprendente che vi siano ancora cose da dire e novità da registrare, eppure è così. Ultimamente, un nostro buon amico, l&#8217;ottimo Joe Fallisi (e sono sempre lieto di dare il giusto riconoscimento agli amici che mi hanno aiutato e mi auguro continueranno ad aiutarmi in questo percorso, come il nostro Joe e l&#8217;altro ottimo amico Luigi Leonini, il cui lavoro poco appariscente merita i più ampi elogi) mi ha segnalato un articolo per la verità non recentissimo, risalente al febbraio 2014, e apparso (in inglese e non tradotto in italiano) sulla rivista on line di informazioni scientifiche “Scirp.org Journal” (<a href="http://www.scirp.org/">www.scirp.org</a>.). L&#8217;articolo, a firma del genetista russo Anatole A. Klysov s&#8217;intitola (traduzione mia) <em>Riesame della teoria Out of Africa, non sufficientemente provata</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una questione della quale ci siamo già occupati, ma sarà utile un breve riepilogo. Io penso che non la si possa neppure chiamare una teoria, ma piuttosto una FAVOLA PROPAGANDISTICA che è stata imposta come ortodossia scientifica dal sistema democratico, l&#8217;<em>Out of Africa</em>, spesso citata in sigla, OOA, è una tesi che pretenderebbe di far risalire l&#8217;origine della nostra specie a una migrazione proveniente dall&#8217;Africa poche decine di migliaia di anni fa. Tutti noi in sostanza saremmo dei neri “sbiancati” (o “ingialliti” nel caso degli asiatici). Questa concezione, assolutamente priva di riscontri fattuali, di prove vuoi paleoantropologiche, vuoi archeologiche, vuoi genetiche, è stata IMPOSTA per distruggere il concetto stesso di razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo subito uno scivolamento concettuale, accorgersi del quale è un fatto della massima importanza: il concetto di “razzismo” è stato spostato dall&#8217;affermazione della superiorità di una razza sulle altre, alla semplice constatazione che le razze esistono. In pratica, se ti accorgi che un immigrato africano ha la pelle più scura della tua, sei un abominevole complice della Shoah, con tutte le implicazioni emotive che seguono. Siamo, è chiaro nella patologia del pensiero, ma in ultima analisi, patologia e democrazia sono la stessa cosa, e oggi non esiste un veleno più potente, un acido più corrosivo della democrazia per distruggere la libertà di pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi in campo scientifico assistiamo a una sorta di guerra fredda a parti invertite. Laddove i ricercatori russi non sono vincolati da un&#8217;ortodossia e possono esprimersi liberamente, quelli statunitensi devono per forza sostenere un&#8217;ortodossia decisa a priori e indipendentemente dai dati di fatto, pena lo stroncamento delle loro carriere o peggio (ricordiamo Arthur Jensen che, dopo la pubblicazione delle sue ricerche sulla differenza di Q. I. fra bianchi e neri americani, ha subito vari attentati. Nei “liberi” USA, dire la verità può costare la vita). Se poi vogliamo capire chi decide ciò che è scientificamente ortodosso negli USA e, attraverso gli USA impone questa ortodossia al mondo intero, forse sarà il caso di ricordare che l&#8217;élite intellettuale americana è composta principalmente da persone col naso voluminoso e piuttosto circoncise che non battezzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, Klysov e colleghi se n&#8217;erano già occupati, i dati genetici SMENTISCONO l&#8217;OOA. Sebbene le prove genetiche non vadano in questa direzione, l&#8217;Africa sahariana, oggi desertica, ma che decine di migliaia di anni fa, durante l&#8217;età glaciale era una terra fertile, non può essere esclusa come luogo di provenienza dell&#8217;<em>homo sapiens</em>, ma questo non significa che la sua origine abbia a che fare con i neri subsahariani che invece rappresenterebbero il risultato di una specializzazione ambientale piuttosto tarda. In fin dei conti, per fare un paragone, Cleopatra, Annibale, John R. R. Tolkien, Giuseppe Ungaretti, sono nati in Africa, e questo non significa  che fossero neri.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;OOA si appoggia su di un equivoco deliberato, la tendenza a confondere la questione dell&#8217;origine RECENTE della nostra specie con quella, completamente diversa, dell&#8217;origine REMOTA degli ominidi primitivi, approfittando del fatto che l&#8217;uomo della strada, poco capace di orientarsi coi numeri e gli ordini di grandezza, può facilmente confondere tra i milioni e le decine di migliaia di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Riparlare delle smentite portate dalla ricerca genetica all&#8217;OOA è quanto mai opportuno, o almeno lo sarebbe se il ragionamento riuscisse per una volta a prevalere sul clamore mediatico, dal momento che la confusione tra la questione dell&#8217;origine della nostra specie e quella degli ominidi primitivi, non può essere che aumentata dalla notizia del ritrovamento avvenuto poco tempo fa in una grotta sudafricana dei resti di un ominide o di un gruppo di ominidi che è stato battezzato “uomo di Naledi”. Che senso ha parlare di “uomo” a proposito di un ominide di quasi 3 milioni di anni fa, più primitivo del pitecantropo (uomo di Giava) e del sinantropo (uomo di Pechino) e che, a quanto è dato da capire dalle foto dei reperti ossei, ben poco o nulla si distingue dagli australopitechi già conosciuti? Nessuno, tranne forse il fatto di voler creare agli occhi dell&#8217;uomo comune digiuno di scienza, una fraudolenta “prova” a favore dell&#8217;OOA.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche volta il dio delle coincidenze fa gli straordinari. Questo messaggio di Joe Fallisi mi è arrivato domenica 13 settembre stranamente assieme ad altri due, uno di Alessandro Mezzano, l&#8217;altro di Luigi Leonini.</p>
<p style="text-align: justify;">Le questioni sollevate dai nostri due amici non riguardano in senso stretto il tema delle origini, ma è chiaro che se noi non abbiamo per l&#8217;argomento un interesse di tipo erudito, ma lo vediamo come punto di inizio e parte di un cammino che arriva fino a noi ed è destinato a oltrepassarci, allora si comprende che si tratta di argomenti ampiamente collegati alla nostra tematica: il destino della nostra specie, dove le vicende politiche in ultima analisi non sono altro che una parte e uno strumento del divenire biologico.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Mezzano si pone una domanda che, io penso, dovrebbe interessare tutti noi, ed è il titolo del suo scritto: <em>A chi da fastidio l&#8217;eugenetica</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà bene ricordarlo, e uso le parole del suo scritto, “L’Eugenetica è quella dottrina che auspica una selezione della specie umana attraverso la sterilizzazione dei tarati, degli handicappati mentali, dei pedofili, degli assassini violenti, di coloro con un quoziente d’intelligenza al di sotto del minimo, insomma di tutti coloro che, per la legge naturale della ereditarietà, hanno alta probabilità di procreare figli tarati. (&#8230;) Lo scopo è quello di realizzare, nel corso di una trentina di generazioni, una selezione positiva di qualità e di migliorare così la specie umana”.<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/Calabrese-2.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-8175 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2015/10/Calabrese-2-300x188.jpg" alt="Calabrese 2" width="300" height="188" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sarà bene ricordare che tutto ciò non rappresenta un tentativo di forzare o manipolare la natura, bensì di assecondarla e ripristinarla, considerato il fatto che la civiltà ha messo in condizioni di sopravvivere, di arrivare all&#8217;età adulta e di riprodursi un gran numero di individui tarati che in condizioni di vita meno artificiose di quelle in cui viviamo, la selezione naturale avrebbe impietosamente spazzato via (qui non si parla in ogni caso di sopprimerli, e neppure di impedire loro di avere una vita sessuale, ma unicamente di riprodursi, di mettere al mondo altri malati). Si tratta in sostanza di nulla di diverso da quello che qualsiasi allevatore fa con i propri animali; anzi, sarebbe interessante chiedersi come mai, mentre ci preoccupiamo tanto della salute biologica dei cani, dei cavalli, dei bovini che alleviamo, ce ne infischiamo allegramente di quella della nostra stessa specie.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro a cui non piace l&#8217;eugenetica, li conosciamo, sono i nostri nemici di sempre: cristiani, democratici e marxisti. Si può aggiungere che, in particolare il comunismo ha condotto e conduce là dove è ancora al potere, una vera e propria politica CACOGENETICA, cioè mirante al peggioramento anche biologico della specie umana. Se ricordate, ve ne ho parlato in alcuni articoli precedenti a questo, dove mi sono permesso di introdurre questo neologismo. L&#8217;opera livellatrice della peste rossa, del presunto “socialismo” con la falce e martello, infatti, non mira a eliminare soltanto le differenze sociali, ma le superiorità di qualsiasi genere di un essere umano rispetto all&#8217;altro. Ricordavo, durante la seconda guerra mondiale, l&#8217;eccidio di Katyn compiuto dall&#8217;armata rossa staliniana. I Sovietici non miravano solo a sottomettere col terrore la Polonia ma, con un eccidio mirato di persone che erano andate a costituire i ranghi di ufficiali dell&#8217;esercito, a decapitarla della sua classe intellettuale, a eliminare le teste pensanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Stessa cosa in tempi più vicini a noi, quell&#8217;autentico orrore degli orrori che è stata la Cambogia dei Khmer rossi. Qui furono sistematicamente trucidate tutte le persone che portavano occhiali, sospettate per ciò stesso di essere degli intellettuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei aggiungere a ciò un ricordo personale. Quanto più si conosce la storia, tanto più ci si rende conto di quanto cristianesimo e marxismo, la dottrina del “discorso della montagna” e quella del rabbino di Treviri siano simili, soprattutto nelle loro nefandezze, orrori e vergogne. Ricordo un insegnante di religione che riuscì ad angosciarmi raccontando che gli esperimenti di eugenetica condotti dai nazionalsocialisti avevano portato solo alla nascita di individui tarati, cosa assolutamente non vera, ma che il “brav&#8217;uomo” avrebbe ardentemente voluto che fosse stata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammesso che nel tentativo di prendere in mano il nostro destino biologico, mi chiesi, ci fosse stato qualcosa di blasfemo, cosa si poteva pensare del senso di giustizia di un Dio che faceva pagare la colpa di ciò a dei nascituri innocenti? Allora non conoscevo ancora la bibbia abbastanza bene per capire che il Dio veterotestamentario, il Dio della <em>Torah</em> gode del sangue degli innocenti, è un Dio iroso, vendicativo e spietato, è in realtà dal punto di vista caratteriale, la fotocopia del popolo che l&#8217;ha inventato e crede di essere il suo “eletto”.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto ciò, si potrebbe vedere una sorta di riflesso condizionato. Sappiamo che cristianesimo, democrazia e marxismo sono visioni non realistiche dell&#8217;uomo, basate sulla deliberata ignoranza o addirittura la negazione della realtà biologica della nostra specie. I nazionalsocialisti si erano proposti un serio impegno di eugenetica, di miglioramento biologico del loro popolo, basta questo perché i cristo-demo-marxisti per puro spirito di contraddizione, per cecità antifascista, abbiano puntato nella direzione opposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma forse c&#8217;è dell&#8217;altro, vediamo un meccanismo ricorrente dell&#8217;antifascismo, quello che a livello di base è stupidità pura e semplice, da parte di chi ha in mano il potere, è consapevole malafede. Alessandro Mezzano suggerisce un altro motivo dietro l&#8217;avversione per l&#8217;eugenetica; un&#8217;umanità mediocre, anzi, quanto più di basso livello tanto meglio, è un&#8217;umanità facilmente manipolabile da parte di coloro che detengono il potere: essa “Non piace a coloro che basano il proprio potere sull’inganno, sulla suggestione, sul condizionamento e sulle menzogne che essi possono propinare senza il timore di essere scoperti e smentiti a causa della mediocrità generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non piace a coloro che si considerano i “pastori di un gregge umano”. Non piace a coloro che riescono a rimanere potenti, nonostante una loro mediocrità, solamente perché la maggioranza delle persone è ancora più mediocre”.</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire, ineccepibile, e una tematica su cui vi invito tutti a riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Poter parlare di uno scritto di Luigi Leonini, mi dà una particolare soddisfazione, perché il nostro amico ha fatto e sta facendo in questi anni un lavoro eccellente di raccolta e segnalazione di testi importanti, della nostra Area, del fronte avverso, dalle riviste scientifiche e via dicendo, ma per quanto riguarda lavori di suo pugno, è estremamente parco, anche se tutte le volte si rivelano contributi interessanti e intelligenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Stavolta lo scritto di Luigi, <em>Donne bianche e preferenza per i balordi</em>, tratta di un tema che chi ha a cuore il nostro destino come popolo, come cultura, come specie, non può considerare senza angoscia, un esempio potremmo dire, non marginale di cacogenetica in questo caso spontanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi sappiamo che con il flusso umano che l&#8217;immigrazione oggi ci riversa in casa, il meticciato con gli invasori, sui grandi numeri, è in una certa misura inevitabile, ma è abbastanza facile notare che sono soprattutto le nostre donne ad avere rapporti, a stabilire relazioni, magari a sposarsi con uomini extracomunitari, laddove i nostri uomini sembra perlopiù nutrire ancora nei confronti delle extracomunitarie un sano disinteresse.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, se ci pensiamo è paradossale, perché tutti costoro vengono da culture che attribuiscono alla donna una posizione infima, e non parliamo solo degli islamici: nella cultura indiana le donne sono trattate ancora peggio, un indiano ha certamente molto più rispetto per una vacca che per sua moglie, per i bengalesi, sfregiare con l&#8217;acido una ragazza che li ha lasciati, è un comportamento “normale”, e via dicendo. Le donne occidentali che si mettono con i “migranti” hanno una ragionevole aspettativa di essere trattate molto peggio del cane di casa: di essere segregate, percosse, violentate, di vedersi portare via i figli, e via dicendo, eppure frequentemente vanno a cercare disgrazie mettendosi assieme a questi energumeni, perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente noi possiamo pensare che, una volta date le opportune avvertenze, ognuno rimane libero di impiccarsi all&#8217;albero che preferisce, in fondo, per la mentalità corrente, quale faccenda c&#8217;è più <em>privata </em>e <em>personale </em>di questa?</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà le cose non stanno così, perché quando questo diventa un fenomeno largamente diffuso, non può che andare ad accelerare la diluizione e la scomparsa dei geni europei in mezzo alla turba dei nuovi venuti, cioè la nostra sparizione come popoli, e di questo non ci possiamo disinteressare.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un fenomeno abbastanza semplice da spiegare in termini biologici: non solo nella specie umana ma, a maggior ragione in tutto il mondo vivente, esistono comportamenti istintivi che ordinariamente sono utili ma, proprio perché istintivi e irriflessi, in circostanze “speciali” si rivelano micidiali. Un esempio è quello dei parameci che sono attratti da un ambiente acido, poiché è nell&#8217;acido acetico che trovano i microorganismi di cui si nutrono, solo che sono attratti con lo stesso “entusiasmo” dall&#8217;acido solforico che li uccide. Un meccanismo che si è evoluto perché in natura le probabilità di incontrare acido solforico sono enormemente inferiori a quelle di trovare acido acetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, molte donne tendono a essere attratte dai “cattivi ragazzi”, balordi i cui comportamenti aggressivi e prepotenti rivelano l&#8217;abbondanza di testosterone, di ormone maschile.</p>
<p style="text-align: justify;">“Molte donne sono attratte dai prepotenti in quanto vedono in essi un&#8217;energia maschile molto forte, una volontà che esce dai loro corpi e irruma il mondo circostante. Vedono l&#8217;uomo testosteronico, laddove il bravo ragazzo gentile e collaborativo mostra l&#8217;attitudine femminile verso cura e protezione, e dimostra la prevalenza di ossitocina, l&#8217;ormone materno.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre quindi l&#8217;uomo testosteronico viene percepito come dominante e quindi istintivamente adatto a trasmettere i suoi geni prevaricando i deboli, l&#8217;ossitocinico attrae più che altro come amico utile, ma sessualmente inferiore e quindi adatto solo come seconda scelta, quando cioè la donna vuole “sistemarsi” e cerca il buon partito. (&#8230;) Quindi si crea una realtà in cui i balordi, prepotenti, parassiti della società non hanno problemi ad avere una ricca vita sessuale e riproduttiva, mentre i gentili e collaborativi si trovano ad annaspare nel vuoto e a cooperare alla cura dei bambini messi al mondo dai cattivi e dalle loro donne”.</p>
<p style="text-align: justify;">In circostante normali CHE NON SONO QUELLE NELLE QUALI VIVIAMO, questo meccanismo ha una sua utilità, consente il mantenersi nella popolazione di geni che rendono gli uomini dominanti e aggressivi, e una comunità ha bisogno di leader e di guerrieri, anche se quegli stessi geni rendono costoro inadatti a prendersi cura della famiglia e della prole, ma per tornare all&#8217;esempio dei parameci, l&#8217;immigrazione è l&#8217;acido solforico che viene a sostituirsi all&#8217;acido acetico.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per la donna bianca il mandingo nero è un giocattolo sessuale (&#8230;) preferito a un bianco ormai virilmente debole e intellettualmente complesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, il male, la ragione della nostra debolezza è la “cultura” cristiana-democratica-marxista con la sua astrattezza, la sua negazione del dato biologico, in ultima analisi “Un razzismo inespresso la cui base non è la difesa del corpo fisico di una stirpe, ma quella intellettuale di una civilizzazione esteriore in cui gli occidentali hanno fatto risiedere il significato della loro esistenza”, un razzismo rivolta non contro i nuovi venuti, ma contro noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Verrebbe voglia di concludere commentando questa penetrante analisi di Luigi Leonini  con le parole che costituiscono la chiusa dello scritto di Alessandro Mezzano; premesso che la sparizione dell&#8217;uomo europeo, la sua sostituzione con una turba meticcia di allogeni è quanto di più cacogenetico ci possa essere, ed è voluta proprio per questo motivo, per avere un gregge facilmente manipolabile, dagli sciacalli che attualmente reggono le sorti del mondo (piano Kalergi), noi combatteremo questa sinistra tendenza con tutte le nostre forze; per ora, in mancanza di altri strumenti, con la parola e l&#8217;informazione, consci di difendere non solo l&#8217;avvenire dei nostri popoli, ma la salute della specie umana.</p>
<p style="text-align: justify;">“Noi lotteremo per il trionfo della nostra idea, per un migliore avvenire e per un’umanità più sana, più integra, più UMANA..!!”</p>
<p style="text-align: justify;">Una piccola nota riguardo all&#8217; “immagine di copertina di questo articolo. Avevo pensato di usare una ricostruzione dell&#8217; “uomo di Naledi”, ma si tratta di un bruto dall&#8217;aspetto davvero poco accattivante; eccovi quindi invece un&#8217;immagine del complesso templare anatolico di Gobeckli Tepe di cui abbiamo parlato la volta scorsa.</p>
<p>&nbsp;</p>
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