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	<title>Golden Dawn Archivi - EreticaMente</title>
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	<title>Golden Dawn Archivi - EreticaMente</title>
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		<title>Magia del sogno in Arthur Machen &#8211; Luca Negri</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2018 15:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura esoterica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arte vera la fa chi ne conosce l’origine, la scaturigine, anche scrivendo racconti dell’orrore, letteratura non alta secondo la critica borghese e illuminista. Come Arthur Machen (1863-1947) che fu ben più di un genio riconosciuto nella letteratura del fantastico, ammirato da H. P. Lovecraft e da Stephen King. Lui fece appunto vera arte, ne conosceva [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Arte vera la fa chi ne conosce l’origine, la scaturigine, anche scrivendo racconti dell’orrore, letteratura non alta secondo la critica borghese e illuminista. Come Arthur Machen (1863-1947) che fu ben più di un genio riconosciuto nella letteratura del fantastico, ammirato da H. P. Lovecraft e da Stephen King. Lui fece appunto vera arte, ne conosceva l’origine, sapeva che la poesia nasce da preghiera e incantesimo, il racconto dal mito e il teatro dal rito. <a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/04/Ma.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-27064 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/04/Ma-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" /></a>Sapeva che l’arte vera è un continuo richiamo a un altro mondo o meglio è una via per sperimentare il vero mondo, una coscienza ampliata che è sempre qui, non altrove, da conquistare, comprendere, sposare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei racconti fantastici di Machen paiono evidenti i riferimenti ad esperienze del metafisico realmente vissute, il reale viene trasfigurato da potente immaginazione creatrice, con atti di magia più meno consapevoli. Quando manca la consapevolezza sono nefasti per la quotidianità dei protagonisti, per la loro vita fisica, per la salute mentale. Ne “Il grande dio Pan”, in quel decamerone vittoriano intitolato “I tre impostori”, c’è il superamento dei limiti del reale, ci sono rotture di livello, ma il prezzo da pagare per inesperienza o scarsa pietas è sempre altissimo. Il risvegliare qualcosa che non si sa domare è un tuffarsi in acque corrosive sconsigliabili ai più degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Machen lo aveva imparato leggendo i mistici e i maghi del passato, per conto suo. Poi si era affiliato alla Golden Dawn, pur rimanendo nella cerchia più esterna ed evitando coinvolgimenti nella diatriba che vide contrapporsi Aleister Crowley e William Butler Yeats. Ma fin dall’infanzia gallese, come suggeriscono i suoi passi più autobiografici, deve aver sperimentato istanti puri e pieni, eternità di un attimo in cui si è altrove veramente, in un altro mondo, nei pressi dell’origine dei mondi. Uno stato di coscienza e veggenza astrale, che permette di esperire spiriti elementali, fate, elfi, gnomi. Le leggende celtiche son forse segnali di quegli attimi sacri donati a bimbi e a druidi. Come l’attimo pieno e puro del meriggio in cui si manifesta il tutto, il dio Pan. Non solo celtismo, infatti, in Machen, ma anche un’insistito rimando al mondo greco-romano, in particolare proprio alla civiltà dell’Urbe. Roma affiora e prorompe anche in La collina dei sogni finalmente riedito dalle edizioni Il Palindromo nella storica traduzione di Claudio De Nardi, con un suo saggio e una nota biografica su Machen e, a completare la felice pubblicazione, un’introduzione di Gianfranco de Turris.</p>
<p style="text-align: justify;">Lucian Taylor, il giovane protagonista, fa l’esperienza capitale della sua vita, incontra l’altra dimensione, l’amore eterico che trasfigura, il dio Pan che esalta e rapisce per l’altrove, in una collina britannica, fra le rovine di un forte romano. Come gli Stilnovisti italici prima di lui ha proiettato il suo desiderio su una ragazza reale, una contadina del posto poco più grande di lui. Quel proiettarsi non ha nemmeno bisogno di un concreto contatto fisico, perché il vero amore, il più intenso, è amore eterico, nutrito dalla<a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/L-4-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-26936 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/03/L-4-1-208x300.jpg" alt="" width="208" height="300" /></a> fantasia creatrice dell’astrale. L’amplesso meridiano, non fisico ma con effetti più che fisici, trasforma definitivamente Lucian. Da quel momento non sarà facile inserirsi nella realtà quotidiana, con sue scadenze ed esigenze. Lo respinge il borgo natio, posseduto da ambizioni e formalità di provincia. Lo respinge anche la metropoli, la Londra decadente, abbruttita, industrializzata e intimamente sabbatica in cui Lucian fugge per affermarsi come scrittore.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui Machen ricorda le difficoltà dei suoi esordi, il terrore della pagina bianca, le ispirazioni fulminanti e le notti insonni a scrivere capolavori poi sbiaditi con la luce dell’alba. Scrivere è difficile, è atto di magia. Rendere giustizia delle proprie esperienze e dell’Esperienza con le parole è arduo. Come vivere, in fondo. E quando si riesce nell’impresa non è detto che gli altri se ne accorgano. Perché il mercato di romanzi e racconti è intasato di narrazioni rassicuranti e banali, di realismo ingenuo. Non c’è posto per Lucian in quel mondo. Non c’è posto al mondo per lui, ormai. Perché il mondo si spalanca, la quotidianità deraglia, si dissolve e lui si ritrova in un villaggio romano, con visioni e sensazioni che echeggiano la letteratura di Apuleio e Petronio. E i bassifondi di Londra fanno da contraltare a quella serenità mediterranea, con le loro orge moderne di male indemoniati, di donne fatali solo nel distruggere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anima elevata soffocata dal gregge, lo scrittore disadattato, fuori dal ciclo produttivo, disconosciuto in quanto bardo, è un uomo non pratico. Come non pratici sono i santi, secondo Léon Bloy. Pronti dunque al martirio, alla testimonianza di altro mondo esperibile. L’elevazione sarà dunque testimoniata dalla deriva alla Dostoevskij, alla Poe. Fino all’abuso di droga, al suicidio, al capolavoro sconosciuto, che mai verrà letto da alcuno se non dalla donna angelo conosciuta nel meriggio della vita.<br />
Machen offrì con questo capolavoro (tale lo consideravano sia Henry Miller che Maurice Maeterlinck) non solo un esempio di grande letteratura ma un avvertimento più volte ribadito da tutti i saggi: i sogni desti son potentissimi, occorre molta attenzione per pilotarli bene e non farsi trascinare in luoghi e stati d’animo non voluti.</p>
<p>Luca Negri</p>

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		<title>Reghini / Spadini: racconto minore su una Firenze di metà Ottocento &#8211; Lidia Reghini di Pontremoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ereticamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jan 2018 07:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arturo Reghini]]></category>
		<category><![CDATA[Pitagorismo]]></category>
		<category><![CDATA[arturo reghini]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Hermet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parole che nascono dal desiderio di raccontare una storia ambientata nella Firenze di metà Ottocento. Tutto parte da una casa in via dei Federighi 10 dove allora vivevano i fratelli Reghini: Arturo, Maria, Ugo, Gino (mio nonno).  In quel luogo nasce la storia di un antico amore tra Maria, una delle prime donne laureate in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parole che nascono dal desiderio di raccontare una storia ambientata nella Firenze di metà Ottocento. Tutto parte da una casa in via dei Federighi 10 dove allora vivevano i fratelli Reghini: Arturo, Maria, Ugo, Gino (mio nonno).  In quel luogo nasce la storia di un antico amore tra Maria, una delle prime donne laureate in Storia dell’Arte e un giovane artista sconosciuto, Armando Spadini.</p>
<figure id="attachment_25634" aria-describedby="caption-attachment-25634" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-1.bmp" target="_blank" rel="noopener"><img decoding="async" class="wp-image-25634 size-full" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-1.bmp" alt="" width="160" height="224" /></a><figcaption id="caption-attachment-25634" class="wp-caption-text">Arturo Reghini</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">I racconti delle vite sono tutti esemplari, restano chiusi nei cuori, incisi nel ricordo o dissimulati in una nostalgia nebbiosa. Questa storia fiorentina mi coinvolge, ora che tutti hanno dimenticato, nessuno sembra interessarsi al racconto di una narrazione minore. Solo io ricordo, i miei occhi hanno rincorso quelle scale buie e polverose, ascoltato lo scorrere delle parole che narravano i fatti, le vie di una Firenze trascorsa. Avrò avuto cinque anni. Restano ancora in me gli odori, i racconti; solo io ricordo, conservo e riesco a ricucire quei frammenti dispersi di vite.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ la Firenze tra il 1890 e il 1900, sono gli anni de ‘Il Leonardo’ nella sede di Palazzo Davanzati, di Giovanni Papini, di ritrovi come il Caffè delle Giubbe Rosse. Affacciava su Lungarno Acciaioli la casa avita dei Reghini, mi ricordo, le finestre aprivano su Ponte Vecchio; per fare la spesa bastava calare un cestino in vimini. L’odore acre d’urina di gatto trapassava le mura di stanza in stanza. I trentatré gatti di Ugo erano i padroni assoluti della casa salendo e scendendo dall’altana fino al piano inferiore della casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine dell’Ottocento, a pochi passi dalla casa di via dei Federighi, in via delle Terme abitava il giovane pittore Armando Spadini abituale frequentatore di casa Reghini in virtù del forte legame d’amicizia con Arturo e con la sorella Maria a cui era legato da un amore platonico ed inesaudito. Resta oggi un carteggio inedito databile 1890-1909 fatto di lettere, disegni tuttora inediti in stile Jugend, realizzati su materiali poveri come sacchetti del pane, con inchiostri naturali ottenuti da erbe e fiori che il giovane Spadini reperiva nella campagne attorno a Firenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Gente strana, fuori dalle righe quei Reghini, ognuno rapito dalle proprie ossessioni, come Arturo, fratello di mio nonno. Non feci a tempo a conoscerlo ma negli anni ho raccolto dalla voce di chi gli fu vicino, racconti e testimonianze. Nel tempo ho ricucito una trama di avvenimenti, frequentazioni che hanno confermato la tenuta di quel che poteva apparire la leggenda un po’ tronfia d’un’intima esegesi familiare fatalmente affidata all’inattendibilità di un racconto orale. Ambienti e situazioni fiorentine dove la casa di via dei Federighi abitata da Arturo diveniva tutt’uno con gli ambienti e i personaggi che ruotavano attorno al ‘Leonardo’, “rivista d’idee” nella sua storica sede di Palazzo Davanzati o del Caffè delle Giubbe Rosse: l’amico Papini ricorda l’”<em>appassionato giocatore di scacchi sui tavolini delle Giubbe Rosse, il più grande mago che Firenze abbia mai conosciuto</em>”. Le parole di Papini confermano il racconto familiare di come Arturo, all’interno del Caffè delle Giubbe Rosse, si divertisse con la forza del pensiero a far saltare i cappelli degli astanti. Anche uno studioso come Augusto Hermet che lo frequentò attorno al 1903 nella Biblioteca Teosofica, ricorda “<em>la presenza di un giovane matematico, mistico e mago. Era Arturo Reghini</em>”.</p>
<figure id="attachment_25632" aria-describedby="caption-attachment-25632" style="width: 197px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-25632 size-medium" src="https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/01/R-2-1-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a><figcaption id="caption-attachment-25632" class="wp-caption-text">Il Crepuscolo dei Filosofi</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Arturo e il suo dono dell’ubiquità. Sicuramente non mentiva il fratello di mio padre, generale, uomo d’armi notoriamente tutto d’un pezzo, che ricordava quando, da bambino, vide Arturo sia in giardino che nello studio; e chiedendo il perché Arturo gli rispose che ancora quelle cose non poteva capirle, ma che un giorno le avrebbe comprese.  Poi i racconti di mia nonna paterna, cognata di Arturo, che l’aveva frequentato a lungo: ne parlava come di un essere dalle sembianze anomale, costretto a farsi abiti e scarpe su misura per via della sua eccessiva altezza che sfiorava quasi i due metri; raccontava di come dovesse chinarsi ogni volta per oltrepassare una porta. Arturo totalmente glabro, come conferma anche Augusto Hermet: ”<em>il candido gigante (…) sopravanzava di molto in statura ogni altro, con la sua breve testa dalla fronte ben costruita (…) bianche erano le sue guance, ancora assai dopo l’adolescenza non conoscevano rasoio</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Arturo, grande matematico, suoi soni i calcoli fatti a mente sulla geometria post-euclidea. Oggi dei giovani matematici hanno controllato al computer i calcoli fatti da Arturo scoprendo che i risultati sono esatti. Arturo solitario profeta poliglotta vicino negli ultimi anni ad una signorina inglese, forse un’adepta della Golden Dawn. Arturo eremita segregato dal regime a Budrio, dove insegnava in una scuola media. Arturo che prima di morire, allungando una mano su un mobiletto vicino al letto lasciò, al momento del trapasso, marchiata sul legno l’impronta combusta della sua mano. Esistono racconti sulla sua morte come quelli dell’amico Giulio Parise: “<em>Il segno era apparso. Arturo Reghini si volse al Sole declinante per l’ultimo saluto, per l’ultimo rito; poi si appoggiò con la mano destra al vicino scaffale, piegò la Gigantesca statura verso la Grande Madre, eretto il busto e fu libero</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di quest’antica famiglia fiorentina, è rimasto ben poco: ho conservati lo scaffaletto di cui parla Parise, la poltrona dove riposava Arturo e anche un libro che ho rapito alle casse, ai vecchi archivi destinati ai robivecchi. L’ho rubato certa dell’approvazione di quei Reghini che non erano più su questa Terra. D’altra parte chi si sarebbe ricordato di quel vecchio libro? Chi avrebbe saputo dargli il giusto valore? Soltanto mio padre sapeva e riconosceva l’importanza simbolica di quel libro, Il Crepuscolo dei Filosofi regalato dal suo autore, Giovanni Papini all’amico Arturo al suo ingresso nella Loggia fiorentina ‘Lucifero’ nel 1907. Mi piace pensare provenga da quello “scaffaletto di libri” ricordato dal Parise. Nel frontespizio una dedica ad inchiostro, scolorito dal tempo, “<em>Al nuovo fratello Arturo Reghini il suo G Papini</em>”.</p>
<p>Lidia Reghini di Pontremoli</p>

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