8 Aprile 2026
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Silvano Lorenzoni: recensioni 2024-2025, seconda parte – Fabio Calabrese

Non diversamente a ciò che successe a Oswald Spengler (notevole onore) mi fu rinfacciato di essere un pessimista, io invece cerco di essere obiettivo anche quando le conclusioni tratte obiettivamente possono sembrare addirittura spaventose (a certuni). Io non trovo alcunché di spaventoso nella fine di questi tempi marci, risultato di un decorso storico incominciato con l’affermarsi del monoteismo e arrivati a maturazione putrefattiva totale dopo il 1945.

Silvano Lorenzoni: Autobiografia di un etnonazionalista

 

In questa seconda parte delle recensioni degli scritti di Silvano Lorenzoni del periodo 2024-2025, mi propongo di recensire i testi più “filosofici” del nostro autore (tenete presenti le virgolette, sono sicuro che non ama questo termine), vale a dire i due fascicoli Soma, psiche, persona e La notte dei millenni, e la corposa Autobiografia di un etnonazionalista.

Per prima cosa, però, credo sia doveroso da parte mia porgere le mie scuse all’autore e a voi lettori per la quantità di tempo intercorsa tra la ricezione di questi testi e la stesura e ancor di più la pubblicazione di questa recensione, colpa sempre delle quantità di cose da dire che premono ogni volta con maggiore o minore urgenza.

Comincio con il dire che mentre i primi due sono due fascicoli piuttosto snelli così come quelli che abbiamo visto le volte precedenti, l’Autobiografia è un testo alquanto corposo di circa 130 pagine.

Soma, psiche, persona è forse il testo maggiormente filosofico di Lorenzoni, quello che esprime i fondamenti del suo modo di intendere la realtà. La nostra visione del mondo è fondata sulle categorie kantiane dello spazio e del tempo. Questo non significa che esse ci rappresentano il mondo come effettivamente è, ma come non possiamo fare a meno di percepirlo, altri modi di percepire la realtà sono teoricamente concepibili, ma per noi inattingibili, siamo cioè prigionieri in quella che l’autore definisce una prigione kantiana.

È, se vogliamo, il concetto kantiano di noumeno, ma senza la risibile scappatoia escogitata da Kant nella Critica della ragion pratica, dove sostiene il noumeno raggiungibile attraverso l’etica.

Segue una discussione sui concetti di corpo e anima. Che l’essere umano sia composto da una parte somatica, materiale, e una psichica che potremmo chiamare anima, è un concetto sostenuto da tutte le tradizioni e dalle religioni anche dei popoli più primitivi.

Tuttavia, per Lorenzoni questo concetto non equivale a quello cristiano di anima immortale. Il nostra si rifà alla concezione classica per la quale l’anima è destinata a un’esistenza larvale dopo la morte, in cui lentamente si dissolve, salvo il caso di pochi individui eccezionali che raggiungono effettivamente l’immortalità.

La discussione sull’anima e il destino post mortem costituisce la seconda parte del fascicolo. Nella terza l’autore si dedica invece alla questione dei viaggi spaziali che, a suo dire, non sono mai avvenuti e sono invece un’invenzione propagandistica.

A suo parere, lo spazio abitabile o comunque raggiungibile dall’uomo ha precisi limiti fisici, oltre i quali si trovano barriere insormontabili, “in alto” le fasce di Van Allen, la cintura di radiazioni che avvolge il globo terrestre, “in basso”, scendendo nelle viscere della Terra, la discontinuità di Mohorovicic, o Moho, una frattura-discontinuità nel mantello terrestre che è stato possibile scoprire soltanto mediante rilevazioni sismiche.

In generale, si può dire che per Lorenzoni “la scienza” moderna non rappresenta una reale conoscenza o visione del mondo, ma un’immensa operazione propagandistica che fa credere alla gente esattamente quello che al potere fa comodo che creda.

Limitato nello spazio, il nostro mondo lo è anche nel tempo. Le varie epoche della storia, di cui quella documentata che troviamo nei libri di testo è solo una modesta frazione, sono separate da quelle che l’autore chiama cesure epocali, che perlopiù si materializzano come catastrofi di dimensioni planetarie percepite da coloro che le vissero come fini del mondo. Al di là di ciascuna di esse, il tempo assume una qualità differente, e per questo motivo, da un’era all’altra rimangono solo vaghi indizi di difficile interpretazione. Gran parte del passato è pertanto avvolto nella Notte dei millenni, e da qui viene il titolo del testo contenuto nell’altro fascicolo.

Va da sé che questa concezione è radicalmente antimoderna, contraddice uno dei pilastri fondamentali della visione del mondo contemporanea, l’idea del tempo come uniforme, rettilineo e caratterizzato da un costante progresso.

Questa concezione ha importanti implicazioni, ad esempio, un’idea disturbante per la “nostra” mentalità occidentale, è che il cosiddetto primitivo non esiste. Quelli che riteniamo tali, i selvaggi, sarebbero invece residui decaduti di precedenti cicli umani e di civiltà. Lorenzoni ha trattato con maggiore ampiezza questo tema in uno dei suoi libri più noti, Involuzione, il selvaggio come decaduto.

A sua volta, questa tematica se ne salda a un’altra sviluppata nelle parti finali del fascicolo, quella delle intelligenze collettive. Sappiamo che esistono animali, soprattutto insetti, come api e termiti, che sembrano possedere una notevole intelligenza collettiva e capacità di organizzazione sociale, mentre il singolo individuo isolato è irrimediabilmente “stupido”, ebbene, ci dice l’autore, questo avviene in modo in una certa misura simile anche nelle società umane. L’uomo non europeo ha in genere un’identità personale più labile e più fragile, l’esempio più classico è probabilmente rappresentato dal vudu haitiano, una “religione” basata sul lasciarsi possedere da forze sovra-individuali che si ritengono manifestazioni degli spiriti ancestrali, ma tratti simili si ritrovano in tutte le culture di origine africana. Anche in questo caso, Lorenzoni ha sviluppato più compiutamente questo tema in un libro intitolato appunto Intelligenze collettive.

Qui c’è, però, un ulteriore approfondimento, notiamo che la spiritualità di queste popolazioni è perlopiù legata a culti lunari e tellurici, ebbene, il pensiero tradizionale ci offre una connessione che a prima vista può sembrare sorprendente, tra il simbolismo della Luna e creature che manifestano un’intelligenza collettiva come le api.

La conclusione implicita nel discorso è una critica radicale alla concezione scientifica moderna che, a parere dell’autore (peraltro ampiamente sottoscritto dall’estensore di questa recensione, si vedano il saggio Scienza e democrazia che trovate su “Ereticamente” suddiviso in sei parti e la sintesi di esso nel libro Ma davvero veniamo dall’Africa?), è che essa non rappresenta un insieme di reali conoscenze, quanto piuttosto un’elaborata costruzione ideologica.

Di fronte a un pensiero così originale e anticonformista come quello manifestato dal nostro autore, la domanda che ci si pone spontanea, è come esso abbia avuto origine, sulla base di quali esperienze, e qui ci soccorre la sua Autobiografia di un etnonazionalista.

Lorenzoni è nato in Veneto durante la Seconda guerra mondiale, e riferisce che i suoi primi ricordi sono i bombardamenti terroristici degli angloamericani, la penuria alimentare e i razionamenti. Subito dopo la guerra, come molte altre, la famiglia emigrò in Sudamerica (o, seguendo una terminologia preferita dal nostro autore, in Iberoamerica).

Crescere nell’ambiente latino-americano fu determinante per il suo sviluppo intellettuale. Prima di tutto, il contatto con un mondo più naturale, meno “antropizzato” di quanto lo sia la vecchia Europa, poi il fatto di poter constatare direttamente nel calderone etnico che è l’America latina, il fenomeno delle razze e delle differenze razziali, e infine – mi sembra non meno importante – il non aver ricevuto (o subito) una scolarità regolare prima dei dodici anni, perché, se vogliamo dirla tutta, la scuola non distribuisce solo conoscenze, ma anche una serie di condizionamenti che sono tanto più efficaci quanto più sono precoci, e sono volti, ovviamente, al creare consensi al sistema di poteri che si è instaurato dopo il 1945 in Europa e nel resto del mondo, perlomeno quello “occidentale”.

L’autore racconta di essersi reso presto conto che la scelta fra la democrazia occidentale made in USA e il suo presunto opposto rappresentato dal comunismo, era la scelta tra un male e un peggio, rispetto ai quali, concluse dopo una crisi esistenziale, che la parte soccombente militarmente nella Seconda guerra mondiale, contro la quale, non a caso, i due “opposti” si erano uniti, rappresentava una terza via.

Un periodo di soggiorno negli Stati Uniti, prima come studente, poi come impiegato tecnico, lo portò a una visione del tutto negativa del mondo anglosassone.

Ebbi maniera di capire in profondità la natura profondamente degradata di quel mondo e la qualità profondamente involuta di quella lingua.

Concetti che, come valgono per gli Stati Uniti, valgono a un dipresso nello stesso modo per l’Inghilterra:

L’Inghilterra è quel frammento di America posto davanti alle coste dell’Europa e che è servito da trampolino per le aggressioni contro la medesima nel 1914 e nel 1939”.

Un provvisorio ritorno in Europa e in Italia fu fondamentale per la conoscenza di autori che gli permisero di costruirsi una precisa visione del mondo: Nietzsche, Spengler, Gobineau, Evola (verso il quale riconosce di avere il debito maggiore), Adriano Romualdi.

Seguì poi per motivi lavorativi una permanenza in Sudafrica, in cui ebbe modo di constatare che il sistema dell’apartheid tanto odiato dalle democrazie, forniva allora condizioni di vita incomparabilmente migliori degli altri Paesi africani, non solo ai bianchi, ma anche alla maggioranza nera.

Durante questo periodo, una visita alle rovine misteriose di Zimbabwe in quella che allora era la Rhodesia, accentuò il suo interesse per l’archeologia e gli aspetti misteriosi della storia umana.

Sempre l’attività lavorativa lo ha portato a girare il mondo trovandosi ad esempio in Giappone. È interessante l’episodio che riferisce di un dialogo con un amico giapponese. Questi osservò che i Coreani, nonostante le vicissitudini che la Corea ha attraversato nella prima metà del XX secolo hanno dimostrato una notevole resilienza, e oggi, almeno la parte meridionale della penisola, libera dalla dittatura comunista, è ai vertici dello sviluppo tecnologico, industriale ed economico mondiale. Questo, spiegò, è dovuto al fatto che durante il secolo in cui la Corea è stata soggetta al Giappone, i Coreani hanno imparato tantissimo dai Giapponesi, sistemi amministrativi, tecnologia, ecc…

Lorenzoni allora gli fece notare che in secoli dalla presenza europea in Africa, gli Africani dimostrano di non aver imparato nulla dagli Europei.

«E’ un fatto razziale», disse l’amico giapponese.

«Hai capito tutto», rispose Lorenzoni.

 Il suo ritorno (forse) definitivo in Europa avvenne nel 1980.

Questo ritorno coincise prima con un periodo di politica attiva nelle file dell’allora MSI, poi con l’avvio dell’attività di scrittore saggista su una varietà di temi che vanno dalla politica alla storia, alla scienza, alla religione per cui oggi è ben conosciuto, portandovi uno spirito originale a anticonformista e l’esperienza di un uomo che il mondo e le varie società umane li ha conosciuti non attraverso i libri, ma per contatto diretto.

Poiché sappiamo – ma forse è così dappertutto – che il nostro ambiente politico e umano è piuttosto sfaccettato, resterebbe da capire dove esattamente si collochi la posizione politica di Lorenzoni se egli stesso non ci avesse preavvertiti fin dal titolo della sua autobiografia in cui si definisce etnonazionalista.

Che solo un uomo appartenente al nostro ambiente umano si definirebbe nazionalista, è cosa ovvia, ma quell’etno- ci dice certamente qualcosa in più.

Per chiarire ancora meglio il concetto, si potrebbe fare riferimento a un altro libro, Mistica Völkisch che il nostro autore ha scritto a sei mani con Federico Prati e Luca-Lionello Rimbotti, sebbene egli stesso ci avverta che i concetti di etnonazionalismo e di mistica völkisch pur sovrapponendosi in gran parte, non coincidono perfettamente.

Tuttavia, per non addentrarci in questioni complesse e adesso scarsamente utili, ne prescindiamo. Diciamo che il concetto fondamentale è che il nazionalismo non ha alcun senso se non è anche etnico, non privilegi innanzi tutto la continuità di sangue, altrimenti non è che statolatria non molto diversa dai regimi comunisti dove ogni cosa era subordinata allo stato-partito.

Questo concetto della natia come continuità e comunità di sangue andrebbe affermato e difeso a ogni costo soprattutto oggi che i popoli europei sono minacciati nella loro essenza dalla sostituzione etnica e dall’universale meticciato. Eppure, a questo riguardo, non sembra aver penetrato completamente neppure il nostro ambiente umano.

Anni fa, a un articolo su “Ereticamente” in cui esprimevo concetti non diversi da quelli di Lorenzoni, un lettore rispose dicendo che sottolineare la comunità di sangue era piuttosto tipico della tradizione germanica, mentre quella latina insisteva sulla continuità di lingua e cultura. Gli replicai che se quello di germanizzarci dovesse essere il prezzo per evitare l’africanizzazione della nostra Italia, sarebbe un prezzo che dovremmo essere ben lieti di pagare, e credo che Lorenzoni gli avrebbe dato l’identica risposta.

 

Silvano Lorenzoni:

Soma, psiche, persona

Edizione privata, novembre 2024

La notte dei millenni

Edizione privata, novembre 2024

Autobiografia di un etnonazionalista

La Stirpe Edizioni, giugno 2025

 

 

NOTA: Nell’illustrazione, al centro Silvano Lorenzoni, a sinistra la sua Autobiografia di un etnonazionalista, a sinistra un altro testo dell’autore che qui non è recensito, Contro il monoteismo.

 

 

 

 

 

1 Comment

  • Primula Nera 16 Febbraio 2026

    Sì, purtroppo la visione dell’aldilà degli antichi greci è piuttosto deprimente. Comunque se dovessimo considerare Omero, più nello specifico l'”Odissea”,anche gli eroi che ottengono una sorta di immortalità, sono tutt’altro che felici ; Achille,ad esempio, rimpiange la sua esistenza terrena,e preferirebbe essere il servo di un povero( ma in vita)piuttosto che il re di tutti i morti.
    Un’ immortalità felice ( nei Campi elisi)viene invece prevista da Proteo per Menelao,ma non per le sue virtù o doti guerresche, ma in quanto sposo di Elena e quindi genero di Zeus.

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