19 Ottobre 2025
Attualità

Siamo tutti bulli – Massimo Selis

 

 

Il tragitto terreno di ogni essere umano si dispiega attorno ad una domanda. Una domanda molto più scomoda, lacerante e profonda di quello che vorremmo credere; troppo spesso non emerge neppure alla coscienza, o rimane come un debole ricordo nello scantinato della nostra giovinezza, altre volte trova sì una risposta, ma deformata, imperfetta, superficiale. Temiamo che davvero in pochissimi, oggigiorno, giungano alla sua piena soluzione. L’interrogativo che informa la vita e ribadisce la sua universale unicità: chi sono io e a cosa sono chiamato?

Nel giovane la cui fioritura esplode nella tensione verso l’età adulta, questa domanda sembra esprimersi con più evidenza e persino con particolare irruenza, alle volte. Ma sarebbe un grave errore di ingenuità ritenere che tale ricerca si esaurisca nel primo terzo di vita. Proprio nell’età adulta essa dovrebbe invero giungere a compimento, alla celebrazione delle “nozze interiori”. E poi ancora vagliarsi e modellarsi fino all’ultimo giorno concessoci sotto questo sole. La risposta infatti giace nella profondità della nostra anima e non è da confondersi con la manifesta “personalità superficiale” che invece, ahinoi, costituisce il cardine delle relazioni dell’attuale società. Questa personalità è la risultante delle caratteristiche che gli altri vedono in noi tramite ciò che facciamo e ciò che abbiamo; è la facciata che presentiamo agli altri, alla società. Una facciata che coltiviamo affannandoci con l’attivismo e cercando di accumulare il più possibile cose non solo materiali, ma anche intellettuali e perfino “spirituali”.

Il ragazzo, immerso in tale ambiente, trova quindi questi appoggi culturali per iniziare il cammino verso la scoperta della propria identità. Differenti temperamenti, condizioni e circostanze portano a manifestazioni diverse, più o meno eclatanti, ma tutte scomposte, perché deviano dalla corretta traiettoria. La violenza, gli atti di bullismo, sono una di queste e per il loro carattere così estremo ed esplicito possono aiutarci a vedere cosa essi ci raccontano, al di là dell’immediato.

Partiamo da una considerazione di metodo che si pone come imprescindibile. Potremmo svolgere riflessioni di carattere sociologico, psicologico, pedagogico e altro ancora, indagando le responsabilità delle famiglie, dell’ambiente, della scuola, dei pari, che certamente possono fornire spiegazioni, ma resteremmo nel campo dell’esistenzialità. Noi vogliamo al contrario partire da uno sguardo tradizionale, vale a dire simbolico sulla Realtà e sulla Storia. Uno sguardo che sappiamo bene essere divenuto estraneo alla mentalità odierna, anche e tragicamente a coloro che si ritengono religiosi. Ma questo sguardo simbolico è l’unico capace di restituirci il senso superiore delle cose, degli avvenimenti, il primo, vero senso da ricercare.

Ogni evento della storia sia singola che collettiva è sempre segno di un “altrove” che va quindi ricercato e indagato. Tragica caratteristica invece di noi moderni è quella di arrestare lo sguardo al fenomeno particolare e ristretto, chiudendoci quindi alla capacità di interpretare la storia come una “Metastoria” o meglio ancora come una “Storia Sacra”. E l’uomo che si vuol far cercatore della propria storia, all’interno della Storia Universale, non può che scoprire con stupore i segni che continuamente appaiono lungo il cammino.

Sappiamo bene quanto sia difficile oggi far comprendere tale lettura della realtà in poche righe, ma vale comunque la pena provarci.

Le moderne democrazie poggiano sul “principio” dell’assenza della Verità, a favore della supremazia del numero, della quantità, o di presunte verità veicolate dalle moderne scienze profane. Anche della religione non restano che alcuni pilastri morali circondati da tanto sentimentalismo, cosicché la “propria” verità bisogna trovarla là fuori. Si chiama consenso, conferma sociale. Ci sono molti modi per ottenerla, alcuni solo in apparenza innocui, altri subdoli e raffinati, altri ancora più gretti e violenti. Sono questi ultimi a fare notizia, ma tutti in un modo o nell’altro sono portatori di morte. «Il successo in una società competitiva si misura dal numero di persone (vittime) che ci si è lasciati dietro», queste le parole taglienti quanto illuminanti di Raimon Panikkar.

Perché io possa “salire” un altro deve necessariamente “scendere”. Tale destino, che solo la nostra degenerazione intellettuale e morale può erigere a normalità, grava sulle spalle del singolo. Lui e lui solo è l’artefice del suo trionfo o della sua rovina. Ancora Panikkar ad illuminarci: «In una società gerarchizzata, una volta raggiunta l’età adulta, hai il tuo posto, che può darti la sensazione di esserti realizzato. In una società egualitaria le cariche più alte sono teoricamente aperte a tutti. Se non le raggiungi, dopo aver avuto – teoricamente – le stesse opportunità, vuol dire che sei un incapace. Devi lavorare di più e meglio!».

Lo “sentono” già i bambini. Lo respirano. Perché questa forza oscura e sottile lavora sotto pelle, nei canali del subcosciente per meglio raggiungere il suo traguardo. Siamo tutti proiettati all’esterno per guadagnarci la dignità che invece possediamo per nascita. Che il teatro sia il mondo intero o soltanto il piccolo gruppo che ci siamo scelti e nel quale ci sentiamo “a casa”, nulla cambia. Dobbiamo conquistare il “nostro posto” riconosciuto dagli altri. Quel margine di sicurezza e stima che ci fa credere di esistere, di aver trovato la nostra vera identità. Non farà allora lo stesso il ragazzo che noi abbiamo catapultato in questo inferno, l’urlo terminale della modernità? Lo farà con ogni arma che troverà a disposizione, anche le più pericolose. Ogni mezzo è lecito per il “tesoro” che lo attende.

Tutto nella nostra epoca parla attraverso il linguaggio della forza, del dominio: dominio sul creato, attraverso le scienze empiriche, la tecnologia e l’economia, e dominio all’interno della stessa società, individuo su individuo.

Piegato nelle sue dimensioni più basse, eliminati i pertugi verso il cielo, avendo reso atrofico l’intelletto, l’uomo non può che utilizzare ogni forma di dominio, culturale, sociale, fisico. Se nei giovani questo si manifesta principalmente con l’uso della forza, negli adulti esso ha armi più sottili e falsamente civili, come il predominio e il controllo sociale.

L’uomo moderno domina perché ha smesso di contemplare. Perché contemplare significa costruire sé stessi e chi non contempla costruisce invece le gabbie per gli altri. L’uomo moderno non vede la “realtà in trasparenza” ma solo i risultati evidenti delle proprie azioni. Si è, solo in relazione a ciò che si fa e più si fa e più si accresce il proprio essere. L’atto non ha più un valore in sé – e chi mai oggi si direbbe capace di riconoscere tale valore? – ma solo per il suo effetto quantificabile. La tecnocrazia è la dittatura della ragione pragmatica. Tecnologia come braccio armato delle cosiddette scienze, che poi vere scienze non sono, perché escludono la dimensione sottile del creato che invece è quella che regge il Tutto. Tecnologia che non è più tecnica, ovvero opera creativa dell’uomo che lavora la materia per generare ordine e bellezza; la tecnologia è solo manipolazione quantitativa per l’interesse degli uomini. Attraverso di essa l’uomo si palesa come un qualcosa d’altro rispetto al creato che può studiare e poi piegare ai suoi bisogni senza porsi alcun limite. L’intelletto ha ceduto lo scettro alla semplice ragione che non essendo più illuminata da qualcosa che le è superiore “genera mostri”.

Il più forte, il più potente vince nella competizione tecnologica.

Il capo branco trasferisce su di un piano più ferino e istintuale la medesima nozione di dominio. Il diverso va segregato e umiliato. Non c’è spazio per lui, come nel mondo degli adulti non vi è spazio per le idee che non siano “vincenti”. Nell’era digitale, poi, le ridicole “visualizzazioni” pretendono di definire il valore delle idee e di chi le veicola.

Ma cos’è un’idea? L’idea è un principio particolare, dove forma e contenuto sono armoniosamente uniti; piccola pietra di una grande costruzione ordinata secondo leggi non umane. E l’idea, per un essere umano, è tale solo nella misura in cui vi sia la reale possibilità di tradurla in opera concreta e visibile. Non possiamo allora evitare queste domande fatali: esiste oggi un’idea diversa di arte? E un’idea diversa di sapere? E ancora un’idea diversa di economia e di lavoro? Se ne potrebbero aggiungere altre, ovviamente. La risposta parrebbe negativa. Ma un’idea che non abbia alcuna possibilità di tradursi in azione visibile e compiuta non è un’idea, è solo una fantasia buona per rilassare i muscoli tesi, alla sera.

Chi mai sposerà un’idea che il mondo dà fin dalla partenza come perdente? Perché un’idea diversa è portatrice di una diversa visione della vita, del cosmo, dell’uomo. Si può anche perdere tutto nello sforzo di difenderla e realizzarla.

Potremmo ancora tollerare di avere la voce della maggioranza contro di noi; ma cerchiamo di essere sinceri, non quella dei nostri “amici” del nostro “gruppo” che ci siamo scelti: politico, sociale o religioso. Non potremmo tollerare di restare soli: vorremmo giungere alla resurrezione senza passare per l’oscurità del Giardino degli Ulivi e per la salita sul colle del Gòlgota. Solo un’umanità di vili può aver costruito “l’etica del dominio”.

Noi adulti scansiamo senza troppi complimenti le persone scomode, quelle che hanno idee “diverse”. In fondo, vogliamo semplicemente una vita tranquilla, da non confondere con una vita dignitosa. Vogliamo stare al riparo dalle intemperie dell’esistenza e quando proprio decidiamo di sentirci migliori e controcorrente, ci infiliamo in un piccolo gruppo che non ambisce ad essere maggioranza. Cosa lecita, per carità, ma non è sufficiente fare ciò che è giusto, bisogna anche farlo “con giustizia”. Se per una volta riuscissimo a guardare nel punto più profondo di noi stessi, vedremmo che è il bisogno di essere accettati, riconosciuti, che ci muove. Lo sguardo è sempre fuori di noi, mai all’interno.

Abbiamo una paura terribile di essere soli. È la più grande paura inconfessata di questa umanità. La Verità può anche dimorare in un solo uomo, mentre tutti gli altri si stanno condannando a morte certa, ma questo noi non lo crediamo più. “Un’evidenza ci deve ancora essere, questa società non può essere così malata!”, pensiamo. E invece lo è, nelle sue fondamenta, nelle leggi che la sostengono, nella forma che rende disumano ogni suo gesto!

Il ragazzo lo sente, lo percepisce in modo più brutale di noi, che prima chiarisce il suo dominio sugli altri, ad iniziare dai deboli e dai “diversi” e prima avrà l’identità che il mondo gli chiede. E farà capire a coloro che per sensibilità, carattere, intelletto, caratteristiche psico-fisiche sono fuori dalla norma, che non c’è spazio per loro.

La violenza è prima di tutto esercizio rapido e infallibile per qualificare la propria identità. Il capo branco ha trovato subito il suo posto nel mondo. La dignità dell’essere umano non è un dato di fatto, ma la si raggiunge attraverso una conquista esclusivamente esteriore. Io sono in quanto domino. Per gli adulti vale la stessa cosa: non è necessaria la violenza fisica, è lo status sociale a parlare da sé.

Inutile nascondersi dietro le scuse che non tutti i ragazzi sono così, che nella nostra famiglia si trasmettono valori differenti. Questo è rimanere sul piano di lettura esistenziale. Ma quando un fenomeno acquista una così larga scala, allora è, per chi è stato educato dalla sapienza tradizionale, un “segno” che va decifrato, un segno che parla a noi, che parla di noi. Qualcosa che va oltre questi giovani agisce in loro.

E allora guardiamoli bene in volto questi giovani “bulli”, perché in essi si riflette il nostro volto di adulti che abbiamo voluto ripulire dalla violenza fisica per usarne un’altra non meno terribile. Sono lo specchio, la concretizzazione più perfetta della nostra società, caduta ogni maschera. Il conformismo che ha inghiottito tutto. Conformismo politico, culturale, religioso.

Che fare dunque? Disperare? Rassegnarsi a questa violenza che non fa sconti, che ha cestinato ogni pietà e che lascia spazio solo ai vincitori? Questo è l’uomo della modernità terminale. L’uomo senza intelletto.

O forse accettare, come umanità, di guardarsi finalmente allo specchio? Di riconoscere che la Storia è un mirabile discorso divino nel quale leggere le nostre chiamate, anche quando queste ci arrecano sorprese e dolori? Sappiamo bene che non è facile, perché prima di ogni altra cosa è necessario abbandonare quella mentalità che ci ha condotti attraverso gli ultimi secoli. È necessario tornare ad essere uomini di intelletto. A sentire che vi è una responsabilità collettiva e dunque anche un’espiazione collettiva. A noi la volontà e la sincera disposizione, a Dio la Grazia.

 

 

 

 

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