Se questo è un tempo di crisi, è anche, o forse prima di ogni altra cosa, crisi del pensiero, crisi del pensare. Mancanza, debolezza, atrofia, viltà, autoconfinamento. Al pensiero contemporaneo si possono riconoscere svariare forme di malattia. Ma forse andrebbe prima compreso di quale terreno ha bisogno il pensiero per nascere, crescere e portare frutto.
Il pensiero ha bisogno di spazio. E di tempo. È sempre carsico.
Il vero pensiero è quello che feconda la vita. Perché è esso stesso portatore di vita. Se manca questa caratteristica, se si limita ad un’espressione meramente concettuale che necessita di un semplice “assenso nozionale”, non può dirsi forse vero pensiero.
Ma il pensiero fecondo e fecondante chiede spazio.
Spazio in chi lo propone perché prima di rendersi pubblico deve aver contaminato il mondo interiore del “pensante”, perlustrato i suoi piani, le sue stanze e infine ricevere le chiavi di casa. Aver quindi superato la prova. Se è un pensiero fecondo deve aprire spazio alla vita. È un pensiero che dilata, capace di dilatare quindi anche gli altri pensieri. È portatore di sintesi e non di frammentazione.
Chiede spazio anche in chi lo riceve. Perché chiede la disponibilità di accesso ad ogni angolo della mente e della vita del ricevente. Chiede che si faccia silenzio, che si interrompa il rumore delle mille voci distraenti che si rincorrono nelle nostre giornate. Chiede, non impone, ma per poter fecondare non può essere lasciato in superficie. Chiede di lasciarsi scavare, chiede lo spazio dell’intimità.
Il pensiero fecondo e fecondante chiede tempo.
Tempo in chi lo propone perché per essere ruminato, per far sì che si muova e si ambienti nei propri spazi interiori occorre concedergli tempo. È un pensiero che non può essere “gettato fuori” prima che si siano trovate le parole giuste per esprimerlo. Parole che oltrepassano per forza di cose il “dicibile”, per evocare anche l’indicibile. La forma non è infatti accessorio intercambiabile, è essa stessa linguaggio, e quindi pensiero che si mostra. La parola ha anch’essa bisogno di essere scolpita, affinata.
Chiede tempo anche in chi lo riceve. Tempo perché non venga solo compreso, ma assimilato. Un tempo in cui esso lavora in profondità, lontano dagli occhi, come lontano dalla coscienza. Esattamente come il seme dimora, nascosto, sotto terra prima di mostrarsi come germoglio che si farà pianta. Un tempo che è la lentezza recuperata, la meditazione che oltrepassa la riflessione.
Ora domandiamoci quanto questa società sia disponibile al pensiero, e in particolare a questa forma “alta” di pensiero. Quanto coltivi invece la distrazione, lavorando con la sottrazione di spazio e di tempo. Quanto ci abbia espropriato dell’intimità e dell’interiorità. Rendendo tutto senza attrito, piano, e quindi senza profondità. Una società che si fa bastare lo studio che non chiama in causa l’esperienza interiore della persona, che resta un “avere” ma non trasforma l’essere, una società che si accende nei dibattiti, ma è incapace di vero dialogo (dia-logos).
Giunti si qui, non stupisce quindi che il medesimo stato di crisi lo si possa osservare anche per l’arte. Dove il mondo interiore dell’artista dovrebbe comunicare con il mondo interiore di chi si accosta all’opera d’arte. Se però siamo capaci di riconoscere solo l’evidenza, il manifesto, l’arte sparisce.
Osservare la deriva di questo mondo ci deve però sempre additare una direzione. Ogni cambiamento è in una certa misura carsico, chiede spazio e tempo ma non reclama l’immediata visibilità, gli onori, i riconoscimenti e il plauso.
Parte dalle piccole cose. Parte da ciascuno di noi.

