Come sapete, in questi anni ho dedicato non poco spazio alle ricorrenze storiche che hanno, continuano ad avere un preciso significato politico, al punto che mi sembra di aver detto al riguardo tutto ciò che c’era da dire, e non vorrei essere troppo ripetitivo. D’altra parte, però, si tratta di tematiche sulle quali non è possibile insistere troppo, dal momento che è indispensabile, riguardo ai fatti storici che sottintendono, contrastare una lettura mainstream assolutamente dominante nei media che è pura propaganda di regime, cioè in poche parole, una smaccata falsità.
Ho pensato quindi, quest’anno, di adottare una soluzione di compromesso, quella di trattare tutte queste ricorrenze in un articolo cumulativo.
Cominciamo dal 10 febbraio, la Giornata del Ricordo. Questa ricorrenza introdotta tardivamente dopo decenni di silenzio omertoso e di complicità sulla tragedia avvenuta sul confine orientale e nelle terre di cui l’Italia è stata mutilata con la fine della Seconda guerra mondiale, dovrebbe ricordare i drammi delle foibe e dell’esodo.
Le foibe, ricordiamolo, sono abissi formati dal dilavamento delle acque nel suolo calcareo del Carso. Precipitandoli in essi, qui furono trucidati dai partigiani comunisti jugoslavi migliaia di italiani, colpevoli soltanto di essere tali, per terrorizzare gli altri nostri connazionali, e costringerli alla fuga, all’esodo appunto, per non subire la stessa sorte. È stato il drammatico esordio e il primo esempio, il modello della prassi divenuta di moda durante la crisi della ex Jugoslavia e che oggi conosciamo come pulizia etnica.
Quanto meno, essa ci svela che il presunto internazionalismo della sinistra, cioè la pretesa indifferenza al principio di nazionalità, non è altro che una menzogna, una menzogna -aggiungerei- al cuore di un sistema di menzogne.
Bisogna però dire che la Giornata del Ricordo dovrebbe fare da pendant al Giorno della Memoria del 27 gennaio, ma l’esperienza degli anni scorsi che di sicuro immancabilmente si ripeterà, ci dimostra che il confronto non regge. Riguardo a quest’ultimo, il piagnisteo mediatico comincia subito dopo le feste natalizie e va avanti per tutto il primo mese dell’anno, mentre il ricordo della tragedia subita dai nostri connazionali sul confine orientale, e delle terre dove la presenza italiana è stata cancellata con inaudita brutalità, passa in sordina, soffocata fra l’altro (ed è difficile credere che si tratti di un caso) dal fatto che negli stessi giorni l’attenzione del pubblico è catturata dal grottesco carnevale mediatico di Sanremo.
Eppure, se proviamo a far parlare il freddo linguaggio dei numeri, il risultato è sconcertante. A fronte di sei milioni di vittime attribuite – con tutta la prevedibile imparzialità della rivalsa dei vincitori sui vinti – alla parte perdente il secondo conflitto mondiale, abbiamo perlomeno 100 milioni di vittime, sebbene manchino stime precise, del solo stalinismo in Unione Sovietica, un numero perlomeno uguale ma probabilmente superiore nei gulag cinesi che là sono chiamati laogai, e che sono attivi ancora oggi, a cui vanno ancora aggiunte le stragi di civili compiute con estrema brutalità dall’Armata Rossa nelle terre tedesche a oriente dell’Oder, nonché ai danni di Ungheresi, Finlandesi e Baltici, gli eccidi compiuti contro gli Italiani dai partigiani jugoslavi sul confine orientale, quelli compiuti dai “nostri” partigiani, che hanno dimostrato del pari di essere bande di spietati assassini, e vigliacchi che hanno colpito soprattutto dopo la resa quando i vinti non potevano più difendersi, e ancora gli eccidi compiuti dai comunismi emergenti nel Terzo Mondo in Angola e in Etiopia, dove lo sterminio per fame di intere popolazioni era una prassi abituale.
Mi fermo qui, anche se è un elenco sicuramente incompleto, che non sembra dover finire mai. Il vero mostro che ha dato al XX secolo un sapore orribile di sangue, putredine e morte, è stato il comunismo, questa è la verità di cui il sistema mediatico non vuole che la gente sia consapevole.
Questa data del 10 febbraio è stata scelta perché il 10 febbraio 1948 è avvenuta la firma del trattato che ha concluso ufficialmente, per quanto ci riguarda, la Seconda guerra mondiale, e stabilito i nuovi confini che hanno mutilato l’Italia dell’Istria, di Fiume, del 90% della Venezia Giulia. Anche riguardo a esso c’è da dire qualcosa di cui pochi sono consapevoli. Con esso, la città istriana di Pola che era rimasta italiana, fu regalata alla Jugoslavia e i suoi abitanti costretti a seguire gli altri Istriani sulla via dell’esodo.
In quasi tre anni, dall’aprile 1945 al gennaio 1948, lo scenario politico internazionale era radicalmente cambiato. Gli Stati Uniti sarebbero stati pronti a sostenerci per contenere l’espansione comunista, se il governo italiano non fosse stato inaspettatamente cedevole, ma la storia era destinata a ripetersi.
Anche Trieste alla fine del conflitto fu occupata dai partigiani jugoslavi che scatenarono 40 giorni di terrore, massacrando migliaia di miei concittadini le cui ossa riempiono ancora la foiba di Basovizza, ma fortunatamente il 12 giugno le truppe neozelandesi intervennero scacciando le bande comuniste. Peccato che il resto della Venezia Giulia non avesse la stessa fortuna.
Trieste fu sottoposta per nove anni, fino al 1954 ad amministrazione militare alleata. In teoria si sarebbe dovuto costituire un cosiddetto Territorio Libero di Trieste che avrebbe dovuto comprendere l’area triestina (zona A) e una striscia di territorio istriano fino al fiume Quieto (zona B). In pratica, non credo che si sarebbe mai potuto costituire, la Jugoslavia comunista non avrebbe ceduto neppure un metro delle terre occupate.
Quando nel 1954 Trieste fu restituita all’Italia, il governo italiano pensò bene di regalare sempre in cambio di nulla come era avvenuto con la cessione di Pola, alla Jugoslavia parte della zona A con il villaggio di Crevatini. In seguito, con il trattato di Osimo fu ceduta alla Jugoslavia la sovranità della zona B, sempre senza alcun corrispettivo, sovranità soltanto teorica, ma che all’atto della dissoluzione della Jugoslavia si sarebbe potuta scambiare con i nuovi stati sloveno e croato in cambio di qualcosa, come maggiori tutele per la superstite minoranza italiana in Istria.
L’assoluta incuria per tutto ciò che è italiano, la disponibilità a cedere pezzi d’Italia come se niente fosse da parte della repubblica antifascista che ci (mal)governa ci ha dimostrato un’amara verità: antifascista significa sostanzialmente antitaliano.
Del 25 aprile vi ho parlato spesso, al punto che non avrei voglia di dire più nulla, ma non posso non sottolineare ancora una volta che questa ridicola festa nella quale l’Italia celebra la sconfitta nella Seconda guerra mondiale come se fosse stata una vittoria, dovrebbe attirarci il sarcasmo del mondo intero.
Da un altro punto di vista, è la festa dell’antifascismo, cioè, come abbiamo visto, dell’anti-Italia, e se avete dubbi in proposito, non avete che da fare un giro dalle mie parti in questo periodo. Troverete nei villaggi carsici un pullulare di bandiere slovene, bandiere rosse, striscioni con slogan antitaliani.
Non fu liberazione, fu mattanza. I partigiani che avevano combattuto una guerra comoda nascondendosi in montagna o massacrandosi fra di loro (per tutti, ricordiamo il luminoso episodio delle Malghe di Porzus, dove i partigiani comunisti della brigata sedicente Garibaldi massacrarono i partigiani non comunisti della brigata Osoppo), si diedero a compiere rapine ed eccidi verso chi non poteva più difendersi, non solo fascisti e militi della RSI, ma preti, borghesi, proprietari terrieri, chiunque avesse qualcosa che valeva la pena rubare, o testimoni scomodi delle loro atrocità, o potesse essere in qualche modo un ostacolo al regime comunista che aspiravano a instaurare.
Parliamo poi del carnevale del 1° maggio, carnevale perché è una festa in maschera nella quale la sinistra per un giorno all’anno finge di essere come si presentava (ma probabilmente non era neanche allora) prima del 1991, cioè un movimento di quei lavoratori che oggi ha del tutto scaricati per rimodellarsi a immagine e somiglianza dei dem americani e inventarsi un nuovo “popolo” composto da gay e migranti.
Quella che si celebra il 1° maggio è pura e semplice ipocrisia, perché per l’assegnazione degli asili nido, le pensioni (anche per chi stando dall’altra parte del Mediterraneo non ha mai versato un soldo di contributi all’INPS), gli alloggi popolari, i problemi di ordine pubblico che si stanno ingigantendo, per la sinistra i nostri lavoratori verranno sempre dopo gli extracomunitari.
Anche del 2 giugno non c’è molto da dire. Nonostante il mutamento istituzionale da monarchia a repubblica, il regime che ci governa è rimasto la continuazione del governicchio creato a Brindisi dal re e dalla sua corte di traditori andati a consegnarsi al nemico sotto l’egida degli invasori magicamente trasformati in alleati, e come quello assolutamente suddito a interessi stranieri. Ottant’anni di incuria dell’interesse nazionale sono lì a dimostrarlo.
Parliamo ora di una ricorrenza mancata, il 12 giugno. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha tentato invano, scontrandosi con una durissima opposizione della sinistra, di dare vita a questa ricorrenza, in modo che almeno i triestini ricordino che la vera liberazione di Trieste non è certo avvenuta il 25 aprile, ma quando le truppe neozelandesi sono venute a porre fine alle stragi compiute dai comunisti jugoslavi, ma ciò non è tutto.
Se vi capitasse di venire a Trieste, vi sarebbe difficile non passare per la centralissima piazza Goldoni che è un po’ lo snodo di tutto il traffico urbano, e di non notare che essa è deturpata da una specie di torre di plastica verdastra, brutta come lo sono tutte le opere “d’arte” della nostra epoca che conosce un orrendo decadimento del gusto estetico, e che i triestini hanno soprannominato “il porta CD”, ma su ciò, lasciamo perdere.
Quello che ci interessa ora, è che il sindaco Dipiazza voleva dare a questo monumento, sia pure di estetica quanto meno dubbia, il significato di un monumento alle vittime di tutti i totalitarismi, e anche in questo caso ha dovuto cedere di fronte alla reazione indignata della sinistra.
C’è un solo totalitarismo di cui la gente deve essere informata, anzi permanentemente terrorizzata, quello fascista, a tutto dispetto della realtà storica, non si deve sapere che il comunismo è stato il più atroce carnaio della storia umana, che ha distrutto decine di milioni di vite, e costretto centinaia di milioni di esseri umani a vivere nella miseria e nel terrore.
In modo del tutto ipocrita, la sinistra attuale pretende di non aver nulla a che fare con esso, ma stranamente, inviperita, scatta come un cobra appena glielo tocchi. Gratta il dem, potremmo dire, e troverai sempre il comunista.
Sempre parlando di ricorrenze mancate, possiamo ricordare che quello che non è riuscito a Roberto Dipiazza per quanto riguarda la nostra piccola realtà triestina, non è riuscito nemmeno al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, in maniera del tutto analoga, ha cercato di istituire il 7 novembre, anniversario della cosiddetta rivoluzione d’ottobre, che non fu una rivoluzione e non avvenne in ottobre, almeno secondo il nostro calendario gregoriano, come giornata del ricordo delle vittime del comunismo, anche in questo caso scontrandosi con la fortissima opposizione dei cosiddetti democratici.
La sinistra è sempre la stessa, non solo a Trieste o in Italia, ma dovunque, e dovunque si nutre di ipocrisie, inganni, falsificazioni della memoria storica.
La cosiddetta Rivoluzione d’ottobre non fu una rivoluzione, ma un golpe militare, ed è considerata “d’ottobre” perché allora in Russia era ancora in vigore il calendario giuliano, in arretrato rispetto a quello gregoriano comunemente usato oggi, di un paio di settimane (e che ancora oggi è il calendario rituale delle Chiese ortodosse), ma soprattutto non abbatté l’impero zarista, ma la fragile democrazia che gli era succeduta sotto la guida di Aleksander Kerenskij.
Assistiamo a un vero e proprio capovolgimento del detto evangelico “la verità rende liberi”. In questo caso, la menzogna o il tacere la verità, impedire che venga conosciuta, serve a tenere schiavi.
Torniamo a Trieste. Fra le vie che costituiscono la toponomastica cittadina c’è anche via 30 Ottobre. Credo tuttavia che pochi triestini oggi, figuriamoci poi nel resto d’Italia, sappiano a cosa si riferisce questa data del 30 ottobre.
Ebbene, in questa data, il 30 ottobre 1918, cinque giorni prima della conclusione della Prima guerra mondiale, i triestini si sono ribellati all’Austria, hanno scelto di essere italiani, volevano essere italiani ed essere riconosciuti come tali.
Non è una cosa da poco, e ricordarlo in faccia ai nostalgici del mai costituito e impossibile da costituire territorio libero di Trieste, ai padani, ai neoborbonici, è quasi una sfida, perché il potere mondialista, con la complicità delle sinistre, promuove ogni sorta di campanilismi e separatismi, non solo da noi, ma dovunque, allo scopo di annullare il sentimento di appartenenza nazionale che è il maggiore ostacolo all’edificazione di un mondo omologato e imbastardito.
Allo stesso modo, non si può non denunciare il fatto che la repubblica antifascista ha abolito la festa nazionale del 4 novembre, riducendola a semplice festa delle forze armate, come se il sia pure incompleto coronamento dell’unità nazionale del 1918 fosse cosa che non riguarda per nulla chi non porta una divisa, per tacere del fatto che una certa storiografia di sinistra ha sempre cercato di sminuire il fatto che l’Italia allora vinse. Si è sempre cercato di presentare la vittoria italiana come un successo “in scia” dei risultati ottenuti dall’Intesa sul fronte occidentale, dopo il disastro di Caporetto.
Totalmente falso, a Caporetto perdemmo una battaglia, ma sul Piave e a Vittorio Veneto vincemmo la guerra. A Vittorio Veneto gli Austriaci furono completamente sbaragliati, e a sua volta lo sfacelo austriaco convinse la Germania a chiedere la resa nell’impossibilità di continuare la guerra da sola, quando sul fronte occidentale le sorti erano ancora incerte.
Ma la repubblica antifascista e la storiografia di sinistra si fanno un dovere di deprimere quanto più possono la fierezza della nostra appartenenza nazionale, sempre con il solito mezzo, quello di raccontare menzogne.
In faccia a tutti loro, e a chiunque, rivendichiamo l’orgoglio di essere italiani.
NOTA: Nell’illustrazione, uno dei tanti drammi dell’esodo, una famiglia istriana costretta ad abbandonare la propria casa e la propria terra, con le masserizie che riesce a portare.


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