Mitica India.
Il Sub-Continente Indiano non è un Paese “facile” da gestire e la sua è una storia “in salita”. Abbiamo attorno alle cinquecento persone per chilometro quadrato per quasi un miliardo e mezzo di abitanti, con sei religioni dichiarate ufficiali: cristianesimo, buddismo, giainismo, induismo, islamismo, sikhismo, a cui si uniscono l’ebraismo e una pleiade di credo tra i più disparati.
Se andiamo alle percentuali abbiamo un quadro più delineato:
–induismo: la religione indù è abbracciata dal 75-80% della popolazione dell’India;
–islamismo: i musulmani sono circa il 14,5-15%, e rappresentano non solo la seconda comunità religiosa del Paese, ma a livello mondiale sono la terza comunità musulmana in ordine di grandezza dopo l’Indonesia e il Pakistan.
Oggi crescono le tensioni sociali e religiose, ma verrebbe da chiedersi: “come in ogni altra parte del Mondo?”.
In Italia talune testate “di sinistra” soffiano sul fuoco per omicidi e scontri causati dagli indù e dai sikh contro i musulmani. Ma sono una campana a senso unico.
La medaglia ha sempre due facce.
Da dove posso cominciare, se non dall’inizio?
–610: l’Islam nasce, per tradizione, nella Penisola Araba e il fondatore è Muhammad, ovvero Maometto.
-630: conquista della Mecca (vedere utilmente: REMIGRAZIONE. Parte undicesima: accoglienza loro o cancellazione nostra? (https://www.ereticamente.net/remigrazione-parte-undicesima-accoglienza-loro-o-cancellazione-nostra-gianluca-padovan/) .
Ora, sempre in ordine temporale, ecco alcune tra le tante date da ricordare. Attenzione: non sono che una parte.
-712: Debal, antico porto del subcontinente indiano, i cui resti oggi sono in territorio pakistano (sito archeologico di Banbhore). Stando alla tradizione storica si tratta della prima città del subcontinente ad essere assaltata e conquistata da un esercito musulmano (711-712). Per tre giorni il generale omayyade Muhammad bin Qasim fa condurre il massacro sistematico della guarnigione e della popolazione: chi non si converte all’Islam è ucciso; distrutto il tempio principale ci fa costruire sopra una moschea.
–1018: Mathura. Città sacra agli induisti, situata nell’Uttar Pradesh, viene attaccata e distrutta la prima volta dai mussulmani guidati dal sovrano di origine turca Mahmud di Ghazni: decine di migliaia le persone vengono massacrate e le restanti sono ridotte in schiavitù. Nei secoli successivi si registrano altri attacchi, distruzioni e massacri a danno degli induisti.
–1026: Somnath. Città famosa per il suo ricco tempio, è assaltata da Mahmud di Ghazni, con il massacro di alcune decine di migliaia di civili, compresi quelli rifugiatisi nel luogo di culto; molti altri sono resi schiavi.
-1192: Delhi. La città è conquistata dai musulmani; tra il 1206 e il 1526 vi è il “Sultanato di Dheli”, stato islamico a tutti gli effetti retto da dinastie prevalentemente turche e afgane. In seguito, tra XVII e XIX secolo, è la capitale dell’Impero Moghul. Nel 1803 è occupata da truppe inglesi e nel 1911 è la capitale dell’India britannica.
-1197: Anahilwar. Capitale del Gujarat, è assediata e conquistata (1196-1197) da Qutb al-Din Aibak, generale di Muhammad di Ghur. Le cronache musulmane dell’epoca (Taj–ul-Ma’asir) affermano che circa 50.000 “infedeli” sono uccisi e più di 20.000 resi schiavi.
-1193-1200: Odantapuri. In questo arco temporale i musulmani attaccano i centri buddisti del Bihar -non militarmente difesi- nell’intento di eliminarne la religione buddista. Il grande monastero è attaccato e distrutto dal generale Muhammad Bakhtiyar Khalji: tutti i monaci e gli studenti buddisti sono “decapitati o arsi vivi” e l’immensa biblioteca totalmente bruciata.
-1193-1202: Vikramashila. In questo arco temporale i musulmani attaccano la grande università monastica buddista distruggendola.
-1197-1203: Nalanda. In questo arco temporale i musulmani attaccano e saccheggiano l’università monastica, priva di difese, bruciandone la biblioteca contenente migliaia di testi d’inestimabile valore e ammazzando i monaci buddisti.
-1204-1207: Jagaddala. In questo arco temporale i musulmani attaccano, saccheggiano e infine distruggono l’università monastica, ultima sede di cultura buddista della regione.
-1296. Tra il 1296 e il 1316 governa, facendosi denominare “il secondo Alessandro Magno”, Ala ud-Din (o Ala al-Din II); si è detto che abbia dichiarato: «Gli indù non saranno mai docili e obbedienti finché non saranno ridotti in povertà. Perciò ho dato ordine che solo la quantità indispensabile di grano, latte e yogurt sia loro lasciata di anno in anno, ma che non sia loro consentito accumulare scorte e proprietà» (Kulke H., Tothermund D., Storia dell’India, Garzanti, Milano 1991, p. 194).
-1303: Chittorgarh. Fortezza dei Rajput (casta guerriera induista) subisce il primo attacco da parte di truppe del sultano che governava Delhi; rimangono tristemente famosi il suicidio rituale delle donne reali Rajput che non vogliono sottomettersi e le stragi operate dai musulmani. Fatti analoghi succedono con la seconda e la terza caduta della fortezza nel 1535 e nel 1567.
–1398: Delhi. Il condottiero turco-mongolo Timur (Tamerlano) riduce la città in rovina e ne massacra la popolazione.
-1670: Mathura. L’imperatore Moghul Aurangzeb fa radere al suolo il tempio indù di Keshavdev, considerato il luogo di nascita di Krishna, vi fa erigere la moschea e cambia il nome della città in Islamabad.
-1947. Con il termine della dominazione nel sub continente indiano da parte dell’Inghilterra si opera per la suddivisione territoriale dell’ex colonia: si creano lo Stato dell’India, lo Stato del Pakistan e l’attuale Repubblica Popolare del Bangladesh (già Bengala Orientale o Pakistan Orientale). Il motivo principale è l’incompatibilità tra la religione musulmana e quella induista. La “stagione dei massacri” ha inizio proprio dagli spostamenti di più di dieci milioni di persone (11-15 milioni circa stando alle varie cronache) che si trasferiscono dall’India al Pakistan e viceversa: indù e sikh migrano verso l’India, mentre i musulmani si dirigono in Pakistan e in Bangladesh. Gli scontri che ne conseguono causano almeno un milione di morti e una situazione ancor’oggi da pacificare.
Capita l’antifona? Ora facciamo un salto temporale e atterriamo nel XXI secolo.
27 febbraio 2002: assalto al treno.
Probabilmente nato da un alterco tra persone di fedi diverse, a Godhra si scatena l’assalto di musulmani al treno carico di pellegrini indù. Bilancio: più di cinquanta i morti tra gli indù. Qualcheduno lascia sottintendere che siano morti solo a causa dell’incendio dei vagoni ferroviari e non già perché ammazzati “manualmente” dai musulmani i quali, per conchiudere il tutto, hanno dato fuoco al luogo del massacro. Gli indù scatenano la ritorsione e il tutto si consuma in un gigantesco bagno di sangue e distruzione. Leggetevi con attenzione le poche righe del comunicato di Amnesty International, pubblicato dieci anni dopo, ovvero il 28 febbraio 2012:
«India, a 10 anni dai crimini del Gujarat, la giustizia si fa ancora attendere. 28 Febbraio 2012. Il 27 febbraio 2002 a Godhra (stato del Gujarat), una folla di musulmani assaltò un treno della linea Sabarmati Express che stava riportando da Ayodhya (stato dell’Uttar Pradesh) un gruppo di pellegrini indù. Nell’incendio del treno morirono 59 passeggeri. La violenza degli estremisti indù che ne seguì provocò nel giro di un mese oltre 2000 morti (tra cui anche donne e bambini) prevalentemente di religione musulmana e lo stupro di numerose donne e ragazze. Secondo il Centro per la giustizia e la pace, oltre 19.000 persone ebbero le loro case danneggiate o distrutte. Oltre 21.000 sfollati si trovano ancora nei campi di sosta, che il governo locale intende ora smantellare. A distanza di 10 anni, Amnesty International ha accusato le autorità del Gurajat non hanno fornito giustizia alle vittime, se non in minima parte» (https://www.amnesty.it/india-a-10-anni-dai-crimini-del-gujarat-la-giustizia-si-fa-ancora-attendere/).
24 settembre 2002: assalto al tempio.
La frizione mortale tra indù e musulmani sale nuovamente alla cronaca con l’assalto probabilmente (o verosimilmente) musulmano al tempio di Gandhinagar. Ecco il comunicato web del Corriere della Sera (www.corriere.it): «ESTERI. I feriti sono almeno 35. Tra le vittime alcuni bambini. Attacco a tempio indù, 30 morti in India. Tre uomini armati hanno aperto il fuoco contro i fedeli in un tempio della città di Gandhi, nello Stato del Gujarat. GANDHINAGAR (India) – Almeno 30 persone sono morte e 35 sono rimaste ferite a Gandhinagar, nello Stato indiano del Gujarat, in un attentato compiuto nel tempio induista di Akshardham. Secondo alcune testimonianze tre uomini armati sono entrati alle 16,55 (le 13,25 in Italia) nel complesso del tempio della città dedicata a Gandhi, nei pressi di Ahmadabad, e hanno sparato a caso contro i fedeli. Tra le vittime vi sono anche quattro bambini. Al momento dell’attacco nel tempio di trovavano centinaia di persone della setta fondata nel 1907 dal guru Swaminarayan e considerata la più ricca del mondo. Il tempio, una meraviglia architettonica costruito interamente in marmo rosa del Rajastan, è stato circondato dalle forze speciali perché si sospetta che i terroristi lo abbiano minato e siano ancora barricati all’interno» (https://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2002/09_Settembre/24/gujarat.shtml).
Questo ha innescato nuovi atti di violenza tra indù e musulmani.
Una voce garbata.
Se “scavate” nel web e lungo i quotidiani e le riviste italiane potete farvi un’idea del “fenomeno islam” in India. Ho scelto di riportare un articolo di Matteo Borghese, datato 22 luglio 2022 e pubblicato su ALISEO, in quanto garbato, lineare e inequivocabile: «L’escalation del conflitto religioso che dilania l’India. Gli echi di un conflitto religioso vecchio di secoli e alimentato dalla politica contemporanea. Circa 200 milioni di cittadini indiani sono musulmani, oltre il 15% della popolazione del paese. La storia dell’India è inevitabilmente connessa con quella di dominatori, leader illuminati e mediatori moderati di fede musulmana. Gli imperi e i piccoli regni dell’India medievale conobbero l’Islam e le dominazioni musulmane attraverso le invasioni susseguitesi, in maniera sistematica, già dall’VIII secolo d.C. Le scorrerie dei seguaci del Profeta si estesero, nel giro di appena due secoli, dal Sindh – regione dell’attuale Pakistan – fino alle rive del Narmada nel centro della penisola indiana con la conseguente caduta, uno dopo l’altro, dei regni governati dalla casta guerriera rajput, i cui esponenti più validi avevano ereditato il dominio del nord dell’India dopo caduta dell’Impero Gupta nel IV secolo d.C. I primi condottieri islamici si limitarono a fugaci conquiste e saccheggi: persino dopo la prima conquista di Delhi negli ultimi anni del 1100 a opera di Muhammad di Ghur, il sovrano afghano non vi si trasferì stabilmente. La superiorità bellica degli invasori e la fragilità politica dei regni rajput aprirono la strada alla formazione, dal XIII secolo, del sultanato di Delhi e poi, nel 1526, alla dominazione Moghul terminata solo nella seconda metà del 1800. Evitando di addentrarci nelle vicende storiche che hanno caratterizzato l’epoca del Sultanato e quella dell’Impero Moghul, ciò che invece preme è di volgere l’occhio a un presente quantomai incerto. Ciò che infatti in India oggi vale più dell’effettivo operato politico di queste due entità imperiali è la loro eredità e la percezione che gli indiani, dagli intellettuali ai politici fino ai cittadini comuni, hanno di questo passato i cui echi rimbombano nelle costanti e violente tensioni sociali tra la comunità musulmana e la maggioranza indù» (https://aliseoeditoriale.it/lescalation-del-conflitto-religioso-che-dilania-lindia/ ).
XXI secolo e tensioni sociali irrisolvibili.
Scrive Amnesty International il 7 febbraio 2024: «India, le autorità smettano di demolire le proprietà dei musulmani». Ed ecco la prima parte del lungo articolo che potete leggere su www.amnesty.it: «In due rapporti gemelli diffusi oggi, Amnesty International ha chiesto al governo dell’India di porre fine alle massicce e illegali demolizioni di abitazioni, negozi e luoghi di preghiera di persone di fede musulmana. I due rapporti mettono in luce il ruolo dell’azienda Jbc, che fornisce bulldozer e altri macchinari per eseguire le demolizioni. Si tratta di demolizioni punitive, che hanno luogo in almeno cinque stati indiani nell’ambito di una campagna d’odio nei confronti della minoranza musulmana e che restano ampiamente impunite, come dimostrato il mese scorso in occasione delle demolizioni di Mira Road a Mumbai, a seguito di scontri istigati da una manifestazione della comunità indù. Secondo Amnesty International, quella di demolire le abitazioni dei musulmani è di fatto una politica di punizioni extragiudiziali. L’organizzazione per i diritti umani ha sollecitato le autorità indiane a porvi immediatamente fine, ad assicurare che nessuno rimanga senza dimora a seguito di sgomberi forzati, che le persone colpite dalle demolizioni ottengano risarcimenti adeguati e che i responsabili siano portati a rispondere del loro operato di fronte alla giustizia. “Le demolizioni illegali delle proprietà dei musulmani, che stampa e politici chiamano ‘la giustizia dei bulldozer’, sono crudeli e agghiaccianti, profondamente ingiuste, illegali e discriminatorie. Stanno distruggendo famiglie. Devono essere fermate immediatamente”, ha dichiarato Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International [etc.]»
(https://www.amnesty.it/india-le-autorita-smettano-di-demolire-le-proprieta-dei-musulmani/ ).
L’unica cosa che in questo terzo millennio non si potrà “fermare immediatamente” sono gli effetti dei pregressi musulmani in terra indiana, fatti di continui e sistematici genocidi operati dai seguaci dell’Islam nei confronti della popolazione autoctona e dalla distruzione delle culture e delle religioni locali.
Caccia al Cristiano.
Per quanto lo Stato Vaticano persegua nella linea politica di perdere fedeli cattolici, preferendo invece d’occuparsi di ciò che non gli compete, ovvero dell’ingerenza politica negli affari di stato altrui e in primis in quelli dell’Italia, devo necessariamente toccare un altro dolente tasto: la “caccia al Cristiano” in India. E mi risolvo a riportare un articolo di Valerio Palombaro (Città del Vaticano) pubblicato su Vatican News (www.vaticannews.va) e il motivo è semplice: tra i tanti trovati in rete mi pare quello più equilibrato per non dire veritiero, seppure leggermente ripetitivo:
«India, i vescovi condannano gli attacchi contro i cristiani nell’Orissa. La notte del 6 agosto un gruppo di circa 70 persone ha assalito due preti e un catechista nel villaggio di Jaleswar. “È una palese violazione dei diritti costituzionali e della dignità umana”, denuncia la Conferenza episcopale dell’India, esprimendo preoccupazione per il clima di persecuzione a cui è sottoposta la minoranza cristiana nello Stato dell’est del Paese. Ferma condanna da parte della Conferenza episcopale dell’India (Cbci) per l’attacco che ha causato il ferimento di due preti cattolici e di un catechista nella località di Jaleswar, parte della diocesi di Balasore, nello Stato orientale indiano dell’Orissa. Un percorso “disturbante” di violenza. In una nota diffusa oggi i vescovi indiani inquadrano questo episodio come “parte di un percorso disturbante di violenza contro le minoranza cristiane nel Paese”. L’attacco è avvenuto la sera di mercoledì 6 agosto, quando il parroco della Chiesa di San Tommaso a Jaleswar, padre Lijo Nirappel, accompagnato da un altro prete, due suore e un catechista, stava ritornando in parrocchia dopo aver celebrato una messa per il secondo anniversario della morte di due cittadini cattolici in un villaggio vicino. Le due suore sono state tratte in salvo da alcune donne del posto, mentre i due preti e il catechista sono stati fermati, abusati e malmenati poiché accusati di un’opera di “conversione religiosa”. Il telefono cellulare di padre Lijo sarebbe stato sequestrato, mentre il catechista è stato brutalmente picchiato e la sua motocicletta è stata danneggiata. Violati i diritti costituzionali delle minoranze. La folla che ha assalito i due preti e il catechista sarebbe stata formata da un gruppo di circa 70 persone, di cui molte non del posto. Secondo la Cbci, questo attacco è “una palese violazione dei diritti costituzionali e della dignità umana” mentre “la crescente tendenza alla violenza di gruppo pone una seria minaccia alla coesistenza pacifica”. Per questo, prosegue la nota dei presuli, il governo locale dell’Orissa dovrebbe agire rapidamente per identificare e perseguire gli autori dell’attacco e assicurare la sicurezza delle minoranze. Secondo il portale d’informazione Uca news, le tre persone sarebbero state assalite da più di 70 persone appartenenti al gruppo estremista indù Bajrang Dal nell’ambito di un agguato pianificato. Gli attacchi nell’Orissa. Quanto accaduto solleva preoccupazioni sul clima di intolleranza religiosa e di violenza nell’Orissa, dove i cristiani sono il 2,7 per cento su una popolazione di 42 milioni di persone per oltre il 90 per cento di induisti. Questo Stato dell’est dell’India non è nuovo alle persecuzioni dei cristiani. Durante le rivolte dell’agosto 2008 nel distretto di Kandhamal circa 100 cristiani furono uccisi e oltre 50.000 furono costretti a lasciare le proprie case. Furono rasi al suolo 395 edifici, tra chiese e luoghi di culto, e 6.500 case, diverse istituzioni educative, sociali e sanitarie devastate e saccheggiate. E quello del 2008 non è stato un episodio isolato: secondo i dati del Forum dei cristiani uniti (Ufc), nello stato di Orissa ci sono stati almeno 40 attacchi contro i cristiani»
(https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2025-08/india-cristiani-minoranze-violenze.html ).
Concludendo…
Suggerisco di andare a vedere che accade oggi in India, per capire cosa ci attenderà domani. Poi cercherei di sapere quanti musulmani indiani si siano EFFETTIVAMENTE trasferiti in Italia, contando che oggi albergano nel nostro Paese 150-160.000 indiani.
E, questo, perché da qualche annetto è “politicamente scorretto” chiedere agli stranieri a quale religione afferiscano e, ultimamente, nelle cronache non si indica nemmeno più la nazionalità di chi delinque per non offendere la sua patria di provenienza. Pertanto “parrebbe” che non si sappia quanti indiani di fede musulmana alberghino oggi in Italia.
Analizzando globalmente la “pentola a pressione” indiana affermo che il processo innescato in tale Paese non va assolutamente sottovalutato, ma non vedo per quale motivo ce ne si debba fare carico ospitando in Patria anche un solo indiano dell’India.
Se la così detta “Repubblica Italiana” fosse veramente tale e la “classe politica” non fosse composta per la maggioranza da malviventi traditori, saremo tranquillamente in grado di gestire i “flussi migratori”, invece di subirli. Pertanto: vogliamo pagare noi le conseguenze dei trascorsi e degli attuali movimenti violenti e incivili dell’India, oppure chiudiamo le frontiere e remigriamo… tutti!?
P.S.: una nota dal Passato.
Esploratore, etnografo e geografo, Renato Biasutti (1878-1965) cosi ci parla di una popolazione che è migrata dall’India già nella “notte dei tempi”:
«Ma un movimento migratorio particolare, ancora oscuro nelle sue origini, del quale occorre far menzione, è quello degli Zingari. Il nome che essi si danno è Rom o Mânush (“uomo”, cfr. il ted.: Mensch): ma accettano anche quello di “Zigan” o “Tsigan” (donde anche il fancese Tsiganes, e il tedesco: Zigeuner), mentre è considerato come un nomignolo dispregiativo l’altro termine usato in Europa di “Egiziani”, dal quale gli inglesi hanno fatto “Gipsies” e gli spagnoli “Gitanos”. Gli Zingari sono indubbiamente originari dell’India del nordovest e benché parlino la lingua e seguano la religione dei paesi dove comunemente risiedono, non mancano di mostrare tracce della lingua e di qualche usanza originaria» (Biasutti Renato, I popoli dell’India, in Le razze e i popoli della terra, volume secondo, Europa – Asia, UTET, Torino 1967. pp. 627-628).
Un mio conoscente, figlio di una nobildonna Rom e di un dirigente italiano, mi ha riportato una leggenda che si tramandavano nella famiglia materna. A seguito di terribili sconvolgimenti causati da fenomeni sia naturali sia umani, una popolazione si rifugiò nel sottosuolo dell’India settentrionale, all’interno di ambienti giganteschi scavati nel mantello terrestre. Il tempo trascorse e gli “osservatori”, incaricati dal governo della popolazione oramai divenuta ipogea, riferivano che la superficie terrestre non era adeguatamente abitabile. Pertanto si doveva continuare a vivere nel sottosuolo. Ma l’essere umano, come l’acqua, non si può comprimere e un gruppo di persone riuscì ad eludere la sorveglianza e a guadagnare l’uscita. Si accorsero che la Terra era perfettamente abitabile e alcuni cercarono di rientrare nel mondo sotterraneo per avvisare gli altri, ma le guardie lo impedirono. Così, per paura di perdere il controllo sulla popolazione sotterranea, il governo mantenne segreta ogni notizia proveniente dalla superficie. I “fuoriusciti”, persa ogni speranza di liberare gli altri dall’oscurità, si divisero in due rami: uno si diresse a nord-ovest e l’altro a sud-ovest. Uno giunse in Europa e l’attraversò fino all’attuale Francia meridionale e l’altro percorse tutta l’Africa del nord e attraverso Gibilterra e la Spagna giunse anch’esso nella Francia del Midi. E così s’incontrarono, ricongiungendosi. La loro comune leggenda narra che da quel tempo antichissimo essi vaghino alla ricerca di una porta che li riconduca nel Mondo sotterraneo…
E così, dal mio punto di vista, concludo: la Terra è un luogo incantevole, ma ammalorato da chi sobilla i Popoli per garantirsi, nel caos indotto, il potere e il governo.


1 Comment