Io credo che per molti di noi l’esperienza del governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni sia stata e sia un’enorme delusione. Un governo che ogni giorno di più fa e dice cose contrarie a quelle che in campagna elettorale avevano promesso le forze politiche che lo sostengono, appiattito su posizioni di totale servilismo nei confronti di USA, UE e sionismo (e questo sostanzialmente non cambia se il presidente USA Trump ha recentemente bacchettato Giorgia Meloni come una servetta poco zelante), e che soprattutto, contrariamente a quello che fu il tema principale della campagna elettorale di Fratelli d’Italia, non ha fatto e non sta facendo nulla per ostacolare l’immigrazione clandestina che minaccia di trasformarsi in sostituzione etnica, nella morte del nostro popolo, sostituito da una turba meticcia proveniente da ogni parte del mondo, tranne le più progredite.
Io, per la verità, non sono rimasto deluso, non mi aspettavo che il governo di centrodestra facesse nulla di diverso da quello che sta facendo o non facendo attualmente. Ho cominciato a nutrire diffidenza verso Fratelli d’Italia già alcune legislature fa, quando sulla proposta del PD poi diventata legge che ha reso irrespingibili i migranti che si dichiarano minorenni (questa gente sbarca da noi magari con lo smartphone, ma nessuno ha mai i documenti), si astenne assieme a Berlusconi, lasciando solo la Lega a votare contro. E oggi vediamo bene le conseguenze, tra costoro vediamo un numero enorme di diciassettenni, magari coi capelli grigi.
I simboli spesso parlano (involontariamente) un linguaggio più chiaro di quello delle parole, e il fatto stesso che Fratelli d’Italia, a parte il suono massonico del nome, abbia ripreso la fiamma tricolore annegata nel bianco-azzurro finiano, davvero una miserevole fiammella, avrebbe dovuto mettere in guardia molti.
Chi, come me, è non più giovanissimo e ricorda il periodo che abbiamo preso a chiamare della prima repubblica (anche se io personalmente dubito che tra la cosiddetta prima e la cosiddetta seconda repubblica vi sia stato un reale stacco) non avrà difficoltà a riconoscere che la politica dell’attuale governo di centrodestra non è dissimile da quella che prima del 1990 ci si sarebbe potuti aspettare da un governo a guida democristiana, si sarebbe tentati di dire che Fratelli d’Italia sia la nuova DC.
Solo che la faccenda è un tantino più complessa, ed è inutile farsi illusioni in proposito. Questa, ragazzi cari, è LA DESTRA. La destra che ha come riferimento sociale il ceto imprenditoriale, al di là degli slogan, non può essere davvero contraria all’immigrazione che serve a tenere basso il costo del lavoro.
Noi usciamo da una lunga stagione nella quale l’anticomunismo è stato in cima alla lista delle nostre priorità, anche per una questione di sopravvivenza fisica. Oggi non è che i rottami dell’ideologia sanguinaria della falce e martello ci siano divenuti simpatici, e non è che l’odierna sinistra non ne sia erede più di quanto confessi, ma cessata la minaccia sovietica e con essa la Guerra Fredda, l’anticomunismo non è più una priorità tanto urgente.
E allora possiamo recuperare innanzi tutto uno spazio mentale per riconoscere che, in ragione di esso per lunghi anni ci siamo appiattiti su posizioni di destra, ma che in verità la destra socialmente conservatrice, liberista, atlantista, filo-UE, filosionista, bigotta più per conformismo che per reale convinzione, non ha nulla a che fare con noi.
E’ ora di porre fine all’equivoco.
Definire ciò che siamo o dovremmo essere, non risulta facile anche perché ricorrere alla terminologia in uso fino al 1945, in questa liberissima democrazia, può avere conseguenze penali.
Non si può essere nazionali, fondare l’azione politica sull’idea della comunità di popolo, senza essere socialisti, senza mirare quanto meno ad attenuare per quanto possibile la distanza fra le classi sociali, perché se si mira a uno stato come espressione della comunità nazionale, non vi devono essere figli e figliastri, italiani di serie A e di serie B.
Ho il sospetto che siamo i soli socialisti, dopo che la sinistra, rimodellatasi a imitazione dei dem. statunitensi, ha di fatto adottato il “pensiero unico” liberista e, inventatasi un nuovo “popolo” di gay e migranti, non sembra che dei nostri lavoratori si interessi più molto.
“Destra sociale”, “sinistra nazionale”, “socialismo nazionale”, non mi sembra il caso di litigare sulle etichette se si è d’accordo sulla sostanza. Solo un termine di questa panoplia mi sembra inapplicabile, quello di rossobrunismo, prima di tutto perché quello dei “rossi”, venendo a mancare il nesso con la comunità nazionale, rimpiazzato da un internazionalismo che nel concreto significava fare gli interessi dell’Unione Sovietica finché è durata, c’è da dubitare che fosse un vero socialismo, e poi perché con questi ultimi è utopico cercare un terreno d’intesa. Hanno buttato a mare tutti i dogmi della loro ideologia, gliene rimane soltanto uno, l’antifascismo, se vi rinunciassero, equivarrebbe ad annullare loro stessi, il mito-spauracchio del “fascista cattivo” è l’ultima cosa che gli rimane.
Premesso tutto questo, è purtroppo evidente che oggi non esiste in Italia una forza politica, un movimento che corrisponda alle nostre posizioni e convinzioni, questo non significa che si debba rinunciare all’azione politica, ma quanto meno l’esercizio del voto, della finzione di sovranità che ci è concessa, è di fatto inutile.
Penso si possa pure avvalorare il sospetto che il repentino (per alcuni) mutamento della linea politica del centrodestra rispetto alle promesse elettorali sia dovuto al fatto che, chiunque sia al governo in Italia non può far altro che applicare un’agenda dettata altrove. Come dice il detto popolare, “I suonatori cambiano, la musica rimane la stessa”.
Ciò che in concreto possiamo fare, è portare avanti la nostra idea, cercare di diffonderla il più possibile, trasmetterla ai più giovani perché arrivi a chi verrà dopo di noi.
Mi rifaccio a una metafora del grande Gianantonio Valli. Stiamo attraversando un deserto nel quale non è possibile costruire nulla. Quello che possiamo fare, è portare avanti il nostro zaino con i nostri ideali. Qualcuno, magari oltre il termine della nostra esistenza mortale, lo raccoglierà e lo porterà avanti ancora, fino alla fine del deserto.
Fino a questo momento, il discorso si è mosso su di un piano politico relativamente oggettivo, ma a questo punto occorre andare oltre, imboccare la strada della dimensione metapolitica e filosofica, di visione del mondo, se vogliamo veramente capire cos’è in termini di mentalità profonda quella destra nella quale non ci possiamo riconoscere, e perché dobbiamo avere ben chiaro il senso della distanza fra noi ed essa. Sono ben conscio del fatto che questa parte del discorso urterà certe sensibilità, tuttavia è un rischio che bisogna correre.
Io penso che non possiamo e non ci si debba riconoscere in quel “tradizionalismo” (ma è più giusto chiamarlo conservatorismo) consistente nell’accettazione e adorazione acritica di tutto ciò che il passato ha fatto giungere fino a noi. Per me, e così spero per molti di voi, tradizionalismo consiste nel pensiero di Julius Evola, e, per dirla con tutta franchezza, anche il pensiero di Renè Guenon mi riesce sospetto, stante la sua evoluzione finale con la conversione a una religione nettamente anti-europea, quale è l’islam.
Fra le molte cose che il trascorrere del tempo ha fatto arrivare fino a noi, ed anzi ne costituisce forse la parte più fondamentale. In contrasto con la mia cifra esistenziale e forse anche con la vostra, c’è una religione nata come eresia dell’ebraismo, e poi imposta con la violenza come religione universale, una religione che ha avuto una parte di primo piano nell’indebolire la tempra dei sudditi dell’impero romano, sì che cedessero alle pressioni delle popolazioni barbariche, e non può sfuggire il fatto che essa oggi sta giocando lo stesso ruolo nell’indurci a cedere buonisticamente all’immigrazione-invasione di cui siamo oggetto, e nel favorirla.
Potremmo anche tralasciare il fatto che il cattolicesimo di cui si ammanta, almeno a parole, la destra, sembra dettato più dal conformismo, dall’adeguarsi a quello che si considera l’orientamento prevalente, piuttosto che da una autentica convinzione.
Ora qui vorrei occuparmi brevemente, sebbene l’abbia fatto più di una volta, solo di quegli ex evoliani che hanno voluto vedere, o creduto di vedere nel pensiero di Julius Evola “un ponte” per tornare al cattolicesimo.
Una qualsiasi visione del mondo non può non interrogarsi su questioni come l’origine della vita e l’origine dell’uomo.
Il fatto che le specie di esseri viventi cambiano nel tempo è indubitabile. Se ci guardiamo intorno, a eccezione degli uccelli, non vediamo dinosauri viventi oggi. La scienza dovrebbe occuparsi solo di fatti, lasciando i giudizi di valore ad altri ambiti, come la morale, ma se aggiungiamo al fatto che le specie viventi mutano e aumentano di complessità nel tempo, un giudizio di valore per cui si ritiene che ciò sia positivo, ecco la teoria dell’evoluzione, almeno come viene comunemente intesa.
Al riguardo, l’intuizione di Evola è stata proprio quella di ribaltare questo giudizio di valore: la comparsa nella storia della vita di forme sempre nuove e più complesse, significherebbe la caduta sul piano materiale di forme sempre più elevate, non sarebbe un segno di progresso, ma di decadenza cosmica.
Una spiegazione troppo difficile per la maggior parte dei cosiddetti evoliani, che ne hanno recepito l’afflato anti-evoluzionista, ma non l’hanno capita, e non è rimasto loro altro che ricascare nel creazionismo, mettendosi alla pari coi testimoni di Geova. Ma il creazionismo implica l’idea di un Dio creatore, e così, pezzo per pezzo, si rimette in circolo tutto l’armamentario abramitico. Da qui l’idea bislacca di Evola come “ponte” per il ritorno al cristianesimo. Taluni sono addirittura convinti di averlo in tal modo approfondito, ma in verità l’hanno solo frainteso.
Possiamo solo immaginare quale disgusto avrebbe provocato tale interpretazione del suo pensiero all’autore di Imperialismo pagano.
Evoliani o evolini? Il dubbio viene.
Di sicuro, gli ex evoliani tornati cattolici sono gente su cui non è possibile fare alcun affidamento. Non ci si converte o non ci si riconverte a metà a una religione. Basterebbe che dal Vaticano venisse un’enciclica pro-migranti per vederli abbandonare tutte le loro prospettive politiche se queste ultime sono ancora orientate alla difesa dell’identità europea.
Un punto che, in prospettiva di un qualsiasi agire politico, dobbiamo avere assolutamente chiaro, è che il nostro primo e irrinunciabile impegno dovrebbe essere quello di ostacolare l’immigrazione selvaggia e il meticciato, difendere l’identità del nostra popolo per non vederlo sparire nel marasma multietnico, e questo ci mette in totale conflitto con la destra economica collegata al ceto imprenditoriale cui essa fa comodo per tenere basso il costo del lavoro.
Dietro questi fenomeni migratori con cui l’Europa oggi si confronta, un’Europa senile in piena recessione demografica, non c’è nulla di spontaneo.
Vediamo brevemente l’altra faccia della medaglia. Anche il declino demografico attuale dell’Europa – che, tra parentesi, in Italia è particolarmente accentuato – non è per nulla un fenomeno naturale o spontaneo, è stato costruito ritardando la possibilità per i giovani di inserirsi nel mondo del lavoro, comprare una casa, costruire una famiglia. La demografia al riguardo ci dà un responso spietato. Per ogni anno che s’innalza l’età media in cui una donna in età fertile ha il primo figlio, la natalità si riduce del dieci per cento.
Analogamente, nel fenomeno migratorio non c’è nulla di spontaneo. E’ il piano Kalergi, a lungo tenuto in sospeso, nella prima parte del XX secolo dall’emergere dei fascismi e poi dalla Guerra Fredda, che oggi è in piena attuazione.
In sintesi, è oggi che ci viene presentato il conto – salatissimo – della sconfitta del nostro continente nella seconda guerra mondiale, e al riguardo è meglio non farsi illusioni: tutti gli stati europei sono stati sconfitti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata e sono risultati nominalmente vincitori. Andate a fare un giro per Londra, come ho fatto io recentemente, e poi ditemi quanti autoctoni avete incontrato nella capitale del Regno Unito.
Naturalmente, poi sappiamo bene che la UE, la cosiddetta Unione Europea non è affatto tale, ma uno strumento per controllare i popoli europei e impedire che possano adottare politiche contrarie alla loro lenta morte per sostituzione etnica.
Anni fa mi ero già occupato di simili tematiche in un articolo pubblicato su “Ereticamente” dove spiegavo un concetto per me basilare: lo stato, con le sue leggi, i suoi apparati, i suoi costi per la cittadinanza, ha senso solo in quanto contenitore e strumento di tutela della nazione, che a sua volta può essere definita soltanto su base etnica (non a caso, il termine viene da “nasco”, ed implica la continuità di sangue).
Un lettore mi bacchettò. A suo parere, il concetto di nazione che avevo esposto era più tipico della tradizione germanica, mentre la visione italica-latina implicherebbe piuttosto una continuità storica, linguistica e culturale.
A parte il fatto che è assurdo contrapporre due concetti che nella pratica non possono essere dissociati, gli risposi che quello di germanizzarci, almeno in una certa misura (guardando naturalmente non alla Germania come è oggi, ma come essa è stata tra l’epoca di Bismarck e il 1945), sarebbe un prezzo assolutamente onesto ed accettabile da pagare pur di evitare l’africanizzazione e l’arabizzazione a cui sta andando incontro oggi la nostra Penisola.
Penso che non vi sia altro da aggiungere.
NOTA: Nell’illustrazione l’immagine della Dea Roma all’Altare della Patria, un simbolo forte della nostra identità italica e di tutto ciò che dobbiamo lottare per proteggere.


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