8 Aprile 2026
Appunti di Storia

Per farla finita con gli Stanis Ruinas di destra e di sinistra

 

Stanis Ruinas, giunto al fascismo nel 1924 su posizioni intransigenti e rivoluzionarie, è stato tra i maggiori giornalisti del Regime, poco incline ai compromessi e critico per indole, caratteristiche che gli provocarono non pochi problemi, come la sospensione e la radiazione dal PNF.

Durante la RSI, si trasferì a Venezia, non occupandosi né di politica né di guerra, ma solo del suo lavoro presso una banca. Fu uno spettatore di tutto rispetto, certamente, e nel dopoguerra il suo nome salirà agli altari delle cronache grazie al suo giornale “Il Pensiero Nazionale” (1947-1977), passato alla storia grossolanamente come il tentativo di conciliare i fascisti e comunisti su un piano rivoluzionario anticapitalista. Cosa che ancor oggi, in qualche “viaggiatore solitario”, smarrito e senza più punti di riferimento, è vista addirittura con piacere, quasi una “occasione mancata”.

Probabilmente le cose non stanno così, in quanto troppa confusione si è fatta sul personaggio e sulla sua “operazione politica”.

Ci giunge in aiuto proprio un libro scritto da lui – ma che, evidentemente, i suoi estimatori non hanno mai letto – dall’emble-matico titolo Pioggia sulla Repubblica (Corso, Roma 1946), dove racchiuse le sue memorie del periodo 1943-1945. “Pioggia”, in quanto, dal suo punto di vista, quello fu il clima – sociale, umano, politico – che contraddistinse la RSI.

Certamente, i drammi e le tragedie che si vissero in quel biennio non ebbero precedenti, ma descrivere l’esperienza della Repubblica Sociale come “grigia”, “triste”, forse non rende onore agli uomini che fecero quella scelta e alla realtà dei fatti. Perché accanto a quei drammi e a quelle tragedie, vi fu spazio anche per l’amore, la passione, i sogni, i progetti, gli eroismi. E sono questi che sono giunti fino a noi e hanno fatto la storia. Ma per Ruinas no, “pioveva”. Come, giustamente, “piovve” per tutti quegli Italiani che in quei mesi rimasero alla finestra, senza schierarsi con nessuno dei contendenti, aspettando i “liberatori”. E Ruinas fece parte di questa “zona grigia”: disilluso, critico, disimpegnato. Anche utopico, con la testa fra le nuvole, in quanto fautore di un “abbraccio universale” fra tutti gli Italiani – fascisti ed antifascisti – per la “salvezza nazionale”. E cioè?

Ci si vorrebbe far credere che nell’Autunno 1943, i fascisti – dopo che per 45 giorni erano stati insultati, perseguitati, offesi, malmenati, privati della dignità e della loro storia – avrebbero dovuto fare “mea culpa”, accettare il “fallimento” (?) del Regime, correre dai fantasmi del passato che tornavano alla ribalta dopo venti anni di mummi-ficazione, e… che fare? Abbracciarsi, “siam tutti fratelli d’Italia”, per la salvezza nazionale.

Cosa vuol dire “salvare la Nazione”?

Da chi? Dai Tedeschi? Dagli Angloamericani? Da tutti e due?

Come, con quali mezzi e con quale progettualità?

Quanta confusione!

Poi, quando i fossati si colmarono di sangue, dell’una e dall’altra parte, parlare di “fratelli d’Italia” sarebbe stato fantasioso, se non criminale. Eppure, Riunas pensò, fino alla fine, che questa via fosse percorribile.

Onore al merito, certamente, ma mai cecità politica fu più evidente allora. Quando i fascisti si ripresentarono sulla scena, ben presente ebbero la missione di rivendicare il loro essere, senza rinnegare alcunché; quando furono condannati alla sconfitta, ebbene, gli “altri”, facendo anche buon viso a cattivo gioco, altro non aspettarono per compiere la loro vendetta. Tutto molto naturale. Di “abbracci universali” non vi era mai stata la possibilità. A meno che una parte in campo avesse rinunciato a quel che era. Ecco, teniamo bene a mente, questa ultima considerazione: “Rinunciare a ciò che si è”.

Ruinas non andò al Nord come fascista. Sia chiaro, già da tempo aveva preso le distanze da un recente passato che pure lo aveva visto protagonista. E come un ex fascista osservò e giudicò. In RSI considerò il fascismo come “un cadavere putrefatto” e che fosse “da zuzzurelloni pensare che si rinnovi il miracolo di Lazzaro” (pag. 19). Non lo disse lui, ma considerò gli annunci di fratellanza nazionale con questo incipit “intese pur semplici e nobili” …

Ruinas “banchiere”, trasferitosi a Venezia, fu spettatore di un mondo alla deriva, fatto di doppiogiochisti, prostitute, affaristi, faccenderi, tutto il marcio possibile, che ben giustificano il lavoro dell’ex gufino Pier Paolo Pasolini nel suo “indimenticabile” Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).

Non vogliamo affermare che Riunas, nella sua denuncia dell’immoralità diffusa nella RSI, si sia inventato tutto, ma ci sembra davvero esagerato ridurre l’esperienza della Repubblica Sociale a quanto da lui tramandato: una “repubblichina” dominata dal Granducato di Toscana (Pavolini, Ricci, Buffarini Guidi, Moroni, Tamburini, cui aggiungeva Farinacci “Re di Prussia” e Gai “toscano adottivo”!), colpevoli di tutto il male fatto in quei mesi, della “cestinazione” del Manifesto di Verona, dei mancati “abbracci universali”, dei rastrellamenti, delle stragi, del gerarchismo, dello staracismo: “Più violenta e tragica batteva l’ora del giudizio sul quadrante della storia e più la gerarchia repubblicana si dimostra-va intransigente ostentando la sua arroganza. A Venezia il Capo della Provincia, in un eccesso di autentica pazzia, aveva esortato e ammonito i fascisti iscritti al PFR a mettere il distintivo e la camicia nera. Tra gli evviva e i battimani di un’accolita di fanatici e di irresponsabili” (pag. 64). “Era lampante che i capi senza capo si movevano e parlavano da folli” (pag. 65). “Accanto agli eroi del più pregiato conio, come i Faggioni, i Buscaglia [che non c’era in RSI! nda], i Meloni, pullulavano i sacripanti, i mercenari, gli spioni, i delatori, i delinquenti comuni, i quali, dietro la maschera della politica, rubavano, soddisfavano rancori e vendette, uccidevano a un tanto il delitto. Né scarseggiavano i fanataci e le fanatiche che godevano vedendo ‘un di quei cani’ penzolare dalla forca o partire in un carro bestiame alla volta della Germania” (pagg. 94-95).

Dalla condanna non si salvò nemmeno Vittorio Mussolini, un fallito “cumulista di stipendi”; Vani Teodorani; la famiglia Petacci; si escluse solo la “donna di casa” Rachele: “Farinacci, Pavolini e cento altri, responsabili diretti o indiretti dell’intransigenza faziosa, delle Brigate Nere e della guerra civile, hanno pagato i loro errori con la morte. Con una morte dignitosa. Ma quel Vanni Teodorani e suoi complici quando pagheranno?”, si domandava Ruinas (pag. 118).

Anche davanti all’ultimo discorso pubblico di Mussolini al Lirico, Ruinas fu spietato: “Tutto ciò era spontaneo o era l’ultima impostu-ra, l’ultima arlecchinata?” (pag. 164). E, nella condanna, non poteva evidenziare le colpe di Mussolini, che aveva ucciso la libertà e, da “credulone” quale era, si era fatto abbindolare dai cortigiani che lo osannavano (cfr. pag. 165).

Ai fascisti che venivano falciati dai mitra partigiani, ultimi esponenti di quella “repubblica che aveva commesso colpe imperdonabili ed errori gravissimi”, andava semmai riconosciuto un solo merito: quello del salvataggio degli impianti industriali del Nord “dalla distruzione e dalla rapina dei Tedeschi” (pag. 233).

Se tutto questo fu la RSI, ebbene, ha ragione la Salis a dire che lei è dalla “parte giusta” della storia, cosa su cui concordano tutti, destra e sinistra, l’Arco Costituzionale, quelli che insieme celebrano il 25 Aprile e che santificano Matteotti, nella consolidata riedizione del CLN 2.0 che garantisce il perpetuarsi della repubblichetta parlamen-tare ed atlantista nata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale per volere degli USA.

Il problema è che la storia è molto più complessa e che la RSI non fu solo quella che dipinse Riunas… anzi, noi crediamo, non fu proprio per nulla quella dipinta dal giornalista-banchiere, che non visse la Repubblica Sociale, ma fu solo un triste, disilluso, grigio spettatore. Come la maggior parte degli Italiani.

Date queste premesse allora si capiranno meglio anche le mosse successive di Riunas che lanciò un appello agli ex fascisti per fiancheggiare il PCI, ricevendo da questi cospicui finanziamenti e venendo addirittura arrestato per aver consigliato al Partito Comuni-sta un’insurrezione dopo la sua estromissione dal Governo.

Ecco, una cosa deve essere chiara. Ruinas non era fascista. Aveva da tempo accantonato quell’esperienza. E lui si rivolgeva non ai fascisti – “nostalgici” che avrebbe ben visto in galera –, ma agli ex, ossia a tutti coloro che avevano silurato il fascismo, considerandolo morto e sepolto: “Si chiamino a raccolta [gli ex fascisti] e poi si stronchino senza pietà i ‘nostalgici’ di piccola e grossa taratura” (pag. 246).

È qui che le due iniziative, quella del PCI e quella di Ruinas, avevano il loro punto di incontro. Il PCI e Ruinas non intesero mai aprire la porta ai fascisti – quelli andavano carcerati se non si potevano più ammazzare –, ma aprire la porta a tutti coloro che, seppur in passato erano stati mussoliniani, ora erano pronti a rinnegare quel passato ed accettare che il comunismo “aveva ragione”, per dirla alla Salis, era sempre stato dalla “parte giusta” della storia.

Tutte le “aperture” che il PCI fece, si pensi a quelle tanto osannate del giovane Berlinguer, facevano perno su questo. E qui, gli “abbracci universali”, la giusta pacificazione nazionale, non c’entrano proprio nulla. Si chiese la resa, l’accettazione di aver avuto torto e, soprattut-to, riconoscere chi era stato sempre dalla “parte giusta”, con atto di sottomissione. Allora, dopo questo, si sarebbe stati tutti “fratelli”.

Questo non fu capito allora e molti non lo capiscono ancor oggi. I tentativi fatti dai comunisti – e dai loro “portacqua” – furono sempre in nome dell’antifascismo. E fallirono proprio per questo. I fascisti, sconfitti, braccati, emarginati, tentarono l’abboccamento, ma non capirono il fine… e, una volta capito, tutto finì in rissa generalizzata.

No, la pacificazione non è rinnegare sé stessi e la propria storia. È riconoscere la realtà dei fatti in tutti i suoi aspetti certamente, ma soprattutto si raggiungerà solo quando gli “altri” – che comunque non la vogliono questa pacificazione – saranno disposti a riconoscere la legittimità della RSI e i crimini compiuti dai partigiani antifascisti. Allora, quando ognuno, senza rinnegare nulla, sarà libero di commemorare i propri morti, sarà libero di esprimere le proprie idee, sarà libero di essere orgoglioso del proprio passato, solo allora si potrà parlare di pacificazione nazionale.

Ma la destra e la sinistra questo non lo permetteranno mai. Come dice la Salis, l’antifascismo è la “parte giusta” della storia; le associazioni neopartigianie continueranno ad emettere lucrose condanne politi-che; gli istituti della Resistenza ad essere finanziati dai Governi di destra e di sinistra; che – questa volta veramente “fratelli d’Italia” – insieme celebrano il 25 Aprile e santificano acriticamente Matteotti, con la stessa supponenza morale con cui ignorano Armando Casalini.

Quindi, basta con gli Stanis Ruinas di destra e di sinistra. La pacificazione nazionale è altro.

 

Pietro Cappellari

(“L’Ultima Crociata”, a. LXXIV, n. 7, Ottobre 2024)

 

 

1 Comment

  • Giuseppe 15 Marzo 2026

    Perfettamente d’accordo con l’analisi di Cappellari. Ruinas fu sostanzialmente un vile antifascista che rinnego’ il suo passato e che vomito’ le peggiori falsità sui combattenti e i responsabili della RSI, che diedero la loro vita per l’onore d’Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *