18 Luglio 2024
Politica

Nuove mutazioni – Fabio Calabrese

Alcuni anni fa ho dedicato una serie di sei articoli a esaminare quella che è stata chiamata, non da me, la mutazione genetica, ossia la trasformazione attuale dei movimenti e partiti di sinistra in qualcosa di molto diverso dai movimenti operai come si erano presentati nel XIX e in gran parte del XX secolo, trasformazione, nemmeno a dirlo, avvenuta a partire dal 1991 con la caduta dell’Unione Sovietica.

Successivamente, a questi articoli ne ho aggiunto un altro, Le altre mutazioni, in cui facevo notare che, in seguito allo stesso evento, mutazioni analoghe erano intervenute anche nelle altre forze politiche, fino ad arrivare alla situazione attuale, sia a livello europeo, sia italiano.

L’effetto complessivo di tutto ciò è stato quello di rendere le forze che si contendono l’agone politico sempre più indefinite e labili. Proprio per questo, penso sia ora utile, a distanza di anni, tornare a esaminare la situazione e vedere quali ulteriori mutazioni siano nel frattempo intervenute, a livello tanto nazionale, quanto internazionale.

Ricordo di aver letto anni fa un commento, e mi spiace di non ricordarne esattamente la fonte, che mettendo al confronto una tornata elettorale italiana (ma il discorso, come vedremo, vale un po’ per tutti gli europei in genere) con una americana, faceva notare che mentre negli Stati Uniti ci sono sempre i simboli degli stessi due partiti democratico e repubblicano, ma è sempre un alternarsi di facce nuove e talenti giovani, da noi in Italia, ma nel vecchio continente in genere, è sempre uno sfarfallio di nuovi simboli, lista e listine, ma dietro di esso ci sono sempre le stesse vecchie facce più o meno riciclate.

Ovviamente, io adesso non vi ripeterò tutto quanto ho scritto nei miei testi precedenti, tuttavia sarà bene riprendere la nostra analisi dalla constatazione che il termine mutazione genetica per i fenomeni di cui stiamo parlando, ha semplicemente il valore di una metafora, e si tratta di fenomeni del tutto diversi dalle mutazioni che avvengono in natura.

Queste ultime sono legate a una rottura del DNA per effetto di agenti esterni come radiazioni o certe sostanze chimiche, e compaiono all’improvviso. Al contrario, la mutazione genetica della sinistra non è stata altro che l’emersione di una tendenza di lunghissimo periodo, iniziata, si può dire, già nel 1917, quando, pervertendo lo spirito umanitario e “deamicisiano” delle origini, la sinistra europea accettò di far passare la tirannide instaurata in Russia in seguito al golpe leninista falsamente presentato come “rivoluzione d’ottobre” come la realizzazione dei suoi sogni utopici “socialisti”.

Da allora è stato un crescendo, da un lato, di inganno verso la base popolare, dall’altro di alterazione della percezione del reale, fino ad arrivare ad astrazioni del tutto disancorate dalla realtà. Il ’68 e la stessa caduta dell’Unione Sovietica sono stati in definitiva momenti di questa trasformazione.

So che non si poteva pretendere che chi aveva fatto della politica un mestiere, invece di riciclarsi in un modo o nell’altro, sgombrasse dignitosamente il campo, ma il messaggio che ne risultava dopo la caduta dell’Unione Sovietica, era in sostanza questo: “Vi abbiamo mentito per ottant’anni; quindi, continuate ad avere fiducia in noi”.

In Le altre mutazioni mi sono occupato delle trasformazioni che questa situazione ha indotto nel resto del mondo politico, notando ad esempio la scomparsa dei liberali, che ne è un’ovvia conseguenza, perché “le riforme” che consistono regolarmente in una riduzione dello stato sociale, per il potere che è sempre lo stesso dietro le quinte, è più conveniente farle fare ai partiti di sinistra divenuti entusiasti neofiti del neoliberismo, ma che le classi popolari continuano erroneamente a credere “dei loro”, piuttosto che a partiti dichiaratamente liberali o conservatori.

Il fatto che oggi continuano a esserci politici o gruppi politici che si dichiarano liberal non deve trarre in inganno, si tratta di un falso amico come burro che ha in italiano e in spagnolo due significati del tutto diversi. Liberal in inglese non significa liberale, ma di sinistra.

Forse il canto del cigno del liberalismo è stato rappresentato dal testo di uno dei maggiori intellettuali liberali europei, La conoscenza inutile di Jean François Revel. La conoscenza inutile di cui parla questo libro, la cui lettura ritengo altamente consigliabile, è quella degli intellettuali di sinistra che hanno usato tutte le loro risorse intellettuali, spesso notevoli, non per capire, ma per nascondere, prima a se stessi, poi al pubblico, il fatto che il comunismo sovietico e gli altri sistemi a esso collegati, non hanno rappresentato in alcun modo una realizzazione delle utopie socialiste, ma erano solo un bieco insieme di tirannidi.

Questo ci torna utile per collegarci alla parte nuova del nostro discorso, infatti, è evidente che, tramontati i tempi “aurei” del comunismo sovietico, la sinistra ha partorito un nuovo genere di conoscenza inutile.

A chi non ha la testa conficcata nel tunnel delle loro astrazioni, può sembrare assurdo e contraddittorio che oggi la sinistra si spenda a tutto spiano in favore del LBGT o gender (una cosa per la quale non esistono nemmeno termini italiani per tradurla adeguatamente), e nello stesso tempo caldeggi l’immigrazione clandestina, cioè l’importazione di gente del Terzo Mondo che il più delle volte proviene da culture fortemente omofobe e misogine. Quella che a chi non è di sinistra appare come una contraddizione assoluta, e che produrrà, e sta già producendo effetti devastanti sulle nostre società, si spiega con la nuova conoscenza inutile, che predica la fola della totale costruibilità dell’essere umano a partire dagli stimoli ambientali.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la sinistra europea e italiana si è ricostruita a imitazione di quella americana, al punto che, più che di mutazione genetica, sarebbe forse il caso di parlare di una specie invasiva, come ciò che sta accadendo nei nostri boschi, dove lo scoiattolo grigio di origine americana sta sempre più soppiantando quello rosso autoctono.

Come vi ho rammentato più sopra, ho incentrato Le altre mutazioni soprattutto sulla decadenza del liberalismo, ma non è che per i movimenti socialisti, quali sono esistiti fin verso la fine del XX secolo, si possa fare un discorso molto diverso.

Lasciamo stare il caso italiano. Qui il socialismo di Craxi, che dava fastidio al PCI e alla DC (poi entrambi confluiti nella mostruosità ibrida nota come PD) si è trovato come un facocero schiacciato tra due elefanti, ed è stato letteralmente massacrato da una magistratura largamente infeudata al PCI. Io mi sono spesso chiesto, senza trovare una risposta soddisfacente, se quello di istituire una magistratura del tutto svincolata da qualsiasi forma di controllo da parte di qualsiasi altro potere dello stato, supponendo o pretendendo con ciò di garantirne l’imparzialità, sia stato un errore dei “padri costituzionali”, o non piuttosto una delle tante trappole disseminate nella costituzione “più bella del mondo” allo scopo di annullare di fatto quel potere popolare proclamato con parole altisonanti.

Vediamo piuttosto quel che è accaduto in Francia, che un tempo ha espresso nel campo socialista personalità notevoli, come François Mitterrand, personalità tanto eccezionale, che Joe Biden l’ha potuto incontrare parecchi anni dopo la sua morte.

Bene, pur di sbarrare la strada dell’Eliseo a Marine Le Pen, i socialisti francesi, insieme agli altri partiti della sinistra, hanno eletto alla presidenza della repubblica transalpina Emmanuel Macron, ma chi è Macron? È l’allievo preferito, il pupillo di Jacques Attali, uno dei “pensatori” neoliberisti più radicali, al punto da aver asserito in tutta serietà che la gente dovrebbe campare di meno per non gravare troppo sul sistema pensionistico. Potremmo dire che, mandando Macron all’Eliseo, il socialismo francese è morto suicida.

In Grecia, Tsipras rappresenta l’esempio inizialmente contrario e poi convergente rispetto a Macron. Dopo aver fondato un movimento di sinistra, Syriza, fortemente connotato di elementi vetero-marxisti che ha dato per un momento alla sinistra un po’ di tutta Europa l’illusione che fosse possibile tornare ai tempi d’oro precedenti la caduta dell’Unione Sovietica ed assunto il potere in Grecia, si è dovuto man mano piegare ai diktat neoliberisti della UE, pena lo strangolamento della già fragile economia ellenica.

Guidato da questi illuminanti esempi internazionali, il PD italiano non ha certo saputo fare di meglio. Avendo governato per una trentina d’anni nei quali l’insoddisfazione e la disaffezione italiane sono sempre cresciute, spesso in forme mascherate come l’Ulivo, i governi Monti e Draghi, salvo qualche breve interruzione dei governi Berlusconi (8 anni in tutto di governo effettivo nel cosiddetto “ventennio berlusconiano”), gli sarebbe occorsa davvero un’enorme facciatosta, maggiore di quella che già ha, per presentarsi come una forza alternativa o almeno innovativa. Alle ultime elezioni politiche, il “campo largo” di Letta, cioè l’allargamento all’estrema sinistra di Fratoianni, si è rivelato disastroso già prima che si andasse al voto, provocando la secessione di Renzi e Calenda. Adesso, la Schlein ci ha riprovato alle regionali con il “campo larghissimo”, praticamente la coalizione con i cinque stelle. Dopo una vittoria di strettissima misura in Sardegna, una nuova sconfitta in Abruzzo. Campo larghissimo, risultati modestissimi.

Il movimento cinque stelle meriterebbe quasi la trattazione di un articolo a parte. Se non è un’anomalia, è certamente una bizzarria tutta italiana. Nato come movimento di protesta indifferenziata sul web contro tutti e contro tutto, attorno al blog dell’ex comico Beppe Grillo, intenzionato, almeno a parole, “ad aprire il parlamento come una scatola di tonno”, vantando una presunta trasversalità che gli ha guadagnato momentaneamente le simpatie anche di molte persone che non erano di sinistra, si è presto caratterizzato non solo come partito di sinistra non diverso da altri della stessa branca, ma ossequioso ai poteri forti del NWO, al punto da dare un contributo determinante all’elezione di Ursula Von Der Leyen alla presidenza della Commissione europea, e rendendo impossibile la prosecuzione dell’esperienza del governo gialloverde assieme alla Lega.

Viene da rimpiangere i tempi in cui i cinque stelle accusavano quelli del PD di essere ladri e corrotti, e quelli del PD li ricambiavano accusandoli di essere dilettanti e incompetenti. Probabilmente avevano ragione entrambi.

Se il centrosinistra appare oggi confuso e disorientato, non è che il centrodestra se la passi molto meglio. Tra i due, più che una gara nell’acquisizione del consenso, sembra una gara a chi ne perde di meno nella generale crescita dell’astensionismo e della disaffezione da parte di un elettorato che ha sempre meno fiducia nella classe politica.

Sulla delusione rappresentata da una certa parte politica che alcuni di noi continuano, illudendosi, a considerare “nostra”, non vorrei spendermi troppo, visto che ne ho ampiamente trattato in un articolo recente, Cosa succede in Italia, ma non è possibile fare a meno di osservare che è una situazione esattamente simmetrica a quella della sinistra, che una parte dei ceti lavoratori, anche se in netta diminuzione, continua a percepire come “dei loro” anche nel momento in cui è diventata lo strumento per attuare feroci politiche neoliberiste.

A ciò, vorrei aggiungere una considerazione di tipo storico. Capita spesso di sentire rampogne verso personaggi del nostro passato come Almirante o Rauti, ma i loro autori commettono regolarmente l’errore di estrapolare dal contesto. Gli anni della Guerra Fredda e soprattutto gli anni posteriori al ’68, gli “anni di piombo” sono stati gli anni del grande assalto “rosso”. Allora era ovvio concentrarsi sull’anticomunismo soprattutto per una questione di sopravvivenza fisica, e questo comportava inevitabilmente appiattirsi su posizioni destro-conservatrici. Ora, il problema non è cosa pensassero e facessero allora uomini come Almirante e Rauti, ma quello che pensano e fanno oggi i dirigenti di quest’area politica che non sembrano avere minimamente preso atto del fatto che da una generazione in qua i tempi sono cambiati.

Potremmo dire, semplificando un po’ le cose che nel vecchio MSI coabitavano due anime, una “nostra”, l’altra destro-conservatrice, atlantista, filo-UE e filo-sionista. Con Fini e poi con la Meloni, quest’ultima ha completamente soffocato la prima, al punto che Fratelli d’Italia è oggi qualcosa che ci è del tutto estraneo, non meno del PD.

Di Forza Italia penso ci sia ben poco da dire, era il partito personale di Silvio Berlusconi, ed ha conosciuto un declino politico esattamente parallelo al declino fisico del suo leader. Qualche parola in più, è invece probabilmente il caso di spenderla per la Lega.

Io confesso, nonostante le mie origini meridionali, di aver avuto simpatia per la Lega per vari motivi, perché all’indomani del crollo della balena bianca democristiana, le sinistre avanzavano dappertutto tranne dove trovavano la Lega a sbarrare loro la strada, perché era l’unica forza politica che pareva essere seriamente identitaria e decisa ad opporsi alla disgrazia a lungo termine per noi rappresentata dall’immigrazione clandestina e dalla sostituzione etnica.

Da un altro punto di vista, s’intende, era molto triste il fatto che l’unica forza politica chiaramente identitaria in Italia era rappresentata da un partito con velleità secessioniste. Se si arrivasse mai a una Norimberga della democrazia, quello di aver distrutto negli Italiani ogni senso di appartenenza nazionale, non sarebbe il capo d’imputazione minore.

Bisogna però ammettere che il passaggio dalla Lega di Bossi a quella di Salvini (quest’ultima non più “Nord”) si è verificata un’altra “mutazione genetica”, essa, infatti, ha rinunciato alle velleità secessioniste, ma con esse ha perso anche quell’identità forte che la distingueva nel fluido panorama politico italiano. Per ora almeno il tentativo di espandere al sud la propria base elettorale con trovate come quella di rilanciare l’idea del ponte sullo stretto di Messina, non hanno prodotto risultati. In compenso, il declino della sua base elettorale tradizionale è stato rapidissimo, al punto da essere superata da Forza Italia, oggi partito-memoriale di Berlusconi.

In una cosa, almeno, le “mutazioni genetiche” che avvengono nella politica, somigliano a quelle del mondo naturale. In dosi massicce, sono letali.

NOTA: Nell’illustrazione, il DNA, sede delle informazioni genetiche e delle mutazioni.

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