11 Gennaio 2026
Appunti di Storia

“Non volevamo perdere”. Le memorie del Vicesegretario del PNF Alfredo Cucco. A cura di Pietro Cappellari

Tra la memorialistica pubblicata nel dopoguerra – troppo spesso autocensurata o addirittura manipolata dagli stessi protagonisti – un posto di rilievo va sicuramente affidato a quanto scritto da Alfredo Cucco, già Vicesegretario del Partito Nazionale Fascista nei drammatici giorni del 25 Luglio 1943 e, in RSI, Commissario del Comitato Nazionale per la Sicilia, organizzazione che si occupava dei profughi siciliani con sede a Roma e, poi, Sottosegretario al Ministero della Cultura Popolare. La sua testimonianza, pubblicata con l’emblematico titolo Non volevamo perdere dalle edizioni Cappelli di Bologna nel 1949, ha particolare valore perché non risente di quel “pentitismo”, di quel “moderatismo”, di quello “occultamento”, ai quali siamo abituati da parte di certi personaggi che devono far dimenticare il loro passato e la realtà dei fatti.

Il noto studioso siciliano Giuseppe Lo Iacono ha dedicato alla sua figura un pregevole saggio[1], che segue quelli di Matteo Di Figlia e di Giuseppe Tricoli[2], che fanno di Alfredo Cucco una figura centrale per comprendere il fascismo.

Come abbiamo detto, Cucco fu autore, nel 1949, di una pregevole raccolta di memorie – che si apre emblematicamente con una solenne immagine di Benito Mussolini –, sulla quale vogliamo indugiare. Il titolo è altrettanto emblematico: Non volevamo perdere. E l’autore ci spiega il perché di questa scelta:

Noi non volevamo perdere!… Credevamo con purità di cuore nella vittoria. Non pensavamo minimamente – per la nostra educazione morale attinta in famiglia e nella scuola, per l’esperienza vissuta nella Prima Guerra Mondiale – si potesse non diremo ‘agire’ ma neppure ‘pensare’ per portare il Paese alla sconfitta. Siamo andati al Nord, allo sbaraglio, perché nella nostra coscienza c’è sembrato di compiere il nostro più assoluto dovere resistendo fino in fondo, sacrificando noi stessi e le nostre famiglie, pur di opporci alla disfatta ed al disonore, pur di “salvare il salvabile”. […] In quest’ultima guerra sfortunata è accaduto che molti vili, imbelli o traditori, ammantarono di puro antifascismo la loro intrinseca viltà, il loro intimo disfattismo, il loro turpe asservimento allo straniero nemico, dando ad intendere che lavoravano alla disfatta unicamente per un alto ideale. Comodo camouflage che consentì il più corrosivo contagio ed il più subdolo dissolvimento[3].

Nato a Castelbuono (Palermo) il 26 Gennaio 1893, fondatore dell’Associazione Nazionalista palermitana, Ufficiale medico nella Grande Guerra, intraprese una fulgida carriera di oculista senza lasciare la politica, tanto che, nel 1924, lo ritroveremo eletto in Parlamento nella lista approntata dal PNF e, tra il 1925 e il 1927, Federale di Palermo. La sua stella si eclissò con la caduta di Farinacci da Segretario del Partito, quando sulla sua figura si concentrarono una serie di false e spregevoli calunnie (concorso esterno in associazione mafiosa), tipiche dell’ambiente siciliano, che fecero scattare alcuni processi conclusisi tutti con l’assoluzione, l’ultima nel 1931. Colpito fortemente dalle vicende giudiziarie ed amareggiato si ritirò a vita privata, mai venendo meno la sua fede nell’Idea.

Fu reintegrato nel PNF solo nel 1937 e, due anni dopo, tornò a Montecitorio come Consigliere Nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. A lui, improvvisamente, il nuovo Segretario Nazionale del PNF Carlo Scorza pensò dopo il “cambio della guardia” del 19 Aprile 1943 – quando subentrò alla guida del Partito ad Aldo Vidussoni –, nominandolo Vicesegretario Nazionale, carica che lo vide impotente spettatore degli eventi tragici dell’Estate 1943, dall’invasione della sua Sicilia al crollo del Regime. Fu una nomina inaspettata, comunicatagli per strada dal Federale di Palermo Salvatore Gatto:

Del resto, riflettendoci bene, capivo perché mi avevano nominato. Non certo per fare a me cosa gradita. Più che per me, per dare un riconoscimento alle sofferenze dei siciliani. Io ero stato in passato abbondantemente perseguitato, ora ero gravemente sinistrato [a causa dei bombardamenti]. Qualche anno prima avevo avuto il coraggio di scagliarmi apertamente contro l’infelice provvedimento che trasferiva lontano dalla Sicilia i funzionari siciliani, quasi fosse un marchio d’infamia essere nati in Sicilia, o un titolo di minorità. […] I siciliani erano al colmo della disperazione, si sentivano abbandonati a se stessi; il malcontento covava, quasi prorompeva. Opportunità politica contingente imponeva dar loro uno zuccherino, un linimento[4].

La nomina a Segretario di Scorza del 19 Aprile 1943 elettrizzò il PNF, ridestandolo dallo stato di “torpore” in cui era finito per via degli ultimi drammatici avvenimenti militari. A Cucco venne affidato il settore cultura del Partito, introdotto nella quaterna dei Vicesegretari come secondo: primo Alessandro Marcellino Tarabini, terzo Leonardo Gana, quarto Renato Della Valle.

Subito dopo la nomina a Vicesegretario del PNF, la Direzione nazionale del Partito si trasferì a Palazzo Wedekind a Piazza Colonna, lasciando nella precedente sede di Ponte Milvio due dei quattro Vicesegretari. Fu a Palazzo Wedekind che Cucco visse il dramma dell’Estate 1943.

«I fascisti sono al fronte e reggono il fronte»

Tra le prime missioni cui fu incaricato Cucco vi fu un’ispezione in Sicilia, una regione che soffriva il dramma della guerra in modo molto pesante. L’occasione fu l’attribuzione a Palermo del titolo di “Grande Mutilata”, cerimonia prevista per il 9 Maggio 1943, nell’anniversario della Proclamazione dell’Impero, quell’Impero di cui ormai rimaneva solo il ricordo. Giunto nella sua terra rimase sbalordito nel venir a sapere che Messina, provincia nella quale l’olio d’oliva si produceva abbondantemente, si trovava impossibilitata a distribuire tale preziosa merce per… mancanza di disponibilità! Così come fu colpito – questa volta positivamente – dall’abnegazione delle donne del Fascio Femminile e dello stesso Federale messinese Giovanni Bosco nel prestare aiuti alla popolazione colpita duramente dai bombardamenti: “Anche Bosco, che accorreva sempre sui luoghi bombardati e sulle macerie fumanti portava nel volto i segni delle veglie, delle ansie e delle fatiche sopportate. Nessuno forse gliene stato, gliene sarà grato. Ma a me piace darne qui onesto riconoscimento”[5].

Valgano queste poche righe per ricordare cosa facevano i fascisti – gerarchi e gregari – nel dramma della sconfitta che pareva giorno dopo giorno inevitabile.

Cucco, insieme al Consigliere Nazionale Giuseppe Caradonna, riprese il viaggio verso Palermo, su quelle vie costruite dal Fascismo dove prima v’era il “deserto”:

Vi erano tratti sulla litoranea Messina-Palermo (che prima della “tirannia fascista” e della “obbrobriosa schiavitù” cioè prima del 1922, era quasi intragittabile) che sembravano un sogno: la strada asfaltata pareva un piano di biliardo fiancheggiato spesso da fiori e da piante e in qualche tratto da aiuole, che ti davano impressione di avanzare su un viale privato, tra siepi multicolori[6].

Ma l’incanto durò poco, in quanto, nei pressi di Palermo, la missione si dovette fermare ad assistere un’impressionante incursione aerea sul capoluogo siciliano che lasciò tutti di stucco ed angosciati. Vale la pena leggere integralmente cosa scrisse Cucco per comprendere il dramma epocale che si stava vivendo e il senso di impotenza che travolse tutto e tutti. Se anche i fedelissimi vennero moralmente abbattuti davanti all’impari lotta, si immagini cosa scattò in chi fascista non era, nulla voleva rischiare o in chi al Regime aveva aderito ai “bei tempi”, attratto dal conformismo, dagli onori, dalle prebende. Un collasso morale che contagiò tutti e che ben spiega il dramma che l’Italia dovette affrontare in quei mesi senza fine.

Tutto ad un tratto, ci strappa a quell’incanto di sogno [del viaggio Messina-Palermo], il segnale d’allarme della… realtà. Inizia la “contraerea”: c’è un’incursione su Palermo. […]

Proviamo a contarli [i quadrimotori nemici]. Sono 42. Uno più, uno meno. Ecco: sganciano sul cuore di Palermo. Non si percepiscono bene le bombe a causa della distanza, ma si vedono nettamente le colonne di fumo e di polvere che si levano in fondo […].

È una visione impressionante. Sono innumerevoli, altissime colonne fumarie. È un immenso organo che dal piano della distruzione e della morte leva verso il cielo le sue canne innumerevoli e sembra intonare come un’invocazione disperata. Sono tante braccia che si levano dallo strazio degli uomini e delle cose, rivolte a Dio con gesto di desolazione suprema, quasi imploranti misericordia e pietà.

Scendiamo dalla macchina e, nonostante le Batterie sparino da presso, preferiamo restare allo scoperto, a dominare, nella sua orrida eccezionalità, tutto lo spettacolo, che non potrà mai più essere dimenticato. […]

L’hanno fatta. E si allontanano ora, soddisfatti. Non pensiamo nemmeno che possano lasciare cadere in quel momento una bomba ritardataria sulle nostre teste, in nostra grazia, ma ci chiudiamo a ponderare con immenso dolore le tragiche luttuose conseguenze di quella macabra passeggiata.

La “contraerea” aveva tanto sparato, ma non solo un aereo nemico era stato sfiorato. Non si erano – quei mostri – neppure scomposti. Mantenendo l’alta quota, non si curavano minimamente dei pur numerosi proiettili che dal basso facevano vertice in direzione delle Squadriglie, quasi avessero la più assoluta sicurezza di non poter essere raggiunti.

[…] Dall’altra parte non un solo aereo si era levato, né della nostra Caccia, né della Caccia tedesca. Consideravamo con avvilimento questa situazione, che ci lasciava così, ad libitum del nemico, quando io, volgendo lo sguardo in direzione tra Aspra e Bagheria, con mio grande stupore, avvisto una nuova formazione sulla stessa traiettoria e con gli stessi caratteri della prima.

Proviamo a contare. Uno di noi conta 40, uno 42. Bis in idem. Presto sono su Palermo; presto sganciano, come ad un segnale o ad un ordine simultaneo. E si levano improvvise, alte, nere, fosche, colonne di fumo, di polvere, di cenere; come prima, peggio di prima, con una ripetizione funesta della stessa manovra di massacro e di strage.

Vediamo ancora, con gli occhi umidi e il cuore in ambascia, l’organo dalle mille canne di tutte le altezze; ci par quasi di sentire l’urlo di tutto un popolo dilacerato, dilaniato, nella stessa casa, nella carne, nell’anima! Ci ripassano di nuovo sulla testa. Se ne vanno tranquilli, compassati, quasi contenti di aver compiuto una buona azione, incuranti della nostra “contraerea” che… abbaia alla luna.

[…] Sentiamo la disperazione serpeggiare nelle vene. Ci soffermiamo a considerare il bilancio dell’impresa…, quando Caradonna – ed egli, mutilato di guerra, manca della vista di un occhio! – con un grido di maledizione, mi segnala, dalla stessa provenienza, una terza formazione…

È spaventevole questa reiterazione d’attacco sulla città indifesa! Caradonna mi mette una mano sulla spalla, appoggia la sua testa accanto alla mia, allinea il suo unico occhio accanto ai miei: «Così sono tre – dice – ed abbiamo un campo visivo più largo».

Contiamo: siamo sempre lì. Quarantuno. […]

Si ripete con tutti i particolari la crociera infame.

Povera città! Non si sono ancora spente ed abbassate le colonne di prima, numerosissime, e cento ancora se ne sollevano, in alto, come in un gesto di orrore! Siamo allibiti. I quaranta uccellacci sorvolano su noi e si allontanano […].

Pensiamo che sia finita la celebrazione della “Grande Mutilata” dopo la triplice esibizione; ma i tre occhi pronti e quelli felini di Gatto [il Federale di Palermo], scoprono in fondo, come proveniente da Solunto o da Bagheria, ancora una formazione.

Sono altrettanti. Da quaranta a quarantatré. Ormai li apprezziamo in blocco. È terribile quello che accade stamane. Palermo non potrà mai dimenticare questa data del 9 Maggio.

È la data dell’Impero. Ciò spiega forse l’accanimento del nemico!

Pensiamo anche, per un momento, che abbia voluto dare una risposta alla nostra celebrazione, una risposta in carattere. Poi siamo propensi ad escluderlo, perché sarebbe un vero obbrobrio. Ad ogni modo vedremo se Catania e Cagliari, dove si svolgono oggi cerimonie analoghe, saranno bombardate [Cagliari sarà colpita nuovamente solo il 13 Maggio seguente; Catania era già stata devastata in precedenza]. La scena, intanto, si svolge con ostinata identica manovra. Il nostro cuore è, ancora una volta, trafitto.

[…] Una nuova formazione spunta all’orizzonte!

Oh, non voglio descrivere più oltre le ondate che si susseguirono. Mi si rinnova l’angoscia e lo spasimo. […] Basterà dire che, per dodici volte contammo le formazioni e gli sparvieri che le componevano. Un totale di oltre cinquecento apparecchi; quasi tutti quadrimotori americani. Durò circa un’ora l’apocalittica cavalcata che “passò a setaccio” – come fu detto – la mia povera città.

Non è il caso di parlare di “obiettivi militari”. Forse furono i soli ad essere risparmiati[7].

Quel 9 Maggio 1943 in tutta Palermo si contarono quasi 400 vittime innocenti.

Cucco, giunto in città, poté apprezzare lo sforzo corale di tutti i fascisti nel soccorso alla popolazione martoriata. Primo fra tutti il Prefetto Contrammiraglio Adalberto Mariano, mutilato ad una gamba per la spedizione al Polo con Nobile, che si sottopose “a strapazzi e rischi inauditi, superiori alle sue possibilità”[8]. Nonostante ciò, era inviso alla popolazione a causa di maldicenze e alle solite esagerazioni che si erano diffuse in città per il suo frequentare il Circolo Savoia, considerato ritrovo della “grassa borghesia”. Ma, in realtà, faceva il possibile e l’impossibile per soccorrere i disgraziati colpiti dalla sciagura, senza nulla concedere a vizi.

Se il Prefetto era accusato di essere un “borghese”, diversa era la considerazione popolare per il Federale Salvatore Gatto, anche lui sempre pronto ad intervenire in soccorso dei colpiti, ancor prima che finisse l’allarme aereo e, addirittura, quando ancora cadevano le bombe. Ma l’opera dei fascisti tutti era encomiabile:

Sopravvenivano [sui luoghi colpiti, dopo il Prefetto e il Federale] la Fiduciaria dei Fasci Femminili, la Contessina Carolina Monroi, uno dei petti femminili più decorati al valore, da lunghi anni animatrice in pace ed in guerra della Croce Rossa Italiana, con varie collaboratrici, così allenate e così coraggiose da costituire vera ammirazione, per i primi soccorsi e per avviare l’opera di assistenza.

Poi arrivavano, man mano le altre Autorità, tra cui i dirigenti maschili e femminili dei Gruppi Rionali [del PNF], e affluivano Militi dell’UNPA, Carabinieri, Metropolitani, soldati sia italiani che tedeschi. Più di una volta si videro i Tedeschi, con i loro automezzi e con la loro prontezza, organizzare il recupero e lo sgombero dei feriti, tra il plauso dei presenti[9].

Se il Prefetto “borghese” era inviso, come abbiamo detto il Federale Salvatore Gatto era amato ed ammirato:

Egli, anzitutto, era di origine siciliana. Capiva quindi l’ambiente e si faceva capire; conosceva usi e costumi. Poi, Gatto, era un fascista sano. […] Nato alla politica col Fascismo, era cresciuto nel fascismo, era stato a Roma animatore del movimento universitario, era stato Volontario di Guerra e decorato; non si era arricchito, neppure lecitamente; era diritto, sagace, intelligente, costruttivo. Forse era “sciupato” a Palermo.

In realtà, il suo ambiente era a Roma, dove era ben conosciuto ed apprezzato. Ma, a Vidussoni [Segretario del PNF], avevano detto che era bene tenerlo lontano dalla Capitale, relegarlo in Sicilia. Si faceva l’accusa a Gatto, di essere staraciano. Ma io, che allora detestavo Starace, non sentivo affatto di detestare Gatto[10].

Nonostante il dramma e l’abbattimento generale, i fascisti ancora erano in prima linea e non cedevano:

Visitando quella sede di Gruppo – credo “Oberdan” – mi colpì la visione della Fiduciaria, una giovane alta e severa, vestita a nero, che si prodigava con una fissità impressionante nello sguardo e rivelando nel volto le stimmate profonde di sofferenze recenti, come di veglie e di dolori non comuni. Non mi sfuggì che i bordi palpebrali dei suoi occhi erano fortemente arrossati[11].

Nel bombardamento, la Fiduciaria dei Fasci Femminili aveva perso il padre e, nonostante tutto, alle 23:00 aveva “preso servizio”. Erano le 14:00 e ancora lavorava per il popolo disgraziato, da tutti ammirata:

Profondamente colpito non potei contenermi dall’esprimere a quella donna singolare la più viva ammirazione per così grande prova di abnegazione. Tutti i presenti, a coro, specie i popolani, sciolsero le più calde lodi per lei e per l’opera veramente eroica assolta con tenace passione, con così piena dedizione al dovere[12].

L’“inviso” Prefetto Adalberto Mariano fu poi destinato al Comando Generale dei MAS a La Spezia in qualità di Primo Aiutante di Campo di Aimone Savoia Aosta e fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo per l’opera a sostegno della popolazione colpita dal terrorismo angloamericano. La sua fedeltà monarchica non venne mai meno, soprattutto dopo l’8 Settembre. Nel dopoguerra fu processato in quanto Prefetto “fascista”, ma assolto da ogni addebito. Fu collocato a riposo all’età di 49 anni e si distinse per la sua attività politica come Presidente dell’Unione Monarchica Italiana (1958-1959).

Salvatore Gatto, diciannovista, già Vicesegretario Nazionale dei GUF, Vicepresidente della Scuola di Mistica Fascista “Sandro Italico Mussolini” di Milano, Avvocato, giornalista, scrittore, Federale di Terni (1937), Volontario nella Cruzada spagnola nel 4° Rgt. CC.NN. decorato di Medaglia di Bronzo al VM, Ispettore Nazionale del PNF, Consigliere Nazionale, Vicesegretario Nazionale del PNF (Ottobre-Dicembre 1941), Vicepresidente dell’Istituto di Cultura Fascista (1942-1943), ultimo Federale di Palermo, non venne meno mai alla sua fede che rinnovò, nel dopoguerra, con la militanza nel MSI.

Di Carolina Monroi – già Crocerossina decorata ad Addis Abeba dal Gen. Rodolfo Graziani di Croce di Guerra (12 Ottobre 1937-XV) –, e di tutti gli altri fascisti che in quei mesi di tragedia si distinsero nell’aiuto alla popolazione, nessuno si ricordò più, inghiottiti nella fossa comune della memoria d’Italia dagli eventi che seguirono il 25 Luglio 1943.

 

L’invasione della Sicilia

 

Il bombardamento del 9 Maggio 1943 fu il colpo di grazia sull’anima dei palermitani, anche i più fedeli alla Patria. La guerra ai civili degli Alleati aveva trionfato:

Oltre le immani e funeste conseguenze materiali, questo bombardamento del 9 Maggio, ebbe un assai grave contraccolpo psicologico sull’animo di tutti i siciliani: le popolazioni dell’isola ebbero la sensazione precisa che la Sicilia era a discrezione del nemico, lasciata a sé, senza difesa, senza possibilità alcuna, data la inefficienza della “contraerea” e l’assenza totale della Caccia, sia di contrattacco che di protezione. E lo scoramento invadeva tutti gli spiriti: i presagi si facevano ancora più oscuri.

La sera del 9 Maggio, poco prima di mezzanotte, non contenti di quanto avevano operato a luce diana, gli aerei nemici si compiacquero di ritornare – erano aerei inglesi, stavolta – quasi a sfogare la voluttà sadica di una danza sui cadaveri. Lanciarono poche bombe a casaccio e si allontanarono inseguiti dalle maledizioni di tutto un popolo[13].

L’inizio della fine per Cucco è da individuare nell’invasione della Sicilia del 10 Luglio 1943. Un’invasione che per l’allora Vicesegretario Nazionale del PNF fu voluta dagli antifascisti prima che dagli stessi Comandi angloamericani. Antifascisti su cui ricadeva la responsabilità di tutte le tragedie, i drammi e le barbarie successivi:

La recente pubblicazione del Generale Eisenhower ci apprende senza equivoci che il piano degli Alleati, già preparato fino al dettaglio e pronto per l’esecuzione, era per lo sbarco in Balcania, e la determinazione del Comando dello Stato Maggiore angloamericano di sbarcare invece in Sicilia fu esclusivamente dovuta ad inviti e ad adescamenti provenienti dall’Italia![14]

Davanti alla situazione drammatica in Sicilia, il Duce convocò Cucco, gli disse delle deficienze del Regio Esercito sull’isola giuntegli solo ora dal Gen. Guzzoni e concluse: «La verità è questa: quando si farà la storia di questo grave periodo risulterà che io da tanto tempo ho cercato invano – senza riuscire a trovarlo – un Generale che avesse voglia di fare la guerra!»[15].

Il Vicesegretario Alessandro Tarabini, inviato d’urgenza in Sicilia dopo lo sbarco del 10 Luglio 1943, evento che aveva destato “enorme ripercussione morale” in tutto il Paese, tornato, denunciò “il disordine, l’impreparazione, il sabotaggio, il caos. Tornò sfiduciato. È noto l’episodio dell’orologio d’oro affidatogli dal Comandante d’Armata perché lo portasse alla famiglia: «Perché, almeno, si salvi questo»”[16]. Si trattava di quei Generali a cui era stata affidata la difesa della Sicilia, che avevano la responsabilità della difesa dell’isola, che avevano spavaldamente assicurato dell’impossibilità di una riuscita di uno sbarco e che, poche ore dopo l’inizio delle operazioni anfibie, ordinarono la ritirata generale su tutto il fronte, se non la consegna al nemico!

Se pure si verificarono atti di puro eroismo e coraggio – pagine poi strappate dai libri di storia – l’invasione della Sicilia è oggi dipinta solo come una resa generale delle truppe italiane. La realtà, ovviamente, non è questa. Certamente, episodi vergognosi si verificarono su vasta scala. Cucco ricorda le “disavventure” del Gruppo G del XVI Corpo d’Armata schierato sull’isola, reparto mobile di ottima qualità, sul quale si poteva fare assoluto affidamento se fosse stato almeno armato ed equipaggiato decentemente. L’Ufficiale della Milizia posto al suo comando – “al quale si cercò di rendere la vita impossibile” – fece tutto quanto era in suo potere per rendere il reparto operativo, fino a che non fu sostituito da un Ufficiale del Regio Esercito “gradito alla consorteria dei Generaloni”. Fu proprio questo Ufficiale che “consegnò [agli Alleati] tutto il Gruppo, come era nei piani del Generale Gotti Portinari della Divisione ‘Napoli’ che attese gli invasori alla propria mensa”[17].

Gli antifascisti hanno poi lasciato alla memoria le scene della popolazione lacera e sporca che agitava candidi fazzoletti bianchi – bianchissimi! – all’entrata dei “liberatori” nelle città e nei paesi della Sicilia. Forse solo semplice propaganda antinazionale al di fuori della realtà dei fatti:

La popolazione siciliana assisteva sbigottita a quel che accadeva [con i reparti del Regio Esercito che si squagliavano come neve al sole]. Tuttavia, quali fossero il suo animo e il suo atteggiamento, lo si vide alle prime battute del dramma, allorché, cioè, il popolo si prestò all’eliminazione dei Paracadutisti nemici.

Poi, di fronte all’inerzia delle unità di combattimento, i civili dovettero convincersi che non c’era nulla da fare; la loro terra sarebbe stata consegnata allo straniero.

In varie provincie, specie nella zona occidentale dell’isola, la crisi dei Comandi si era pronunciata con tali caratteri che pochi giorni dopo dell’inizio delle operazioni, i reparti deputati alla difesa si autosciolsero. Non fu una ritirata, fu un dissolvimento generale per mancanza di comando.

[…] Il Generale Guzzoni e il suo Stato Maggiore vagavano, intanto, senza meta e senza più contatti con le truppe operanti[18].

[…] L’accoglienza dei siciliani agli invasori fu dapprima ostilmente combattiva; poi, quando si vide che i nostri Comandi militari spianavano l’isola al nemico, fu quasi ovunque fredda e riservata.

Londra, che non ha mai temuto di contraddirsi, si lasciava scappare certe confessioni che, per la fonte stessa da cui promanavano, non potrebbero soffrire dubbi: in Sicilia ci volle del bello e del buono per ridurre la “diffidenza” del popolo, né si riuscì mai ad ottenere che quest’ultimo si accendesse di tanto entusiasmo per la causa della libertà, da convincerlo a collaborare coi sopraggiunti padroni.

I campi di concentramento, le deportazioni, il carcere, i Tribunali militari dovettero funzionare fino in fondo, intanto che l’Intelligent Service alimentava il diversivo del separatismo.

E le fotografie? Chiedetelo ai vecchi volponi che hanno improntato la propaganda angloamericana a suprema astuzia e – occorre dire – a spiccata intelligenza comunicativa, come si fa a truccare un documento fotografico di tal fatta, mettendo fuori di prigione i delinquenti comuni, sempre felici di battere le mani ai loro (ecco, sì) liberatori.

[A Palermo] le avanguardie furono accolte soprattutto dalla curiosità popolare. Il nemico fu indotto – a scanso di sorprese – a piazzare le mitragliatrici agli ingressi della città prima di osare di addentrarvisi.

[…] Indubbiamente un grosso centro come Palermo vi era una aliquota di… plaudenti alla sconfitta della Patria e di speculatori che pescavano nel torbido della nuova situazione.

Altri testimoni insistono nell’affermare che il sentimento di molti siciliani, in quelle drammatiche circostanze, esprimeva l’angoscia e il rancore di essere stati abbandonati a una tale sorte[19].

E qui valga la testimonianza lucida e di onore di Paolo Borsellino: «Al momento dello sbarco degli Alleati in Sicilia mia madre ci vietò di accettare qualsiasi dono dagli Americani. “La Patria è sconfitta, i sacrifici sono stati inutili, non c’è da essere felici”. Piansi».

[…] Non mancarono nell’immediata vigilia del dramma, indicazioni episodiche dello stato d’animo popolare nei confronti dell’avversario.

Si è già visto come fosse agevole a quest’ultimo compiere piccoli sbarchi di elementi arditi, per compiere colpi di mano. È facile immaginare che spesso codesti elementi finivano per farsi sorprendere dai contadini intenti alla loro fatica. Ebbene, il comportamento di questi ultimi, fu sempre di una irreprensibile linearità. Essi non ebbero mai esitazione di armarsi di doppietta per catturare il nemico e farne consegna ai Carabinieri. Di questi casi se ne contarono parecchi, taluno dei quali illuminato da eroici bagliori[20].

Cucco ricordò il caso di quel contadino della provincia di Siracusa che, catturato un Sottufficiale statunitense, si vide da questi offrire un cronografo di prezioso metallo in cambio della libertà:

L’umile siciliano comprese subito, al di là delle parole, che si voleva considerarlo capace di tradire il proprio Paese, il proprio sangue, i propri fratelli combattenti per qualcosa che se valeva di più dei trenta denari di Giuda, era appunto per ciò più spregevole e dannato. Alzò la zappa ed abbatté l’Americano. Qualcuno disse: non un delitto; un atto di buona guerra[21].

Le popolazioni siciliane, per le condizioni psico-fisiche in cui erano ridotte, per lo stato di abbandono e di privazione in cui erano venute a trovarsi, avevano pieno diritto di accogliere l’arrivo degli Angloamericani come la fine delle loro terribili sofferenze, come una “liberazione” con la “l” minuscola e in senso tutto particolare. Tuttavia, tranne comprensibili manifestazioni deteriore, la quasi totalità della popolazione ha tenuto un contegno riservato, ha dimostrato una interiore forza morale. Popolo di antica civiltà, non si è scomposto davanti agli occupanti; si è chiuso in se stesso, guardando, meditando, diffidando […] con indifferenza, con intelligenza[22].

A noi preme oggi stabilire che le popolazioni siciliane – pur logorate e stremate, come nessun’altra popolazione – si comportarono in fatto di patriottismo, come si comportarono altre regioni. In vari posti i civili presero le armi accanto ai militari. Mirabile, fra tutti, l’esempio della popolazione di Santa Croce Camerina [Ragusa] che imbracciò i fucili per ricacciare gli invasori[23].

Nel pomeriggio del 22 Luglio [1943], data della occupazione di Palermo, in Via Ruggero Settimo, dai pressi della Pasticceria del Massimo, mentre le truppe americane facevano il loro ingresso in città, un soldato tedesco fedele alla consegna, lanciò una bomba a mano, che non esplose, contro la sfilata. Fu subito colpito a morte dalla mitraglia nemica e il cadavere, per ordine superiore, fu lasciato sul posto.

L’indomani, alle luci dell’alba, il corpo esamine di quel soldato immolatosi al dovere, fu trovato coperto di fiori[24].

Lo squagliamento di interi reparti, come abbiamo detto, non deve far dimenticare tutti gli altri che si sacrificarono per respingere l’invasione: “Rimase al suo posto il Comandante della VII Leg. Milmart e della DICAT con al completo i SS.Ufficiali del Comando (Console De Pasquale Sig. Mario) che con serena e piena cognizione del momento ripeteva: «Noi restiamo al nostro posto e avremo l’onore di essere gli ultimi…»”[25].

Il Segretario del PNF Scorza, su tutte le furie e piuttosto preoccupato per quanto stava accadendo in Sicilia, il 14-15 Luglio 1943 convocò immediatamente a rapporto i tre Sottosegretari delle Regie Forze Armate: Sorice (alla Guerra); Riccardi (alla Marina); Fougier (all’Aeronautica). Fu perentorio: pretese da tutti il massimo impegno per combattere il disfattismo e il sabotaggio e, soprattutto, per rafforzare la resistenza spirituale e materiale delle Forze Armate dal cui successo dipendeva la saldezza del fronte interno. Se fosse caduto questo, sarebbe crollato il Paese!

Fu un atto senza precedenti e, infatti, quando Sorice andò a relazionare al Capo di Stato Maggiore Generale Ambrosio quanto avvenuto, questi corse subito dal Duce denunciando lo “scandalo”: il Partito si era immischiato in questioni di esclusiva pertinenza militare!

Nel gioco dei “pesi e contrappesi” su cui era fondato il Regime fascista era del tutto naturale. Le Forze Armate erano rimaste nelle mani della “casta militare”, che aveva sì sostenuto il fascismo, ma non si era certamente fatta condizionare, continuando a “gestire” le cose militari come sempre, con i drammatici risultati che ora erano sotto gli occhi di tutti. E la colpa adesso doveva ricadere… su Mussolini.

Il Duce cercò di calmare le acque, assicurò Ambrosio e richiamò all’ordine il povero Scorza, che subì nuovamente un fermo alle sue iniziative per la resistenza della Patria. Nonostante lo scoramento, il Segretario del Partito tentò ancora di giuocare un ruolo: convocò immediatamente l’Ambasciatore del Reich in Direzione nazionale – che era l’unico tra gli Ambasciatori che ancora non lo aveva “salutato” dal giorno di presa dell’incarico –, comunicandogli perentorio la drammaticità della situazione in Sicilia e la necessità che la Germania inviasse urgentemente gli aiuti promessi. Infine, corse dal Duce con un progetto-chiave di grande respiro, che permettesse una migliore gestione della drammatica emergenza in atto: Mussolini avrebbe dovuto cedere dei Ministeri (Guerra, Marina, Aeronautica, Esteri, Interno) la cui gestione lo “soffocava” e lo isolava dal resto del PNF e, soprattutto, chiese la nomina di un nuovo Capo di Stato Maggiore Generale, silurando l’infido Ambrosio (che, infatti, già tramava la defenestrazione del Duce).

Mussolini si espresse favorevolmente sulla proposta, ma non credette alle voci di un prossimo colpo di Stato o alle trame contro la sua persona che da più parti si denunciavano: neanche la relazione in tal senso del Federale di Parma – che raccontò di una riunione di Generali a Salsomaggiore, durante la quale si sarebbe programmato un colpo di Stato per il 25 Luglio e la nomina a Capo del Governo di Badoglio – venne creduta. «Romanzi gialli», ingenuamente sentenziò Mussolini[26]

 

Gli intransigenti chiedono la convocazione del Gran Consiglio

 

Scorza, sebbene con le mani legate dallo stesso Duce, continuò per la sua strada, cercando di far di tutto per salvare la Patria e il Regime. E su questo si trovò sulla stessa linea degli intransigenti che volevano lumi da Mussolini, sempre più isolato e chiuso in se stesso. Da qui nacque l’iniziativa di recarsi tutti al suo cospetto, chiedendo la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo, la cui ultima riunione risaliva addirittura al 1939, data dopo la quale praticamente era stato “congelato”.

Il Duce accettò la proposta degli intransigenti di un chiarimento interno, anche se la sua stoccata di esordio – «Mi meraviglio come vi siate presentati qui… così malvestiti» – annullò di schianto la bellicosità dei convenuti e solo Farinacci pronunciò un chiaro discorso sulla necessità di deresponsabilizzare Mussolini e responsabilizzare tutti i gerarchi fascisti.

Il progetto era chiarissimo: il Duce non poteva essere più l’“uomo solo al comando” di cui tutti ignoravano le intenzioni. Tutti dovevano essere fatti partecipi delle decisioni, tutti avrebbero dovuto partecipare con le loro idee e tutte le loro forze al superamento della crisi; gli organi della Rivoluzione fascista – “congelati” da Mussolini – dovevano funzionare a pieno regime.

Il Duce ascoltò e convocò il Gran Consiglio del Fascismo per le 17:00 del 24 Luglio successivo e, pur conoscendo il subdolo ordine del giorno Grandi, nulla fece e nulla preparò per fronteggiare il denunciato colpo di Stato – che, secondo lui, non esisteva affatto –, limitandosi ad osservare l’evolversi della situazione e, soprattutto, ad utilizzare a suo vantaggio questa situazione.

La cosa più probabile è che pensasse di sfruttare appieno le sconfitte militari in Sicilia e la prossima sfiducia – senza alcun valore giuridico, sia chiaro – del Gran Consiglio per giocare di forza con Hitler, mostrandogli chiaramente la situazione in atto e chiedendo lo sganciamento dell’Italia dal conflitto, magari utilizzando personaggi sicuri di sé come il Gen. Graziani e, addirittura, lo stesso Grandi, che da ex Ambasciatore in Gran Bretagna poteva vantare solidi agganci con gli Inglesi.

Il quadro sopra descritto – logico e coerente con l’uomo-politico – si fondava su una premessa fondamentale che si dimostrò del tutto falsa: la convinzione della fiducia del Re in questa operazione. In realtà, Mussolini, scatenando la “crisi pilotata”, diede il via libera a due colpi di Stato che erano in preparazione ed avevano un unico comun denominatore: il suo siluramento. Grandi e Bottai che volevano subentrargli; la “casta militare” che voleva porre fine al Regime.

I venticinqueluglisti in camicia nera, quindi, sfruttando la convocazione del Gran Consiglio chiesta dagli intransigenti, “prepararono il terreno” per la defenestrazione, per poi essere gabbati al momento di riscuotere la “posta”, anche loro, dal Re, che li liquidò dando via libera al colpo di Stato badogliano.

Mussolini giocò con il fuoco e si bruciò. I fascisti intransigenti rimasero senza ordini (che non vi erano) ed in balia degli eventi. I venticinqueluglisti, per la loro ambizione e scarsa visione politica, gettarono nel baratro Regime e Nazione. La “casta militare” aprì le porte al nemico invasore “che calpestava il sacro suolo della Patria”. Il resto è storia.

 

Il 25 Luglio nei ricordi di Cucco

 

Cucco ricorda come, il 23 Luglio 1943, il Segretario Scorza convocò tutti i Vicesegretari del PNF, mettendoli in guardia dalla manovra di Grandi che voleva arrivare alla sostituzione del Duce, cosa che lo vedeva contrariato: davanti ad eventi di questa gravità, tutti dovevano assumersi la loro “precisa responsabilità”. Lui, intanto, avrebbe presentato un proprio ordine del giorno, in opposizione a quello di Grandi, in cui ribadiva il suo progetto per salvare la Nazione: che tutti gli organi costituzionali del Regime potessero tornare a “piena funzionalità”.

Tutti attesero, quindi, gli eventi.

Scorza, dopo il Gran Consiglio, tornò in sede alle 3:45 del 25 Luglio, insieme al Ministro alla Cultura Popolare Gaetano Polverelli visibilmente abbattuto per le accuse lanciategli da Farinacci. Informò brevemente sul risultato della riunione, spiegando ai presenti che, insieme al Duce, si era convenuto che il voto avesse solo funzioni consultive, senza nessuna conseguenza pratica. Per rafforzare questa sentenza consultò anche dei volumi giuridici sulle funzioni del Gran Consiglio.

Tuttavia, Scorza era rimasto amareggiato per quanto era avvenuto e, ancora una volta, per lo strano atteggiamento assunto da Mussolini. Quando, dopo uno scontro con Bottai accusato di essere stato “revisionista” nel 1924 ed ora nuovamente “critico”, Grandi gli aveva detto di non aver diritto di parlare a nome del Partito, egli si era rivolto al Duce chiedendo se avesse ancora la sua fiducia, se fosse ancora il Segretario e di poter, quindi, parlare a nome del PNF. Mussolini non gli aveva nemmeno risposto, lasciandolo esterrefatto. Poi, dopo la riunione, come se nulla fosse avvenuto, contraddicendo la consuetudine, il Duce aveva accettato di farsi accompagnare fuori dall’aula dallo stesso Scorza, al quale aveva fatto i complimenti per come si era battuto durante la drammatica riunione. Il Segretario non poté far altro di sottolineare che, in realtà, si era sentito abbandonato. Mussolini rispose ancora evasivamente, dicendo di aspettare l’incontro col Re, dopo il quale si sarebbe chiarita la situazione.

Le uniche disposizioni che ricevette furono, quindi, quella di attendere e, nel pomeriggio, di accompagnare al suo cospetto il Maresciallo Rodolfo Graziani per importanti comunicazioni.

Prima di recarsi all’udienza col Re, Mussolini volle visitare i luoghi del terribile bombardamento angloamericano del 19 Luglio 1943. Era un problema di non poco conto. Il Re, in un’analoga visita, era stato accolto poco favorevolmente. La Regina, “se non con ostilità, con freddezza”:

Era un azzardo, quel giorno, recavisi il Duce. San Lorenzo, per altro, era sempre il quartiere rosso. Ma, appena arrivato sul posto – non c’era neppure servizio di polizia preordinato – molti popolani gli si fecero intorno e presto fu una folla, prima riverente, poi acclamante.

Il Duce visitò la zona più colpita e quindi personalmente distribuì soccorsi ad un gran numero di poveri e di sinistrati.

Aveva appena esaurita la sua scorta, che si presentarono a lui due vecchiette. Il Duce le accoglie con grande affabilità. Spiega loro che proprio in quel momento aveva esaurito la somma portata per distribuirla ai bisognosi. Fa prendere le generalità e l’indirizzo delle due poverette e le assicura che l’indomani avrebbero ricevuto il suo aiuto.

L’indomani le due vecchiette aspettarono in vano[27].

Infatti, dopo la visita al quartiere San Lorenzo, Mussolini si recò al cospetto del Re che lo fece arrestare, liquidandolo con la stessa disinvoltura con cui si licenzia una cameriera non più gradita.

Il Duce, prima di andare dal Savoia, chiamò Scorza, rinnovando l’ordine di accompagnare il Maresciallo Rodolfo Graziani dopo l’udienza, a Palazzo Venezia o a Villa Torlonia. Se non fosse riuscito a trovarlo, avrebbe precettato il Gen. Magno Vittorio Bocca, che era stato Segretario di Graziani in Libia, nel 1940. Mussolini aveva deciso di investire dell’incarico di nuovo Capo di Stato Maggiore Generale proprio Graziani.

Scorza attese, quindi, la chiamata del Duce. Tutti i maggiori gerarchi vennero convocati in Direzione nazionale per affrontare i prossimi eventi, ma le ore passavano e uno strano silenzio si impossessò delle sale.

Il Segretario del PNF, a questo punto, preoccupato ed agitato, cercò di contattare Palazzo Venezia ma, con sua enorme sorpresa, scoprì che le comunicazioni telefoniche erano interrotte. I timori si estesero a tutti i convenuti – erano da poco passate le 19:00 –, prese berretto e bandoliera e si precipitò fuori. Cucco chiese di accompagnarlo, ma ricevette un rifiuto. Stava arrivando Farinacci e anche il Federale di Roma Alessandro Ratti, al quale era stato dato l’ordine di mobilitare tutti i fascisti. Alle insistenze, Scorza si convinse di farsi seguire a distanza da un’altra auto, col suo personale Segretario Della Bella e il Vicesegretario Nazionale Della Valle. Tarabini e Cucco sarebbero rimasti in sede (l’altro Vicesegretario nazionale del PNF, Gana, era in Abbruzzo dalla famiglia) in attesa di ordini.

Quando Ratti giunse a Piazza Colonna la tragedia si trasformò in farsa. Messo a conoscenza dell’ordine di Scorza, il Federale di Roma – cadendo giustamente dalle nuvole – rispose che, in quelle condizioni, essendo per giunta Domenica e non essendo stato preparato nulla, non poteva che radunare una ventina di fascisti! Di quale mobilitazione si stava parlando?

Giunto Farinacci “pieno di brio”, fu scosso dalle notizie che gli riferì immediatamente Cucco, sulla interruzione delle comunicazioni e sulle preoccupazioni di Scorza che frettolosamente aveva abbandonato il palazzo in cerca di notizie.

Nel frattempo, delle auto si radunavano presso l’abitazione di Grandi, prospicente Piazza Colonna, e si individuarono, tra le altre, quelle di Ciano e di Bottai. Farinacci comprese subito la situazione, accusandoli di complottare, e che qualcosa di grave stava avvenendo o era già avvenuto.

Cucco cercò notizie più sicure e volle recarsi dal Sottosegretario al Ministero degli Esteri Giuseppe Bastianini, a Palazzo Chigi. Erano da poco passate le 20:30 del 25 Luglio quando incontrò Della Bella, il Segretario personale di Scorza, che, affranto e sconvolto, gli comunicò del fermo di Mussolini e del suo trasferimento forzato a Rocca delle Caminate (in realtà era stato ristretto nella Caserma “Pastrengo” dei Carabinieri Reali). Anche Scorza aveva rischiato l’arresto, dal quale si era sottratto fuggendo e dandogli ordini di avvertire Farinacci, Tarabini e lo stesso Cucco di quanto accaduto: «Pare che arrestino tutti i gerarchi…»[28].

A questo punto Cucco pensò di mettere in salvo il labaro del PNF conservato nella sala del Segretario Nazionale, dando ordini in tal senso a Luigi Molino, membro del Direttorio, che assicurò e… non fece nulla!

Nel frattempo, si seppe che il Generale Enzo Emilio Galbiati, Capo di Stato Maggiore della Milizia, lo aveva cercato telefonicamente. Tentò più volte di prendere la linea per sapere cosa volesse, ma tutto fu vano. E, proprio in questo frangente, si verificò un atto inqualificabile: il famoso telegramma di Tarabini.

Era giunta una chiamata da parte del Gen. Vittorio Ambrosio, Capo di Stato Maggiore, che chiedeva del Segretario del PNF. Aveva risposto in sua vece il Vicesegretario Alessandro Tarabini. Presenti alla telefonata: il Console Togni, Felice Fulchignoni, Giandolini, Vezzalini ed altri gerarchi. Tutti ascoltarono le assicurazioni verbali di Tarabini al Generale che, nel frattempo, prendeva appunti. Terminata la telefonata, il Vicesegretario si rivolse ai presenti dicendo che si doveva mandare a tutti i Federali un telegramma e che fosse il caso di firmarlo a nome di Scorza (all’oscuro di tutto). Fu infine chiamato un Maresciallo della Milizia Postelegrafonica e lo si incaricò di recarsi al telegrafo di San Silvestro per l’invio d’urgenza: il telegramma ordinava a tutti i Federali di accogliere la nomina di Badoglio a nuovo Capo del Governo. In pochi minuti si era annichilito tutto il Partito.

Alle 21:00 di quel 25 Luglio si sparse la voce che Piazza Colonna era stata occupata da una Compagnia di Bersaglieri e, alle 22.45, la radio diffondeva la drammatica notizia delle “dimissioni” di Mussolini, della nomina di Badoglio e, soprattutto, che la “guerra continuava”. Davanti a tutto ciò, i fascisti – che erano al fronte e reggevano il fronte – rimasero interdetti, in preda alla confusione e – senza ordini, se non quelli di accettare il fatto compiuto – all’impotenza. Se non vi fu reazione lo si dovette anche al profondo patriottismo che animò i fascisti in quelle traumatiche ore:

In questa occasione – io penso – il fascismo italiano si è trovato al banco di prova del suo patriottismo.

Substrato di ogni coscienza fascista avrebbe dovuto essere l’attaccamento più profondo e più religioso alla Patria; ogni fascista per bene, quindi, pur sorpreso e dolorante per l’inattesa dimissione del Duce, per l’ancora meno attesa assunzione di Badoglio, si sentì legato al dovere verso la Patria in guerra, specie in quel grave momento, che era di vita o di morte.

Così gli organizzatori del colpo di Stato ingannarono callidamente il fascismo ed il popolo.

[…] Né si dimentichi che Mussolini – non si sa se per eccessivo intenzionale candore o per partito preso – si era opposto alle misure di precauzione che il Partito voleva prendere ed era nelle condizioni di poter prendere[29].

Così era avvenuto, ad esempio, per la Guardia ai Labari che, nelle intenzioni di Scorza, doveva essere il fondamentale nucleo di resistenza estrema da costituire presso ogni Federazione, ma che Mussolini depotenziò e annichilì, attribuendole solo un carattere ideale. Saputa della cosa, “Scorza ritornò al Partito con le ali cadute![30].

 

Il Convegno del Lago d’Iseo

 

Dopo l’8 Settembre Cucco aderì alla RSI, dapprima come Commissario del Comitato Nazionale per la Sicilia (nei primi mesi del 1944 assorbito nell’Ente Nazionale per l’Assistenza ai Profughi delle Terre Invase) e, poi, come Sottosegretario al Ministero della Cultura Popolare.

Nelle sue memorie Cucco ci parla anche del famoso Convegno del Lago d’Iseo del quale ci siamo occupati più volte[31]. Il Sottosegretario affermò che, il 14 Giugno 1944, quindi dopo 10 giorni dalla caduta di Roma, Mussolini si incontrò con due emissari angloamericani in una villa sulle rive del lago. I due alloggiavano presso Maderno ed erano considerati ufficialmente come prigionieri di alto rango.

Nell’incontro il Duce fu accompagnato dal Col. Vito Casalinuovo, suo Aiutante di Campo, e da un alto Magistrato “che aveva il compito specifico di curare la impostazione giuridica dei negoziati”[32].

I colloqui durarono più giorni. L’iniziativa era stata determinata dall’Ambasciatore britannico negli USA Edward Wood Halifax, “che aveva valutato ed accolto alcune proposte avanzategli da elementi italiani residenti negli Stati Uniti”[33]. Halifax, in accordo con l’Ambasciatore inglese in Spagna Samuel Hoare, aveva proposto a Churchill di trattare un armistizio con la RSI. Nonostante l’opposizione al progetto del Ministro degli Esteri della Gran Bretagna Anthony Eden, Churchill aveva dato il via libera ai colloqui. Le basi sulle quali si trattò – secondo Cucco – erano quelle dell’accettazione da parte del Duce della sconfitta e della conseguenza pena da espiare, con la perdita del potere e il suo esilio. Il Re avrebbe dovuto abdicare in favore del nipote. Sarebbe stato istituito un “interregno” durante il quale la RSI sarebbe stata rappresentata dal Senatore Vittorio Rolandi Ricci,

il quale avrebbe fatto parte del Consiglio della Corona, contribuendo in questa guisa alla riunificazione della Patria, dolorosamente spezzata in due tronconi.

Il territorio nazionale sarebbe rimasto integro.

Sarebbe rimasto salvo per l’Italia il diritto alle sue colonie. Sarebbe stata restituita all’Italia intera la sua flotta[34].

Unico punto di disaccordo fu la richiesta angloamericana di limitare i contingenti dell’Esercito a centomila uomini, imposizione sulla quale Mussolini non voleva cedere.

Sulla scia dei “buoni propositi” emersi nelle trattative, il Duce propose di trattare un armistizio anche con la Germania, cosa che non venne rigettata, ma che fu assecondata a patto che tale iniziativa fosse stata preventivamente trattata con Mussolini stesso e non con Hitler.

L’attentato al Führer del 20 Luglio 1944 scompaginò le carte. Il Ministro britannico Eden, forte della crisi scoppiata in Germania, fece il diavolo a quattro per far saltare il tavolo delle trattative e ci riuscì.

 

L’incontro con Schuster del 25 Aprile

 

Dell’ultimo periodo di guerra ci rimane, tra l’altro, il colloquio tra Cucco e Mussolini, avvenuto a Miliano il 22 Aprile 1945, in una situazione a dir poco di emergenza, di scoramento, di angoscia, senza precedenti. Nonostante ciò, Cucco riuscì a farsi ricevere per presentare al Duce la Professoressa siciliana Emma Casalaina Lombardo, che aveva perduto, uno dopo l’altro, ben otto figli e il cui ultimo, sul letto di morte, aveva chiesto alla madre disperata un desiderio: di portare il suo saluto estremo a Mussolini.

Cucco fu anche il promotore del famoso incontro tra Schuster e Mussolini del 25 Aprile 1945. Infatti, in quelle traumatiche ore di tragedia e di attesa, mentre tutti cercavano una via di uscita agli eventi che si preannunciavano all’orizzonte, smarriti anche dalla mancanza di ordini precisi da parte del Duce, diversi gerarchi si rivolsero a Cucco, consigliandolo di recarsi presso l’Arcivescovo di Milano per trattare un indolore passaggio dei poteri, che evitasse ulteriori spargimenti di sangue. Si era diffusa la voce che Cucco avesse delle entrature tra le gerarchie ecclesiastiche e che potesse, quindi, agire con una certa autorevolezza. In realtà, di là dei cordiali rapporti avuti con il Cardinale Salotti a Roma; all’amicizia col Patriarca di Venezia Cardinale Piazza; dell’essere riuscito a far intervenire il Cardinale Schuster all’inaugurazione di un presepe dell’Ente Profughi a Milano nell’ultimo Natale ed avere ricevuto un suo articolo elogiativo su un libro scientifico-sociale sul giornale cattolico-antifascista “L’Italia”, ben poche entrature poteva vantare. Ma in quel clima, ogni piccola cosa assumeva valore incommensurabile. Tuttavia, nonostante fosse stato spronato nella missione anche dal suo Ministro Fernando Mezzasoma, Cucco tentennò, fino a quando, nel pomeriggio del 24 Aprile 1945, venne colpito da una intercettazione della rado alleata, la quale sosteneva che, a Bologna, per intercessione del Cardinale Nasalli Rocca, vi era stato un trapasso di poteri senza spargimento di sangue. Fu così che, dato il fatto verificatosi in Romagna, chiese alla Ispettrice dei Fasci Femminili Ferrari Del Latte di fissare un appuntamento col Cardinale Schuster.

Cercò di contattare il Duce per avere un’autorizzazione formale in tal senso, ma ricevette le assicurazioni del Ministro dell’Interno Paolo Zerbino di procedere senza indugio, comunicando che Mussolini sarebbe stato favorevole ad un’operazione del genere[35]. L’incontro fu fissato immediatamente e l’Arcivescovo di Milano accettò di far da “mediatore” – non nascondendo le difficoltà di un successo –, dando così il via libera all’organizzazione del famoso, quanto inutile, incontro tra il Duce e una parte del CLNAI.

Quindi, per la storia, fu Alfredo Cucco a promuovere l’incontro e non Mussolini, che accettò il fatto compiuto dal Sottosegretario nella speranza di un indolore passaggio dei poteri che risparmiasse alla Patria altri lutti. Cosa che non poté essere realizzata per l’assurda richiesta della resa senza condizioni da parte della fazione moderata del CLNAI e l’opposizione netta e decisa a qualsiasi trattativa da parte della fazione social-comunista-azionista.

Per quanto riguarda il trapasso di Milano e l’atteggiamento tenuto, prima e dopo, dal Cardinale Schuster, non c’è dubbio che egli non seppe sovrastare gli eventi. Egli parteggiò, e fu, e pare continui ad essere politicante.

Dopo il 25 Aprile, quando le stragi insanguinavano ogni giorno le vie dei Milano e di tutta la sua Diocesi, il Cardinale Schuster non seppe o non volle intervenire – vi è chi ritiene entrasse nei precipui doveri del suo ministero – a prevenire, ad impedire, ad attenuare, o almeno a condannare, le stragi.

Vi fu, sì, un pallido comunicato della Curia nei primi giorni rimasto quasi clandestino, e tutto finì lì[36].

Molti Italiani cattolici non indulgono verso la Democrazia Cristiana perché questa non sentì di separare la sua responsabilità morale dai massacri e dalle rapine e restò a braccetto dei socialcomunisti nella libidine del potere. Si pensa che con questa palla di piombo al piede non potrà incedere nella storia[37].

Nel dopoguerra, Cucco fu tra i fondatori del MSI. Prosciolto da ogni accusa dalla Corte d’Assise di Venezia nel 1947, sarà il primo Segretario regionale siciliano del Movimento Sociale Italiano, nel quale risulterà eletto per tre volte consecutive al Parlamento (1953, 1958 e il 1963). Si distinse, tra l’altro, per la battaglia per l’istituzione del Ministero della Sanità (1958) e per dare a Palermo la Medaglia d’Oro al Valor Militare, concessa poi il 5 Marzo 1963, con la seguente motivazione: “Fedele alla sua tradizione plurisecolare di patriottismo e di valore, riaffermatasi nelle gloriose gesta del 1948 e nei fasti del Risorgimento italiano, sorretta da incrollabile fede nei destini della Patria, resistette impavida, per oltre tre anni, in condizioni drammatiche, spesso disperate, al succedersi pervicace e spietato di massicci bombardamenti aerei nemici, tendenti ad abbattere il morale e la tenace resistenza della popolazione civile. L’inesorabile azione aerea nemica si abbatté sempre più violenta e indiscriminata su edifici, impianti pubblici, templi, causando perdite gravissime tra la popolazione e danni incalcolabili. Oltre 3.000 morti, circa 30.000 mutilati e feriti, in gran parte vecchi, donne e bambini, e la perdita di ingente patrimonio culturale, artistico e religioso, segnarono il calvario dell’olocausto glorioso”.

Proprio quel 1963 fu colpito da un ictus che lo portò alla morte, nella sua Palermo, il 21 Gennaio 1968.

 

Pietro Cappellari

Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea

“Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì)

 

NOTE

 

[1] Cfr. G. Lo Iacono, Alfredo Cucco. L’uomo, il politico, il medico, ISSPE, Palermo 2009.

[2] Cfr. M. Di Figlia, Alfredo Cucco. Storia di un Federale, Mediterranea, Palermo 2007; e G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, Palermo 1990.

[3] A. Cucco, Non volevamo perdere, Cappelli, Bologna 1949, pagg. X-XI.

[4] Ivi, pagg. 36-37.

[5] Ivi, pag. 48.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, pagg. 50-53.

[8] Ivi, pag. 55.

[9] Ivi, pag. 56.

[10] Ivi, pag. 57.

[11] Ivi, pag. 62.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, pag. 60.

[14] Ivi, pagg. XI-XII.

[15] Ivi, pag. 84 (corsivo nostro).

[16] Ivi, pag. 89.

[17] Ivi, pag. 183.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, pagg. 187-188.

[20] Ivi, pag. 189.

[21] Ivi, pagg. 189-190.

[22] Ivi, pag. 198.

[23] Ivi, pag. 199.

[24] Ivi, pag. 202.

[25] Ivi, pag. 194.

[26] Ivi, pagg. 92-94.

[27] Ivi, pag. 102.

[28] Ivi, pag. 105.

[29] Ivi, pagg. 114-117 (corsivo nostro).

[30] Ivi, pag. 118.

[31] Cfr. P. Cappellari, Su quel ramo del Lago d’Iseo. Un episodio misterioso ancora echeggia tra le pagine dei libri non allineati alla vulgata, “L’Ultima Crociata”, a. LXXIII, n. 7, Ottobre 2023.

[32] A. Cucco, Non volevamo perdere, cit., pag. 250.

[33] Ivi, pag. 250.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, pagg. 238-239.

[36] Ivi, pag. 245.

[37] Ivi, pag. 248.

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