7 Luglio 2026
Letteratura Fantastica

Narrativa fantastica, una rilettura politica, quarantatreesima parte – Fabio Calabrese

Recentemente si è occupata di letteratura fantastica una persona che avrei pensato fosse l’ultima al mondo che potesse farlo, una signora appartenente a una famiglia dove, di norma, i maschi sono circoncisi, e che pur avendo un doppio passaporto svizzero e italiano e un nome e un cognome che suonano tutt’altro che italiani, è alla guida del secondo partito italiano per consistenza numerica, un partito che d’altra parte per inveterata tradizione ha sempre rappresentato l’anti-Italia e, sotto questo riguardo non è per nulla cambiato da quando ha cambiato nome.

Secondo l’ineffabile Elly Schlein (sospetto sempre che qualche suo antenato abbia cambiato la W del cognome con una L per renderlo più carino, e se non l’avete capito, consultate un dizionario di tedesco), la sinistra deve riappropriarsi di Tolkien.

La storia del rapporto della sinistra con Tolkien è lunga, complessa e paradossale. Quando Il signore degli anelli arrivò in Italia negli anni 70 dello scorso secolo, la sinistra nostrana lo boicottò in tutti i modi, riconoscendovi – secondo me in maniera del tutto giusta – una visione del mondo assolutamente incompatibile con la propria ideologia.

L’enorme successo editoriale, nonostante essa, dell’opera tolkieniana doveva per forza cambiare le cose, quanto meno rappresentava una vistosa crepa nel progetto di egemonia culturale risalente a Gramsci, e che, anche dopo aver cambiato nome, quei signori non hanno mai smesso di perseguire.

Da qui ripetuti tentativi generalmente caduti nel ridicolo, di assimilazione di Anschluss ideologico da parte della sinistra. Ad esempio, si è preteso che Tolkien, nato in Sudafrica da una famiglia inglese, avesse partecipato a delle manifestazioni contro il sistema dell’Apartheid. Se questo fosse stato vero, il futuro autore del Signore degli anelli avrebbe dovuto dimostrare una straordinaria precocità, infatti la famiglia rientrò in Inghilterra quando Tolkien aveva due anni.

Una recente statistica ha rivelato che Il signore degli anelli è il terzo libro più letto al mondo, dopo la bibbia e il corano. E’ stata probabilmente questa notizia a ispirare il recente pronunciamento dell’ineffabile Elly.

Ma su cosa si basa, quali titoli possiede la sinistra per rivendicare Tolkien nelle proprie fila dopo averlo sostanzialmente osteggiato per decenni? C’è il fatto che negli anni ’60 dello scorso secolo Il signore degli anelli era diventato “la bibbia” degli hippies californiani che vedevano nella lotta degli hobbit e del popoli liberi della Terra di Mezzo contro Sauron, una sorta di supporto ideologico e morale al loro ribellismo anarcoide.

Ma ciò si basava su una visione profondamente falsata e scorretta dell’opera di Tolkien. Diversi critici, fra cui vorrei ricordare l’ottimo lavoro fatto a tal proposito da Adolfo Morganti, l’hanno spiegato con chiarezza: nella visione di Tolkien al potere tirannico di Sauron non si contrappone uno spirito anarchico, ma l’autorità legittima nella sua doppia veste civile e militare incarnata da Aragorn e sacrale incarnata da Gandalf, si tratta cioè di una visione del mondo incompatibile con ideologie di sinistra.

A questo punto, converrà allargare il discorso da Tolkien alla letteratura fantastica in generale, e non sarà difficile scoprire che essa rappresenta un mondo di pensieri e di valori incompatibili con il marxismo e ideologie “rosse” di qualsiasi specie.

Inizierò a tal proposito allegando la mia esperienza e casistica personale. Tanto per rimanere un attimo ancora in ambito tolkieniano, io vi ho già raccontato di aver sentito parlare per la prima volta dell’autore del Signore degli anelli negli anni ’70 dello scorso secolo proprio dalla bocca di due “compagni” che facevano a gara a denigrarlo, ma si tratta di un discorso che va molto oltre Tolkien.

Se ricordate bene, io vi ho del pari raccontato di aver vissuto a lungo con una sensazione di disagio il fatto che la mia attività intellettuale tendeva a esplicarsi in due campi che mi apparivano del tutto diversi, da un lato quello afferente alla nostra visione del mondo, dall’altro la narrativa fantastica e fantascientifica.

In parte, questo disagio era però attenuato dal fatto che diverse personalità del nostro ambiente presentavano una situazione analoga. Posso ricordare ad esempio un nostro valido collaboratore come Francesco Manetti, il già nominato Adolfo Morganti, Renzo Giorgetti, studioso tanto di H. P. Lovecraft quanto di Miguel Serrano, e soprattutto quello che è stato un po’ il maestro di tutti noi, Gianfranco De Turris.

Ma ovviamente, questo non è tutto.

Nel 1979 Gianfranco Viviani, editore della Editrice Nord, e allora presidente della World SF Italia, associazione che riunisce i professionisti nel campo della fantascienza e del fantastico, girò a me e ad altri autori e appassionati una richiesta che gli era giunta dalla rivista inglese di critica fantascientifica “Foundation”, di un articolo sul fantastico italiano. Lo scrissi io e, tramite Viviani, lo feci pervenire a “Foundation” che lo pubblicò.

Qualche tempo dopo, sempre tramite la World SF, ricevetti una comunicazione dalla rivista polacca  “Fantaztyka”. Avevano letto l’articolo su “Foundation”, gli era piaciuto, e mi chiedevano di fare gli opportuni aggiustamenti per poterlo ripubblicare in Polonia.

Scrissi a Viviani chiedendogli quali fossero gli opportuni aggiustamenti che dovevo apportare al mio articolo, ed egli mi spiegò la triste verità. Dovevo eliminare dal mio pezzo qualsiasi riferimento alla fantasy e all’horror, che nell’Europa comunista erano assolutamente banditi, e concentrarmi solo sulla fantascienza. Rimasi basito e scandalizzato, pensando alla notevole tradizione fantastica dell’Europa dell’Est e della Russia che il comunismo costringeva a buttare alle ortiche, da Kafka a Gogol, alla leggenda praghese del Golem, anche se oggi spero che le cose siano molto diverse in Russia e nell’Europa orientale, anche se sono rimaste le stesse per una sinistra nostrana o straniera che continua a pascersi dei rottami di un’ideologia, nemmeno sconfitta sui campi di battaglia come è avvenuto per il fascismo, ma crollata sotto il suo stesso peso elefantiaco.

A parte il discorso su Tolkien, rispetto al quale tentativi di annessione ideologica piuttosto ridicoli si sono alternati all’ovvia repulsione ispirata a chi ha una mentalità di sinistra, vediamo che la sinistra stessa ha manifestato nel corso del tempo un vero e proprio odio feroce verso alcuni dei più grandi nomi della letteratura fantastica, ed essi costituiscono un elenco che sorprendente è il meno che si possa dire: Jorge Luis Borges, George Orwell, Howard P. Lovecraft, Robert E. Howard.

Parliamo di Jorge Luis Borges. Sappiamo che i maneggi dell’intellighenzia di sinistra hanno ripetutamente impedito all’autore argentino di ricevere quel premio Nobel per la letteratura che è stato conferito persino a Bob Dylan e Dario Fo, ma se si cercano di capire i motivi dell’ostracismo nei suoi confronti, quel che si scopre è davvero grottesco.

E’ noto l’episodio, ricordato anche su “Ereticamente” da un articolo di Roberto Pecchioli, in cui alla notizia dello scoppio della rivoluzione russa, l’autore allora diciottenne, insieme al padre, brindò al successo di essa. Fu uno dei tanti, tantissimi suoi contemporanei che credettero alla promessa di liberazione umana insita nel golpe leninista falsamente presentato come rivoluzione, salvo, a differenza di molti, rendersi conto che questa promessa andò rapidamente tradita e che quella che i bolscevichi stavano edificando, era una nuova e più perversa tirannide.

La diceria che fu usata negli anni ’70 dello scorso secolo per negargli il Nobel, sostenuta dalla sinistra, era una pura e semplice calunnia, l’ha messo bene in rilievo Jean François Revel nel libro La conoscenza inutile:

Il premio Nobel per la letteratura venne rifiutato a Jorge Luis Borges con il pretesto che avrebbe sostenuto i generali argentini nel periodo 1974-1984, il che è una totale calunnia. La sinistra, in effetti, accusava Borges di non aver approvato il terrorismo che aveva precisamente provocato la dittatura dei generali argentini. Non è affatto la stessa cosa, ma bastò a fare di Borges uno scrittore di destra, quindi indegno del Nobel. Ecco un bel campione, sia detto tra parentesi, della logica di sinistra: se Borges avesse plaudito, senza compiere il minimo rischio personale al terrorismo, poi si fosse scagliato contro i generali firmando, da vari lussuosi alberghi europei, petizioni e articoli, avrebbe potuto ottenere il Nobel.

In qualche modo simile ma, se vogliamo, ancor più paradossale, la vicenda umana e politica di George Orwell. Eric Arthur Blair alias George Orwell era un uomo di sentimenti anarchici, profondamente avverso agli abusi del potere. Allo scoppio della guerra civile spagnola si recò in Spagna, dove militò nelle formazioni anarchiche catalane, e qui ebbe una brutta, amarissima sorpresa, rendendosi conto che i comunisti spagnoli, inquadrati nel Comintern e obbedienti alle direttive di Mosca, conducevano una doppia guerra civile, da un lato contro i franchisti, dall’altro contro le altre formazioni repubblicane (en passant, sarà forse il caso di rilevare che i comunisti italiani durante la guerra civile 1943-45 si comportarono nello stesso modo, basta ricordare il “luminoso” – nel senso che getta molta luce sulla realtà degli eventi – episodio delle Malghe di Porzus, dove la brigata partigiana non comunista Osoppo fu massacrata dai comunisti della brigata Garibaldi).

Che Orwell uscisse dall’esperienza spagnola con un forte risentimento anticomunista, è ovvio, come è ovvia l’ostilità con cui a sinistra è stato ricambiato lui e il suo capolavoro distopico, 1984.

Se si legge questo libro senza paraocchi, non è difficile rendersi conto che esso non è un generico atto di accusa contro i totalitarismi, ma contro il comunismo nello specifico. Ad esempio Bernstein, l’uomo simbolo che la massa dei sudditi del Grande Fratello è invitata a odiare, è una palese metafora di Trotzkij, il rivale del Grande Fratello Stalin.

Ancora più esplicita la favola La fattoria degli animali. I maiali che, dopo che gli animali della fattoria si sono ribellati ai padroni umani, ne assumono il controllo, diventando in tutto simili a questi ultimi, ben rappresentano i comunisti che una volta preso il potere, ben lungi dal liberare alcunché, instaurano una tirannide ancor più oppressiva.

Ora, considerando questi autori della narrativa fantastica, vediamo due casistiche diverse. Da un lato ci sono gli autori che, come Borges e Orwell hanno ben compreso che la promessa di liberazione avanzata dal comunismo non è stata altro che un inganno funzionale all’instaurazione di nuove e peggiori tirannidi, dall’altro ci sono autori che per sensibilità, cultura, formazione personale, non sono proprio rapportabili a una mentalità di tipo marxista, e qui vengono subito in mente i nomi di Howard P. Lovecraft e Robert E. Howard.

L’accusa più volte ripetuta quanto infondata nei confronti di Lovecraft, è quella di razzismo. Chi la formula dimentica o finge di dimenticare parecchie cose, a cominciare dal contesto culturale dell’epoca in cui visse l’autore, deceduto nel 1937. Allora pregiudizi e stereotipi razziali erano comuni nella cultura del tempo, come oggi lo è la loro assenza, facile trovarne una qualche eco sfogliandone meticolosamente i testi, ma si troverebbero in qualsiasi autore del periodo.

Quello che si può dire con certezza, è che H. P. Lovecraft era un gentiluomo che non avrebbe mai trattato chiunque meno che con cortesia indipendentemente dalle sue origini. Tra i suoi amici e discepoli vi furono diversi ebrei, fra cui Vincent Thalman e Robert Bloch, l’autore di Psycho.

Una fola che i suoi detrattori hanno cercato di diffondere in Italia, è che ce l’avesse in particolare con gli Italiani. Dati alla mano, non risulta proprio, l’unica volta che troviamo menzionati in un suo racconto i nostri connazionali emigrati oltreoceano, è nel racconto L’abitatore del buio, dove cercano di tenere testa al mostruoso “abitatore” armati di immagini sacre, preghiere, coraggio e fede ingenua, un’immagine tutt’altro che negativa.

Lovecraft era innamorato della Nuova Inghilterra del periodo coloniale, non amava le metropoli caotiche, né la sostituzione del vecchio ceppo anglosassone con una folla ibrida. Non era razzismo, ma una preoccupazione identitaria.

L’avversione nei confronti di Robert Howard viene soprattutto da certe femministe esagitate che lo detestano assieme al suo eroe, Conan, colpevole di essere maschio, virile, eroico, tutto ciò che costoro vedono come il fumo negli occhi.

Al riguardo, si può ricordare un episodio davvero grottesco. Negli anni ’70 dello scorso secolo, un critico tedesco orientale, Hanns Joachim Alpers, lanciò un violento attacco contro la heroic fantasy, genere borghese e reazionario, secondo i canoni del peggior marxismo, e voi potete immaginare quanta libertà intellettuale vi fosse nella scomparsa DDR.

Gli rispose sulle pagine della rivista canadese “Requiem – Solaris” (la pubblicazione cambiò testata a metà della pubblicazione del saggio) Elisabeth Vonarburg con una “difesa” se possibile ancor più velenosa dell’attacco. La saggista canadese salvava (bontà sua) Tolkien e le autrici femministe (ça va sans dire), e condannava impietosamente tutto il resto in termini ancor più velenosi di quelli di Alpers, mostrando un particolare accanimento verso Howard e Conan, ma il grottesco era che non citava neppure un rigo dello scrittore texano, concentrandosi invece su una mediocre imitazione di Conan, Kothar dalle tasche vuote. Bastava leggere il suo saggio con un po’ di attenzione per accorgersi della malafede che stillava da ogni parola.

All’elenco degli autori del fantastico odiati dalla sinistra, come se non bastasse, si è recentemente aggiunto un altro nome, quello di J. K. Rowlings, l’autrice della saga di Harry Potter. Il motivo che le ha attirato l’avversione dei “compagni” è l’aver preso posizione contro l’ideologia LGBT, e soprattutto la sua esposizione ai minori, cosa che non può che avere effetti devastanti sulla loro identità sessuale.

Potremmo dire che l’avversione della sinistra per il fantastico, non è solo miope, ma è anche strabica, infatti gli è sfuggita completamente l’opera di un autore assolutamente tranchant per la loro ideologia, che svela in modo impietoso il lato tirannico che oggi tende sempre più ad affermarsi, della democrazia. Parlo di Ray Bradbury e dei suo romanzo distopico Farenheit 451. In un’epoca in cui tendono a diffondersi le minoranze etniche, culturali, religiose sempre più strampalate, diventa sempre più difficile dire qualcosa senza offendere qualcuno. Alla fine non resterà che proibire la lettura e bruciare i libri. Ai roghi dei libri non ci siamo ancora arrivati, ma manca poco, grazie alla diffusione del politicamente corretto.

La conclusione del nostro discorso è così ovvia che verrebbe voglia di non scriverla, di contro ai paradigmi e ai paraocchi delle ideologie di sinistra, rivendicare quella libertà immaginativa che non è soltanto fantasticheria gratuita, ma sguardo lungo sui nostri possibili futuri.

NOTA: Nell’illustrazione, tre autori del fantastico odiati dalla sinistra, a sinistra Jorge Luis Borges, al centro George Orwell, a destra Howard P. Lovecraft.

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