7 Dicembre 2025
Narrativa

Narrativa fantastica, una rilettura politica, quarantaduesima parte – Fabio Calabrese

Gli amici di “Ereticamente” mi hanno più volte segnalato il fatto che questa serie di articoli sulla narrativa fantastica è, fra le diverse che tengo da anni, una delle più gradite ai lettori, tuttavia voi capite che c’è un problema di fondo. Ho cominciato a tenerla analizzando le differenze tra i vari generi del fantastico, tematica che per quanto ricca di interesse, non si presta certo ad essere sviluppata all’infinito.

Sono poi passato a esaminare i vari fantastici nazionali non di lingua inglese, nella persuasione che lo schiacciante predominio che hanno oggi gli autori anglosassoni in questo genere di letteratura non dipende dal fatto che essi abbiano in questo campo una particolare attitudine o capacità, ma unicamente dal fatto che una potenza di lingua inglese, gli Stati Uniti d’America sono oggi il potere dominante a livello planetario, o almeno nell’ambito di ciò che siamo soliti chiamare Occidente, e che altri avrebbero avuto uguali, se non maggiori potenzialità, a cominciare dalla Germania che attraverso il romanticismo, è stata la patria della letteratura fantastica moderna.

Anche qui, però, dopo aver esaminato le tematiche del fantastico di lingua tedesca, francofono, italiano, iberico e latino-americano, russo e slavo in genere, i limiti della trattazione sono stati sostanzialmente raggiunti.

A questo punto, quello che restava e resta, era ed è approfondire alcuni aspetti particolari, cosa di cui vi ho già dato esempio negli articoli precedenti di questa serie, ma al riguardo il discorso non è finito, e forse non può esserlo.

Questa volta vorrei provare a rileggere un aspetto particolare della fantasia eroica che troviamo esemplato soprattutto nell’opera di Tolkien.

Spesso l’autore oxoniense, in particolare quando narra dei tesori che gli elfi avrebbero portato nella Terra di Mezzo dall’Antico Occidente – oggi irraggiungibile per gli uomini – accenna a poemi sapienziali.

L’idea sottintesa è che la sapienza, che è altro dalla semplice conoscenza, spesso non possa essere trasmessa attraverso un discorso espositivo ma solo, o perlomeno in maniera più efficace, attraverso la narrazione, il poema, il mito.

E’ un’idea che perlopiù fa rizzare i capelli ai nostri contemporanei, soprattutto quelli maggiormente influenzati da una mentalità illuministica, ma, se ci pensate bene, è la stessa idea tradizionale che ritroviamo in Platone e di cui il filosofo ha dato diversi esempi con i miti che costellano i suoi dialoghi.

Sappiamo che è stato Platone a coniare il termine filosofia, che in greco significa amore per la sapienza, ma attenzione, esso acquisisce il suo significato attuale solo con Aristotele.

Per Platone, appartenente a una famiglia aristocratica ateniese e discendente diretto di Solone, il maggiore dei Sette Savi dell’antichità greca, la sapienza è un sapere perduto da recuperare. Per Aristotele, invece, essa è un sapere mai posseduto da creare ex novo. La differenza fra Platone e Aristotele è proprio lo spartiacque tra la mentalità tradizionale e quella moderna.

Attraverso il mito, la narrazione epica, i poemi cavallereschi, attraverso una lunga genealogia, nella fantasia eroica riemergono schegge di sapienza tradizionale, ed è per questo, in ultima analisi, che, come abbiamo visto più volte, essa è così ferocemente detestata dagli intellettuali di sinistra.

All’università di Oxford, Tolkien era docente di filologia germanica, e proprio sul linguaggio era sostenitore di una concezione assolutamente antimoderna, negando la natura convenzionale di esso, cioè la supposizione che esso sia stabilito unicamente da una convenzione, un implicito accordo sui significati da dare alle parole, tra coloro che parlano una determinata lingua, asserendo che, invece esso avesse, almeno in una certa misura anche una base genetica.

Una concezione o un’intuizione che penso che il nostro Silvano Lorenzoni sosterrebbe appieno, illustrandoci ad esempio il fatto che l’inglese parlato oggi negli Stati Uniti dove i bianchi di origine europea tendono sempre più a diventare una minoranza, (“americhese”, come lo chiama non senza una punta di disprezzo), tende a somigliare sempre di meno alla lingua di Shakespeare, per accostarsi invece ai linguaggi bantù.

Un esempio di ciò, Tolkien lo da con la radice CAR per gli Indoeuropei avrebbe “geneticamente” il significato di rosso.

Se è così, noi Italiani dovremmo essere messi piuttosto bene, infatti nella nostra lingua abbiamo i nomi di due tonalità di rosso dove ritroviamo questa radice, lo sCARlatto e il CARminio, per nulla dire della CARne, che ovviamente è rossa.

Già parecchi anni fa, lo psicologo Gaetano Kanisza fece un esperimento tendente proprio a dimostrare come la scelta dei termini del linguaggio non sia puramente convenzionale, ma abbia almeno una base istintiva (se proprio non vogliamo scomodare la genetica), disegnò su di una lavagna due figure astratte, una tondeggiante fatta tutta di linee curve, l’altra invece tutta segmenti retti e angoli appuntiti, dicendo agli allievi che si erano prestati come soggetti per l’esperimento, che esse si chiamavano Maluma e Tacchete, e chiedendo loro di indicare quale a loro parere fosse Maluma e quale Tacchete. Senza essersi messi preventivamente d’accordo, tutti i soggetti senza eccezione identificarono Maluma nella figura tondeggiante e Tacchete in quella spigolosa.

Magari fra qualche anno lo sviluppo delle neuroscienze ci dimostrerà indiscutibilmente che Tolkien aveva ragione.

Robert E. Howard e il suo eroe Conan hanno avuto una sorte più scomoda di quella di Tolkien e del Signore degli anelli. L’ostilità della sinistra non è mai mancata né a lui  né al suo eroe maschio, bianco e virile, proprio il prototipo di quella parte di umanità  che Noel Ignatiev e il suoi correligionari vorrebbero estinguere tramite meticciato dopo aver massacrato i Palestinesi, ma in compenso non ha raccolto troppe simpatie o troppa comprensione neppure da parte di una certa destra  che preferisce una fantasy più “letteraria” e leziosa in stile Tolkien nella quale è più facile inventarsi addentellati esoterici, o gli antepone addirittura Michael Ende. (Ricordiamo ad esempio che Fratelli d’Italia ha scelto per i suoi raduni giovanili la denominazione di Atreju, che altro non è se non il nome del protagonista de La storia infinita).

Tuttavia, anche nel caso di Howard come in quello di Tolkien troviamo qualcosa che a prima vista ci può sembrare una stranezza, ma che forse è il caso di approfondire meglio, e non si tratta come nel caso di Tolkien, di qualcosa di esterno alla sua opera letteraria, come le teorie sul linguaggio del professore oxfordiano, ma proprio di intrinseco a essa.

Howard parla del suo eroe Conan come di un cimmero. I Cimmeri erano un’antica popolazione mediorientale di origine iranica, affine agli Sciti, eppure tutto in Conan parla di qualcosa di ben più occidentale ed europeo, di celtico si potrebbe dire senza troppe esitazioni, a cominciare dal fatto che i suoi principali nemici contro i quali affronta una lotta interminabile, sono i Pitti. I Pitti erano, si ricorderà, quelle popolazioni scozzesi  che i Romani non riuscirono a sottomettere, e per proteggersi dalle scorrerie delle quali, eressero il vallo di Adriano.

In generale, in Howard tutto parla di celtico, al punto che The last Celt in italiano L’ultimo celta è il titolo della sua più apprezzata biografia scritta da Glenn Lord, e presso gli appassionati è noto come il bardo di Cross Plains. I bardi erano, certamente lo ricordate, i cantori celtici che attraverso le loro composizioni narravano la storia dei popoli gaelici. Forse ancora più esplicita è la testata della rivista amatoriale che negli Stati Uniti è dedicata agli appassionati di Howard e Conan, “Cromlech”, il che è tutto dire, infatti Cromlech è precisamente il nome che i Celti davano ai circoli megalitici come Stonehenge.

La contraddizione in parte si spiega con il fatto che Kymru era il nome gaelico del Galles. “Conan il cimmero” allora vorrebbe in realtà dire “Conan il gallese”.

A questo punto sarebbe davvero facile ridurre tutto all’ignoranza storica e geografica tipica degli yankee, ma Howard, che ebbe la ventura di nascere in Texas, era uno di quei rari statunitensi, come il suo amico e maestro H. P. Lovecraft, che hanno sentito con più forza le loro radici europee, e sicuramente non era sprovveduto o disinformato. Ci deve essere dell’altro sotto.

Alcuni storici scozzesi hanno prospettato che all’origine degli Scoti, cioè gli Scozzesi antichi, vi fossero gli Sciti, una vanteria, ispirata dall’assonanza forse casuale Scoti-Sciti, e dall’orgoglio nazionalistico di volersi connettere a un dei popoli nell’antichità più famosi per le loro impareggiabili qualità di combattenti, come gli Sciti erano considerati, o forse qualcosa di più?

Il nome che gli Scozzesi stessa danno alla loro terra è Alba, ricorderete probabilmente il famoso grido di battaglia Alba Gu Brath. Bene, la cosa sorprendente, è che troviamo una catena di tracce di questo toponimo dal Medio Oriente alle Isole Britanniche. Sulla sponda orientale dell’Adriatico troviamo l’Albania, lo attraversiamo e giungiamo in terra italiana. Nel Lazio troviamo Albalonga e i Colli Albani. Risaliamo la Penisola verso nord e troviamo la piemontese Alba, in Francia c’è Albi, nota per aver dato nome agli Albigesi, altro nome dei Catari, gli eretici medioevali contro i quali la Chiesa e il regno di Francia promossero una devastante crociata, e infine nelle Isole Britanniche Alba-Scozia. C’è abbastanza da far pensare alle tappe di una migrazione dove man mano dei gruppi si staccano e s’insediano nelle terre raggiunte conservando il loro nome.

Gli Sciti-Scoti potrebbero essere stati seguiti o accompagnati almeno da una frazione di Cimmeri, loro parenti stretti, che poi si sarebbero insediati nel Kymru-Galles.

Una migrazione simile sarebbe potuta avvenire anche sotto le insegne di Roma. Nel film King Arthur diretto da Antoine Fuqua nel 2004, si ipotizza che i cavalieri della Tavola Rotonda fossero in origine un gruppo di mercenari sciti-sarmati (a cui Roma faceva spesso ricorso come ausiliari) che all’atto del ritiro delle legioni dalla Britannia, decidono invece di rimanere sull’Isola per difendere le popolazioni locali dalle incursioni barbariche. Singolarmente, un ordine di idee piuttosto simile si trova anche nel romanzo L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi.

Un capitolo ignorato o dimenticato dalla storia? Non ci sarebbe da stupirsene troppo, la realtà storica è molto più piena di “buchi”, molto meno lineare di quel che si può arguire leggendo i testi scolastici. O forse un mito, nel senso dato da Platone a questa parola.

In ogni caso, si rimane sorpresi dalla capacità della fantasia eroica di far riemergere schegge di un sapere “non ufficiale” e dimenticato.

Nel 1986 (è sorprendente quanto tempo sia passato da allora, eppure sembra l’altro ieri) collaboravo con la rivista amatoriale romana “SF…ere”.

La testata della pubblicazione era un gioco di parole che trovavo molto bello. In inglese significherebbe “epoca della fantascienza” – SF è una sigla spesso usata per Science Fiction, fantascienza – ma era contemporaneamente un riferimento a una frase della Divina Commedia riportata nel sottotitolo, “Volgendo gli occhi alle superne sfere”.

Sul numero 2\86 pubblicai un articolo, La via italiana al fantastico, ovviamente dedicato a esaminare le varie forme di narrativa fantastica del nostro Paese, e tra esse la fantasia eroica, o, come si dice talvolta all’inglese, heroic fantasy, aveva (e ha ancora oggi) una posizione nettamente dominante.

Sicuramente, anche allora non mancavano critici malevoli che contestavano il genere per la sua mancanza di realismo (ma la narrativa non è mai realistica, nemmeno quando simula eventi reali, altrimenti non sarebbe tale, ma giornalismo, cronaca), appartenenti, guarda caso, per lo più alla tribù degli intellettuali o intellettualoidi di sinistra.

Così, mi sentii in dovere di premettere due parole in difesa del genere, ve le riporto tali e quali:

“Sarebbe sbagliato considerare la fantasy soltanto in termini di puro escapismo. Essa, di contro agli aspetti più deteriori del presente e del futuro immediatamente prevedibile, ci rappresenta il tipo di mondo e il modo di vivere che in definitiva sono normali per la nostra specie.

Mondi dove l’inquinamento non ha stravolto l’ecologia, dove gli eccessi dell’industrializzazione e dell’urbanesimo non hanno ridotto la condizione umana a quella di animali da allevamento in immensi, grigi pollai di cemento, dove una onnipervadente burocrazia non ha complicato fino all’assurdo le relazioni umane, dove una magia casalinga tiene ancora il posto di una scienza e di una tecnologia sempre più esoteriche e taumaturgiche. Quanto meno, si può dire che la fantasy raffigura una serie di nostalgie molto giustificate e legittime”.

Nonostante gli anni trascorsi, posso dire al riguardo di aver sempre mantenuto la stessa idea, semmai le ripetute attestazioni di ostilità della sinistra verso la fantasy, mi hanno ancor più radicato in essa.

NOTA: Nell’illustrazione, i due maestri indiscussi della fantasia eroica, a sinistra John R. R. Tolkien, a destra Robert E. Howard.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *