8 Ottobre 2025
Antropogeografia

Motus in fine velocior – Rita Remagnino

L’Età della Civilizzazione non instaurò soltanto l’obliquità dell’eclittica, fissando l’inizio del Tempo nella sua dimensione più arcaica, imperniata sul concetto ciclico dell’Eterno Ritorno, ma introdusse nel panorama mondiale una nuova categoria di soggetti con i quali molti popoli dovettero rapportarsi: gli dèi-civilizzatori. In tale circostanza potrebbero affondare le radici della politica, inaugurata proprio dalla primordiale alleanza fra Uomini e Dèi: “io ti offro, tu mi dai” (A. Caillé, Il tramonto del politico, edizioni Dedalo, Bari, 1995).
Grazie a quel patto gli Uomini acquisirono dagli Dèi gli elementi mancanti (tecnica e sapere), integrandoli con successo a quelli già posseduti, mentre gli Dèi garantirono un futuro alla propria stirpe in fase di decadimento, decimata dagli agenti patogeni e dilaniata dalle lotte intestine.

Sotto questa spinta, il baricentro dell’azione sociale spostò tutta la sua ricchezza e complessità dalla Natura alla sfera umana, delegando al processo relazione → crescita il compito di manifestare l’esistenza di quell’Energia Vitale, innata nella specie umana, capace di rigenerarsi.
Quando poi gli «dèi» cominciarono a morire al pari di tutti gli altri, il patto venne rinegoziato, non potendo rompersi in quanto ciò che è dato mette radici, deposita ricordi e disegna obiettivi. Nacque probabilmente dagli aggiustamenti apportati in questo periodo la molteplicità di culti e riti legati alla Memoria, che, passando da una generazione all’altra, si arricchì di dettagli e sfumature. Ne risultò una galassia multiforme di codici espressivi e procedure ierofaniche capaci di trasmettere l’idea della presenza dell’Assoluto come fattore di protezione dell’uomo (M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizioni, Lindau, Torino, 2018).

Così congegnata, la «fecondazione metafisica» prodotta dagli insegnamenti dei primi Maestri dell’umanità andò avanti a produrre frutti per un lungo periodo: il Sacro prosperava nella vita reale, mentre il Mito orientava quella spirituale.
Fino a quando l’uomo moderno, posseduto dalla scimmia dello scientismo, derubricò a semplice letteratura ciò che in realtà era «Storia Esemplare» (Eliade, op. cit.), ovvero narrazione archetipale creata per descrivere situazioni e avvenimenti situati in principio, nel tempo sacro che appartenne alle Origini.

 

La realtà ignora la fantasia

Partito da un nucleo storico, ovvero dall’esperienza reale, il Mito fu caricato in seguito di importanti verità culturali e spirituali, diventando «narrazione atemporale». Ammettiamo pure che passando di mano in mano alcuni eroi, o sovrani carismatici, siano stati impropriamente elevati a divinità, o che importanti allegorie abbiano generato equivoci e fraintendimenti. Ma i ritocchi formali non hanno intaccato l’essenza del messaggio originario, né giustificano l’atteggiamento di sufficienza riservato alla mitologia, diventata negli ultimi secoli talmente estranea «all’esperienza dello studioso da indurlo a negarne la realtà» (Robert Graves, nell’introduzione a The New Larousse Encyclopedia of Mythology, 1989).

Purtroppo l’attuale mondo della cultura sta ancora smaltendo i postumi dell’ubriacatura modernista, che bollando le storie tradizionali come prive di «fondamento scientifico», le ha ridotte a meri prodotti di superstiziosa ignoranza (Voltaire). Ogni Era porta sfortunatamente sulle spalle il peso delle teorie che produce e deve curarne le piaghe fondatrici, che, per quanto ci riguarda, risiedono nelle certezze infondate sulle «magnifiche sorti e progressive», motore dell’avanzamento inarrestabile dalla barbarie alla civiltà.

Molti sono stati i tentativi di contrastare il principio di entropia, cioè la naturale tendenza al degrado dei corpi terrestri, ma il tempo è galantuomo e la verità viene sempre a galla. Vedasi il mito universale del diluvio, ricondotto dagli studiosi dei secoli passati a presunte funzioni simboliche, sociali, economiche, psicologiche, ed infine spiegato con le inondazioni post-glaciali avvenute nel periodo compreso fra 15.000 e 7.000 anni fa. Analogamente i «giganti» hanno trovato riscontri nel Cro-magnon, i «nani» si sono materializzati nell’Homo Floresienses mentre le impalcature ossee dei «draghi» testimoniano nei musei l’esistenza di mastodonti estinti.

Altrettanto infondata è l’idea secondo cui gli antenati preistorici avrebbero concepito una Terra piatta, con attorno un bel bordo azzurro (l’oceano) e sopra un coperchio foderato di stelle (il firmamento). Questa, caso mai, fu la visione dei Greci, considerati dagli Egizi “bambini” nella cui mente non vi erano “opinioni antiche trasmesse [tra voi] per tradizione, né una scienza carica di età” (Platone, Crizia, 22b). Ma ai navigatori transoceanici della preistoria una cosa del genere non sarebbe mai venuta in mente, perché videro subito che le imbarcazioni scomparivano gradualmente all’orizzonte (prima lo scafo, poi le vele), suggerendo una superficie curva.

Nato nel XIX secolo, questo falso storico dimostra quanto tendenziose siano state finora le informazioni diffuse sulle antiche civiltà, le quali, partendo da presupposti completamente diversi dai nostri, concepivano il pianeta come uno sferoide, o tuorlo, avvolto da un fluido albuminoso ancora più complesso e multiforme. Nella parte superiore dell’«uovo» c’era la casa dei viventi (le aree affacciate all’Artico, abitabili), mentre su quella inferiore dominavano il silenzio e la morte (la regione antartica, inabitabile).

Una siffatta ricostruzione dei «due regni» non era il frutto di ingenue fantasie bensì l’istantanea (un po’ sgualcita) di una perduta realtà. L’immagine fu analizzata anche da Guénon in Simboli della scienza sacra, dove la «terra degli dei», o luogo dei «risvegliati», viene descritta come un centro di polarità positiva associato alla luce, alla conoscenza e all’origine divina, in contrapposizione alla «terra dei morti», emblema di polarità negativa in quanto sede di una civiltà (atlantidea?) tecnologicamente avanzata ma poi decaduta.

Ricca di riflessioni, l’interpretazione guenoniana offre una duplice chiave di lettura: sul piano spirituale non c’è dubbio che i due enti rappresentino un «ribaltamento di polarità» di tipo filosofico, legato alla purezza dell’etere (le regioni “superiori” e “inferiori” di Platone, Fedone, 109a–110a); sul piano storico, però, va tenuto presente il culto della Memoria praticato con rigore dagli antichi popoli, che raccontavano senza filosofeggiare.

Guarnito e decorato finché si vuole, il messaggio potrebbe dunque alludere all’ascesa/discesa che caratterizzò il Nord e il Sud del mondo nella geopolitica della preistoria. Senza nulla togliere all’inversione metafisica (sacro vs profano), è plausibile il riferimento alla decadenza ciclica in cui incorrono tutte le civiltà.

Magari, chissà, tra mille anni toccherà al cosiddetto Occidente/uccidente collettivo il compito di rappresentare la «terra dei morti» di un tempo estinto, ovvero il luogo del buio e del decadimento, della notte demografica e della perdita del Sacro. Più incerta è invece l’ubicazione della «terra degli dei», forse in incubazione all’interno di qualche comunità tradizionale residua, o nascosta in un soggetto ancora invisibile.

 

Chi non ha storia, è senza futuro

Negli ultimi tre secoli l’alterazione del passato ha avuto la funzione di sottrarre alla società occidentale ogni possibile termine di paragone (there in no alternative). La massa a-critica doveva credere di essere felice, cioè di avere fatto notevoli passi avanti rispetto agli antenati; solo così, le posizioni di potere di quanti lo detenevano potevano essere mantenute.

Oggi, però, nel turbinio degli eventi che procedono a rotta di collo, è in fase di allestimento un nuovo scenario mondiale dai contorni appena abbozzati. Molte posizioni apicali stanno precipitando in verticale, mentre le decisioni della kakistocrazia (da kakistos, “peggiore” + kratos, “potere“), cioè del governo dei peggiori, testimoniano ai vertici un grado di stupidità mai prima d’ora raggiunto nella Storia dell’Uomo.

Siamo alla fine di un ciclo, era prevedibile che tutto si disfacesse, confondendosi nel caleidoscopio di «imprevisti» che costituisce la realtà. Ma un bel momento i pezzi sparsi dovranno essere raccolti, e, durante il paziente lavoro di ricomposizione del disegno originario, la conoscenza della Preistoria potrebbe rivelarsi un donum prezioso.

Senza una visione complessiva che parta dall’Origine, qualsiasi analisi storica – seppur approfondita nelle sue fasi intermedie (medievale, moderna, contemporanea) – risulterebbe parziale e incompleta. O, peggio, a rischio di sconfinamento in visioni dogmatiche che, proclamando le proprie «verità» come assolute, creerebbero nuovi danni alla «lingua matriciale», ossia a quel linguaggio non ancora decifrato, metafora di un ordine perduto, il cui ricordo si è sparpagliato nel tempo.

L’impegno maggiore, nei prossimi anni, consisterà nel recupero e nella ricostruzione. Sia in senso storico che metaforico, sarà necessario ripristinare il patto originario Uomini ↔ Dèi basato sulla conservazione della Memoria, come sottolineato (tra gli altri) da De Santillana: “Sapere “sacro” […] da non rivelare ai non iniziati […], comunicavano “in mitico” […]. Questo è quanto era noto a Platone, che sapeva ancora parlare la lingua del mito arcaico […]. Dietro Platone si erige il corpus imponente delle dottrine attribuite a Pitagora […], custodi di tradizioni arcaiche che ricordavano la civiltà superiore dell’Oriente antico […], la “fonte” dalla quale avevano attinto tutte le culture appartenenti alla “cerchia delle civiltà superiori” […], un vero e proprio edificio, una specie di matrice matematica” (G. De Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi, Milano, 2003).

Finché la forma sociale prevalente è stata l’ethnos, il culto del tempo arcaico affidato alla Memoria è stato custodito sotto forma di narrazione rituale e mitologica. Ma non appena il concetto di «popolo» si è affacciato alla scena mondiale, l’Epica ha scalzato il Mito e l’identità individuale ha preso il sopravvento su quella collettiva.

È stato ingenuo credere che il mondo sarebbe diventato un luogo più ordinato e coerente ponendo l’Io prima dei fini che perseguiva, o che l’individuo potesse raggiungere l’obiettività necessaria ad esaminare con disincanto le proprie azioni. Alla fine, l’antropologia atomistica ha solo innescato un letale processo di desacralizzazione della realtà, elevato la morale a principio dominante e soppiantato l’antico legame tra l’uomo e il cosmo.

Se a furia di pensare non fossimo finiti nel cul-de-sac del pensiero, cioè nella più totale confusione, a quest’ora avremmo già girato il mezzo verso approcci più olistici in grado di considerare l’uomo come parte di reti simboliche, economiche e sociali complesse che vanno integrate tra loro. Nei prossimi anni servirà un «comunitarismo consapevole», diverso dai precedenti ma ugualmente capace di costruire un modello di società collettiva, se non proprio giusta, per lo meno più equilibrata dell’attuale (A. MacIntyre, Dopo la virtù, Armando, Roma, 2007).

 

C’è una luce in fondo al tunnel?

Giunti al crepuscolo di un’Era, mentre si prepara l’alba della successiva, tanto vale riconoscere che il paradigma tecno-scientifico da solo non riuscirà a recuperare le cose buone che ci siamo lasciati alle spalle. Molti miglioramenti sono stati dei boomerang, mentre il sogno dell’uomo nello spazio si scontra con la realtà dei raggi cosmici galattici (GCR): particelle ad alta energia che penetrano qualsiasi schermatura convenzionale, sgretolando la struttura ossea e muscolare del corpo umano.

Quando raccontano che “l’uomo andrà su Marte”, intendono dire che “il cyborg andrà su Marte” perché il posto dei terrestri è sulla Terra, dove da milioni di anni stiamo facendo, disfacendo e rifacendo le stesse (ma non identiche) cose. Anche per questa ragione i miti e i racconti tradizionali, avvolti in un linguaggio cifrato, contengono leggi cosmiche che tanto assomigliano alle nostre equazioni. Neppure i templi monumentali, le piramidi, i Veda e i testi ermetici sono vestigia di un pensiero “primitivo”, o “antiquato”, bensì mappe di una scienza totale in cui numero, parola e simbolo convergono verso un’unità oggi in frantumi.

La ricomposizione di questi tracciati non va confusa con l’archeologia dello spirito, ma semmai interpretata come un ultimo, estremo, tentativo di impedire che la nostra tecnica senza saggezza diventi un’arma altamente autodistruttiva. È già successo, perciò succederà ancora: mille volte l’uomo è giunto all’apice dello sviluppo, per poi auto-annientarsi e perdere ogni cosa. Talvolta si è dimostrato grande e talaltra, nella maggior parte dei casi, piccolissimo. Meno è stato «spirituale», più ha dato sul fronte della materialità, e viceversa.

Proprio per frenare i facili entusiasmi prodotti dall’evoluzione della tecnica, gli Antichi sacralizzarono la Memoria e consegnarono al Mito il ricordo delle epoche storiche che già erano precipitate una dopo l’altra lungo una catena di civiltà sempre più sbrigative e aggressive, superficiali e incoscienti.

A maggior ragione oggi, sul fare della Fine, sarebbe dunque opportuno riprendere il filo dall’inizio, cioè dalla Preistoria, radice della Storia, che a sua volta ammaestra gli uomini. Non c’è altra via d’uscita per allontanarsi dallo stato di «dislivello prometeico» in cui ci troviamo, conseguenza diretta della crisi antropologica innescata dall’Illuminismo che ha messo l’Europa contro il proprio passato, segando, di fatto, l’esistenza dell’albero sul quale era seduta (G. Anders, L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2007).

Ma forse la putrefazione del ceppo può essere scongiurata, ammettendo che la tecnolatria non placherà il nostro odio contro la Vita, il cui unico antidoto è contenuto nella Memoria, cioè nella Storia, che non è affatto finita (Fukuyama), ma a cicli ritmici si ripropone sotto nuove maschere, offrendo opportunità inedite. Solo le passioni che la muovono sono sempre le stesse, per questo conoscerle può ridimensionare l’eccesso di speranza in un futuro da favola, specchio dei nostri desideri, i quali hanno poco a che fare con la realtà delle cose.

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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