8 Marzo 2026
Transumanesimo

L’Uomo, la Rete e l’Infinito – Rita Remagnino

Le società dominate da principi utilitaristici o iper-tecnologici, sono destinate ad andare incontro all’irrazionalità, producendo di conseguenza un corpus magico tendente verso il basso che rende il Sacro una parodia di se stesso. Ne è un esempio il passaggio dalla poetica «noosfera» di Vernadskij e Teilhard de Chardin alla scomposta «infosfera» – un termine reso popolare dal filosofo Luciano Floridi – che attualmente trasforma la verità in falsità.

Sempre di «sfere» concettuali si tratta, ma se la prima era in attesa della lenta evoluzione della coscienza prodotta dall’unione di tutte le interazioni tra menti umane, la seconda, mostrando una fretta indiavolata, pretende di condizionare pensieri e comportamenti su scala globale.
Nell’infosfera, l’IA assume un altro aspetto: smette di essere descrittiva (servizievole) e diventa prescrittiva (tirannica). Orienta, decide e condiziona in modo sbrigativo, quindi grossolano, rappresentando appieno la velocità che caratterizza i nostri tempi (es. social media, algoritmi, big data).

Per la religione implicita transumanista, questo ecosistema è come l’acqua per i pesci: il medium indispensabile all’innesco dell’evoluzione post-umana, ovvero lo spazio in cui la mente viene preparata ad essere uploadata. Molti cyber-maghi dipendenti dal «click esoterico» l’assecondano, muovendosi nell’ambiente fluido dove l’identità viene distribuita dai corpi biologici agli avatar digitali, certi che i flussi comunicativi riusciranno a spingere l’umanità su un gradino percepito come «superiore» (tema caro al filone futurista della Maat Magick).

Può sembrare assurdo ma la fede, si sa, non ha bisogno di prove.

L’infosfera agisce così indisturbata come un essere-tra che separa l’uomo dall’invisibile. Tutte le religioni hanno un intermediario, e il transumanesimo ha optato per un sistema di «comunicazione veloce» più adatto ai tempi attuali. Sulla qual cosa non vi sarebbe nulla da ridire, se non fosse che il nuovo medium è invasivo e totalmente autoreferenziale,

Al contrario dei mediatori tradizionali, che fornivano sistemi di significati e valori, l’infosfera decide cosa è rilevante, vero o falso. Nell’ambito della filosofia digitale e della riflessione sul futuro dell’umanità, la sua onnipresenza ha reso ininfluente il paradigma umano come fattore di valutazione, delegando all’informazione pilotata il compito di valutatore finale. E se qualcosa va storto, mettendo in contraddizione le singole informazioni, la colpa viene scaricata sulle interferenze malevole di un Nemico X (L. Lucidi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano, 2017).

Non diversamente dalla teodicea classica (es. Leibniz) che assolveva dio dai mali nel mondo (“Dio permette il male per suscitare un bene maggiore“), l’algoretica (IA che filtra le notizie) ripara il danno isolando gli utenti in bolle informative (filter bubble) per “proteggerli” dai segnali inopportuni. Ma chi/cosa decide l’etica degli algoritmi?
In genere, le Big Tech (con interessi commerciali) e le agenzie governative (con interessi politici e militari), perciò il confine tra fake news e censura è molto sottile, per non dire trasparente. Senza contare il peso esercitato dai giudizi di stampo gnostico-anabattista a sfondo capitalistico espressi ed imposti dagli oligarchi della Valle del Silicio, che detengono i codici sorgente delle IA (L. Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide, Cortina, Milano, 2022).

Se dunque si considera il transumanesimo come la nuova religione secolare del XXI secolo – con tanto di promessa di salvezza (l’immortalità), paradiso (uploading) e dogmi (la singolarità tecnologica) – allora l’infosfera diventa il medium attraverso cui la si venera, nonché la rivelazione che la definisce.

È il Dio, la Chiesa e la Bibbia fusi in un unico, onnipervasivo sistema informativo, di cui il transumanesimo si serve per svolgere la propria opera missionaria ed evangelizzatrice. Abbiamo avuto un assaggio del suo potere già nel secondo dopoguerra del ‘900, quando l’Unione Sovietica e l’America avevano la bomba atomica. Sul piano della forza, gli avversari erano testa a testa. Eppure, la prima uscì in pezzi dalla Guerra Fredda mentre la seconda assunse un ruolo egemonico globale perché a quei tempi il mondo parlava e leggeva americano, mangiava e vestiva americano, guardava film e telefilm americani, comprava e ascoltava musica americana.

Merito dell’infosfera, ma l’uomo – ormai uscito dal processo conoscitivo, privato della misura delle cose e incantato da religioni «senza dio» – non si accorse di nulla. Seguì le indicazioni impartite dall’ecosistema artificiale come il gregge segue il suo pastore, e da allora la transumanza continua tra sentieri lastricati di logiche computazionali impersonali, che alimentano forme sghembe di hybris e nuove tipologie di fede (o mitologie algoritmiche).

Su questo viaggio senza meta non vegliano le stelle, bensì entità rese superiori dalla rivoluzione tecnoscientifica, la quale negli ultimi decenni ha:
• idealizzato l’illimitato, dando ad intendere alla massa che ogni ostacolo può essere superato con flussi sempre maggiori di dati e più interventi tecnologici;
• portato al disprezzo della finitezza umana, suggerendo che la mortalità, la fragilità e l’incertezza sono errori da correggere anziché dimensioni costitutive dell’esistenza;
• sfidato l’equilibrio sistemico, trattando la natura (quindi, l’uomo) come un codice riscrivibile, a prescindere dal fatto che l’eccessiva manipolazione genererà instabilità catastrofiche (es. disuguaglianze biotecnologiche).

Preso nell’ingranaggio di un processo che non si cura affatto della prospettiva umana, l’uomo è uno spettatore passivo dentro una bolla plasmata da un’operazione vincente: più comunicazione, più isolamento, uguale meno verità. Nel risultato realtà e rappresentazione si mescolano, confondendosi, ma ugualmente il gregge segue il medium invisibile (il sistema tecnologico stesso, con le sue piattaforme sociali e i motori di ricerca), il quale, imperterrito, continua a plasmare percezioni, definendo i confini stessi dell’esperibile.

Sebbene nell’infosfera i dati si muovano come le strutture dogmatiche di una qualsiasi altra chiesa, con i “like” in vece del gesto rituale e la dipendenza da notifiche come richiamo alla “preghiera“, il movimento appare caotico e privo di etica. Quanto potrà andare avanti, in queste condizioni? Cosa ne sarà del reale quando il groviglio di link e informazioni diventerà inestricabile? I nati digitali saranno in grado di valutare in modo critico premesse e conclusioni fornite dall’IA, che tutto è fuorché neutrale? Oppure, la loro fiducia acritica nelle piattaforme (“lo dice Google“, “l’AI non sbaglia“) sostituirà la riflessione autonoma?

Inutile nascondersi dietro un dito: il rischio di prendere per «informazione reale» l’«informazione pilotata» è altissimo. Ne abbiamo avuto un esempio con Grok, l’intelligenza artificiale di “X”, che spacciata per meno censurata delle altre si è invece rivelata la più sgamata di tutte.
Oggi sappiamo che la sua millantata «modalità ribelle» era una trappola creata dal sistema che la muove, il quale risponde a precise logiche di engagement (più interazione = più dati per X, che deve monetizzare). In molti, però, ci hanno creduto. Nonostante il «caso Grok» abbia spedito in soffitta il vecchio mantra “se non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu“, poiché ormai è chiaro che anche pagando (l’abbonamento) il prodotto sei ancora tu!

Appare velleitaria, tuttavia, l’idea di poter fare a meno di questi strumenti. La Quarta Rivoluzione Industriale è un fatto compiuto, e indietro non si torna. Possiamo solo scegliere come impostare il nostro rapporto con le IA: se subirle come un fatto compiuto, o farne un uso intelligente; se respingerle, o usarle come «strumenti potenzianti».

Analogamente l’infosfera va trattata come l’automobile che teniamo in garage: sta a noi decidere se usarla per fare cento metri o mille chilometri, cioè spostamenti altrimenti proibitivi. Sempre, comunque, tenendo ben presente che lo spazio rizomatico composto da reti digitali, social media, algoritmi e flussi di dati può essere utile o dannoso.

Riconoscerne il potenziale, non significa cedere alla tentazione di sopravvalutarlo. Osservare dall’esterno la frammentazione dell’attenzione che produce, non intacca le fonti dell’immaginazione. Dunque, la connettività può essere sfruttata per ampliare le proprie conoscenze e le proprie relazioni, senza per questo cancellare il fatto che si tratta di macchine create dall’uomo, e, in quanto tali, portatrici d’interessi.
Respingere l’infosfera in toto sarebbe controproducente e anacronistico. Possiamo difenderci, visto che possediamo l’arma più potente di tutte: il linguaggio, attraverso il quale forgeremo il contro-antropocentrismo quando, all’apice della tecnica, la partita diventerà squisitamente filosofica.
Succederà, prima o poi. E allora, in seno al nuovo Umanesimo Digitale, le IA generative non appariranno più come un destino ineluttabile ma saranno lo specchio che costringerà l’umanità a ridefinire il senso stesso dell’umano. L’uomo sarà anche un animale ottuso che non impara mai dai propri errori, ma non arriverà al punto di cedere la propria esistenza a una sorta di intelligenza sovrumana in forma macchinica.

Le previsioni catastrofiche, sono solo marketing.

In qualsiasi momento, l’infosfera può essere spazzata via da un evento imprevisto e imprevedibile. Un nuovo Evento Carrington, per esempio, sarebbe sufficiente a danneggiare o interrompere il funzionamento di satelliti e infrastrutture critiche, reti elettriche e di comunicazione, precipitando il mondo in un’era di blackout diffusi e prolungati. Risultato: collasso del rumore e ritorno al più assoluto silenzio.

Ciò nonostante, la specie umana sopravviverà perché per andare avanti non servono super-intelligenze o effetti speciali, ma la consapevolezza della propria vulnerabilità; non l’onnipotenza, ma l’accettazione della propria finitudine; non l’ansia di avere risposte immediate, ma il piacere di porsi domande. L’etica della responsabilità è una prerogativa esclusivamente umana, e tale rimarrà fino a nuovo ordine (superiore).

Ricercatrice indipendente, scrittrice e saggista, Rita Remagnino proviene da una formazione di indirizzo politico-internazionale e si dedica da tempo agli studi storici e tradizionali. Ha scritto per cataloghi d’arte contemporanea e curato la pubblicazione di varie antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (Sefer Books). Ha vinto il Premio Divoc 2023 con il saggio “Il suicidio dell’Europa” (Audax Editrice). Altre pubblicazioni: "La vera Storia di Eva e il Serpente. Alle origini di un equivoco" (Audax Editrice, 2024). Attualmente è impegnata in ricerche di antropogeografia della preistoria e scienza della civiltà.

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