Degrado morale e morte civile in nome della “libertà”
Sulla storia del Regno del Sud – come venne chiamato il Regno d’Italia tra il 1943 e il 1945 – poco si è scritto e ancor meno si dice. Anche perché si rischia sempre un raffronto con quello che accadeva nella Repubblica del Nord, ossia nella RSI. Il benemerito Istituto di Studi Storici Economici e Sociali di Napoli, animato da Francesco Fatica, Uccio De Santis e Paolino Vitolo, ha avuto il grande merito di raccontare questa storia, ponendo all’attenzione degli studiosi eventi da sempre sconosciuti o manipolati per interesse politico[1]. Purtroppo, si è sentita la mancanza di un ricambio generazionale che ha non poco danneggiato l’attività dell’ISSES, per cui i suoi studi, pionieristici ed innovativi, rischiano di essere sommersi nella grande fossa comune della memoria approntata dai “gendarmi della memoria”, intenzionati a censurare e riscrivere la storia d’Italia pro domo sua. Vigilare perché ciò non avvenga è un nostro preciso dovere, soprattutto per gli Italiani del Meridione che sono gli eredi diretti di quella storia.
Alle “storie” del Regno del Sud è dedicato un pregevole saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri che, di certo, non possono essere considerati storici revisionisti. Anzi. Eppure, il loro studio – dall’emblematico titolo di Paisà, sciuscià e segnorine – non manca di onestà intellettuale, tanto da aver attirato la nostra attenzione[2].
Dopo l’8 Settembre 1943, con la resa incondizionata agli Alleati e il conseguente passaggio al nemico delle Regie Forze Armate, il Meridione dovette subire una vera e propria occupazione da parte degli angloamericani, con la quale la parola “cobelligerante” affibbiata al Governo italiano assunse il valore dell’ironia e della beffa. Lo stesso Harold MacMillan, a capo dell’Allied Commission, “ammetterà che gli Italiani avevano dovuto subire ‘la duplice esperienza di essere occupati dai Tedeschi e liberati dagli Alleati’ e che era ‘difficile dire quale dei due processi fu maggiormente penoso e sconvolgente’”[3]. Poche parole, ma illuminanti, che riscrivono da sole l’intera storia della “liberazione” dell’Italia.
Ovvio che, davanti alla crisi militare che aveva provocato la caduta del Regime, alle sofferenze patite in quei mesi di guerra, alla consapevolezza della schiacciante superiorità degli Alleati, la popolazione aspettasse la fine della guerra come una “liberazione”. Nulla di politico, però, sia chiaro. Ormai, il collasso delle coscienze aveva raggiunto il culmine e tutti aspettavano solo questa fine, rassegnati, ma anche fiduciosi che l’arrivo dei ricchi Angloamericani corrispondesse all’inizio di una era di prosperità. La fame aveva obnubilato le coscienze.
La caduta del Regime il 25 Luglio 1943 aveva portato ad organizzare una serie di manifestazioni antifasciste per festeggiare la “fine della guerra”, subito represse nel sangue da nuovo Governo (antifascista) del Maresciallo Pietro Badoglio. Si ricordano, ad esempio, i 20 morti di Bari, quando un gruppo di manifestanti, inebriato dalle notizie delle “dimissioni” di Mussolini, aveva deciso di assaltare la Federazione del PNF in Via Niccolò Dell’Arca, venendo però respinta a fucilate da un cordone del Regio Esercito in assetto antisommossa e dagli stessi fascisti che, asserragliati nella sede, risposero col fuoco dei fucili al tentativo di invasione. Scene avvenute in diverse località, con gli stessi drammatici risultati: Badoglio, l’ora antifascista Badoglio, era stato chiaro: si sparasse ad altezza uomo. E così avvenne. Dopo venti anni di Fascismo, ritornava l’abitudine repressiva dell’Italia liberale: mai, in 20 anni di Regime, erano accaduti fatti del genere. Ma i lutti, in quell’Italia in balia di se stessa, erano iniziati già con lo Sbarco in Sicilia del 10 Luglio 1943. E non si trattava di “lutti di guerra”, che potevano essere ovvi, ma di stragi di civili, proditoriamente compiute dagli Alleati in spregio alla vita umana. Una di queste si verificò proprio quel 10 Luglio 1943, nei pressi di Vittoria (Ragusa), quando vennero assassinati dagli Angloamericani una dozzina di civili, tra cui il Podestà di Acate (l’antica Biscari) Giuseppe Mangano, con la moglie Carmela; il fratello Ernesto, Capitano medico del Regio Esercito; e il figlio minorenne Valerio. La colpa di Giuseppe Mangano fu quella di essere stato fermato in camicia nera, con al bavero il distintivo del PNF. Il figlio Valerio, davanti al Plotone di esecuzione che stava sterminando la sua famiglia, non ebbe esitazione di scagliarsi contro i soldati brandendo una pietra, finendo ammazzato da un colpo di baionetta alla gola[4]. Fu la prima di una serie di stragi compiute dagli Alleati in Sicilia ben presto dimenticate.
La Campagna di Sicilia è spesso presentata per ridicolizzare il soldato italiano, ovviamente dimenticando cosa avvenne in realtà. Perché se è vero che vi furono diserzioni di interi reparti, è anche vero che i soldati italiani combatterono con onore contro un nemico superiore in mezzi e armamenti, scrivendo pagine di gloria militare che i “gendarmi della memoria” hanno poi provveduto a far dimenticare: “Nel corso dei combattimenti sono caduti 4.678 Italiani, 4.325 Tedeschi, 2.376 Britannici, 2.811 Americani e 490 Canadesi. Al di là del fenomeno delle diserzioni e di resa agli Alleati, i morti italiani sono numerosi e dagli elenchi dei caduti e delle decorazioni risulta che molti di essi sono militari siciliani, che hanno combattuto coraggiosamente”[5].
Il morale degli Italiani in quei mesi era a pezzi. Consapevoli della sconfitta e, soprattutto, della violenza distruttrice delle aviazioni angloamericane che provocano lutti a non finire tra i civili, l’unica speranza per tutti fu la “pace”, costasse quel che costasse. Una giovane scriveva: “Sono egoista, senza italianità, senza dignità d’Italiana. Questo stato di cose in me l’hanno procacciato gli ultimi terroristici eventi che mi avevano annichilita. Ero stufa di allarmi, di incursioni, ero terrorizzata dall’incubo continuo di questa guerra devastatrice. Ho accolto festante la notizia della resa [dell’8 Settembre]”[6].
Ma se la maggioranza degli Italiani accolse con questo animo la “fine” della guerra, altri – certamente una minoranza – reagirono in maniera diametralmente opposta. Tra questi, i fascisti, quelli che si credevano scomparsi e liquidati dopo il 25 Luglio. No, non era così, stavano solo aspettando. E l’8 Settembre saranno proprio loro – per citare Renzo De Felice – a reagire con dignità allo sfacelo delle Regie Forze Armate. Si ricorda, ad esempio, il Gen. Gioacchino Solinas che guidò i suoi Granatieri alla difesa di Roma contro l’avanzare delle truppe germaniche; come il Segretario del Fascio di Albano Leonardo Bellagamba che, insieme ad altri camerati, si unì tra i primissimi ai soldati tedeschi nell’assalto a Villa Doria dove erano accasermati alcuni Fanti della “Piacenza” che non volevano disarmare[7]. Questi due casi – opposti per scelta, ma che saranno poi “ricongiunti” dall’adesione alla RSI – dimostrano che, davanti al dramma dell’8 Settembre, i fascisti furono tra i pochi a non capitolare davanti alla Storia.
Anche a Bari si “rividero” i fascisti che riuscirono a vanificare – insieme alla dirigenza, come il Gen. Eugenio Minisini, “collaboratore del gerarca Vincenzo Tecchio”; e il Magg. Crispo – i tentativi fatti da alcuni azionisti di fortificare il Silurificio Italiano in funzione antitedesca[8]. Contemporaneamente, diverse Camicie Nere – insieme ad altri soldati delle Regie Forze Armate – ingaggiavano con i Germanici entrati in città dei conflitti a fuoco, impedendo la distruzione delle opere portuali. Erano guidati dal Gen. Nicola Bellomo che, nonostante l’azione e l’adesione al Governo Badoglio, sarà poi fucilato dai Britannici, l’11 Settembre 1945 – a guerra finita e “in faccia” al Governo italiano collaborazionista –, per essere ritenuto responsabile della morte di due soldati inglesi fuggiti da un campo di concentramento italiano nel 1941![9]
Sempre a Bari, la Milizia Postelegrafonica – insieme ad impiegati, Carabinieri Reali ed altri soldati – si rese protagonista della difesa del Palazzo delle Poste dai tentativi germanici di occupazione, respingendoli dopo cruenti scontri[10].
Si obietterà che anche gli antifascisti, in alcuni casi, come quello di Roma, scesero nelle piazze ad affiancare l’azione del Regio Esercito, se non fosse che la memorialistica ha calcato troppo su questa presenza, senza pensare che, senza armi, poco o nulla poteva essere fatto[11]. E non fu fatto, sia chiaro. Con tutto il rispetto per le centinaia di caduti – che coraggiosamente affiancarono le truppe regolari italiane – e di vittime, incoscienti spettatori della battaglia, che vollero “godersi lo spettacolo”, finendo falciate dalle mitragliatrici: “La mobilitazione dei partiti antifascisti, appena usciti dalla clandestinità, pur essendo significativa e ricca di eroismo, non coinvolge le masse”[12].
Nonostante la resa italiana e il passaggio al nemico delle sue Forze Armate, gli Alleati continuarono il massacro della popolazione, come avvenne il 9 Settembre 1943 a Capua (Caserta), dove venne raso al suolo il 75% del suo centro storico e uccisi 1.062 civili, un crimine contro la civiltà e l’umanità rimasto impunito[13].
I Germanici, d’incanto, diventarono da alleati a “nemici”, anche se giuridicamente rimarranno alleati del Regno del Sud almeno fino alla denuncia dell’alleanza, ossia alla dichiarazione di guerra del 13 Ottobre 1943. Gli Alleati, invece, nonostante la nebulosità della “cobelligeranza”, rimarranno nemici dell’Italia fino al 10 Febbraio 1947, ossia fino al Trattato di Pace, cosa che si dimentica sempre. I Tedeschi “nemici” così, improvvisamente, diventarono anche rancorosi occupanti, costellando la ritirata dal Meridione di una miriade di violenze e di stragi ingiustificate. Tra queste citiamo l’eccidio avvenuto a Rionero in Volture (Potenza), il 24 Settembre 1943. A seguito del ferimento del Serg. Donato Garofalo, del Reggimento Paracadutisti “Nembo”, che aveva deciso di restare fedele ai camerati germanici, sorpreso dal proprietario a rubare una gallina, vennero uccise per rappresaglia 16 persone. La vulgata antifascista tentò di incolpare i Paracadutisti italiani della strage, venendo però sbugiardata nel processo che si svolse a carico dei presunti responsabili.
A Pozzuoli (Napoli), il 17 Settembre, due responsabili di sabotaggio alle linee telefoniche catturati e intenti alla fuga, vennero uccisi dai Tedeschi. Alla loro cattura aveva partecipato il Podestà Filippo Falvella[14].
Iniziarono anche i rastrellamenti per intruppare civili nei Battaglioni lavoratori, come quello di Castellammare di Stabia (Napoli) del 23 Settembre, dove vennero catturati, anche grazie all’azione dei Carabinieri al comando del Cap. Angelo Simio, cinquemila tra popolani e militari[15].
Si registrarono anche le prime “vendette partigiane”, come quella verificatasi al Fondo Maranese a Miano di Napoli, il 29 Settembre 1943. Per vendicarsi dell’uccisione, compiuta dai Germanici, di sei civili che avevano ospitato soldati sbandati del Regio Esercito, alcuni antifascisti aizzarono i parenti delle vittime alla vendetta, finendo per incolpare come “spia” un fascista del luogo, tale Mastrecchia, che fu assassinato: “La donna [moglie di uno degli uccisi] gridava sconvolta, prese una stanga di legno, colpì più volte l’uomo morto sulla testa ed a ogni colpo quel corpo sussultava”[16].
A Montescaglioso (Materia), il 19 Settembre 1943, in concomitanza dell’arrivo degli Alleati, i comunisti uccisero l’ex Podestà Francesco Locantore. A Irsina (Matera), il 22 Settembre seguente gli antifascisti assassinarono il Segretario comunale Domenico Palombella[17].
In questo scenario si verificarono anche episodi di solidarietà popolare, come quello di Tora Presenzano (ora Tora e Piccilli), in provincia di Caserta, sede di un campo di internamento per una trentina di ebrei. Dopo l’8 Settembre, vennero tutti ospitati e protetti dalla popolazione locale, compresi i fascisti[18].
Fondamentale dal punto di vista storico fu lo “snodo” delle cosiddette Quattro Giornate di Napoli, già smitizzate dallo straordinario studio di Enzo Erra, al quale rimandiamo il lettore[19]. Importante tornare su di loro per ricordare la epopea dei franchi tiratori fascisti che entrarono in azione durante gli scontri:
In Via Toledo un fascista isolato spara con la mitragliatrice da una terrazza della Rinascente, prima di suicidarsi lanciandosi da una finestra. In Piazza Marinelli un altro spara e tira bombe contro i partigiani, prima di essere preso e fucilato. In Via Duomo un Capitano [sic; leggasi “Centurione”] della Milizia si barrica, suicidandosi prima della cattura, e due franchi tiratori vengono catturati e uccisi, uno buttato giù dal balcone, l’altro fucilato. Un Commando fascista uccise molti partigiani nei pressi di Via Salvator Rosa. Un altro gruppo spara su Piazza Dante dal Liceo “Vittorio Emanuele”. Altri tiratori entrano in azione in Via del Mille, alla Salita Magnacavallo e al Vomero. Un gruppo di fascisti asserragliati nella Caserma “Paisiello” in Piazza Montecalvario resiste per due giorni, prima di dileguarsi dopo un’accesa sparatoria, il 30 Settembre. Un altro gruppo contende la Torre degli Arditi a Porta Capuana ai partigiani. In Piazza Mazzini a sparare contro i partigiani appostati nelle case circostanti sono quattro giovanissimi armati di moschetto e quando una colonna tedesca in ritirata li invita a fuggire con loro, dicono di voler aspettare gli Alleati per opporre un’ultima resistenza[20].
A Napoli, il 1° Ottobre 1943, venne assassinato il fascista Federico Travaglini, scovato sul campanile di Barra ed accusato falsamente di aver collaborato in una rappresaglia germanica. I Carabinieri Reali riuscirono a strapparlo alla folla dopo che era stato malmenato e cosparso di benzina per essere bruciato vivo. Ma gli antifascisti assaltarono la caserma e presero il Travaglini che fu assassinato a colpi di fucile e pugnale in Piazza Margherita. Il suo corpo sarà poi vilipeso e straziato[21].
Dei caduti fascisti di questi giorni poco o nulla si sa. Solo scarne notizie. Come quella del mussoliniano assassinato a Capua (Caserta) il 5 Ottobre 1943, dopo l’insurrezione antitedesca. Lo stesso giorno, a Santa Mara Capua Vetere (Caserta), in analoghe circostanze, fu assassinato l’Avvocato Enrico Liguori, squadrista; e vennero assaltate diverse case di fascisti. Negli scontri, che coinvolsero anche i Carabinieri accusati di aver collaborato con i Germanici, venne ferito anche l’Appuntato Corrado Leone, che morirà il 6 Ottobre[22].
La reazione germanica alle “insurrezioni” fu barbarica. Le “insurrezioni”, provocate non certamente da antifascismo o ideali politici, ma solo dalle razzie ingiustificate dell’Esercito tedesco, finirono spesso represse nel sangue. A Pietransieri (L’Aquila), nel Novembre 1943, ben 109 furono le vittime della reazione selvaggia dei Germanici alla mancata esecuzione dell’ordine di sfollamento[23].
A Fornelli (Isernia), un gruppo di partigiani guidati dal Podestà Giuseppe Laurelli, uccise un Tedesco. Vennero catturati, secondo gli antifascisti anche grazie alla collaborazione dell’Ufficiale della Milizia Giuseppe Castaldi, ed impiccati il 4 Ottobre 1943[24].
Il 10 Ottobre 1943, a Sanza (Salerno), una rivolta popolare proclamò la “repubblica contadina”. Dovettero intervenire gli Alleati per reprimere i disordini con arresti di massa, al termine dei quali nominarono Commissario del Comune Antonio Citro (ex Segretario del Fascio) e Segretario comunale Carlo Eboli (Sciarpa Littorio e Centurione della Milizia)[25].
A Chieti si registrava anche una delle prime operazioni “controbanda”. Il 3 Dicembre 1943, un gruppo di Tedeschi in divisa inglese, “con l’aiuto di alcuni fascisti”, tendeva un’imboscata ad una formazione ribelle. Un partigiano moriva nello scontro, altri dieci catturati saranno fucilati il 14 Dicembre seguente[26].
Il Regno del Sud si trovò così impantanato nell’occupazione alleata e non caos politico-militare-amministrativo causato dalla resa incondizionata. Emblematica la questione delle Leggi razziali del 1938, rimaste in vigore anche durante i 45 giorni del Governo Badoglio. Saranno gli Alleati a fare pressione per la loro abolizione, inserendo un ordine esplicito in tal senso nell’Armistizio Lungo (art. 31). Si dovrà attendere, comunque, il 20 Gennaio 1944 per una prima legge abrogativa delle Leggi razziali (R.D.L. n. 26), che sarà subita sospesa ed entrerà in vigore solo l’Ottobre successivo, col Governo Bonomi. Lo smantellamento della legislazione razziale si protrarrà fino al 1947, con 22 leggi, approvate “tra forti resistenze della burocrazia”[27]. Ma se delle Leggi razziali non interessavano a nessuno (se non ai diretti interessati, ovviamente), necessario era ricostruire lo Stato e, soprattutto, le sue Forze Armate sbandatesi dopo l’8 Settembre. Il 4 Ottobre 1943, il Capo di Stato Maggiore Vittorio Ambrosio emanò un bando che “stabilisce che i militari sbandati l’8 Settembre che non si costituiscono appena possibile o comunque entro cinque giorni da quando il territorio in cui si trovano sia passato sotto il controllo degli Alleati, sono da considerare disertori, con le pene che ne conseguono”[28]. Il bando, che istitutiva appositi Tribunali Militari, venne totalmente ignorato. Alla fine, un Esercito si ricostituirà e risalirà la penisola al fianco degli Alleati: 195.000 uomini alle armi, più altri 150.000 in compiti amministrativi e di ordine pubblico, 8.100 Caduti.
I bandi di chiamata per le Regie Forze Armate provocarono una serie di proteste in tutto il Meridione, in cui si inserirono i fascisti. Così a Ragusa, dove comparvero scritte del tipo “Coraggio fascisti! Duce!”; o in altri centri: “Non vogliamo andare contro i nostri fratelli del Nord”; “Il Duce ritornerà”; ecc.[29] Dalle scritte si passerà subito alle sommosse: nella sola Sicilia, al Gennaio 1945, si conteranno 150 manifestazioni in 98 Comuni, “con decine di morti, feriti e arrestati e la temporanea istituzione di pseudo repubbliche a Naro, Piana dei Greci, Giarratana, Vittoria e Comiso”[30].
A Giarratana, capo della rivolta fu il fascista Vittorio Dell’Agli (futuro dirigente del MSI a Ragusa). Così a Modica, dove manifesti inneggiarono “all’indipendenza della Sicilia, alla RSI, alla liberazione dai nuovi invasori e dalla tirannia dei nuovi partiti ‘traditori’ della Patria”[31]. A Camporeale, il 18 Dicembre 1943, un corteo di 200 persone attraversò il paese con cartelli inneggianti al Duce e contro il Regio Esercito[32]. Ovunque, si segnalò la presenza di “sobillatori fascisti”, che soffiavano sul fuoco della delusione per la “liberazione”, per la fame, per le violenze angloamericane, tanto che “non era raro vedere in un corteo organizzato da separatisti numerosi cartelli inneggianti al fascismo e ad Hitler (Questore di Caltanissetta, il 20 Dicembre [1943])”[33].
[…] L’eco dei gravissimi disordini nel Ragusano ha vasta risonanza in tutta l’isola e i fascisti tentano di approfittarne, come testimonia un loro appello diffuso in quei giorni:
[…] L’ora di agire è arrivata. Già i vostri compagni della Sicilia Sudorientale, Gela, Vittoria, Ragusa, Modica, Comiso, Noto, Siracusa, Catania, ecc. hanno iniziato la rivolta.
Imbracciate un fucile o un’arma qualsiasi e recatevi sulle montagne dove presto i vostri compagni vi raggiungeranno. Mentre la forza è nelle vostre mani un Governo di pochi fantocci vi ha venduto al nemico come carne da macello. L’ora della liberazione è vicina. Siciliani dei Vespri alle armi per la guerra santa.
In un discorso ripreso dal “Corriere della Sera” del 18 Gennaio 1945, Mussolini si complimenta con i fascisti che agiscono in clandestinità dietro le linee nemiche e in particolare con gli autori della rivolta in Sicilia. Il 21 Gennaio 1945, del resto, il giornale antifascista “Il Solco” in articolo intitolato Torneremo parla di una “strana malattia” in molte città della Sicilia, “i cui sintomi sono una forte nostalgia del passato”, con riunioni di persone che si conclude con il termine “torneremo”, accusando i fascisti di instillare “i germi della resistenza al dovere nei nostri ragazzi”, spronandoli “a non rispondere alla chiamata alle armi”[34].
A Napoli, durante la rivolta contro la leva del Regio Esercito del 16-20 Dicembre 1943, diversi studenti inneggiarono alla RSI e a Mussolini[35], mentre dalle finestre dell’ateneo e sulle scalinate occupate altri gridavano «Cassino! Cassino!», riferendosi alla resistenza germanica sulla Linea Gustav.
Il 5 Gennaio 1944, a Comiso (Ragusa) venne proclamata la repubblica. I rivoltosi dovettero capitolare l’11 Gennaio seguente per evitare la repressione militare: 300 di loro vennero comunque arrestati e deportati a Ustica e Lipari. Mussolini, saputo dell’evento, conferì loro la Medaglia d’Argento[36].
Sempre l’11 Gennaio, a Naro (Agrigento), scoppiò una rivolta “separatista-fascista”, repressa nel sangue dopo quattro giorni di combattimenti (un Ufficiale dei Carabinieri Reali e cinque civili morti).
Anche in Sardegna si sviluppò un movimento di protesta a guida fascista, come dimostra il caso di Sassari, dove, il 20 Febbraio 1945, si registrò una manifestazione di giovani richiamati alla leva inneggianti a Mussolini e alla RSI e, contemporaneamente, si affossava ingloriosamente il tentativo di far nascere un Comitato di Lotta al Tedesco, promosso dalle comuniste, e finito nel nulla. E così in altre zone dell’Italia “liberata”: “A Teramo un gruppo di soldati marcia per le strade intonando inni fascisti, mentre ad Ascoli Piceno i manifestanti tentano di assaltare le sede del PCI”[37].
Nel Regno del Sud conquistarono l’agibilità politica anche i comunisti del PCI, ossia i fautori di una Repubblica Sovietica sul modello stalinista. Questo, soprattutto, dopo la “bomba Ercoli” del Marzo 1944, con la quale Togliatti riconosceva il Governo Badoglio. Infatti, il 13 Marzo, l’URSS era stato il primo Paese a riconoscere il Regno del Sud, per tutelare i suoi interessi nello scacchiere internazionale. Così doveva fare anche il PCI. Ordine in tal senso era stato dato a Togliatti da Stalin nell’incontro a Mosca del 3-4 Marzo. Arrivato in Italia il 27 Marzo, il Segretario del PCI lanciò la “bomba”, che lasciò tutti sorpresi, prima di tutti i compagni[38]. Ma questo non fece diminuire la conflittualità politica. A Cagliari, ad esempio, durante la Festa socialista dei lavoratori del 1° Maggio 1944 si registrarono scontri tra Paracadutisti delle Regie Forze Armate e comunisti, e un soldato annotò: “I gruppi comunisti sono moltissimi ed è ritornata l’infausta falce e martello sui muri, inneggianti con scritte cubitali alla Russia, al comunismo, a Stalin, all’Armata Rossa, ecc.”[39].
Il 9 Marzo 1945, a Caulonia (Reggio Calabria), venne proclamata la “repubblica rossa” che subito si esibì nella punizione dei fascisti a bastonate, in proclami rivoluzionari e nell’istituzione di organi di governo socialisti. L’assassinio del Sacerdote Gennaro Amato da parte del bracciante Ilario Bava – il Sindaco comunista Pasquale Cavallaro sarà accusato di essere il mandante – consentirà al Governo di reprimere l’esperimento rivoluzionario. Abbandonato dal PCI, Cavallaro si dimise in cambiò dell’immunità per tutti gli insorti. Ma non tutti accettarono, dandosi alla macchia ed organizzandosi in bande partigiane! Fu così necessario organizzare un grande rastrellamento con Carabinieri Reali e fascisti che provocheranno la resa delle unità ribelli: “Decine di contadini vengono percossi a sangue; circa 80 persone rimarranno a lungo nelle infermerie in seguito alle violenze ricevute. Due lavoratori muoiono per le torture; altri due moriranno ancora giovani in seguito ai colpi ricevuti”. 356 persone vennero denunciate per reati gravissimi, poi tutte amnistiate[40].
Parallelamente, si andava organizzando il fascismo clandestino, come hanno evidenziato nei loro fondamentali studi Domenico Loiacono e Angelo Abis, ai quali rimandiamo il lettore[41].
A Trapani, dove gli Alleati entrano il 23 Luglio 1943, nove studenti guidati da Cataldo Grammatico detto “Dino” (che nel dopoguerra sarà Deputato regionale del MSI e poeta con lo pseudonimo di Dino d’Erice) e Salvatore Bramante, fondano il gruppo Fedelissimi del Fascismo. […] Durante il processo a loro carico compaiono scritte inneggianti ai picciotti di Trapani ad opera di Angelo Nicosia, futuro Segretario nazionale dei giovani missini, e Lorenzo Purpari, che con una ventina di giovani, tra i quali Aristide Metler e Nicola Denaro hanno dato vita al Gruppo “Costarini” [sic; leggasi “Rino Cozzarini”], in memoria di uno dei primi Caduti della RSI. Il gruppo pubblica un giornale ciclostilato intitolato “A Noi! Foglio del Partito Fascista Repubblicano – Sezione di Palermo”[42].
Anche in Sardegna si sviluppò un movimento fascista clandestino. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Francesco Maria Barracu affidò al Cappellano militare Luciano Usai, fondatore del Battaglione “Giovanni Maria Angioy”, il compito di organizzare la ribellione sull’isola. Sarà paracadutato in Sardegna, arrestato e condannato a morte dagli Alleati (pena poi commutata in 30 anni di carcere). Ma anche in altre regioni del Meridione i fascisti passarono all’azione. Nota l’opera svolta dal Principe Valerio Pignatelli della Cerchiara, come, in Calabria, quella dell’Avvocato Luigi Filosa, futuro parlamentare del MSI, “ex Federale di Cosenza, espulso dal Partito nel 1923 perché ‘repubblicano e dissidente’ e riammesso soltanto vent’anni dopo, nel 1943”[43]. Saranno arrestati tutti dagli Alleati e condannati a lunghe pene detentive in quello che fu il “Processo degli 88”: la sentenza venne accolta al canto di Giovinezza.
Anche Napoli vide la comparsa del fascismo clandestino, grazie all’opera di coordinamento e promozione svolta da Antonio De Pascale e Nando Di Nardo.
Tra la popolazione “liberata” andò a svilupparsi ben presto il malcontento, per le numerose illusioni crollate davanti alla realtà dell’occupazione. Si verificarono anche nobili proteste civili, come quella del Rettore dell’Università di Catania Orazio Condorelli, che si oppose all’entrata dei Britannici nell’ateneo e, dati i suoi trascorsi fascisti, immediatamente inviato in campo di concentramento, campi dove si sorvolava allegramente sulla Convenzione di Ginevra riguardo allo stato dei prigionieri[44].
Le bande partigiane alle quali abbiamo fatto cenno non riuscirono mai impensierire i Germanici in tutto il Meridione e le stesse insurrezioni popolari che si registrarono, principalmente per reazione alle razzie e alle arbitrarie violenze tedesche, non misero in fuga gli occupanti come sovente si afferma, semplicemente perché erano già in ritirata, pressati dall’avanzare dei carri armati angloamericani, non certo di improvvisati e male armati “patriotti” dell’ultima ora. Anche quando, crollato il fronte di Cassino e sfondata la sacca di Nettunia, il 27 Maggio 1944, il Comandante Alexander ordinò ai partigiani italiani operativi tra Firenze e Roma di passare all’azione, chi li vide?
Roma venne risparmiata dai combattimenti per volere di Hitler e le truppe germaniche lasciarono la Capitale in tutta tranquillità, senza essere disturbate da nessuno.
Anche nella Città Eterna gli Alleati vennero accolti da scene di giubilo, ma commentava chiaramente una ragazza: “Sembra di stare allo zoo, con la differenza che i visitatori stanno dentro il recinto [gli Alleati] e le bestie fuori [noi]”[45]. E, sullo sfondo, si sentiva sparare: erano i franchi tiratori fascisti che per tre giorni daranno filo da torcere ai nuovi occupanti. Una pagina di storia dimenticata che ci vantiamo di aver raccontato tra i primi[46].
L’occupazione della Capitale portò anche al cambio di Governo nel Regno del Sud. Badoglio fu silurato e gli antifascisti, finalmente, si agganciavano al carro governativo: venne nominato Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, che si portò dietro una serie di arrembanti nuovi volti e “fantasmi del passato”, cosa sgradita ai Britannici che li appellarono subito come “gruppo di anziani e affamati politicanti”[47].
Tra gli ultimi atti dei Germanici in ritirata da Roma vi furono le fucilazioni di La Storta. La fucilazione del sindacalista socialista Bruno Buozzi – sulla quale tanto bisognerebbe dire – darà il via alla comunistizzazione della rinata CGL ad opera di Giuseppe Di Vittorio. La morte di Buozzi, infatti, sbloccherà la costituzione del “sindacato unitario”, la CGIL (Patto di Roma, 9 Giugno 1944), nella quale confluì anche il sindacato cattolico, la CIL. Con un decreto del 23 Novembre 1944, tutti i sindacati fascisti vennero sciolti e gran parte dei loro esponenti confluirono nella unitaria CGIL (fino a quando non fu palese l’opera di asservimento al PCI del sindacato unitario e le varie anime uscirono fondando proprie organizzazioni).
Nelle provincie meridionali, intanto, cresceva il malcontento, frutto delle disperate condizioni di vita, della mancanza di generi alimentari, del crollo improvviso delle illusioni. Una cronaca da Cosenza, risalente al Novembre 1943, denunciava: “Si muore anche di fame, si muore di inanizione come di peste: così di colpo. Gli uomini d’improvviso, dopo aver dilatato gli occhi febbricitanti nelle orbite scavate nella sofferenza si abbattono e diventano esseri inanimati, cose tra le cose. Vogliamo il pane”[48]. Si voleva mangiare, altro che ideali, democrazia e costituzione! Cosa ben risaputa dagli Alleati, cui spettava la gestione del razionamento e della distribuzione dei generi alimentari, tanto da commentare: “Unica preoccupazione dei civili è oggi l’interesse materiale a sfamarsi”[49]. Da qui, agli “assalti ai forni”, il passo sarà breve, soprattutto quando il Governo, a partire dal Dicembre 1944, abolirà il prezzo politico del pane. Fu in questo contesto che, il 19 Ottobre 1944, a Palermo, si consumò la “strage del pane”, quando i soldati del Regio Esercito – riprendendo la tradizione liberale e democratica italiana – spararono sulla folla in tumulto provocando 24 vittime (tra cui due bambini di otto e dodici anni) e 158 feriti[50].
Oltre al mercato nero – grazie anche al commercio clandestino che si creò con le “forniture” militari degli Alleati – cominciò a proliferare la delinquenza, il banditismo e si sviluppò la criminalità organizzata (mafia, camorra, ‘ndrangheta), tristi frutti della “liberazione” giunti fino ai nostri giorni. Gli Alleati, dovendo controllare il territorio, epurata la classe dirigente fascista, si trovarono davanti il “deserto”. Assenti gli antifascisti, si appellarono spregiudicatamente ai vecchi mafiosi, “resuscitandoli” dopo venti anni di emarginazione: Calogero Vizzini venne nominato Sindaco di Villalba; Salvatore Malta Sindaco di Vallelunga; Genco Russo Sovrintendente agli Affari Civili di Mussomeli; Damiano Lumia interprete di fiducia presso il Civil Affairs Office di Palermo; ecc.[51] Un problema non certamente ignorato se, in un rapporto ufficiale redatto per l’AMGOT di Palermo, risalente all’Ottobre 1943, si poteva leggere che “la mafia si sta ora dotando di armi ed equipaggiamenti moderni” e “molti siciliani si lamentano del fatto, ed è la cosa più inquietante, che molti nostri interpreti di origine siciliana provengono direttamente dagli ambienti mafiosi statunitensi”: “Agli occhi dei siciliani, non solo il Governo Militare Alleato non è in grado di affrontare la mafia, ma è arrivato al punto di essere manipolato”[52]. E se Vizzini e Genovese in Sicilia la facevano da “padroni”, a Napoli sorsero le figure di Giuseppe Navarra e Gennaro Merolla, detto “King Kong”. In Calabria prese piede la ‘ndrangheta grazie all’attivismo criminale di Gioacchino Leonello e Vincenzo Pinneri. Infine, a tutto ciò si sommò il sorgere del banditismo che, in Sicilia, si confuse con il separatismo – simbolo del declino dei valori patriottici e del trionfo della criminalità –; fenomeno che, al Febbraio 1945, poteva “vantare” 780 omicidi; 2.148 rapine a mano armata; 74 sequestri di persona a scopo estorsione; 28 conflitti con la Forza pubblica[53]. In Sicilia, sarà la mafia a “disciplinare” il banditismo e porre fine alla sua attività “non controllata”.
Abbiamo accennato al separatismo siciliano, che vedrà un proprio partito in azione, il Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) di Andrea Finocchiaro Aprile, e addirittura di un esercito, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS), del Prof. Mario Turri, già inviato in Toscana dagli Alleati per organizzare la Resistenza contro la RSI. Al movimento aderirà anche la banda di Salvatore Giuliano. Gli scontri con le Regie Forze Armate si susseguirono senza sosta, fino al 28 Giugno 1945, quando in uno conflitto a fuoco con i Carabinieri Reali cadde il “Generalissimo” Turri. L’offensiva contro l’EVIS registrò il successo il 29 Dicembre seguente, nella Battaglia di Monte San Mauro di Caltagirone, durante la quale venne arrestato anche il successore di Turri, tale Concetto Gallo. Infine, il crollo politico: nelle elezioni per la Costituente del 2 Giugno 1946, il MIS non riuscì a superare l’8,7% (quattro Deputati eletti). Sconfitta che fu il prologo della sua scomparsa.
Ma cosa contraddistingueva il Meridione “liberato” in quei mesi?
Prostituzione e servilismo, interi quartieri vietati alle stesse Forze di Polizia, che rischiavano il linciaggio al solo tentativo di penetrarvi. Non per questo non si tentò la repressione, con arresti di massa e rastrellamenti, come quello di Napoli del Maggio 1944, durante il quale vennero arrestati 1.048 contrabbandieri e 446 commercianti.
Nel capoluogo campano
vi sono luoghi chiamati “Duchesse”. Nemmeno i Poliziotti osano entrarvi perché sarebbero immediatamente assassinati. Colà vengono ammassate e rivendute le refurtive. […] Tutta la colpa è degli Americani. Tra di essi vi è un numero immenso di disertori e latitanti i quali, essendo di origine italiana e conoscendo la lingua e i dialetti, sono riusciti ad organizzare il gangsterismo su vasta scala[54].
Nel Gennaio 1944, a Napoli, si stimava che il 30% dei viveri sbarcati “spariva” durante il trasporto ai depositi.
Ovunque si registrarono violenze e prevaricazioni: “Due militari britannici, in località Quadrivio di Poggioreale, dopo aver esploso alcuni colpi d’arma da fuoco contro un crocefisso esposto alla pubblica venerazione, si appropriavano del denaro contenuto nella cassetta delle elemosine”[55]. “Un Canadese pretendeva di essere accompagnato a donne da un Carabiniere: irritato per il rifiuto opposto da questi, prima gli ha tirato dei colpi di rivoltella e poi l’ha finito con una rasoiata alla gola”[56].
I numeri ufficiali sui crimini commessi dagli Alleati in Italia tra l’8 Settembre 1943 e il 31 Dicembre 1946, sebbene sottostimino la realtà dei fatti, sono chiari: 547 omicidi, 1.905 ferimenti, 2.293 aggressioni e risse, 7.662 rapine e furti, 1.157 violenze carnali consumate e 290 tentate (ad esclusione delle “marocchinate”): “Un rapporto del Ministero della Difesa della fine del 1947 indica, probabilmente per difetto, 23.265 reati commessi dalle truppe alleate”[57].
Abbiamo detto che queste statistiche – al di sotto della realtà dei fatti – non comprendono i crimini commessi dal Corpo di Spedizione Francese, le cosiddette “marocchinate”, un crimine contro l’umanità senza precedenti: si parla di circa 60.000 violenze dalla Sicilia alla Toscana, durante la lunga marcia di “liberazione” del CFS, che qui ricordiamo per non dimenticare tutti gli Italiani che vennero assassinati per difendere le proprie mogli e le proprie figlie[58]. Un episodio dimenticato fu il Vespro di Cittaro dell’Aprile 1944, quando i cittadini di Xitta di Trapani, insorsero contro le violenze compiute da un Battaglione del 1° Reggimento Paracadutisti della Legione Straniera francese: numerosi i feriti duranti gli scontri e tre morti tra i siciliani, “tra cui la moglie di un Carabiniere, Giovanna Criscienti, madre di quattro figli ed in stato interessante”[59].
Il Meridione “liberato” era diventato un luogo di disperazione e un “libero mercato”… di vergogna. Si vendeva di tutto, anche i richiesti diplomi di “patriotta” che tanta fortuna daranno agli “investitori”: “Ormai si vende di tutto, dal coniglio all’onore delle ragazze, alle lampade di acetilene, anzi, va a ruba tra i soldati angloamericani un certificato (con disegnato sopra tanto di luna e Colosseo!) in cui si attesta che il sig. Tal dei Tali è entrato a Roma tra i primi dieci alleati”[60].
In questo scenario si inquadrano anche lo scoppio di epidemie, come quella di tifo, che a Napoli, al Giugno 1944, provocherà 429 morti.
Se, quindi, gli Alleati – soprattutto gli Americani – vennero accolti da “liberatori”, con speranze a profusione, ben presto gli stessi Comandi a stelle e strisce dovettero registrare un cambio repentino nell’opinione pubblica: “Accolti prima con entusiasmo come liberatori e temuti poi come nuovi padroni spavaldi, violenti e profittatori. Ammirati e imitati per i loro usi e costumi, spregiudicati e libertini, disprezzati per gli atteggiamenti che sfociano in eccessi umilianti e fastidiosi”[61]. “
In Sicilia già l’8 Agosto 1943 Lord Rennel lamenta un “sostanziale cambiamento nello spirito pubblico” nell’isola, perché i siciliani hanno compreso che l’arrivo degli Alleati non ha “significato il regno dell’abbondanza” e di conseguenza hanno abbandonato l’“atteggiamento di cani bastonati e di cuccioli scondinzolanti” e di “servilismo”, adottato immediatamente dopo lo sbarco, per cominciare invece “a chiedere e, nei più grandi centri, a pretendere”[62].
Davanti a questo drammatico scenario, in molti cominciarono a ricredersi, a ripensare al recente passato fascista e all’occupazione germanica: “L’orrore e la delusione del comportamento delle truppe alleate in queste zone porta addirittura a rivalutare in termini positivi l’occupazione tedesca”[63].
[Gli Alleati] non fanno che fondare clubs, circoli e casini dove dare sfogo alle loro brame e per ubriacarsi in modo indegno per un uomo civile. Se questa è la civiltà alla larga […] meglio i barbari col loro ordine e con la loro dignità. Tu non hai ancora provato lo stringimento di cuore che ti dà l’osservare centinaia di ragazzi occupati a lustrare le scarpe ai negri e ancor più, nelle osterie principali invitare i soldati a trincare o per offrirgli la mamma, la sorella, ecc.[64]
Gli stessi Carabinieri Reali di Napoli, il 14 Novembre 1943, denunciavano “lo spettacolo ripugnante di donne italiane a braccetto di soldati negri nelle strade della città”[65].
Scene raccapriccianti si verificano ovunque, con bambine di 13, 12 ma anche di dieci anni incinte ed inconsapevoli del loro stato, con gli stessi padri che rimproveravano a bastonate – con tanto di ricovero in ospedale – le figlie che, a differenza delle sorelle, non raggiungevano l’obiettivo giornaliero prefissato di Am-Lire! Come ricorda il caso di quella dodicenne picchiata dal padre perché, mentre la sorella riusciva a guadagnare prostituendosi 4-5 mila Lire al giorno, ella non arrivava che a 2 mila, non riuscendo a “vincere la repulsione di lasciarsi avvicinare da negri”[66].
Le malattie veneree, ovviamente, proliferavano in una dramma senza fine, da girone dantesco: nel Frusinate, dopo la “liberazione” da parte del Corpo di Spedizione Francese, un’indagine epidemiologica su 800 donne violentate dava esiti sconcertanti: “Tutte le vittime risultano contagiate da malattie veneree. Il 2% delle donne risultano incinte e il 3% si è ucciso per lo stress accumulato”[67]. Triste fu la sorte dei figli degli stupri “liberatori”, paragonabile però a quella – che avrebbe dovuto essere ben diversa – dei figli legittimi nati dai rapporti (consenzienti) tra militari germanici e donne italiane. Vennero bollati dal Governo Bonomi III, nel Febbraio 1945, come “figli del nemico”, discriminati senza pietà e privati del cognome del padre!!![68] Neanche le famigerate Leggi razziali si erano spinte a tanto.
Con l’arrivo degli Alleati uscirono anche i primi giornali antifascisti. Non si trattò, però, della tanta “sospirata” libertà di stampa. Si trattava di fogli attentamente seguiti dalle Autorità di occupazione che ne disponevano secondo i loro interessi, concedendo autorizzazioni o sospendendo le pubblicazioni. Gli antifascisti si allinearono subito al sistema di occupazione e poco importavano le limitazioni cui vennero sottoposti. La chiamarono “libertà”.
A Salerno, ad esempio, fu stampato un nuovo giornale, il “Corriere di Salerno”, coordinato da un militare alleato, tale Paolo Paoletti, che, in realtà, era un Agente Speciale della RSI infiltrato dietro le linee nemiche (sarà scoperto e fucilato dagli Statunitensi)[69]. Ma la “libertà di stampa” diede anche altre sorprese. Tra queste quelle de “L’Uomo Qualunque”, il settimanale fondato il 27 Dicembre 1944 da Guglielmo Giannini, dissacrante il sistema ciellenista e, per questo, subito bollato come “fascista”. Raggiungerà tirature da capogiro (850.000 nel Maggio 1945!), diventando – con scorno degli antifascisti tutti – “il periodico di maggiore diffusione nell’Italia del secondo dopoguerra”[70]. Già il 5 Febbraio 1945, tramite Ruggero Grieco, il PCI tentò di far sopprimere la testata, lo stesso Giannini venne denunciato, senza però riuscire nell’impresa. Ecco cosa si intendeva per “libertà”.
Con i giornali aprirono i battenti anche le “radio libere”, ossia al servizio degli Alleati. “Democratiche”, si dirà. Salvatore Totò Riotta, ingaggiato dagli Angloamericani per lavorare in una redazione ricordò: “Capimmo cosa fosse la democrazia vedendo il Sergente Kamenetzky [un russo di origine ebraica che sarà tra il 1987 e il 1992 Direttore del ‘Corriere della Sera’] ricevere un Colonnello con i piedi sul tavolo”[71]… Ecco cosa si intendeva per “democrazia”…
L’EIAR, che in RSI continuò a funzionare sotto la guida di Cesare Rivelli, dopo l’occupazione di Roma venne epurata e sostituita da un nuovo ente, la Radio Audizione Italia, la futura RAI. Il nuovo ente, nonostante le roboanti discussioni sulla “libertà”, sarà subito messo alle dipendenze del Governo, di cui sarà semplice portavoce.
Ovviamente, anche il cinema venne epurato, autorizzando la proiezione di soli film stranieri, quelli “democratici”, come i sovietici… Solo nell’Autunno 1944 si proietteranno i lungometraggi italiani e, per ironia della sorte, furono quelli prodotti durante la RSI: La porta del cielo di Vittorio De Sica; Quartetto pazzo di Guido Salvini; Sorelle Materassi di Ferdinando Maria Poggioli, “uno degli ultimi film girati a Cinecittà”[72].
Nella Roma “liberata” tutti si apprestarono a “cambiar casacca” e farsi graditi amici degli Alleati. In questo scenario prese forma il progetto cinematografico che porterà al capolavoro di Rossellini Roma Città Aperta, omaggio alla storia come scritta dall’antifascismo. Il protagonista doveva essere Don Pietro Pellegrini, fucilato alle Fosse Ardeatine ma, presto, ci si rese conto che parlare dell’eccidio tedesco avrebbe suscitato tante polemiche contro i partigiani colpevoli del massacro di Via Rasella che aveva provocato la strage germanica. Per opportunità politica, si ripiegò sulla figura di Don Giuseppe Morosini, anche lui ucciso dai Tedeschi, ma in tutt’altro contesto. Anche la scena, in cui Don Morosini doveva essere fucilato da un fascista, venne riscritta per “ordine” del Governo Bonomi al quale, evidentemente, sembrò grossolana l’opera di manipolazione della storia per mano antifascista e, quindi, controproducente[73].
Ma gli “allineamenti” al nuovo clima non sempre funzionarono in mancanza di uno schieramento esplicito dalla “parte giusta” della Storia. Così capitò che Totò, a Firenze, nel Marzo 1945, per una battuta – aveva osato dire che “compagno” e “camerade” erano la stessa cosa – ricevette un pugno in pieno volto da uno zelante partigiano, tanto da essere portato all’ospedale[74].
La “liberazione” del Meridione italiano non portò i risultati sperati dagli antifascisti. La diffusione della criminalità, dell’“arte dell’arrangiarsi” in qualsiasi modo, il crollo di tutti i valori morali, l’indifferenza alla politica dei partiti democratici, furono i tristi risultati di quella “liberazione”. Lo si vedrà ben presto al referendum Monarchia-Repubblica del 2 Giugno 1946. Il successo dei Savoia non fu giustificato tanto dalla società conservatrice incarnata dal Sud Italia, ma soprattutto dal fatto che i Meridionali avevano già “preso le misure” al sistema ciellenista al potere, a differenza degli Italiani del Nord, ancora inebriati dalle novità politiche e annebbiati dalle promesse che facevano i partiti antifascisti. I Meridionali avevano già giudicato il sistema che stava nascendo e il giudizio era negativo. Da qui si comprende meglio la vittoria della Monarchia e il credito che ebbe un partito antisistema come quello de “L’Uomo Qualunque”[75]. Ci pensarono poi le donne italiane, il 18 Aprile 1948, con il loro voto, a silurare per sempre le ambizioni di potere del Partito Comunista Italiano, ma questa è un’altra storia.
Pietro Cappellari
Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea
“Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì)
NOTE
[1] Cfr. AA.VV., Napoli nella Seconda Guerra Mondiale. Atti del Convegno di Studi Storici tenutosi a Napoli il 5 Marzo 2005, ISSES, Napoli 2006.
[2] Cfr. M. Avagliano e M. Palmieri, Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 Aprile, Il Mulino, Bologna 2021.
[3] Ivi, pag. 13.
[4] Cfr. Ivi, pagg. 38-39.
[5] Ivi, pagg. 45-46 (corsivo nostro).
[6] Cit. in Ivi, pag. 55.
[7] Cfr. Ivi, pagg. 58-59.
[8] Cfr. Ivi, pag. 79.
[9] Cfr. Ivi, pagg. 83-84.
[10] Cfr. Ivi, pag. 85.
[11] Cfr. Ivi, pag. 63.
[12] Ivi, pag. 64 (corsivo nostro).
[13] Cfr. Ivi, pag. 77.
[14] Cfr. Ivi, pag. 109.
[15] Cfr. Ivi, pag. 112.
[16] Cit. in Ivi, pag. 116.
[17] Cfr. Ivi, pag. 315.
[18] Cfr. Ivi, pag. 120.
[19] Cfr. E. Erra, Napoli 1943. Le Quattro Giornate che non ci furono, Longanesi, 1993.
[20] M. Avagliano e M. Palmieri, Paisà, cit., pag. 129.
[21] Cfr. Ivi, pag. 130.
[22] Cfr. Ivi, pagg. 140-141.
[23] Cfr. Ivi, pag. 147-148.
[24] Cfr. Ivi, pag. 151.
[25] Cfr. Ivi, pag. 314.
[26] Cfr. Ivi, pag. 148.
[27] Cfr. Ivi, pag. 158.
[28] Ivi, pag. 347.
[29] Cfr. Ivi, pag. 357.
[30] Ivi, pag. 358.
[31] Ivi, pag. 360.
[32] Ivi, pag. 361.
[33] Ivi, pagg. 361-362.
[34] Ivi, pag. 366.
[35] Cfr. Ivi, pag. 362.
[36] Cfr. Ivi, pag. 363.
[37] Ivi, pag. 368.
[38] Cfr. Ivi, pag. 171.
[39] Ivi, pag. 174.
[40] Cfr. Ivi, pag. 327.
[41] Cfr. D. Loiacono, Il fascismo clandestino in Sicilia 1943-1946. Dalla battaglia di Gela al movimento dei Non si parte, Nuova ISPA, 2015; e A. Abis, Il fascismo clandestino e l’epurazione in Sardegna 1943-1946, GIA, 2013.
[42] Cfr. M. Avagliano e M. Palmieri, Paisà, cit., pag. 176.
[43] Cfr. Ivi, pag. 177.
[44] Cfr. Ivi, pag. 181.
[45] Cit. in Ivi, pag. 193 (corsivo nostro).
[46] Cfr. P. Cappellari, Lo sbarco di Nettunia e la battaglia in difesa di Roma, Herald Editore, Roma 2010.
[47] Cit. in M. Avagliano e M. Palmieri, Paisà, cit., pag. 200.
[48] Cit. in Ivi, pag. 217.
[49] Cit. Ivi, pag. 219.
[50] Cfr. Ivi, pag. 322.
[51] Cfr. Ivi, pag. 329.
[52] Cit. in Ivi, pag. 330.
[53] Cfr. Ivi, pag. 332.
[54] Cit. in Ivi, pag. 223.
[55] Cit. in Ivi, pag. 256.
[56] Cit. in Ivi, pag. 257.
[57] Cfr. Ivi, pagg. 259-260.
[58] Cfr. E. Ciotti, Le “marocchinate”. Cronaca di uno stupro di massa, 2018; e E. Ciotti, Il dossier segreto dei crimini francesi, 3 voll., 2020-2022.
[59] M. Avagliano e M. Palmieri, Paisà, cit., pag. 260.
[60] Cit. in Ivi, pag. 235.
[61] Ivi, pag. 267.
[62] Ibidem.
[63] Ivi, pag. 296.
[64] Cit. in Ibidem.
[65] Cit. in Ivi, pag. 276.
[66] Cfr. Ivi, pagg. 278-279.
[67] Ivi, pag. 298.
[68] Cfr. Ivi, pag. 302.
[69] Cfr. Ivi, pag. 376.
[70] Ivi, pag. 385.
[71] Cit. in Ivi, pag. 386.
[72] Ivi, pag. 401.
[73] Cfr. Ivi, pagg. 402-403.
[74] Cfr. Ivi, pagg. 410-411.
[75] Cfr. Ivi, pag. 419.


1 Comment