22 Giugno 2026
Società

L’indifferenza dei libertari – Roberto Pecchioli

Odio gli indifferenti, scrisse Antonio Gramsci, l’intellettuale italiano più influente del XX secolo. Presagiva l’avvento di un tipo umano il cui tratto più evidente è proprio l’indifferenza. Morale, innanzitutto, ma anche spirituale e politica. L’uomo di Ales non immaginava di aver contribuito involontariamente alla vittoria dell’indifferenza. Il materialismo ne è infatti l’ideale brodo di coltura e l’egemonia culturale che teorizzò e insegnò a generazioni di marxisti (e non solo) è diventata senso comune nel trionfo del triangolo liberale, liberista e libertario, più seducente del plumbeo universo comunista. Di sicuro il pensatore sardo conosceva Benjamin Constant e la sua distinzione capitale tra libertà degli antichi e dei moderni. Teorico del liberalismo, il politologo francese d’inizio XIX secolo distinse tra la partecipazione alla vita pubblica degli antichi – la libertà “per”- e la libertà dei moderni, basata sul godimento individuale delle libertà civili spinto all’indifferenza per la dimensione pubblica e il giudizio morale (libertà “da”).

Alla fine del secolo XX l’economista Milton Friedman attribuiva all’ideologia liberale il merito di aver depoliticizzato la sfera delle decisioni collettive, in definitiva la vita. Non c’è che dire: codesta visione ha vinto e siamo ostaggi di un’oligarchia niente affatto indifferente che ha plasmato una maggioranza di indifferenti.   L’idealtipo è giovane (o giovanilista…) apparentemente beneducato, con un buon reddito, di residenza urbana, come minimo diplomato, più spesso laureato o “masterizzato”, neologismo inventato da chi scrive per descrivere chi è in possesso di un master postuniversitario, altezzoso titolare di un sapere omologato, conformista, copiato (“masterizzato”) da studi che gli hanno fornito una specializzazione ma non un pensiero critico. Vota indifferentemente per destra e sinistra, benché non si riconosca in alcuna definizione precisa, in base alle indicazioni del ceto dei colti, razionali e riflessivi di cui ritiene di far parte. Una delle parole che ama è online, moderna come gli acquisti su Amazon, indifferente alla sorte di chi è rovinato dall’economia dei colossi.  

Ama la legalità –la norma scritta transitoria fatta regola- ma non i governi, poiché la sua regola è l’individualismo declinato in egoismo e totale distanza da impegni personali, familiari, ideali, di lungo periodo. È l’essere umano occidentale postmoderno medio prodotto della società liquida (Z. Bauman). Poiché è libertario – ossia convinto di credere nella libertà- può definirsi tanto di destra, in opposizione allo statalismo, quanto di sinistra, per il fastidio dell’appello a principi permanenti della (vecchia) destra.  Generalmente è infastidito dalla religione: preferisce una blanda spiritualità fai da te, senza impegno. Detesta l’approfondimento, crede fermamente nel progresso, sebbene non sia in grado di definirne il significato. Sta un po’ di qua e un po’ di là, sempre con i piedi ben piantati in (almeno) due scarpe e con due poli ideali convergenti: Io e il portafogli.  

Codesto tipo umano – uomo, donna “ma anche “ qualcos’altro, in ossequio alle teorie gender che gli appaiono la sintesi perfetta dell’indifferenziato e della libertà soggettiva- rappresenta il pericolo maggiore per quel che resta della nostra civiltà giunta alla respirazione assistita. Dinanzi a qualsiasi tema o problema, la sua risposta preferita, un irritante disco rotto, è che ciascuno ha la libertà e il diritto di fare o essere quel che vuole. Pronuncia la parola diritto con enfasi religiosa come una chiave universale per chiudere ogni dibattito, mentre libertà è per lui il sinonimo di indifferenza al giudizio di merito.  Questo atteggiamento è la fonte della popolarità dell’ideale libertario, assai rilassante perché libera dalla faticosa necessità di pensare.

Immigrazione selvaggia? Ognuno vada a vivere dove vuole, che importanza ha? Gli uomini, le civiltà, i costumi, sono equivalenti, indifferenti; le frontiere sono inutili, perdita di tempo, costi aggiuntivi. Il libertario progressista o conservatore è ipersensibile alle spese che evocano le tasse.  L’insicurezza? È soprattutto percezione sbagliata, paura immotivata; tanto lui – o lei- vive in quartieri benestanti, lontano dalla massa, con rischi limitati. La pornografia a portata di tutti, minori compresi? Perché proibire, ognuno guardi ciò che gli aggrada. Eppure dovrebbe vedere anch’egli che cosa succede quando alleviamo generazioni abituate a vedere ( “consumare”) sesso violento e innaturale su pc e cellulari fin da giovanissimi. Gioco d’azzardo? Negli Stati Uniti- patria ideale del libertario se gli interessasse averne una- ci sono centinaia di casinò, un numero infinito di allibratori e si può scommettere su tutto. Ognuno spenda come gli pare i suoi soldi.

Nessun interesse di tipo etico, nessuna valutazione del disagio sociale, del degrado, dei drammi di queste libertà senza direzione. Basta che gli schizzi di fango non raggiungano il suo abito alla moda. Per chi pensa che la mentalità descritta sia “di sinistra”, citiamo un recente intervento di Megan Mc Ardle, importante editorialista della destra americana: “il problema è che la gente non si è sufficientemente adattata a un mondo di gioco d’azzardo e ora deve abituarsi a poter scommettere su tutto, in qualsiasi momento.” Potrebbero volerci diverse generazioni, migliaia di suicidi, fallimenti esistenziali, drammi familiari, ma alla fine, suggerisce, la popolazione si adatterà. O forse no.

Le droghe sono un altro argomento liquidato, dal punto di vista libertario, come scelte individuali. Se ci piacciono le canne, l’LSD o la coca, perché non provare? Magari distinguendo tra droghe leggere e pesanti, prevedendo luoghi deputati o zone franche, ma sempre evitando di ragionare nel merito e rispondere alla banalissima domanda: le droghe – preferiscono dire “sostanze”, un termine neutro assai caro agli indifferenti – fanno bene o male? Alle persone e alla società, concetto estraneo all’indifferente con ascendente individualista. Non ascolteremo nulla di diverso dal richiamo all’astratta libertà soggettiva se discutiamo di alcolismo, della mania degli acquisti per la quale è stato coniato il neologismo oniomania, della dipendenza dai social media e dalla tecnologia.

Nessuna riflessione, sguardi smarriti o aperta commiserazione se si evoca l’impatto dell’Intelligenza Artificiale, della sorveglianza digitale, della potenza devastante della macchina sull’uomo. Argomenti mai elaborati o scacciati per allontanare il disagio. Basta a tutto la libertà indifferente e indifferenziata, medicina universale a dosaggio illimitato.  È troppo facile notare che il libertarismo viva di contraddizioni insanabili e autentiche assurdità. Nicolás Gómez Dávila scrisse del fascino della libertà sfrenata, dell’essere lasciati a se stessi nella giungla dell’esistenza: “le libertà sono spazi sociali in cui l’individuo può muoversi senza coercizione; la libertà è un principio metafisico in nome del quale una setta cerca di imporre i propri ideali di condotta agli altri”. Anche l’alcool, il gioco d’azzardo, la pornografia libera, fumare canne, sniffare cocaina, assumere mille tremende pasticche, sballare, essere prigionieri del consumo e del sesso compulsivo.

Aveva ragione Nietzsche: è il tempo che non genera più stelle, “dell’uomo più disprezzabile, quello che non sa più disprezzarsi”. Con il suo avvento “la terra è diventata piccola e su di essa saltella l’ultimo uomo che rende tutto più piccolo. La sua razza è inestinguibile come quella della pulce di terra; l’ultimo uomo vive più a lungo di tutti”. L’ultima prognosi è errata: l’uomo indifferente e libertario è destinato a rapida estinzione precisamente per la vita che conduce. La fine meritata dell’ homo relativamente sapiens che non si fa domande e non accetta risposte. Una su tutte: cui prodest, a chi giova il mondo in cui si lascia vivere? La risposta farebbe cadere il castello di carte su cui poggia la vita dell’indifferente. Ancora Dávila: “all’umanità vengono concesse certe libertà estreme solo da coloro che sono indifferenti al suo destino”.

 

2 Comments

  • Primula nera 28 Maggio 2026

    L’ideologia libertaria può essere discutibile su alcuni aspetti come la devozione assoluta al libero mercato . Rimane lodevole , però, nel sancire l’assoluto diritto di ogni essere umano a potere esprimere il proprio pensiero ( ovviamente ove non comporti aperto incitamento alla violenza) che sia o meno conforme ai dettami dalla società di riferimento .È l’esatto capovolgimento degli assunti popperiani sulla società aperta che dovrebbe neutralizzare tutti coloro che non vi aderiscano integralmente. Una tirannide travestita da democrazia, i cui centri di potere, oltretutto ,sono sottratti al controllo popolare…

  • Hakan Illatiksi 30 Maggio 2026

    Estimado Roberto Pecchioli:
    Lo leo con atención y reconocimiento. Usted nombra algo que pocos en su tradición intelectual se atreven a nombrar con esa honestidad: el libertarismo no es una filosofía de la libertad sino una filosofía de la indiferencia administrada. Y tiene razón en señalar que esa indiferencia no es inocente — es funcional al poder que la cultiva, la necesita y la reproduce.
    Hasta ahí, acuerdo sustantivo y genuino.
    Pero hay una pregunta que su texto no formula y que, desde mi perspectiva, cambia todo: ¿quién produce al indiferente?
    El libertario que usted describe con tanta precisión — el joven con máster, individualista, políticamente apático, consumidor compulsivo, alérgico a cualquier forma de compromiso que exceda su propio perímetro — no eligió ser así en el vacío. Es el producto de lo que yo llamo el Spodoceno: la era civilizatoria en que el metabolismo del sistema convierte en residuo todo aquello que no puede ser rentabilizado — vínculos, instituciones, memorias, lealtades, proyectos colectivos. Cuando ese metabolismo opera durante décadas sobre una generación entera, el resultado no es la maldad moral del individuo: es la desubjetivación sistemática de millones de personas que perdieron las condiciones que hacen posible creer en algo más que uno mismo.
    No hay indiferencia sin despojo previo. El libertario que usted deplora es, antes que un pecador moral, alguien que aprendió a sobrevivir en un mundo que destruyó todo aquello que haría deseable el compromiso. Eso no justifica la indiferencia — la explica. Y esa distinción importa enormemente a la hora de saber qué hacer con ella.
    Aquí aparece mi segunda objeción, más profunda.
    Usted convoca a Gramsci al inicio — y es una elección inteligente, porque Gramsci es quien mejor entendió cómo el poder opera a través de la cultura antes que a través de la coerción. Pero lo abandona exactamente donde más se necesita: en la propuesta. Porque Gramsci no solo teorizó la hegemonía del bloque dominante — teorizó la contra-hegemonía: la construcción paciente de un sentido común alternativo arraigado en la experiencia concreta de los pueblos. Esa es la tarea pendiente. No la denuncia de la indiferencia desde arriba, sino la construcción desde abajo de experiencias donde la reciprocidad valga la pena, donde el bien común sea algo que se sienta en el cuerpo antes de que se entienda en el intelecto.
    Su texto, brillante como diagnóstico, termina haciendo algo que me permito señalarle con respeto: observar la degradación con distancia elegante sin comprometerse con la construcción de lo alternativo. Es el lamento del conservador que ve derrumbarse la civilización que ama sin preguntarse con suficiente honestidad en qué medida esa misma civilización llevaba en sí las semillas del derrumbe que hoy deplora.
    Porque la civilización occidental cristiana que usted invoca como remedio fue también la que produjo el colonialismo, la esclavitud, el extractivismo y la modernidad mercantil que engendró el individualismo que hoy lo escandaliza. Desde mi lugar en América Latina, esa genealogía no es un detalle académico: es la experiencia histórica de siglos que todavía se paga. No se puede señalar al libertario indiferente sin reconocer que su indiferencia tiene raíces largas — y algunas de esas raíces crecieron en suelo que el conservadurismo europeo que usted representa regó con entusiasmo.
    La salida no es el retorno a los valores premodernos ni la reconversión moral del individuo a través de la denuncia intelectual. La salida es más lenta, más humilde y más exigente: reconstruir las condiciones comunitarias, institucionales y materiales que hacen posible que un ser humano quiera algo más que su cartera y su libertad abstracta. Eso no se logra únicamente con artículos — aunque los artículos sean necesarios. Se logra construyendo pacientemente los espacios donde la reciprocidad demuestre ser superior a la indiferencia. Donde el vínculo sea más fuerte que el algoritmo. Donde el bien común deje de ser una abstracción y se convierta en algo que se vive antes de que se piense.
    El libertario indiferente que usted retrata no necesita que lo condenen. Necesita experiencias concretas que lo convenzan de que hay algo por lo que vale la pena no ser indiferente.
    Esa es la única pedagogía que funciona. Y no la produce ningún intelectual desde su escritorio — la producen las comunidades que se organizan, cuidan y resisten en los márgenes del sistema que las descarta.
    Lo saludo con consideración y con el respeto que merece quien se atreve a nombrar lo que muchos prefieren ignorar.
    Hakan Illatiksi. Argentina

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