Di fronte alla megalomania patologica di un Trump già uomo di pace ma che oggi è al guinzaglio del guerrafondaio Netanyahu, e di fronte all’autolesionistica fobia antirussa degli europei, mi sento indotto a fare le seguenti riflessioni sull’Unione Europea.
Per realizzarsi, il generoso sogno di un’Europa “patria comune per gli europei” avrebbe dovuto ingenerare un sentimento di appartenenza, di solidarietà, di orgoglio, di amore, di coesione. E anche di esclusione. Il che non è avvenuto. Il mondialismo indifferenziato, all’interno di uno spazio che non cessa di allargarsi e che è chiamato burocraticamente Europa, è un controsenso; perché imprescindibili per l’idea stessa di patria europea sono il distacco e l’esclusione verso quelle civiltà e quelle entità nazionali e sovranazionali che sono geograficamente, storicamente, culturalmente lontane dal passato storico, dal sentire e dai valori europei.
Le élite pensanti europee propongono invece la visione di un’Europa universalistica, ecumenica, senza frontiere; sorta di contenitore di esseri umani indifferenziati e che si sente moralmente e legalmente obbligata ad accogliere dal Terzo Mondo chiunque desideri trasferirsi nel Vecchio Continente. E gli aspiranti all’emigrazione verso l’Europa ammontano potenzialmente a centinaia di milioni. Un’Europa che voglia essere tutto e il contrario di tutto non può andar bene per i popoli europei. Va bene invece per le élite finanziarie e altre comunità cosmopolite che concepiscono l’Europa e il resto del mondo come un ampio mercato sprovvisto di frontiere.
Politici, burocrati superpagati, plutocrati ed élite finanziarie “senzapatria” si gargarizzano con discorsi di apertura universale all’insegna del “volemose bene” e dell’esaltazione del diverso, mentre etichettano come populisti coloro che, radicati in Europa da secoli, mirano a tutelare l’essenziale della propria diversità. E sono questi politici, burocrati, finanzieri, plutocrati, insieme con i vaticanisti e con i nostalgici di una utopia mondialista all’insegna della bandiera rossa a propagandare la bellezza di un’Europa senza confini e senza valori prioritari; in nome di un universalismo che è in contraddizione con l’idea stessa di un’Europa nuova patria, dai confini precisi, dal passato comune, dai valori condivisi e con un sano egoismo collettivo: l’interesse europeo.
La stessa idea di un territorio europeo, con i suoi tanti popoli che parlano lingue diverse ma che si sentono affratellati dalle glorie del passato e dai valori fondanti della sua civiltà, è stata sostituita da uno spazio: lo spazio di Schengen. Che è in costante espansione e dentro al quale approdano caoticamente masse e masse di individui dagli altri continenti. Con il risultato che più una certa idea dell’Europa prevale con i suoi principi di internazionalismo, con la religione dei diritti umani e con l’adorazione a priori del diverso, e meno europea l’Europa stessa diviene.
Vi è un’assurda distorsione logica che pochi denunciano: la popolazione europea, insediata nel Vecchio Continente da secoli, è accusata di razzismo e di xenofobia se cerca di salvaguardare i propri valori, consuetudini, stili di vita. Si fa invece di tutto per permettere ai nuovi arrivati di conservare le identità di partenza, basate su valori, credi religiosi, e stili di vita – pubblici e non privati – che sono spesso in contrasto con quelli vigenti nel paese europeo da cui questi nuovi arrivati sono stati generosamente accolti.
La beatificazione a priori del diverso, la demonizzazione di tutto quanto è stato compiuto nel passato dall’uomo europeo e l’abiura del suo passato cristiano sono invece gli articoli di fede di questo strano nuovo catechismo, assertore di un paradossale colonialismo giudicato oggi virtuoso: il colonialismo alla rovescia. Non dovrebbe allora sorprendere che l’Europa non sia altro oggi che un patetico cane da guardia sdentato, rimasto al guinzaglio di un’America perennemente in armi; e la quale oggi, con Trump, è al guinzaglio del messianismo armato d’Israele.
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Claudio Antonelli (Montréal)

