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	Commenti a: L&#8217;eredità degli antenati, tredicesima parte – Fabio Calabrese	</title>
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	<description>Cultura, Azione, Identità</description>
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		<title>
		Di: Ermanno		</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/leredita-degli-antenati-tredicesima-parte-fabio-calabrese/#comment-13042</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ermanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2020 06:34:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Stefano per la risposta, nonché per la dritta su Michele Ruzzai, di cui ignoravo gli scritti. Una produzione che veramente, come dice lei, presenta notevoli intuizioni interessanti e spunti di ricerca attraverso un utilizzo consapevole del metodo comparativo e dei dati tradizionali.
Mi è ovviamente impossibile esprimere un parere esaustivo al riguardo, essendo un corpus – al di là degli autori strettamente tradizionalisti ivi citati – davvero esteso quanto articolato di informazioni eterogenee quanto convergenti, nonché prolissamente documentato da punto di vista bibliografico.
Tuttavia – e asserisco ciò unicamente per mantenere un dialogo in tempo reale, non potendo farlo direttamente – come avevo affermato nella mia prima risposta al prof. Calabrese, un approccio in cui l’elemento antropologico ed antropometrico prevale su quello glottologico-noetico.
Premesso che le mie sono solo osservazioni preliminari, mi sembra che, in questi articoli, l’elemento linguistico abbia una funzione marginale.
In estrema sintesi, che significa parlare ad esempio, di macrofamiglie come la sino-dene-caucasica, piuttosto che la nostratica o altro? Prescindendo dal fatto che trovo difficile assemblare in un’unica categoria il sinico con il caucasico. Ovviamente questo non è rivolto solo all’autore ma agli stessi formulatori di tali teorie linguistiche, da Dolgopolskij ad Ilič-Svitič, Greenberg, etc.
Così come discostare l’uralico dall’altaico. E l’armonia vocalica dove la mettiamo? E il tibetano che, mentre di sinico non conta più di qualche loanword, possiede un sistema pronominale e flessivo apparentemente mutuato dalle lingue indoeuropee. Quindi a differenza del cinese, in cui i toni possiedono un ruolo semantico, un’esclusiva apofonia tonale morfologicamente funzionale e parole, come “sei regni del Samsara” o “Rik drug”, in cui la radice di “Rik”, con buona pace di Schäfer, sembra quella del Reich per cui aveva intrapreso tali ricerche?
Ovvero, a me sembra che il criterio scientista di accostamento fra le varie lingue sia di tipo quantitativo e non qualitativo, cioè meramente statistico-isolessicale. Un principio secondo il quale due lingue sono geneticamente prossime nella misura in cui possiedano un patrimonio comune di fonemi semanticamente affini. Ma in realtà esistono altre classificazioni tipologico-morfologiche di cui una ricerca autenticamente rivolta alla dimensione del sacro dovrebbe tenere conto.
Le principali le avevo citate nel mio primo intervento: Lingue agglutinanti, flessive isolanti e polisintetiche, quindi con tipologia sintattica ergativo-accusativa e attributivo-predicativa.
Riguardo alle lingue indoeuropee, forse non a tutti è noto che lo Šīnā, una lingua dardica, parlata nella regione di Gilgit-Baltistan, nel nord del Pakistan, così come altre dell’area, analogamente al cinese, è tonale. Come la mettiamo dunque da un punto di vista tipologico?
A tutto ciò, a titolo d’inciso, essendo impossibile esprimere tutto ciò in maniera esaustiva, e lo affermo con riluttanza, si pone il problema di una monogenesi linguistica a fronte di un’– a mio avviso – indiscussa differenziazione antropogenetica.  Una differenziazione che a mio parere, utilizzando uno schema cosmogonico manicheo, riverbera l’avvicendamento fra luce e tenebre, fra Ahura Mazda e Ahriman.
Ora a mio avviso, se preliminarmente o in concomitanza ai dati antropometrici, vogliamo individuare altresì le caratteristiche di una Ursprache, delineandone gli sviluppi dal Satya Yuga al Kali Yuga, l’Era della Caligine, in cui gli Dèi sono oscurati allo sguardo profano, come la definiva il prof. Filippani Ronconi, con un meraviglioso escamotage etimologico-interpretativo, dovremmo tenere conto di tutto ciò.
Anche per le lingue, con le dovute sfumature e distinzioni, esiste una catabasi ed un’anabasi, ovvero in termini plotiniani, un processo emanatistico rispetto ad un principio cui consegue  un ritorno o epistrofé.
La lingua del Satya Yuga non poteva essere di tipo flessivo-accusativo, analitico-predicativo. Ovvero, la tipologia delle lingue moderne occidentali, che hanno prodotto la scienza profana e materialistica: una “reificazione in feticcio dell’impotenza dell&#039;androgine decaduto” come asserì un noto tradizionalista.
La flessività apofonica è un indice di disgregazione, di deflagrazione del suono primordiale, in una parola di sovversione, di caos contrapposto ad un cosmos.
La lingua o le lingue del Satya Yuga dovevano, per converso, essere di tipo sintetico –monistico o polisintetico-agglutinante, sicuramente ergative. Magari pure provviste di armonia vocalica o tonale.
Questo in estrema sintesi.
Mi conceda un cenno anche sui sistemi grafici. Il latino, oggi, è il più banale sistema grafico ad uso planetario. Una scrittura totalmente desacralizzata, buona solo a rendere gli spot pubblicitari piuttosto che quelli informativi. L’alfabeto della globalizzazione e dell’atlantismo che – prescindendo da qualsiasi ulteriore considerazione – si trova oggi a confrontarsi con gli ideogrammi cinesi che invece rappresentano la forma grafica più complessa elaborata dalla storia dell’umanità.
Ritornando agli iperborei ed in relazione alle grafie. Gabriel Mandel, autore poligrafo, in una vecchia pubblicazione raffronta tre sistemi grafici: il köktürk o turco orkhonide, un alfabeto runiforme in qualche modo connesso con il futhark, i grafemi della Valle dell’Indo appartenenti alla cultura di Harappa e Mohenjo Daro, quindi i glifi delle tavolette di Rongo Rongo, scoperti nell’Isola di Pasqua, ravvisandone sorprendenti analogie. Anche questa un’informazione degna d’interesse in una tale prospettiva.
Un’ultima nota in extremis non priva di difficoltà interpretative: ex Oriente lux sed ex Africa nox, ma il Tifinagh? Il sistema grafico runiforme in uso presso i Berberi?
Cordiali Saluti a Lei]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Stefano per la risposta, nonché per la dritta su Michele Ruzzai, di cui ignoravo gli scritti. Una produzione che veramente, come dice lei, presenta notevoli intuizioni interessanti e spunti di ricerca attraverso un utilizzo consapevole del metodo comparativo e dei dati tradizionali.<br />
Mi è ovviamente impossibile esprimere un parere esaustivo al riguardo, essendo un corpus – al di là degli autori strettamente tradizionalisti ivi citati – davvero esteso quanto articolato di informazioni eterogenee quanto convergenti, nonché prolissamente documentato da punto di vista bibliografico.<br />
Tuttavia – e asserisco ciò unicamente per mantenere un dialogo in tempo reale, non potendo farlo direttamente – come avevo affermato nella mia prima risposta al prof. Calabrese, un approccio in cui l’elemento antropologico ed antropometrico prevale su quello glottologico-noetico.<br />
Premesso che le mie sono solo osservazioni preliminari, mi sembra che, in questi articoli, l’elemento linguistico abbia una funzione marginale.<br />
In estrema sintesi, che significa parlare ad esempio, di macrofamiglie come la sino-dene-caucasica, piuttosto che la nostratica o altro? Prescindendo dal fatto che trovo difficile assemblare in un’unica categoria il sinico con il caucasico. Ovviamente questo non è rivolto solo all’autore ma agli stessi formulatori di tali teorie linguistiche, da Dolgopolskij ad Ilič-Svitič, Greenberg, etc.<br />
Così come discostare l’uralico dall’altaico. E l’armonia vocalica dove la mettiamo? E il tibetano che, mentre di sinico non conta più di qualche loanword, possiede un sistema pronominale e flessivo apparentemente mutuato dalle lingue indoeuropee. Quindi a differenza del cinese, in cui i toni possiedono un ruolo semantico, un’esclusiva apofonia tonale morfologicamente funzionale e parole, come “sei regni del Samsara” o “Rik drug”, in cui la radice di “Rik”, con buona pace di Schäfer, sembra quella del Reich per cui aveva intrapreso tali ricerche?<br />
Ovvero, a me sembra che il criterio scientista di accostamento fra le varie lingue sia di tipo quantitativo e non qualitativo, cioè meramente statistico-isolessicale. Un principio secondo il quale due lingue sono geneticamente prossime nella misura in cui possiedano un patrimonio comune di fonemi semanticamente affini. Ma in realtà esistono altre classificazioni tipologico-morfologiche di cui una ricerca autenticamente rivolta alla dimensione del sacro dovrebbe tenere conto.<br />
Le principali le avevo citate nel mio primo intervento: Lingue agglutinanti, flessive isolanti e polisintetiche, quindi con tipologia sintattica ergativo-accusativa e attributivo-predicativa.<br />
Riguardo alle lingue indoeuropee, forse non a tutti è noto che lo Šīnā, una lingua dardica, parlata nella regione di Gilgit-Baltistan, nel nord del Pakistan, così come altre dell’area, analogamente al cinese, è tonale. Come la mettiamo dunque da un punto di vista tipologico?<br />
A tutto ciò, a titolo d’inciso, essendo impossibile esprimere tutto ciò in maniera esaustiva, e lo affermo con riluttanza, si pone il problema di una monogenesi linguistica a fronte di un’– a mio avviso – indiscussa differenziazione antropogenetica.  Una differenziazione che a mio parere, utilizzando uno schema cosmogonico manicheo, riverbera l’avvicendamento fra luce e tenebre, fra Ahura Mazda e Ahriman.<br />
Ora a mio avviso, se preliminarmente o in concomitanza ai dati antropometrici, vogliamo individuare altresì le caratteristiche di una Ursprache, delineandone gli sviluppi dal Satya Yuga al Kali Yuga, l’Era della Caligine, in cui gli Dèi sono oscurati allo sguardo profano, come la definiva il prof. Filippani Ronconi, con un meraviglioso escamotage etimologico-interpretativo, dovremmo tenere conto di tutto ciò.<br />
Anche per le lingue, con le dovute sfumature e distinzioni, esiste una catabasi ed un’anabasi, ovvero in termini plotiniani, un processo emanatistico rispetto ad un principio cui consegue  un ritorno o epistrofé.<br />
La lingua del Satya Yuga non poteva essere di tipo flessivo-accusativo, analitico-predicativo. Ovvero, la tipologia delle lingue moderne occidentali, che hanno prodotto la scienza profana e materialistica: una “reificazione in feticcio dell’impotenza dell&#8217;androgine decaduto” come asserì un noto tradizionalista.<br />
La flessività apofonica è un indice di disgregazione, di deflagrazione del suono primordiale, in una parola di sovversione, di caos contrapposto ad un cosmos.<br />
La lingua o le lingue del Satya Yuga dovevano, per converso, essere di tipo sintetico –monistico o polisintetico-agglutinante, sicuramente ergative. Magari pure provviste di armonia vocalica o tonale.<br />
Questo in estrema sintesi.<br />
Mi conceda un cenno anche sui sistemi grafici. Il latino, oggi, è il più banale sistema grafico ad uso planetario. Una scrittura totalmente desacralizzata, buona solo a rendere gli spot pubblicitari piuttosto che quelli informativi. L’alfabeto della globalizzazione e dell’atlantismo che – prescindendo da qualsiasi ulteriore considerazione – si trova oggi a confrontarsi con gli ideogrammi cinesi che invece rappresentano la forma grafica più complessa elaborata dalla storia dell’umanità.<br />
Ritornando agli iperborei ed in relazione alle grafie. Gabriel Mandel, autore poligrafo, in una vecchia pubblicazione raffronta tre sistemi grafici: il köktürk o turco orkhonide, un alfabeto runiforme in qualche modo connesso con il futhark, i grafemi della Valle dell’Indo appartenenti alla cultura di Harappa e Mohenjo Daro, quindi i glifi delle tavolette di Rongo Rongo, scoperti nell’Isola di Pasqua, ravvisandone sorprendenti analogie. Anche questa un’informazione degna d’interesse in una tale prospettiva.<br />
Un’ultima nota in extremis non priva di difficoltà interpretative: ex Oriente lux sed ex Africa nox, ma il Tifinagh? Il sistema grafico runiforme in uso presso i Berberi?<br />
Cordiali Saluti a Lei</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Stefano		</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/leredita-degli-antenati-tredicesima-parte-fabio-calabrese/#comment-13041</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2020 10:54:47 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ereticamente.net/?p=43071#comment-13041</guid>

					<description><![CDATA[Interessantissime analisi Ermanno delle quali condivido totalmente sia le intenzioni che le conclusioni finali , nonchè ovviamente le critiche ad un approccio illuministico-positivista alla questione, tra l&#039;altro ciò a mio parere confermerebbe ancor più le tesi cicliche di un Gaston Georgel che già al tempo furono supportate e completate da Guenon, ma anche dagli stessi Tilak come da lei citato o da un Vasile Lovinescu nella sua Dacia Iperborea, così come da Dugin(ma anche da alcuni primi eurasisti) oggi... Ovviamente tutto questo si trova in nuce già nei dati tradizionali a nostra disposizione, che ad un&#039;analisi comparativa (magari integrata da considerazioni derivanti da alcuni studi linguistici ed antropologici), danno tutti le stesse indicazioni  di un origine monofiletica ed iperborea a cui la stessa teoria dell&#039;Out of Beringia in qualche modo tende ad avvicinarsi seppur ancora in modo problematico dato l&#039;ambito e l&#039;abito con cui la si presenta che ovviamente risente gravemente dell&#039;apparato scientista moderno, a mio modesto avviso infatti utilizzare le strutture di pensiero della scienza moderna per contestare le conclusioni della stessa non è la strada migliore da percorrere in quanto il metodo tradizionale è di per se il più &quot;positivo&quot; che ci sia se correttamente inteso ed utilizzato, questo problema che lei ha sottolineato soprattutto nel magistrale primo intervento è anche il maggior deficit di chi pur muovendo critiche all&#039;antropogenesi africana ed evoluzionista va a finire nelle sterili asserzioni del mito indoeuropeo e di un antropogenesi eurocentrica che poi diventa in molti casi sostanzialmente un surrogato di un certo occidentalismo, dimostrando &quot;una volta di più come la maggior parte di coloro che vorrebbero reagire al disordine moderno siano poco capaci di farlo in maniera veramente efficace, poiché non conoscono molto bene neanche ciò che devono combattere&quot;. Ovviamente non mi riferisco assolutamente al prof. Calabrese di cui sebbene non condivida tutto ho profonda stima(e penso che tra l&#039;altro l&#039;intento di questa rubrica e l&#039;ambito in cui si muove che è per lo più di tipo morfologico ed antropologico  sia sostanzialmente diverso ma parallelo ed integrabile con un punto di vista più etimologicamente &quot;metafisico&quot; ), ma parlo di tutta una serie di realtà legate in qualche modo anche all&#039;ondata &quot;sovranara &quot; influenzata dalle tesi dell&#039;atlantismo neo-con e dell&#039;alt-right al di là dell&#039;oceano... Detto ciò, con l&#039;intenzione solo di fare un apprezzamento ad Ermanno per le sue considerazioni senza entrare nel merito e nei dettagli delle stesse sia perchè le  condivido in pieno sia perchè è impossibile farlo in un commento, consiglio altresì allo stesso Ermanno se non l&#039;avesse già fatto anche la lettura degli scritti di Michele Ruzzai  presenti qui su Ereticamente  che presentano a mio parere notevoli intuizioni interessanti e spunti di ricerca attraverso un utilizzo consapevole del metodo comparativo e dei dati tradizionali,  sempre in un ottica di critica all&#039;antropogenesi africana evoluzionista e di ricerca dell&#039;origine e dello sviluppo dell&#039;umanità del presente Manvatara . Cordiali saluti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Interessantissime analisi Ermanno delle quali condivido totalmente sia le intenzioni che le conclusioni finali , nonchè ovviamente le critiche ad un approccio illuministico-positivista alla questione, tra l&#8217;altro ciò a mio parere confermerebbe ancor più le tesi cicliche di un Gaston Georgel che già al tempo furono supportate e completate da Guenon, ma anche dagli stessi Tilak come da lei citato o da un Vasile Lovinescu nella sua Dacia Iperborea, così come da Dugin(ma anche da alcuni primi eurasisti) oggi&#8230; Ovviamente tutto questo si trova in nuce già nei dati tradizionali a nostra disposizione, che ad un&#8217;analisi comparativa (magari integrata da considerazioni derivanti da alcuni studi linguistici ed antropologici), danno tutti le stesse indicazioni  di un origine monofiletica ed iperborea a cui la stessa teoria dell&#8217;Out of Beringia in qualche modo tende ad avvicinarsi seppur ancora in modo problematico dato l&#8217;ambito e l&#8217;abito con cui la si presenta che ovviamente risente gravemente dell&#8217;apparato scientista moderno, a mio modesto avviso infatti utilizzare le strutture di pensiero della scienza moderna per contestare le conclusioni della stessa non è la strada migliore da percorrere in quanto il metodo tradizionale è di per se il più &#8220;positivo&#8221; che ci sia se correttamente inteso ed utilizzato, questo problema che lei ha sottolineato soprattutto nel magistrale primo intervento è anche il maggior deficit di chi pur muovendo critiche all&#8217;antropogenesi africana ed evoluzionista va a finire nelle sterili asserzioni del mito indoeuropeo e di un antropogenesi eurocentrica che poi diventa in molti casi sostanzialmente un surrogato di un certo occidentalismo, dimostrando &#8220;una volta di più come la maggior parte di coloro che vorrebbero reagire al disordine moderno siano poco capaci di farlo in maniera veramente efficace, poiché non conoscono molto bene neanche ciò che devono combattere&#8221;. Ovviamente non mi riferisco assolutamente al prof. Calabrese di cui sebbene non condivida tutto ho profonda stima(e penso che tra l&#8217;altro l&#8217;intento di questa rubrica e l&#8217;ambito in cui si muove che è per lo più di tipo morfologico ed antropologico  sia sostanzialmente diverso ma parallelo ed integrabile con un punto di vista più etimologicamente &#8220;metafisico&#8221; ), ma parlo di tutta una serie di realtà legate in qualche modo anche all&#8217;ondata &#8220;sovranara &#8221; influenzata dalle tesi dell&#8217;atlantismo neo-con e dell&#8217;alt-right al di là dell&#8217;oceano&#8230; Detto ciò, con l&#8217;intenzione solo di fare un apprezzamento ad Ermanno per le sue considerazioni senza entrare nel merito e nei dettagli delle stesse sia perchè le  condivido in pieno sia perchè è impossibile farlo in un commento, consiglio altresì allo stesso Ermanno se non l&#8217;avesse già fatto anche la lettura degli scritti di Michele Ruzzai  presenti qui su Ereticamente  che presentano a mio parere notevoli intuizioni interessanti e spunti di ricerca attraverso un utilizzo consapevole del metodo comparativo e dei dati tradizionali,  sempre in un ottica di critica all&#8217;antropogenesi africana evoluzionista e di ricerca dell&#8217;origine e dello sviluppo dell&#8217;umanità del presente Manvatara . Cordiali saluti.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Ermanno		</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/leredita-degli-antenati-tredicesima-parte-fabio-calabrese/#comment-13040</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ermanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2020 17:04:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ereticamente.net/?p=43071#comment-13040</guid>

					<description><![CDATA[Caro prof. Calabrese. Anch’io La ringrazio della risposta, sebbene, non intenda entrare nei dettagli della questione, preferendo eventualmente farlo a quattr’occhi, qualora ci incontrassimo. Lei, in effetti, il succo dell’obiezione l’ha colto. D’altra parte, essendo questo il tredicesimo capitolo di una lunga disamina di cui io ho letto soltanto una minima parte, mi debbo anche scusare. Non intendevo formulare giudizi categorici al riguardo. Il taglio essenzialmente tradizionalista del suo scritto l’avevo notato. Erano più alcuni passaggi.
Peraltro ho visto che altrove Lei cita anche Theo Venneman, il linguista tedesco sostenitore, in scritti come: Vaskonisch war die Ursprache des Kontinents, di una tesi riconducente al proto-basco, idronimi, toponimi, idro-toponimi e in ultima analisi fitonimi – basti pensare alla voce marrubi che significa fragola sia in basco sia in sardo – innanzitutto tedeschi ma altresì dell’intera Europa occidentale, desemantizzandoli dal contesto linguistico cui appartengono.
Sulla toponomastica trentino-altoatesina, un po’ sulla scorta di quanto scrive Ferruccio Bravi, nella sua monografia sulla lingua dei Reti, devo dire che qualche conferma idro-toponimica con il basco l’ho individuata anch’io in loco, integrando altresì con l’adygebze (lingua Adige) o circasso.
Un altro testo, a mio avviso, interessante è: Les origines linguistiques du basque dello studioso francese Michel Morvan.
Michel Morvan, da parte sua, analizza a fondo il substrato linguistico siberiano presente nella lingua basca, giungendo a conclusioni che sono veramente eclatanti.
Uno degli aspetti maggiormente salienti dello studio di Morvan riguarda la legge di Ramstedt, l’altaista finlandese.
Gustaf John Ramstedt confrontando comparativamente l’esito di alcune parole in lingue come: lappone, finnico, ungherese, samoiedo, turcico, mongolo, manciù e tunguso, ne evinse una legge di rotazione consonantica.
Pur essendo da un punto di vista lessicale il basco, una lingua massicciamente influenzata dallo spagnolo, Morvan trova alcune parole, fra cui: erhi - pollice, mongolo, erkhi, che entrano a pieno titolo nella menzionata legge.
Ma procedendo, i-kus-i, vedere, proto-turco köz, occhio. E ancora gogo-spirito, paelo-turco kögüz-petto, per rotacismo in giapponese kokoro-mente e cuore. Inoltre parallellismi morfologici oltre che lessicali che qui non sono sede di menzione.
Venneman e Morvan gettano una nuova luce sugli scenari della protostoria europea, finora sclerotizzata sui modelli classicistici di un Santo Mazzarino, antesignano di tanti nostri “pantofolai” docenti di lettere classiche, piuttosto che su quelli di una non meno dogmatica indoeuropeistica. Studi, cui recentemente si sono pure affastellate le teorie evoluzionistiche del citato Luigi Luca Cavalli-Sforza, al quale preferisco il pur dilettantistico Mario Alinei con il suo: “Etrusco: una forma arcaica di ungherese”.
Se i proto-baschi hanno avuto dei contatti – e la presenza di isolessi, di isomorfismi uralo-nippo-altaici ne è una prova inconfutabile – con l’Asia, ciò significa che le origini culturali e linguistiche dell’Europa sono più complesse di quanto si creda.
Ma soprattutto, considerando altresì il fatto che in lingua basca, Polo Nord, si dica Iparburu, laddove “buru” significa testa e Lauburu è la “Croce basca”, anch’essa simbolo polare per antonomasia, questo avvallerebbe la primogenitura di un’Europa iperborea rispetto ad una “ariano-indoeuropea”. Quindi, la tesi di Tilak sull’origine artica dei Veda e dell’Agartha siberiana, formulata da Dugin, che poi è quella di Ossendowski e l’Olmo Ling dello Yungdrung-Bön. L’antifona mi sembra palese…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro prof. Calabrese. Anch’io La ringrazio della risposta, sebbene, non intenda entrare nei dettagli della questione, preferendo eventualmente farlo a quattr’occhi, qualora ci incontrassimo. Lei, in effetti, il succo dell’obiezione l’ha colto. D’altra parte, essendo questo il tredicesimo capitolo di una lunga disamina di cui io ho letto soltanto una minima parte, mi debbo anche scusare. Non intendevo formulare giudizi categorici al riguardo. Il taglio essenzialmente tradizionalista del suo scritto l’avevo notato. Erano più alcuni passaggi.<br />
Peraltro ho visto che altrove Lei cita anche Theo Venneman, il linguista tedesco sostenitore, in scritti come: Vaskonisch war die Ursprache des Kontinents, di una tesi riconducente al proto-basco, idronimi, toponimi, idro-toponimi e in ultima analisi fitonimi – basti pensare alla voce marrubi che significa fragola sia in basco sia in sardo – innanzitutto tedeschi ma altresì dell’intera Europa occidentale, desemantizzandoli dal contesto linguistico cui appartengono.<br />
Sulla toponomastica trentino-altoatesina, un po’ sulla scorta di quanto scrive Ferruccio Bravi, nella sua monografia sulla lingua dei Reti, devo dire che qualche conferma idro-toponimica con il basco l’ho individuata anch’io in loco, integrando altresì con l’adygebze (lingua Adige) o circasso.<br />
Un altro testo, a mio avviso, interessante è: Les origines linguistiques du basque dello studioso francese Michel Morvan.<br />
Michel Morvan, da parte sua, analizza a fondo il substrato linguistico siberiano presente nella lingua basca, giungendo a conclusioni che sono veramente eclatanti.<br />
Uno degli aspetti maggiormente salienti dello studio di Morvan riguarda la legge di Ramstedt, l’altaista finlandese.<br />
Gustaf John Ramstedt confrontando comparativamente l’esito di alcune parole in lingue come: lappone, finnico, ungherese, samoiedo, turcico, mongolo, manciù e tunguso, ne evinse una legge di rotazione consonantica.<br />
Pur essendo da un punto di vista lessicale il basco, una lingua massicciamente influenzata dallo spagnolo, Morvan trova alcune parole, fra cui: erhi &#8211; pollice, mongolo, erkhi, che entrano a pieno titolo nella menzionata legge.<br />
Ma procedendo, i-kus-i, vedere, proto-turco köz, occhio. E ancora gogo-spirito, paelo-turco kögüz-petto, per rotacismo in giapponese kokoro-mente e cuore. Inoltre parallellismi morfologici oltre che lessicali che qui non sono sede di menzione.<br />
Venneman e Morvan gettano una nuova luce sugli scenari della protostoria europea, finora sclerotizzata sui modelli classicistici di un Santo Mazzarino, antesignano di tanti nostri “pantofolai” docenti di lettere classiche, piuttosto che su quelli di una non meno dogmatica indoeuropeistica. Studi, cui recentemente si sono pure affastellate le teorie evoluzionistiche del citato Luigi Luca Cavalli-Sforza, al quale preferisco il pur dilettantistico Mario Alinei con il suo: “Etrusco: una forma arcaica di ungherese”.<br />
Se i proto-baschi hanno avuto dei contatti – e la presenza di isolessi, di isomorfismi uralo-nippo-altaici ne è una prova inconfutabile – con l’Asia, ciò significa che le origini culturali e linguistiche dell’Europa sono più complesse di quanto si creda.<br />
Ma soprattutto, considerando altresì il fatto che in lingua basca, Polo Nord, si dica Iparburu, laddove “buru” significa testa e Lauburu è la “Croce basca”, anch’essa simbolo polare per antonomasia, questo avvallerebbe la primogenitura di un’Europa iperborea rispetto ad una “ariano-indoeuropea”. Quindi, la tesi di Tilak sull’origine artica dei Veda e dell’Agartha siberiana, formulata da Dugin, che poi è quella di Ossendowski e l’Olmo Ling dello Yungdrung-Bön. L’antifona mi sembra palese…</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Fabio Calabrese		</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/leredita-degli-antenati-tredicesima-parte-fabio-calabrese/#comment-13039</link>

		<dc:creator><![CDATA[Fabio Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Feb 2020 04:26:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ereticamente.net/?p=43071#comment-13039</guid>

					<description><![CDATA[Caro Ermanno, la ringrazio del suo intervento che mi dà modo di precisare un po&#039; di cose. Non vorrei fraintenderla, ma il succo della sua obiezione mi pare in sostanza questo: &quot;Si smentisce l&#039;Out of Africa e si mette in crisi anche il concetto di evoluzione com&#039;è generalmente inteso, ma si rimane sul piano di una scienza materiale, dove non si scorgono aperture verso la trascendenza&quot;. Io le posso dire che in ultima analisi lo scopo di questa serie di articoli e anche di molte altre cose che ho scritto, scrivo e continuerò a scrivere per &quot;Ereticamente&quot; è precisamente quello di mostrare che &quot;la scienza&quot; democratica e materialista è fuffa, imbroglio, ciarlataneria, fraintendimento dei fatti, perversione del metodo scientifico. Mi permetto di citarle gli articoli della serie &quot;Scienza e democrazia&quot;. Io mi sono preoccupato non tanto di difendere il nostro punto di vista, ma di attaccare quello degli avversari. &quot;Portarsi non là dove ci si difende ma là dove si attacca&quot;, ricorda a tal proposito l&#039;insegnamento di Evola? Io sono d&#039;accordo con lei che ciò consente soltanto di intravedere in nuce un punto di vista diverso, ma noi possiamo soltanto indicare la via, non percorrerla al posto di altri. Ogni approccio alla trascendenza che non sia puramente fideistico, è sempre il frutto di una ricerca personale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Ermanno, la ringrazio del suo intervento che mi dà modo di precisare un po&#8217; di cose. Non vorrei fraintenderla, ma il succo della sua obiezione mi pare in sostanza questo: &#8220;Si smentisce l&#8217;Out of Africa e si mette in crisi anche il concetto di evoluzione com&#8217;è generalmente inteso, ma si rimane sul piano di una scienza materiale, dove non si scorgono aperture verso la trascendenza&#8221;. Io le posso dire che in ultima analisi lo scopo di questa serie di articoli e anche di molte altre cose che ho scritto, scrivo e continuerò a scrivere per &#8220;Ereticamente&#8221; è precisamente quello di mostrare che &#8220;la scienza&#8221; democratica e materialista è fuffa, imbroglio, ciarlataneria, fraintendimento dei fatti, perversione del metodo scientifico. Mi permetto di citarle gli articoli della serie &#8220;Scienza e democrazia&#8221;. Io mi sono preoccupato non tanto di difendere il nostro punto di vista, ma di attaccare quello degli avversari. &#8220;Portarsi non là dove ci si difende ma là dove si attacca&#8221;, ricorda a tal proposito l&#8217;insegnamento di Evola? Io sono d&#8217;accordo con lei che ciò consente soltanto di intravedere in nuce un punto di vista diverso, ma noi possiamo soltanto indicare la via, non percorrerla al posto di altri. Ogni approccio alla trascendenza che non sia puramente fideistico, è sempre il frutto di una ricerca personale.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Ermanno		</title>
		<link>https://www.ereticamente.net/leredita-degli-antenati-tredicesima-parte-fabio-calabrese/#comment-13038</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ermanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2020 07:53:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Bell’articolo e denso di spunti interessanti, non scevro, al di là delle condivisibili posizioni contrarie al mito evoluzionista circa l’antropogenesi africana - di cui ad esempio Cavalli-Sforza ne è un assertore – dal pericolo di avvallare un opposto mito, altrettanto cripto-darwiniano, di un’antropogenesi europea ed eurocentrica.
Prescindendo dalla veridicità storica o meno del fatto che “Gengis Khan avesse avuto i capelli rossi e gli occhi verdi o blu, similmente al Buddha, ariano, sempre biondo e dagli occhi blu”, lo scritto in questione puntualizza attributi che appartengono ad un ambito biologico-materialistico a scapito di quello spirituale, alla dimensione orizzontale e cronologica rispetto a quella verticale, assoluta ed atemporale. Perseverando nell’affermare il principio secondo cui il superiore deriva dall’inferiore, la civiltà dalla barbarie, l’uomo dalla bestia, e così via.
Ovvero, per dirla con Guénon, un capovolgimento dei piani molteplici dell’Essere: degli inferiori con i superiori, attuandone un’inversione gerarchica.
Infatti, prima di essere “ariano”, Genghis Khan fu innanzitutto un’emanazione della divinità irata Ochirvaani, o Vajrapāni, un epiteto di Indra.
Non scordandoci dell’anello - di cui parla Guénon - donatogli dal “Re del Mondo”, o Re dei Nāga, Nandi Upanandi, quale legittimazione del suo mandato imperiale.
E lo stesso si può dire di Buddha e del suo Nirmāṇakāya, il &quot;Corpo di Emanazione&quot;: il corpo fenomenico con cui egli appare e predica in un dato universo in un determinato tempo.
Procedendo in tal modo si viene a postulare la preminenza della storia sulla ierostoria, estromettendo la presenza di una “razza dello spirito”, ovvero della razza dell’illius temporis.
Appellandomi alla religione dell’Airyanəm Vaējah, di avestica memoria, la cui “arianità” è indubbia, ovvero lo zoroastrismo, i tre principi di cui esso è costituito sono: Humata (Retto Pensiero), Hukhta (Retta Parola) e Huvaršta (Retta Azione).
Una tripartizione presente in molte religioni, riferentesi ad una precisa ipostatizzazione gerarchico-ontologica: il pensiero, la parola e l’azione. Ergo, volendo utilizzare tale schema onde commentare l’articolo in questione: la religione, la lingua e il popolo, quest’ultimo inteso altresì nella sua connotazione biologica e fenotipica come ivi puntualizzato.
Humata (Retto Pensiero) quindi, o Human, Hu-man che etimologicamente indica l’essere umano, laddove il lemma prefissale Hu, analogamente al sanscrito Su, per rotazione consonantica, significa &quot;bene&quot;, come in Svastika&#060; su-asti-ka, &#034;ciò che è bene&#034;.
Peraltro un’etimologia propria, altresì, delle lingue germaniche, in cui “Man” è ascrivibile all&#039;area semantica del pensiero. Umano quindi come Hu-Man, pensiero positivo, un riferimento alla natura ontologicamente &#034;buona&#034; dell&#039;uomo, in contrapposizione a Duš-Man, che nell’Avesta è lo Spirito della menzogna, in neopersiano il nemico.
Questo per dire che la lingua viene prima dell’elemento antropologico. Così come anche un pakistano dalla pelle scura ma locutore in progressione di lingua urdu, pashto o burushashki, è comunque più prossimo al “Retto Pensiero” di quanto lo sia un biondo e debosciato post-vichingo anglofono, o peggio ancora americano WASP, locutore di una lingua che, rispetto al suo prototipo norreno, risulta essere la più corrotta che l’occidente abbia mai prodotto, una vera e propria Umwertung der Werte di niesztchana memoria. Una lingua in cui – come magistralmente una volta asserì qualcuno che forse ci legge – capire si dice “understand”, letteralmente sottostare e signorina “miss”, qualcuno cui manca qualcosa.
Le lingue possono essere sacre o profane, se non blasfeme e - come precisò Mario Polia in una vecchia pubblicazione - seguono l’evoluzione e l’involuzione dello spirito, di cui quelle moderne del mondo occidentale ne sono il paradigma distopico. Tant’è che, mentre oggi, parafrasando Aleksandr Dugin, quelle del gruppo satem mantengono una loro coerenza apollinea, quelle del gruppo kentum si sono totalmente cibelizzate. La sola presenza dell’ergatività nella lingua urdu, per non parlare di basco, caucasico, tibetano e quant’altro, annichilisce 2000 anni di filosofia occidentale che ancora intenta a dominare il mondo fenomenologico. Lo stesso si potrebbe dire per aspetti quali la polisintesi, l’agglutinazione, nonché la sintassi di tipo attributivo in luogo di quella predicativa di cui quelle occidentali sono pressoché prive.
Non è un caso che la scienza profana, materialistico-positivistica si sia sviluppata in occidente, il luogo ove si parlano lingue che, analogamente allo sguardo di Medusa che pietrificava ogni cosa che incrociasse, reificano ed intellettualizzano la realtà enunciata. Inverando la maledizione del Profeta Daniele che recita: mane, teqel, peres, “tutto ormai è misurato, pesato, diviso”.
Riguardo all’Ex Oriente lux, in senso lato e atemporale, credo che l’essenza dell’aforisma latino, al di là di qualsivoglia interpretazione classicista, sia ravvisabile nell’Edda di Snorri Sturluson (1179-1241). Precisamente nel paragrafo: Frá Asíamönnum (dei popoli dell’Asia) della saga degli Ynglingar, che è parte dell’Heimskringla, in cui si narra che:

Fyrir austan Tanakvísl í Asía var kallat Ásaland eða Ásaheimr, en höfuðborgin, er var í landinu, kölluðu þeir Ásgarð.
A est del Tanakvisl (Danubio) si trovava quello che si chiamava l’Asaland o Asaheimr (patria degli Asi) e il castello-capitale che era nel paese veniva chiamato Asgardhr.  – Quindi - Fyrir sunnan fjallit er eigi langt til Tyrklands; þar átti Óðinn eignir stórar.
Il sud di questa montagna (Caucaso) non è lontano dal Tyrkland (Paese dei Turchi), dove Odino aveva grandi possedimenti .

A questo proposito, onde suffragare la narrazione eddica, vorrei ricordare circa la presenza di grafemi runici e rune di congiunzione di tipo futhark, dell’indubbia apoditticità, riprodotte su un manufatto appartenente alla cultura Kurykan (VI sec. a.C.), una popolazione XiungNu, ovvero unno-samoieda, proveniente dalla regione circumbajkalica e riportate nel testo: Burjaty, Tradtzij i Kultura, Ulan Ude 1995. Antecedenti, quindi, alla genesi dello stesso alfabeto in Europa e Scandinavia.
Inoltre come scrive Dugin in Мистерии Евразии:

Secondo Wirth, i &#034;Popoli di Tanar&#034; erano i rappresentanti dei gruppi iperborei che discesero in Eurasia non dall&#039;Occidente - come le tribù dei Tuatha de Dannan, i Proto-ariani del Nord Atlantico -  bensì dall&#039;Oriente. Ed è proprio ai &#034;Popoli di Tanar&#034; che Wirth attribuisce le fonti originali della tradizione caldea, sumera e della civiltà. In particolare, ciò è impresso nel teonimo stesso degli dei sumeri &#034;dingir&#034;, cioè &#034;Dio&#034; (forma fonetica da &#034;tanar&#034;). Ma per noi è estremamente importante che tale parola designante &#034;dio&#034;, presso gli antichi turchi, suonasse foneticamente pressoché identica: &#034;Tengri&#034;. Inoltre, gli archeologi moderni oggi scoprono nel territorio dell&#039;Eurasia settentrionale, e specialmente nelle aree d’insediamento dei popoli turchi, molti ornamenti, disegni e geroglifici risalenti al Neolitico e che hanno una chiara somiglianza con le scritture sumere arcaiche e con gli ierografemi.

Quindi, prescindendo dalla polisemia insita nel termine “ariano”, che, al di là del senso in sanscrito contenuto dalla formulazione buddhista delle Quattro nobili verità o catvāri-ārya- satyāni, sembra possedere un’etimologia altresì altaica. Tant’è che rispettivamente in turco e mongolo, le voci: “arı-arıg” e “ариун-aryun” significano “puro”, nell’accezione sacrale ovvero sciamanica del termine. Quanto si possono veramente definire “ariani” occidentali e appartenenti al gruppo kentum questi europidi sparsi, ieri e oggi, fra Asia e Siberia? Dai Caucasici ai Burusho del Pakistan, dalle mummie del Tarim fino agli Ainu del Giappone? O non piuttosto turanici (turco-ugrofinnici) e paelosiberiani, in un unico termine: iperborei?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bell’articolo e denso di spunti interessanti, non scevro, al di là delle condivisibili posizioni contrarie al mito evoluzionista circa l’antropogenesi africana &#8211; di cui ad esempio Cavalli-Sforza ne è un assertore – dal pericolo di avvallare un opposto mito, altrettanto cripto-darwiniano, di un’antropogenesi europea ed eurocentrica.<br />
Prescindendo dalla veridicità storica o meno del fatto che “Gengis Khan avesse avuto i capelli rossi e gli occhi verdi o blu, similmente al Buddha, ariano, sempre biondo e dagli occhi blu”, lo scritto in questione puntualizza attributi che appartengono ad un ambito biologico-materialistico a scapito di quello spirituale, alla dimensione orizzontale e cronologica rispetto a quella verticale, assoluta ed atemporale. Perseverando nell’affermare il principio secondo cui il superiore deriva dall’inferiore, la civiltà dalla barbarie, l’uomo dalla bestia, e così via.<br />
Ovvero, per dirla con Guénon, un capovolgimento dei piani molteplici dell’Essere: degli inferiori con i superiori, attuandone un’inversione gerarchica.<br />
Infatti, prima di essere “ariano”, Genghis Khan fu innanzitutto un’emanazione della divinità irata Ochirvaani, o Vajrapāni, un epiteto di Indra.<br />
Non scordandoci dell’anello &#8211; di cui parla Guénon &#8211; donatogli dal “Re del Mondo”, o Re dei Nāga, Nandi Upanandi, quale legittimazione del suo mandato imperiale.<br />
E lo stesso si può dire di Buddha e del suo Nirmāṇakāya, il &#8220;Corpo di Emanazione&#8221;: il corpo fenomenico con cui egli appare e predica in un dato universo in un determinato tempo.<br />
Procedendo in tal modo si viene a postulare la preminenza della storia sulla ierostoria, estromettendo la presenza di una “razza dello spirito”, ovvero della razza dell’illius temporis.<br />
Appellandomi alla religione dell’Airyanəm Vaējah, di avestica memoria, la cui “arianità” è indubbia, ovvero lo zoroastrismo, i tre principi di cui esso è costituito sono: Humata (Retto Pensiero), Hukhta (Retta Parola) e Huvaršta (Retta Azione).<br />
Una tripartizione presente in molte religioni, riferentesi ad una precisa ipostatizzazione gerarchico-ontologica: il pensiero, la parola e l’azione. Ergo, volendo utilizzare tale schema onde commentare l’articolo in questione: la religione, la lingua e il popolo, quest’ultimo inteso altresì nella sua connotazione biologica e fenotipica come ivi puntualizzato.<br />
Humata (Retto Pensiero) quindi, o Human, Hu-man che etimologicamente indica l’essere umano, laddove il lemma prefissale Hu, analogamente al sanscrito Su, per rotazione consonantica, significa &#8220;bene&#8221;, come in Svastika&lt; su-asti-ka, &quot;ciò che è bene&quot;.<br />
Peraltro un’etimologia propria, altresì, delle lingue germaniche, in cui “Man” è ascrivibile all&#039;area semantica del pensiero. Umano quindi come Hu-Man, pensiero positivo, un riferimento alla natura ontologicamente &quot;buona&quot; dell&#039;uomo, in contrapposizione a Duš-Man, che nell’Avesta è lo Spirito della menzogna, in neopersiano il nemico.<br />
Questo per dire che la lingua viene prima dell’elemento antropologico. Così come anche un pakistano dalla pelle scura ma locutore in progressione di lingua urdu, pashto o burushashki, è comunque più prossimo al “Retto Pensiero” di quanto lo sia un biondo e debosciato post-vichingo anglofono, o peggio ancora americano WASP, locutore di una lingua che, rispetto al suo prototipo norreno, risulta essere la più corrotta che l’occidente abbia mai prodotto, una vera e propria Umwertung der Werte di niesztchana memoria. Una lingua in cui – come magistralmente una volta asserì qualcuno che forse ci legge – capire si dice “understand”, letteralmente sottostare e signorina “miss”, qualcuno cui manca qualcosa.<br />
Le lingue possono essere sacre o profane, se non blasfeme e &#8211; come precisò Mario Polia in una vecchia pubblicazione &#8211; seguono l’evoluzione e l’involuzione dello spirito, di cui quelle moderne del mondo occidentale ne sono il paradigma distopico. Tant’è che, mentre oggi, parafrasando Aleksandr Dugin, quelle del gruppo satem mantengono una loro coerenza apollinea, quelle del gruppo kentum si sono totalmente cibelizzate. La sola presenza dell’ergatività nella lingua urdu, per non parlare di basco, caucasico, tibetano e quant’altro, annichilisce 2000 anni di filosofia occidentale che ancora intenta a dominare il mondo fenomenologico. Lo stesso si potrebbe dire per aspetti quali la polisintesi, l’agglutinazione, nonché la sintassi di tipo attributivo in luogo di quella predicativa di cui quelle occidentali sono pressoché prive.<br />
Non è un caso che la scienza profana, materialistico-positivistica si sia sviluppata in occidente, il luogo ove si parlano lingue che, analogamente allo sguardo di Medusa che pietrificava ogni cosa che incrociasse, reificano ed intellettualizzano la realtà enunciata. Inverando la maledizione del Profeta Daniele che recita: mane, teqel, peres, “tutto ormai è misurato, pesato, diviso”.<br />
Riguardo all’Ex Oriente lux, in senso lato e atemporale, credo che l’essenza dell’aforisma latino, al di là di qualsivoglia interpretazione classicista, sia ravvisabile nell’Edda di Snorri Sturluson (1179-1241). Precisamente nel paragrafo: Frá Asíamönnum (dei popoli dell’Asia) della saga degli Ynglingar, che è parte dell’Heimskringla, in cui si narra che:</p>
<p>Fyrir austan Tanakvísl í Asía var kallat Ásaland eða Ásaheimr, en höfuðborgin, er var í landinu, kölluðu þeir Ásgarð.<br />
A est del Tanakvisl (Danubio) si trovava quello che si chiamava l’Asaland o Asaheimr (patria degli Asi) e il castello-capitale che era nel paese veniva chiamato Asgardhr.  – Quindi &#8211; Fyrir sunnan fjallit er eigi langt til Tyrklands; þar átti Óðinn eignir stórar.<br />
Il sud di questa montagna (Caucaso) non è lontano dal Tyrkland (Paese dei Turchi), dove Odino aveva grandi possedimenti .</p>
<p>A questo proposito, onde suffragare la narrazione eddica, vorrei ricordare circa la presenza di grafemi runici e rune di congiunzione di tipo futhark, dell’indubbia apoditticità, riprodotte su un manufatto appartenente alla cultura Kurykan (VI sec. a.C.), una popolazione XiungNu, ovvero unno-samoieda, proveniente dalla regione circumbajkalica e riportate nel testo: Burjaty, Tradtzij i Kultura, Ulan Ude 1995. Antecedenti, quindi, alla genesi dello stesso alfabeto in Europa e Scandinavia.<br />
Inoltre come scrive Dugin in Мистерии Евразии:</p>
<p>Secondo Wirth, i &quot;Popoli di Tanar&quot; erano i rappresentanti dei gruppi iperborei che discesero in Eurasia non dall&#039;Occidente &#8211; come le tribù dei Tuatha de Dannan, i Proto-ariani del Nord Atlantico &#8211;  bensì dall&#039;Oriente. Ed è proprio ai &quot;Popoli di Tanar&quot; che Wirth attribuisce le fonti originali della tradizione caldea, sumera e della civiltà. In particolare, ciò è impresso nel teonimo stesso degli dei sumeri &quot;dingir&quot;, cioè &quot;Dio&quot; (forma fonetica da &quot;tanar&quot;). Ma per noi è estremamente importante che tale parola designante &quot;dio&quot;, presso gli antichi turchi, suonasse foneticamente pressoché identica: &quot;Tengri&quot;. Inoltre, gli archeologi moderni oggi scoprono nel territorio dell&#039;Eurasia settentrionale, e specialmente nelle aree d’insediamento dei popoli turchi, molti ornamenti, disegni e geroglifici risalenti al Neolitico e che hanno una chiara somiglianza con le scritture sumere arcaiche e con gli ierografemi.</p>
<p>Quindi, prescindendo dalla polisemia insita nel termine “ariano”, che, al di là del senso in sanscrito contenuto dalla formulazione buddhista delle Quattro nobili verità o catvāri-ārya- satyāni, sembra possedere un’etimologia altresì altaica. Tant’è che rispettivamente in turco e mongolo, le voci: “arı-arıg” e “ариун-aryun” significano “puro”, nell’accezione sacrale ovvero sciamanica del termine. Quanto si possono veramente definire “ariani” occidentali e appartenenti al gruppo kentum questi europidi sparsi, ieri e oggi, fra Asia e Siberia? Dai Caucasici ai Burusho del Pakistan, dalle mummie del Tarim fino agli Ainu del Giappone? O non piuttosto turanici (turco-ugrofinnici) e paelosiberiani, in un unico termine: iperborei?</p>
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