8 Ottobre 2025
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centosettantaquattresima parte – Fabio Calabrese

Come sapete, dallo scorso ottobre ho deciso di dare a questa ormai lunga serie di articoli un ritmo più rilassato, rinunciando a conseguire l’obiettivo rivelatosi irraggiungibile, di una totale esaustività, allo scopo di poter inserire nel mio spazio settimanale su “Ereticamente” anche articoli di altra natura. All’uopo, ho usato come “blocco di appunti” “MANvantara”, il gruppo facebook dell’amico Michele Ruzzai.

In questo modo, ho visto, si copre lo spazio di un articolo nell’arco temporale di circa un mese. Tuttavia, come avrete notato, la centosettantatreesima parte, ossia l’articolo immediatamente precedente a questo, spazia su un arco temporale molto ridotto, la fine di maggio e i primi giorni di giugno e, come potete vedere, i post tratti da “MANvantara” sono appena un paio a cui ho aggiunto diverso materiale setacciando il web, si tratta però di un’eccezione. Per dirvela tutta, la scoperta che il famoso Muro del Pianto di Gerusalemme, così centrale nella lacrimosa mitologia ebraica, non è affatto un resto del mitico tempio, bensì di un edificio di età romana, era troppo bella per non parlarvene prima possibile.

Riprendiamo allora il nostro percorso da poco dopo gli inizi di giugno, seguendo ancora una volta la pista di “MANvantara”.

Il 5 giugno troviamo un post che ci parla del bambino di Lapedo, un bambino i cui resti furono ritrovati nel 1998 in una grotta portoghese, e che risalirebbero a fra 27.800 e 28.500 anni fa. Sottoposti a nuove analisi lo scorso marzo, hanno confermato quello che si sospettava da tempo: questo bambino era un ibrido di Neanderthal e di sapiens  anatomicamente moderno. E’ una scoperta importante perché, in primo luogo, i neanderthaliani che si ritenevano estinti attorno a 40.000 anni fa, devono essere sopravvissuti almeno diecimila anni oltre questa data, e poi perché dimostra una volta di più che essi si sono incrociati liberamente e ripetutamente con i nostri antenati dando luogo a una discendenza, noi stessi abbiamo nel nostro DNA una piccola percentuale di geni neanderthaliani, erano quindi umani come noi, ma allora diventa insostenibile che la nostra specie, di cui essi facevano parte, sia  “uscita dall’Africa” attorno a 50.000 anni fa, quando popolava l’Eurasia da decine di migliaia di anni.

Nemmeno a farlo apposta, un altro post che è un link a “Scienza e cultura” ci parla del ritrovamento nell’area sahariana, nella grotta di Takarkori, delle mummie di due donne risalenti ad almeno 7.000 anni fa. Le analisi genetiche hanno dimostrato che esse appartenevano a una popolazione isolata, separatasi dal resto dell’umanità attorno a 60.000 anni fa, che ha avuto qualche contatto genetico con l’altra parte del Mediterraneo, come dimostra una piccola percentuale di DNA neanderthaliano, ma nulla affatto con le popolazioni subsahariane. Questo porta alla conclusione che il Sahara è stato una barriera naturale alle migrazioni umane ben prima di quanto si pensasse, e rende l’Out of Africa sempre più inverosimile.

Un post del 6 giugno che è un link a “Scithyian Dragon Empire II” ci parla dei Tocari. Questi erano una popolazione europide insediata nell’Asia centrale, nel bacino del fiume Tarim. Erano indoeuropei, frutto probabilmente di una migrazione preistorica ma relativamente tarda, infatti parlavano una lingua indoeuropea del ramo occidentale, centum. Non si esclude che prima di essere assorbiti dalle circostanti popolazioni mongoliche, abbiano avuto un ruolo di primo piano nella più antica storia cinese.

Naturalmente, dalla sepoltura di un bambino europeo di età medioevale, non possiamo aspettarci sorprese antropologiche come nel caso di Denny o del bambino di Lapedo, tuttavia può essere ugualmente qualcosa di notevole.

Il 7 troviamo un link a “Storia National Geographic” dove si parla di uno studio sui resti di un bambino di un anno e mezzo vissuto tra il 670 e il 680 rinvenuti nella città bavarese di Bamberg. La stampa tedesca ha soprannominato il piccolo Eisprinz, “principe del ghiaccio”, perché gli archeologi, per poterla studiare senza danneggiarla, prima di asportarla, hanno congelato l’intera tomba.

E un piccolo principe pare che lo fosse davvero, sentite un po’:

Per la sepoltura, il corpo del bambino è stato posto su una pelle di animale e vestito con abiti finemente confezionati: scarpe di cuoio, pantaloni e una tunica di lino a maniche lunghe ornata con strisce di seta, un tessuto sontuoso che sarebbe stato importato attraverso contatti con l’Impero bizantino, un bene di lusso riservato solo alle élite. Inoltre, il bambino è stato sepolto con dei braccialetti d’argento ai polsi e degli speroni dello stesso metallo ai piedi, una spada infilata in un fodero con incrostazioni d’oro e un pezzo di stoffa con due strisce di foglia d’oro disposte a forma di croce”.

Un link ad “Antikythera.net” ci informa del ritrovamento in Francia, ad Auxerre, dei resti di una spettacolare villa romana del IV secolo che si estendeva su un’area di 4.000 metri quadrati, una delle più grandi della Gallia e forse d’Europa.

Non si sono ancora finiti di scoprire tutti i tesori archeologici che i nostri antenati Romani hanno disseminato per l’Europa.

Il giorno 8 abbiamo un link a un articolo di MSN.com a firma di Giovanni Mezher che ci racconta una storia davvero singolare: sul fondo dell’oceano Atlantico, a 800 metri di profondità, a sud-ovest della dorsale Medio-Atlantica si trova quella che i ricercatori hanno definito una metropoli fantasma.

“Nel cuore dell’Oceano Atlantico, a circa 800 metri di profondità, si erge un paesaggio surreale e silenzioso, ribattezzato Lost City. Questa zona geotermale, scoperta nel 2000 a sud-ovest della Dorsale Medio-Atlantica, prende il nome dalla sua straordinaria architettura naturale: guglie biancastre, torri imponenti e strutture carbonatiche che si stagliano contro l’oscurità come se fossero le rovine di un’antica civiltà scomparsa. Le torri di carbonato di calcio, alcune delle quali superano i 60 metri d’altezza, conferiscono al paesaggio un aspetto che ricorda quello di una città immobile e abbandonata”.

Con ogni probabilità, si tratta di una formazione naturale, tuttavia è difficile non pensare ad Atlantide.

Il 9 troviamo un link al blog personale di Aurelio Porfiri, che presenta un’intervista con l’ex ministro brasiliano Ernesto Henrique Fraga Araùjo, che verte sul concetto di tradizione, di cui il politico e diplomatico brasiliano è un cultore. Ve ne trascrivo uno stralcio:

Un modo per definire la “tradizione” potrebbe essere: la tradizione è il contenuto spirituale della storia. Potremmo anche dire, in quella stessa linea, che la storia rappresenti l’aspetto exoterico della vita umana, mentre il tradizionale rappresenta il suo aspetto esoterico. Andando un po più avanti, la tradizione è la conoscenza dell’inconoscibile. È un modo per descrivere e indagare, specialmente attraverso il simbolismo, ciò che non può essere descritto o indagato, ma la cui descrizione e ricerca, allo stesso tempo costituisca forse la missione principale dell’umanità”.

Troviamo poi un link al sito “Dal cielo alla terra” che ci parla del mitico regno di Shambhala (il cui nome in sanscrito significa luogo di pace). Secondo la tradizione induista e buddista, si tratterebbe di un mitico e irraggiungibile reame himalaiano protetto da picchi altissimi e nebbie perenni, dove risiederebbe il re del mondo, e i cui abitanti possiederebbero longevità e saggezza. In alcune versioni Shambhala si identificherebbe con Shangri-La.

L’articolo linkato non ne parla, ma sappiamo che altre versioni pongono il regno di Shambhala all’interno della Terra cava o la identificano con Agarthi. In ogni caso si tratterebbe di un centro spirituale occulto destinato a preservare la Tradizione in un mondo sempre più decadente e materialista.

Il 10 troviamo un link a un articolo di Manuela Chimera su “Storia, che passione”, che ci racconta di un tesoro aureo di età anglosassone rinvenuto in Inghilterra nel West Wiltshire grazie a due appassionati di metal detector. Il primo ha rinvenuto un anello d’oro con granati intarsiati, il secondo a poca distanza, un elaborata testa di corvo decorativa con granati per gli occhi. I corvi, che comparivano spesso sui campi di battaglia, avevano un posto importante nella mitologia anglosassone.

L’11 troviamo un link a un articolo di Foteini Doulgkeri su “Euronews” (L’originale, suppongo, sia in lingua greca) che ci racconta di nuovi ritrovamenti archeologici rinvenuti nell’isola di Itaca, precisamente nel sito di Aghios Athanasios non distante dal villaggio di Exogi, da parte dei ricercatori dell’università di Gianina.

E’ emerso molto materiale ceramico di età micenea, fra questo un sigillo  che identifica il luogo come il santuario di Odisseo. Interessante, indubbiamente, ma non dissipa il sospetto che sia l’uomo sia l’isola possano prendere il nome da un luogo e da un personaggio molto più antichi e molto distanti, come Felice Vinci ci ha portati a ipotizzare.

Il 12 usciamo per un po’ da “MANvantara”, perché un articolo di Iohannis Syrigoi su “Ancient Origins” ci porta in Antartide. Questo continente misterioso avvolto da una enorme, perenne cappa di ghiaccio, esercita da sempre, fin da quando è stato scoperto, uno strano fascino. Sappiamo che in epoche remote non era così, ed esso godeva di un clima ben più favorevole di quello attuale. Ma fino a quando?

Secondo alcune teorie, l’Antartide sarebbe stata libera dai ghiacci fino a poche migliaia di anni fa, potrebbe allora aver ospitato insediamenti umani, e civiltà oggi scomparse o seppellite sotto la coltre glaciale. Non è mancato nemmeno chi ha ipotizzato che proprio questa possa essere stata la reale localizzazione dell’Atlantide platonica, e a questo riguardo vorrei osservare, sebbene l’articolo di Syrigoi non ne parli, che il primo ad avanzare tale ipotesi, è stato un ricercatore italiano, Flavio Barbiero nel libro Una civiltà sotto ghiaccio.

Il 13 giugno, vorrei poi ricordare, ricorre l’anniversario di uno degli eventi più nefasti della nostra storia. Il 13 giugno 313 dopo Cristo, l’imperatore Costantino emise l’editto di Milano con cui si accordava libertà di culto ai cristiani. Cristiani che fino allora erano stati perseguitati e malvisti non tanto per motivi strettamente religiosi, ma perché ribelli contro l’autorità romana. Quello che sembrava un gesto di benevolenza era invece tutt’altro. Infatti, ad esso sono poi seguiti il concilio di Nicea presieduto dallo stesso Costantino che imponeva una versione ufficiale di cristianesimo come religione universale – in greco katholikè da cui cattolica, per tutti i sudditi dell’impero, e poi l’editto di Tessalonica ad opera del suo successore Teodosio, che metteva al bando le religioni dei padri, comminando persino la pena di morte per chi osasse continuare a praticarle. Era l’inizio della dissoluzione spirituale dell’impero romano, a cui non sarebbe tardata a seguire la dissoluzione fisica e politica.

Adesso torniamo su “MANvantara”. Il 15 troviamo il link a un reel di Michele Giovagnoli che ci racconta una storia che potrebbe sembrare incredibile. Nell’890 la Chiesa cattolica ha deliberato in un concilio di far estirpare e bruciare tutti i boschi millenari che coprivano l’Europa, con particolare riguardo alle querce, e infatti non si trova nel nostro continente un querceto anteriore a tale data. Il motivo era il particolare rispetto che i popoli di allora avevano per gli alberi, spesso ritenuti sacri, soprattutto le querce, e ciò per la Chiesa rappresentava una forma di paganesimo da estirpare.

Io, però, aggiungerei che il motivo di ciò, forse, è ancora più profondo. La tendenza del cristianesimo è quella di porre la massima distanza fra l’uomo e la natura, anche all’interno dell’uomo stesso, separando quanto più possibile lo spirito dalla sua parte naturale.

Troviamo poi un link a un post di Robert Sepher. Sepher, assieme a Tom Rowsell, è uno dei pochi intellettuali del mondo anglosassone che possiamo considerare “nostri”. Critico dell’Out of Africa, è autore del libro Species with Amnesia. Secondo lui, la nostra specie è realmente vittima di amnesia, ha dimenticato gran parte del proprio passato.

In questo post, Sepher mette insieme due cose abbastanza risapute, ma il loro accostamento è rivoluzionario. La prima è che nel genoma dei neri subsahariani è presente fino a oltre il 19% del DNA di una specie separatasi dal filone principale dell’umanità, che è del tutto assente nelle popolazioni europidi ed asiatiche, la famosa “specie fantasma” di cui abbiamo già parlato. La seconda è che la genetica non influenza soltanto i caratteri fisici, ma anche l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Mettete insieme le due cose e perderete qualsiasi illusione che le differenze di intelligenza e di comportamento che si constatano fra neri da una parte, bianchi e asiatici dall’altra, siano riconducibili a fattori ambientali. E’ dura da mandare giù per i democratici che si pascono di astrazioni, ma la realtà se ne frega della democrazia.

Come al solito, prima di chiudere, vorrei dirvi due parole conclusive. Innanzi tutto, si può constatare una volta di più che, rinunciando a una totale esaustività, la scelta di utilizzare “MANvantara” come “blocco di appunti”, pur semplificandomi notevolmente il lavoro, si è dimostrata sufficiente per mantenere vitale questa serie di articoli.

In secondo luogo, come avete visto, i post che vi compaiono non coincidono forse del tutto con le scelte che avrei fatto io altrimenti, ma ci sta, anzi è una garanzia di obiettività.

In particolare, ci siamo addentrati nella preistoria profonda, parlando del bambino di Lapedo, probabile ibrido neanderthaliano, così come la scorsa volta avevamo parlato di Denny, la ragazzina ibrida di Neanderthal e Denisova, si è accennato ai Tocari che colonizzarono il bacino del fiume Tarim, la “lost City”nel fondo dell’Atlantico ci ha richiamato il mistero di Atlantide, Robert Sepher ci ha dato l’occasione di riparlare dell’altrettanto misteriosa “specie fantasma”, e per nulla dire del mistero di Shambhala.

Ma ci sta, non dobbiamo dimenticare che noi ci troviamo al termine di un lungo e tortuoso cammino, solo nelle sue fasi finali illuminato – e spesso in maniera niente affatto convincente – dalla luce della storia.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra ricostruzione del bambino di Lapedo, al centro l’ex ministro, diplomatico e cultore di tradizioni brasiliano Ernesto Henrique Fraga Araùjo, a destra, da “Dal cielo alla terra” una ricostruzione ideale del mitico regno di Shambhala.

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