8 Ottobre 2025
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centosettantaduesima parte – Fabio Calabrese

Devo dire la verità, l’idea di rinunciare a una totale esaustività, di fatto impossibile da conseguire, per quanto riguarda tutte le fonti che si occupano della nostra eredità ancestrale, e di usare il gruppo facebook “MANvantara” come “blocco di appunti” mi ha enormemente semplificato la vita, ma negli ultimi tempi – maggio 2025 – si sta dimostrando alquanto problematica.

Infatti, scorrendo il gran numero di post presenti in questo periodo sul gruppo, si nota che gli argomenti trattati con maggiore frequenza sono: gli effetti collaterali delle vaccinazioni con vaccini non adeguatamente sperimentati che ci sono state imposte durante il periodo del COVID, le critiche a quel monumento di ottusità burocratica e insignificanza politica che conosciamo come UE, e soprattutto manifestazioni di indignazione verso il genocidio che i criminali sionisti stanno perpetrando a Gaza contro il popolo palestinese. Tutte cose, sia ben chiaro, che mi sento di condividere pienamente, ma che non rientrano nelle finalità di “MANvantara” e tanto meno in quelle de L’eredità degli antenati.

Tuttavia, è almeno il caso di rilevare quanto sia ipocrita la propaganda di regime che tenta di presentare la legittima, giusta, sacrosanta indignazione per il genocidio che i sionisti stanno compiendo a Gaza, per “risorgente antisemitismo”, equiparandola falsamente al razzismo di un secolo fa.

Mai con tanta chiarezza come oggi, possiamo constatare il totale scollamento fra il comune sentire e l’atteggiamento delle classi dirigenti, non solo italiane ma europee, di totale servilismo, per interposti yankee, verso la mostruosità sionista, e si vede bene che la pretesa delle cosiddette democrazie, di rappresentare la volontà popolare, non è che una tragica barzelletta.

Tutto ciò premesso e detto con chiarezza, torniamo alle tematiche consuete per L’eredità degli antenati.

Per trovare un post di argomento propriamente storico-archeologico, dobbiamo risalire fino al 17 maggio. Qui troviamo un link a un articolo di Manuela Chimera apparso su “Storia che passione” che ci racconta la storia di una strana rovina che si trova in Austria, lungo le rive di un affluente del Danubio, vicino a Stopfenreuth. Si pensava fosse un castello abbandonato di età medioevale, ma recenti scavi condotti dall’Accademia Austriaca delle Scienze, hanno permesso di stabilire che si tratta invece di una fortificazione di età romana.

Un post del 18 ci parla di Freydís Eiríksdóttir, una delle poche donne menzionate nelle saghe norrene relative all’esplorazione vichinga del Nuovo Mondo. Costei, figlia di Erik il Rosso e sorella di Leif Erikson, avrebbe guidato una spedizione di esplorazione a partire dalla colonia di Vinland (L’anse aux Meadws, Terranova), e soprattutto avrebbe dimostrato grande coraggio ponendosi alla testa degli uomini nel respingere un attacco di nativi, pur essendo incinta.

Si continua a parlare di vichinghi il 21 con un breve articolo sul Knattleikr, un gioco della palla diffuso nell’Islanda medioevale, che è considerato l’antenato dell’hockey su ghiaccio, solo con della brutalità in più che, come ci aspetteremmo dai vichinghi, ne faceva uno sport molto rude.

Torniamo ora a spostarci alle nostre latitudini, precisamente a Pompei dove, come vi ho detto più volte, l’area archeologica non è ancora stata del tutto dissepolta, e gli scavi e le ricerche continuano. Secondo quanto riferisce attraverso il “Corriere TV” il giorno 23 il direttore Zuchtriegel, l’ultima, più recente scoperta è un complesso termale rinvenuto all’interno di una domus, il più vasto mai rinvenuto all’interno di un’abitazione privata, che certamente era un modo per i proprietari per ostentare il proprio status sociale.

Sempre il 23, “What if” ci pone un interrogativo che io stesso vi ho proposto molte volte su queste pagine. E se nel remoto passato fosse già esistita una civiltà avanzata? Come vi ho già detto, non esistono motivi per escluderlo, considerando che quel 95% della storia umana che chiamiamo preistoria, ci è sostanzialmente sconosciuto. Alcuni elementi, secondo “What if”, indurrebbero a pensarlo, ad esempio le linee di Nazca che compongono enormi disegni visibili solo dall’alto, che fanno supporre che i loro artefici disponessero di qualche mezzo per innalzarsi in aria.

Un post del 24 affronta un argomento del quale io stesso mi sono occupato più volte su queste pagine. Per moltissimo tempo, abbiamo convissuto con “altre” umanità, gli uomini di Neanderthal e di Denisova, solo che, a differenza di molti, compreso l’autore del post, io non ritengo che si trattasse di altre SPECIE umane, ma di varietà della nostra stessa specie, per un fatto molto semplice, la paleogenetica ha dimostrato che uomini “anatomicamente moderni”, neanderthaliani e denisoviani si sono liberamente e ripetutamente incrociati dando luogo a una discendenza fertile, noi che conserviamo nel nostro genoma una traccia sia di Neanderthal sia di Denisova, e la mutua interfecondità dei suoi membri è precisamente ciò che definisce l’unità e l’identità di una specie.

Il post comunque si sofferma sugli ancora oggi ben poco conosciuti uomini di Denisova. Il centro di irradiazione di questa remota popolazione pare essere stato una regione oggi in gran parte sommersa, il cosiddetto Sundaland che si trovava là dove oggi si trovano le isole della Sonda. Sappiamo che con la fine dell’età glaciale c’è stato un notevole innalzamento del livello dei mari per il ritorno allo stato liquido di una grande quantità di acqua prima contenuta nei ghiacciai.

Da qui, la loro impronta genetica si sarebbe allargata, e se ne trova traccia nelle popolazioni moderne, in tutta l’Asia e in Europa, divenendo sempre più tenue man mano che ci si sposta verso occidente, ma senza mai scomparire del tutto, al punto che la si ritrova persino nella Penisola iberica.

Ma questa è solo una parte della storia, infatti se ne trova una traccia molto consistente nelle Americhe, e questo porta a un’ipotesi molto interessante, i denisoviani potrebbero essere stati i primi esseri umani a raggiungere il Nuovo Mondo, almeno 30.000 anni prima degli Amerindi. Il che fa supporre che già allora disponessero di qualche forma di navigazione.

Per dire la verità, questa ipotesi non mi persuade molto, perché costoro potrebbero aver approfittato molto prima degli Amerindi del ponte di terra della Beringia, esistente durante l’età glaciale.

Ma non finisce qui, infatti la scomparsa definitiva dei Denisoviani pare essere avvenuta attorno agli 11.500 anni fa, cioè esattamente l’epoca in cui Platone situa lo sprofondamento di Atlantide. Questo porta a un’affascinante congettura: e se i Denisoviani fossero stati gli Atlantidi?

L’articolo è corredato da un’illustrazione che presenta una ricostruzione di Denny, la ragazza quindicenne ibrida di Neanderthal e Denisova i cui resti sono stati ritrovati nell’Altai.

Sempre il 24 abbiamo un post che se non abbatte, perlomeno incrina considerevolmente uno dei postulati del darwinismo classico.

Come probabilmente saprete, uno degli assi nella manica di questa teoria è la scarsa distanza genetica fra esseri umani e scimmie antropomorfe. In particolare, si è valutato che i genomi di esseri umani e scimpanzé siano somiglianti al 98,8 per cento.

Il post in questione è un link a un articolo apparso su “Id the Future”, che a sua volta riprende un testo pubblicato su una fonte autorevole come “Nature” in data 9 aprile.

Secondo una recente ricerca del geologo Casey Luskin la distanza genetica fra esseri umani e scimmie antropomorfe è stata gravemente sottovalutata, e nel caso degli scimpanzé, si aggirerebbe attorno al 14 per cento, il che è ancora poco per seppellire la teoria darwiniana, ma certamente la indebolisce.

Naturalmente, soprattutto in questo periodo, nulla esclude di poter dare un’occhiata anche a qualcosa fuori da “MANvantara”. Su “Ancient Origins” del 19 maggio troviamo questa citazione di Bernard Kastrup che è una bella considerazione sul valore euristico del mito:

Il mito è una storia che implica un certo modo di interpretare la realtà consensuale in modo da ricavare significato e carica efficace dalle sue immagini e interazioni. In quanto tale, può assumere molte forme: favole, religione e folklore, ma anche sistemi filosofici formali e teorie scientifiche”.

Torniamo a parlare di vichinghi. Il 20 maggio su “Ancient Pages”, Ellen Lloyd ci parla di quello che è stato a lungo uno dei ritrovamenti archeologici più controversi. Nel 1898 fu ritrovata nel Minnesota occidentale una lastra di pietra con incisa un’iscrizione in caratteri runici, oggi nota come “la pietra runica di Kensington”, dove era riportata la storia di otto danesi e ventidue norvegesi che si sarebbero spinti a esplorare a occidente della colonia di Vinland (Il fatto che gli otto danesi siano menzionati per primi, fa supporre che fra essi vi fossero gli organizzatori della spedizione).

A lungo, la pietra è stata ritenuta da molti un falso, ma oggi, dopo che a Terranova è venuto alla luce l’insediamento vichingo di L’Anse aux Meadows, occorre riconsiderarne l’autenticità, che infatti è stata confermata da ricerche recenti.

En passant, ne approfitto per ricordare che il termine “Vinland” non ha nulla a che fare con vino o vigneti – possiamo supporre che nemmeno durante l’optimum climatico medioevale, la vite abbia mai germogliato a Terranova – ma “Vin” significa prato in antico norreno.

Nelle more di una situazione che ha visto “MANvantara” allontanarsi parecchio dal suo scopo originario, anche se per motivi comprensibili e pienamente giustificati – non si può non condividere l’indignazione per le atrocità che l’entità sionista sta commettendo oggi in Palestina, e nello stesso tempo non denunciare il tentativo di un potere “democratico” asservito agli USA e a Israele di gabellare questa sacrosanta indignazione per antisemitismo, confondendolo volutamente con il razzismo di un secolo fa – sarà bene dare un’occhiata a qualche gruppo similare, anche se esperienze passate non proprio piacevoli ci hanno dimostrato che una tale operazione va condotta coi piedi di piombo.

Un gruppo “sicuro” da questo punto di vista, è “Frammenti di Atlantide-Iperborea”, ma una veloce occhiata è stata sufficiente a dimostrare che da parecchio tempo non vi sono quasi nuovi post, a eccezione dei link che io stesso vi ho collocato ai miei articoli già apparsi su “Ereticamente”, e che ora vi risparmio dal ripetere.

Un’eccezione è rappresentata da due post del 13 e del 16 aprile, il secondo dei quali è un link a “Sardegna Notizie”. Entrambi trattano della stessa questione: l’Atlantide platonica potrebbe essere in realtà stata la Sardegna? Forse ricorderete che questa ipotesi era stata presentata tempo addietro anche da Roberto Giacobbo a “Freedom”. Questa ipotesi ha in comune con un’altra di cui vi ho parlato in passato, che identifica l’isola platonica con l’Irlanda, entrambe partono dal presupposto che la catastrofe, lo tsunami di cui parlano il Timeo e il Crizia, può aver cancellato una civiltà, ma non fatto scomparire un’isola che deve pur sempre trovarsi da qualche parte. Nel caso si trattasse della Sardegna, le Colonne d’Ercole non andrebbero identificate con lo stretto di Gibilterra, ma con quello di Messina.

Entrambe le isole presentano tratti similari che ricordano la descrizione platonica: una pianura centrale, circondata da montagne verso la costa. Onestamente, però le credenziali dell’Irlanda al riguardo mi sembrano migliori, tuttavia questo non toglie nulla al fatto che l’antica civiltà sarda, la civiltà nuragica, ci si presenti come degna del più grande interesse.

Vi riporto un piccolo stralcio del post del 16 aprile, che in realtà è un articolo piuttosto vasto.

I bronzetti sardi sono piccoli scrigni di storia che, attraverso le loro forme scolpite, raccontano la vita di un popolo antico, legato profondamente alla propria terra e alle proprie tradizioni. Oggetti di rara bellezza, questi manufatti in bronzo racchiudono simboli che trascendono il semplice valore artistico per diventare veri e propri veicoli di una narrazione visiva. Ogni figura incisa su di essi è una finestra aperta su un mondo lontano, dove il sacro e il profano si intrecciavano in modo indissolubile, e la realtà quotidiana si fondeva con il mito”.

Come sempre, prima di concludere, vorrei aggiungere due parole riassuntive. Una cosa che non cessa di colpirmi, è il fatto che la via intrapresa per L’eredità degli antenati seguendo la traccia fornitami da “MANvantara” comporta una selezione di tematiche simili, ma non uguali al lavoro fatto in precedenza con questa serie di articoli (che in realtà era anch’essa una selezione, dal momento che l’obiettivo di una completa esaustività si è dimostrato irraggiungibile), simili, ma non identiche.

Prima di tutto, si vede che è più difficile mantenersi centrati sulle tematiche storico-archeologiche e sfuggire a considerazioni di politica anche attuale, ma diciamo che data la situazione odierna, ci sta, e in particolare il presente scollamento che si avverte fra il comune sentire delle persone dotate di una normale umana sensibilità, e la classe politica sedicente democratica che si dimostra complice delle atrocità sioniste, non può essere sottovalutato.

Ma, anche rimanendo nell’ambito storico-archeologico, ci sono alcune interessanti differenze. Questa volta ci siamo addentrati in particolare (dipende dalle tematiche che ho di volta in volta a disposizione) nella preistoria remota, con l’ipotesi ricorrente di una civiltà avanzata che abbia preceduto la nostra, sollevata stavolta da “What if”, con il ruolo ancora tutto da chiarire che hanno avuto nel nostro passato personaggi per ora enigmatici come i Denisoviani, con l’ipotesi che la distanza genetica fra esseri umani e scimmie antropomorfe sia in realtà molto maggiore di quanto ci hanno finora raccontato.

Anche per quanto riguarda l’orizzonte propriamente storico, ci sono delle differenza che vi avevo già evidenziato, ma che vale la pena di tornare a nominare, soprattutto una maggiore attenzione al mondo germanico, rappresentato stavolta dai vichinghi, con la figura di Freydís Eiríksdóttir, il gioco del Knattleikr e la pietra runica di Kensington.

Dispiace che l’attenzione per il mondo romano risulti un po’ compressa, proprio in un periodo in cui gli scavi di Pompei ci rivelano sempre nuove sorprese. Non dobbiamo mai dimenticare quale scrigno di meraviglie e quale testimonianza di un passato grandioso, sia la nostra Italia.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra, Freydís Eiríksdóttir, al  centro una ricostruzione di Denny, la ragazza quindicenne ibrida di Denisova e di Neanderthal i cui resti sono stati ritrovati nell’Altai, a destra un bronzetto nuragico.

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