8 Ottobre 2025
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centosettantacinquesima parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo ancora una volta il nostro cammino sulle tracce dell’eredità ancestrale e, come ho fatto le volte scorse, anche stavolta seguirò la pista fornitami da “MANvantara”. Ripartiamo dalla terza decade di giugno.

Cominciamo con un link a un articolo di fanpage.it del 21 giugno che ci da la notizia che in Francia, a Melun (dipartimento Seine et Marne) gli archeologi dell’INRAP hanno riportato alla luce un intero quartiere gallo-romano, dopo che lavori nel cortile di una scuola avevano fatto rinvenire le tracce di terme di età romana.

E’ un po’ la stessa cosa che è avvenuta in Inghilterra, dove, a quanto ci racconta  un articolo di Manuela Chimera su “Storia, che passione” linkato il 23, è stata scoperta e ora gli archeologi cominciano ricerche sistematiche, un’intera città romana finora sconosciuta, i cui resti sono stati localizzati a sud di Greath Staunton nel Cambridgeshire.

Lasciamo per ora il mondo romano per parlare di uno dei reperti più enigmatici dell’antichità con un articolo linkato il 25 giugno da “The Daily Digest”, parliamo del disco di Nebra, rinvenuto in Germania e oggi conservato al Museo di Halle. Questo manufatto è un disco metallico non molto grande, 35 centimetri di diametro, risalente a 3.600 anni fa e attribuito alla cultura di Únětice, con intarsi raffiguranti il sole, la luna, la costellazione delle Pleiadi e una fascia graduata sul bordo, che si suppone servisse per allinearlo con le posizioni degli astri e determinare il momento di eventi astronomici come solstizi ed equinozi. Una recente ricerca ha permesso di capirne meglio la tecnica costruttiva facendone eseguire una copia a un artigiano metallurgo, è quella che si chiama archeologia sperimentale.

Voi certamente ricordate che vi ho parlato più volte degli Jomon, l’antica popolazione bianca del Giappone di cui oggi gli Ainu dell’isola di Hokkaido sono un resto, e ricorderete che ho anche avanzato l’ipotesi che il giapponese odierno, mongolizzato nei tratti fisici sia rimasto a livello animico sostanzialmente europide, e questo spiegherebbe perché, ad esempio il Bushido, il codice etico dei samurai lo sentiamo vicino a noi, paradossalmente più nostro di tanti aspetti della cultura europea oggi pesantemente contaminata da elementi giudaico-cristiani.

Bene, sono ora lieto di segnalare una scoperta fatta da un contributore di “MANvantara” che fa pensare che la popolazione giapponese sia rimasta sostanzialmente europide molto più a lungo di quanto pensassimo, fino a ben addentro all’età storica. Infatti, Marco Polo nel Milione, parlando dell’isola di Zipangu o Cipango che corrisponde appunto al Giappone, la descrive così: “Zipangu è un’isola molto grande, le genti sono bianche, di bella maniera e belli”.

Un post del 23 giugno ci parla ancora di un’altra cosa di cui mi sono già occupato su queste pagine, ma repetita iuvant, la tavoletta di Dispilio. Questo reperto emerso dal fango di un lago greco, porta delle righe di scrittura, ovviamente non decifrata, ma è comunque la testimonianza, risalendo a un’età di 7.300 anni, che la scrittura non è stata inventata in Medio Oriente come si ostina a dire la vulgata ufficiale imposta al grosso pubblico, ma sul nostro continente. E’ una prova in più che si aggiunge a quella già eloquente rappresentata dalle tavolette rumene cosiddette di Tartaria, di analoga antichità.

Diamo ora un’occhiata a quanto sta facendo in questo periodo Felice Vinci. Il nostro amico è sempre instancabile e inesauribile nel suo proporre una visione della storia alternativa a quella della vulgata ufficiale. Il 25 giugno ha postato su You Tube il link a una conferenza da lui tenuta a Cesena l’8 maggio e promossa dall’associazione “Alleanza per la libertà”, che ha avuto come tema il contenuto dei suoi ultimi libri, I misteri della civiltà megalitica e I segreti di Omero nel Baltico.

Il 29 giugno con un breve articolo postato su FB, il nostro è andato a indagare su un altro di quei misteri che la scienza ufficiale preferisce ignorare, il cosiddetto astronauta di Palenque. Si tratta di una lastra di pietra ritrovata in una copertura funeraria in questa località centroamericana, che raffigura un indigeno maya alla guida di quello che ha tutta l’apparenza di essere un veicolo a razzo. La scultura risale al VII secolo avanti Cristo. Vinci fa rilevare che il personaggio raffigurato è identico nell’aspetto e nella postura, a quello che compare in un bassorilievo etrusco, anch’esso del VII secolo avanti Cristo, oggi conservato al Louvre,  che è rappresentato alla guida di un carro trainato da cavalli alati, palese metafora di un veicolo volante.

Sempre sulle stesse tematiche contenute nei suoi libri I misteri della civiltà megalitica e I segreti di Omero nel Baltico, Vinci ha postato il 1 luglio su You Tube un’intervista che gli è stata fatta da Canale Italia.

Ritorniamo ora su “MANvantara”. Come probabilmente sapete, questo gruppo è stato creato da Michele Ruzzai, ma in seguito, dati i suoi pressanti impegni lavorativi, non è riuscito a occuparsene con l’intensità che sarebbe desiderabile. Indovinate a chi, cooptato come amministratore, è toccato farsene carico.

Bene (o male), però in questo periodo di trapasso fra giugno e luglio 2025, Michele è tornato a occuparsi del gruppo. Per prima cosa, una tiratina di orecchie al sottoscritto. Il 30 giugno ho pubblicato su “Ereticamente” e poi postato su “MANvantara” la centosettantunesima parte de L’eredità degli antenati. A quanto pare, ho commesso un errore, perché, menzionando il suo saggio Madre Africa? Alcune riflessioni critiche sullipotesi OOA”, di prossima pubblicazione sulla rivista spagnola di studi tradizionali Mos Maiorum, gli ho attribuito una lunghezza di 1800 parole, laddove Michele precisa che essa è almeno di 16.000, e per questo motivo è probabile che il saggio in questione sarà pubblicato suddiviso in più parti. Non c’era probabilmente da attendersi altro dal Nostro, uso a trattare sempre ogni argomento con profondità e competenza. Chiedo venia, e approfitto dell’occasione per ricordare che Michele Ruzzai è uno dei pochi nostri autori tradizionali che possono dire di aver raggiunto una statura internazionale.

Il 1 luglio abbiamo una comunicazione più importante, infatti Michele ci informa che è finalmente giunta alla pubblicazione la traduzione italiana di Paradise Found di W. F. Warren. Questo testo, che si affianca al monumentale Die Aufgang der Menscheit  (L’alba dell’umanità) di Hermann Wirth, è uno dei classici che sostengono l’origine boreale della nostra specie, in contrasto con la favola africano-centrica sulle nostre origini oggi di moda nella sedicente scienza democratica, che, sebbene ampiamente smentita dai fatti continua a essere la vulgata ortodossa imposta dal sistema educativo e dai media.

Il giorno 7 abbiamo un link a un articolo di Andrea Basso su Geopop dedicato a uno dei più singolari e iconici monumenti megalitici d’Europa, Carnac in Bretagna. Questo complesso, è noto, presenta alcuni dolmen, ma soprattutto un enorme campo di menhir allineati in lunghissime file.

L’articolo ci racconta che  Uno studio rigoroso portato avanti dall’università svedese di Göteborg, in sinergia con il CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique), l’università di Nantes e la ditta archeologica Archeodunum ha permesso di datare con precisione il sito, cosa che finora non era stata possibile data la scarsità di materiale organico a causa dell’acidità del suolo, che non ha sin qui permesso di applicare la tecnica del radiocarbonio.

L’età del sito è risultata essere di 7.700 anni, il che ne fa uno dei più antichi monumenti megalitici d’Europa.

Altre ricerche suggeriscono che Carnac potrebbe essere stato un grande complesso funerario, dove a ogni menhir allineato corrisponderebbe una sepoltura, ma è difficile pronunciarsi su ciò, perché le condizioni del terreno non hanno permesso la conservazione dei resti.

E’ un discorso non nuovo, che vi ho già fatto altre volte, ma esaminare altri gruppi FB fuori da MANvantara è qualcosa che va fatto con estrema prudenza, talvolta questi gruppi che, diciamolo, spesso raccolgono un bacino d’utenza scheletrico, sono gestiti da persone estremamente litigiose  che non dimostrano alcuna gratitudine per la cassa di risonanza loro offerta.

Tuttavia, un altro gruppo sicuro da questo punto di vista è Tradizione primordiale e forme tradizionali, per una ragione molto semplice, ne sono co-amministratore, una delle tante rogne che mi sono preso, quella di tenere in vita anche questo gruppo.

Bisogna ammettere però che sfogliarne le pagine non risulta molto stimolante, almeno in tempi recenti, il contenuto è fatto quasi interamente da miei articoli linkati dalle pagine di Ereticamente o da link agli articoli di Pagine filosofali del nostro Luca Valentini, a cui potete piuttosto accedere direttamente, tuttavia qualche eccezione c’è, ma per trovarla bisogna risalire agli inizi di giugno.

Il 2 giugno, infatti, troviamo un link a un filmato su You Tube del Centro Studi Akhenaton che riporta una conversazione con il dottor Luca Piacentini sul tema I misteri di Göbekli Tepe: il Tempio più antico del mondo, Sciamani, Costellazioni e Frequenze Perdute.

Quello di  Göbekli Tepe è un bel rompicapo archeologico, infatti, questo antichissimo tempio preistorico scoperto in Anatolia attuale Turchia risalirebbe a ben 12.000 anni fa, vale a dire a un’epoca che fino al suo ritrovamento è stata considerata ancora paleolitica.

Al riguardo, si sono sentite le interpretazioni più disparate e fantasiose, ma dovendo francamente esprimere la mia opinione in proposito, direi che è impossibile che cacciatori nomadi come erano gli uomini del paleolitico, le cui energie erano interamente dedicate a procacciare la sussistenza per sé e per il proprio gruppo (familiare o tribale), possano aver realizzato un simile complesso templare e di tali dimensioni. Io penso che non ci sia altra soluzione al rebus, se non quella di retrodatare di parecchio la scoperta dell’agricoltura e la nascita di comunità stanziali.

Certamente ricorderete che è stata avanzata quella che oggi non è più un’ipotesi, ma ha trovato un notevole supporto di prove idrogeologiche, che là dove oggi c’è il Mar Nero, esisteva in epoca preistorica un lago di acqua dolce le cui sponde sono poi state sommerse dalle acque del Mediterraneo, determinando la situazione attuale. Sulle sue sponde sarebbe sorta una primissima civiltà umana, e la riminiscenza della catastrofica alluvione che l’ha distrutta sarebbe alla base dei miti di Atlantide e del Diluvio Universale. Quella di mettere Göbekli Tepe in relazione con essa è, direi, più di una suggestione.

Come sapete e avete avuto modo di vedere, dall’anno scorso ho apportato a questa serie di articoli una modifica fondamentale. Premesso che l’esaustività nel relazionarvi su tutte le scoperte che avvengono in campo archeologico, si è rivelata di fatto impossibile, ho dovuto prendere atto del fatto che non potevo neppure dedicare il mio spazio settimanale su Ereticamente del tutto a L’eredità degli antenati, trascurando argomenti più attuali e non di minore importanza. Tuttavia, per non abbandonare completamente questa serie di articoli, quella di usare principalmente MANvantara come blocco di appunti, si è rivelata, a conti fatti, la scelta meno peggiore.

Tuttavia, questo non esclude il fatto che, quando ne vale la pena, si possano trovare spunti anche altrove.

Parliamo ora di “Historic Mysteries”, una newsletter collegata ad “Ancient Origins”, il 6 luglio presenta un articolo (vi do il titolo tradotto in italiano) su Il mistero delle Pleiadi, chi erano le sette sorelle?

La costellazione delle Pleiadi, o almeno le sette stelle visibili a occhio nudo, ha un ruolo centrale in moltissime mitologie, da quella persiana a quelle egizia, cinese, greca, giapponese, dei nativi americani degli aborigeni australiani, era verosimilmente importante anche per gli europei costruttori di megaliti, dato che troviamo questa costellazione raffigurata insieme al sole e alla luna anche sul disco di Nebra, e stranamente le leggende che l’accompagnano differiscono molto poco da una cultura all’altra, si tratta quasi sempre di sette mitiche sorelle che sarebbero state trasformate in stelle. Una curiosità, in giapponese le Pleiadi sono chiamate Subaru. L’omonima causa automobilistica prende il nome da esse, e difatti ha le Pleiadi nel logo.

Rimangono più dubbi che certezze, se alla base della leggenda delle Pleiadi si trovi il racconto trasfigurato di qualche evento reale, e come mai una leggenda così simile si trova presso culture così diverse.

Qui tornano buone le osservazioni esposte da Felice Vinci in I misteri della civiltà megalitica. Potrebbe trattarsi dell’eco di un mito di un’antica civiltà globale. Ricordiamo poi che Vinci fa presente che molte antiche città sono state erette su sette colli scelti in maniera da ricordare il disegno della costellazione delle Pleiadi. Gerusalemme e Roma sono gli esempi più noti, ma ve ne sono molte altre.

Anche stavolta, come al solito, prima di congedare questo articolo, vorrei dirvi due parole conclusive-riassuntive, mettendo in evidenza gli elementi che risultano più interessanti dal nostro punto di vista.

Certamente ricorderete che mi sono più volte lamentato del fatto che nell’ampia gamma di argomenti storico-archeologici, “MANvantara” non mette in particolare evidenza la nostra eredità romana, verso la quale è giusto che noi sentiamo un forte senso di continuità. Beh, stavolta sono stato accontentato. Le scoperte fatte a Melun in Francia e a Greath Staunton in Inghilterra, evidenziano l’importanza di Roma nella civilizzazione dell’Europa e il fatto che probabilmente siamo ben lontani dall’aver riscoperto gran parte di quest’eredità sepolta.

Tuttavia, direi, gran parte delle cose emerse stavolta ci riportano più indietro, dalla notizia della traduzione italiana di Paradise Found di J. W. Warren, uno dei testi che maggiormente prospettano l’origine boreale dell’umanità e senza dimenticare il saggio di Michele Ruzzai prossimo a comparire su “Mos Maiorum” apertamente anti africano-centrico, passando per la tavoletta di Dispilio e il misterioso monumento di  Göbekli Tepe che ci impongono quanto meno di retrodatare di parecchio l’inizio della civiltà, fino al mito delle Pleiadi e all’esistenza di un’antica civiltà globale. Forse più che mai si avverte la sensazione che la storia raccontata dai libri di testo sia tutta da riscrivere.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra locandina della conferenza di Felice Vinci dell’8 maggio, al centro da Manvantara una rappresentazione del ritrovamento della tavoletta di Dispilio dal fango del lago, a destra una ricostruzione del tempio preistorico di  Göbekli Tepe.

 

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