Rimettiamoci ancora una volta sulla pista della nostra eredità ancestrale, e, come già fatto in precedenza, serviamoci della traccia fornita da “MANvantara” che finora si è rivelata più proficua di quanto forse avessimo sperato.
La volta scorsa, nella centoottantesima parte eravamo giunti giusto al 30 settembre, dunque ricominciamo da ottobre.
Per prima cosa, vediamo che ci imbattiamo in un gran numero di articoli e di post che commentano la situazione in Palestina, tutti orientati verso la condanna dell’aggressione sionista verso la popolazione della striscia di Gaza. Come ho già spiegato, io condivido assolutamente questa condanna, ma tale tematica esula dalla presente trattazione, quindi ora non me ne occuperò.
Con uno sforzo, perché certi temi sono di una attualità bruciante, passiamo a concentrarci sulle tematiche che riguardano il nostro passato, quell’eredità ancestrale che è il nostro retaggio che dobbiamo sempre tenere presente.
Riprendiamo il discorso proprio dal 1 ottobre. Troviamo un articolo linkato da “Prehistoric World” che ci parla del discusso “uomo” di Naledi. Sulla base di alcuni resti rinvenuti nella grotta sudafricana di Rising Star, alcuni ricercatori pensano a una sepoltura intenzionale, opinione peraltro contestata da altri.
Io vi ho già espresso la mia opinione riguardo a questo presunto ominide, ma per chiarezza sarà il caso di ripetermi. A mio parere, non si tratta altro di un australopiteco che è stato promosso a “uomo” per rendere più credibile la favola di una derivazione africana della nostra specie. Quanto agli australopitechi come tali, non si può che ricordare il giudizio espresso al riguardo dal team guidato da sir Solly Zuckerman, il maggior studioso vivente dopo un atteno esame dello scheletro della famosa Lucy:
“Un genere di scimmie estinte che non ha nulla a che fare con le origini umane”.
Come se non bastasse, è arrivata la scoperta di Yunxian 2 di cui vi ho già parlato la volta scorsa e di cui tornerò a parlare nel prosieguo dall’articolo. Mettiamo per ipotesi – ammesso e non concesso – che avessimo qualche esitazione nell’espellere il cosiddetto “uomo” di Naledi dal nostro albero genealogico, allora un uomo compiutamente umano vissuto in Asia centrale quasi un milione di anni fa, dovrebbe derivare da una creatura decisamente lontana dal modello umano vissuta nell’Africa meridionale attorno a 120.000 anni fa. C’è una totale incongruenza di tempi e di luoghi. Diciamo la verità: se non fosse artificiosamente sostenuta per motivi ideologici dal sistema accademico e da quello mediatico, l’Out of Africa sarebbe da tempo caduta nel discredito e nel ridicolo.
L’estensore del post su “MANvantara” ha aggiunto un commento lapidario, “Non esiste!”, e non posso che essere d’accordo con lui.
Proseguiamo appunto il 4 ottobre con un post che ci parla della questione di cui mi sono già occupato la volta scorsa, ma che, data la sua importanza è impossibile non menzionarla di nuovo, vale a dire la scoperta di Yunxian 2, un teschio umano risalente a un milione di anni fa ritrovato in Cina, che costituisce la più chiara dimostrazione del fatto che la nostra specie ha avuto origine nel continente eurasiatico e non in quello africano, la più bruciante sconfitta dell’Out of Africa, non attraverso ipotesi o congetture, ma mediante una chiara prova materiale.
Che l’Out of Africa, amplificata da alcuni scellerati fino a sostenere in contrasto con qualsiasi prova disponibile, che i nostri antenati sarebbero stati neri fino a 3.000 anni fa, non sia una teoria scientifica, ma una favola sostenuta per motivi ideologici, per indurci ad accettare l’invasione mascherata da immigrazione che oggi subiamo dall’altra parte del Mediterraneo, l’ho sempre sostenuto, ho scritto e pubblicato anche un libro a tale riguardo. Bene, oggi ne abbiamo la prova tangibile.
Adesso facciamo un salto in avanti di una decina di giorni per darvi una notizia che si collega a questa. Il giorno 15 Michele Ruzzai ha annunciato la creazione di un nuovo gruppo FB privato che si collega a “MANvantara”, “No OOA. Contro la teoria “Out of Africa””.
Con mia soddisfazione, in questo nuovo gruppo, Michele ha per prima cosa citato, con a riproduzione dell’immagine di copertina, il mio libro Ma davvero veniamo dall’Africa? Che dire? Al di là della ricerca scientifica, un nuovo strumento per continuare la lotta.
Fatta questa anticipazione, torniamo sui nostri passi. Penso che dovremmo fare maggiore attenzione a chi l’immigrazione/invasione dal Terzo Mondo ci porta in casa, spesso individui per i quali la patina di civilizzazione è spesso molto superficiale. Un post del 6 ottobre è linkato da “Sunday Roast”, ossia l’arrosto della domenica, ma in questo caso l’arrosto domenicale viene a essere un tantino indigesto, esso infatti ci ricorda uno degli ultimi casi di cannibalismo ufficialmente registrati, quello del navigatore svedese Carl Peterson che nel 1904 fu divorato dagli indigeni della Nuova Guinea, ma fonti non ufficiali suggeriscono che il cannibalismo non è scomparso neppure oggi in Africa. Non sarà il ventre da cui siamo usciti, ma potrebbe essere lo stomaco in cui potremmo finire.
Il 7 ottobre troviamo il link a un reel di “Terryfing Myts” che parla di una questione di cui mi sono già occupato. Il DNA mitocondriale – quello che si eredita soltanto per via materna – di un certo numero di islandesi presenta una fisionomia tipicamente amerindia. Costoro sono con ogni probabilità i discendenti di una donna nativa americana che deve essere venuta a contatto con i vichinghi, probabilmente nell’insediamento di L’Anse aux Meadows fondato a Terranova da Leif Ericcson, e che li ha seguiti al loro ritorno in Europa. Una Pochaontas ante litteram di cui la storia non ha registrato il nome, ma di cui il genoma conserva la traccia.
Sempre il 7 ottobre abbiamo un link a un articolo di “12.794 anni fa” dove si parla delle linee di Nazca. Queste misteriose linee, tracciate appunto nel deserto peruviano di Nazca, rappresentano un bel rompicapo per gli archeologi, esse infatti disegnano delle figure talmente grandi da poter essere osservate solo da considerevole altezza. E’ verosimile che chiunque le abbia tracciate, fossero gli antichi nativi Nazca o qualcun altro, dovesse disporre di qualche mezzo per sollevarsi in aria per poterle osservare, magari delle primitive mongolfiere.
Alcuni sono arrivati al punto da proporre che esse fossero delle piste di atterraggio per velivoli aerei o addirittura astronavi extraterrestri – tanto per non farci mancare nulla – ma questa, a mio parere, è un’ipotesi da considerare con totale scetticismo. Ve le immaginate delle piste di atterraggio a forma di ragno, di scimmia, di colibrì?
Il 9 abbiamo un link a un articolo di “Comunità Odinista” che ci parla dello Schwurhand. E’ il tipico gesto che si fa ancora oggi con il braccio destro, il palmo della mano alzati, l’indice e li medio alzati, anulare e mignolo piegati, il pollice alzato oppure flesso contro il palmo, quando si presta giuramento.
E’ un gesto antichissimo che deriva dall’antica religione germanica, e in essa aveva un preciso significato sacrale di appello alle divinità. Io personalmente trovo molto positivo il fatto che la nostra cultura, se ci guardiamo un po’ attorno, conservi così tante tracce del nostro passato precristiano, le nostre radici che due millenni di cristianizzazione non sono riusciti a distruggere.
Un post dell’11 ci parla delle evidenti somiglianze fra lo sciamanesimo siberiano e quello dei Nativi americani. E’ una cosa che non stupisce, dato che si pensa che gli antenati di questi ultimi siano giunti nel Nuovo Mondo attraverso lo stretto di Bering, o meglio l’istmo che lì esisteva durante l’era glaciale.
Abbiamo poi un post che per la verità non ho trovato molto comprensibile, che collega i Mirmidoni, i valorosissimi guerrieri al seguito di Achille con i Sardi. Il collegamento non è chiaro, ma sappiamo da altre fonti che gli Shardanas, identificati appunto con i Sardi, erano considerati dagli Egizi fra i più valorosi e temuti fra i Popoli del Mare, al punto da essere da loro arruolati come mercenari, e fu un loro contingente, nella battaglia di Kadesh, a impedire che il faraone Ramsete II fosse catturato dagli Ittiti, e che ancora durante la prima guerra mondiale i Granatieri di Sardegna erano considerati un valoroso corpo di élite.
Il 12 abbiamo un nuovo link a un articolo di “12.794 anni fa”. Ci hanno già parlato, e io stesso vi ho parlato più volte del mistero rappresentato dall’antichissimo sito anatolico di Gobeckli Tepe, eretto in un’epoca che dovrebbe essere paleolitica, a cui recentemente si è aggiunto un sito ancora più antico, Kharahantepe. Bene, a quanto riferisce il testo, recentemente ci si è accorti di un’ulteriore singolarità presente in questi siti. Le abitazioni, a pianta circolare, sono state costruite con una tecnica davvero insolita. Invece di erigere muri di mattoni o di tronchi, gli abitanti scavavano una profonda fossa nel suolo, di cui poi provvedevano a rinforzare le pareti. Sembra che temessero qualcosa che poteva provenire dal cielo, forse la caduta di uno sciame meteorico, di cui la regione avrebbe già fatto esperienza.
Il 16 abbiamo un nuovo post, questa volta linkato da “Scienza e Cultura – Elearnx” che ci parla di nuovo della vicenda del fossile umano di Yunxian 2. Non sembri pleonastico riparlarne. Qui abbiamo una prova tangibile che smentisce senza appello le favole africano-centriche. Parafrasando Napoleone, si potrebbe dire “Un giorno la Cina si sveglierà, tutta l’Out of Africa dovrà temerla”.
Il 17 troviamo un nuovo articolo linkato da “12.794 anni fa”, anche questa però è una ripetizione che ci parla della Kerbstone di Knowth della quale vi ho già parlato la volta scorsa, quindi ora eviterò di ripetermi, salvo aggiungere il fatto che questo articolo presenta alcune particolarità rispetto a quanto abbiamo visto in precedenza. Innanzi tutto, da per sicura la Kerbstone, di cui presenta una dettagliata analisi, come un calendario astronomico, afferma, ma gliene lascio la piena responsabilità, che essa sarebbe “la traccia di una civiltà evoluta scomparsa”, e definisce la valle del Boyne dove si trovano i tumuli funerari a corridoio come Knowth e la ben più famosa Newgrange, come una “Valle dei re” irlandese.
Sempre il 17 troviamo qualcosa che a prima vista sembrerebbe decisamente fuori contesto, un articolo che ci racconta una storia che si sarebbe svolta a Ottawa, in Canada. Il protagonista è un uomo, un veterano di guerra che, affetto da un disturbo post traumatico da stress, ha finito per cadere sempre più in basso nella scala sociale fino a ritrovarsi a essere un barbone senzatetto. Un giorno l’uomo decide di prendersi cura di un corvo dall’ala ferita. Dalla strana amicizia fra l’uomo e il corvo, nasce un recupero della dignità che porta l’uomo a ritrovare un posto nella società.
Sembrerebbe una delle tante storie di buonismo animalista, vere o probabilmente il più delle volte inventate con cui Facebook ci ha ormai abbondantemente rotto le scatole, ma la persona che ha linkato questo post ci ricorda il significato sacrale del corvo nella mitologia germanica, dove questo uccello era considerato il messaggero di Odino.
Vorrei passare ora a quella che potremmo definire una comunicazione di servizio. La signora Sabine Steinmeyer, vedova del compianto Ernesto Roli, mi ha fatto sapere che per motivi logistici, la presentazione del libro Omero nell’Egeo, la caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, opera postuma del suo defunto marito, presentazione alla quale anche il sottoscritto dovrebbe partecipare, è stata spostata a fine novembre. Vi terrò informati in proposito.
Vi ricordo che in libro in questione è una riedizione di La caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, ampliata e arricchita degli appunti e delle annotazioni che lo studioso ha raccolto negli ultimi due anni di vita.
C’è da augurarsi che la pubblicazione di questo libro e la sua presentazione al pubblico, risultino essere un degno omaggio alla memoria di Roli che, ricordiamolo, fra le altre cose, è stato amico e collaboratore di Adriano Romualdi, e assieme a lui, mise mano allo splendido saggio introduttivo che accompagna l’edizione italiana di Religiosità indoeuropea di Hans F. K. Günther.
Come sapete, come avete visto molte volte, io ho l’abitudine di non congedare questi articoli in vista della loro pubblicazione, senza qualche parola riassuntiva e conclusiva. Tuttavia, mai come questa volta un lavoro del genere sembrerebbe poco necessario, infatti la tematica centrale o ricorrente di questa Eredità degli antenati è piuttosto evidente: le lontane origini della nostra specie con la relativa confutazione della favola dell’Out of Africa, attraverso,in primo luogo della scoperta cinese del reperto di Yunxian 2 (o meglio, per la verità, bisognerebbe dire la riscoperta, poiché il cranio di questo antico uomo ritrovato nel 1990 è stato ora ricostruito digitalmente), e su un piano indubbiamente più modesto ma più vicino a noi, la creazione da parte dell’amico Michele Ruzzai, a cui però le recenti pubblicazioni spagnole di cui vi ho parlato, hanno dato in una certa misura una statura e una autorevolezza internazionali, del gruppo Facebook “No OOA. Contro la teoria “Out of Africa””.
E non posso non notare con soddisfazione che il mio libro Ma davvero veniamo dall’Africa?, sembra essere diventato una sorta di classico sull’argomento.
Naturalmente, non ci fermiamo qui, e la lotta contro i falsi miti creati apposta per instillarci un buonismo suicida, continua.
NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra un particolare dell’immagine di copertina del nuovo gruppo Facebook “No OOA. Contro la teoria “Out of Africa””, che vuole simbolizzare l’andare controcorrente, al centro il mio libro Ma davvero veniamo dall’Africa?, a destra ricostruzione del teschio Yunxian 2, una scoperta che potrebbe essere la tomba definitiva dell’Out of Africa.


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