3 Dicembre 2025
Archeostoria

L’eredità degli antenati, centoottantesima parte Fabio – Calabrese

In tutta sincerità, non ci credevo. Verso la metà dell’anno scorso, constatata l’impossibilità di essere esaustivi, per quanto riguarda le informazioni sempre nuove che l’archeologia, la storia, la paleoantropologia e via dicendo, ci forniscono sul nostro passato, avevo deciso di sospendere questa serie di articoli, ma poi, visto che pare essi abbiano suscitato l’interesse di un certo gruppo di lettori, ho pensato, per non deluderli, di continuarla in una forma residuale, servendomi come base, come “blocco di appunti” di quanto riportato di volta in volta da “MANvantara”, il gruppo Facebook fondato dall’amico Michele Ruzzai, e al quale io stesso collaboro.

Tuttavia, mi aspettavo che in questo modo le Eredità degli antenati si sarebbero fatte sporadiche. Nel momento in cui ho preso questa decisione, eravamo al centosessantacinquesimo numero. Invece, raggiunta rapidamente quota 170, eccoci ora a quota 180, il secondo “numero tondo” della “nuova” serie, merito non mio, ma dei collaboratori di “MANvantara” che non smettono di postare materiale interessante e di certo meritevole di essere diffuso in una dimensione più ampia di quella rappresentata da un gruppo Facebook.

Torniamo allora a vedere cosa ci presenta il gruppo in questo periodo tra la fine di settembre e ottobre 2025. Come era prevedibile, data la situazione politica internazionale, soprattutto gli eccidi che gli Israeliani stanno compiendo a Gaza, e il tentativo della flottiglia internazionale di violare il blocco navale israeliano per portare aiuto alla popolazione palestinese, vi sono diversi post che se ne occupano. Al riguardo, devo dire che condivido assolutamente la condanna del comportamento criminale israeliano, ma ora prescinderò dalla questione che esula abbondantemente dai limiti di questa trattazione.

Penso ricorderete che ho chiuso la centosettantanovesima parte citando un post comparso su “MANvantara” il 25 settembre che ci da la notizia che sugli altipiani della Colombia i ricercatori hanno trovato l’impronta genetica di una popolazione vissuta 6.000 anni fa che non sembra aver avuto alcuna relazione di parentela con alcun gruppo umano conosciuto, vivente o estinto, ebbene, questa pare essere solo la prima di una serie di scoperte concentrate singolarmente in questo scorcio di settembre, che sembrano capaci di rivoluzionare l’immagine che abbiamo del passato della nostra specie e di noi stessi.

Ricominciamo, infatti, con un post del 26 settembre, che è un link a “12.794 anni fa” che solleva una questione molto interessante. L’antichissimo sito anatolico di Gobeckli Tepe risalente a circa 11.500 anni fa, potrebbe essere stato eretto riutilizzando le rovine di una civiltà ancora più antica, datata ipoteticamente a circa 12.800 anni or sono. Vi sono vari indizi che inducono a pensarlo, come la famosa “stele dell’avvoltoio”, a cui ora si aggiunge, ed è una notizia recentissima, il ritrovamento di una statua ancora più antica.

Ma, sempre il 26, la notizia più sconvolgente è un’altra.

Essa è riportata in un link a un articolo a firma di Marta Musso su “Wired.it”, e proviene dalla Cina. I ricercatori cinesi hanno prodotto una ricostruzione digitale di un teschio rivenuto in un sito della provincia di Hubei nel 1990 e noto come Yunxian 2, risalente a un milione di anni fa e precedentemente etichettato come Homo erectus.

Dalla ricostruzione digitale è invece emerso che si tratta di un tipo primitivo di sapiens, anteriore alla tripartizione fra Neanderthal, Denisova, Homo sapiens anatomicamente moderni, che condivide caratteristiche con tutti e tre i gruppi (l’articolo menziona anche Homo longi, “Dragon Man”, ma probabilmente quest’ultimo non è altro che un denisoviano). E’ con tutta probabilità l’antenato comune dei tre gruppi, o molto vicino a esso.

Abbiamo così una prova estremamente convincente non solo che, come ho ripetutamente sostenuto su queste pagine, che Neanderthal, Denisova e uomini moderni non sono tre specie distinte, ma tre varietà della stessa specie, ma che essa ha con ogni probabilità avuto origine in Eurasia e non in Africa.

Ancora una volta, le ricerche confermano quello che ho sempre sostenuto. L’Out of Africa, la leggenda dell’origine africana della nostra specie, non ha una base scientifica, ma è una favola propagandistica impostaci per creare un clima di accettazione o almeno di non resistenza alla sedicente immigrazione, in realtà invasione, che ci viene scaricata addosso dall’altra parte del Mediterraneo.

Un fatto interessante, è che a collocare questo link è stato il nostro Michele Ruzzai. Michele, lo abbiamo visto più volte, è un vero esperto circa le dottrine tradizionali sulle nostre origini, oltre a essere il fondatore del gruppo, ma i suoi impegni professionali non gli consentono la partecipazione con l’intensità che sarebbe desiderabile, tuttavia questo testo era un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Di importanza minore, ma sempre clamoroso il ritrovamento di cui ci parla un altro articolo anch’esso linkato in questa giornata davvero intensa per “MANvantara”. L’articolo viene da “Memoire des Ages”.

Noi sappiamo che le torbiere dell’Europa settentrionale, costituendo un ambiente estremamente povero di ossigeno dove i microorganismi non riescono a prosperare, ci hanno restituito corpi mummificati, mummie naturali in eccellente stato di conservazione, facendo talvolta arrivare fino a noi pelle, capelli, vestiti dei loro possessori praticamente intatti, tuttavia, anche in questo ambito, il ritrovamento avvenuto nel 1879 in una torbiera danese appare eccezionale. Fu rinvenuto un corpo femminile risalente all’Età del Ferro, vecchio di oltre 2.000 anni, oggi conosciuto come la Donna di Huldremose. L’abbigliamento, perfettamente conservato, rivela un elevato status sociale, ma diversi indizi fanno pensare che la donna sia stata vittima di un sacrificio rituale.

Il 27 settembre troviamo, linkata da “Amazigh World News”, e accompagnata da un testo brevissimo che ci dice solo di che si tratta, un’immagine in bianco e nero, probabilmente una foto d’epoca, di una donna amazigh, cioè berbera, in costume tradizionale. Tuttavia, questo è un punto sul quale è utile soffermarsi. La somiglianza della parola Amazigh con Amazzoni, ha suggerito a diversi ricercatori che le amazzoni delle leggende greche fossero appunto un antico popolo berbero. Questa interpretazione trova diversi elementi a suo sostegno. Un’altra somiglianza che se fosse una coincidenza, unita alla prima, sarebbe davvero sorprendente, tra il nome di una leggendaria regina berbera o tuareg, Tin Hinan, con quello della mitica regina delle amazzoni Antinea, il fatto che nonostante l’islamizzazione nella società berbera la donna gode di un’autorevolezza sconosciuta e impensabile in quella araba, la consuetudine matrilineare nella trasmissione del cognome e dell’eredità.

Secondo le leggende greche, il regno delle Amazzoni si trovava nei pressi di una grande palude detta Maeotide. Pure di ciò, è stata proposta un’interpretazione piuttosto ardita. Nell’età glaciale, poiché un’enorme quantità d’acqua era conservata sotto forma di ghiaccio, il livello dei mari era considerevolmente più basso di quello attuale, e il Mediterraneo quasi diviso in due da una Penisola italiana decisamente più ampia di oggi. Il canale di Sicilia, tra le coste siciliane e quelle tunisine sarebbe stato una zona di acque basse dove frequentemente emergevano banchi di sabbia e la navigazione era impossibile. Sarebbe stato appunto esso la palude Maeotide.

Il 29 troviamo un link a un altro articolo di “12.794 anni fa” che ci porta a Puma Punku sulle Ande, dove troviamo un complesso “modulare” composto da una serie di “moduli” a forma di H che non hanno smesso di sconcertare gli archeologi. Essi, infatti, presupporrebbero una tecnologia estremamente avanzata.

Troviamo anche un link a “Eurasia, rivista di studi geopolitici” che contiene un articolo di Claudio Mutti, L’Iran in Europa. Devo però dirvi che devo assolutamente dissentire sul suo contenuto. Infatti, se l’Europa orientale era nell’antichità abitata da diverse popolazioni quali Sciti, Sarmati, Alani e via dicendo, che sono poi probabilmente gli antenati degli Slavi, non è vero che queste ultime fossero “di stirpe iranica”. E’ con ogni probabilità vero il contrario, che le popolazioni iraniche e gli ariani dell’India abbiano avuto origine da migrazioni provenienti dall’Europa orientale. A mio parere, l’articolo andrebbe riscritto come L’Europa in Iran e in India. E’ una tematica su cui mi sono speso parecchio, ma sulla quale credo sia impossibile insistere abbastanza, c’è, come sempre, di mezzo il falso mito della luce da oriente, che ci induce ad avere una percezione distorta delle nostre origini.

La stessa tematica, per cui valgono le stesse obiezioni, la troviamo poi in un articolo linkato da “Mondi medioevali”, I Sarmati tra storia e leggenda di Lawrence M. F. Sudbury.

Troviamo poi un link a un articolo di “Livescience” che ci rimanda alla preistoria profonda, quella delle decine e centinaia di migliaia di anni fa. Secondo una recente ricerca genetica, gli uomini di Neanderthal non si sarebbero mai davvero estinti, ma si sarebbero fusi con le popolazioni umane anatomicamente moderne, tanto è vero che conserveremmo nel nostro patrimonio genetico fino al 4 per cento (il doppio di quanto finora ritenuto) di DNA neanderthaliano, al punto che ce n’è oggi di più di quanto ve ne fosse nella preistoria.

L’unica cosa davvero sorprendente, o che lo sarebbe se non sapessimo di avere a che fare con una “scienza” largamente manipolata, è che i ricercatori non arrivino all’ovvia implicazione successiva, che se neanderthaliani e uomini moderni hanno potuto incrociarsi e generare una discendenza fertile, noi, significa che non erano due specie diverse, ma due varietà della stessa specie, e quindi, se la nostra specie era già presente in Eurasia da centinaia di migliaia di anni, non ha alcun senso sostenere che essa sia “uscita dall’Africa” intorno a 50.000 anni or sono, ma sappiamo anche che l’Out of Africa non è scienza, ma ideologia.

Un link del 30 settembre al sito “Truth and Trends” ci porta in Irlanda, nella valle del Boyne dove si trovano le famose tombe a tumulo, la più nota delle quali è quella di Newgrange, che però non è la sola né la più grande, primato che spetta invece al tumulo di Knowth, e l’articolo linkato ci parla proprio di un manufatto rinvenuto a Knowth.

Si tratta della Kerbstone, una grande pietra calcarea che presenta una faccia liscia finemente incisa con un grande semicerchio da cui si partono 20 raggi, ci sono poi svariati altri cerchi e spirali. Si ignora se fosse un antico calendario, avesse una funzione solo decorativa, o fosse magari un’antichissima forma di scrittura.

Vi ho già raccontato nello scorso articolo di questa serie della catastrofe che si sarebbe verificata 15.000 anni fa in conseguenza di un impatto meteorico, di un meteorite che avrebbe lasciato un’enorme traccia sotto forma di un gigantesco cratere da impatto che si trova oggi sotto il ghiacciaio Hiawata in Groenlandia. La stessa storia, per cui ora trovo superfluo ripetermi, si ritrova, sempre il giorno 30, in un articolo linkato da “12.794 anni fa” (rimane sempre un mistero come, riferendosi all’epoca preistorica, sia stata determinata una data così precisa).

Voltare pagina e cominciare a riferirsi al mese di ottobre risulta oltremodo difficile, infatti, in conseguenza dei fatti di Gaza, questa parte di “MANvantara” è quasi interamente dedicata a post su questi tragici avvenimenti. Io non vorrei inoltrarmi ora in un discorso a tale riguardo, mi corre solo di farvi osservare che se l’invasione della striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano è una rappresaglia al sequestro di ostaggi da parte di Hamas, è una rappresaglia di almeno 1.000 contro 1.

L’unica notizia che riguarda il nostro ambito la troviamo il 4 ottobre, ed è contenuta in un link a un articolo di Camillo Serragiotto sul “Corriere della sera” che riguarda la questione del teschio di Yungxian 2, di cui vi ho già detto, e di nuovo mi esimerò dal ripetermi.

Spero che mi perdonerete se concluderò con qualcosa che mi riguarda personalmente. Di recente sono stato contattato da Sabine Steinmayer, la vedova di Ernesto Roli, una signora – devo dirlo – molto gentile, allo scopo di partecipare alla presentazione del testo postumo dello scomparso marito Omero nell’Egeo, la caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia. Quest’ultimo testo, ora pubblicato da Arbor Sapientiae, è la riedizione di La caduta dell’impero ittita e la guerra di Troia, ora ampliato e completato con gli appunti che Roli è riuscito a raccogliere prima di lasciare questa valle di lacrime.

Va da sé, ovviamente, che l’ipotesi ittita di Ernesto Roli sui reale contesto in cui vanno collocate le vicende narrate nei poemi omerici, è in contrasto con quella baltica di Felice Vinci a cui ho fatto più volte riferimento, ma, come ho già avuto modo di dire in precedenza, non è necessario giurare né sull’una né sull’altra, ma entrambe andrebbero prese in seria considerazione, ed entrambe rappresentano una sfida a un ambiente accademico anche troppo paludato e ingessato.

La differenza di opinioni sulla questione omerica, poi, non è mai stata un ostacolo al reciproco rispetto fra i due ricercatori. In ogni caso, siamo ben lontani dal velenoso attacco che recentemente Felice Vinci ha subito su You Tube da parte di Massimo Polidoro.

Ho anzi saputo dalla signora Sabine che anni fa Roli e Vinci tennero a Roma una conferenza congiunta in cui entrambi presentarono le rispettive tesi. E’ poi toccato a me comunicare a Vinci la notizia della scomparsa di Roli, cosa di cui mi è sembrato sinceramente addolorato. Che dire, entrambi due gentiluomini come oggi se ne incontrano pochi.

La presentazione di Omero nell’Egeo, inizialmente prevista per ottobre, è stata rinviata a data da destinarsi per motivi logistici, ma state certi che vi terrò informati.

Forse le notizie più rilevanti di questo periodo, e di cui vi ho dato conto, sono quelle relative a Yungxian 2 e alla nuova ricerca sui rapporti genetici fra uomini moderni e neanderthaliani.

Una cosa emerge sempre più chiara, le nostre origini NON SONO quelle che ci hanno raccontato.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra da da “Amazigh World News”, una donna amazigh, al centro da “Livescience” ipotetica ricostruzione di un Homo sapiens con tratti neanderthaliani, a sinistra Omero nell’Egeo, opera postuma di Ernesto Roli.

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